
POSTFAZIONE
di
Wasìm Dahmash
E’ con
il termine “percezione” che si esprime la comprensione della realtà attraverso
le capacità implicate dai sensi. I fatti narrati da Giabra Ibrahim Giabra
(Betlemme 1920 - Baghdad 1995) in questa autobiografia -definita tale dallo
stesso autore - si inseriscono in questo spazio concettuale, sottilmente
interiore e insieme delineato con la concretezza degli oggetti, immagini, dialoghi. Ed è con la percezione di un nome, “caravanserraglio”,
con il ricordo della parola che da memoria si fa scrittura, che la narrazione
si apre sull’immagine, molto simile a un pozzo, del primo luogo della sua
infanzia, lì dove si svolgevano i gesti della quotidianità. Voci e rumori
provenivano dal mondo, da quello esterno costituito da un intreccio di vicoli
addossati a quello spazio, “Chi ci
conosceva ci definiva ‘quelli del caravanserraglio’”, ma che si trovava
comunque in assonanaza con lui e con le informazioni familiari, “nome che i
miei davano al luogo dove abitavamo: “caravanserraglio””. Sono i rumori legati
alla più profonda affettività, alla
semplice naturale sopravvivenza - la madre intenta alla preparazione del cibo -
a riemergere netti dalla memoria: il fischio del fornello è come una melodia,
alto e basso, e la madre lo accompagna col suo canto. Indelibili come queste
prime armoniche associazioni sono gli odori, quello dell’incenso anzittutto,
predominante e ricorrente anche in seguito, che “quando soffiava una brezza
favorevole, generosamente scendeva fino a noi” e incancellabili sono le
proporzioni degli oggetti rispetto a se stesso, per cui la piccolezza del
proprio corpo si misura con l’ “enorme porta di ferro, come le porte dei
magazzini, che quasi non riuscivo a muovere tanto era pesante”. Nelle
caratteristiche di quel primo spazio, “la stanza non aveva finestre ma soltanto
una porta (...) il caravanserraglio era profondo, umido, buio, tranne quando
veniva penetrato da un raggio di sole, la mattina, quando la porta era aperta”,
si conciliano “la fluidità dell’esperienza e il formalismo delle parole” in
modo tale che i più ovvi possibili richiami alle leggende e alla mitologia
della tradizione biblica - Giuseppe è gettato nel buio di un pozzo, Daniele
nella fossa-pozzo dei leoni - appaiono pertinenti solo per l’inevitabile forte
inerzia dei loro significati. Ricche e vive sono invece le connotazioni del
pozzo attraverso cui Giabra delinea la società di Betlemme degli anni ‘20 e
quella di Gerusalemme nel decennio successivo. Dal pozzo, questo oggetto
iniziale, che compare fin dal titolo, dal suo profondo, sono estratti come da
un archetipo i molteplici significati di cui è investito, a contenuto e tema
centrale del racconto.
Ma se al pozzo, o ai pozzi della propria esperienza si sovrappone la ricchezza delle connotazioni culturali che in esso si addensano, a prendere corpo e ad acquistare forza attraverso una selezione sono i ricordi il cui senso è chiarito dallo stesso Giabra: “Dietro l’utilizzazione della memoria, c’è la volontà di ricostruire gli avvenimenti, i fatti della memoria, in modo che ogni dettaglio appaia con tutta la sua forza, e lasci un segno anche nella memoria del lettore. E’ su questo punto che fondo il mio modo di intendere la narrazione.”[i]
Sono
le esperienze a determinare nel bambino l’amore
per la lettura e la conoscenza, mentre perdura il gusto per il
gioco, che stimola curiosità e desiderio per mondi sconosciuti, come avviene
nelle proiezioni filmiche di don Magi, qui diventato abuna Dommagi.
