MEMORIE DI ANTIFASCISTI COLLIGIANI

 sommario

PREMESSA BALILLA GIGLIOLI – Breve biografia

PARTE I^ VERSO IL FASCISMO

CENNI STORICI SUL MOVIMENTO OPERAIO COLLIGIANO

L’ultimo Consiglio Comunale Socialista

I Consiglieri ed il Sindaco del Comune di Colle di Val d’Elsa (eletti il 10 ottobre 1920) con alto senso di civiltà e di democrazia il 29 ottobre 1922 presentano le proprie dimissioni al Prefetto p

Il Primo Consiglio Comunale eletto il 3 giugno 1923, dopo la presa del potere da parte del partito fascista

PARTE II^

LE VIOLENZE DEL FASCISMO

Denuncia contro Capresi Ernesto

Testimonianza contro Ernesto Capresi

Testimonianza contro Ernesto Capresi

I fatti verificatisi nel 1931

Denuncia contro Capresi Ernesto

Testimonianza contro Capresi Ernesto

Informazioni su Capresi Ernesto

Denuncia contro Capresi Ernesto, Viviani Enzo, Bottai Gastone

Situazione fermati politici

N° 5 denunzie politiche

Denuncia contro Mino Maccari

Denuncia di Nuti Vittorio contro Maccari Mino e Capresi Ernesto

Il Comitato di Liberazione nazionale risponde a Nuti Vittorio

Vittorio Nuti conferma la denuncia

Carli Alvaro aggredito dai fascisti

Una denunzia politica collettiva

   PARTE III^ :

ANTIFASCISTI COLLIGIANI CONDANNATI DAL TRIBUNALE SPECIALE "UNA CITTA’ CHE RESISTE"

Sentenza n° 142 del 25-06-1928

Sentenza n° 205 del 30-08-1928

Sentenza n° 68 del 12-12-1930

Sentenza 108 del 10-08-1931

Sentenza n° 11 del 20-01-1932

Sentenza n° 65 del 29-04-1932

COMMISSIONE PROVINCIALE DI ROMA 27-02-1937

COMMISSIONE PROVINCIALE DI SIENA 29-04-1938

COMMISSIONE PROVINCIALE DI SIENA 09-08-1940

COMMISSIONE PROVINCIALE DI SIENA 04-07-1941

TRIBUNALE SPECIALE Sentenza n°553/1942 imputati n° 1

ANTIFASCISTI AMMONITI E DIFFIDATI

ELENCO DEI CITTADINI CHE VOTARONO NO AL FASCISMO

I COMBATTENTI ANTIFRANCHISTI DELLA PROVINCIA DI SIENA

GLI INTERNATI DURANTE LA GUERRA

PERSONE RICERCATE O SOSPETTATE DA PERQUISIRE E SORVEGLIARE

PARTE IV^

LA GUERRA E IL MOVIMENTO PARTIGIANO

Testimonianze dalla Spedizione di Russia p

Il C. L. N. di Colle Val d’Elsa

Manifesto per la Liberazione

Decreto del 10 aprile agli sbandati dopo l’8 settembre firmato per il Ministro Mezzasoma il Capo Gabinetto Giorgio Almirante

Decreto relativo alla pena di morte per i disertori e renitenti alla leva

Elenco dei cittadini colligiani deceduti a causa di eventi bellici nel periodo 15 e 16 febbraio 1944, con aggiunta di alcuni deceduti durante il passaggio del fronte

ELENCO DEI MORTI E DICHIARATI IRREPERIBILI GUERRA 1940/43

ELENCO CADUTI COLLIGIANI NELLA RESISTENZA E NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE

PARTIGIANI COMBATTENTI IN ITALIA

PARTIGIANI E COMBATTENTI ALL’ESTERO

HANNO FATTO PARTE DELLA DIVISIONE GARIBALDI IN JUGOSLAVIA

DIVISIONE GRAMSCI IN ALBANIA

ELENCO DEI VOLONTARI COLLIGIANI NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE

MESSAGGIO DEL GENERALE ALEXANDER A TUTTI I PATRIOTI DELL’ITALIA OCCUPATA

I Francesi si impadroniscono di Colle di Val d’Elsa

PARTEV^

 TESTIMONIANZE

 

SPALLETTI GHINO " QUESTO ERA IL FASCISMO "

TESTIMONIANZA DI GHINO SPALLETTI SU NELLO SALVI

TESTIMONIANZA DI GIUSEPPE BRACCAGNI

CRONACA E STORIA ANTIFASCISTA DI COLLE DI VAL D’ELSA DI BALILLA GIGLIOLI 1958

Volantino del Partito Comunista che invita a votare No al Plebiscito

GRACCO DEL SECCO (Biografia di Balilla Giglioli ?)

TESTIMONIANZE DI TULLIA ROSSI NEI MORI

TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI (LIBERAZIONE PRIGIONIERI DAL CARCERE DI S. GIMIGMANO)

TESTIMONIANZE DI ORAZIO MARCHI

Il Comitato Comunale del P.C.I. ricorda Orazio Marchi

TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI SU LEO FRANCI

Lettera di Guido Mugnaini al fratello di Leo Franci

TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI SU AGOSTINO FRANCHI

TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI SU NELLO SALVI

Balilla Giglioli "Come ricordo Ricciardo Bonelli"(antifascista Senese)

CRONISTORIA ANTIFASCISTA DI Colle di Val d’Elsa Balilla Giglioli

CAMBI VIRGILIO –Testimonianza della figlia Fosca Cambi Deri

Il giudizio di un Questore sui comunisti

 

 

 

 

I RACCONTI DELL’ANTIFASCISMO COLLIGIANO

Documenti e Testimonianze

Raccolta a cura di Mino Paradisi

 
 PREMESSA

 
Chi scrive queste pagine, chi ha raccolto i documenti che seguono, non è uno storico. E questa raccolta di testimonianze non ha la pretesa di cercare verità o riscrivere la storia. Non è il mio mestiere .

Tuttavia mi è sembrato importante, militando da cinquantotto anni nel più grande partito della sinistra italiana ( PCI - PDS - Democratici di Sinistra ) e venendo a contatto con storie, testimonianze, esperienze di tanti compagni raccogliere questa parte di memoria storica,  che altrimenti potrebbe essere perduta.

Colle Val d’Elsa è una città che ha tratti originali nella storia del movimento operaio e social-comunista italiano: fu una delle prime città ad eleggere ( 1897) un Sindaco socialista. In un’economia italiana, quella ottocentesca, prevalentemente agricola,  la nostra città si connotava invece per la presenza di industrie e di figure professionali marcatamente operaie.

Il movimento operaio e socialista a Colle,  dunque, nasce e si sviluppa sull’onda di profonde trasformazioni economiche e sociali della città,  assumendo caratteri che,  anche oggi,  resistono.

Qualcuno che ha approfondito i temi della partecipazione politica delle masse lavoratrici,  ha parlato per queste zone di vera e propria “subcultura rossa”. Non ho la pretesa di svolgere analisi di tipo sociologico e politico,  ma credo che,  a chi di Colle Val d’Elsa leggerà queste pagine,  non potrà sfuggire un filo di continuità ( un filo rosso ) che lega il secolo appena concluso ai giorni nostri.

Provate a leggere i nomi dei 186 colligiani che votarono ( sapendo che sarebbero stati identificati ) NO al Fascismo,  e probabilmente riconoscerete la storia di questa città,  degli uomini e delle donne che l’hanno fatta crescere.

Oppure leggete i testi delle denunce che il Comitato di Liberazione Nazionale raccolse dopo la caduta del Fascismo:  quelle violenze che sui libri di storia appaiono tanto lontane si mostrano per quello che in realtà erano: atti di barbarie compiuti in nome di un’ideologia che, fortunatamente, questo paese ha sconfitto. .Credo che, appunto, sia importante leggere queste pagine: la raccolta ha un taglio di tipo “antologico”; laddove necessario sono stati inseriti dei piccoli commenti per chiarire meglio il contesto entro il quale collocare i documenti e le testimonianze.

Un’unica eccezione è stata fatta per Balilla Giglioli, figura esemplare di militante comunista, i cui scritti sono stati ampiamente utilizzati per questa ricerca. Ho ritenuto opportuno,  seppur sinteticamente,  tracciare una biografia di

Balilla Giglioli, per far comprendere meglio il carattere dell’estensore dei documenti che ho utilizzato.

Il mio lavoro,  in sintesi,  è stato quello di ricercare e riportare in una raccolta parti della storia di questa città che potevano essere dimenticate.

