L’organizzazione transnazionale dei processi di produzione: elementi di analisi, e ipotesi di indirizzo politico generale

G. Giallocosta*

 

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Esternalizzazione, decentramento e delocalizzazione produttiva (peraltro sostanziati da revanches  neotayloriste di organizzazione del lavoro), in quanto strategie permissive di notevoli economie di costo nella produzione delle merci (e perciò traducibili in fattori formidabili di competitività), rappresentano l’assunto essenziale che motiva e contraddistingue i fenomeni epocali della cosiddetta mondializzazione economica.

Oltre che fase peculiare agli attuali assetti di capitalismo maturo, quest’ultima può configurarsi, al tempo stesso, come suo modello atomizzato.

L’approdo transnazionale dei modi di produzione rappresenta infatti la fisiologica evoluzione di fasi immediatamente precedenti, in cui si è completata la formazione di economie e contesti socioterritoriali ricchi, con successive sedimentazioni di accumulazioni primitive (allocazione dei mezzi di produzione, conseguimento in loco di plusvalore, sviluppo industriale): economie e contesti ricchi che si sono così trasformati in luoghi di comando della catena imperialista, con funzioni di direzione, controllo e assoggettamento delle economie deboli, mediante la loro riduzione a mero fattore di produzione a basso costo (e ad assetto subordinato). Anziché accondiscendere a  migrazioni di mano d’opera, fenomenologia peculiare alle fasi propedeutiche al consolidamento delle aree di comando, la si rincorre piuttosto nei luoghi di origine, evitando così esubero di oneri, propri di realtà avanzate (maggiori garanzie di tutela sociale, minimi salariali, costi di insediamento delle forze produttive, ecc.), che anzi si tende a minimizzare quanto più questa è concentrata in contesti economici deboli (e ancor più, se concomitanti con situazioni di forte pressione politica).

Lo sviluppo ineguale, anzi la negazione a forme autonome di sviluppo per il Sud del mondo (che così acuisce lo storico divario dalle economie ricche), appare dunque con valenza inequivocabilmente strategica per la sussistenza del modo di produzione capitalista nella sua fase suprema.

Ne deriva una prima considerazione fondamentale, che rileva l’intreccio inscindibile fra le attuali forme della penetrazione imperialista, il consolidamento dei ruoli di dipendenza delle aree in cui questa si estende, e il controllo dei flussi di immigrazione povera.

Il contenimento (o il rifiuto tout court) di questi ultimi, l’oggettivo calo di tensione solidale negli stessi strati popolari dei paesi ospitanti, le forme più o meno esplicite di recrudescenza xenofoba, rappresentano il corollario indispensabile alle strategie di delocalizzazione produttiva messe in campo dalle forze del comando imperialista: strategie che infatti mirano al mantenimento in loco della forza-lavoro, in quanto garanzia necessaria a reiterarne  disponibilità a forme estreme e diffuse di precarietà. Costituiscono anche il tentativo di quelle forze, spesso riuscito, di omologare a propri fini i comportamenti, le pulsioni e le rivendicazioni di tranches operaie e popolari dei paesi ricchi, acuendone competitività e rivalsa nei confronti di un tale esercito di disperati (che potrebbe minarne, si lascia intendere, privilegi sociali, salariali e occupazionali acquisiti), ed estendendone il ricatto nei termini di:

 - un uso, da parte delle prime, della persistente minaccia di de-investimento produttivo dalle aree ricche (e di ri-localizzazione nelle aree povere), in funzione di ammortizzatore delle tensioni sociali potenzialmente in atto nelle segmentazioni dei garantiti (o aspiranti tali),

 - un’induzione alla condivisione, per le seconde, dei modi storicamente determinati di accumulazione capitalista, come unica condizione possibile per salvaguardare e sviluppare il proprio status di cittadini del primo mondo.

Una seconda considerazione, inerente la natura della fase di mondializzazione, ne rileva l’assunzione referenziale di modi di penetrazione strategicamente ostativi, per le economie dei paesi in cui questa si dispiega, a forme anche minimali di sviluppo autonomo, e perciò oggettivamente peggiorativi rispetto agli stessi lasciti dei processi tradizionali di colonialismo compiuto.