Il
processo ovviamente non è lineare. Il primo quaderno su cui avrebbe dovuto
imparare a scrivere finisce in pezzi, e per spiegarne la sparizione ai
familiari impara a mentire e non avendo né quaderno né matita non va più a
scuola, fino a quando la madre e il fratello, con ruoli diversi, permettono al bambino, attraverso la
punizione, di trasformare in occasione
di crescita la sofferenza che la birichinata comporta.
Tracce delle esperienze raccontate in questo libro si ritrovano lungo tutta l’opera di Giabra, nella sua poesia, nei romanzi e nei racconti. Del resto è lui stesso a indicare come a queste memorie d’infanzia sia ricorso per costruire alcuni elementi narrativi inseriti nella sua opera letteraria. Così ritroviamo la descrizione del terremoto del 1927 nel romanzo, al-Bahth ‘an Walid Mas‘ud[ii],
o l’esperienza
nella fonderia di Bisciara a Gerusalemme quale tema centrale
di uno dei racconti della raccolta di racconti brevi, ‘Araq
wa qisas ukhra[iii].
Il bambino seduto di sera sulle scale di pietra della sua casa poteva vedere “una luce diffusa su un tratto dell'orizzonte oltre la montagna. Chiesi a mio fratello Yusef di quella strana luminosità e lui mi rispose senza esitare:- E' la luce di Gerusalemme! Dio vuole che brilli nell'oscurità che avvolge il mondo”. Gerusalemme è vista fin dall’infanzia come città di luce ed è assunta a simbolo di bellezza assoluta: “Non dimenticherò la vita di Gerusalemme attraverso la valle di Rababa, di giorno avvolta in nubi di viole, e di notte scintillante di perle.”[iv]
A Gerusalemme
la madre porta il bambino
per comprargli le prime scarpe: “Era il mio primo viaggio nella città favolosa:
Gerusalemme. Vidi per la prima volta la Porta di Giaffa, piena di uomini e
animali... Ci inoltrammo nell'intreccio degli stretti vicoli e a ogni svolta
tutto cambiava di forma, cambiavano gli odori, cambiavano le voci”. Ma la grande scoperta di Gerusalemme avviene
quando la famiglia si stabilisce nella città: “Da scoprire c'era la bella
città di Gerusalemme, quartiere dopo quartiere, pietra dopo pietra, sia le
pietre antiche sia quelle posate di recente, la città della storia e quella
del presente”.
Come
Gerusalemme è nello stesso tempo città reale e fantastica, così sulle fantasie dell’infanzia si fonda il
rapporto di Giabra con il mare e con l’acqua “Non avevo mai visto il mare,
tranne che nei film del convento. A Betlemme non c'era un fiume e nemmeno un
ruscello, eccetto la cosiddetta "fonte del canale". Le "cisterne
di Salomone", sentite solo nominare, erano lontane ed era vietato
entrarci. Non avevamo scelta, io e i miei amici; se volevamo il mare lo
dovevamo fare”. Ma il mare che conta, come la città che conta, ai confini tra
realtà e desiderio, è quello che si porta dentro, come scrive in uno dei suoi
romanzi: “Questo mare limpido, illuminato dalla luna non è reale. Questo colore
azzurro non è reale, come pure questo scivolare via e questa notte che si china
sul mondo come l’innamorato insonne. L’unica cosa vera è il ricordo.”[v]
In cima
a tutto è il ricordo della propria terra violata, degli affetti dispersi,
dell’imperdonabile sradicamento. Come lo stesso Giabra, i suoi personaggi
vivono, viaggiano, gioiscono, soffrono, con il pensiero fisso su Gerusalemme,
ricordo perenne della violenza subita e comunque meta irrinunciabile : “Gerusalemme
non è soltanto spazio, ma è anche tempo. Non la si può vedere nitidamente
considerandola solamente nel suo limitato ambito geografico, perché non è
mai stata soltanto una città spaziale fatta di pietra, terra, commercio e
politica. E’ stata sempre città di sogni, di desideri, dell’aspirazione dell’animo
umano a raggiungere Dio.[vi]”
Gerusalemme come luogo della mente quindi, anche quando i personaggi sono situati altrove, a Baghdad, ad esempio, dove Giabra si trasferisce nel 1948 e dove svolge tutta la propria attività culturale. Spesso in quella città i palestinesi protagonisti dei suoi romanzi passano un momento della loro vita, ma il punto di riferimento non è mai nettamente definito, tendono anzi a evocare la terra perduta quale unico centro della loro esitenza. Il palestinese di Giabra è “impossible”, secondo la definzione di F. Darrag[vii],
conosce
l’esilio ma non l’emarginazione, e nonostante le difficoltà
vive in altri paesi che restano comunque dei sostituti imperfetti della patria perduta. Eroici
per necessità i palestinesi della biografia dell’infanzia di Giabra, assumono
la povertà non in opposizione alla dignità, non come esaltazione e virtù,
ma solo come accidente che comunque
è secondario rispetto alla perseveranza e al valore del lavoro.
