Finalmente la mia pioggia

 

 

Dal cielo torbido e pesante,

a grosse gocce piove sangue,

tutto e buio e completamente nero

e con il corpo appiccicoso

e con gli occhi alzati a guardare,

apro la bocca e mi riempio il torace

 

Il sapore è dolce come la morte nel sonno

i grumi sputo come nocciuoli d’oliva,

spalmo il santo liquido sul corpo

che diventa sempre più nero dal cupo rosso

 

Stringo gli occhi per vedere meglio

e quel  viso che a poco a poco si staglia, riconosco

ed è come guardarmi in un grande specchio

 

Ma la voce che mi arriva è diversa,

non è la mia, e mi dice:

“Non sei stanco di ber sempre l’altrui veleno?

Senti quanto sei dolce, riprenditi il tuo sangue!

E quando empio ne sarai, potrai richiamarti per nome”


L’afonurlo

 

 

Come un’urna funeraria,

di lacrime e cenere empio ho lo stomaco,

allorché in caduta profonda,

le mani scivolano sulle viscide pareti,

e le unghie rotte mostrano la carne viva

Di nessuna presenza l’aria odora,

e le bianche pareti in tondo sfilano,

sempre più vicine, comprimendo il cervello,

l’umida gola si gonfia, gli occhi sputano dolore.

Grida e strida di cellule impazzite,

si rincorrono nelle viscere, vortici

che salgono veloci per i polmoni, bruciano l’ugola

ma al momento di vomitarle l’urlo è afono!

L’afonurlo è l’angoscia inespressa,

il silenzio non si rompe ed i timpani riempie d’ovatta,

la bocca si spalanca stanca,

recepisce il sale dagli occhi rossi,

inarrestabile pazzia, logoramento afonico.

Ringrazio Dio inventore del sonno,

valium naturale degli umani dolori,

quiete necessaria a spezzare il maleficio,

per potere di nuovo parlare.

 

Se il rintocco non è il nostro,

l’asessuata contadina nera,

che va a letto con uomini e donne,

si farà magari annusare, senza mieterci

nella sua sicurezza

di essere l’ultimo amante con cui faremo l’amore.