Questi ultimi infatti si sono sviluppati in fasi e condizioni pionieristiche di allocazione di risorse, e hanno dovuto farsi carico, pertanto, almeno degli oneri di infrastrutturazione necessaria all’avvio delle attività produttive; hanno dovuto costituire, inoltre, discreti segmenti di mercato locale, seppure spesso funzionali alla creazione di riserve di autofinanziamento per l’accumulazione. Le forme attuali della delocalizzazione produttiva palesano invece proprie e differenti specificità nelle aree deboli; l’allocazione di risorse mira in larga misura alla messa a punto di beni (spesso semilavorati) per cicli di produzione da completare altrove, destinati prevalentemente ai mercati internazionali (non di raro, a quei mercati da cui si dispiega lo specifico comando), rispetto ai quali possono vantare notevoli livelli di competitività, grazie soprattutto al basso costo di forza-lavoro incorporata: né la riproducibilità di quest’ultima può ottimizzarsi, appunto, se non a condizioni ostative a ogni forma di sviluppo autonomo che reiteri, per il Sud del mondo, ruoli di dipendenza produttiva del comando imperialista.

Tali caratteri, intrinseci alla fase tardomoderna di globalizzazione dell’economia, ne rilevano pertanto la sua assunzione a modello, in quanto forma scientificamente determinata degli attuali processi di accumulazione e comando. Più precisamente: lo sviluppo ineguale, pure immanente in precedenti fasi storiche, se poteva allora interpretarsi come il portato di esperienze complete (politico-economiche e statuali) di colonialismo, o come esito di ritardi nei processi di accumulazione capitalista di determinate aree (ritardi quantunque relazionati a effetti di più antiche politiche di oppressione e rapina), palesa oggi la sua imprescindibile funzionalità alle strategie (e alla fase) di globalizzazione, anzi ne costituisce il carattere strutturante di sussistenza e protagonismo. Pervade dunque la scena planetaria dei modi di produzione e delle regole di scambio, scindendo fondamentalmente i luoghi del comando (pur con proprie contraddizioni interimperialiste) da quelli della delocalizzazione e della disarticolazione produttiva (Nord e Sud del mondo), ma si atomizza anche in quelle realtà che pure, in analisi macro, possono omologarsi al novero dei paesi ricchi o di quelli poveri, determinandone e acuendone analoghi dualismi (sviluppo e arretratezza) a scale via via più basse (nazionali, regionali, subregionali), fino a saldarsi, con nuovi e indilazionabili interessi economici, a tradizionali campanilismi e a rinnovati revanscismi etnici e razziali.

Si affievolisce inoltre la tradizionale funzione mediatrice dello Stato borghese, in quanto rappresentante degli interessi di classi economicamente forti. Queste ultime, infatti, detentrici del comando (o di quei livelli di comando, comunque adeguati alle proprie sfere economico-territoriali di influenza) e dunque fautrici di esternalizzazioni produttive (in linea con i parametri tardoindustriali di accumulazione capitalista), tendono piuttosto ad autorappresentarsi, palesando un uso diretto di istituti e strutture statuali (e a scapito di sussistenze apprezzabili di welfare). E’ quanto può evincersi, per esempio:

- dalle aspirazioni del tessuto imprenditoriale del Nord-Est italiano a farsi Stato o, più prudentemente, a dettarne le regole (impunità a reiterate prassi di evasione fiscale, soprattutto),

- dall’esautoramento (o dalla relativa marginalizzazione) del personale politico della cosiddetta prima repubblica in Italia, ormai inidoneo alle nuove strategie di forme dinamiche di impresa,

- dall’ingresso diretto e prorompente di queste ultime sulla scena politica nazionale ,

- dalle finalità iperliberiste dell’integrazione europea, funzionali al rafforzamento dei fattori di competitività e comando sui mercati mondiali, ecc.

Decadono anche (o tendono ad annichilirsi) vecchi confini statuali e se ne ritagliano di nuovi, maggiormente confacenti al consolidamento dei luoghi di comando in ascesa e in competizione interimperialista (seppure con contrasti interni per l’assunzione di leadership), ma pure rappresentativi di contesti socioeconomici tendenzialmente omogenei dal punto di vista dell’accumulazione di ricchezze prodotte e dell’aspirazione all’esercizio più ampio di gestione dei mercati e di governo della delocalizzazione. Qui si risolve, per esempio, l’apparente contraddizione fra assetti economici e istituti sovranazionali in formazione (Europa), e pulsioni secessioniste o federaliste di territori e contesti nazionali ricchi, e qui emerge la colpevole sottovalutazione della fenomenologia, coerentemente razzista, del leghismo italiano: né può sottacersi addirittura una sua malcelata accondiscendenza anche da parte di molte forze e personalità di sinistra, spesso di tradizione antagonista, ormai in fase di deriva e mutazione genetica (forze e personalità che soprattutto in anni recenti palesavano con maggior chiarezza  una tale propensione). Analogamente, la decisa interconnessione fra economie nazionali e internazionali marginalizza la forma-stato come tradizionale scenario dei conflitti di classe che, nonostante i deficit di soggettività e di consapevolezze al riguardo, tendono ad assumere caratteri oggettivamente transnazionali.