Giabra era arrivato a Baghdad in seguito ai tragici avvenimenti che si erano determinati in Palestina nel 1948: “Betlemme fu lo scenario della mia infanzia fino ai dodici anni, uno scenario che da allora ho sempre ricordato con affetto particolare e di cui ho scritto molto. Ma ritornarvi provenendo dalla Gerusalemme del 1948 non era esattamente un ritorno alle proprie radici. Io arrivavo da un massacro: un luogo di tregua con le caratteristiche dell’incubo. Era un’enorme confusione di gente che fuggiva dalle città e dai villaggi vicini, in un orribile sbalordimento. [...] Quando io arrivai a Baghdad, difficilmente potevo aspettarmi amore o fama: vi andai come un esule in un terreno ignoto, vergine. Abitavo negli alberghi più poveri, mangiavo nei ristoranti più poveri. Le prime settimane (il mio college non era ancora aperto) furono lunghe e tristi: come tutti gli esuli prima di me, oziavo, scrivevo lunghissime lettere agli altri e lunghissime poesie a me stesso. Lessi Frazer e Schopenhauer seduto su un traballante balcone di via Rascid, pensando a casa, alle vie di Gerusalemme.”[viii]
Ben presto
quella pensione in via Rascid sarebbe diventata un punto di ritrovo dei giovani
intellettuali di Baghdad.
Professore
al dipartimento di letterature straniere del college di Lettere e Scienze, primo nucleo della Università di
Baghdad, gode, come testimoniano molti suoi allievi, di grande popolarità
nell’ambiente degli studenti e degli intellettuali. Il caffè “al-Barziliyya”
(Brasiliano) che frequenta nella stessa strada dove vive, diventa luogo di
ritrovo di giovani poeti, scrittori, pittori e scultori, entusiasti delle idee di
Giabra e sostenitori della necessità di una “rivoluzione” dell’ arte nei paesi
arabi. Il clima generale era carico di
incertezze e di interrogativi, politici e culturali. Dopo la seconda guerra
mondiale si configurava il nuovo assetto: la divisione nei due blocchi
contrapposti e la delimitazione di una vastissima periferia, il cosidetto terzo
mondo, economicamente emarginato, dove lo scontro tra le posizioni ideologiche
era più acceso. L’oriente arabo assumeva una nuova importanza strategica per la
questione del petrolio perciò il controllo neocolonialistico si esercitava con
mezzi sempre più pressanti e diversi,
fra gli altri soprattutto attraverso lo strumento militare israeliano e
l’ideazione di regimi locali che salvaguardassero gli interessi delle multinazionali
del petrolio.
