Il Significato Originario

Di  Alcune Parole

Indice

Il sostantivo “miglio”, misura itineraria....

L’aggettivo “lungo”.....

Lavorare e lavoro.......

Vergine.....

Bene e buono.......

Niente, nulla, no e non...

Maglia, maglio, magliuolo, meglio e moglie.....

Sabato....

 

  Silibello Pietro


IL SIGNIFICATO ORIGINARIO DI ALCUNE PAROLE

 

“Etimologia” è la trascrizione di una parola greca che significa “ricerca della struttura originaria delle parole e del loro significato più antico”. Queste pagine si riferiscono all’etimologia di poche parole.

Chi scrive è del parere che i relativi studiosi sono in genere guidati da presupposti non validi. Se ne indicano solo alcuni.

Dei gruppi di parole, che hanno lo stesso tema o struttura e significati facilmente collegabili tra di loro, la parola madre è in genere un verbo del gruppo; e si fanno dipendere i relativi sostantivi concreti o direttamente da tale verbo o indirettamente, tramite in genere un aggettivo. Ma sia i verbi che gli aggettivi sono delle idee o delle astrazioni e necessariamente devono dipendere da un sostantivo concreto, perché il parlare umano ha avuto inizio con parole che indicavano oggetti o fenomeni concreti.

Un secondo falso presupposto sono le grandi migrazioni preistoriche. Limitando il discorso alle lingue indoeuropee gli studiosi fanno l’ipotesi, al di fuori di ogni documento archeologico, di una serie di migrazioni di popoli indoeuropei in India, nella Persia, in Germania e nell’Europa del Nord, in Grecia e nelle regioni circostanti e nell’Italia. L’unico argomento per questa arbitraria affermazione è che in tempi storici i popoli delle suddette regioni parlavano lingue simili, sicuramente dipendenti da una stessa lingua originaria. Ma questo fenomeno si spiega meglio e adeguatamente con l’ipotesi che durante la preistoria tutti i popoli parlavano una lingua comune. Usando criteri, diversi da quelli degli studiosi di etimologia, è possibile dimostrare che durante la cultura preistorica, non solo il vocabolario semitico ma anche quelli di ogni altra parte del mondo erano simili a quelli delle lingue indoeuropee. Limitando il discorso al vocabolario latino-italiano, per questa ipotesi il significato originario delle parole va ricercato non solo nella lingua latina ma anche nei più antichi dialetti delle varie regioni italiane.

Inoltre sembra che gli studiosi di etimologia ignorano del tutto che il parlare umano è analogico al canto degli uccelli, alla voce degli animali, agli odori degli insetti ed ai colori dei fiori. La sorgente primaria del parlare è il sentimento biologico fondamentale o della vita o dell’amore sessuale. Per gli uomini l’incanto più meraviglioso sono i bambini, specialmente se attaccati al seno materno. Segue che l’aspetto più falso della nostra cultura è l’assenza quasi totale, in ogni composizione scritta, dei sostantivi o delle parole con le quali sono indicati gli organi che generano i bambini e tutti gli incanti della vita. Si pensi solo a “pot-tana” o “put-tana”,che corrisponde all’antico greco “Pot-na”, forse il più antico sostantivo greco per indicare la Divinità come Signora o Sovrana o Madre Universale. Può sottolineare che la nostra cultura è radicalmente opposta all’originaria autentica cultura umana.

 

Il sostantivo “miglio”, misura itineraria

Per i dizionari il sostantivo “miglio” è ricavato dal plurale “miglia”, dall’espressione latina “milia passuum” (mille passi), dove “milia” è considerato plurale di “mille”, di cui ignorano il significato originario.

Come unità di misura itineraria i Romani usavano il “passus” (passo), che si collega a “pedem”(piede) ed ogni passo era costituito da cinque piedi.

Nel lessico latino vedi anche “lapis miliarius”(pietra miliare): una colonnetta alta da m. 1,50 a m. 2 e del diametro di circa cm. 60. Tali colonnette erano poste ogni 1000 passi. Da “lapis miliarius” i dizionari fanno dipendere il sostantivo neutro “miliarium”, altra voce per indicare il “lapis miliarius”; ma la voce era usata anche per indicare la distanza tra due colonnette, ed a questo significato corrisponde l’italiano “miglio”.

Per i dizionari l’aggettivo “miliarius” e il sostantivo “miliarium” dipendono da “milia”, che per essi è plurale di “mille”. Ma in questo modo “lapis miliarius” acquista il significato letterale di “pietra relativa a più migliaia”(almeno a due migliaia) ; invece il suo significato reale è di “pietra relativa a mille passi”.

Aggiungi che nel lessico latino l’aggettivo “miliarius” e il sostantivo “miliarium” si trovano con altri significati, che non hanno niente da spartire con “mille passi”. Cioè la spiegazione dei dizionari dell’aggettivo “miliarius” in “lapis miliariuis” e del sostantivo neutro “miliarium” nei due suddetti significati, può essere arbitraria.

“I mille passi romani”(il miglio) equivalevano a m. 1480, che diviso per 1000 dà m. 1, 480, che era la misura del “passus” romano. Siccome il “passus” equivaleva a 5 piedi, si aveva che la lunghezza del “pedem” era di cm. 29, 6. I Romani non erano però giganti ed il loro passo non poteva essere lungo m. 1, 480; né il loro piede cm. 29,6.

Il “passus” romano come unità di misura itineraria non doveva equivalere a “pedem” moltiplicato per 5, che era una moltiplicazione insolita per i Romani relativamente ai multipli di una unità di misura. Sono state trovate delle verghette metalliche, indicate col sostantivo “pedem”. Sono piegate in due mediante un piccolo perno, per il quale le due parti possono combaciare e ciascuna di esse è di cm. 14,8. Gli studiosi le indicano con “semi-pedem” (mezzo piede), ma forse arbitrariamente. Come unità di misura il “passus” doveva equivalere a “10 pedes”. Quindi si deve fare l’ipotesi che nei tempi più antichi il “pedem” equivaleva a cm. 14,8; in seguito per comodità pratica furono create le verghette, ognuna delle quali equivaleva a “due pedes”; ma ogni verghetta fu detta semplicemente “pedem” come si usava prima, quando non esistevano le verghette; e ciò per il semplice motivo che quelli della classe dominante forse non conoscevano il significato originario di “pedem”.

Si ha che “miliarium”(la distanza di 1000 passi o “miglio”) era il “passus” moltiplicato per 1000; ed a sua volta il “passus” era il “pedem” moltiplicato per 10; ma dando a “pedem” il significato originario che aveva nel parlare popolare e chiaramente indicato dal fatto che la lunghezza di cm. 14,8 è la lunghezza media del membro virile.

Ora possiamo spiegare adeguatamente i latini “mille”, “milia” e “milia-rium”, tenendo presente che “mille” ha le varianti arcaiche “milli” e “meile” e “milia” la variante arcaica “meilia”. Inoltre si noti che al latino “melius” corrisponde l’italiano “meglio”, cui si collega “migliore”.

