CORTE DEI CONTI

SEZIONI RIUNITE IN SEDE GIURISDIZIONALE

 

N. 2 - 11 aprile 2001: Pres. Castiglione Morelli - Est. Mastropasqua - Musumeci e altri.

 

Responsabilità - amministrativa - eredi - trasmissione in caso di illecito arricchimento - unicità dell’azione

Responsabilità - amministrativa - eredi- rinuncia all’eredità- eredità giacente - legittimazione passiva nel giudizio contabile

 

Nel caso di illecito arricchimento del dante causa e conseguente indebito arricchimento degli eredi, l’azione di responsabilità promossa dal pubblico ministero presso la Corte dei conti è unica ed è intesa ad accertare in primo luogo l’esistenza di un danno ascrivibile al comportamento illecito del suo autore, quantificando il danno secondo i criteri fissati dalla legge e in secondo luogo gli elementi che condizionano la trasmissione del debito così stabilito agli eredi, che vanno non solo affermati ma anche provati dall’attore

            Nel giudizio di responsabilità amministrativa, nel caso di illecito arricchimento del dante causa, la rinuncia all’eredità da parte degli eredi, consente la chiamata in giudizio dell’eredità giacente nella persona del suo curatore.

 

Diritto: Vanno in primo luogo estromesse dal presente giudizio le Sigg. C. B. e M. B., in quanto prive di legittimazione attiva e passiva per aver rinunciato all’eredità di G. B..

L’avv. Chiola, difensore costituito per l’avv. G. M. giusta delega a margine della memoria depositata nella Segreteria delle Sezioni riunite il 21 marzo 2001, ha chiesto rinvio per un più approfondito esame degli atti processuali.

Peraltro l’avv. Chiola, come è stato esposto nella parte in fatto, ha svolto nella memoria di costituzione ampie deduzioni nel merito del giudizio

Al fine della delibazione dell’istanza di rinvio il collegio ritiene di dover svolgere le seguenti considerazioni.

È innanzitutto da precisare che i motivi di impugnazione da far valere nel presente giudizio sono segnati dall’appello originario proposto dal Sig. P. M. con l’assistenza e difesa dell’avv. F. G. Scoca nonché, successivamente alla morte di P. M. ed all’atto di riassunzione del giudizio depositato il 4 ottobre 1996, nell’atto di costituzione di M. M., erede, insieme a G. M., anch’egli assistito e difeso dall’avv.

Infatti, successivamente alla morte di P. M., tutti gli atti di interruzione e di prosecuzione del giudizio sono stati notificati, in proprio o ai difensori, agli eredi M. M. e Giuseppe.

Risulta, pertanto, preclusa la possibilità di introdurre nuovi motivi di gravame anche sotto il solo profilo delle posizioni degli eredi.

In ogni caso il Sig. G. M., il quale nell’atto di costituzione spende il titolo di avvocato, ben doveva aver presente la conseguenza della propria posizione inerte protratta per oltre quattro anni.

L’avv. Scoca, nella difesa di M. M., ha a suo tempo introdotto, quale motivo di gravame specifico per gli eredi di P. M., l’eccezione di nullità dell’atto di riassunzione del Procuratore generale, in quanto l’azione di responsabilità avrebbe fondamento diverso nei confronti degli eredi rispetto a quella introdotta nei confronti del loro dante causa, in conseguenza dell’entrata in vigore della legge n. 639/1996.

Negli stessi termini viene ora riproposta l’eccezione dall’avv. Chiola nella difesa per G. M..

In proposito è, però, da rilevare che detta eccezione è stata respinta da queste Sezioni Riunite con la sentenza non definitiva n. 42/97 del 28 aprile 1997.

La natura di giudicato interno di detta statuizione, opponibile al Sig. G. M. chiamato nel processo ancorché contumace, preclude la riproponibilità dell’eccezione e comunque la delibazione da parte di questo giudice.

In questa situazione processuale, e stante la protratta inerzia di G. M., la richiesta di rinvio viene apprezzata dal collegio come meramente dilatoria e viene, pertanto, respinta.

Nel merito l’esame dei motivi di gravame e la posizione processuale e sostanziale degli eredi M. e B. deve seguire le regole fissate dall’art. 1, comma primo, della legge n. 20 del 1994, come modificato dalla legge n. 639 del 1996.

Secondo detta norma, “la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica è personale e limitata ai fatti ed alle omissioni commesse con dolo o con colpa grave. Il relativo debito si trasmette agli eredi secondo le leggi vigenti nei casi di illecito arricchimento del dante causa ed il conseguente indebito arricchimento degli eredi stessi”.

Dalla norma si evince che, nelle ipotesi di morte del convenuto o del convenibile nel giudizio di responsabilità amministrativa contabile l’esercizio dell’azione da parte del Procuratore regionale è subordinata non solo all’affermazione dell’esistenza di tutti gli elementi costitutivi della responsabilità dell’amministratore o dipendente pubblico ma anche all’affermazione dell’esistenza delle condizioni per la trasmissione del debito ai suoi eredi.

Questa affermazione è costitutiva della legittimazione passiva degli eredi nel giudizio e condiziona, quindi, la prosecuzione del giudizio, altrimenti inutile per mancanza di un soggetto passivo responsabile del debito, radicando cosi il rapporto processuale fra parte pubblica ed eredi del supposto responsabile.

Nel giudizio cosi radicato va innanzitutto accertata la responsabilità del dante causa in tutti i suoi elementi costitutivi ed in particolare di un danno patrimoniale ascrivibile al comportamento contrario ai doveri d’ufficio caratterizzato dal dolo o colpa grave del soggetto legato da rapporto di servizio con l’amministrazione pubblica.

In ipotesi di affermazione di responsabilità l’importo per cui è condanna costituisce il debito del de cuius, presupposto necessario per la sua trasmissibilità agli eredi.

Va ancora posto in evidenza che il debito nascente dalla responsabilità amministrativa contabile è determinato e quantificato solo in sede del relativo giudizio.