Da militante della sinistra ho svolto il mio lavoro consapevole che questa era la prima necessità: riportare alla luce personaggi, episodi, documenti che hanno fatto la storia di Colle.

Per provare, in un tempo in cui la superficialità è trionfante, a scavare, a togliere la polvere dagli archivi,  a ricordare e capire quello che è stato il nostro passato.

E, credo proprio di non sbagliare, conoscendo il nostro passato possiamo essere in grado di guardare al futuro con sufficiente serenità,   perché le radici del nostro albero ( quello della sinistra ), almeno qui a Colle sono ben salde.

Mi auguro che queste pagine siano lette dai più giovani, da coloro che non hanno vissuto sulla propria pelle le brutture del fascismo. La storia non è un insieme di date, ma è un processo fatto dagli uomini. In queste pagine si parla di uomini e di donne colligiane che hanno lottato, non si sono arresi, hanno costruito la democrazia e la libertà a Colle ed in Italia. Per questo penso che le pagine che seguono siano vive, vere, diverse dai tradizionali libri di storia.  Si ha a che fare con documenti e testimonianze: ognuno poi rifletta su quello che  è il loro contenuto.

Concludo ripetendo l’avvertenza iniziale. Questo non è un lavoro fatto da uno storico di professione, ma da una persona che, armata di pazienza, tenacia e buona volontà ha provato a mettere insieme tante storie,  tante parti della nostra storia. Per non dimenticare, per essere anche orgogliosi della storia del movimento operaio,  socialista, democratico, comunista.

Ringrazio tutti coloro che leggeranno queste pagine e comprenderanno lo spirito di questa ricerca. Un grazie va inoltre al Comune che ha consentito l’accesso ai propri archivi, all’ASMOS di Siena, all’ANPI, al Partito dei Democratici di Sinistra per la collaborazione offertami.

Un ringraziamento grande va inoltre a tutte quelle persone che, contattate, hanno messo a disposizione materiale,  oppure hanno parlato,  testimoniato, ricordato la loro storia.

Una storia spesso fatta di sofferenza, ma che ci ha dato un grande bene:  quello della libertà, della democrazia;  grazie al sacrificio di tanti militanti dei partiti della sinistra ( in primo luogo quello comunista ) oggi è possibile leggere liberamente queste pagine. Lo ricordino tutti,  anche quelli che  oggi inneggiano,  con grande spavalderia, alla libertà,  scordandosi quello che è stato il passato .

 

Un passato dove, per dirla con le parole della Martinella “la società regalava polvere e piombo a chi chiedeva pane; la società che strozzava la libera parola nella gola dell’oratore che le dava noia; la società che ammanettava e faceva scortare da un manipolo di carabinieri i tremendi delinquenti, rei di aver cantato l’inno dei lavoratori…”. Quel passato non deve tornare mai più.

 

Colle Val d’Elsa, febbraio 2001

Mino Paradisi

 

 

 

                             BALILLA GIGLIOLI – Breve biografia

 

Di Balilla Giglioli ho un ricordo nitido,  perché  nel 1943 ( a soli 16 anni ) ho fatto parte di un gruppo clandestino di giovanissimi comunisti  da lui organizzato.

 

Balilla Giglioli nacque a Colle di Val d’Elsa il 7 dicembre 1903. Balilla si iscrisse al Circolo Giovanile Comunista nel 1924. Con la presa del potere da parte del partito fascista iniziarono le violenze contro gli antifascisti ed in particolare i comunisti. Il 1° Maggio 1922 quando i cittadini colligiani  festeggiarono, con il garofano rosso all’occhiello, la Festa dei Lavoratori,  la reazione dei fascisti si fece violenta e sotto i loggiati di fronte al Caffé Garibaldi ci fu lo scontro. Il Ras di Colle, il terribile ingegner Nepi, ebbe una sgabellata sulla testa,  senza che l’aggressore fosse identificato. In realtà fu proprio Balilla che, nascosto dietro una colonna lo colpì (suo cognato afferma che è stato il suo primo ed ultimo atto di violenza). I fascisti sapendo che era stato un certo Balilla, se la presero con un altro Balilla cioè il Valentini che fu costretto a fuggire. Se il Valentini fosse stato arrestato il Giglioli era disposto a presentarsi ai fascisti e dire la verità. Però col tempo l’episodio venne dimenticato.  Nell’agosto del 1925 Giglioli venne arrestato per la prima volta. Nel 1931 venne nuovamente arrestato assieme ad altri 40 compagni. Nel periodo clandestino mantenne sempre  contatti con il partito.  All’inizio della seconda guerra mondiale Giglioli si trovò a lavorare presso le officine Francolini di Colle Val d’Elsa e lì riuscì ad organizzare una cellula clandestina ed organizzare gruppi di giovani gappisti. Fu membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Colle, e fu il responsabile provinciale per il P.C.I.. Partecipò alla liberazione dei prigionieri politici dal carcere di San Gimignano. La sua arma era una rivoltella ed ad un compagno confessò che se avesse dovuto sparare si sarebbe trovato in difficoltà. Passato il fronte a Colle (come in tutta l’Italia liberata) vi fu il ritorno alla vita democratica. Con Decreto Prefettizio dell’8 settembre 1944 venne nominato nell’Amministrazione Comunale come Assessore Effettivo. La nomina fu ripetuta l’8 dicembre 1945.

Come Assessore ai Lavori Pubblici,  dovendo ricostruire le zone devastate dalla guerra, Balilla girava per le vie cittadine ed in Giunta riportava le priorità dei lavori da eseguire.

Venne eletto democraticamente con 5.514 voti nelle Elezioni Comunali del 31 marzo 1946 e assieme al Sindaco Egidio  Pierini ritornò a fare parte della Giunta Comunale. Il 10   giugno 1951 fu rieletto e col Sindaco Donato Fusi riassunse la carica di membro della Giunta Comunale.

Fu rieletto il 27 maggio del 1956. Questa fu la sua ultima elezione come Consigliere Comunale,  ritirandosi poi dalla vita amministrativa pur continuando la sua attività  politica fino al giorno della sua emigrazione nel 1964 in  Valdagno al seguito di sua figlia .

Nel 1979 ha ricevuto il premio Città di Arnolfo.

Nonostante la lontananza,  è stato sempre in contatto con i vecchi e nuovi compagni di partito . Più volte ha rimarcato la sua soddisfazione per il lavoro che aveva fatto assieme ad altri compagni subendo il carcere, torture e manganellate dalle squadracce fasciste, consapevole di avere costruito un Partito Comunista  forte e rappresentativo.

Questa bandiera del movimento operaio e comunista colligiano che i giovani di oggi dovrebbero tenere per esempio, ci ha lasciati il 20 gennaio 2000

 

 

Mino Paradisi

 

 

VERSO IL FASCISMO

 

 

CENNI STORICI SUL MOVIMENTO OPERAIO COLLIGIANO

 

       Il movimento operaio sorse a Colle anteriormente al 1892, esistevano infatti, alla fondazione del Partito Socialista Italiano, nato al Congresso di Genova, al quale Colle inviò una sua delegazione, i sindacati di categoria.

Il movimento, data la conformazione del Comune che, contrariamente agli altri Comuni della Provincia e di tipo industriale più che agricolo, sorse prima nella città, ma ebbe un conseguente  e graduale sviluppo nelle campagne.

       Le forze socialiste conquistavano, verso il 1897 l’Amministrazione Comunale e fu il nostro, dopo il Comune di Milano e di Reggio Emilia il terzo Comune ad essere conquistato dalle forze del lavoro. Il primo dell’Italia centro meridionale.

       Non mancarono, anche da noi, come nel resto d’Italia, agitazioni e lotte specialmente intorno all’anno 1898 e 1904.

       Uno sciopero generale che ebbe luogo in quell’anno trovò tra i lavoratori di Colle  Val d’Elsa la più assoluta rispondenza.

       Le agitazioni e le lotte contro il prepotere del capitale si acuirono, in modo particolare nel periodo compreso tra gli anni 1910 e 1913; in occasione delle dimostrazioni contro la guerra, durante la guerra imperialista di Libia nell’anno 1911 si tentò ad un treno adibito al trasporto di truppe sul tratto ferroviario Colle-Poggibonsi di effettuare il servizio. Vi furono in quell’occasione dei feriti e numerosi arrestati, tra i quali alcune donne.

       Subito dopo la stasi della prima guerra mondiale il movimento riprese le sue violenti lotte che, neppure durante il periodo bellico furono del tutto spente. Ci risulta, infatti, essere stati in questo periodo circa venti denunce per renitenze alla leva e tutti i denunciati appartenevano al Partito Socialista.

