IL NOME E LA STORIA

Di origine incerta, la prima attestazione nella forma "Campomarano" risale ad un documento del 999 d.C., quando l'imperatore Ottone III di Sassonia, nipote del famoso Ottone I il grande, conferma la donazione della "Ecclesia S.Angeli in Altissimis super flumium Bifernum in finibus Campimarani" fatta nell'870 d.C. dal principe longobardo Arechi II in favore della Badia di S.Sofia a Benevento. Resti della chiesetta sono ancora visibili su Monte S.Angelo, a 900 m. di quota, nei pressi del tratturo Celano-Foggia.

Campomarano, costituitosi nell'attuale posizione presumibilmente nel corso del X secolo come fusione dei diversi villaggi sparsi nella valle, per "incastellamento", inglobò gran parte della popolazione circostante e trasse tanto beneficio da questa fortunata espansione accompagnata da una notevole floridezza economica cui non furono estranei i numerosi conventi della zona da indurre i suoi abitanti a fregiarsi del titolo di "civitas" che, aggiunto al nome antico, avrebbe dato luogo all'attuale "Civitacampomarano" in forma sia congiunta che disgiunta.

Alcuni studiosi, tra cui Giuseppe Maria Galanti, ritengono che il nome derivi nientemeno che da un'antica cittadella sannitica preesistente: la mitica "Maronea", distrutta dai Romani nel corso delle guerre sannitiche (IV-I sec. a.C.) raccontate da Tito Livio, o a seguito dell'aiuto fornito ad Annibale dopo Canne (216 a.C.) o ancora nel corso della guerra civile dell'83 a.C., allorchè i Sanniti si schierarono a fianco di Mario (Campusmarianus) e subirono la feroce repressione del vincitore Silla.

In realtà nelle contrade civitesi dove, secondo i racconti tramandati, sorgevano i villaggi sparsi, emergono stupefacenti antichissime testimonianze di cocci, tegoli e vasellame alcuni databili ai primi secoli d.C. (vetri, lanterne, etc.), all'epoca sannita (400-300 a.C.), altri addirittura all'epoca preistorica (selci lavorate, ossa, etc.). La stessa toponomastica rivela le connessioni storiche: Rocca Sassone a nord, Castra Jonata a nord-est, Fonte dei frati e Vicenne ad est, Abbazia e Fonte Romita a sud, Casale e Sanguinete a nord (a tal proposito, si pensi come la denominazione "Sanguinete" si ritrovi nei dintorni del lago Trasimeno, sede dei cruenti scontri fra Romani e Cartaginesi).

Il territorio dei Sanniti era inoltre solcato da vari percorsi tratturali, oggi in fase di recupero, che seguivano un andamento tendenzialmente parallelo alla costa e che coincisero poi con le calles di età romana; fra essi il famoso "Celano-Foggia" che, costeggiando il colle Marasca in territorio di Civita, collega l'Abruzzo Pentro alla Puglia.

Alla romanizzazione seguì un lungo ed oscuro periodo medievale in cui Civita fu accomunata alla storia del Contado di Molise fatto di dominio longobardo, normanno, angioino, aragonese e borbonico, sino alla fine del feudalesimo allorchè l'Università di Campomarano si affrancò dall'ultimo signore, tale Pasquale Mirelli, dovette intentare diverse cause (1787) ed appelli presso la Corte Napoletana, con l'ausilio di illustri difensori come Carlo Chiarizia e lo stesso Vincenzo Cuoco, nato a Civita nel 1770.

I secoli XVIII e XIX rappresentano certamente il punto più alto e il momento più glorioso della storia del paese che vide la sua popolazione superare le 3000 unità, e la cittadinanza dotarsi di servizi ed uffici unici nel circondiario: ospedale, tribunale, scuole superiori, due parrocchie, diverse confraternite, un monte frumentario, l'Ufficio del Registro, l'Ufficio di leva ecc.

Il vescovo di Guardialfiera, Mons. Onofrio Del Tufo, nella sua relazione "Ad limina" del 1766 descrive Civita come "costruita dai superstiti dei sei paesi finitimi sulla vetta di un colle, gode di un'atmosfera benevola e gioconda…". Si spiega pertanto la eccezionale vivacità culturale che la contraddistingue proprio in quella fase storica segnata dai fermenti rivoluzionari che mutarono la fisionomia dell'intero continente europeo: l'Illuminismo, la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione Napoletana del 1799.

Notevole fu a Civita la sensibilità alla corrente filosofica vichiana, diffusa da un nutrito nucleo di intellettuali di estrazione genovesiana, fra i quali il sacerdote Attasiano Tozzi e il gesuita Francesco Maria Pepe, Raffaele Pepe e Nicola D'Ascanio. Quest'ultimo opererà a Civita nella prima metà dell'800, aprendo una scuola alla quale insegnerà, fra il 1837 e il 1838, anche Gabriele Pepe. Tali personaggi, rappresentano la punta più avanzata e progressista della borghesia molisana, hanno contribuito notevolmente non solo al dibattito storico-culturale dell'epoca, ma soprattutto a creare quel preclaro filone storico- filosofico del riformismo meridionale: preludio all'unità nazionale.

 

 

inizio pagina i luoghi-i monumenti-la natura i personaggi illustri le attività-i sapori-le feste tradizionali informazioni utili chiesa S.Giorgio