Le norme di cui ai commi 1 bis e 1 quater dell’art. 1 della legge n. 20/1994 nel testo introdotto con la legge 639/1996 individuano modalità di determinazione del danno da rapportare alle modalità del comportamento illecito secondo il giudizio del giudice della responsabilità, soggetto al quale compete in via esclusiva ripartire il danno tra più soggetti responsabili ed applicare il potere riduttivo.

Queste affermazioni danno ragione del fatto che non vi possono essere due diverse azioni di responsabilità l’una intestata al soggetto che ha causato il danno, l’altra ai suoi eredi.

L’azione di responsabilità è unica ed è intesa ad accertare l’esistenza di un danno ascrivibile al comportamento illecito del suo autore, quantificando il danno stesso secondo i criteri fissati dalla legge.

Solo a questo punto occorre accertare l’esistenza ed i limiti degli elementi che condizionano la trasmissione del debito cosi stabilito agli eredi. Detti elementi vanno non solo affermati ma anche provati dall’attore parte pubblica “secondo le leggi vigenti”.

Viene in primo luogo in rilievo l’illecito arricchimento del dante causa.

In proposito le leggi vigenti richiedono, perché sussista l’arricchimento, che il bene o l’utilità conseguita attraverso il comportamento illecito sia entrata nel patrimonio del soggetto.

Il debito, pertanto, non ricade sugli eredi per quella parte che abbia arricchito altri soggetti, senza essere anteriormente acquisita al patrimonio del loro dante causa. D’altro canto l’acquisizione del bene al patrimonio del dante causa è l’unico elemento per accertare l’illecito arricchimento, risultando del tutto irrilevante l’uso del bene fatto dal dante causa.

Invero secondo le leggi vigenti, e salvo i casi di patrimoni separati specificatamente previsti dall’ordinamento, ciascun soggetto ha un patrimonio indifferenziato del quale può disporre e con il quale fa fronte al complesso delle proprie obbligazioni.

L’attore, pertanto, deve provare ai fini di interesse del giudizio di responsabilità che il bene illecitamente conseguito sia entrato nel patrimonio del responsabile.

Nei detti limiti nonché nei limiti dell’attivo ereditario l’illecito arricchimento costituisce indebito arricchimento per gli eredi, dal momento che l’attivo ereditario è costituito dal complesso del patrimonio del de cuius, incrementato attraverso l’illecito arricchimento. Secondo le leggi vigenti gli eredi, salvo abbiano accettato l’eredità con il beneficio d’inventario, acquisiscono il patrimonio del de cuius e rispondono dei suoi debiti anche con il proprio patrimonio e, pertanto, l’attivo ereditario costituisce l’unico limite per accertare l’indebito arricchimento. L’attore deve pertanto provare la consistenza dell’attivo ereditario ai fini di determinare l’indebito arricchimento degli eredi.

Questi, in via di eccezione, possono poi opporre eventuali fatti limitativi o escludenti sia l’illecito arricchimento del loro dante causa, sia il loro indebito arricchimento.

Detto accertamento deve poi avvenire nel corso del giudizio di responsabilità, come risulta evidente della “sedes materiae” nella quale la norma è stata inserita (legge di riforma dell’ordinamento della Corte dei conti) e dalla logica del sistema. Infatti il giudice della responsabilità valutando complessivamente l’attività ed i comportamenti che hanno causato il danno erariale può più compiutamente accertare l’esistenza ed i limiti dell’arricchimento illecito del soggetto responsabile.

Va in proposito ricordato che secondo la giurisprudenza di gran lunga prevalente (cfr. per tutte SS.RR. n. 1199/A del 12 gennaio 1999), l’art. 1 comma 1, della 1. n. 20/94, nel prevedere, dopo la specificazione del principio della “personalità” della responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte, la trasmissibilità, (in via eccezionale), agli eredi del debito per responsabilità amministrativa solo nel caso di illecito arricchimento del dante causa e di conseguente indebito arricchimento degli eredi stessi, ha configurato, sostanzialmente, una fattispecie di presunzione di indebito arricchimento a carico degli eredi, nel caso di illecito arricchimento, con conseguente danno per l’ente pubblico, del loro dante causa.

Da una siffatta fattispecie deriva, sul piano processuale, l’onere del P.M. agente di provare il solo illecito arricchimento del dante causa, incombendo invece agli eredi, ex art. 2697 c.c. l’onere della prova contraria del loro “conseguente” indebito arricchimento, attenuando così l’effetto liberatorio dalla loro obbligazione restitutoria.

Detta interpretazione è conforme alla nuova configurazione che della responsabilità amministrativa hanno dato le leggi più recenti e del pedissequo regime dell’obbligazione restitutoria degli eredi.

Essa, inoltre, è in linea, ed, anzi, applicativa dei più generali principi in tema di locupletazione indebita (art. 2041 c.c.) e, quindi, sul piano processuale, dell’inversione dell’onere della prova (art. 2967 c.c.).

Nel presente caso va innanzitutto accertata la responsabilità di P. M. e G. B..

Va ricordato che dopo la sentenza non definitiva innanzi citata, forma oggetto del presente giudizio esclusivamente l’addebito relativo all’erogazione nel periodo che va dall’ottobre 1980 al maggio 1981 per un miliardo di lire, gravate sul fondo delle spese riservate L’addebito va poi suddiviso nell’importo di lire 310.000.000, relativo alla precostituzione di una falsa fonte, per il quale vi è stata in primo grado condanna solidale di M. e B. per l’intero (oltreché del S.) e l’ulteriore importo di lire 690.000.000, relativo alla gestione del fondo spese riservato, per cui vi è stata condanna del solo M. (oltreché del S.).

Come è stato detto, gli eredi S. sono stati estromessi dal giudizio con la sentenza non definitiva n. 42197/A del 28 aprile 1997 e, pertanto, l’accertamento delle responsabilità investe i soli signori M. e B..

