VENEZIA 2001
FUORI CONCORSO

 

FUORI CONCORSO:
    - A.I. - Intelligenza Artificiale   (Steven Spielberg)
    - Asoka   (Santosh Sivan)
    - Atraksion   (Raoul Servais)
    - Birthday Girl - La Ragazza del compleanno   (Jezz Butterworth)
    - Cet Amour - Là   (Josée Dayan)
    - Dust - Polvere   (Milcho Manchevki)
    - Fausto 5.0   (Isidro Ortiz)
    - From Hell   (Allen & Albert Hughes)
    - Heist - Rapina   (David Mamet)
    - Fantasmi da Marte   (John Carpenter)
    - L'Anglaise et le Duc - La Nobildonna e il Duca   (Eric Rohmer)
    - Lucky Break   (Peter Cattaneo)
    - Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno   (Laura Betti)
    - Pistol Opera - L'Opera della pistola   (Seijun Suzuki)
    - Porto da Minha - Porto della mia infanzia   (Manoel De Oliveira)
    - Silence... on tourne - Silenzio, si gira   (Youssef Chahine)    
    - The Curse of the Jade Scorpion - La Maledizione dello Scorpione di giada
      (W. Allen)
    - Tosca   (Benoit Jacquot)
    - Training Day - Giorno di addestramento   (Antoine Fuqua)
    - Tuesday - Martedì   (Geoffrey Alexander Dunbar)
    - Vivere   (Franco Bernini)

 

 

- FUORI CONCORSO

 

A.I. - Intelligenza Artificiale
(Steven SPIELBERG)

REGIASteven SPIELBERG
PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2001   -   Fantascienza
DURATA:  146'
INTERPRETI:
Haley Joel Osment, Jude Law, Frances O’Connor, Brendan Gleeson, Sam Robards, William Hurt 
SCENEGGIATURA: Steven Spielberg
FOTOGRAFIA: Janusz Kaminski
SCENOGRAFIA: Rick Carter
MONTAGGIO: Michael Kahn
COSTUMI: Bob Ringwood
MUSICHE: Paul Barker – Al Jourgensen – John Williams


In un futuro mai così prossimo, i coniugi Swinton, genitori di un bambino affetto da una malattia incurabile, adottano un robot. David è un bimbo meccanico, un automa programmato per concedere amore senza condizioni…

Casa di Teddy

Fin dagli esordi del cinema la “macchina vivente” è stata, sotto le forme più svariate, dal mostro metallico all’androide, al centro dell’attenzione di molti sceneggiatori e registi, non solo fra quelli dediti al genere fantascientifico. Attraverso la settima arte, nata in un’epoca d’importanti scoperte scientifiche, molti hanno tentato di anticipare con l’immaginazione non solo l’evoluzione delle tecnologie, ma soprattutto come tali cambiamenti avrebbero inciso sulla vita quotidiana. Da questo punto di vista, il nuovo film di Spielberg s’inserisce alla perfezione in una tradizione decennale, anzi, quasi secolare.
Quello che cambia è lo sguardo rivolto ai robot: non più lo sguardo del costruttore, Michelangelo contemporaneo che contempla, con percepibile fastidio, l’imperfezione di ciò che ha creato, ma quello della creatura, dell’essere mostruoso, del “diverso” (da sempre l’angolo di osservazione prediletto dal regista). La domanda alla base di “A. I.” non è “quanto di umano c’è in un robot?”, ma piuttosto “quanto di meccanico c’è in tutto quello che consideriamo umano?”: e davvero si stenta a definire “umani” (nell’accezione ordinaria del termine, che lega, con un’equazione davvero disinvolta, al concetto di umanità quello di pietà) persone incapaci di sentimenti disinteressati (Henry, che “adotta” David solo per compiacere i superiori), sempre preda di dubbi e rimorsi ma restii ad ammorbidire il proprio egoismo (Monica, in cerca di un surrogato del figlio, che allontana il “mecha”, senza ascoltare le sue suppliche e le sue spiegazioni, subito dopo che le mutate circostanze lo hanno reso superfluo), quasi involontariamente colpevoli dell’infelicità altrui (il professor Hobby, profondamente affezionato a David, che dà il colpo di grazia alle massime aspirazioni del bambino mostrandogli la sua origine e, in un certo senso, la sua discendenza).
Alla fine, i più umani sono i robot, perché – come nel caso del protagonista – hanno almeno uno scopo per cui continuare a vivere e a sperare. Il riferimento, esplicito ed insistito, è al romanzo di Collodi, ma si può scorgere, in questo essere coccolato da adulti in mala fede, improvvisamente costretto a crescere e determinato ad affermarsi come individuo, il fantasma di Nora Helmer. David non razionalizza la sua ricerca di adempiere “ai doveri verso se stesso”, ma l’avverte, anche se in modo oscuro, sotto forma di riconquista dell’amore materno.
Ma, se l’eroina di Ibsen alla fine del dramma trova il coraggio di cominciare una nuova vita, per quanto irta di difficoltà, il bambino automatico di Spielberg ha meno fortuna: la sua lunga ricerca approderà al cerchio della mente, ed il solo appagamento che gli sarà concesso, dopo millenni di preghiere rivolte ad un idolo bellissimo e fragile, non potrà essere che un sogno lungo un solo giorno. Forse neppure Kubrick avrebbe saputo essere più sconsolato e più disperatamente romantico di così.
Inquietante nella sua algida perfezione formale, “A. I.” è, oltre che un romanzo di formazione, un ripensamento non stupido del valore artistico e “sociale” (la definizione è brutta, ma calzante) del genere fantascientifico: parlando di robot, il regista mette in scena, senza concedere “pietosi” sconti, la commercializzazione e la meccanizzazione dei sentimenti e, più ancora, la strumentalizzazione degli altri che operiamo nella vita quotidiana, senza rendercene (quasi) conto. Le riflessioni di W. Benjamin sull’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica sono applicate agli esseri viventi (come sono i robot della nuova generazione), a provare per l’ennesima volta che l’economia non solo fa girare il mondo, ma determina la vita affettiva e la costruzione del sé.
Spielberg dirige con mano sicura, calibrando gli effetti in base all’espressione degli affetti, e realizza il suo film più solido e compatto da molto tempo a questa parte. “A. I.”, all’apparenza solo una fiaba postmoderna, è forse il più lucido apologo firmato dal regista statunitense: la retorica roboante e molesta di film come “Il colore viola” è attenuata dal tono onirico, fuori dal tempo e da ogni altra coordinata razionalizzabile, della messinscena, e dall’andamento sussurrato, appunto “da fiaba”, del racconto.
Gli ambienti disegnati da Rick Carter (scene) e Bob Ringwood (costumi), con gli effetti sorprendenti di Michael Lantieri, lasciano senza fiato, e alcune trovate (il gran saggio – motore di ricerca) sono memorabili, ma in questo spettacolo astrale la fanno ancora da padroni gli attori (a dispetto di chi lo vorrebbe sostituire integralmente con insipide figurette realizzate al computer). Frances O’Connor ha tutta l’acuminata, dolente ambiguità del ruolo, William Hurt è efficace e misurato come non gli era mai successo nel corso della sua carriera; bene gli altri. Ma sono i “mecha” i veri prodigi: Jude Law, levigato come una bambola di porcellana, si tiene in miracoloso equilibrio tra la verve della “spalla” comica (geniali gli optional) e la pietrificante certezza della propria immutabilità. Haley Joel Osment, poi, non recita la parte di un robot, ma “è”, alla lettera, David: un bambino – mostro (di bravura), tanto perfetto da sembrare finto e troppo commovente, nella sua solo apparente imperturbabilità, per non essere vero: i suoi occhi (dis)chiusi sono i fari che inaugurano la navigazione nel millennio.