       Nel 1920 tutti gli operai di Colle prendevano parte allo sciopero generale che s’inquadra perfettamente con gli scioperi generali di categoria che si susseguirono ininterrottamente dal 1919 al 1921.Vaste proporzioni, poiché, frattanto, il movimento era sviluppato notevolmente anche nelle campagne, lo sciopero generale agricolo nel 1919.

       Nel 1921, essendo avvenuta anche a Colle quella scissione già in atto al momento in cui ebbe luogo il Congresso di Livorno, il Partito Comunista che da quella scissione nacque, ottenne subito la maggioranza assoluta dei voti.

       Il movimento fascista sorse molto tardi, soltanto nel 1922, in occasione del 1° Maggio si ebbero i primi incidenti di una certa gravità (bastonature e qualche ferito).

       Nel 1924, alle elezioni politiche che in quell’anno ebbero luogo, i Comunisti, malgrado la reazione fascista fosse già pienamente in atto anche da noi, riportavano un totale di 513 voti di cui circa 300 nel solo seggio di Gracciano d’Elsa. Questa affermazione fu di poco minore alle elezioni del 13 maggio 1921.

       Durante gli anni successivi la reazione fascista doveva anche da noi intensificarsi, tuttavia, allo sciopero generale che ne seguì il delitto Matteotti (10 giugno 1924) gli operai di Colle guidati dai Comunisti partecipavano ancora in massa alla manifestazione. Nel 1925, in occasione della repressione che segui il colpo di stato del 3 gennaio di quello stesso anno, circa 30 dei nostri compagni, della zona compresa tra Colle e Gracciano d’Elsa furono arrestati. Altri arresti seguirono il plebiscito indetto da Mussolini durante l’anno 1929 al quale molti Colligiani risposero “NO”, 170 di questi NO sono da rilevarsi nella Sezione di Gracciano d’Elsa.

       Nel 1931 mentre i Comunisti Colligiani facevano tutti i loro sforzi alfine di non perdere i contatti con i movimenti clandestini di Siena e di Firenze altre 40 persone venivano arrestate e due di questi (Nello Salvi e Dino Bandini) furono denunciati al Tribunale Speciale, ma furono prosciolti prima che il processo avesse luogo.

       Dopo un periodo di stasi di circa 5 anni, periodo durante il quale fu perduto ogni collegamento coi movimenti clandestini antifascisti, si ebbe, nel 1936 un notevole risveglio in occasione della guerra di Spagna.

       Tre colligiani, infatti, seguiti dai voti e dalle speranze di tutti i lavoratori di Colle, partecipavano alla lotta nelle file dell’armata rossa, essi sono: il compagno Marchi Orazio, Il compagno Leo Franci, il compagno Giachi Bruno. Di questi tre compagni, uno, il compagno “ Leo Franci” decedeva, un altro il compagno Orazio Marchi rimaneva gravemente ferito.

       Dopo il 25 luglio 1943 subito si riformò la Sezione Comunista, dietro iniziativa di tre compagni. Nel breve periodo di 15 giorni gli iscritti salivano a 86. Il numero degli iscritti non crebbe per ragioni tattiche sino al 7 luglio 1944, giorno in cui i nazi-fascisti furono cacciati dalla nostra Città.

       Le lotte partigiane trovò i compagni pronti a sacrificare se stessi per il trionfo della causa del Socialismo. Il 28 marzo 1944, in seguito ad imboscata organizzata dai fascisti sulle pendici del Montemaggio 19 partigiani furono trucidati; uno, il compagno Meoni Vittorio riuscito a sfuggire davanti al plotone di esecuzione, rimase gravemente ferito e su lui pendette per diversi mesi la condanna a morte. I partigiani di Colle partecipavano, fra l’altro alla liberazione dei detenuti politici nel carcere di San Gimignano. Trovatasi tra i detenuti il compagno Eugenio Giovannardi attuale Responsabile della Stampa e Propaganda di Partito.

       Ma le vittime della rabbia nazi-fascista non dovevano finire a Montemaggio: pochi giorni prima della liberazione, colpito a tradimento, cadeva il compagno Gracco Del Secco, che mai si era risparmiato nella lotta, ed il compagno Nello Salvi che già abbiamo ritrovato fra i denunciati del Tribunale speciale, veniva trucidato a Milano nelle giornate gloriose dell’insurrezione.

       Subito dopo la liberazione, e per tutto il periodo compreso fra l’ottobre 1944 e giugno 1946 l’afflusso dei comunisti crebbe notevolmente a Colle Val d’Elsa.

       Gli iscritti al Partito salirono, durante  questo periodo da 86 a circa 2.000, inoltre il Partito Comunista riuscì ad ottenere la quasi totalità dei voti nel sindacato, il controllo di tutte le altre organizzazioni di Massa (UDI, ANPI, ENAL, Combattenti e Reduci, Cooperative tre l’Unitaria cooperativa di consumo, la Montemaggio cooperativa di produzione, e la Metallurgica Valdelsana.

       Alle Elezioni Amministrative il 31 maggio 1946, il Blocco del Popolo formato dai Comunisti Socialisti e Partito d’Azione otteneva il 74 % dei voti, mentre il 71,4 % otteneva il Fronte Democratico Popolare alle elezioni dei 18 aprile 1948, le elezioni politiche del 2 Giugno 1946 i Comunisti scesi da soli ottenevano un numero di voti che superavano di poco i 5.000.

       La diminuzione di percentuale dal 74 % al 71,4 % che si è riscontrata dal 31 marzo 1946 al 18 aprile 48, nelle due competizioni elettorali in cui i comunisti ascesero in lista ad altre formazioni politiche è dovuta esclusivamente alla scissione  dei socialisti dopo il Congresso di Roma del 1947. Gli elementi che sono andati perduti, a causa di tale scissione sono da ricercarsi non tra gli operai dell’industria o tra i contadini dove essa non ha avuto nessun seguito ma soprattutto tra gli intellettuali, i piccoli proprietari e piccoli commercianti.

       Durante lo sciopero generale del 14 luglio la massa, la gran massa, dei lavoratori colligiani ha risposto pienamente all’appello. Anche a Colle, come è avvenuto in tutte le città Italiane, lo sciopero generale era già in atto prima che fosse stato proclamato dalla Giunta Esecutiva della Camere del Lavoro. In occasione di tali agitazioni la sede della Democrazia Cristiana, delle Acli, delle Associazione Industriale furono alle mercé dell’irrefrenabile sdegno del popolo che le sottopose a devastazione. Non vi sono stati arresti fino a questo momento in seguito ai sopraccitati fatti, da fonte ufficiosa risulta trattavano che vi siano da venti a quaranta denunciati tra Prefettura e Tribunale  tra cui numerose donne.

 

 

Questi cenni storici penso siano stati scritti da Balilla Giglioli.Debbo comunque fare alcune precisazioni in virtù della ricerca che ha fatto sui risultati elettorali di Colle :

 

1.   Nelle Elezioni Politiche del 1924 i voti al Partito Comunista non sono 513 ma 150. Se si sommano i voti ottenuti dal Partito Comunista 150, Socialisti Unitari 123, Socialisti Massimalisti 180,  arriviamo a 453. Se poi aggiungiamo i 55 voti del Partito Repubblicano arriviamo a 508. 

2.   Risulta errato anche i 300 voti avuti a Gracciano dal P.C.

3.   Il 15 Maggio 1921 ( e non il 13 come riportato) il partito Comunista ebbe 523 voti; (cosi risulta dall’archivio dei Democratici di Sinistra) mentre nell’archivio Comunale si trovano solamente il numero delle 5 sezioni elettorali con un totale di 3.611 (vedi Archivio Comunale cartella 1 G 216 Affari Trattati anno 1921 dalla categoria 1, classe 4, fascicolo 2).

4.   Nel plebiscito del 24 Marzo 1929 i “NO” al fascismo furono 186 di cui 149 sono stati elencati dai fascisti (di cui troviamo elenco nell’Archivio Comunale cartella 1G 245 Affari Trattati anno 1929) mentre gli altri 37 sono passati senza lasciar traccia sotto gli occhi della censura fascista. Quindi è impossibile che 170 siano stati i NO di Gracciano; per fare un conteggio approssimativo si potrebbero leggere i nomi e vedere chi era un elettore della Sezione di Gracciano, cosa che oggi è del tutto impossibile a distanza di molti anni.

5.   Alle Elezioni del 31 Marzo 1946 (e non maggio come riportato) il Blocco del Popolo prese 5.470 voti pari al 73,52 %.