Per quanto riguarda l’addebito relativo alia precostituzione di una falsa fonte informativa sulla strage di Bologna e sugli attentati sui treni la sentenza di primo grado ha operato un’esaustiva ricostruzione dei fatti.     In particolare (cfr. sentenze penali n. 19/86 del 14 marzo 1986 della Corte d’Assise d’appello di Roma e n. 18/90 del 4 aprile 1991 della Corte d’Assise d’appello di Bologna) in sede penale è stato accertato, con effetto di giudicato, sia il depistaggio nelle indagini sulla strage di Bologna, sia la simulazione delle fonti da parte del M. e del B., nonché la apprensione da parte loro del denaro impiegato nell’operazione, e cioè lire 310.000.000.

In sede penale è stato altresi accertato il fine di lucro dell’attività del M. e del B. condannati per peculato.

La sentenza penale irrevocabile di condanna ha nel giudizio di responsabilità amministrativo contabile, ai sensi dell’art. 651 c.p.p., efficacia di giudicato quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, alla sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso.

Costituisce, pertanto, giudicato anche nel presente giudizio l’accertamento del giudice penale secondo il quale M. e B., commettendo il reato di peculato, si sono dolosamente appropriati della somma di lire 310.000.000, mossi esclusivamente da finalità di lucro estranee ai loro doveri d’Ufficio.

Da queste affermazioni consegue la inammissibilità di qualsiasi motivo di gravame inteso a nuove acquisizioni ed a nuove valutazioni dei fatti confliggenti con l’accertamento penale avente effetto di giudicato in questa sede.

Si deve, pertanto, affermare che M. e B. hanno dolosamente violato i propri doveri d’Ufficio appropriandosi, per fini di lucro, della somma di lire 310.000.000 attraverso la precostituzione di una falsa pista informativa.

I giudici di primo grado, a detto titolo hanno condannato in solido al pagamento della somma di lire 310.000.000, rivalutata a valore dell’epoca della sentenza in lire 952.754.000, per l’intero M. e B. e fino alla concorrenza di lire 461.000.000 gli eredi S..

Come è stato detto la condanna degli eredi S. è venuta meno con la sentenza non definitiva innanzi ricordata.

Ai fini della determinazione del debito di M. e B. la loro condanna solidale per l’importo innanzi indicato va confermata in applicazione dell’art. 1, comma 1 quinquies, della L. n. 20/1994 e successive modificazioni.

Vanno ora accertati i limiti di trasferibilità di detto debito agli eredi.

Viene in rilievo in primo luogo l’illecito arricchimento di M. e B..

Come si è detto è stato accertato in sede penale, con effetto di giudicato, che M. e B. si sono appropriati per fini di lucro della predetta somma di lire 310.000.000 il concorso nel reato di peculato (escluso invece per il S.) e la posizione sostanzialmente paritaria dei due rei fa presumere che detta somma sia stata tra di loro suddivisa in parti eguali. Pertanto l’illecito arricchimento di M. e B. va stabilito nella somma di lire 155.000.000 per ciascun soggetto, rivalutata come da sentenza di primo grado in lire 476.377.000.

Va a questo punto stabilito in quale limite quantitativo dall’illecito arricchimento del dante causa sia conseguito l’indebito arricchimento degli eredi.

Per quanto riguardo l’eredità B. il Procuratore generale ha accertato che il valore attuale dell’eredità relitta di G. B. ammonta a lire 682.911.738, somma superiore all’illecito arricchimento. Pertanto l’indebito arricchimento degli eredi B. deve fissarsi nella suddetta cifra di lire 476.377.000, oltre agli interessi tali dalla data della sentenza di primo grado e sino al soddisfo.

Per quanto riguarda gli eredi M. il limite dell’indebito arricchimento va complessivamente stabilito con l’altra partita di danno.

Al M. infatti è stato ascritto in primo grado il danno causato all’erano dall’appropriazione dei fondi riservati del SISMI. Anche su questo episodio il giudice di primo grado ha effettuato una esauriente ricostruzione. In particolare mentre risulta che sia stata versata al M. la somma di lire 700.000.000, non è emersa (né è stato indicata dal M.) alcuna attività che abbia giustificato l’impiego della somma.

Inoltre in sede penale è stata pronunciata condanna definitiva per il reato di peculato per essersi il M. appropriato della somma di lire 700.000.000. Anche sul punto la condanna definitiva in sede penale fa stato nel presente giudizio e rende inammissibile qualsiasi motivo di gravame inteso ad inficiare gli accertamenti penali che hanno effetto di giudicato in questa sede. In primo grado a detto titolo il M. è stato condannato alla somma di lire 690.000.000 (cosi ridotta nei limiti della domanda la sua responsabilità), rivalutata in lire 2.050.400.000.

Detta somma costituisce il debito di P. M., ma anche dell’intera somma di lire 700.000.000: Peraltro dell’illecito arricchimento del M. è stata anche data idonea prova dalla parte pubblica attraverso l’istruttoria, le cui conclusioni sono racchiuse nella memoria depositata dal Procuratore Generale del 22 novembre 2000.

Da tale atto risulta anche il limite dell’indebito arricchimento degli eredi M. costituito da relitti dal M..

Alle prove offerte dalla parte pubblica gli eredi M. non hanno opposto nessuna valida eccezione.

In detti limiti va, pertanto, complessivamente pronunciata la condanna degli eredi per ambedue i capi di responsabilità stabilendo nella somma di lire 712.736.783 l’indebito arricchimento degli eredi M..

Detta somma costituisce il valore attuale dei beni relitti, peraltro .

La determinazione dell’indebito arricchimento a valore attuale dei beni immobili costituisce per gli eredi un vantaggio rispetto al calcolo riferito alla data della successione, maggiorata degli interessi legali (lire 525.000.000 a fronte di lire 426,5 milioni maggiorato del saggio legale di interesse annuo dal 22 maggio 1996 al 22 novembre 2000) e, pertanto, può essere accolta la domanda proposta in tale senso dal Procuratore Generale. Sulla suddetta somma di lire 712.736.783 sono dovuti gli interessi legali dai 22 novembre 2000, data di deposito dell’accertamento del valore attuale dei beni, e sino al soddisfo.