Voto:  9                              Stefano Selleri


Spielberg o Kubrick?

Dopo anni di gestazione e buona pace tra chi vede inconciliabile la linea registica di Stanley Kubrick con quella di Steven Spielberg, ecco finalmente il frutto di tanta fatica. Intanto è bene subito chiarire, per evitare ulteriori discussioni al riguardo, che "A.I." è un film di Steven Spielberg, che ha curato anche la sceneggiatura, nato da un'idea e da un progetto di Stanley Kubrick. E il risultato è un film forse non equilibrato, nei tre atti in cui, per comodità, può essere suddiviso, ma sicuramente capace di suscitare grandi emozioni.
Tutto parte in un futuro non troppo lontano, dove l'evoluzione ha portato a costruire sofisticati robot in grado di provare emozioni. Uno dei primi prototipi viene affidato in via sperimentale ad una famiglia. In questo contesto intimo e raccolto si svolge la prima parte del film, a cui segue un momento di grande commozione prima di seguire l'evoluzione del piccolo David, sempre più umano e meno robot. Del resto quando si parla di madri, figli, abbandoni, le lacrime sono sempre in agguato, ma il regista riesce a colpire senza cadere in facili patetismi grazie alla forza della storia che racconta.
La parte centrale, che segue il cammino del piccolo David attraverso un efficace e poetico parallelo con la favola di "Pinocchio", è forse quella meno convincente. Da un'atmosfera silenziosa e introspettiva si passa ad un fuori caotico, dove trionfano gli effetti speciali, i personaggi diventano a senso unico e la narrazione incappa in qualche buco logico. Interessante la figura del gigolo Joe, ben interpretato da Jude Law, ma un po' irrisolto il suo legame con il protagonista e il modo frettoloso con cui viene liquidato.
Con la parte finale, invece, si giunge ad un bivio. Se prevale la razionalità si rischia di trovare la conclusione patetica, se invece si riesce a spogliarsi di qualsiasi corazza critica, o meglio da critico (e il film ha la capacità di condurre a questo stato emotivo), si entra nella poesia, nel lirismo, nella favola, nel sogno e nella sincera commozione. Peccato per il disegno poco originale dell'ulteriore evoluzione umana, forse un omaggio alle stilizzate creature di "Incontri ravvicinati del terzo tipo".
Tante le considerazioni suggerite dal film: i limiti etici della tecnologia, l'incerto futuro dell'uomo, l'integrazione tra diversità, ma su tutte domina il lato emozionale, acceso nella prima parte, in stand-by in quella centrale e in loop nella struggente conclusione. Chissà, forse nelle mani di Kubrick avrebbe avuto un taglio diverso, ma che importa! Godiamoci l'opportunità di tornare bambini con una bella favola! Senza difese razionali e con gli occhi spalancati!

Voto:  8                              Luca Baroncini

 

Asoka
(Santosh SIVAN)

REGIASantosh SIVAN
PRODUZIONE:  India   -   2001   -   Drammatico
DURATA:  140'
INTERPRETI:
Shahrukh Khan, Kareena Kapoor, Ajit, Suraj Balaje, Danny Denzongpa, Rahul Dev, Hrishitaa Bhatt, Subhashini Ali 
SCENEGGIATURA: Saket Chaudhary - Santosh Sivan
FOTOGRAFIA: Santosh Sivan
SCENOGRAFIA: Sabu Cyril
MONTAGGIO: Sreekar Prasad
COSTUMI: Anu Vardhan, Manish e Naresh Malhotra
MUSICHE: Anu Malik


India, al tempo delle favole antiche. Il giovane principe Asoka, la cui esistenza è minacciata da continui complotti, intraprende in incognito le strade dell’esilio…

Long live Bollywood!

L’origine della vicenda è – da quel poco che sappiamo – nebulosamente storica, ma un cartello all’inizio del film invita gli spettatori a non aspettarsi una ricostruzione. “Asoka” è un bell’esempio di quel cinema indiano che ha immensa fortuna in patria e quasi nessuna all’estero (anche perché i festival internazionali preferiscono opere meno commerciali, meglio se incomprensibili), cioè un coloratissimo melodramma eroicomico – musicale, dotato di un’irruenza spavalda che si coniuga alla perfezione con un incanto del fare cinema che, alle nostre latitudini, sembra irrimediabilmente scomparso. Nessuna pretesa di realismo o critica sociale, un messaggio pacifista che non conta più di un McGuffin, una voglia inesausta di stupire lo spettatore attraverso scenografie imponenti, costumi sontuosi, eroismi ingenui quanto grandiosi e musiche trascinanti. Un polpettone? Sì, ma realizzato con professionismo entusiastico, dotato di un ritmo inarrestabile ed interpretato da un cast febbrilmente autoironico.

Voto:  7,5                              Stefano Selleri


Bollywood, Bollywood

Finalmente un film indiano in stile Bollywood, realizzato con grandi mezzi e in grado di trasmettere la vitalità e la fantasia della cinematografia più florida del mondo.
La storia, che trae spunto da fatti storici reali, vede principi che si fingono comuni mortali, principesse che scoprono di essere state adottate, congiure sempre in agguato, l'ascesa al trono come il più sublime dei desideri, l'amore, l'odio, l'ambizione, la fede religiosa, tutti espressi alla massima potenza. I sentimenti richiedono dimostrazioni di forza e l'apoteosi della passione è guardarsi negli occhi sgranati dall'ardore sussurrando dolci parole d'amore.
Insomma, un vero e proprio fumetto, divertente e colorato, retorico e fracassone ma tecnicamente perfetto. Bellissimi, in puro stile Bollywood, i tre numeri musicali che, come video-clip, interrompono la narrazione. Le canzoni dal testo impossibile e dal ritmo trascinante sono forse la parte più coinvolgente del film,  vero "trait d'union" tra oriente e occidente. Il succedersi infinito di scontri e combattimenti nella parte finale appesantisce un po' la visione, ma l'insieme è davvero godibile.