6.   Il 18 Aprile 1948 il Fronte Democratico Popolare ebbe 5.598 voti pari al 70,73 %.

7.   Il 2 Giugno 1946 il Partito Comunista riportava 4.511 voti pari al 59,83 % (e non oltre i 5.000 voti come riportato).

 

(Questo documento si trova presso la raccolta di documenti nella sede dei D.S. di Colle)

 

 

 

Questo è l’ultimo Consiglio Comunale  Socialista che, eletto il 10 ottobre 1920 , ha presentato le dimissioni il 29 e 31 ottobre 1922 dopo la presa del potere da parte del partito fascista.

 

Abitanti                               10.219

Elettori                                 3.555                 34,78 %

Votanti                                    872                 24,52 %

 

Sono stati eletti con voti:

 

Lisi Dante                                867                 99,42 %

Paradisi Danton                        865                 99,19 %

Rettori Artidoro                         865                 99,19 %

Carli Sabatino                           864                 99,08 %

Dondoli Cesare                         864                 99,08 %

Francioli Giuseppe                     864                 99,08 %

Franci Egidio                            864                 99,08 %

Corsi Umberto                          864                 99,08 %

Scarpellini Corrado                    864                 99,08 %

Petreni Guglielmo                      864                 99,08 %

Cardinali Spartaco                     864                 99,08 %

Bastianoni Omero                      863                 98,96 %

Bonelli Bono                             863                 98,96 %

Bianciardi Gino                         863                 98,96 %

Logi Foscolo                             863                 98.96 %

Lolini Vittorio                            863                 98,96 %

Paradisi Giuseppe                      863                 98,96 %

Lazzi Amedeo                           863                 98,96 %

Maestrini Giuseppe                    862                 98,85 %

Valentini Valentino                     862                 98,85 %

Giorli Ezio                                861                 98,73 %

Biagiotti Gemisto                       861                 98,73 %

Bucalossi Enrico                        861                 98,73 %

Viviani Dante                            861                 98,73 %

Senesi Angiolo                             2                   0,02 %

Marzini Pirro                                1                   0,01 %

 

Sindaco è stato eletto Cardinali Spartaco.

 

 

Con la presa del potere da parte del partito fascista avvenuta con l’assenso del Re Vittorio Emanuele III, i Consiglieri ed il Sindaco del Comune di Colle di Val d’Elsa (eletti il 10 ottobre 1920) con alto senso di civiltà e di democrazia il 29 ottobre 1922 presentano le proprie dimissioni al Prefetto con la seguente lettera del Sindaco (Spartaco Cardinali):

 

       I componenti l’Amministrazione Comunale di Colle di Val d’Elsa (Sindaco, Assessori, Consiglieri) consapevoli che data la gravissima situazione politica in cui versa il Paese, la loro permanenza in ufficio potrebbe essere causa di provocare ciò che fino ad oggi, anche per il loro intervento, è stato possibile evitare in Colle d’Elsa, lieti sentirsi tranquilli e soddisfatti di avere bene agito per il passato e di bene di agire oggi, con l’atto presente, nell’interesse generale, rassegno nelle mani di Vostra Signoria Illustrissima le dimissioni  dall’Ufficio  suddetto, pregandola al volere al più presto possibile provvedere alla nomina di un Commissario, al quale si possa consegnare senz’altro l’Amministrazione.

 

       Con ossequio.

 

Cardinali Spartaco, Paradisi Donton, Dondoli Cesare, Paradisi Giuseppe, Lisi Dante, Scarpellini Corrado, Rettori Altidoro, Franci Egidio, Bonelli Bono, Bastianoni Omero, Viaviani Dante, Carli Sabatino.

 

       Altra lettera in data 31 ottobre 1922, sempre indirizzata al Prefetto dice:

      

       I sottoscritti Consiglieri del Comune di Colle Val d’Elsa, richiamando la lettera del 29 ottobre andante, con la quale il Sindaco, gli Assessori ed altri Consiglieri rassegnavano a V. S. Illustrissima le loro dimissioni, non essendo stati presenti quando fu presa tale decisione si affrettano oggi stessi pure a compiere con la presente tale atto.

 

       Con ossequi.

 

Lazzi Amedeo, Bucalossi Enrico, Petreni Guglielmo, Bianciardi Gino, Biagiotti Gemisto, Maestrini Giuseppe, Corsi Umberto, Logi Foscolo, Lolini Vittorio.

 

 

 

Questo documento si trova presso l’archivio Comunale nella cartella 1-G-219 Affari trattati anno 1922 dalla categoria 1 alla 4. Categoria 1, classe 5, fascicolo 1.

 

Con queste due lettere dopo tanti anni di governo termina l’amministrazione socialista al Comune di Colle Val d’Elsa (che riprenderà l’8 settembre 1944 con decreto Prefettizio). Così avrà inizio anche a Colle il regime fascista che  ha portato l’Italia a guerre,  lutti, torture e carcere per una parte delle famiglie Italiane.  Riporterò qui di seguito, (per la raccolta  che ho fatto delle varie testimonianze di antifascisti colligiani), quello che è stato il fascismo in Italia ed in particolare a Colle, con la fiducia che gli Italiani ricordino e che non si debba mai più ritornare a simili avventure.

 

 

Primo Consiglio Comunale eletto il 3 giugno 1923, dopo la presa del potere da parte del partito fascista.

 

Elettori                                 3.431

Votanti                                 2.552                 74,38 %

 

Sono stati eletti con voti:

 

Taviani Ferdinando     fascista           2.048         80,25 %

Senesi Arturo            fascista           2.048         80,25 %

Solari Giuseppe         fascista           2.048         80,25 %

Sumerau dott. rag. Folco                fascista             2.048      80,25 %

Poli Ernesto              fascista           2.047         80,21 %

Mezzedimi Ernesto     mutilato          2.047         80,21 %

Papini Bruno             fascista           2.047         80,21 %

Susini Nello               combattente     2.047         80,21 %

Palazzuoli avv. Vittore      combattente 2.047         80,21 %

Papini Adriano           fascista           2.046         80,17 %

Vigilanti Piero            fascista           2.045         80,13 %

Meoni cav. Crispino     fascista           2.042         80,01 %

Lambertucci quinto     fascista           2.038         79,85 %

Lepri Gino Fernando   combattente     2.038         79,85 %

Giannini Tebaldo        mutilato          2.037         71,42 %

Giacchi Ernesto          fascista           2,036         79,78 %

Concetti Alfredo         combattente     2.036         79,78 %

Cerrano prof. Emilio    fascista           2.036         79,78 %

Caibucatti Aldo          fascista           2.033         79,76 %

Francalanci Cesare     fascista           2.033         79,76 %

Bimbi Pietro              combattente     2.033         79,76 %

Bertini Ugo               fascista           2.033         79,76 %

Bocci Gino                combattente     2.033         79,76 %

Buccianti geom. Buccino                 fascista             2.033      79,76 %

Caponi dott. Unico      fascista           2.033         79,76 %

Giacchi Alfonso          fascista           2.031         79,58 %

Bertini cav. Guido       fascista           2.031         79,58 %

Capresi Ernesto         fascista           2.031         79,58 %

Maccari Mino             fascista           2.031         79,58 %                                                             

Nella lista pubblicata dal Comune di Colle di Val d’Elsa, con firma del Commissario Prefettizio A. Gagnoni e del Segretario Ferruccio Somerau veduto l’articolo 86 della vigente Legge Comunale e Provinciale: Veduti i processi verbali delle elezioni amministrative avvenute il 3 giugno 1923 RENDE NOTO che nelle elezioni predette riportarono i maggiori voti e riuscirono eletti a Consiglieri Comunali i signori in elenco nella pagina precedente. Nell’elenco risulta che Bertini cav Guido a riportato 2.031 voti, mentre nel telegramma n° 4 ore 15,30 del giorno 04/06/1923 inviato al Ministero dell’Interno risulta che abbia riportato 2.146 voti.

 

Nello stesso giorno sono stati eletti anche Consiglieri Provinciali per il M andamento di Colle di Val d’Elsa:

 

Cerrano prof. Emilio         fascista           3.704

 

Ronchi capitano Luigi                                    3.599

 

 

LE VIOLENZE DEL FASCISMO

 

Queste lettere si trovano presso l’Archivio Storico del Movimento Operaio Senese a Siena.

