INFORMARE:
Camminando
per le strade di questa nostra terra, verso sud e verso nord e al centro delle
sue contraddizioni, ho incontrato cose incredibili e vissuto situazioni
imprevedibili. Percorrendo anche sentieri nuovi ed inesplorati per il mondo
tutto questo si ingigantisce. Mi sono confuso tra migliaia di uomini e donne, a
volte milioni, che difendevano valori e lottavano per ampliarli, che sfidavano
ogni prepotente per conquistare diritti o vederli rispettati, che inseguivano
grandi o piccoli sogni di liberazione al plurale. E’ meraviglioso perdersi in
questo popolo che non ha confini, che nessuna barriera può fermare, che nessuna
violenza gratuita e barbara può travolgere e mortificare. E nel farlo prendi
coscienza, impari sempre qualcosa, cresci nonostante gli anni siano tanti e,
incredibilmente, alzi una bandiera al vento e il tuo pugno verso il cielo, non
per rabbia ma per amore, e ti ritrovi al fianco di ogni desaparecidos, di ogni
vecchio e nuovo partigiano, di ogni resistente del pianeta, di un indio e di un
disoccupato, di chi è costretto alla fame e alla mancanza di cura, di chi è
vittima di guerre dichiarate o meno che uccidono senza pietà e vedono aumentare
le ingiustizie, di lavoratori d’ogni età (e tra questi tanti adolescenti) che
continuano ad essere sfruttati ed oppressi, di donne e giovani che sono vittime
di una nuova barbarie che avanza e di popoli costretti alla povertà e alla
miseria pur se ricchi. E senza retorica ti sembra di conoscere, da sempre, tutti
e tutte e ti sembra incredibile che ci sia l’incertezza sul futuro, la
mortificazione della memoria, i drammi del presente. Il mondo è ancora diviso
tra dominanti e dominati (e questa separazione non è netta, non è pura, non è
stabile) e anche se vogliamo dividerlo tra destra e sinistra (mentre il centro
non è solo un ago della bilancia) abbiamo il dovere di indagarla davvero questa
sinistra. Ho visto, oltre i grandi partiti e i grandi movimenti, piccoli
militanti organizzarsi, scrivere programmi e progetti, faticare per unire quello
che il padrone divide, sentirsi un po’ soli e a volte smarriti in un grande
corteo (come a Genova o come a Roma ed ovunque) cercando di tenere i propri
cartelli, striscioni (le stesse bandiere) e le proprie idee li sintetizzate ben
visibili affinché qualcuno le notasse e non per autoreferenzialità o egoismi.
Ho visto senza voce e senza volto, senza nome e senza lavoro o casa raccogliere
fondi per fare un volantino, una rivista da diffondere, pagare uno spazio dove
incontrarsi, acquistare un megafono per comunicare con altri ed altre.
Ho visto
sit-in con dieci persone per difendere un solo licenziato senza giusta causa,
per la libertà o per far luce sulle stragi che hanno contaminato la nostra
storia come a Piazza Fontana, per esprimere solidarietà alla Resistenza in
Colombia, all'isola di Cuba contro il bloqueo, al fianco dei curdi e dei
palestinesi, contro il neo-colonialismo, per la pace, per l’ambiente, per i
migranti, per chi non ha l’acqua e per chi costruisce ospedali nel deserto e
tra le bombe. Ho visto dieci, cento, mille iniziative in un quartiere, tanti e
tante viaggiare non per turismo e non per caso per costruire un’alternativa di
società, organizzare feste perché ci appartiene anche la fantasia, ci
appartiene anche la gioia e ci appartengono occhi che sorridono. Ho visto il
rammarico, la delusione per una battaglia inventata con entusiasmo e
consapevolezza perché oscurata, perché ignorata anche dai compagni e dalle
compagne che stimi e che potrebbero regalarti un rigo e in quel rigo la voglia
di andare avanti, di non sentirti sconfitto, emarginato. Mi è sembrato di
vivere queste sensazioni frequentando quelle centinaia di compagni e compagni
“dispersi” in mille associazioni e organizzazioni e tutti parte di
un’Italia viva che c’è e non è stata sconfitta, quando hanno invitato
Alberto Granado da Cuba, Fernanda Navarro del FZLN dal Chiapas, quando hanno
occupato una scuola perché sia pubblica, gratuita, quando hanno realizzato un
presidio in un municipio per il verde o per un rom, per la cultura e per lo
sport, per valorizzare spazi abbandonati o contro il lavoro atipico, flessibile,
in nero, sottopagato… quando realizzando debiti oltre misura hanno stampato un
periodico, piccoli opuscoli e distribuito aiuti umanitari con movimenti di
solidarietà… e nella mente il nome e l’esperienza di Peppino Impastato mi
si riproponeva con forza… e la rivedevo nei giovani che occupando una stalla a
Sermoneta coltivano speranze in un mondo vivo e nuovo, organizzando una rassegna
a Cosenza riparlano di questione meridionale mai risolta e poi ancora
impegnandosi a Fabriano con i licenziati delle Cartiere o in un dibattito a
Gubbio o a Pinerolo o in una iniziativa e un incontro a Valencia o Rio de
Janeiro o Porto Alegre e in molti altri luoghi, insieme alla sinistra che c’è,
rendono attuale il bisogno di mutare lo stato di cose presente. Pensandoci
meglio niente di nuovo. Fatti e situazioni che vi (ci)appartengono, che avete
(abbiamo) vissuto e che conoscete, che sono la vostra (nostra) stessa vita. Dare
opportunità, attraverso un quotidiano, la partecipazione o l’interesse per
una battaglia che crediamo giusta chiunque ne sia proponente e protagonista è
il modo migliore, forse, per dare continuità anche alla nostra stessa storia
(personale e collettiva). Chi lotta per la libertà di stampa e per
l’informazione democratica dovrebbe dare l’esempio. Ma è così?