La suddetta somma va poi ripartita tra gli eredi secondo le rispettive quote ereditarie.

Le signore C. e M. B. hanno proposto ulteriore questione relativa alla gestione dei beni sequestrati a G. B..

Esse hanno in particolare chiesto la riduzione della condanna del B. per tener conto della somma loro dovuta dall’eredità giacente di G. B. ed afferente alle spese condominiali sostenute per l’immobile sito in M..

Le questioni relative al pagamento di spese condominiali attengono al rapporto tra eredità giacente di G. B. e soggetti che vantano crediti nei confronti di detta eredità giacente, di competenza del giudice civile.

La richiesta di vendita del suddetto immobile… è assorbita dalla pronuncia della presente sentenza, che converte il sequestro in pignoramento e prelude perciò alla vendita del bene.

 

Posizione degli eredi nel giudizio di responsabilità amministrativo-contabile ed affermazione della soggettività processuale dell’eredità giacente nel relativo giudizio.

di Paolo Luigi Rebecchi

 

La sentenza in epigrafe, adottata dalle Sezioni riunite nella competenza “residuale” concernente gli appelli avverso le sentenze emesse in primo grado dalle sezioni centrali prima della riforma attuata con la legge 19 del 1994, nel concludere un lungo percorso processuale relativo ad una vicenda peraltro complessa e riguardante l’utilizzo di fondi riservati del servizio segreto militare, ha avuto modo di affermare autorevolmente il principio per il quale nel caso di decesso del convenuto nel corso del giudizio, l’azione di responsabilità “prosegue” nei confronti degli eredi, nei cui confronti non è necessario iniziare un nuovo giudizio[1].

Come è noto la posizione degli eredi nell’ambito del giudizio contabile era stata in primo luogo ridefinita dalla legge 142/1990 con riguardo alle fattispecie relative agli enti locali. L’art. 58 di tale legge aveva infatti da un lato esteso in via generalizzata la giurisdizione contabile agli amministratori e dipendenti di tali enti e dall’altro, quasi a “temperamento” di tale nuova giurisdizione, all’ultimo comma aveva stabilito che “...La responsabilità nei confronti degli amministratori e dei dipendenti dei comuni e delle province è personale e non si estende agli eredi...”. Nell’immediatezza dell’entrata in vigore della norma erano sorte questioni di diritto intertemporale (mancando disposizioni transitorie) circa la sua applicabilità ai giudizi in corso, risolta in modo non uniforme dalla giurisprudenza della Corte. La Corte costituzionale (ord. n. 475 del 19 novembre 1991 in Foro amm. 1992, 5) ne aveva comunque affermato il carattere di norma sostanziale, applicabile in via generalizzata[2].

Era stato pertanto introdotto un trattamento notevolmente differenziato per tale categoria di soggetti, rispetto alla posizione degli eredi di dipendenti dello Stato o di altri enti pubblici, con connotazioni di incostituzionalità [3], poi superate dalla disciplina uniforme introdotta dalla legge 14 gennaio 1994 n. 20 come modificata dal d.l. 23 ottobre 1996 n. 546 convertito nella legge 29 dicembre 1996 n. 639 per effetto del quale “...il relativo debito si trasmette agli eredi secondo le leggi vigenti nei casi di illecito arricchimento del dante causa e di conseguente indebito arricchimento degli eredi stessi...”.

Ciò costituisce una delle peculiarità della responsabilità amministrativo contabile che, unitamente agli altri aspetti delineati dalla legge 14.1.1994 n. 20 come modificata dalla legge 20 dicembre 1996 n. 639 [4], la connotano quale responsabilità tipica e generale degli amministratori e dipendenti pubblici, conseguente alla produzione da parte degli stessi di danni all’erario [5]. Ne consegue che in presenza di un danno per l’erario derivante da attività amministrativa (con la perdurante eccezione delle fattispecie concernenti la responsabilità connessa all’attività “imprenditoriale” nell’ambito della p.a. ed in particolare degli enti pubblici economici[6], sulla quale peraltro dovrebbero ora incidere le disposizioni della legge n. 27 marzo n. 2001 n. 97[7]) , la responsabilità del pubblico amministratore o dipendente può essere affermata solo in presenza degli elementi costitutivi della stessa, caratterizzati da specifiche limitazioni rispetto alla responsabilità civile sicché in mancanza di essi non vi è una “diversa giurisdizione”[8] , ma non vi è alcuna responsabilità da perseguire. E’ stata in tal modo superata (già partire dalla legge 142/1990) la precedente situazione, riguardante proprio gli amministratori e dipendenti degli enti locali, per i quali sussistevano, distinte tipologie di responsabilità per danno erariale, fondate su diversi presupposti e con competenze giurisdizionali diversificate (responsabilità formale e contabile- colpa lieve- Corte dei conti, per gli amministratori; responsabilità civile- colpa grave- giurisdizione ordinaria, per i dipendenti), stabilendosi, come si è in precedenza accennato, per tutti espressamente (cfr. anche l’art. 93 del nuovo t.u. sugli enti locali-d.lgs. n.267/2000) la giurisdizione della Corte dei conti. Nell’attuale contesto normativo la responsabilità per danno all’erario (dello Stato o degli altri enti pubblici) ha una quindi una configurazione unitaria, risultante dalla “…combinazione di elementi restitutori e di deterrenza…” e che rispondono “…alla finalità di determinare quanto del rischio dell’attività debba restare a carico dell’apparato e quanto a carico del dipendente, alla ricerca di un punto di equilibrio tale da rendere, per i dipendenti e amministratori pubblici, la prospettiva della responsabilità ragione di stimolo e non di disincentivo…” (Corte costituzionale, sent. 11-20 novembre 1998 n. 371[9]).