Nei dialetti meridionali sono presenti, come nomi del membro virile, le varianti “minghia” e “menghia”; e negli stessi dialetti vi è “megghio”, che corrisponde all’italiano “meglio”.Segue l’ipotesi che i più antichi scrittori latini ricavarono “meilia”, variante arcaica di “milia”, da una voce popolare simile ai meridionali “minghia” e “menghia”; e “meile”, variante arcaica di “mille”, da una variante simile a quella a quella dalla quale avevano ricavato “meilia”. A sua volta “milia-rium” deve dipendere, come nome della colonnetta e per indicare la distanza di mille passi, dal popolaresco “minghia” ed in questo modo il significato letterale di “milia-rium” è quello di “colonnetta simile a una minghia”(=simile a un membro virile).

A questo punto è necessario richiamare un aspetto, del tutto estraneo alla nostra cultura. Per i preistorici o per l’originaria autentica cultura umana il sesso o gli organi sessuali attivi ed efficienti erano la più sicura manifestazione della presenza, tra gli uomini, della potenza e della bontà della Divinità. Di ciò si è detto collegando “pot-tana” a “Pot-na”.

Segue l’ipotesi, per nulla arbitraria, che durante la preistoria lungo le vie campestri che collegavano tra di loro i villaggi vi era, ogni mille passi ovvero ogni 10 mila piedi, un “miliarium”(una colonnetta di legno o di pietra);ed era indicata; con tale nome non solo perché era simile al membro virile, ma anche e soprattutto perché simboleggiava la presenza della potenza e della bontà della Divinità tra gli uomini. Per la metonimia il sostantivo “miliarium” fu usato anche per indicare la distanza tra due colonnette; in seguito fu usato anche come aggettivo e si ebbe l’espressione “lapis miliarius”, che aveva lo stesso significato di “miliarium”

 

L’aggettivo “lungo”

Gli studiosi fanno dipendere l’aggettivo “lungo” dal corrispondente aggettivo latino “longus”. I significati delle voci, che sono collegate ai due aggettivi, sono astratti. Quindi, accettando l’ipotesi che il vocabolario latino dipende da un originario vocabolario popolare come il vocabolario italiano, necessariamente il latino “longus” e l’italiano “lungo”, che può essere autonomo dal latino, devono dipendere da una voce che era strutturalmente simile a “long” o “lung”, era sostantivo e indicava oggetti e fenomeni concreti; e tale sostantivo deve essere ancora rintracciabile nel vocabolario o italiano o latino o greco, perché durante la preistoria sia in Grecia che in Italia si parlava una lingua comune.

Strutturalmente i due aggettivi sono quasi identici al sostantivo latino “lonchus”(=lancia), che si collega al greco “lògkhe” o “lògkha”(si pronunziano “longhe” e “longha”, che ha il significato lessicale primario di “punta della lancia”(la parte metallica della lancia), la cui parte di legno o “asta” era indicata con un altro sostantivo. Ma vedi anche i seguenti sostantivi greci:”lokhè”(=tana), “lòkhos”(luogo dove ci si corica e altri significati), “lokhò” o “lekhò”(=donna che partorisce,il partorire) e “àlokhos”(=sposa). Hanno il tema “lok” e la radice “l-k” e suppongono un originario sostantivo concreto, che aveva uno o più significati primari ai quali rimandano quelli indicati. Accettando poi l’ipotesi che durante la preistoria si parlava una lingua comune in Grecia ed in Italia, l’ipotizzato significato primario è ancora presente nell’avverbio “loco”, che in Campania è usato nelle frasi “vieni loco”(vieni qui) e “vai loco”(vai li). E’ facile avvertire che è il sostantivo “luogo” usato come avverbio e nelle due frasi l’allusione può essere solo all’organo sessuale femminile. Durante la preistoria, quando il soggetto femminile accettava il corteggiamento ed era disposta a fare l’amore, diceva al compagno “vieni loco”, che equivaleva a “vieni a fare l’amore” ed aveva il significato letterale di “vieni al mio organo sessuale”. Quindi per i significati indicati i suddetti sostantivi greci in “l-k” alludono all’organo sessuale femminile. Invece il sostantivo greco “lògkhe” o “lògkha”(la parte metallica della lancia) allude al sesso maschile; ed in questo modo si ha che nell’originario parlare popolare la radice “l-k” indicava principalmente il sesso o i due relativi organi primari ed ogni fenomeno ad essi strettamente collegato.

Ma il significato primario di “sesso maschile” è analogicamente presente anche nei sostantivi latini “longa-onem”(=intestino retto) e “longa-v-onem”(=salame),che può essersi sviluppato da “longaonem”. Vedi inoltre il sostantivo “langa”(ramarro), strutturalmente simile al dialettale “a lènga”(=la lingua),cui corrisponde il latino-italiano “lingua”, simile al sanscrito “linga”(=membro virile).

Ed ora all’aggettivo latino “longus” ed a quello italiano “lungo”. Lasciando da parte il problema dell’autonomia di quello italiano, il loro significato lessicale primario è quello di “estensione rettilinea”. Ma l’aggettivo italiano ha anche il significato di “lento” o “tardo”, che non si può collegare a quello di “estensione rettilinea”. Inoltre l’italiano “lungo” si trova anche come preposizione col significato di “vicino a” e neanche questo significato si collega a quello di “estensione rettilinea”.

Passando al lessico latino non si deve dimenticare che i relativi scrittori in genere ignoravano il significato originario delle parole popolari, delle quali si servivano nelle loro opere letterarie. In questo modo è più difficile rintracciare il significato originario delle parole latine nelle relative opere letterarie; ma non è impossibile. Prendiamo le espressioni latine “in longo” e “in longum”, che hanno il significato reale di “secondo la lunghezza”. In entrambe “longo” e “longum” sono sostantivi, che gli studiosi considerano aggettivo sostantivato e traducono come si è detto; ma alla lettera si traducono bene “secondo il lungo” (=secondo l’oggetto o l’organo che suggerisce immediatamente l’idea della lunghezza).

Nel vocabolario latino vi è anche l’avverbio “longe”, che in genere è tradotto con “lontano”; ma si trova anche col significato di “molto” , come in “longe clarior”(=molto più illustre).

Si fa l’ipotesi che nel significato di “lontano” il latino “longe” corrisponde all’aggettivo italiano “lungo” nel significato di “lento” o “tardo”. Il significato spaziale di “lontano”(=distante nello spazio) si è sviluppato dal significato temporale di “lontano”(=distante nel tempo), come è suggerito chiaramente dall’antico volgare “longi-tano”, che si spiega bene col significato originario delle due parti. In altre parole l’italiano “lon-tano” è riduzione di “longi-tano” ed aveva il significato reale primario di “membro virile simile all’organo femminile”, da cui “membro virile molle”(=che richiede molto tempo perché diventi dinamico o duro).

In modo simile si spiega il latino “longus” in “morbus longus”, che i dizionari traducono con “malattia lunga”; ma l’espressione si oppone a “morbus acutus” (=malattia tagliente) e la traduzione migliore di “morbus longus” è “malattia moscia”. Con lo stesso significato vedi anche l’aggettivo italiano “lungo” in “vino lungo”(=vino annacquato) e simili.