Una terza considerazione riguarda un’apparente contraddizione, la cui enfasi (intesa come validazione in essa di elementi di presunta alterità) è rintracciabile in approdi classici del revisionismo moderno, e i cui assiomi vengono in qualche modo reiterati a sostegno di un novero di supposte ricette progressiste mirate soprattutto ad aree economicamente deboli.

Si tratta del tradizionale dualismo fra profitto e rendita, che riecheggia la classica dicotomia fra ruoli economici affini al rentier (letteralmente, colui che vive di rendita), indifferente ad attività di tipo produttivo o che comunque implichino assunzioni di rischi di impresa, e quelli dello stakeholder (o portatore di rischio, indicativo di soggettività pure di imprenditorialità), decisamente inclini invece a massimizzare il reddito nel breve periodo con investimenti eminentemente produttivi, accettandone, appunto, i relativi rischi: ruoli, questi ultimi, induttori pertanto di supposti fattori etici, in quanto connotativi di presunte funzioni propriamente sociali dell’impresa (pur sussistenti in contesti rappresentativi di logiche pure, e attuali, di accumulazione capitalista). Si fa così derivare la necessità di politiche di sviluppo da avviarsi con l’attivo sostegno di investimenti produttivi veicolati dal comando delle aree ricche: investimenti ancorché indifferenti a vocazioni e risorse locali potenzialmente induttive di reale decollo (e coerenti, dunque, con i dettami della delocalizzazione), ma capaci, si sottintende, di guidare le economie deboli verso la fuoriuscita dal proprio stato di crisi e arretratezza. Benché oggettivamente diversificate (e in prima approssimazione, addirittura contrapposte), più in generale, politiche di rendita finanziaria e strategie di profitto da plusvalore produttivo risultano in realtà fondamentalmente interconnesse, nel senso di una loro più intima complementarità nei modi di accumulazione capitalista: spesso infatti, gli investimenti in capitale finanziario (soprattutto se ingenti) si traducono, in fasi successive, in allocazione di risorse per attività di produzione particolarmente appetibili in termini di entità di plusvalore potenzialmente perseguibile, e inversamente queste ultime, o quanto meno tranches  significative, si reinseriscono nei circuiti della speculazione monetaria, per poi riavviare nuovamente i cicli dell’accumulazione. Né infine, stante l’illogicità di omologazioni fra soggetti economici e persone fisiche, ruoli distinti di rentier e stakeholder  sembrano esautorare la pesante commistione tra area produttiva e area finanziaria (ancorché mistificata, appunto, dalla sussistenza di un’apparente contraddizione): soprattutto nei processi reali della globalizzazione, la rendita finanziaria (e dunque il capitale che si autoalimenta con speculazioni monetarie) funge da retroterra, utile e necessario, per attività di delocalizzazione produttiva in aree deboli, disvelandone al contempo l’assenza di finalità antitetiche. Non sembrano dunque sussistere, nel novero di propensioni compatibili con i paradigmi dominanti della mondializzazione, concrete alternative, per le aree deboli, a nature intimamente ostative della penetrazione economica (comunque motivata e sostenuta dal capitale finanziario, e benché attuabile con il tramite di forme prevalenti di investimento produttivo) verso qualunque forma di sviluppo autonomo.

Ancorché in apparente alternativa con forme esplicite di penetrazione aggressiva e compradora, non a investimenti produttivi tout court può dunque accreditarsi una funzione di armonico sviluppo socioeconomico dei paesi poveri. Il perseguimento di obiettivi eminentemente sociali, mediante forme di investimento appropriate al contesto (uso razionale delle risorse, tipologie di produzione coerenti con potenzialità di sviluppo sostenibile, riequilibrio fra dinamiche di domanda interna e rapporti con mercati internazionali, ecc.), non può infatti prescindere da oculate strategie a questo finalizzate: strategie a cui si contrappongono, in quanto fattori oggettivamente ostativi, non semplicisticamente gli esuberi di capitale finanziario o le forme iperliberiste di penetrazione, bensì i ruoli di subalternità e dipendenza produttiva che il modello in atto di globalizzazione assegna a quei paesi o a quelle aree. In questo senso, un reale processo di autodeterminazione nelle realtà del Sud del mondo (e nelle aree deboli, più in generale) può invece avviarsi con una sorta di rinnovato non allineamento rispetto alle regole della mondializzazione capitalista (e perciò tautologicamente antagonista a esse), e con un progressivo affrancamento dai ruoli di subordinazione economica che queste regole dettano ed esigono.