In tal modo anche per ciò che riguarda la posizione degli eredi non può più parlarsi di deroga al sistema civilistico di integrale devoluzione dei rapporti attivi e passivi facenti capo al de cuius (C. conti, sez. riun., 1 .3.1996 n. 26/QM)[10] ma di una specifica scelta regolativa di questo tipo di responsabilità verso la pubblica amministrazione.

Il principio della “personalità” della responsabilità amministrativo contabile (art. 1 comma comma 1 legge 20/1994) è comunque temperato dalle regole relative alla trasmissione del “debito”, secondo “le leggi vigenti”, nel caso di “illecito arricchimento” del dante causa e di “conseguente indebito arricchimento” degli eredi[11].

La sentenza delle Sezioni riunite che si annota risulta interessante perché in primo luogo riafferma i principi interpretativi concernenti tali nozioni.

In particolare ricorda che “…nelle ipotesi di morte del convenuto o del convenibile nel giudizio di responsabilità amministrativa contabile, l’esercizio dell’azione da parte del procuratore regionale è subordinata non solo all’affermazione dell’esistenza di tutti gli elementi costitutivi della responsabilità dell’amministratore o dipendente pubblico, ma anche all’affermazione dell’esistenza delle condizioni per la trasmissione del debito ai suoi eredi. Questa affermazione è costitutiva della legittimazione passiva degli eredi nel giudizio e condiziona, quindi, la prosecuzione del giudizio, altrimenti inutile per mancanza di un soggetto passivo responsabile del debito[12], radicando così il rapporto processuale fra parte pubblica ed eredi del supposto responsabile…”. Ha poi cura di evidenziare che nel giudizio in tal modo instaurato è necessario l’accertamento della responsabilità del dante causa in tutti i suoi elementi costitutivi. Solo “…in ipotesi di affermazione di responsabilità l’importo per cui è condanna costituisce il debito del de cuius, presupposto necessario per la sua trasmissibilità agli eredi…”: Tale debito “…è determinato e quantificato solo in sede del relativo giudizio…”, in quanto “…le norme di cui ai commi 1 bis e 1 quater dell’art. 1 della legge n. 20/1994 nel testo introdotto con la legge 639/1996 individuano modalità di determinazione del danno da rapportare alle modalità di comportamento illecito secondo il giudizio del giudice della responsabilità, soggetto al quale compete invia esclusiva ripartire il danno tra più soggetti responsabili ed applicare il potere riduttivo…”. Da ciò deriva che “…non vi possono essere due diverse azioni di responsabilità, l’una intestata al soggetto che ha causato il danno, l’altra ai suoi eredi. L’azione di responsabilità è unica ed è intesa ad accertare l’esistenza di un danno ascrivibile al comportamento illecito del suo autore,quantificando il danno stesso secondo i criteri fissati dalla legge…”. In tal modo il giudice contabile di appello riafferma il proprio orientamento contrario (in tal senso sez. riun. 28 aprile 1997 n. 42/A cit.) alla tesi sostenuta in dottrina[13] secondo la quale alla condanna per gli eredi può “…giungersi solo dopo aver esperito una nuova e diversa azione giudiziaria, che, in quanto tale, va iniziata in primo grado: solo così, infatti, può essere rispettato il diritto degli eredi ad avere un doppio grado di giudizio…”. Si tratta invece di una sola azione “…la quale si riduce e continua nei confronti dell’erede, rimanendo sempre la medesima, nel senso che mentre resta personale e scompare la responsabilità del dante causa come iniziale addebitabilità del fatto dannoso e delle sue conseguenze e relativa soggezione del suo patrimonio, rimane sul campo il suo debito, che viene perseguito presso l’erede che abbia accettato quel patrimonio e ne continui la ““persona”“. Non si verifica, in particolare, un mutamento della causa pretendi, la quale è sempre la medesima, restando ancorata alla lesione erariale e passando in capo all’erede nei termini e nei limiti in cui può passare senza porsi in contrasto col principio del carattere personale della responsabilità: degradando, cioè da illecita a indebita….” (C. conti, sez. riun., 28 aprile 1997, n. 42/A).

Il giudizio di responsabilità in cui si verifichi il decesso del convenuto comporta, per l’attore pubblico ministero, specifici oneri probatori.

In primo luogo “…viene in rilievo l’illecito arricchimento del dante causa. In proposito le leggi vigenti richiedono, perché sussista l’arricchimento, che il bene o l’utilità conseguita sia entrata nel patrimonio del soggetto. Il debito pertanto, non ricade sugli eredi per quella parte che abbia arricchito altri soggetti, senza essere anteriormente acquisita al patrimonio[14] del loro dante causa. D’altro canto l’acquisizione al patrimonio del dante causa è l’unico elemento per accertare l’illecito arricchimento, risultando del tutto irrilevante l’uso del bene fatto dal dante causa. Invero secondo le leggi vigenti, e salvo i casi di patrimoni separati specificamente previsti dall’ordinamento, ciascun soggetto ha un patrimonio indifferenziato del quale può disporre e con il quale fa fronte al complesso delle proprie obbligazioni. L’attore, pertanto, deve provare, ai fini di interesse del giudizio di responsabilità, che il bene illecitamente conseguito sia entrato nel patrimonio del responsabile…”.

In tal modo, rispetto al normale onere probatorio esistente nel giudizio instaurato nei confronti di un soggetto convenuto in giudizio per danno connesso ad appropriazione di beni o somme di denaro (es. soggetto “peculatore”), che consiste nella dimostrazione della anzidetta “appropriazione”, nel giudizio nei confronti degli eredi del medesimo, si dovrà anche provare che i beni o le somme sottratti siano stati in qualche modo acquisiti al patrimonio del de cuius (e vengono pertanto in rilievo le attività di accertamento sulla consistenza patrimoniale, da svolgersi nella fase istruttoria, cui è correlata la necessaria attivazione di provvedimenti di natura cautelare[15]). Entro “…l’attivo ereditario, l’illecito arricchimento costituisce indebito arricchimento per gli eredi, dal momento che l’attivo ereditario è costituito dal complesso del patrimonio del de cuius, incrementato attraverso l’illecito arricchimento. Secondo le leggi vigenti, gli eredi, salvo che abbiano accettato l’eredità con beneficio di inventario, acquisiscono il patrimonio del de cuius e rispondono dei suoi debiti anche con il proprio patrimonio e, pertanto, l’attivo ereditario costituisce l’unico limite per accertare l’indebito arricchimento…”.

