Roberto Rossellini: tra Ladispoli a Santa Marinella

Roberto Rossellini e Anna Magnani al ristorante Federici
Quanti a Ladispoli conobbero Roberto Rossellini giovane, lo ricordano come un bel giovanotto, estroverso, scapestrato, intelligente e perennemente squattrinato. Veniva a passare le vacanze estive nella villa dello zio paterno che non aveva figli, e che viveva qui con la sua bizzarra compagna, Donna Fortuna. E fu proprio qui che Rossellini conobbe la sua prima moglie, Marcella De Marchi, che sposò nella chiesetta di Palo.

Chi fù presente alla cerimonia ricorda che, mentre Don Giuseppe Casetta si accingeva a celebrare il sacro rito, a Roberto, inginocchiato davanti all'altare, si videro le suole delle scarpe bucate, cosa che sarebbe rimasta immortalata dalle fotografie se Donna Fortuna, accortasene, non fosse corsa subito ai ripari, facendo prestare un paio di scarpe con le suole sane da un amico invitato al matrimonio.

Fu sempre a Ladispoli,sul terrazzo di casa sua, che Rossellini realizzò il primo documentario, intitolato "Fantasia Sottomarina". Girò le scene in un acquario con i pesci che lui stesso andava a pescare con gli amici, o che Pietro il pescatore gli procurava. Pesci che poi terminate di girare le scene, finivano puntualmente in padella, come egli stesso raccontò al suo biografo Roncoroni. I suoi amici coetanei ladispolani avevano soprannominato il documentario "Il saraghetto", per la grande quantità di saraghi utilizzati per le scene, e poi cucinati da Donna Fortuna. Dopo questo documentario Rossellini cominciò a fare il cinema stile serio e dopo aver girato il film "La Nave Bianca", tornò a Ladispoli e regolarizzò tutte le 'pendenze'.

Ricordo che quando, nel 1942, doveva girare "L'uomo della croce", ambientò tutte le scene della steppa russa vicino al castellaccio dei Monteroni, dentro al quale girò anche alcuni interni. In quel film fece lavorare come comparse e come generici quasi tutti i ladispolani, dai ragazzini ai vecchi. Dati i tempi, fu un grosso contributo per noi tutti, che potemmo guadagnare qualcosa.

Dopo la guerra, quando divenne famoso con i suoi celebri film neorealisti, non dimenticò Ladispoli, anzi veniva spesso a ritrovare gli amici e si intratteneva con loro. Ricordo che, nel 1948/49, andava da Cesaretto il barbiere a farsi la barba, e, forse memore di quando da giovane non aveva pagato, gli lasciava sempre duemilalire di mancia, per la felicità di Cesaretto che se ne vantava con tutti.

Gaetano Federici s'intrattiene con Ingrid Bergman

Rossellini seguitò sempre a venire a Ladispoli: andava a mangiare da "Federici" con Anna Magnani e poi con Ingrid Bergman.

Anche quando comprò la villa a Santa Marinella, per le cose importanti veniva ogni giorno al nostro paese, che non si dimenticò di ricordare al suo biografo Stefano Roncoroni nel libro ititolato "Roberto Rossellini quasi un'autobiografia," del quale voglio riportare un piccolo stralcio. Parlando del periodo precedente la seconda guerra mondiale, Rossellini così descrive Ladispoli: "All'epoca abitavo a Ladispoli, un bellissimo paese sul mare, non lontano da Roma. la piazza del paese era un'immensa arena bruciata dal sole e battuta dai venti; una non-piazza in realtà, un semplice spazio per permettere al cielo di giocare con la terra.".

Il ristorante Federici

Milena Federici, in cucina. Di profilo a destra Ingrid Bergman

Quando a Ladispoli si parlava di ristorante per antonomasia, si diceva "Federici". Il locale era stato gestito per oltre 50 anni da Gaetano e Milena Federici, che avevano aperto l'omonima trattoria prima in Via Lazio e poi in Piazza della Vittoria.

Nel tempo il "Federici" divenne un ristorante la cui fama varcò anche i confini italiani. Tantissimi furono i personaggi che lo frequentavano, cominciando da Re Faruk d'Egitto, quando, ancor principe ereditario, frequentava la Scuola Piloti Avvistamento.

Poi molti principi romani, Odescalchi, Ruspoli, Torlonia, Colonna. Politici, come Badoglio, quando era ancora Ministro della Aereonautica. Sportivi, come Primo Camera, Erminio Spalla (prima come pugile, poi come attore), Silvio Piola, che quando giocava nella Lazio veniva a Ladispoli a caccia in palude e al passo delle quaglie e delle allodole.