Voto:  7                              Luca Baroncini

 

Cet Amour - Là
(
Josée DAYAN)

REGIAJosée DAYAN
PRODUZIONE:  Francia   -   2001   -   Biografico
DURATA:  98'
INTERPRETI:
Jeanne Moreau, Aymeric Demarigny 
SCENEGGIATURA:
Josée Dayan
FOTOGRAFIA: 
Caroline Champetier
SCENOGRAFIA: Sylvie Fennec
MONTAGGIO: Anne Boissel
COSTUMI: Mimi Lempika
MUSICHE: Angelo Badalamenti


Il crepuscolo di Marguerite Duras: i libri, i troppi bicchieri di vino, la relazione con il giovane Yann Andrea.

Ritratto d’attrice

Chiariamo subito un possibile equivoco: questo film non è una storia d’amore, né una biografia, né un omaggio. “Cet Amour – Là” è Jeanne Moreau. Anche coloro che non abbiano mai visto la Duras neppure in fotografia e non siano minimamente interessati alla sua relazione con Y. Andrea saranno fatalmente conquistati dalla prova ineffabile della divina interprete francese, la quale, pur avendo conosciuto personalmente il suo “personaggio”, si astiene dal farne una copia o una caricatura. Con bella semplicità, mettendo la sordina ad ogni possibile istrionismo, la Moreau diventa questa donna d’invincibile fascino, avida d’inchiostro quanto d’alcolici, crudele ed ironica ma anche disperatamente arsa da quella voglia di vivere che risuona in ogni sua pagina. Tutto il resto, dalla prova dell’acerbo Demarigny (Andrea) alla regia morbida, non intrusiva, di Josée Dayan, è al suo servizio: e non poteva essere che così. Finale un po’ affrettato.

Voto:  7                              Stefano Selleri


Due miti a confronto

Gli ultimi anni di vita della scrittrice francese Marguerite Duras accanto a un giovane, che dopo cinque anni di passione letteraria e corrispondenza giornaliera, decide di conoscere il suo mito.
Il film è Jeanne Moreau.
Una grande prova d'attrice della musa della "Nouvelle Vague" i cui occhi, le rughe, l'incredibile voce, diventano un tutt'uno con quelli della scrittrice.
Un personaggio che diventa vero nella finzione.
Tra l'altro il legame tra Jeanne Moreau e Marguerite Duras è reale perché si sono conosciute nel 1958, intrecciando un'amicizia che ha portato anche a collaborazioni professionali. Di fronte al carisma accentratore dell'attrice tutto passa in secondo piano: la regia non invadente, il taglio narrativo convenzionale e anche il co-protagonista Aymeric Demarigny, poco espressivo ma funzionale al suo ruolo di spalla.
Bellissimo il primo incontro che segna l'instaurarsi di un rapporto affettivo tra due profondi solitudini: l'artista geniale, possessiva e soffocante e un ragazzo con molti problemi di comunicazione che vive della luce irradiata dalla scrittrice ma riesce anche ad amarla e a resistere nella non facile vita al suo fianco.

Voto:  7                              Luca Baroncini

 

Dust - Polvere
(Milcho MANCHEVSKI)

REGIAMilcho MANCHEVSKI
PRODUZIONE:  GB/Ger/Ita/Mac
DURATA:  127'
INTERPRETI:
Joseph Fiennes, David Wenham, Adrian Lester, Anne Brochet, Rosemary Murphy, Nikolina Kujaca, Vlado Jovanoski 
SCENEGGIATURA: Milcho Manchevski
FOTOGRAFIA: Barry Ackroyd
SCENOGRAFIA: David Munns
MONTAGGIO: Nic Gaster
COSTUMI: Anne Jendritzkoe
MUSICHE: Kiril Dzajkovski


New York, oggi: un'anziana signora promette un tesoro ad un giovane rapinatore di colore. Ad una condizione: il ragazzo dovrà ascoltarla raccontare la storia di due fratelli, cowboy e poi guerrieri nella Macedonia ribelle al Sultano turco, all'inizio del XX secolo...

Cenere d’autore

L’opera seconda è notoriamente la maledizione di ogni regista: ciò è vero soprattutto nel caso in cui l’esordio sia stato un clamoroso successo di critica e pubblico. Ma non è solo questo: almeno in potenza, la seconda fatica di un artista dovrebbe, da un lato, ribadirne la Weltanschauung, dall’altro, arricchirla, dal punto di vista formale oltre che contenutistico.
Manchevski riesce a (d)eludere entrambe queste piste.
Vincitore del Leone d'oro a Venezia con "Prima della pioggia" e sostenuto da una coproduzione internazionale europea, il regista sceglie di non rischiare troppo e finisce per girare una specie di remake – frullato del suo premiato debutto: “Dust” ripropone, senza troppa inventiva, i vecchi temi della lotta fratricida, della circolarità delle umane vicende e del bisogno di raccontare storie come struttura portante del reale. Tutto questo rientra nel primo aspetto delineato, quello delle “conferme”: il problema è che, senza le “sorprese”, la rimasticatura non è un rischio, è un fatto.
Conscio di doversi dimostrare Autore laureato, il Nostro non si tira indietro, mescolando senza inibizioni (o decenza, la scelta del termine dipende dal grado di condiscendenza che gli si vuole accordare) commedia ammuffita (i siparietti dedicati alla nonnina terribile), serial televisivo (lo spacciatore nero), western classico e frusti giochetti metanarrativi. Lo sguardo asciutto, schematico, anche troppo ellittico di “Prima della pioggia” cede il passo ad una macedonia (sic) di stili, che non porta da nessuna parte ed appiattisce tutto (Joseph Fiennes, poi, è piatto di suo), finendo per ridurre il “poema cubista” raccontato agli intervistatori in un ritrattino cosparso di polvere, spiacevolmente soporifero.
In conclusione: luccicante, ma moscio.