L’aspirazione a liberarsi dal giogo neocoloniale, dall’oppressione e dalla negazione dell’individuo che caratterizzano, in varie forme, la vita del vicino oriente in questo secolo, trova espressione in ambito letterario e artistico. Nell’Iraq degli anni ’40 e ’50 alcuni giovani poeti (al-Sayyab, al-Bayyati, al-Haydari) cercano forme nuove capaci di esprimere le più recenti istanze poetiche. Si crea un clima di scambio e dibattito che favorisce la nascita di un nuovo linguaggio artistico che si esprime soprattutto nella pittura e nella poesia. Pittore egli stesso, Giabra tende a leggere e a tradurre le opere artistiche possedendo un linguaggio che aveva contribuito a formare. Nel 1950, con Jawàd Salìm, aveva partecipato alla fondazione del “Gruppo di arte moderna di Bagdad” e nel 1951 alla prima mostra collettiva dove aveva esposto alcune sue tele che rivelano la discendenza dalle sperimentazioni che tendevano a geometrizzare la realtà. Il contributo di Giabra al dibattito culturale non consiste solo nella sua attività creativa vera e propria, narrativa e poetica, ma si estende con grande competenza sia verso interessi per lui episodici come il cinema, il teatro o l’architettura, sia verso la critica letteraria e delle arti figurative, gli studi e le traduzioni delle opere dei grandi della letteratura inglese (Shakespeare, G. Eliot, Bayron, Wilde, Beckett) e la traduzione di critici inglesi (James Frazer, Henry Frankfort, Germaine Bry, Eric Bently, Edmond Wilson, Jan Koot, Janett Dylon, John Dover Wilson) che grande influenza avranno sul dibattito letterario arabo. Per il suo lavoro di critico e studioso della letteratura Giabra è conosciuto e stimato come per quello di scrittore e poeta[ix].
Sono
frequenti nella sua opera accenni e opinioni sulla critica
e sulle teorie letterarie, così come è lo stile dei suoi saggi a denunciare
la pratica di scrittore. E’ stata la produzione teorica di Giabra a definire,
spiegare e difendere le nuove forme che la letteratura andava assumendo e
di cui si faceva interprete: il verso
libero nella poesia e il romanzo moderno.
Sono
quattro le raccolte poetiche di Giabra: Tammuz
fi l-madina (il dio Tammuz in città, Beirut 1959); al-Madar al-mughlaq (Il circolo chiuso, Beirut 1964); Law‘at al-shams (L’afflizione del sole,
Baghdad 1978); Qasa’id ba’duha lil-tayf
wa ba’duha lil-jasad (Poesie: alcune per lo spirito e alcune per il corpo,
Londra 1993).
La produzione
poetica di Giabra è, in versi liberi, fuori dallo schema classico, priva di
regolarità metrica e di rima. Il ritmo è dato da una straordinaria combinazione
lessico-sintattica che determina un linguaggio in cui le parole recuperano
tutta la forza del loro significato. Con la sua opera il verso libero si
afferma a pieno titolo come una delle forme della poesia araba contemporanea.
Alla elaborazione della cosidetta “nuova poetica” araba Giabra contribuisce non
solo con la sua opera creativa e con l’attività di critico della letteratura ma
anche con l’influenza che esercitò sugli
intellettuali a partire dagli anni ’50, anni durante i quali avvenne la grande
svolta della poetica araba.
Paragonato da Roger Allen[x]
a Joseph
Conrad per il romanzo in inglese, Hunters
on a Narrow Street, del 1960, Giabra aveva fatto un primo tentativo di
scrittura in inglese con un altro romanzo, Passage
in the Silent Night, scritto a Gerusalemme nel 1946 ma pubblicato in arabo
a Baghdad nel 1955 con il titolo, Surakh
fi layl tawil (Grido in una notte lunga).