Molta anche la gente di spettacolo che veniva a gustare i manicaretti della signora Milena Federici. Per citarne alcuni: Raf Vallone, Elena Varzi, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Alberto Sordi, Federico Fellini, Giulietta Masina. Roberto Rossellini, che a Ladispoli era di casa, frequentava il ristorante Federici con Anna Magnani prima, e con Ingrid Bergman poi. Potremmo continuare con una lista infinita di gente della borghesia romana e di tanti altri. Oggi ci limitiamo a registrare che la chiusura del ristorante Federici segnò anche la fine di una bella epoca, in cui il locale svolse un ruolo molto importante nella realtà e nello sviluppo di Ladispoli.

Donna fortuna

La chiamavano "la Rossellini", essendo stata la compagna di Rossellini, uno dei primi capostazione di Ladispoli. Ma per tutti era Donna Fortuna, quella stravagante signora che con i suoi atteggiamenti e modi di fare, scandalizzò la Ladispoli dei primi quarant'anni del secolo. Era una donna senza pregiudizi di sorta, anche nel parlare non usava mezzi termini: era, insomma una ribelle. Fu donna imprevedibile, che visse una vita densa di episodi destinati a divenire aneddoti. Mori "sulla breccia", così come aveva sempre vissuto. Erano passati da poco gli alleati e, ormai ottantenne, Donna Fortuna tornava con la sua bicicletta a ruota fissa dal molino di Cerveteri. Al termine della discesa che aveva percorso come sempre vertiginosamente, sulla curva della Chiesetta della Madonna dei Canneti, un paracarro le fu fatale. Con Donna fortuna scomparve anche un'epoca, la più affascinante per Ladispoli, perche fatta di storie semplici, di storie di caccia, di pesca, di burle, di cene e di feste delle quali Donna Fortuna fu un po' la protagonista. In una di queste cene, consumata dopo una fruttuosa battuta di caccia, ed alla quale erano stati invitati i Notabili del paese, ci fu un commensale che, dopo aver consumato il luculliano pranzo, volle declamare le sue rime, composte appunto per l'occasione. Dopo gli inevitabili applausi all'improvvisato poeta, anche Donna Fortuna volle dire la sua, e, rivolta a colui che l'aveva preceduta, declamò "dopo questa rima, sei più fesso di prima!" Donna Fortuna destava scalpore ed ilarità sia per i suoi abbigliamenti e cappelli li dalle fogge più stravaganti, sia per le sue imprevedibili trovate. Anche in età avanzata era capace, in pieno inverno e con un freddo cane, di scendere in costume sulla spiaggia e fare il bagno, e magari sotto la canicola d'agosto, a farsi trovare completamente vestita da uomo, con tanto di stivali e paglietta, in mezzo alla palude a pesca di rane, di cui era ghiottissima. La passione per la pesca e per la caccia la occupava più della vita mondana. Era infatti più facile incontrarla lungo i fossi, con "mazzangola e coppo", oppure fucile a tracolla in mezzo alla campagna, quando al di là della traballante passerella di legno sul fosso Vaccino non c'era ancora, che squallida maremma e laggiù Torre Flavia era ancora intatta e circondata dalla terra ferma. Soltanto un muro di sassi coperto di sterpi divideva fino a Campo di Mare le proprietà dei Ruspoli e degli Odescalchi. Ai due versanti del muro qualche pastore e buttero, per i quali Donna Fortuna era croce e delizia, poi animali allo stato brado e tanta selvaggina. Ma il tempo inesorabile: il cemento ha raggiunto la palude, le rane non gracidano più, non vi e più il conte Gallori con i suoi cavalli, la selvaggina e ormai scomparsa, la pittoresca Donna Fortuna è soltanto un ricordo lontano. Solo alcuni uomini, ultimi romantici della stirpe della gente di palude, contrastano il mare ed il cemento che avanzavano sempre più minacciosi. Sono i figli di Primo il mantovano che difendono i loro avannotti. Torre Flavia, mozza e spaccata, e là in mezzo al mare che attende la sua fine, come la sua palude.

Le notizie, cortesemente forniteci dalla Professoressa Ileana Giacomelli, sono tratte da:

LADISPOLI, DALLA NASCITA AL SECONDO DOPOGUERRA,

di Corrado Melone