Voto:  4                              Stefano Selleri

 

From Hell
(Albert e Allen HUGHES)

REGIAAlbert e Allen HUGHES
PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2001   -   Thriller
DURATA:  137'
INTERPRETI:
Johnny Depp, Heather Graham, Ian Holm, Katrin Cartlidge, Robbie Coltrane, Paul Rhys, Joanna Page 
SCENEGGIATURA: Terry Hayes - Rafael Yglesias
FOTOGRAFIA: Peter Deming
SCENOGRAFIA: Martin Childs
MONTAGGIO: Dan Lebental
COSTUMI: Kym Barrett
MUSICHE: Trevor Jones - Marilyn Manson


Londra, 1888: un killer uccide e mutila prostitute. L’ispettore Abberline indaga…

Un caso ben poco strano

Ennesima variazione sul tema della figura, all’origine storica ma divenuta ormai (per altrui meriti artistici) mitica, di Jack lo Squartatore, “From Hell” (espressione che suggella le lettere inviate dal serial killer a Scotland Yard) ripercorre i noti fattacci accreditando, per quanto riguarda l’identità dell’omicida, la pista che vuole coinvolte nei crimini persone molto vicine alla Corte e addirittura imparentate con la regina. Il punto di vista è quello di un gruppo di ragazze di strada per le quali i vicoli, loro vera casa, divengono anche più pericolosi del solito, ora che dalle ombre notturne non si materializzano più “soltanto” sordidi papponi.
Poteva essere un’occasione per rileggere vicende abusate con un’ottica nuova, attenta alle contraddizioni della doppia, tripla, sfaccettata (im)moralità vittoriana, che ricerca ostentatamente innocenza, purezza sessuale ed altruismo, ma solo in superficie, e più in generale della nascente società di massa, rigidamente conformista ed orridamente affamata di notizie “succose” (quest’ultimo spunto fa capolino nella didascalia che apre il film). Le intenzioni satiriche, per la verità, ci sarebbero: quello che manca è la capacità di uscire dal bozzettismo, di formulare personaggi e non stereotipi (la gallerie delle puttane, da questo punto di vista, fa cadere le braccia), in una parola di andare oltre il semplice lavoro di genere. Il problema è che, anche dal punto di vista del thriller, non tutti i conti tornano: le atmosfere sono adeguate ma la tensione scarseggia, e qualche notevole sequenza horror (il primo omicidio, chiaro omaggio a “Scream”) non basta a risollevare le sorti di un racconto che s’impantana quasi subito in una piatta rimasticatura di “teorie della cospirazione”, ripiena di cattivi da operetta ed appesantita dall’obbligatoria love story tra il poliziotto oppiomane e la traviata dal cuore d’oro. E soprattutto: possibile che la colpa sia sempre della massoneria (oltre che del pensionamento affrettato)?
Johnny Depp, adeguatamente tenebroso, non ritrova l’autoironia sfoggiata in “Sleepy Hollow” (ma forse non è tutta colpa sua); Heather Graham, alle prese con una parte ingrata nella sua staticità, se la cava più che bene. Troppo gigione Ian Holm.

Voto:  5                              Stefano Selleri


Sulle tracce del primo serial-killer della storia

1888. Cala la notte su una Londra che sembra Gotham City (in realtà Praga) e un mantello nero dal passo elegante si aggira per i vicoli degradati del quartiere ghetto WhiteChapel. Dietro al mantello si cela nientepopodimeno che il più famoso antenato degli odierni serial-killer: Jack Lo Squartatore. Un mostro che si appresta ad entrare negli incubi di intere generazioni, il cui pedigree vanta dettagliati squartamenti di giovani, e meno giovani, prostitute.
Sembra un tipico caso di estrema depravazione, ma un giovane ispettore scoprirà un elaborato piano di mistificazione.
Il film di Albert e Allen Hughes mantiene meno di quello che promette, ma si lascia seguire con una certa curiosità e partecipazione.
Colpiscono alcune raffinatezze visive (il primo omicidio attraverso squarci di luce sulla lama di un coltello, prima luccicante e poi sempre più insanguinata) e diverte, anche se dopo un po' la soluzione del mistero si intuisce, la teoria elaborata per giustificare una figura tristemente leggendaria del secolo scorso. Quella che manca è forse una riflessione sulle origini del male, sul buio emotivo dell'assassino, sulle motivazioni che spingono a delitti così efferati. Così dopo un po' il film prende la piega di un giallo convenzionale, dove è possibile scegliere l'assassino tra una rosa di sospettati. In parte Johnny Depp, anche se ultimamente sembra  destinato ad alternare con poca fantasia gitani rubacuori a detective solitari e malinconici. Il suo particolare dono di preveggenza, poi, arricchisce il film sul piano visivo, ma lo dirige verso binari di genere. Tra l'altro il ricordo del non memorabile "gift" di Cate Blanchett è ancora fresco nella memoria.
Un po' appiccicato, ma almeno fuori dalle aspettative, il finale.

Voto:  6,5                              Luca Baroncini

 

Ghosts of Mars - Fantasmi da Marte
(John CARPENTER)

REGIA: John CARPENTER
PRODUZIONE:   U.S.A.  -  2001  -  Fantascienza
DURATA:  100'
INTERPRETI:
Ice Cube, Natasha Henstridge, Jason Statham, Pam Grier, Clea Duvall, Joanna Cassidy, Robert Carradine, Liam Waite
SCENEGGIATURA: Larry Sulkis - John Carpenter
FOTOGRAFIA: Gary B. Kibbe
SCENOGRAFIA: William Elliott
MONTAGGIO: Paul Warschilka
COSTUMI: Robin Michel Bush
MUSICHE: John Carpenter


Pianeta Rosso, XXII secolo. Una sostanza misteriosa invade i corpi e minaccia la sopravvivenza della razza umana.

La routine si avvicina

Vista la trama, sorge immediata una domanda: è "Alien"? No, è l'ultima "fatica" di John Carpenter, che con ogni verosimiglianza si è molto divertito a girare questo filmetto di action pura, decerebrato quanto basta ad essere un blockbuster ma non privo di tocchi di classe, che infondono una nota di salutare scorrettezza politica (su tutti, il provocatorio - dato l'attuale, imperante proibizionismo - rifiuto della demonizzazione preconcetta delle sostanze stupefacenti). Certo, la sconfortante piattezza dei caratteri, il mood granitico degli attori (se così vogliamo chiamare i componenti di un cast che assembla senza troppa inventiva bellone da copertina, cantanti più o meno rap e vecchie star bisognose di rapido pensionamento), gli effetti e le musiche da discoteca impediscono al film di essere qualcosa di più di un'amena sciocchezza. Ma, come divertimento fumettistico da sabato sera, funziona, eccome, a patto di tenersi una bottiglia di birra a portata di mano. Un dubbio: se l'avesse diretto John Smith, l'avremmo visto a Venezia?