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Soprattutto i processi in atto della globalizzazione economica, entro cui si dispiegano significative strategie di delocalizzazione produttiva verso le economie deboli, ad alta precarietà e a basso costo del lavoro, determinano la necessaria assunzione del concetto rigorosamente marxiano di proletariato, come ormai non più enucleabile dalla sua dimensione strutturalmente transnazionale. Le forze produttive di aree e paesi poveri, che più o meno direttamente operano alle dipendenze del comando imperialista, e a cui si estorcono livelli massimi di plusvalore (o comunque altamente redditizi), e perciò oggettivamente depositarie di potenzialità fiaccatrici del modello di accumulazione nell’era delle economie globali, oggettivamente assurgono al ruolo-guida di un’effettiva centralità di classe (pur scontandone gravose condizioni e relative consapevolezze) e impongono rimozioni dei frequenti riduzionismi a esercito industriale di riserva.

Enorme, evidentemente, è il novero di questioni e problematiche che emerge da una tale estensione di confini dei tradizionali assunti di proletariato nazionale (o di proletariato tradizionalmente circoscrivibile in assetti statuali definiti, o socioeconomici, territoriali, ecc.): un novero di questioni e problematiche che coinvolge le stesse basi teoriche (oltreché politiche) della rifondazione, che impone l’assunzione di una dimensione necessariamente internazionale come scenario di riferimento entro cui collocare strategie e obiettivi di fase, interessi da rappresentare, alleanze, ecc., ed entro cui delineare l’orizzonte strategico del progetto comunista. Impone altresì, coerentemente con l’atomizzazione fenomenologica del modello di globalizzazione, l’assunzione del dualismo Nord-Sud (e il suo dispiegamento in aree di comando e aree della dipendenza fino alle scale di maggior dettaglio in realtà economico-territoriali) come contraddizione principale dell’era tardomoderna (o, con significativa assonanza, del capitalismo nella sua fase suprema).

Parimenti le strategie di decentramento produttivo, strutturanti fase e modello di globalizzazione, sembrano validare decise assimilazioni di estesi segmenti di lavoro formalmente autonomo a rango di proletariato (e non semplicemente a suo alleato potenziale).

A tali riferimenti è pertanto necessario rapportare un’attenta definizione del blocco storico dell’alternativa nella situazione italiana, e a tali riferimenti è comunque necessario attenersi per l’individuazione di potenziali sviluppi e modificazioni nella sua composizione e nella convergenza di interessi con una prospettiva di reale progetto comunista.

In tale ottica deve ribadirsi come il proletariato italiano, soprattutto in realtà e segmentazioni da cui è massima l’estorsione di plusvalore, costituisca la forza egemone naturale di un fronte sociale alternativo per il nostro paese. Si devono dunque considerare errate quelle tesi che, partendo da analisi non strutturali circa le attuali configurazioni dell’organizzazione del lavoro, tendono a giudicare affievolito il ruolo di centralità del proletariato in funzione anticapitalista, ripiegando talvolta su visioni premarxiste e di sostanziale omologazione al modello dominante (tipica di tali asserzioni è l’idea della centralità del terzo settore).

“E tuttavia non è sufficiente la riaffermazione formale della centralità di classe. E’ necessario analizzare la sua configurazione attuale in Italia: indagando l’attuale composizione del proletariato come nuovo insieme del lavoro dipendente, pubblico e privato, ma anche delle molteplici figure del lavoro subordinato solo formalmente autonomo (terzisti, lavoratori a domicilio, produttori di semilavorati su commessa, ecc. - nda), e ridefinendo attorno ad esso l’articolazione del blocco storico alternativo” (dal documento Per un progetto comunista, 1999).