Un rilievo sul significato del latino “longus” in “sillaba longa” in quanto è opposta a “sillaba brevis” ed i segni grafici delle due espressioni sono - e , che alludono chiaramente ai due organi. Segue che devono tradursi con “sillaba maschile o forte” e “sillaba femminile o dolce” e può essere arbitrario spiegare “sillaba lunga” con “sillaba che equivale a due brevi”.

In conclusione si ha che l’aggettivo italiano “lungo” può essere autonomo dal corrispondente aggettivo latino “longus” ed entrambi dipendono da un originario sostantivo in “l-k”, che indicava il sesso e i due relativi organi primari.

 

Lavorare e lavoro

Corrispondono ai latini “laborare” e “labor”, variante dell’arcaico ”lab-os”. Contrariamente a quanto possono suggerire i dizionari, il relativo significato originario è facilmente rintracciabile in quelli lessicali dei sostantivi greci e latini in ”lab”.

Il principale è il sostantivo femminile greco “labà”(=goccia,stilla), che si collega a “loibà” (=libazione=il versare un liquido) e al verbo “leibo” (=versare, stillare, sgorgare, ammollire, ecc.), cui corrisponde il verbo latino “libare”(=bagnare, versare, sgorgare), che può significare anche “gustare”, “toccare”, “intaccare”, “violare”, “offrire o sacrificare”. È facile avvertire che i significati di “stillare”, ”versare” e “sgorgare” possono dipendere dal più antico significato popolare di “mingere” o “pisciare”.

Ma nel vocabolario greco vi è un secondo “labà”, che gli studiosi arbitrariamente fanno dipendere dal verbo “lambàno” e registrano con questi significati: a) il prendere o presa; b) manico, ansa. Per il suo significato originario vedi “in labais eìnai” (=essere in labais), che i dizionari spiegano con “essere alle prese o al prendere”, traduzione dovuta al fatto che gli studiosi ignorano il significato originario di “labà”. Si traduce bene con “essere nelle labbra”(=essere nell’organo femminile); infatti al greco “labà” corrisponde il latino “labium” o “labea” (=labbro), che può indicare anche il piccolo incavo su una delle due parti estreme delle zucche, dove prima stava il fiore femminile.

Nel vocabolario greco vedi inoltre:

-il sostantivo “labà-ber” (=piccolo catino o vaso);

-il sostantivo neutro “lab-da”, nome della lettera “l”, ma anche voce con significato osceno;

-l’aggettivo “làb-ros”(=violento, impetuoso), i cui significati nell’originaria cultura popolare dovevano alludere quasi soltanto a un soggetto maschile in forte tensione sessuale.

Nel vocabolario latino vedi il sostantivo “labe-m”(=caduta, rovina, flagello, peste, infermità fisica, difetto organico, macchia, turpitudine), che i dizionari arbitrariamente fanno dipendere da “labare” o “labi”. Eppure il suo significato reale originario è chiaramente presente in “alicui labem inferre” (=disonorare uno), cui i dizionari danno il significato letterale di “gettare o mettere in uno l’ignominia o il disonore”,una spiegazione dovuta al fatto che gli studiosi ignorano il significato reale originario del sostantivo. Si traduce invece bene con “mettere in uno il proprio membro”(=disonorarlo). Ed a sua volta il verbo composto “labe-facere” (=scuotere, ecc.) nell’originario parlare popolare doveva significare “fare l’amore” e simili.

Pertanto si ha che l’originario sostantivo latino “lab-os” doveva indicare primariamente il sesso e i due relativi organi ed i significati astratti di “lavorare” e “lavoro” nell’originario parlare popolare alludevano principalmente al rito amoroso-sessuale.

 La conferma è data dal fatto che le altre principali voci greche e latine per indicare il lavoro si spiegano bene solo come originari sostantivi che indicavano il sesso. Solo qualche accenno.

 Nel lessico greco il sostantivo “ergon” (=lavoro, ecc.) ha le varianti arcaiche “Fergon” e “Fargon” e siamo alla radice “f-r-k”, equivalente a “b-r-k”,a “p-r-k” ed a “v-r-k”. Quindi vedi particolarmente “barca”, “forca” e “varco” e il latino “porcus” (=sesso femminile).

Ma vi sono anche il sostantivo “mòg-os” (=fatica),cui si collega l’avverbio “mogìs” (=a-p-pena); e il sostantivo “mòkh-thos” (=fatica), che si collega al sostantivo “mòkh-los” (=leva o sbarra per sollevare uno, sbarra o palo per chiudere). Notando che il sostantivo “moggàs” (una danza violenta) ha la variante “miggàs” si ha che “mòg-os” e “mòkh-thos”sono dalla stessa voce originaria da cui anche gli italiani moccolo” e “minghia” (=membro virile).

Infine vedi il sostantivo “pònos” (=fatica, cura), cui si collegano i verbi “pèno-mai” (=mi occupo di, attendo a) e “ponè-o-mai” (=mi sforzo, mi occupo di, combatto, ecc.). Quindi nel vocabolario latino vedi il sostantivo “penis” (=il pene) e il verbo “pon-ere” (=porre, mettere qualcosa in un luogo).

Nel lessico latino vedi “fatig-are” (=affaticare, stancare, ecc.), che i dizionari fanno dipendere dall’avverbio “fatim” (=abbondantemente), accusativo di un sostantivo di cui gli studiosi ignorano il significato. Eppure è chiaramente suggerito dal verbo “fati-sci”(=aprirsi, fendersi, stancarsi , venir meno), dal dialettale “fatìa” (=fatica) e soprattutto dal sostantivo greco “fàt-ne”o “pàt-ne” (=greppia, alcova, ecc.), i cui significati alludono chiaramente al sesso femminile.

Contro quanto si è detto vi è una difficoltà. Il lavoro e la fatica sono in genere evitati da tutti, invece fare l’amore è il desiderio biologico più forte e più comune; sembra perciò arbitrario dire che le parole, per indicare il lavoro e la fatica, erano originarie parole sessuale o di amore.

Ma la difficoltà è solo apparente e sottolinea l’opposizione tra l’originaria cultura umana o della preistoria e quella storica o della nostra civiltà.

Gli uccelli in primavera e nell’estate manifestano meglio la gioia esplosiva della loro vita: è il tempo durante il quale sono occupati per la loro prole. Il loro intenso lavoro è la loro felicità perché è un lavoro che significa soprattutto “cura o amore per i propri pulcini”. Il fenomeno si ripete per i fiori e per le piante: il tempo del loro splendore è quello della generazione delle nuove piante. Cioè durante la preistoria, quando non esisteva l’arricchimento o l’affermazione individualistica, la piena gioia esistenziale degli uomini e delle donne era l’amore per i figli:farli e curarli ovvero lavorare perché nascessero e crescessero sani, buoni e felici.