La giurisprudenza ha affermato che ha natura di presunzione iuris tantum il carattere indebito dell’arricchimento derivato dalla successione ereditaria, nei confronti del de cuius resosi responsabile di illecita locupletazione in pregiudizio dell’amministrazione (sez. riun. n. 42/1997 cit.; sez. riun. n. 74 dell’11 dicembre 1996; sez. II centrale n. 131 del 31 luglio 1997; sez. reg. Puglia n. 43 del 5 settembre 1997; sez. II centrale, n. 73 del 19 febbraio 1998 ne n. 83 dell’11 marzo 1998).

La sentenza conferma tale principio, ribadendo che la legge ha configurato una “…presunzione di indebito arricchimento a carico degli eredi, nel caso di illecito arricchimento, con conseguente danno pubblico, del loro dante causa. Da una siffatta fattispecie deriva, sul piano processuale, l’onere del PG agente di provare il solo illecito arricchimento del dante causa, incombendo invece agli eredi, ex art. 2697 c.c., l’onere della prova contraria del loro ““conseguente”“ indebito arricchimento, attenuando così l’effetto liberatorio della loro obbligazione restitutoria…” (in senso contrario sez. III centrale, n. 214 del 6 luglio 2000 per la quale “il carattere indebito dell’arricchimento degli eredi non può essere provato, neppure iuris tantum, ma deve essere provato dal PM contabile).

Detta presunzione sorregge quindi la domanda ma segue l’accertamento puntuale in ordine all’effettivo arricchimento che il dante causa ha conseguito per effetto della azione dannosa per l’erario[16].

La pronuncia si segnala tuttavia per un ulteriore profilo, in ordine al quale non constano precedenti, che attiene alla presenza nel giudizio dell’eredità giacente di uno dei convenuti originari.

Uno degli aspetti critici dell’attuale assetto della “responsabilità degli eredi”, è costituito dalla questione della accettazione o rinuncia all’eredità.

Viene infatti affermato che gli eredi, se non accettano l’eredità, non sono successori nel processo ex art. 110 c.p.c., né, a maggior ragione, viene loro trasmesso “mortis causa” il “debito” conseguente alla responsabilità del dante causa (sez. II centrale, n. 73 del 19 febbraio 1998 e n. 83 dell’11 marzo 1998; in tal senso anche sez. II centrale dell’11 maggio 2000 n. 175 secondo cui la trasmissione dell’obbligazione risarcitoria deve ritenersi esclusa per effetto soltanto della dichiarazione di rinuncia all’eredità, essendo peraltro irrilevante agli stessi effetti l’iscrizione di tale dichiarazione nel registro delle successioni).

In tal modo, allorquando gli eredi citati in riassunzione, in primo grado o in appello, dichiarino di aver rinunziato all’eredità, il giudizio viene ad estinguersi nei loro confronti, potendo essere riattivato solo nei confronti di ulteriori eredi.

Ciò comporta successive chiamate in giudizio fino a che, non residuando eredi, dovrebbe trovare applicazione l’art. 586 c.c. (“In mancanza di altri successibili, l’eredità è devoluta allo Stato. L’acquisto si opera di diritto senza bisogno di accettazione e non può farsi luogo a rinunzia. Lo Stato non risponde dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni acquistati”). Detta soluzione viene implicitamente presupposta nelle decisioni che, in presenza di plurime rinunce all’eredità, dichiarano l’estinzione del giudizio. Ne deriva tuttavia che nessuna concreta decisione viene in tal caso emessa, in ordine agli elementi necessari ad affermare la responsabilità amministrativa del dante causa, il suo illecito arricchimento e l’indebito arricchimento da ciò derivato all’eredità relitta. L’eredità, non accettata da nessuno, perviene pertanto “allo Stato”, senza che su di essa gravi alcuna pronuncia sul suo originario indebito arricchimento. Trattandosi di una “partita di giro” (patrimonio incrementato indebitamente da un danno erariale che rifluisce all’erario) potrebbe ritenersi non sussistano problemi.

Ma così non è. Infatti è sufficiente ricordare che l’atto di rinuncia all’eredità non esclude la sua eventuale ““revoca”“ (art. 525 c.c.) salvo che l’eredità non sia accettata da altri. In tal caso la revoca (e conseguente accettazione) può essere effettuata finché “…il diritto di eredità non né prescritto…”, ovvero nel termine di dieci anni (art. 480 c.c.).

La “revocabilità” della rinunzia può dar luogo ad una facile elusione dell’azione di responsabilità azionata nei confronti del dante causa, poiché una volta estromessi dal giudizio, gli eredi “già rinunzianti”, con l’atto di revoca, tornano in possesso dei beni ereditari mentre il giudizio si è estinto. Peraltro il periodo di dieci anni entro il quale la revoca può essere effettuata determina anche l’impossibilità di attivare, eventualmente ex novo, l’azione nei loro confronti, per il termine quinquennale di prescrizione.

Nella vicenda processuale oggetto della sentenza annotata, la rinunzia degli eredi di uno dei convenuti aveva determinato la situazione di “eredità giacente”, riguardante anche beni oggetto di sequestro conservativo. Erano sorte esigenze di conservazione ed amministrazione di tali beni. In tal modo era stata richiesta al giudice ordinario competente, da parte del pubblico ministero presso la Corte dei conti, in quanto soggetto interessato (art. 528 c.c.) la nomina di un curatore dell’eredità, che aveva assunto l’incarico ed i correlativi obblighi di inventario, custodia ed amministrazione.