L’opera
narrativa di Giabra, oltre ai già ricordati, ‘Araq wa qisas ukhra, del 1956, e, al-Safìna, (Beirut 1970), al-Bahth ‘an Walid Mas‘ud (Beirut 1978),
continua con ‘Alam bila Khara’it (Un
mondo senza carte geografiche, a quattro mani con il romanziere ‘Abd al-Rahman
Munif, Beirut 1982); al-Guraf al-ukhra
(Le altre camere, Beirut 1986), dello stesso anno anche questa autobiografia,
pubblicata con il titolo, al-Bi’r al’ula
(Il primo pozzo, Londra 1986), e infine,
Yawmiyyàt Saràb ‘Affàn (Le
memorie di Sarab ‘Affan, Beirut 1992).
[i] L’esperienza dello sradicamento. Incontro con Jabra Ibrahim Jabra, in
«Linea d’ombra» settembre 1991, p.48.
[ii] (La ricerca di Walid
Mas‘ud), Beirut 1978. Un capitolo di questo romanzo è tradotto in italiano da
W. Dahmash in, Blasone - Di Francesco (a cura di), La terra più amata. Voci della letteratura palestines, il
manifesto, Roma 1988.
[iii] (Sudore e altri racconti),
Beirut 1956, che a partire dalla quarta edizione assume il titolo ‘Araq wa bidayàt min harf al-yà’ (Sudore
e inizi dalla lettera zeta), Beirut 1981.
[iv] al-Rihla al-thamina (L’ottavo viaggio), Beirut 1967, p.118.
[v] La nave (traduzione italiana
di Monica Falsi di al-Safìna,
Beirut 1970), Jouvence, Roma 1994, p. 27.
[vi] al-Rihla al-thamina, cit., p. 115.
[vii] Riwayat Jabra Ibrahim Jabra. Filastini al-ahlam aw al-filastini
al-mustahil (Il romanzo di Giabra Ibrahim Giabra. Il palestinese dei sogni
ovvero il palestinese impossibile) in al-Qalaq
wa tamgid al-hayat (L’ansia e la glorificazione della vita, omaggio a
Giabra nel suo settantacinquesimo anno), Beirut 1995, pp.18-34.
[viii] Jabra Ibrahim Jabra, L’esule palestinese come scrittore,
(traduzione di Alberto Cristofori) in «Linea d’ombra» settembre 1991, pp.52-53.
[ix]
Oltre a numerosi saggi e articoli pubblicati sparsi, nell’arco della sua
attività di circa cinquant’anni, sulle riviste letterarie arabe, Giabra lascia
sette libri di critica letteraria: al-Hurriyya
wa l-Tawafan (La libertà e il diluvio), Beirut 1960; al-Rihla al-Thàmina, cit.; al-Nar
wa l-jawhar (Fuoco ed essenza) Beirut 1975; Yanàbì’ al-ru’yà (Le fonti dell’ispirazione) Beirut 1979; al-Fann wa l-hilm wa l-fi’l (Arte,
sogno e azione), Baghdad 1985; Ta’ammulàt
fi buniyàn marmari (Meditazioni su un edificio marmoreo) Londra 1985; Mu’àyashat al-nimra (In compagnia della
tigre), Beirut 1992; Aqni‘at al-haqìqa wa
aqni‘at al-khayàl (Maschere di realtà e di fantasia), Beirut 1922; al-Iktishàf wa l-dahsha (scoperta e
stupore), Beirut 1993.
Tra i suoi studi sull’arte
vano ricordati al-Fann fi l-’Iraq al-yawm
(L’arte in Iraq oggi) del 1961, al-fann
al-’iraqi al-mu’asir (L’arte irachena contemporanea) del 1972, Jawad Salim wa nasb al-hurriyya ( Jawad
Salim e il monumento alla libertà) del 1974, Judhur al-fann al-’iraqi (Radici dell’arte irachena) del 1986.
[x] Jabra Ibrahim Jabra. Fann al-riwaya wa fann al-tarjama (Giabra
Ibrahim Giabra. L’arte della narrazione e l’arte della traduzione), in al-Qalaq wa tamjid al-hayat, cit., p.58.