Ritorniamo al latino “fat-im” ed ai greci “fàt-ne” e “pàt-ne”, che ci scoprono il significato originario di “Fata”: la Divinità che i preistorici potevano pensare solo come Madre Universale. Per i bambini di ogni tempo e regione la propria fata sono i genitori e più manifestamente la madre; e per ogni autentico genitore la gioia o la felicità più intensa è vedere che i propri figli crescono sani, buoni, intelligenti e felici; e le loro cure gioiose o il loro continuo affaticarsi per essi non solo ha come sorgente “fare l’amore” ma è continuamente amore.

Invece l’aspetto primario della nostra civiltà è la propria individualistica affermazione tra gli altri e sopra gli altri, e nella sfera sessuale questo aspetto consiste nel rendere sommamente affascinante la propria persona fisica, che equivale a “essere desiderata o desiderato da tutti o da tutte”. Il capovolgimento della dignità umana: volere essere usata da tutti! Volere essere servo di tutte!

A sua volta la realizzazione individualistica ha generato il necessario correlativo modo di organizzare la vita associata o le attività e il lavoro umano. Ciò richiede la divisione del lavoro nel senso che gli uomini dobbiamo attendere, vivendo insieme, a funzioni e lavori diversi e tale diversità è stato lo strumento perché i più abili si realizzassero tra gli altri e sopra gli altri.

Quanto maggiore è la tensione a volersi realizzare sopra gli altri tanto più si inventano gli accorgimenti perché ci si appropri dei lavori o funzioni, che richiedono maggiore abilità e preparazione; infatti a tali funzioni precedentemente è stata assicurata una ricompensa economica maggiore.

In questo modo si ha la rottura dell’armonia sociale e la sempre maggiore affermazione dei più individualisti. Invece il principio regolatore della famiglia umana dovrebbe essere analogico a quello di ogni singola famiglia, nella quale tutti lavorano secondo le proprie attitudini e usano le risorse economiche della famiglia secondo le proprie esigenze. Così i genitori, che lavorano di più e attendono alle funzioni che richiedono maggiore attitudine e preparazione, in genere usano i beni economici della famiglia come e meno dei figli. E nelle società preistoriche lo sciamano o lo stregone, il più preparato e più abile in ogni gruppo o tribù, in genere non era mai più ricco degli altri.

Non così dall’inizio della nostra civiltà ,nella quale i lavoratori più qualificati sono stati sempre ricompensati economicamente più degli altri; quindi in ogni singola società politica i lavoratori meno abili sono stati addetti ai lavori economicamente meno retribuiti e la divisione dei beni economici nell’intera società è stata regolata dal grado della tensione individualistica dei più abili. In questo modo quelli che attendono ai lavori più faticosi sono privati di gran parte dei beni economici che loro spettano; e per essi il lavoro non è più gioioso come è l’occupazione degli uccelli nelle fasi del loro lavoro intenso. Ma non è gioioso o strettamente collegato con “fare l’amore” neppure per quelli che si sono realizzati sopra gli altri. Devono infatti lottare quasi ogni giorno per assicurarsi un’abbondante parte dei beni economici e non perdere la propria posizione.

In questo modo il fatto che le parole “lavoro” e “fatica” non sono più collegabili con “fare l’amore”, può essere un importante argomento per dimostrare che la nostra cultura è anti-umana o contraria alla Maternità Universale di Dio.

 

Vergine

Il sostantivo “vergine” si può considerare trascrizione del latino “virgine-m”, che corrisponde al greco “parthènos” o “pàrsenos”. Gli studiosi ignorano il significato e la struttura originari della voce latina e di quella greca. Ma nel  lessico greco vi è, con lo stesso significato di “vergine”, anche il sostantivo “steìra”, che forse può aiutarci a rintracciare il significato e la struttura originari del greco “parthènos” e forse anche del latino “virginem”.

Il greco “steìra” si trova come sostantivo e come aggettivo. Come sostantivo significa “vergine”; invece in Omero ha il significato di “carena” o, secondo altri, quello di “lungo e grosso sperone”, propriamente la parte terminale della prua che poteva essere a forma di sperone. Comunque la voce si collega all’aggettivo “stereòs” (=saldo, solido, duro, ecc.).

Ma vediamo anche i significati di “par-thènos” o “pàr-senos”: a) vergine, giovane donna non maritata, fanciulla; b) pupilla dell’occhio. Aggiungi che per il significato b) vi è anche il sostantivo “kòre”, che ha inoltre il significato primario di “fanciulla” o “ragazza”.

Sembra che i significati dell’aggettivo “stereòs” non hanno nessuna relazione con “vergine”. Ma si noti bene che i significati dell’aggettivo sono tutti astratti e suppongono un sostantivo che indicava uno o più oggetti concreti, almeno uno dei quali doveva contenere i significati aggettivali indicati. Accettando l’ipotesi che le parole sono state generate dal sentimento biologico primario, chiunque può indicare l’oggetto o l’organo biologico del quale si dice che è “saldo”, duro” e simili Si ha che la radice “st-r”,la cui variante è “st-l”, doveva indicare primariamente i due organi del sesso; ed a tali significati è analogico il significato dell’inglese “star”(=stella), del greco “à-stera”(=astro) e del latino “astrum”, notando che l’italiano “astro” può essere autonomo dal latino e dal greco ed è, come la voce inglese, di antica origine popolare. Quindi noti che l’italiano “stella” strutturalmente si collega a “stalla”, che è autonomo dal latino “stabulum”(=stalla) ed il cui significato allude soprattutto all’organo sessuale femminile. Ma sia “stalla” che “stella” non alludono né alla maternità né alla paternità. In altre parole per la cultura preistorica prima del matrimonio o della fecondazione della donna i due soggetti, uno maschio e l’altro femmina, avevano il sesso, anche se diverso; e per tale possesso entrambi erano “sterili”.

Siamo così a “par-thènos” o “pàr-senos” ed al latino “vir-ginem”. Nel lessico latino oltre a “vir”(=uomo) vi è anche “vira”(=donna) e le due voci si spiegano col significato originario di “v-r”, che equivale a “p-r” della prima parte delle due varianti greche; ed a sua volta la radice “th-n” o “s-n” può essere variante di “k-n”, presente nella seconda parte del latino “vir-gine-m”.In questo modo la “ver-gine” o la “vir-gine-m” si distingueva dal “vir” perché era “vir col seno”(=un sesso che poteva accogliere o tenere il feto). In altre parole la “ver-gine” è un individuo che ha il sesso come il maschio e può, a differenza del maschio, diventare “madre”.

Pertanto il sostantivo “vergine” può dimostrare  la superiorità biologica della donna sull’uomo e la relativa primazialità nella vita associata dei preistorici. I molti nomi, con i quali durante la preistoria era indicata la Divinità, hanno in genere il significato di Madre Universale; e per l’indicato significato primario di “vergine” solo la donna può diventare copia di Dio anche biologicamente. L’uomo lo può soltanto affettivamente, nel senso che può amare i propri figli e gli altri come Dio ama tutti gli uomini.

Segue anche che per la ragione umana e per la biologia la verginità non è un valore, ma la privazione del principale valore biologico: diventare madre o simile a Dio-Madre. Può essere un valore, ma solo privativamente; nel senso che in alcune situazioni della vita associata è un bene che alcuni restino “vergini” o “sterili” perché attendano a bambini o individui non sufficientemente amati e curati.