Voto:  4,5                              Stefano Selleri


Delusione d'Autore

Cos'e' successo a John Carpenter, regista discontinuo dall'innegabile talento e fantasia capace di dare voce e corpo alle nostre paure con film del calibro di "Halloween", "Fog", "La cosa", "1997 - Fuga da New York", fino al piu' recente "Il seme della follia"?
In "Fantasmi da Marte" manca un elemento essenziale per consentire ad un B-movie di mantenere freschezza e vivacita': l'ironia. Comicita' involontaria e gusto trash, infatti, hanno bisogno di leggerezza per diventare ironici, mentre tutti i personaggi si prendono terribilmente sul serio. 
La trama ha piu' di un'affinita' con "Pitch Black" (esempio di B-movie riuscito), ma il problema fondamentale e' che non si crede mai a cio' che si vede e diventa impossibile stabilire qualsiasi complicita' con i personaggi che si affannano sullo schermo: tutto e' gia' visto e l'atmosfera non supera i confini di un set costruito senza troppa fantasia in una miniera abbandonata del New Mexico. Marte e' solo un pretesto per inscenare la trita resistenza di un piccolo gruppo di varia umanita' circondato da minacciosi fantasmi tornati in vita per riappropriarsi del pianeta.
Superata l'aspettativa di un minimo di tensione, e' comunque possibile farsi quattro risate: basta vedere una poco credibile Pam Grier con frangione, occhialoni e impermeabile nero taglia XL o la faccia da Yoghi del super cattivone di turno (ma puo' un cattivo chiamarsi Desolation?), oppure i pigiami post-atomici e post-"Thriller" degli zombie-marziani. Per non parlare dell'ingenuita' dei dialoghi infarciti di maschilismo di maniera. La seconda parte, poi, inanella una serie infinita di combattimenti privi di qualsiasi atmosfera che ricorda piu' un concerto di Marilyn Manson (di cui il capo-zombie e' fotocopia) che un horror fantascientifico.
Bandita ogni logica narrativa e qualsiasi possibilita' di restare coinvolti, resta una domanda: che intenzioni aveva John Carpenter? Fare un film di grezzo intrattenimento riassumendo in malo modo i "topoi" del suo cinema o prenderci tutti in giro?
Opterei per la seconda ipotesi, anche se sicuramente qualche critico illuminato riuscira' a vederci l'apoteosi del western, il potere terapeutico della droga, l'avvento di una societa' matriarcale, lo spassosissimo gusto per le citazioni, le difficolta' di integrazione tra culture diverse, eccetera, eccetera.

Voto:  3                              Luca Baroncini

 

L'Anglaise et le Duc - La Nobildonna e il Duca
(Eric ROHMER)

REGIAEric ROHMER
PRODUZIONE:  Francia   -   2001   -   Drammatico
DURATA:  128'
INTERPRETI:
Lucy Russell, Jean–Claude Dreyfus, François Marthouret, Léonard Cobiant 
SCENEGGIATURA: Eric Rohmer (Ma vie sous la Révolution di Grace Elliott)
FOTOGRAFIA: Diane Baratier
SCENOGRAFIA: Antoine Fontaine
MONTAGGIO: Mary Stephen
COSTUMI: Pierre–Jean Larroque


Parigi, fine Settecento. Grace Elliott è una giovane aristocratica scozzese, ex amante di Philippe, duca d’Orléans, del quale è rimasta amica e confidente. Li divide però la politica: la donna è fervente sostenitrice della monarchia, l’uomo, benché cugino di Luigi XVI, non esita a…

Racconto del Terrore (ma non solo)

Irreprensibile. Non c’è aggettivo che possa meglio descrivere l’ultimo lavoro di Eric Rohmer, nel quale ogni elemento, dal testo alla recitazione, dalla scelta di scenografie e musiche a quella delle inquadrature, ricrea con scrupolo documentario il crepuscolo dell’Ancien Régime. Ma se lo script proviene da un libro di memorie di lady Elliott, Diario della mia vita durante la Rivoluzione (da poco pubblicato anche in Italia con l’anacronistico titolo “La nobildonna e il duca”), la messinscena si basa, con scrupolo filologico, sui quadri dei maggiori pittori del periodo, particolarmente su quelli di J. L. David, ed è intessuta delle arie all’epoca più note (tra cui la proverbiale “ça ira!”).
L’influenza pittorica non è limitata alla parte scenografico – luministica: i campi lunghi sono veri e propri quadri che, a volte, si animano, quelli americani (i prediletti per le scene di dialogo, cioè per la maggior parte del film) si rifanno direttamente alle scene di conversazione realizzate dai grandi artisti settecenteschi. Il digitale è piegato a risultati eccellenti: la definizione un po’ grezza delle immagini, mentre conferisce agli esterni un tono autentico, ammorbidendone le prospettive, infonde agli interni un respiro caldo, avvolgente, capace di immergere lo spettatore nel clima della vicenda e negli avvenimenti che interessano i singoli personaggi.
Se l’arte generalmente considerata permette di ricostruire una realtà ormai scomparsa (o almeno così pare), è il teatro che riesce ad inquadrarla. I dialoghi, concettualmente densi ed estremamente minuziosi, ci guidano al centro di un dramma di passioni ed idee sorto in un particolare contesto storico e personale, ma significativo anche al di là della situazione che lo ha generato. I temi (l’amore e l’amicizia, la fedeltà ed il tradimento) sono quelli da sempre cari al cineasta dei Racconti Morali, che analizza con l’abituale acume caratteri e situazioni, ricavando dalle sue squisite miniature sorprendenti effetti di tensione drammatica (la fuga verso Meudon, la perquisizione notturna). Lo sdegnoso rifiuto opposto al film dall’intellighenzia francese, e non solo, non ha ragione di esistere: prima di tutto perché Eric Rohmer non è “reazionario” né rivoluzionario, ma segue semplicemente il punto di vista di lady Elliott, cioè quello espresso nel testo letterario che ha fornito al film intreccio e battute (costante fedeltà alle fonti!), in secondo luogo perché, anche se Rohmer fosse il più bieco reazionario di questo mondo, il suo film è perfetto, come la prova dei nemici/amici/(ex)amanti Lucy Russell e Jean – Claude Dreyfus.

Voto:  8,5                              Stefano Selleri

 

Lucky Break
(Peter CATTANEO)

REGIAPeter CATTANEO
PRODUZIONE:  GB/Ger   -   2001   -   Commedia
DURATA:  112'
INTERPRETI:
James Nesbitt, Olivia Williams, Christopher Plummer, Timothy Spall, Bill Nighy, Lennie James 
SCENEGGIATURA: Ronan Bennett
FOTOGRAFIA: Alwin Kuchler
SCENOGRAFIA: Max Gottlieb
MONTAGGIO: David Gamble
COSTUMI: Ffion Elinor
MUSICHE: Anne Dudley


Due criminali da strapazzo finiscono in galera per un colpo andato male (per meglio dire, neppure iniziato): riusciranno ad evadere approfittando dell’allestimento di un musical “carcerario”? [Ovviamente sì.]

