editoriale
di
Michele Capuano
CONTINUARE
A COMBATTERE
Le
elezioni politiche e amministrative del 13 maggio sono alle nostre spalle. E lo
sono i successivi ballottaggi per l’elezione dei sindaci di alcune grandi città
italiane tra le quali Roma, Torino e Napoli. Milano ha tranquillamente e
smisuratamente votato a destra già al primo turno. Democrazia Popolare si è
fatta coinvolgere da queste elezioni presentando proprie liste a Roma e
partecipando con propri candidati a liste fuori e contro il bipolarismo nei
comuni di Napoli (Cobas per il Comunismo) e Reggio Calabria (Reggio Libera).
Diversi erano, poi, i candidati che hanno un rapporto politico e
d’interscambio di idee con noi nelle liste del PRC (ancora a Reggio, a Milano
con Tiziano Tussi, in alcuni collegi senatoriali). Inoltre abbiamo dato
indicazione di voto per diverse liste alternative come, ad esempio, in Toscana
quella della Confederazione dei
Comunisti, nei municipi V e XIX di Roma. Significativi, ovunque, i risultati
raggiunti in termini di voto e di partecipazione. Determinante, infine, il ruolo
(ed i voti) di DP nei ballottaggi (in particolare a Roma ed in alcuni municipi,
VII ed VIII più chiaramente, dove il centrosinistra più il PRC vincono grazie
anche alla nostra presenza non superflua) non in cambio di “poltrone” o
“apparentamenti confusi” ma ottenendo impegni di programma importanti,
attraverso consulte popolari, sui servizi, il lavoro, centri culturali,
solidarietà e diritto di cittadinanza per migranti, interventi mirati sul mondo
dell’infanzia, scelte concrete verso le periferie, sostegno alle associazioni,
rivisitazione dell’immorale ICI, piani per la difesa e la tutela
dell’ambiente e del più ampio patrimonio storico. Probabilmente alcuni nostri
compagni o compagne saranno chiamati a partecipare attivamente alla gestione e
al “controllo” di quanto proposto. Migliaia
e migliaia di consensi, dunque, alcuni risultati visibili, che ci danno fiducia
e che ci obbligano ad impegnarci con rinnovato vigore dentro un programma ed un
progetto che ha come fine il rinnovamento democratico e socialista della società.
Il primo successo è stato, indubbiamente, aver forzato le catene di un
oscuramento che ci voleva ignorati qualsiasi battaglia noi si facesse: le nostre
bandiere hanno ingombrato i telegiornali locali e nazionali, le
tribune
elettorali ci hanno dovuto ospitare, la stampa non ha potuto “soffocarci”.
Con la sola ed unica eccezione del quotidiano comunista (?) “il manifesto”
probabilmente fortemente impegnato a parlare di centrodestra e centrosinistra,
PRC e della miriade di formazioni di estrema destra o di nuova avventura
andreottiana. Un po’ ci vergogniamo anche per loro, per una miseria
intellettuale e morale disonesta e presuntuosa. Anche per questo: come
azionisti, abbonati, lettori e comunisti andremo sotto la sede di questo
quotidiano sempre meno libero e sempre meno dalla parte della ragione (fare
torto ad altri è sempre di più una scelta consapevole della sua redazione) per
un confronto e per un rispetto che crediamo di meritare. Questo editoriale,
comunque, anche per dire GRAZIE alle migliaia di cittadini e cittadine che ci
hanno sostenuto, GRAZIE alle compagne ed ai compagni che hanno affisso in ogni
regione centinaia di manifesti, che hanno distribuito oltre centomila volantini,
diffuso la rivista, un programma, un adesivo, raccolto firme e combattuto contro
burocrazie e inique regole elettorali. GRAZIE a chi ci ha inviato i saluti dal
CHIAPAS (FZLN e Fernanda Navarro), da CUBA (Albertico Granado), dall’America
Latina e dall’Asia. GRAZIE alla rivista del Partito Comunista Marxista
Leninista del Brasile, “INVERTA”, che ha pubblicato le nostre ragioni
facendole proprie. GRAZIE a tutti i lavoratori e alle lavoratrici, ai
disoccupati, agli studenti universitari e non solo, alle ragazze e agli artisti
che ci hanno espresso solidarietà pratica e militante. GRAZIE a quei compagni
anziani che giravano la città esponendo con orgoglio le nostre bandiere rosse e
GRAZIE anche a quel pugno di candidati e candidate che non hanno cercato un voto
ma un’adesione per continuare a lottare, per rifondare dal basso un progetto
di liberazione al plurale. Sappiamo, e lo ribadiamo, che i rapporti di forza si
determinano soprattutto nella società e non nelle campagne elettorali ma,
presentandoci con simboli chiari, proposte e lotte (abbiamo organizzato cortei