 

Bene e buono

Per i dizionari le due voci dipendono dai latini “bene” e “bonus”. Il latino “bene” è soltanto avverbio e per i dizionari dipende dall’aggettivo “bonus”, che fanno dipendere dalla variante arcaica “duonus”, che aveva la variante “duenus”.

Si fa invece l’ipotesi che le due voci sono non solo autonome dal latino ma anche prima, perché il lessico popolare è precedente a quello letterario latino e nelle varie regioni dell’Italia gli indigeni usavano le due voci quando Roma non era stata ancora fondata.

Si aggiunge che in italiano la voce “bene” può essere sostantivo e avverbio, che dipende dal sostantivo; inoltre “bene” è autonomo da “buono”, che in vari dialetti è “bono”, come il latino “bonus”, dal quale è però autonomo.

Per rintracciare il significato originario del sostantivo “bene” è sufficiente la frase “tu sei il mio bene”, specialmente se si accetta l’ipotesi che molte parole sono state usate la prima volta da soggetto femminile. Durante la preistoria tale espressione equivaleva a “tu sei il mio pene”. Quindi accettando l’ipotesi che la parole indicanti un sesso erano usate per indicare anche l’altro, si ha che la radice “b-n” o “p-n” o “f-n” o “v-n” in origine era usata per indicare primariamente i due organi. Limitatamente al vocabolario italiano vedi soltanto i sostantivi “vano” e “vena”, “fano” e “fieno”, che in latino è “fenum” ed inoltre “pane” e “pino”; infatti “vano” e “fano” sono analogici al sesso femminile “pino” e “fieno” a quello maschile, invece “vena” e “pane” possono alludere a  entrambi.

Gli studiosi dicono che “bene” e “bonus” non hanno sicure corrispondenze in altre lingue indeuropee. Ma si notino, solo nel lessico greco queste voci:

-     il sostantivo femminile “bune” può significare “mare” e “rivo” e può indicare una specie di birra; inoltre come nome proprio indicava una divinità femminile. Si collega bene al verbo “bunèo”(=riempire, infarcire, otturare), che in una glossa è spiegato con “il ficcare qualcosa nella bocca”. Cioè il tema “bun” si deve spiegare col significato originario della radice “v-n” o  “p-n” e quello originario di “bene” doveva essere quello di “organo sessuale”. A conferma aggiungi il sostantivo “boùnos”(=altura), il cui significato allude al sesso maschile;

-     il verbo “onìnemi” (=giovare, aiutare, recare godimento, ricevere vantaggio, godere) ha il tama “ona”, che si ritrova nel sostantivo “ònos”(=asino, argano o verricello). Sia “ona” che “ònos” si collegano bene ad “òinos”(=vino), che suppone la radice “v-n”. Riduciamo i significati del verbo a “godere” e “recare godimento” e tutti conoscono l’organo biologico del maggior godimento. Per i due significati del sostantivo “ònos” si pensi a quello di “argano” e subito scopriamo che nella remota preistoria quando gli uomini videro per la prima volta un asino, dovettero essere maggiormente impressionati dalla lunghezza e grossezza del suo sesso.

 Un’ipotesi per la spiegazione degli arcaici latini “duenos” e “duonus”. In un dialetto meridionale al femminile “bona” corrisponde il maschile “bueno”. Cioè nel parlare popolare esistevano le varianti “buono” e “bueno”. I primi scrittori romani ignoravano il significato originario delle due voci; ma erano sicuri che i relativi significati astratti in genere indicavano una relazione tra due individui ;quindi pensarono che dipendevano da “due” o “duo” e scrissero “duenos” e “duenus”. Invece nel parlare quotidiano usarono solo le varianti in “b-n”, la più comune delle quali poteva essere “bon-“: quindi gli arbitrari letterari “duonus” e “duenus” furono abbandonati e rimase solo “bonus”.

Ed ora ai vari significati astratti dell’aggettivo “buono”. Si deve spiegare in che modo una radice o una parola, che in origine indicava gli organi del sesso, è usata con tali significati.

Nel parlare popolare è presente la frase “è come lo ha fatto la natura” oppure “è come lo ha fatto la madre”. Queste frasi si usano per quegli individui che facilmente manifestano quanto vedono e sentono, quasi incapaci di conservare un segreto. Ora notiamo l’espressione volgare “è bona”, relativamente a una donna. È forse presente in tutti i dialetti e si spiega con l’indicato significato originario della radice “b-n”, con chiara allusione al relativo organo sessuale.

Usiamo ora l’aggettivo “bona” o “buona” per una donna che può diventare madre o che già è madre. Di una donna sterile nessuno dirà mai che è “una buona generante”; né di una donna madre, che non ha cura dei suoi bambini. si dirà mai che “è una buona madre”. Cioè in “madre buona” l’aggettivo allude alla funzionalità della maternità analogicamente alla funzionalità dell’organo biologico sessuale femminile nell’espressione “è bona”, detta di una donna.

In questo modo i vari significati astratti di “buono” alludono alla funzionalità del relativo soggetto o realtà. Se tale realtà è l’uomo, si ha anche il significato morale astratto di “buono”, che allude alla funzionalità dell’uomo in quanto è responsabile nelle sue azioni libere; e di una persona si dice che è buona, in senso morale, se compie le sue azioni secondo la legge o norma fondamentale dell’uomo: amare gli altri come le madri amano i figli.

Forse si deve tenere presente un altro aspetto. Nel parlare popolare quotidiano l’aggettivo “buono”, quando è usato per una persona, significa soprattutto che è “benigno” o “favorevole” o “propizio” e simili: si presta facilmente per aiutare gli altri. Questo significato, che può essere antico quanto l’originario sostantivo da cui “buono”, si spiega bene con allusione al fatto che un aspetto primario del sesso è “il prestarsi all’unione” o a favorire e far godere la controparte.

La conferma dell’esposta spiegazione può essere l’aggettivo greco “agathòs”(=buono), usato con i più vari significati, proprio come il latino “bonus”. Gli studiosi ci fanno sapere che nei documenti più antichi non si trova usato mai per la divinità e solo raramente per le donne. Inoltre in Omero i relativi significati reali alludono quasi sempre a qualcosa di “forte” o “potente”. Ora la voce ha la variante “a-gasòs” e nelle glosse vi è anche “khàsios”(=buono): chiunque avverte che deve trattarsi della stessa parola originaria da cui anche il settentrionale “casso”, corrispondente al meridionale “cazzo”

Un rilievo sugli aggettivi morali positivi. Come “buono” anche “santo”, “giusto”, “onesto” e simili sono originarie voci sessuali ed in questo modo forse ci scoprono il significato originario del bene morale, sottolineando che “bene” è variante del singolare “pene”, che in origine doveva indicare entrambi gli organi sessuali.