 

 
 
Copia dell’originale
                                                
Colle 11/03/1945
 

All’alto Commissario per l’Epurazione

Commissione Provinciale di Siena

Tramite il C.L.N. di Colle Val d’Elsa

 

                                                 Denuncia contro Capresi Ernesto

 

       Io sottoscritto Bandini Luigi fu Angiolo nato in Poggibonsi il 31 agosto 1868 domiciliato in Colle Val d’Elsa via Roma dichiaro quanto segue:

       Il 20 agosto 1925 mio figlio Dino nato in Poggibonsi il 17 marzo 1901 residente in Colle d’Elsa, morto in Pisa nell’agosto del 1943 in seguito a bombardamento aereo, venne tratto in arresto dai carabinieri e portato in caserma dietro ordine di Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58 residente in Colle Val d’Elsa via XX Settembre, il quale valendosi della sua autorità di componente del direttorio del fascio, di squadrista, e di accusatore, interrogò egli stesso mio figlio alla presenza del Tenente dei Carabinieri Visconti e del Maresciallo N.N. Ferro.

       Inoltre il: suddetto Capresi Ernesto usò violenza contro mio figlio minacciandolo di bruciargli le case e di usare violenze innominabili contro sua madre se non avesse parlato.

       Oltre a ciò fu obbligato con minacce a mano armata, a firmare un verbale non corrispondente a verità, per cui dovette subire ingiustamente nove mesi di carcere scontati in Siena.

       Testimoni alle violenze sopradescritte furono i seguenti cittadini le dichiarazioni dei quali allego alla presente.

       Panti Bruno di anni 40 residente in Colle Val d’Elsa.

       Spalletti Ghino di anno 40 residente il Colle Val d’Elsa.

 

                                                               Firma

                                                             Bandini Luigi

 

 

Copia dell’originale                                      Colle 11 marzo 1945

 

All’Alto Commissario per l’Epurazione

Commissione Provinciale di Siena

Tramite il C.L.N. di Colle Val d’Elsa

 

                                          Testimonianza contro Ernesto Capresi

 

       Io sottoscritto Spalletti Ghino di Pablo di anni 40 residente in Colle Val d’Elsa dichiaro che trovandomi il giorno 20 agosto 1925 in caserma, portato a confronto con Bandini Dino nato nel 1901 in Poggibonsi deceduto a Pisa nel 1943, fui presente quando Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58 residente il Colle interrogo il suddetto Bandini Dino. Posso dichiarare che Capresi Ernesto usò violenza e minacce contro il Bandini perché ritenuto antifascista pericoloso, precisando che egli stesso gli avrebbe la casa e usato violenze innominabili contro sua madre, se non avesse fatto delle confessioni.
       Inoltre con minacce a mano armata il Capresi con altra persona obbligò al Bandini di firmare una dichiarazione non conforme a quanto egli avrebbe dichiarato.

       Quanto sopra è la pura verità.

    Firma

                                                                Spalletti Ghino

 

All’Alto Commissario per l’Epurazione

Commissione Provinciale di Siena   

Tramite il C.L.N. di Colle di Val d’Elsa

 

                                          Testimonianza contro Capresi Ernesto

 

       Io sottoscritto Panti Bruno di anni 40 residente in Colle d’Elsa dichiaro che fui presente quando a Bandini Dino di Luigi nato nel 1901 e deceduto in Pisa nel 1943 venne usate violenze e minacce da parte di Capresi Ernesto di anni 58 residente in Colle di Val d’Elsa via XX Settembre.

       Dette violenze e minacce vennero usate dal Capresi in Caserma dei carabinieri alla presenza del Tenente del Maresciallo e di Nepi Alfredo. Inoltre al Bandini fu con minacce intimato di firmare un verbale non corrispondente a quanto aveva egli dichiarato.

       Quanto sopra per la verità.

 

                                                        Firma

                                                      Panti Bruno

 

Copia dell’originale

Colle 22 marzo 1945

 

All’Alto Commissario per l’Epurazione
Commissione Provinciale di Siena
Tramite il Comitato di Liberazione Nazionale di Colle Val d’Elsa

 

       In osservanza alla legge per le punizioni dei delitti fascisti, i sottoscritti portano a conoscenza i seguenti fatti verificatosi a loro danno nel 1931, allo scopo di perseguire gli elementi di seguito nominati che secondo il giudizio delle Autorità preposte risulteranno passibili di pensione.

       Nella notte del 24 marzo 1931 una squadra degli agenti della questura di Siena, coadiuvate da carabinieri e fascisti locali, procedé all’arresto dei sottoscritti i quali furono tradotti unitamente ad altri venti giovani del paese, alle carceri giudiziarie di S. Spirito di Siena.

       Sottoposti ad interrogatorio di carattere politico, furono soggetti a cominciare dallo stesso Questore allora a Siena, a quei trattamenti già usati nelle piazze dalle famigerate squadre d’azione fascista, senza tuttavia venire a capo di quel filo conduttore che cercavano o fingevano di cercare per giustificare i loro bestiali istinti. Gli interrogatori venivano effettuati a qualsiasi ora del giorno e della notte e condotti con metodo di tortura ai polsi, pugni, schiaffi, strappate di capelli, calci negli organi genitali e simili.

       Il verbale di accusa che ai sottoscritti veniva letto, era firmato dal nominato Antonio Gerbi di Aurelio nato il …….. a ………………. Domiciliato in Colle Val d’Elsa (Siena).

       Le colpe principali venivano attribuite ai sottoscritti e che erano contenute nel verbale sopra menzionato, erano le seguenti:

·       di aver procurato passaporti fatti ad antifascisti che desideravano abbandonare il nostro Paese;

·       di associazione a delinquere (così erano allora chiamati quei gruppi di individui che intendevano organizzare quella resistenza che avrebbe dovuto sbarrare il passo alla vera delinquenza);

·       di offese al duce;

·       di detenzione di armi (non trovate ad alcuno);

·       di propaganda sovversiva;

·       di atti tendenti all’insurrezione contro i poteri dello stato fascista ecc.

 

Dall’interrogatori e confronti col nominato sedicente traditore Gerbi Antonio; non emersero l’elementi e tanto meno le prove di quanto contenuto nel verbale di accusa, per cui i sottoscritti dovevano essere rilasciati dalla Questura di Siena. Se non che, come ai sottoscritti e poi risultato, un nuovo intervento del direttorio del fascio di Colle di Val d’Elsa, il quale teneva soprattutto a far sacrificare quei cittadini a loro invisi, indusse la Questura di Siena ad inoltrare denunce al tribunale speciale per la difesa dello stato fascista.

       Nel luglio dello stesso anno 1931, un Giudice del Tribunale Speciale procedé a Siena ad un nuovo interrogatorio dei sottoscritti e dopo accurate indagini svolte a Colle d’Elsa, si addivenne al riconoscimento del luogo a procedere per mancanza di prove.

       I sottoscritti furono rimessi in “libertà” il 13 agosto 1931, ma dal quel giorno non sono mai stati persi di vista dalla polizia fascista fino al momento della caduta definitiva dei due fascismi.

       Alcuni dei sottoscritti dovettero abbandonare le proprie famiglie per cercare lavoro altrove e quelli che non poterono non seguire questa via dovettero elemosinare in vari modi nel luogo di residenza. E’ ritenuto ovvio dai sottoscritti di specificare l’importanza dei danni morali e materiali conseguiti.

Il direttorio del fascio di Colle d’Elsa dell’epoca era cosi composto:

1.   Bottai Gio. Gastone fu Giovanni nato il 6 marzo 1903 a Colle d’Elsa residente a Colle d’Elsa medesima, segretario politico;

2.   Capresi Ernesto fu Adelmo nato a Colle d’Elsa il 10 gennaio 1887 residente a Colle d’Elsa, membro;

3.   Caibucatti Mario di Aldo nato a Morlupo (Roma) il 12 settembre 1901 residente a Colle d’Elsa, membro;

4.   Bertini Ugo fu Bertino nato a Colle il 30 maggio 1893 residente a Colle d’Elsa, membro;././././

 

 

Le firme non ci sono nella copia dell’originale

 

 

Copia dell’originale                                      Colle 25 marzo 1945

 

 

 

Denuncia contro Capresi Ernesto

 

 

       Io sottoscritto Franci Egidio fu Giuseppe di anni 51 residente a Colle Val d’Elsa a nome del fratello Leo nato nel 1905 e deceduto in Spagna nel 1937 dichiaro quanto segue:

       La notte del 19 agosto 1925 mio fratello Leo veniva prelevato dalla sua abitazione e trasportato alla sede del fascio. Qui giunto veniva colpito un’infinità di volte con i manganelli dai fascisti presenti i quali lo riducevano in condizioni pietose anche per diverse pugnalate infertegli.