Quest’ultimo rappresenta un universo sociale in cui convergono figure e ruoli estremamente stratificati: dal lavoro impiegatizio dell’industria, a quello dei trasporti, del terziario, ecc., ai lavoratori immigrati (espulsi dai paesi di origine, a causa dei processi di crescente pauperizzazione e supersfruttamento di tali aree), alle nuove forme della precarizzazione e flessibilità, ecc. Si tratta di un universo sociale che appare caratterizzato da enormi contraddizioni, ma che possiede tuttavia interessi di fondo oggettivamente convergenti, anche in rapporto all’attuale indirizzo delle politiche liberiste. Elaborare in alternativa a queste ultime un programma di transizione - opportunamente calibrato sullo scenario internazionale della mondializzazione, e dunque rigorosamente coerente con gli interessi realmente antagonisti del proletariato transnazionale e dei paesi dipendenti - che individui e traduca in concrete iniziative di lotta le legittime aspettative di un tale universo sociale nella realtà italiana: è questo un compito prioritario di fase.

Un ulteriore “(...) tassello del blocco sociale alternativo è dato dalla massa dei disoccupati e (come già osservato - nda)  dalla crescita abnorme del lavoro precario e flessibile. Anche qui siamo in presenza di un fenomeno di nuova qualità e rilevanza (...): una massa sociale che cresce strutturalmente sia come effetto della stagnazione, (...) (ma soprattutto - nda) come risultante del decentramento internazionale della produzione che massifica un proletariato supersfruttato nei paesi dipendenti mentre moltiplica i disoccupati nelle metropoli (soprattutto nelle aree povere più direttamente afferenti a queste ultime - nda)” (cit.). Da qui, emerge l’importanza di iniziative che coniughino le lotte per il lavoro con obiettivi mirati a un modello economico alternativo alla globalizzazione capitalista, quale condizione strategica per la piena occupazione. In questo senso emerge anche la necessità di elaborazioni, iniziative e proposte mirate a uno sviluppo, ascrivibile a un tale obiettivo, per quei settori e quelle forme di indirizzo e gestione che valorizzino risorse e potenzialità a lungo (e deliberatamente) trascurate e disattese nella realtà italiana: agricoltura, industrie di trasformazione, turismo, ecc. Una particolare rilevanza assume pertanto, in un tale scenario concettuale (e come terreno unificante di mobilitazione e di lotta), la rivendicazione di un lavoro stabile e garantito per i disoccupati in settori strategici fondamentali per l’economia del paese (ancorché alternativi ai dettami di Maastricht), superando peraltro reiterate ambiguità, proprie di talune forze e formazioni del cosiddetto antagonismo: lavori socialmente utili, terzo settore, ecc.

E’ fuorviante anteporre la pur giusta richiesta della riduzione dell’orario di lavoro per gli occupati, alla rivendicazione, per tutti i disoccupati, del lavoro stabile e sicuro in settori strategici fondamentali. Né si può rivendicare  il cosiddetto lavoro minimo garantito (o il cosiddetto salario sociale), senza subordinarsi di fatto alle tendenze attuali di precarizzazione (o al modello economico attualmente dominante). Questa impostazione, tipica anche di talune forze della sinistra antagonista,  va rettificata a fondo.

Prioritario, in tal senso, è il compito urgente di delineare strategie, finalità e obiettivi di breve periodo congruenti con un modello economico alternativo all’Europa di Maastricht e alle regole della mondializzazione, disvelando per queste ultime il portato di sviluppo senza occupazione e validando per i primi il carattere di antagonismo necessario già per le crisi dell’oggi: così, il diritto alla vita si coniuga - già nell’immediato - con il diritto al lavoro per tutti i disoccupati, recidendo il primo da logiche fuorvianti di puro solidarismo e assistenzialismo (salario sociale, ecc.). E’ questo un compito che sostanzia una rivendicazione alternativa e realistica al portato della globalizzazione in cui si motivano e intensificano: lavoro precario, gabbie salariali, “(...) flessibilità come leva di ricatto verso i lavoratori occupati e come negazione dei diritti per i giovani disoccupati. E’ una rivendicazione (...) funzionale a organizzare e mobilitare i disoccupati, a sottrarli alle pressioni padronali, alla degradazione sociale e alla criminalità, a rafforzare la loro unità con i lavoratori (...) E’ infine una rivendicazione di indipendenza del movimento operaio dalle compatibilità del capitale perché entra nella duplice contraddizione di una crisi senza sviluppo e di uno sviluppo senza occupazione” (cit.).

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Né può sottacersi, seppure scontando una certa disomogeneità di contenuto con quanto fin qui esposto, un novero di iniziative e riferimenti (peraltro comuni ai diversi schieramenti del quadro politico italiano) che mira al perseguimento di obiettivi di riassetto della forma-Stato in senso federale.