Solo individui responsabili o responsabilmente liberi sono capaci di moralità o di agire responsabilmente bene o male. Segue che il bene o l’ordine morale degli uomini consiste nel realizzare la finalità o la funzionalità dell’intero fenomeno biologico, cui fa parte anche l’atto sessuale. In altre parole il bene morale o semplicemente il bene per gli uomini è l’impegno per il pieno regolare sviluppo o funzionamento della vita umana o di tutti gli individui, compresi nell’espressione “vita umana”; e un tale impegno deve essere copia o simile all’impegno di Dio, Madre Universale. È il comandamento o la legge di amare gli altri come le madri amano i figli, ricordando sempre che l’amore delle madri per i figli è copia dell’amore di Dio per gli uomini, loro unica Madre. Tale comandamento può indicarsi anche con “diventare simili a Dio amando gli altri come le madri amano i figli.”.

Ogni volta che il nostro comportamento o il nostro sentimento non è conforme a tale norma, ci poniamo nel disordine o nel male morale; e possiamo porci fuori dell’ordine morale solo se ad “amare gli altri come le madri amano i figli” sostituiamo la propria individualistica realizzazione o affermazione.

 

Niente, nulla, no e non

I dizionari registrano “niente” e “nulla” come pronomi indefiniti; “no” e “non” come avverbi negativi .”Niente” e “nulla” contengono l’idea di “mancanza”. “Non” può avere funzione negativa (questo fatto non è vero), funzione proibitiva (non parlare con gli altri) e funzione di rifiuto (non voglio studiare). Nelle risposte il rifiuto è indicato con “no”, che i dizionari considerano riduzione di “non”.

Relativamente all’etimologia o alla struttura ed al significato originari si fa l’ipotesi che anche “niente”, “nulla” e “non” devono essere originari sostantivi e per la loro adeguata spiegazione forse bisogna rivolgersi soprattutto ai dialetti, dove possono essere ancora alquanto presenti il significato e la struttura originari.

I dotti spiegano “niente” con “non ente”(=non esistente), quasi certamente una spiegazione arbitraria. Perché questa spiegazione sia valida si dovrebbe dire che in tutte le regioni italiane, dove il parlare popolare risale a quello delle antiche popolazioni indigene, non esisteva nessuna parola col significato di “niente”. Questo rilievo è ancora più valido se si tiene presente che anche “nulla” e il latino “nihil” (=niente) gli studiosi li fanno dipendere da “non-ullus”(=non uno) e da “ne-hilum” (=non un filo=neppure un filo), espressioni chiaramente letterarie e del tutto estranee al lessico popolare.

Per una adeguata spiegazione si parte dal latino “nuhil (=niente), che nei documenti scritti è molto più antico degli italiani “niente” e “nulla”, e si ripete che l’idea presente in queste voci è quella di “mancanza”. Segue l’ipotesi che nel parlare popolare di ogni parte del mondo le parole per dire “niente” devono essere un originario sostantivo concreto, che indica primariamente un oggetto che contiene l’idea della mancanza.

Si ha che il latino “nihil” deve essere la trascrizione letteraria di una voce popolare simile a “nikil”, perché la “h” deve essere variante di “k”, fenomeno ancora presente in Toscana, dove la “c” di “casa” equivale a “k” e si pronunzia come la “h” e si ha “hasa”.

Segue l’ipotesi che il latino “nihil è dalla stessa voce originaria da cui anche il tedesco-svedese “nichel”, che i dizionari arbitrariamente considerano variante di “Nicolaus”. La voce era presente nell’espressione “Kupfer-nichel”, che i dizionari spiegano con “rame del diavolo” e con la quale i minatori delle relative regioni indicavano un metallo simile al nichel e difficile a fondersi. Si deve però notare che nel lessico tedesco gli gnomi o gli spiriti delle miniere erano indicati col sostantivo “nikker”, che non ha nessuna relazione con “Nicolaus” e spiega bene “nichel”.

Si ha che il latino “nihil” si deve spiegare col significato originario del tema “nik”, ancora chiaramente presente nel greco “nìke”(=vittoria), nel francese “niche”(=alcova, bugigattolo, cuccia, covile) ed anche nell’italiano “nicchia”.

Del greco “nìke” si dice diffusamente parlando di “vittoria”; qui è sufficiente notare che la variante latina più arcaica di “victoria” era il sostantivo “vica”, variante di “fica”. Cioè all’inizio della nostra civiltà o quando si passò dalla preistoria alla storia l’idea astratta della vittoria alludeva chiaramente al principale oggetto concreto, desiderato dai banditi armati, che assalivano i pacifici villaggi delle genti preistoriche: violentare le giovani donne. In questo modo il significato originario di “vittoria” è “organo sessuale femminile”. Vedi la leggenda di Romolo e compagni che rapiscono le sabine.

Trasferiamoci ora nella psicologia popolare o in quella umana originaria e subito scopriamo che l’idea di “mancanza” o di “niente” poteva essere indicata solo con la parola con la quale era indicato il sesso femminile la cui caratteristica è, rispetto al sesso maschile, l’assenza..

Ora possiamo spiegare adeguatamente gli italiani “niente” e “nulla”. Si fa l’ipotesi che “niente” è variante di un originario “gnente”, variante di “gente”. In questo modo le frasi simili a “non vi era niente” avevano il significato reale di “non vi era gente”; ciò analogamente al francese “personne”, che ha il significato originario di “persona” ed è usato nel modo di dire “il n’y a personne”(=non vi è nessuno).

Per la spiegazione di “nulla” si pensi particolarmente al dialettale “nuddu”, usato nella provincia di Lecce col significato di “nessuno” e strutturalmente equivalente a “nullu”. Tenendo poi presente che la “n” può essere un’originaria gutturale, “nuddu” si collega bene al miceneo “oudi“, che è variante di “ouki-“ e si collega al sostantivo greco “oudòs”(=entrata, via), che si spiega come il latino “via”, dall’arcaico “veha”, da “veca” o “vica”,variante di “fica”.

“No” e “non”. Si ripete che per i dizionari “no” è riduzione di “non”, che considerano riduzione dell’arcaico “noenum”, che spiegano con “ne unum”(=non uno); ed in questo modo “ne” è originario avverbio negativo per dire “non”. Ma si noti che nel lessico latino “ne” significa anche “certamente” o “sì certamente”. Inoltre gli corrisponde il greco “ne”, che forse ha solo il significato di “certamente” ed ha le varianti “na” e “nai”. Si sottolinea che i dizionari non suggeriscono nessun elemento, col quale possa ipotizzarsi il motivo per il quale “ne” ha i significati greco e latini indicati. Si fa perciò l’ipotesi che deve trattarsi di un originario sostantivo monosillabico.

Cominciamo con il greco “né(=certamente , sì) e varianti “nà” e “naì”. Si vuole rintracciare il motivo per il quale ha tali significati ovvero qual è il significato originario del monosillabo, facendo l’ipotesi che “naì” è variante di “nà”. Ci è suggerito del latino “sic”(=così),da cui l’italiano “sì”. È facile avvertire che “sic” è simile al tema di “sec-us” (=sesso). Immaginiamo ora una situazione che doveva essere frequente anche durante la preistoria: un giovane che chiedeva alla compagna di fare l’amore. La risposta poteva consistere in un gesto. Ma nel parlare quotidiano, raccontando l’episodio al gesto si doveva sostituire il sostantivo relativo. Aggiungi che lo stadio dei monosillabi precedette quello dei bisillabi. Dunque nell’esempio ipotizzato il gesto del soggetto femminile doveva consistere nell’offrire o presentare il proprio sesso, che nello stadio dei monosillabi forse era indicato anche col monosillabo “na”, variante di “ka, uno dei più comuni monosillabi della preistoria per indicare il sesso.