Half Monty

Ovvero: quando una troupe lavora a mezzo servizio. Dopo l’enorme successo degli “squattrinati organizzati” dediti allo striptease, Peter Cattaneo, per non correre rischi, torna con un film uguale al precedente. Lo schema è lo stesso (tipi simpatici riescono ad uscire dai guai grazie allo showbiz), le caratterizzazioni identiche (un antieroe canaglia e a suo modo fascinoso, il suo collega nero e un po’ “suonato”, il ciccione, l’effeminato intelligentissimo eccetera), la comicità la medesima, in astuto equilibrio tra malinconia e verve “scatenata” (è il caso di dirlo).
Il risultato è gradevole, ma non certo memorabile, anche perché la storia d’amore tra il galeotto e la psicologa del carcere è appiccicata senza troppa convinzione, e ci sono troppe forzature idilliache (più che in un carcere, sembra di essere in un hotel corredato di porte girevoli). Se si accettano i limiti della favoletta, ci si può anche divertire. Alla fine, la cosa migliore è l’allestimento dello spettacolo su Nelson, soprattutto per merito delle meravigliose musiche di Anne Dudley, tra Gilbert – Sullivan e Cole Porter. Tra gli attori vanno segnalati almeno Christopher Plummer e Timothy Spall, nuovamente alle prese con l’operetta dopo “Topsy – Turvy” di Mike Leigh.

Voto:  6                              Stefano Selleri


C'è posto in prigione? Vengo anch'io!

Sembra scritta da un elaborato software la sceneggiatura dell'ultimo film di Peter Cattaneo, che ha impiegato quattro anni per riprendersi dall'inaspettato successo mondiale di "Full Monty". Ha infatti tutti gli elementi messi al posto giusto per coinvolgere il pubblico e divertirlo, mantenendo inalterato lo stesso mix di "vita dura & tenerezza" che ha fatto la fortuna di "Full Monty".
In realtà il ripetersi della stessa formula non garantisce per forza il medesimo risultato. Il soggetto infatti (identico a quello dello svedese "Breaking out" di qualche anno fa) sconta luoghi comuni e buonismo in dosi davvero eccessive: la prigione in cui è ambientata la vicenda sembra Disneyland tante sono le opportunità che offre, i caratteri dei personaggi sono calibrati al millesimo (tutti, tranne il "cattivone" di turno, sono in fondo "buoni", ma nelle varianti duro, intellettuale, aggressivo, finto-cattivo, fragile, ecc.), c'è pure la possibilità di innamorarsi (e di organizzare una spartana ma romantica cena a lume di candela), il direttore è un caricaturale patito di musical, e non manca il momento tragico che in una commedia a remoto sfondo sociale serve comunque a ricordare al pubblico che la vita, eh sì!, mica è tutta rosa e fiori.
L'insieme è piacevolmente innocuo, ma il difetto principale è quello di dare un'ambientazione realistica (il carcere) per poi costruirvi sopra una favoletta senza nerbo con il fine di accontentare (e soprattutto non scontentare) un po' tutti.

Voto:  5                              Luca Baroncini

 

Pier Paolo Pasolini e la Ragione di un Sogno
(Laura BETTI)

REGIA: Laura BETTI
PRODUZIONE:   Ita/Fra   -   2001   -   Documentario
DURATA:  90'
INTERPRETI:
Paolo Volponi, Francesca Archibugi, Bernardo Bertolucci, Andrea De Sica, Mimmo Calopresti, Mario Cipriani, Franco Citti, Sergio Citti, Pappi Corsicato, Ninetto Davoli, Mario Martone
SCENEGGIATURA: Laura Betti
FOTOGRAFIA: Fabio Cianchetti
MONTAGGIO: Roberto Missiroli
MUSICHE: Bruno Moretti


Il film e' una sorta di documentario su Pier Paolo Pasolini che accosta le parole dell'artista e la sua immagine ai temi più intricati e irrisolti della nostra società.

Ritratto d'Artista

È sempre interessante entrare in contatto con la lucidità di un artista come Pier Paolo Pasolini. I vari spezzoni d'epoca, di cui il film di Laura Betti è in gran parte composto, forniscono un quadro ampio sulla lungimiranza e le capacità letterarie e comunicative di Pasolini.
Peccato che le immagini scelte come sfondo alle bellissime poesie e alle interviste non abbiano uguale intensità e non aggiungano molto, ma rischino di rinchiudere uno spirito libero nei confini della retorica visiva. Apprezzabile quindi nelle intenzioni, riuscito laddove è Pasolini a dominare la scena, ma deludente nella confezione.

Voto:  6                              Luca Baroncini

 

Porto da Minha Infancia
(Manoel DE OLIVEIRA)

REGIAManoel DE OLIVEIRA
PRODUZIONE:  Por/Fra   -   2001   -   Documentario
DURATA:  62'
INTERPRETI:
Agustina Bessa–Luìs, Maria de Medeiros, Leonor Silveira, Leonor Baldaque, José Wallenstein, Duarte de Almeida, Peter Rundel, Rogério Samora, Antònio Fonseca, Ricardo Trepa, Jorge Trepa 
SCENEGGIATURA: Julia Buisel
FOTOGRAFIA: Emmanuel Machuel
MONTAGGIO: Valérie Loiseleux


Ricordi, sogni, frammenti di memoria personale e collettiva della Porto degli anni Venti e Trenta, città dell'infanzia, della giovinezza e della prima fase creativa di Manoel de Oliveira.

Immagini e fantasia

Il Cinema, signore e signori: ovvero, una sinfonia della memoria (nell’incipit un direttore d’orchestra, ripreso di spalle, guida i suoi professori nell’esecuzione di un brano direttamente collegato ai titoli di testa, destinato a tornare più volte nel corso dell’opera) in cui le foto ed i film d'epoca si sposano perfettamente alle inquadrature "finte", mai così "vere", girate nella Porto di oggi.
La ricostruzione di eventi, luoghi e persone è uno dei temi portanti della filmografia del regista portoghese: come in “Parole e utopia”, il documento, la certificazione della realtà, passa in secondo piano rispetto al tentativo di scoprire una verità insita nel pensiero (e dunque anche nella fantasia dell’artista/“restauratore”) prima ancora che nei fatti.
Tra immagini sgranate e inquadrature fuori fuoco (a rendere anche visivamente la difficoltà di ricordare ciò che tuttavia è tanto dolce sognare), una breve (appena un’ora, purtroppo!) passeggiata nei boschi degli universi possibili (la memoria, il desiderio, la rappresentazione), nel corso della quale voce narrante (dello stesso regista) e personaggi provenienti da diverse epoche si toccano e si confondono, mentre ci si sofferma ad ascoltare le onde del mare o una nenia da balia, si va a teatro o al caffè con la buona società portoghese, si vedono le opere (statue, libri) prodotte dagli artisti di quel periodo, si ammirano spezzoni dei primi lavori di De Oliveira, il documentario e la fiction si scambiano continuamente i ruoli e ci si persuade che, in fondo, un po' della magia del cinema è ancora viva, da qualche parte. E che un signore nonagenario fa ancora faville.