Nei confronti dell’eredità giacente, nella persona del suo curatore, era stato quindi riassunto il giudizio, con richiesta di condanna per l’indebito arricchimento conseguente all’illecito arricchimento del dante causa. Le sezioni riunite ne hanno ritenuto sussistere la legittimazione processuale passiva, ed hanno pronunciato condanna per il relativo importo.

Tale soluzione, se nel caso di specie era stata determinata da concrete esigenze di amministrazione dei beni relitti, può invero essere ritenuta idonea ad affrontare in via generale il problema della “fuga dal giudizio” mediante “rinunzia all’eredità”.

 



[1] Il principio era stato anticipato, nello stesso giudizio, dalla sentenza non definitiva n. 42/A – sez. riun., 28 aprile 1997, in Foro amm., 1998, 570 e ss. (“…Il carattere indebito dell’arricchimento degli eredi in conseguenza dell’illecita locupletazione del dante causa ha carattere di presunzione iuris tantum suscettibile dunque di ulteriori approfondimenti e verifiche, dovendosi comunque ritenere che non vi è mutazione della causa pretendi quando il Procuratore contabile ritenga ciò essersi verificato e provveda dunque a citare in riassunzione gli eredi del convenuto, trattandosi di una sola azione sia pure ridotta a conoscere non già della responsabilità del de cuius ma dell’eventuale debito degli eredi…”).

[2] M.T. ARGANELLI, Responsabilità amministrativa e contabile. Limiti di trasmissibilità agli eredi, in Foro amm. 1992, pag. 6 - “ ...il giudice delle leggi ...sembra aver posto dei punti fermi, là dove ha affermato sia la natura sostanziale della norma in parola sia la sua irretroattività.E invero che trattisi di norma sostanziale deriva chiaramente dal fatto che essa attiene alla legittimazione passiva ad causam e non già ad processum, atteso che il dettato normativo esclude in toto in capo agli eredi la titolarità di situazioni giuridiche soggettive sostanziali passive, di situazione cioè di diritto sostanziale contrastante con quella affermata dall’attore...”.

[3] cfr. M.T. ARGANELLI, op. cit., 12.

[4] L. GIAMPAOLINO, Prime osservazioni sull’ultima riforma della giurisdizione della Corte dei conti:innovazioni in tema di responsabilità amministrativa , in Foro amm., 1997, 3328 e ss..

[5] P.MADDALENA, La nuova conformazione della responsabilità amministrativa alla luce della recente giurisprudenza della Corte costituzionale, in www.amcortecont.it.

[6] Cass. sez. un. civ. 1.12.2000, n. 1243, in Foro it., 2001, 877 e ss.

[7] C. conti, sez. reg. Marche, giud. Borrelli, ordinanza 4 luglio 2001 n. 28, in tema di affermata sussistenza della giurisdizione contabile, nel caso di fattispecie collegata a vicenda penale, nei confronti di dipendenti dell’Ente tabacchi italiano (ente pubblico economico), in www.giust.it 7/8-2001- cfr. anche L. VENTURINI, Giurisdizione della Corte dei conti nei confronti degli amministratori e dipendenti delle amministrazioni, enti pubblici ed enti a prevalente partecipazione economica, in Atti dell’incontro di studio sulla legge 97/2001 organizzato dal Consiglio di presidenza della Corte dei conti-Roma, 26-28 novembre 2001

[8] cfr. Cass, sent. n. 933/99 SU del 21 ottobre 1999, con riferimento a vicenda riguardante un amministratore comunale (nel caso di specie si trattava di danno “indiretto”), secondo cui “…Se si tiene conto che costituisce principio pacifico che la giurisdizione della Corte dei conti è esclusiva, nel senso che è l’unico organo giudiziario che può decidere nelle materie devolute alla sua cognizione, ne consegue che va esclusa la giurisdizione del giudice ordinario, adito secondo le regole normali applicabili al tema della responsabilità e della rivalsa…”.

[9] Per ulteriori precisazioni con riguardo all’elemento soggettivo C. cost. 24 ottobre 2001, n. 340 nonché C. PAGLIARIN, Colpa grave ed equità, Univ. Studi di Ferrara, 2001

[10] L.GIAMPAOLINO, op. cit., 3333

[11] secondo sez. reg. Abruzzo, n. 198 dell’11 settembre 2000, alla regola generale si farebbe eccezione nel caso di responsabilità contabile “in senso stretto”, avendo la stessa  natura “restitutoria” e non risarcitoria.