L’ipotesi fatta è ancora realtà in qualche dialetto meridionale. Così in uno per dire “tieni” o “prendi la cosa che ti si offre”, si usa il monosillabo “na”, che spiega adeguatamente l’affermazione greca e quindi anche il “ne” latino nel significato di “certamente”.

Per la spiegazione adeguata del significato negativo del latino “ne” bisogna rivolgersi di nuovo al parlare popolare. Nello stesso dialetto per dire con forza “no” si usa “na”, ma accompagnato dal noto gesto volgare del braccio sinistro proteso nella direzione della persona alla quale si dice “na”. Cioè sin dal tempo dei monosillabi nella cultura preistorica si usava il monosillabo “na”, variante di “ka”, col duplice significato di “sì” e “no”, che erano indicati chiaramente dalla relativa situazione o dal gesto al quale la parola era unita. Fu ovvio che, passando dal parlare vivo al parlare scritto, per indicare il significato negativo invece di “na” si scrisse “no”, di cui meglio più avanti.

Dall’italiano “no” si deve distinguere forse il latino -italiano “non”, il cui significato corrisponde a quello del greco “ouk”(= non nel significato di mancanza).Si fa l’ipotesi che “non” è da “kon” o da “k-n” in quanto indicava il sesso femminile e quindi si collega a “connus”, variante di “cunnus”(=sesso femminile). A conferma vedi il verbo greco “konnèo” o “konnò”(=conosco), cui corrisponde il latino “gnosco”, da cui “nosco”(=conosco); e aggiungi il sostantivo greco “konnò-frosin”, sinonimo di “à-frosin”(=stoltezza),e quindi la prima parte ha proprio il significato di “senza” o “mancanza”.

Segue che gli italiani “no” e “non”, che hanno significati differenti, risalgono a tempi diversi e sono dalla stessa radice o voce originaria .Nei tempi più antichi o al tempo dei monosillabi, quando ancora non esistevano le parole per indicare l’idea di “mancanza”, si usava “gno”(=no) anche con i vari significati di “non”. Invece in tempi più recenti o al tempo dei bisillabi per indicare l’idea di “mancanza” si usò “gnon”(=non),che era il tema di “con-nus”, con allusione al fatto che il relativo organo è caratterizzato dall’assenza o dalla mancanza di qualcosa di simile al sesso maschile. In  questo modo si può fare l’ipotesi che “no”(=gno) fu usato come negazione nelle risposte in quanto era un altro sostantivo, col quale si indicava il sesso femminile  e le prime  o più antiche e frequenti risposte negative suppongono un soggetto femminile ,che non è disposto a fare l’amore.

  Maglia, maglio, magliuolo, meglio e moglie

I dizionari spiegano così l’etimologia di queste cinque parole. “Maglia” dipende dal latino “macula”(=macchia); “maglio” dal latino “malleus”(=martello);”magliuolo” dal latino “malleolus”(=piccolo martello), perché le talee delle viti in una delle due parti estreme sono simili a un piccolo martello;”meglio” dal latino “melior”(=migliore) e “moglie” dal latino “mulier”(=donna, sposta o donna maritata). Di queste due ultime voci i dizionari ignorano in che modo hanno avuto origine ,invece dei latini “macula” e “malleus” sanno che nelle altre lingue indoeuropee esistono parole simili per struttura e significato

Si ha che per gli studiosi indicare l’etimologia di una parola non significa trovare il suo significato originario ,ma soltanto la sua origine indeuropea  o non indeuropea. Di qui la norma di far dipendere le parole italiane dal latino ,come se prima della fondazione di Roma i vari popoli indigeni dell’Italia fossero tutti muti; ma anche il fatto che la spiegazione etimologica di molte parole nei dizionari è alquanto forzata; così a nessuno verrà mai in mente di assomigliare le talee delle viti a piccoli martelli o le maglie di una rete a delle macchie.

Si ripete che il latino è una lingua letteraria e suppone necessariamente un originario parlare popolare; da ciò l’ipotesi che le parole del lessico latino sono in genere la trascrizione letteraria di parole popolari, che gli indigeni del Lazio usavano prima che fosse fondata Roma. Accettando poi l’ipotesi che durante la preistoria dovunque si parlava una lingua comune, le parole latine erano usate non solo nel Lazio ma anche in altre regioni prima della fondazione di Roma .Cioè in genere le parole della lingua latina in genere devono dipendere da quelle della lingua italiana, ed una conferma di questa ipotesi è lo studio etimologico delle cinque parole in esame.

Strutturalmente sembrano simili a “miglio”, misura itineraria .Ciò vale particolarmente per “meglio”, che si collega a “miglio-re”. Si noti la struttura delle cinque parole nei dialetti meridionali: magghia, magghio, magghiulo, megghio e mugghiera. Aggiungi che a “magghia” e “magghio” si collegano “magghia-to”(=il maschio della pecora), e la prima parte di “miglio-re” è identica a “miglio”,che negli stessi dialetti è “migghio”, strutturalmente simile a “minghia”(=membro virile). Si ha che la radice di partenza è la radice “m-k”, che indicava primariamente il sesso e i due relativi organi primari.  Quindi il significato di “maglia” èanalogico al sesso femminile e quelli di “maglio” e “magliuolo” al sesso maschile .Per la spiegazione di “meglio” si  nota  che il suo significato è astratto, la voce è avverbio  e si deve supporre, per l’ipotesi della sua origine popolare, che è un originario sostantivo. Ora si noti che in vari dialetti meridionali al posto dell’aggettivo comparativo “migliore” si usa “megghio”(=meglio). Così di chi in un campo è più valente degli altri ,di lui si dice che è “ megghio”(=il migliore), ancora un significato astratto .Ma quando una donna voleva dire “questo è mio marito”, nell’originario parlare popola si aveva “questo è il mio meglio”,che nei dialetti meridionali diventa “questo è il mio megghio; quindi, notando che “megghio” si collega a  “menghia”(=il membro virile), l’espressione acquistava il significato reale di “questo è l’individuo di sesso maschile del quale mi servo” o “questo è il mio sesso maschile”

Infine il significato originario di “moglie” doveva essere quello di “sesso femminile”, come è suggerito dall’aggettivo “molle”, che nel significato di “bagnato” corrisponde al francese “mouillè”, che si pronunzia  come “mujè”,cui corrisponde bene il latino “mulier”.Cioè  l’italiano “moglie” e il latino “mulier”, autonomi tra di loro, sono  dalla radice “m-k” quando era usata per indicare il sesso femminile.