       Fra coloro che colpivano duramente mio fratello vi era certo Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58 residente in Colle Val d’Elsa via XX Settembre.

       Quanto sopra, mi veniva riferito da mio fratello Leo e alcuni cittadini presenti al fatto anno qui sottoscritto la loro testimonianza.

 

                                                               Firma

                                                              Franci Egidio

 

 

 

 

Testimonianza contro Capresi Ernesto.

 

 

       Noi sottoscritti Spalletti Ghino di Paolo di anni 40 residente in Colle, Balilla Giglioli fu Guglielmo di anni 42 residente in Colle d’Elsa dichiaro che essendo il giorno 19/08/1925 alla sede del fascio di Colle fummo testimoni oculari delle violenze inflitte a Franci Leo fu Giuseppe nato nel 1905 a Colle Val d’Elsa e deceduto nel 1937 in Spagna. Fra coloro che colpivano duramente il suddetto Franci vi era certo Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58 residente a Colle Val d’Elsa via XX Settembre.

 

                                  

                                                        Firme

                                                 Spalletti Ghino

                                                 Giglioli Balilla

 

 

 

 

 

 

Sempre copia dell’originale in data 27 marzo 1945 esiste questa lettera inviata

 

All’Alto Commissario per l’Epurazione

Commissione Provinciale di Siena

e per conoscenza alla Tenenza dei Carabinieri di Colle di Val d’Elsa.

 

Oggetto: informazioni.

 

Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58 residente in Colle Val d’Elsa iscritto al fascio di Colle d’Elsa da 15/11/1922 ha fatto parte per molto tempo del direttorio del fascio di Colle d’Elsa, uomo malvagio e violento è responsabile dell’arresto e delle violenze inflitte a numerosi cittadini di Colle nell’agosto del 1925 e nel 1926.

       Inoltre è responsabile dell’arresto e violenze di numerosi cittadini di Colle nel marzo del 1931 molti dei quali venivano deferiti al Tribunale Speciale perle accuse del direttorio del fascio di cui egli faceva parte.

       Denunzie a questo riguardo sono in corso di presentazione.

 

 

                                                       

 

Copia dell’originale                                      Colle 29 marzo 1945

 

 

All’Alto Commissario per l’Epurazione

Commissione Provinciale di Siena

Tramite il C.L.N. di Colle Val d’Elsa

 

 

Denuncia contro Capresi Ernesto, Viviani Enzo, Bottai Gastone

 

 

       Io sottoscritto Franchi Giovanni fu Francesco di anni 77 residente in località Cappuccini di Colle d’Elsa a nome di mio figlio Agostino nato nel 1901 e deceduto nel 1943 dichiaro quanto segue:

       La notte sul 24 marzo 1931 due carabinieri accompagnati da alcuni fascisti si portavano nella mia abitazione in località Cappuccini e bussando ci intimavano con minacce di aprire le porte.

Prima che io ed i miei familiari si avesse il tempo materiale di vestirsi e scendere, gli energumeni si dettero violentemente a battere la porta la quale spaccandosi cedé sotto i loro colpi. Penetrati in casa con armi in pugno intimavano ai miei tre figli di seguirli in caserma a Colle d’Elsa. Prima di lasciare la  casa essi furono ammanettati dai carabinieri e allorché fuori dell’abitazione mio figlio Agostino veniva colpito con schiaffi e pugni nella faccia e con calci negli organi genitali dai fascisti Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58, Viaviani Enzo di Arturo di anni 43, Bottai Gastone fu Giovanni di anni 42 tutti residenti a Colle alla presenza degli stessi carabinieri. Inoltre mio figlio veniva dal direttorio del fascio, di cui questi fascisti facevano parte, accusato ingiustamente per cui doveva subire sei mesi di carcere.

 

 

                                                               Firma

                                                        Franchi Giovanni

 

 

 

 

Copia dell’originale.                                            30 marzo 1945

 

Prot. 901/G
Situazione fermati politici.

 

                                                              

                                   Tenenza dei CC. RR.

                                                      Città

 

                               A seguito del fermo di fascisti effettuato il 23 e 24 corr.

                              La situazione dei fermati è la seguente:

 

Per i nominativi di:

 

              Berti Ugo

              Capresi Ernesto

              Meoni Vittorio

              Caponi Giovanni

              Portigiani Mario

 

Esistono denunce a loro carico che verranno senz’altro trasmesse.

 

Per i nominativi di:

 

Caibucatti Aldo

              Maccari Cesare

 

Non esistono finora denunce specifiche a carico e per questo Comitato nulla si opporrebbe al loro rilascio.

Per i nominativi di:

 

              Crudeli Francesco

              Parri Ernesto

 

non esistono denunce specifiche a loro riguardo. Non sappiamo della loro condotta nei paesi di loro provenienza, essendo da poco a Colle. Qui il loro contegno è stato corretto:

 

Con ossequio

 

                                          p. Il Comitato di Liberazione Nazionale

 

 

 

 

 

 

Copia dell’originale

 

             

 

Riceviamo da questo Comitato di Liberazione Nazionale  di Colle Val d’Elsa n° 5 denunzie politiche riguardanti:

 

 

 

 

1.   Beritini Ugo

2.   Caponi Giovanni

3.   Meoni Vittorio

4.   Capresi Ernesto

5.   Portigiani Mario

 

 

 

 

Colle Val d’Elsa li 4 aprile 1945

 

                                                        Ten. Carlo Nuboni

 

 

 

 

  Prato 25 luglio 1945

Copia dell’originale

                                                                                        

Comitato di Liberazione Nazionale

Colle di Val d’Elsa (Siena)

 

Spett.  Commissione Politica

                                                        Di Controllo di P.S. di

                                                        Colle di Val d’Elsa

 

 

       Il sottoscritto perseguitato politico dal regime fascista fa regolare denuncia contro i seguenti fascisti affinché siano deferiti all’Autorità Giudiziaria per aver commesso un grave reato a mio danno.

 

                Mino Maccari Segretario politico del fascio di Colle Val d’Elsa (SI).

                  Guido Capresi Membro del direttivo del fascio di detta città.

 

       Il giorno 19 luglio 1925 circa le ore 21,00 mi trovavo nei locali del Caffè Cardinali di Colle Val d’Elsa e da due giovani fascisti da me sconosciuti mi fu intimato di recarmi immediatamente alla sede del fascio, in piazza Arnolfo di Cambio, e dal suddetto segretario del fascio e da Giudo Capresi, da me bene conosciuti, assieme ad altri componenti fascisti fui rinchiuso in una stanza e sottoposto ad un penoso interrogatorio ove mi accusarono di appartenere al partito comunista, di consegnarli la mia tessera del partito e di fare il nome di tutti gli altri componenti del nostro partito.

       In seguito del mio reciso e assoluto rifiuto di comunicarli il nome degli altri compagni fui bastonato e a tale tortura svenni e la mattina seguente quando riacquistai il senso della ragione mi trovai ricoverato all’ospedale di Colle Val d’Elsa ferito e contuso.

       A causa di questa barbara aggressione, fra le medicazioni delle ferite e l’operazione fattomi dopo per frattura della rocca cranica sono stato sotto cura per oltre 6 mesi e da un orecchio ho perso l’udito.

       Di quanto vi ho sopra esposto vi cito i testimoni il Sig. Lorenzo Cardinali, proprietario del Caffè ove fui sequestrato. I militi della Pubblica Assistenza che mi portarono all’Ospedale e il Direttore dell’Ospedale di Colle Val d’Elsa che mi fece le prime cure e il referto medico.

 

                                                        Vittorio Nuti

                                                        Via Strozzi 180 Prato

 

 

N.B.  Quello che avvenne in seguito al mio svenimento io non sono in grado di poterlo descrivere ma alcuni cittadini della suddetta città mi dissero che al terzo piano di detta sede fui gettato in piazza Arnolfo di Cambio e dai militi della Pubblica Assistenza trasportato all’ospedale.

 

       L’anno 1945 addì 16 del mese di agosto alle ore 10 nell’Ufficio della Commissione Politica di Controllo di Prato.

       Innanzi a noi sottoscritti ufficiali della Polizia Giudiziaria appartenenti  al Commissariato di Pubblica Sicurezza di Prato e qui presente il Sig. Nuti Vittorio fu Angelo fu Masci Rosa nato il 26 maggio 1896 a Vaiano domiciliato a Prato via Filippo Strozzi 180 il quale ratifica e conferma in ogni sua parte la retrocitata denunzia da lui personalmente.