Sintomatici di tale clima appaiono soprattutto gli sviluppi che in questo senso caratterizzano le strategie della nuova destra politica e socioeconomica (Lega Nord, strati forti del Nord-Est del paese, ecc.), ma anche di quella storica (AN) e di quella manageriale-tecnocratica (variamente rappresentata). Anche le stesse forze della sinistra moderata ne condividono assunti e prospettive: significativo di tale assonanza ed estensione di pensiero unico è l’impianto programmatico fondante degli ultimi governi e le iniziative recentemente avviate, sono i definitivi approdi culturali di esponenti DS, sono le derive di ex esponenti della sinistra storica, ecc.

Non giova evidentemente a una tale situazione il ritardo e la latitanza su questi aspetti da parte delle stesse forze del cosiddetto antagonismo, ma anche alcune preoccupanti ambiguità. Fra queste ultime, come può evincersi dalle posizioni assunte da talune forze:

- l’attuale assetto, palesemente distorto, di idea federale come sinonimo, di per se stessa, di progresso democratico (ben altro, e in chiara antitesi, è il concetto di autodeterminazione, in quanto processo di affrancamento da rigidi vincoli e condizionamenti socioeconomici, o anche l’impostazione di un federalismo democratico, tipico di importanti segmenti di storia e pensiero progressista);

- la persistenza di un’accezione che ravvisa un Sud del paese ideologicamente arretrato e propugnatore di uno Stato centralista e assistenziale, un Sud semmai da bonificare anche con il ricorso a misure (lavori socialmente utili, o altro) sussistenti comunque all’attuale modello dell’economia nazionale; ecc.

Necessita pertanto, da quanto brevemente esposto a tale riguardo, l’esplicitazione di un chiaro dissenso verso ipotesi, comunque formulate, di federalismo più o meno aggettivato (fiscale, solidale, ecc.).

Non se ne ravvede infatti alcuna automatica sinonimia con un’idea di sviluppo, né tanto meno, di uno sviluppo che coniughi progresso e democrazia in Italia. L’attuale idea federale inoltre, che sancisce una nuova organizzazione dello Stato semplicemente a partire dallo status quo, mal si adatta al modello storicamente determinato di assetto socioeconomico del nostro paese, in cui le aree povere (e il Sud in primo luogo) - tali per politiche deliberate di sviluppo ineguale (e coerentemente attuate nel corso dei decenni) - vantano enormi crediti nei confronti di quelle da cui attualmente si dispiega il comando: né alcuna forma di assetto federale - eventualmente perseguita secondo variegate possibilità (da livelli minimali a modalità estreme) - può naturalmente esimersi dal saldare un tale credito.

La scorciatoia dello status quo - come base di partenza per un assetto federalista dello Stato - manifesta dunque la sua essenza palesemente mistificatoria, in termini oggettivi, ancor prima che etici (egoismo, razzismo, ecc.)

Differente è invece una prospettiva che coniughi autonomia e decentramento con un saldo progressivo del debito contratto dalle aree forti nei confronti di quelle deboli. Essenziale per questo è un modello strutturalmente diverso di sviluppo economico e di progresso sociale: un modello che riabiliti potenzialità e risorse delle aree povere del paese, per troppo tempo disattese e compresse.

 



* Questo intervento riprende ampi stralci degli “Emendamenti al documento Per un progetto comunista” (IV Congresso Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista, Rimini 1999). Tali emendamenti sono stati messi a punto dall’Autore e approvati, insieme ad altri, dai sostenitori del documento citato durante il Congresso della Federazione Fiorentina del PRC (propedeutico all’assise nazionale del marzo 1999). L’intervento costituisce il background di riferimento di una relazione svolta dall’A. presso il Circolo Di Vittorio del PRC di Firenze, nel gennaio 2001.

Già dirigente di Progetto Comunista – Area programmatica del PRC, l’A. non rinnova la sua iscrizione a questo Partito. Evidenti, come può desumersi dalle tesi esposte, sono le divergenze politiche di fondo con il Partito della Rifondazione Comunista. Né soprattutto sembra sussistere – stante la breve esperienza dell’A. nell’ambito del Comitato Politico Nazionale del PRC. – alcuna possibilità di reale dibattito fra posizioni diverse, se non un’impostazione piuttosto primitiva di gestione dello steso: impostazione a cui sembrano ispirarsi le attuali strutture del Partito, così da renderle superflue anche ai fini di ogni proficuo confronto.