 

 

Sabato

Contrariamente a quanto possono dire gli studiosi la parola “sabato”, che corrisponde all’ebraico “shabat”, durante la preistoria doveva essere una delle più comuni presso diversi popoli ,al di fuori di ogni distinzione tra indeuropei e semiti e altre simili distinzioni, tutte di origine storica e spesso create dagli studiosi dipendentemente da loro presupposti, che possono essere arbitrari.

La radice di “sabato” è !s-b-t”, quasi certamente sviluppo di “s-b”, la radice di partenza e presente nel sostantivo italiano “sebo”, che ha le varianti “sevo” e “sego”; ma vedi anche il verbo latino “sàp-ere”(=sapère), cui al presente corrisponde il dialettale “io saccio”, che si ritrova nel sostantivo-aggettivo “saggio”, sinonimo di “sapiente”. Quindi si noti che dalla stessa voce originaria, da cui l’ebraico “shabat”, devono dipendere anche il latino “Sabate”, antico nome del lago di Bracciano, l’italiano “Monti Sabatini e il latino “septem”(=sette), cui corrispondono il greco  “eptà” e il sanscrito “sapta”; ma soprattutto l’antico babilonese “shapattu”, che si trova col significato di “giorno del riposo del cuore” o “giorno di godimento del cuore”. Consideriamo particolarmente il latino “sàp-ere” e l’italiano “sebo”, notando “io saccio” e la variante “sego”; si ha che la radice “s-p” è la stessa da cui  l’italiano “sacco” e il latino  “secus”(=sesso). Cioè durante la preistoria il “sabato” o “il giorno sette”(=ogni otto giorni) era destinato a “il godimento del cuore”  o a fare l’amore.

Siamo alla più importante manifestazione religiosa della preistoria. Ogni  otto giorni gli abitanti di uno stesso villaggio o di più villaggi confinanti si riunivano nello stesso luogo sacro, in genere un bosco, e passavano l’intera giornata in gare, giochi ,danze e canti; ma le manifestazioni più importanti erano il pasto comunitario nel pomeriggio e a sera la celebrazione comunitaria del rito amoroso-sessuale nel più pieno vicendevole rispetto, perché l’unione amoroso-sessuale era considerata compartecipazione alla principale attività di Dio-Madre, la creazione o la generazione di altri individui. Ciò è sottolineato bene dal verbo greco “sèbo-mai”(=onoro, venero ,ho sacro timore ,ecc.), che è dallo stesso sostantivo da cui anche il sostantivo italiano “sebo”(=sego).

Questo originario significato di “sabato” doveva essere conosciuto bene dai maestri religiosi del tempo di Gesù e dei tempi precedenti. Al tempo di Gesù uno di essi diceva che bisognava dedicare  metà giornata del sabato e mangiare e bere e l’altra metà all’istruzione religiosa. Dai documenti storici dello stesso tempo sappiamo che gli ebrei benestanti nei giorni  della settimana mangiavano due volte, invece nel sabato mangiavano tre volte e sempre cibi abbondanti e molto gustosi. Aggiungiamo che gli ebrei benestanti avevano più di una moglie ed un maestro religioso del  tempo di Gesù ne aveva 300. Cioè la casa degli ebrei benestanti almeno per il capo famiglia il giorno del sabato poteva trasformarsi in un lupanare.

Vi era poi l’istruzione religiosa, in genere impartita dai benestanti agli emarginati, che nel giorno del sabato forse non avevano neppure il sufficiente per riempire lo stomaco; e l’istruzione religiosa aveva la funzione di fare accettare dai non privilegiati le esigenze economiche-sociali dei privilegiati, che erano loro presentate come leggi di Dio. Si pensi solo al sesto ed al nono comandamento: non commettere adulterio e non desiderare la donna degli altri. Se al tempo di Gesù un maestro religioso aveva 300 mogli ,gli altri ebrei benestanti dovevano averne in abbondanza; in questo modo per i molti emarginati restava qualche avanzo  quasi inservibile.

Anche al tempo di Gesù e dopo, la legge della santificazione del sabato è consistita quasi sempre nel “godimento del cuore” dei privilegiati e nell’istruzione religiosa dei non privilegiati ,perché accettino come volontà di Dio le pretese dei privilegiati.

Se Dio esiste può essere solo Madre Universale  e una tale legge è la negazione della sua Maternità Universale o di Dio. Perché le religioni ufficiali o le grandi religioni non siano la negazione di Dio, ”il sabato” deve essere “il godimento del cuore” per tutti.

Se quanto è stato detto risponde a verità, si può fondare questa tesi. L’istruzione laica ufficiale  è figlia naturale dell’istruzione delle antiche religioni ufficiali ,fondata sul comandamento della santificazione del sabato; perciò consiste essenzialmente nell’indottrinamento o nel sistematico lavaggio del cervello dei non privilegiati perché la vita associata sia regolata, in nome della religione o di un ipotizzato falso migliore ordinamento sociale, secondo le esigenze dei privilegiati.

Segue il più importante impegno degli studiosi di qualsiasi specie. In genere ignorano che sono gli strumenti o le leve o gli ingranaggi necessari perché la vita associata sia regolata secondo il male o secondo le esigenze dei privilegiati. Nella più piena buona fede sono convinti  che la  loro vita di studio è in funzione della verità o del bene. Devono perciò impegnarsi nello studio critico. Se credono in Dio e soprattutto se sono persone di religione, devono rapportare ogni affermazione e posizione dottrinale alla Maternità Universale di Dio ed al relativo unico comandamento di amare gli altri come le madri amano i figli; quindi dubitare di tutte quelle posizioni dottrinali che non possono essere in piena armonia con tale norma e dopo attento e maturo esame eliminarle dal proprio corredo dottrinale. Se invece non credono in Dio ,devono accettare come punto fermo la uguale dignità di ogni persona  e attenersi al comandamento di amare gli altri come le madri amano o figli.  

La nostra cultura è estranea e contraria a Dio che, se esiste ,può essere solo  Madre Universale degli uomini, dai quali può volere soltanto che diventiamo simili a Lui amando gli altri come le madri amano i figli. Invece gli studiosi siamo convinti di essere  gli amanti della verità  e ignoriamo che al tempo della formazione dei fondamenti della cultura  questa fu alterata  secondo il male o per la sempre maggiore realizzazione di quelli che erano più abili soprattutto con l’intelligenza. In questo modo gli studiosi sono, nonostante la loro piena buona fede, gli strumenti più efficienti perché la famiglia umana sia organizzata secondo il male o contrariamente alla Maternità Universale di  Dio.

 La radicale alterazione dell’autentica cultura umana è ancora rintracciabile nel significato originario delle parole. A queste pagine ,piccolo saggio di  tale ipotesi, seguirà l’ordinata esposizione delle parole del vocabolario italiano, limitatamente a quelle che sono di origine indigena o latina o greca. Per avere  i relativi fascicoli ,che saranno pronti quasi ogni mese, è sufficiente chiederli al numero telefonico 0828-651144. L’interessato li consegnerà  ai relativi indirizzi dietro una libera offerta, che sarà interamente devoluta alle suore di Madre Teresa di Calcutta per i meno fortunati figli di Dio o per i nostri più infelici fratelli di qualsiasi parte del mondo.