per i migranti con migliaia di partecipanti, realizzato assemblee sullo stato
sociale, incontrato senza casa e senza lavoro…) abbiamo voluto affermare,
nuovamente, che si è sconfitti solo quando si cede, si vive la politica del
giorno per giorno, si rinuncia a fare la propria parte. In Italia le elezioni
politiche hanno visto (favorita anche ad un meccanismo elettorale truffaldino)
la vittoria del centrodestra: una confusa coalizione politica totalmente
asservita alla parte più retriva, cinica e meschina, mafiosa ed arrogante del
globo. Il Capitale internazionale e la grande finanza stanno lavorando
seriamente per far avanzare minaccioso nel pianeta il vento di destra dopo aver
utilizzato a piene mani “sinistre” supine e “normalizzanti”. Siamo,
dunque, davanti ai nostri stessi limiti ideali, costituzionali, sociali mentre
vanno in frantumi società intere intese come comunità e, nel nostro caso,
quella repubblica antifascista fondata (a parole) sul lavoro ed i diritti. I
termini di destra o sinistra (o meglio: centrodestra e centrosinistra) sono
sempre di più vuoti e non precisano esattamente la realtà misurabile in un
potere capitalistico oppressivo che mentre gestisce la propria crisi dentro
nuovi processi di globalizzazione e “recessione” ringrazia la
“smobilitazione” di parte sostanziale dei rappresentanti dei lavoratori e
dei suoi alleati (vecchi e nuovi) e la riduzione riformista o puramente
ribellistica degli stessi (enormemente disposti a confondere tattica con
strategia, lotte immediate con scopo finale realizzando, spesso, un conflitto
auspicato dalle stesse classi dominanti: dove si farà il prossimo G8? Oppure:
quanto posso togliere alle masse senza annientarle?). La sinistra italiana non
ha un piano chiaro ed è priva, nel suo insieme, di prospettiva e di
“antenne”. I fatti prima accadono e solo dopo possiamo parlarne. Ora
l’Italia ha un “nuovo Governo” sostenuto da un capitalismo legale ed
illegale, voluto fortemente dai grandi interessi del Fondo Monetario
Internazionale e dell’imperialismo USA. Un governo erede della vecchia
egemonia democristiana e della parte più retriva della Chiesa cattolica con una
presenza non indifferente della destra neofascista e di giullari razzisti e
pericolosi. La sinistra esce dimezzata da questa competizione elettorale e lo
stesso PRC dimezza quasi ovunque il suo consenso senza che se ne avvantaggino la
sinistra “consociativa” né quella alternativa che si affaccia sulla scena
politica. La militanza,
inoltre,
è non solo in crisi ma calpestata. Bisogna riflettere, profondamente, sulla
grande perdita di partecipazione, l’ulteriore frammentazione della sinistra,
il distacco delle masse dalla politica e dalle stesse istituzioni e la mancanza
di un progetto credibile da rendere visibile ricominciando dai quartieri, dalle
scuole, dai posti di lavoro, dai luoghi culturali o della disgregazione sociale
ecc., senza distaccarsi da quanto avviene oltre il proprio cortile di casa. Non
si tratta di proporre CONSULTE DELLA SINISTRA generiche e da egemonizzare ma una
vera UNITA’ basata sul confronto rispettoso delle idee e da cementare
attraverso lotte e proposte chiare per l’alternativa. Dobbiamo, ora,
rilanciare nel Paese battaglie vere in difesa dello stato sociale, dei diritti
(dalla legge 194 a pensioni adeguate ad esempio), portare avanti una nuova tappa
della rivoluzione democratica ed antifascista, inserire nella società elementi
di socialismo ovvero conquistare le 35 ore a parità di salario, difendere ed
aumentare i salari, lavorare per la riforma dello Stato, contrastare la
militarizzazione in atto e la vera criminalità sempre di più intrecciata con
la politica, ottenere nuove leggi e regole elettorali democratiche e
proporzionaliste, schierarci al fianco di donne e uomini per lo sviluppo delle
nostre risorse e un nuovo modello di sviluppo, per l’ambiente, per i migranti
e farlo oltre il cretinismo parlamentare e quello antiparlamentare. Nel nostro
Paese il grande serbatoio di voti democristiani è indubbiamente andato a destra
e la massa è sempre di più amorfa e priva di consapevolezza: trionfano
opportunismo, trasformismo e apoliticismo. Apolitico è anche
quell’atteggiamento settario e al di fuori degli elementi della politica che
condizionano non raramente anche tanta parte della sinistra organizzata.