       Fatto letto e sottoscritto.

 

                                                               Vittorio Nuti

                                                            Balli Aldo V.Br. P.S.

 

P.S. Il Nuti nella sua denuncia commette due errori e sono:

Capresi Guido, invece è Capresi Ernesto.
Quando afferma che è stato gettato dal terzo piano non corrisponde a verità perché fu gettato dalla finestra del 1 piano l’ultima guardando a destra (quella che confina con la Sezione dei D.S oggi agosto 2000) e cadde sopra un albero che facevano di ornamento alla Piazza Arnolfo.
 

 

 

Copia dell’originale                                      Colle, 6 settembre 1945

 

720/

 

Denuncia Nuti Vittorio

contro Maccari Mino e Capresi Ernesto

 

 

                                                               Al Comando CC.RR. di

                                                               Colle Val d’Elsa

 

       Questo Comitato nel trarre copia della denuncia che l’ex –concittadino Nuti Vittorio,attualmente residente a Prato, ha fatta contro Maccari Mino e Capresi Ernesto, ne ha preso atto e la rimette in restituzione a codesto Comando, con l’annotazione che il Nuti stesso, nella designazione del Capresi evidentemente non ricordandoselo bene, ne ha errato il nome, dettando Guido invece di Ernesto. Il nome di Capresi Guido a Colle non esiste.

       Questo Comitato, avverte che si riserva di scrivere direttamente al predetto Nuti per ricordarli tale errore in cui è incorso e nel contempo p. ricordarli pure altre circostanze da lui omesse, per dimenticanza. Si riserva altresì di rendere odotto anche al C.L.N. di Roma del fatto, nei confronti di Maccari Mino.

 

       Per vs/ norma, distinti saluti.

 

                                          P. il Comitato di Liberazione Nazionale

                                                        Il Presidente

                                                        Gozzi Gino

 

 

Allegati: due

 

 

Verbale pagina 264 (II)

 

 

 

Colle Val d’Elsa 7 settembre

Protocollo 721/5

 

          (Timbro del

Comitato di Liberazione Nazionale

        Colle di Val d’Elsa)

 

                                                               Sig. Vittorio Nuti

                                                               Via Strozzi 180 Prato

                                                               E per c. al

                                                               Comando Stazione dei

                                                               CC.RR. di

                                                               Colle Val d’Elsa

 

Oggetto: Correzione denunce Ernesto Capresi e di altri.

 

Questo Comitato di Liberazione nazionale nel trarre copia per il proprio protocollo della denuncia che avete dettata e firmata circa il fatto doloroso accorsovi il 19 luglio 1925 qua a Colle Val d’Elsa e nel quale avete citato come protagonisti delle persecuzioni fatteVi soffrire, il Maccari e Capresi cadeste in errore in quanto trattasi invece di Ernesto Capresi e non Guido. Guido Capresi qui a Colle non esiste.

       Si coglie tale occasione per invitarVi a fare uno sforzo, procurando di ricordarvi anche i nomi degli altri fascisti, notoriamente presenti al vostro particolare fatto, di cui è stato oggetto la vostra denuncia, i quali nella loro complicità, è bene ed è giusto debbono essere pur loro deferiti per essere giudicati, come Maccari e Capresi.

       In attesa, Vi salutiamo cordialmente.

 

                                   p. il Comitato di liberazione Nazionale

                                         il Presidente

                                     (firma illeggibile)

 

Verbale  pagina 264/VI
 

 

Copia dell’originale.

 

 

 

 

 

Copia dell’originale  

 

Roma 17/09/1945

 

Spett/le Comitato di

Liberazione Nazionale

Di Colle Val d’Elsa

      

 

Solo oggi mia moglie mi ha fatto recapitare la Vostra lettera del 7 c. m. e mi affretto ha dichiararvi che il Capresi che prese parte alla mia denunziata aggressione del 19/7/25 è quel tale che aveva la rivendita di sale e tabacchi ed altri articoli in via Vittorio Emanuele e in via Garibaldi –Arringo—da me bene riconosciuto.

       In quanto agli altri fascisti erano da me sconosciuti altrimenti gli avrei denunziati come ho denunziato il Maccari ed il Capresi.

       Tanto vi dovevo a chiarimento della mia denunzia e distintamente Vi saluto.

 

 

                                                        Vittorio Nuti

                                                        Via Luisa di Savoia 2

                                                                Roma

 

 

Copia dell’originale.
All’Alto Commissario per l’epurazione
Commissione Provinciale di Siena

Tramite il C.L.N. di colle Val d’Elsa

 

Io sottoscritto Carli Alvaro fu Angelo nato in Colle Val d’Elsa il 22 aprile 1907 e residente a Cornigliano via Monte Gabriele 68 rosso (Genova) dichiaro quanto segue:

La sera del 18agosto circa le ore 23 venni prelevato dalla mia abitazione da diversi fascisti armati tra i quali riconobbi certi Caponi Giovanni fu Alberto di anni 39 residente a Colle d’Elsa e Betti Otello fu Settimio di anni 43 residente in Colle, i quali mi condussero alla sede del fascio. –In una stanza di questo, dove io venni portato vi erano numerosi fascisti armati di bastoni, manganelli, pugnali ecc. fra i quali ricordo con certezza i Seguenti:

Nepi Alfredo fu Alberto di anni 45 residente attualmente in Alta Italia;

Caponi Giovanni fu Alberto di anni 39 residente in Colle d’Elsa;

Caponi Unico fu Alberto di anni 44 residente a Bologna; 

Caponi Sergio fu Alberto 37 prigioniero in Africa;

Masoni Aladino di Rizieri di anni 47 Residente a Siena;

Betti Otello fu Settimio di anni 43 residente a Colle Val d’Elsa;

Viviani Enzo di Arturo di anni 42 residente a Siena;

Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58 residente a Colle di Val d’Elsa;

Caibucatti Salvadore di Aldo di anni 38 residente a Roma;

Maccari Mino di anni 47 giornalista residente a Roma;

I suddetti in mia presenza, dietro ordine del Nepi Alfredo si dettero a percuotere con selvaggia violenza certo Franci Leo nato , nel 1905 a Colle e deceduto in Spagna nel 1937. Il Franci negando ogni addebito che gli veniva rivolto veniva colpito una infinità di volte con pezzi di legno, coi manganelli, coi calci della rivoltella alla testa.

Infine non contenti di averlo ridotto in condizioni pietose, certo Calvi Rolando deceduto nel 1927 in Colle e il sopra menzionato Viviani Enzo lo colpirono con sette pugnalate; quattro in un braccio e tre nella schiena non gravemente, ma in modo che il sangue ne usciva ben visibile.

Dopo averlo ridotto in quelle condizioni lo portarono in un’altra stanza più morto che vivo.

Fu allora che si rivolsero verso di me, e come il Franci, non rispondendo esaurientemente alle domande che mi venivano rivolte, venni colpito una infinità di volte con nerbate e schiaffi. Coloro che più si accanirono contro di me  furono: Nepi Alfredo, Caponi Giovanni e Maccari Mino.

In fede di quanto sopra descritto mi firmo.              Firma

                                                                Carli Alvaro

 
 
 
 
Copia dell’originale
 

 

Comitato di Liberazione Nazionale

Colle di Val d’Elsa

 

Protocollo 774/5

Oggetto: Ricevuta

 

                                                 Colle d’Elsa 24 settembre 1945

 

 

 

 

Al Sig. Spalletti Ghino

 

 

       Questo Comitato Vi dichiara di aver ricevuto n° 11 copie di una denunzia politica collettiva in data 20 settembre 1945 a firma di Carli Alvaro. Detta denunzia è nei confronti dei seguenti fascisti:  Nepi Alfredo, Caponi Giovanni, Caponi Unico, Caponi Sergio,  Masoni Aladino, Betti Otello Viviani Enzo, Capresi Ernesto, Caibucatti Salvadore, Maccari Mino.

 

                                                

 

                                          p. il Comitato di liberazione Nazionale

                                  p. il Presidente

                                             Gozzi Gino

 

 

 

 

ANTIFASCISTI COLLIGIANI CONDANNATI DAL TRIBUNALE SPECIALE

“UNA CITTA’ CHE RESISTE”

 

 

1928 TRIBUNALE SPECIALE

 

Sentenza n° 142 del 25-06-1928   imputati 37
 

In seguito all’affissione di manifesti avvenuta a Bologna e provincia per ricordare il sesto anniversario della fondazione del P.C.d’I. sono arrestati numerosi sovversivi fra cui Athos Lisa, compagno di cella di Gramsci, e:

 

Migliorini Mario, nato a Colle Val d’Elsa (SI)  il 15-09-1903.