[12] Per una recente e completa ricostruzione dello stato attuale di giurisprudenza e dottrina, cfr.  O.GERACI, Il carattere personale della responsabilità amministrativa. Profili processuali, in Foro amm., 2001, 790 e ss. - “…gli eredi non rispondono più tuot court delle conseguenze di un comportamento personale del loro dante causa…” poiché “…il principio della personalità impedisce al giudice di andare al di là della persona del responsabile…”. Occorre a questo punto  “…distinguere a questo punto il concetto di debito da quello di responsabilità; il debito è il contenuto dell’obbligazione nascente dalla responsabilità; la responsabilità è la soggezione del soggetto cui la condotta è imputabile ai meccanismi sanzionatori previsti dall’ordinamento. Ciò che si trasmette , iure successionis, all’erede, non è la responsabilità , che è e rimane personale del dante causa, ma il relativo debito di restituzione, sempre che vi sia stata locupletazione. Fondamento dell’obbligazione dell’erede non è l’illecito arricchimento del dante causa ma il proprio indebito arricchimento, che comporta l’obbligo della restituzione. Anche la responsabilità dell’erede è personale, nel senso che è basata su di un fondamento suo proprio: l’indebito arricchimento, che va distinto da quello illecito del suo dante causa. La trasmissibilità dell’obbligazione di danno erariale dal suo autore agli eredi è subordinata al verificarsi di entrambe le circostanze dell’illecito arricchimento del dante causa e del conseguente indebito arricchimento dell’erede; è necessario cioè che dal fatto produttivo del danno erariale il dante causa abbia tratto vantaggio economico, il che non è automatico, e l’erede, a sua volta, abbia ricevuto, in via successoria, il frutto di tale locupletazione. Se nel testo normativo di cui all’art. 1 l. 20/1994 si legge un’endiadi riferita all’arricchimento, nel senso che è unico e che riceve due diverse qualificazioni – illecito e indebito – a seconda che il suo beneficiario sia il dante causa o l’erede, si può, una volta provato l’illecito arricchimento del dante causa, invocare la presunzione iuris tantum che a tale arricchimento consegua quello dell’erede, come conseguenza possibile secondo il criterio di normalità, salva ovviamente la prova contraria per l’erede volta a dimostrare o che manca, in tutto o in parte l’arricchimento o che esso non ha carattere antigiuridico, il tutto comunque con una non condivisibile inversione dell’onere della prova. Se viceversa si deduce dal testo la previsione di due arricchimenti autonomi – che tali sono – diacronicamente distinti, l’uno del dante causa, l’altro dell’erede, l’attore pubblico avrà l’onere di provare entrambe le circostanze; con l’accertamento dell’evento arricchimento del dante causa non sarà dato per accertato l’indebito arricchimento dell’erede, occorrerà ancora la prova “” dell’avvenuta trasmissione dal dante causa all’erede della pecunia pubblica o dell’equivalente. Ben può verificarsi che il dante causa locupletatore abbia utilizzato per sé i proventi dell’illecito e che nessuna parte di essi sia pervenuta all’erede. …Sul piano processuale il debito si trasmette “”secondo le leggi vigenti””, ossia secondo le regole della successione ereditaria e dalla continuazione delle persona del de cuius  da parte dell’erede anche sul piano processuale . L’azione di danno erariale contro l’erede non costituisce un’azione nuova e diversa rispetto a quella non più esperibile nei confronti dell’autore del danno: essa è manifestazione della perpetuazione soggettiva dell’obbligazione trasmessa iure successionis: Non vi è quindi, mutazione della causa pretendi, quando il procuratore contabile provvede a citare in riassunzione gli eredi del convenuto ritenendo sussistere l’illecito arricchimento dell’erede: l’azione è e rimane unica, essa tuttavia si riduce a conoscere non più della responsabilità del de cuius ma dell’eventuale debito dell’erede. L’azione rimane ancorata alla lesione erariale, viene meno con la morte del convenuto la sua personale soggezione alle conseguenze del fatto dannoso, rimane tuttavia sul campo il suo debito, che viene perseguito presso l’erede che abbia accettato quel patrimonio ed il frutto di quella locupletazione. Ne consegue che il danno erariale va individuato nella diminuzione patrimoniale subita dall’amministrazione, la cui misura costituisce anche il limite della pretesa attorea nei confronti dell’erede, anche se inferiore all’arricchimento effettivamente conseguito da quest’ultimo; se così non fosse sarebbe l’amministrazione a “”ricevere a sua volta un vantaggio patrimoniale ingiustificato””. Se il fondamento dell’obbligazione dell’erede va individuato nell’obbligo di restituzione di quanto ha indebitamente ricevuto in conseguenza dell’illecito arricchimento del dante causa, rapportato al depauperamento subito dall’amministrazione, non può trovare applicazione nel giudizio proseguito nei confronti dell’erede il potere riduttivo del giudice contabile, perché ove applicato, attribuirebbe un ingiustificato vantaggio all’erede, consistente nella differenza tra il richiesto e il trattenuto. Viceversa ben può pronunciarsi nei confronti dell’erede che ha accettato con beneficio di inventario la condanna per l’intero danno prodotto all’erario una volta provato il suo indebito arricchimento.E’ nella fase dell’esecuzione e non in quella dell’accertamento che rileva l’accettazione beneficiata,atteso che in tale ipotesi la sentenza di condanna non può essere eseguita nei confronti dell’erede ultra vires

[13] F.G. SCOCA (a cura di), La responsabilità amministrativa e il suo processo, Padova, 1997, 557. La tesi dottrinale ha trovato anche limitato  seguito in giurisprudenza-cfr. C. conti, sez. reg. Sicilia, n. 109 del 20 ottobre 2001.

[14] L’art. 6 della l. 27 marzo 2001 n. 97 ha attribuito al procuratore generale della Corte dei conti, specifiche attribuzioni in tema di accertamenti patrimoniali nei confronti di pubblici dipendenti. Cfr. R. DE DOMINICIS, Prime riflessioni sulla legge 27 marzo 2001 n. 97,  in  Atti del Consiglio dei procuratori regionali della Corte dei conti - Roma, 2001.

[15] In tema di sequestro conservativo cfr. Corte dei conti, sezioni riunite n. 6/99/QM  del 28 ottobre 1998.-cfr. F..P. ROMANELLI, Il procedimento cautelare contabile, in Riv. Corte dei conti, 1996, 6, p. 410.

[16] Nella vicenda giudiziaria che ha dato luogo alla pronuncia annotata, il pubblico ministero, dopo aver fornito la dimostrazione di un’ illecita appropriazione di somme  (fondi riservati SISMI , di cui vi era prova certa anche in base a sentenza penale passata in giudicato - art. 671 c.p.p.), il cui importo ha costituito “il limite” del possibile “arricchimento”, ha dovuto successivamente verificare e provare “…in quale limite quantitativo dall’illecito arricchimento del dante causa sia conseguito l’indebito arricchimento degli eredi…”.Precisa la sentenza che il procuratore generale ha accertato che il valore attuale delle eredità relitte che, per uno dei soggetti originariamente convenuti è risultato superiore al danno contestato. Per altro soggetto il valore dei beni individuati è risultato inferiore al danno, ma è nel limite dei valori dell’attivo ereditario che il giudice contabile  ha fissato l’indebito arricchimento degli eredi.