Voto:  8                              Stefano Selleri

 

The Curse of the Jade Scorpion - La Maledizione dello Scorpione di Giada
(Woody ALLEN)

REGIA: Woody ALLEN
PRODUZIONE:   U.S.A.   -   2001   -   Commedia
DURATA:  102'
INTERPRETI:
Woody Allen, Helen Hunt, Dan Aykroyd, Charlize Theron, Brian Markinson, Wallace Shawn, David Ogden Stiers, Elizabeth Berkley
SCENEGGIATURA: Woody Allen
FOTOGRAFIA: 
Zhao Fei
SCENOGRAFIA: Santo Loquasto
MONTAGGIO: Alisa Lepselter
COSTUMI: Suzanne McCabe


New York, 1940. L’investigatore assicurativo CW Briggs ha problemi sul lavoro a causa di una collega da poco assunta. Ma i veri guai devono ancora incominciare…

Il mistero del palco(scenico)

A settembre, un Allen nuovo fiammante: in occasione della Mostra veneziana, il regista newyorchese ci regala, come è sua abitudine, un nuovo gioiello, stavolta più prezioso del solito (quindi inestimabile), che associa alla nota, esplosiva miscela di humour e amarezza, una riflessione non scontata sull'arte come farmaco (inteso nell'accezione greca, cioè benefico, ma anche venefico) della vita.
Il film non è solo (solo?) una brillantissima pièce in costume, allestita con gusto squisito, fotografata da dio (anzi, da Zhao Fei, alla sua terza collaborazione con WA), intessuta di battute luminose e perfide quanto repentine, come smeraldi in un diadema, interpretata magnificamente da un cast di grandi "alleniani", abituali e non (fra i primi vanno citati il "sinistro" Ogden Stiers, la femme fatale Theron e Shawn, fra i secondi l'autoironica Berkley, Aykroyd e la viperina, irrefrenabile Hunt). 
"The Curse" è anche una riflessione sul potere demoniaco, "stregonesco", rivelatore dello spettacolo, causa (o semplice pretesto? difficile dirlo) di crimini e misfatti, fobie e sentimenti, che porta alla luce istinti dimenticati o rinnegati a livello conscio. Il talismano di un ipnotizzatore è meglio del lettino dello psicanalista: come nella "Dea dell'amore", l'arte trionfa dove la scienza freudiana neppure arriva. Secondo l'anziano mago nel finale di "Ombre e nebbia", "tutti amano le proprie illusioni, anzi, ne hanno bisogno, come dell'aria che respirano": anche se tali illusioni possono portare ad un passo dalla rovina (e spesso oltre, come in "Oedipus Wrecks"), la gente non riesce a rinunciare al sogno, perché spesso quello che vediamo da svegli è duro da digerire. "La vita non è perfetta, e in più, è breve": meglio godere, fin che si può, del potere della fantasia.
Allen, con questo pegno d'amore alla New York della sua infanzia, quella del cinema hollywoodiano classico che è da sempre suo modello di riferimento accanto ai diletti Fellini e Bergman, conferma di essere un miracoloso ipnotizzatore. Le uniche rughe visibili sono quelle del volto, lo spirito è intatto, velenoso e tenero al punto giusto, capace di un'autoironia che attenua i ben noti furori narcisistici: in fondo, almeno al principio, il maldestro Bogart della situazione annovera tra le sue conquiste solo belle addormentate e vacue figlie di papà. A proposito di Humphrey, come non ricordare che il fascinoso "occhio privato" è da tempo immemorabile una magnifica ossessione per Woody, vedi alla voce "Provaci ancora, Sam"?
Insomma, sarà sempre lo stesso film, come ripetono da decenni alcuni "savi", ma che splendido film. Impossibile, inoltre, non rallegrarsi per la scelta del regista di dirigere se stesso: soprattutto nelle sue parentesi catatoniche, Allen è un prodigio scenico.

Voto:  8,5                              Stefano Selleri


Ben venga il solito Woody Allen!

Dopo le negative recensioni americane sbarca, puntualissimo per l'anteprima veneziana, l'ultimo Woody Allen ed è una piacevole sorpresa.
Ci sono tutti gli elementi tipici del suo cinema, soprattutto delle ultime produzioni: gli anni quaranta, la città di New York, la musica jazz, un cast tecnico rodato e, soprattutto, una sceneggiatura ad orologeria con battute esilaranti, situazioni brillanti e serrati dialoghi ricchi di humor. Come al solito i personaggi, anche quelli minori, sono perfettamente caratterizzati e lo scontro/incontro tra i due protagonisti (lo stesso Allen e Helen Hunt) riprende la verve delle commedie sentimentali con Spencer Tracy e Katharine Hepburn (cui la Hunt dichiara di essersi ispirata). Come già da qualche anno, a parte la parentesi seriosa di "Accordi e disaccordi", si ride e si sorride con leggerezza.
In molti, critici e spettatori, replicano scontenti al ripetersi di uno schema narrativo che sembra unicamente puntare al divertimento, ma ben vengano commedie così ben scritte e briose. Visti i tempi, un vero toccasana per lo spirito!

Voto:  7,5                              Luca Baroncini

 

Tosca
(Benoit JACQUOT)

REGIABenoit JACQUOT
PRODUZIONE:  Fra/Ita/Ger/GB   -   2001   -   Teatro
DURATA:  120'
INTERPRETI:
Angela Gheorghiu, Roberto Alagna, Ruggero Raimondi, David Cangelosi 
SCENEGGIATURA: Benoit Jacquot
FOTOGRAFIA: Romain Winding
SCENOGRAFIA: Sylvain Chauvelot, Osvaldo Desideri
MONTAGGIO: Luc Barnier
COSTUMI: Christian Gasc
MUSICHE: Giacomo Puccini


Roma, giugno 1800. Il pittore Cavaradossi e la sua amante, la cantante Floria Tosca, finiscono nel mirino del diabolico capo della Polizia pontificia, che accusa l’uno di essere complice della fuga di un prigioniero politico e intende possedere l’altra.

Come la Tosca in teatro, anzi, meglio!