“L’individualismo è solo apoliticismo animalesco; il settarismo è
apoliticismo e se ben si osserva, infatti, il settarismo è una forma di
clientela personale, mentre manca lo spirito di partito, che è l’elemento
fondamentale dello spirito statale” (Gramsci). L’unica rivoluzione che
sembra compiuta in Italia è quella autoritaria. Del resto i tentativi di
imposizioni autoritarie non sono nuovi: la legge truffa del 1953 valorizzata e
sostenuta poi dal centrosinistra in tempi recenti, le scelte di Scelba e
Tambroni che trovano campioni anche in Bianco, il tentato golpe di De Lorenzo
che ha molti suoi simpatizzanti nell’attuale governo, lo stragismo di Stato
che prese avvio in maniera eclatante dai fatti di Milano del 1969 e che si
ripropone oggi in forme più cialtronesche, il piano di Licio Gelli che ha in un
suo vecchio “amico” chi dovrà guidare il governo di questo Paese dal 13
maggio esaltando il rapporto tra politica ed affari. Anche per questi motivi
tangentopoli non ha rappresentato nessuna rivoluzione e neppure la condizione
per la nascita di una “seconda repubblica” ma, al contrario, è la
dimostrazione del vuoto della politica, dei disastri causati dal malgoverno
democristiano e dal decisionismo craxiano, dell’esigenza da parte dei
possessori dei mezzi di produzione e della finanza di appropriarsi direttamente
dello Stato, della soppressione, non solo delle speranze ed i sogni
del ’68 ma anche di ciò che quella stagione aveva individuato: la
crisi sociale, economica e strutturale. Fummo sconfitti allora, siamo stati
sconfitti oggi ma non possiamo farci sconfiggere domani. In questo numero della
rivista vogliamo anche aprirci ad un dibattito a più voci: comprese quelle che
non condividiamo. E a coloro che ci hanno rimproverato (confondendo tattica con
strategia) per aver sostenuto, dopo la vittoria alle politiche delle destre, il
centrosinistra nei ballottaggi vogliamo rispondere con una storiella simpatica
di Antonio Gramsci: “la saggezza degli zulù ha elaborato questa massima “è
meglio avanzare e morire che fermarsi e morire”… Una delle manifestazioni più
tipiche del pensiero settario (pensiero settario è quello per cui non si riesce
a vedere come il partito politico non sia solo organizzazione tecnica del
partito stesso, ma tutto il blocco sociale attivo di cui il partito è la guida
perché l’espressione necessaria) è quella per cui si ritiene di poter fare
sempre certe cose anche quando la situazione politica o militare è cambiata.
Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo, la
stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel
grido finge di non sentire, scantona ecc.; al terzo giorno la stessa gente
rimprovera Tizio, lo rintuzza e anche lo bastona e lo denunzia. Tizio non ne
capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver
gridato bene o di essere un vigliacco o un inetto ecc.. Caio è persuaso che
quel grido elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica, deve sempre
entusiasmare e trascinare, perché nella sua conventicola, infatti, i presenti
fingono ancora di entusiasmarsi ecc.. Sarebbe interessante descrivere lo stato
di animo e di stupore e (anche) di indignazione del primo francese che vide
rivoltarsi il popolo siciliano dei Vespri… il settario si esalterà nei
fatterelli interni, che avranno per lui un significato esoterico e lo
riempiranno di mistico entusiasmo; lo storico, pur dando ad ogni cosa
l’importanza che ha nel quadro generale, poserà soprattutto l’accento
sull’efficienza reale del partito, sulla sua forma determinante, positiva o
negativa, nell’aver contribuito a creare un evento e anche nell’aver
impedito che altri eventi si compissero o rafforzassero…” Con coerenza,
dunque, andiamo avanti per “mutare lo stato di cose presente”: anche perché
il chiamarsi “fuori e contro” non è un appuntamento elettorale ma una linea
per l’azione che pretende unire, sempre e con determinazione, quello che il
padrone divide, che impone lo stare dentro la realtà per costruire un grande
processo di emancipazione.