Da quanto tempo non si vedeva un film – opera? Questo genere cinematografico e musicale coltivato, tra gli altri, da Losey e Bergman, ha conosciuto un lungo periodo di stasi, dovuto soprattutto ad una sconfortante carenza di materia prima, vale a dire cantanti in grado di recitare, o meglio, disposti ad essere attori, anche a prezzo di una perdita parziale del cosiddetto “bel suono”.
L’altro grande problema che si presenta ad un regista interessato ad un’operazione del genere è costituito dal rischio di scadere nel teatro filmato, nella registrazione di una performance vocale. Jacquot risolve questo problema alternando e fondendo tre livelli collocati in luoghi differenziati non solo dalle coordinate spazio – temporali, ma dall’oscillazione tra identificazione e straniamento: le immagini sgranate, girate in digitale, di veri interni ed esterni romani delineano le soggettive dei personaggi (efficace in particolare quella, da animale braccato, che accompagna la presentazione dell’evaso Angelotti), il materiale girato in studio d’incisione mostra il lavoro effettuato dai cantanti (che possono così permettersi un playback imperfetto ed “onesto”), le sequenze propriamente narrative, filmate in set enormi, dilatati, che sorgono per così dire dal buio, permettono di delineare il dramma lirico in modo allo stesso tempo epico ed antinaturalistico.
Purtroppo Jacquot si fa prendere la mano ed esagera con gli effetti, pochi e ripetitivi: carrelli e panoramiche a 360 gradi, ingenuità figurative (il quadro raffigurante Maria Maddalena è rozzo ed assolutamente inadatto ad essere esposto in chiesa, o in qualunque altro luogo), qualche battuta di parlato assolutamente inutile, un flashback “alla lettera” (nel quale i personaggi procedono all’indietro con involontario effetto comico), nessun tentativo di rimuovere le incrostazioni caricaturali (specie quelle dei personaggi secondari) che da troppo tempo impestano troppe realizzazioni di questo testo drammatico.
Ma il risultato finale è più che soddisfacente, soprattutto per merito degli interpreti, primo fra tutti Antonio Pappano, giovane direttore da noi ancora poco considerato, che conduce, se non in maniera innovativa, almeno efficace, l'orchestra del Covent Garden, perfetta negli interventi solistici, particolarmente nella sezione dei fiati. Fra i comprimari, ragguardevolmente malizioso lo Spoletta di David Cangelosi e limpido (nonostante la dizione faticosa) il pastore del giovane James Savage – Hanford.
Roberto Alagna e Angela Gheorghiu hanno dalla loro la bella presenza ed il timbro suggestivo (e il fatto che l'opera sia registrata in studio permette di ovviare alle ben note carenze di volume che affliggono la celebre coppia), e anche se non brillano per sfumature (Alagna, in particolare, canta sempre di petto, criniera in resta), riescono a delineare personaggi sufficientemente convincenti.
Ma è Ruggero Raimondi, come al solito, a dominare la scena, o meglio, lo schermo: vocalmente sublime (ci mancherebbe), il suo Scarpia è la creazione di un vero attore, capace di trovare ogni volta nuove chiavi di lettura, senza mai farsi tentare dalla routine. Nel celebre film “in diretta” di Patroni Griffi, il cantante bolognese faceva del capo della Polizia romana un libertino cinico e blasfemo miracolosamente capace di evitare la caricatura; questa volta, anche per merito della scelta di Jacquot di rendere "mute" (cioè solo pensate) alcune frasi, Raimondi rende il perverso barone più umano, più misurato, quasi innamorato – a modo suo, ovvio – della protagonista. Il tutto senza perdere un'oncia della rigorosa, immortale perfidia che è la vera chiave del personaggio. Un’interpretazione troppo emozionante e rigurgitante di vita per potere essere presa in considerazione da una giuria, di qualunque natura.

Voto:  7                                 Stefano Selleri

 

Training Day - Giorno di Addestramento
(Antoine FUQUA)

REGIAAntoine FUQUA
PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2001   -   Poliziesco
DURATA:  123'
INTERPRETI:
Denzel Washington, Ethan Hawke, Eva Mendes, Charlotte Ayanna, Tom Berenger, Snoop Doggy Dogg, Harris Yulin, Raymond J. Barry, Cliff Curtis SCENEGGIATURA: David Ayer
FOTOGRAFIA: Mauro Fiore
SCENOGRAFIA:
Naomi Shohan
MONTAGGIO: Conrad Buff
COSTUMI: Ron Heri Tan
MUSICHE: Mark Mancina


Los Angeles. Il primo giorno di un giovane poliziotto nella sezione narcotici a fianco di un agente esperto, si traforma presto in un incubo. Arrivare a sera non sara' facile.

Le sfumature della Giustizia

L'inizio del film del regista americano Antoine Fuqua non lascia ben sperare: il primo giorno della giovane recluta Jake Hoyt, che vuole entrare nella squadra antidroga, accanto al veterano Alonzo Harris, pluri-decorato e specializzato nell'incastrare pesci grossi, che lo deve giudicare.
Sembra il tipico e davvero inflazionato scontro tra personalità contrapposte: inesperienza, fragilità e idealismo contro successo professionale, durezza e arroganza necessari. Già si suppone che la coppia male assortita troverà un punto di intesa e alla fine, collaborando insieme con contorno di sparatorie e inseguimenti, si salveranno la vita a vicenda e diventeranno amiconi.
In realtà, e per fortuna, le cose andranno diversamente.
I caratteri e le psicologie dei personaggi, infatti, non sono a senso unico, ma ricchi di interessanti sfumature che fanno più volte cambiare il punto di vista dello spettatore nei loro confronti durante la narrazione. In questo senso il film, al di là del genere thriller a cui appartiene, pone molte problematiche attuali su cosa è giusto e cosa non lo è e il taglio applicato alla storia mette il pubblico nella stessa situazione del giovane protagonista che crede nella giustizia ma vuole anche fare bella figura con il suo superiore.
L'effettiva ambientazione nei quartieri malfamati di Los Angeles aiuta a dare credibilità al film che mantiene per tutta la sua durata, con qualche cedimento solo nel finale (forse frutto di un compromesso con i produttori, chissà!), una tensione molto elevata.
Non tutto è come sembra, quindi, neanche un film che parte come un road-movie fascistoide su una strana coppia di poliziotti e che si evolve come un conflitto tra bene e male, entrambi dai contorni sfumati.
Molto bravi ed in parte Denzel Washington e Ethan Hawke.

Voto:  7,5                                 Luca Baroncini

 

Tuesday - Martedì
(Geoffrey Alexander DUNBAR)

REGIAGeoffrey Alexander DUNBAR
PRODUZIONE:  GB   -   2001   -   Animazione
DURATA:  13'
VOCI:
Dustin Hoffman, Paul McCartney
SOGGETTO: dal libro di David Weisner
MONTAGGIO: Tony Fish
MUSICHE: Paul McCartney


Una notte di magia, un giorno d’incerte ipotesi, un’altra notte di magia in una piccola città, da qualche parte negli Stati Uniti…

Allegro con brio

Delizioso corto animato, che coniuga lo spirito di Beatrix Potter (cui il regista Dunbar ha dedicato tre piccoli lavori televisivi tra il 1992 ed il 1994) ad una sorniona satira dell’incapacità, da parte dell’uomo (quindi della Cultura), di dare un senso compiuto agli indizi della Natura, e più in generale a spiegare razionalmente quello che avviene nell’universo. Partecipazione straordinaria di Dustin Hoffman e Paul McCartney, che doppiano, con adeguato spessore… due rane.

Voto:  7                                 Stefano Selleri


Gentile favola sugli eventi straordinari che avvengono di martedì nel regno animale. Tecnicamente privo d'interesse. Dal lato glam invece grande evento essendo prodotto da Paul Mc Cartney presente in sala. Doppiato da Dustin Hoffman.
Insomma: carino.

Voto:  6                                
Luigi Garella

 

 

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