 

 

1928 TRIBUNALE SPECIALE

 

Sentenza n° 205 del 30-08-1928 imputati 77
 

“Organizzazione comunista fiorentina scoperta nell’estate del 1927 (Ricostituzione del P.C.d’I. e propaganda sovversiva)” Tra gli imputati:

 

Migliorini Mario, nato a Colle di Val d’Elsa (SI)  il 15- 09-1903, latitante.

 

1930 TRIBUNALE SPECIALE

 

Sentenza n° 68 del 12-12-1930 imputati n° 15
 

“Secondo gruppo dell’organizzazione comunista di Volterra (PI)”. Tra gli imputati:

Macchioni Balilla, nato a Volterra (PI) il 28-11-1912, residente a Colle di Val d’Elsa, alabastraio, 1 anno e 6 mesi.

 

 

 

1931 TRIBUNALE SPECIALE

 

Sentenza 108 del 10-08-1931 imputati n° 12
 

“Comunisti di Colle Val d’Elsa (SI) arrestati nel marzo 1931. Tenevano riunioni, diffondevano giornali illegali, raccoglievano somme per il Soccorso Rosso (Appartenenza al P.C.d’I. e propaganda sovversiva)”

 

Franci Leo, nato a Colle Val d’Elsa (SI)  il 07-05.1905, vetraio, N.L.P.

Bandini Dino, nato a Poggibonsi (SI) il 17-03-1901, magazziniere supplemento istruttoria 24

Salvi Nello,nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 27-01-1905, vetraio, supplemento istruttoria 25

Marchi Dino, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 27-07-1899, operaio N.L.P.

Giovani Nello, nato a Poggibonsi (SI) il 14-08-1907, operaio, N.L.P.

Paradisi Mino, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 18-03.1908, N.L.P.

Montemaggi Inigo, nato a Empoli (FI) il 13-08-1905, vetraio, N.L.P.

Franchi Agostino, nato a Poggibonsi (SI) il 08-06-1901, colono N.L.P.

Spalletti Ghino,nato a Massa Marittima (GR) il 15-08-1905, autista N.L.P.

Giglioli Balilla, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 07-12-1903, tornitore, N.L.P.

Paradisi Goliardo, nato a  Colle Val d’Elsa (SI) il 20.12-1902, ferroviere, N.L.P.

Conforti Canzio, nato a  Colle Val d’Elsa (SI) il 19-02-1909, commerciante, N.L.P.

 

1932 TRIBUNALE SPECIALE

 

Sentenza n° 11 del 20-01-1932 imputati n° 27
 

“(Organizzazione comunista toscana scoperta nel marzo 1931: centro di attività Empoli (FI) dove era stato creato un comitato federale. Ricostruzione P.C.d’I. e propaganda sovversiva)” Tra gli imputati:

 

Cecconi Asmarat, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 27-12-1903, vetraio anni 2

Grassini Nello, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 09-08-1895, vetraio N.L.P.

Carli Pietro, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 24-01-1889, vetraio,N.L.P.

Salvi Nello, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 27-01-1905, vetraio N.L.P.

Marchi Orazio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 27-08-1904, vetraio, latitante

Bandini Dino, nato a Poggibonsi (SI) il 17-03-1901 magazziniere, N.L.P.

 

 

 

 

1932 TRIBUNALE SPECIALE

 

Sentenza n° 65 del 29-04-1932 imputati n° 10

 

“(Organizzazione comunista di Firenze scoperta nel novembre 1931; attive cellula di adulti e giovani. Ricostruzione P.C.d’I. e propaganda sovversiva)” Tra gli imputati:

 

Brunini Bruno, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 23-06-1900, tessitore

 

1937 COMMISSIONE PROVINCIALE DI ROMA 27-02-1937

 

Riunioni clandestine, lettura giornali antifascisti, commenti favorevoli alla “Repubblica Spagnola”

 

Nencini Ferruccio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 03-04-1892, vetraio, anarchico 5 anni: a fine periodo internato; prosciolto nel giugno 1942.

 

1938 COMMISSIONE PROVINCIALE DI SIENA 29-04-1938

 

“ Discorsi antifascisti”

 

Mearini Nello, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 07-03-1895, manovale comunista, 1 anno; prosciolto il 14-11-1938.

 

1940 COMMISSIONE PROVINCIALE DI SIENA 09-08-1940

 

“Offese al capo del governo”

 

Iozzi Ilio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 02-08-1898, vetraio, apolitico 1 anno; prosciolto il 22-03-1941.

 

1941 COMMISSIONE PROVINCIALE DI SIENA 04-07-1941

 

“Combattente antifranchista in Spagna”

 

Giachi Giordano Bruno nato a Colle Val d’Elsa (SI) 17-03-1913 vetraio, antifascista 3 anni; liberato nell’agosto 1943.

 

1942 TRIBUNALE SPECIALE

 

Sentenza n°553 imputati n° 1

 

Migliorini Mario, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 15-09-1903, rinviato ad altro giudice.

 

 

ANTIFASCISTI AMMONITI E DIFFIDATI

 

Bastianoni Silio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 05-07-1903, meccanico, comunista. Arrestato nel marzo del 1931 per “organizzazione comunista” prosciolto per insufficienza di prove; diffidato. Radiato nel 1933.

 

Biondi Renato, nato a Empoli (FI) il 10-08-1906, operaio, comunista. Processato dal tribunale speciale nell’agosto del 1928 e nel gennaio del 1931, prosciolto e assolto, è confinato nell’aprile del 1931. Liberato per l’amnistia del 1932, si trasferisce a Colle di Val d’Elsa (SI). Fu diffidato.

 

Braccagli Ruttone (Giuseppe), nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 29-04-1903, operaio, comunista. Arrestato per “attività comunista” nell’agosto del 1925 e prosciolto per insufficienza di prove dopo tre mesi di carcere. E’ ancora vigilato nel 1940.

 

Cappelli Spartaco, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 01-01.1883, vetraio,comunista. Socialista schedato nel 1907, iscritto al P.C.d’I. dal 1921, nel 1931 è diffidato e incluso nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze. E’ ancora vigilato nel 1942.

 

Galigani Giuseppe, nato a Collr Val d’Elsa (SI) il 17-06.1884, residente a Empoli (FI), vetraio, anarchico. Anarchico schedato, nell’agosto del 1930 proposto per il confino ma solo diffidato. Iscritto nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze fino al 1939. E’ ancora vigilato nel 1942.

 

Gamberucci Gino, di Antonio Nato a Colle Val d’Elsa (SI), residente a Volterra, contadino.Diffidato nel 1929. Radiato nel 1930.

 

Lapi Vasco, nato a Colle Val d’Elsa (SI). Il 6 marzo del 1926 arrestato insieme ad altri 8 compagni perché segretario della cellula del P.C.d’I. di Gracciano d’Elsa. Non si conoscono i provvedimenti presi.

 

Matteuzzi Alfredo, nato a Poggibonsi (SI) il 08-05.1907, residente in Colle Val d’Elsa (SI), operaio, antifascista. Diffidato nel dicembre del 1930 per aver fischiato una canzone antifascista. Radiato nel 1934.

 

Meoni Vittorio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 11-12.1922, studente. Il 9 giugno 1943 è ammonito dalla commissione provinciale di Firenze per l’ assegnazione al confino.

 

Paradisi Dumas, di Duilio Nato a Colle Val d’elsa (SI) il 16-04-1907, vetraio, comunista. Diffidato nel 1930. Radiato nel 1942.

 

Peccianti Adolfo, nato a  Casole d’Elsa (SI) (Marmoraia), contadino padre di Egidio. Il 17 marzo 1921 si ribella con altri familiari ai carabinieri che vogliono perquisire la sua abitazione. Due carabinieri vengono disarmati, gli altri sparano e feriscono mortalmente il figlio Egidio. E’ arrestato.

 

Peccianti Egidio Marmoraia, Casole d’Elsa (SI), contadino. Muori il 18 marzo 1921 in seguito all’azione dei carabinieri del giorno precedente.

 

Poggiolesi Alfio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 22-11-1918, operaio. Nel novembre 1937 è arrestato per aver sottoscritto in favore del “Soccorso Rosso”. Si dichiara antifascista sull’esempio del nonno e del padre. E’ ammonito e rilasciato.

 

Savoi Ettore, nato a Siena  il 24-09-1907, residente in Colle Val d’Elsa, rappresentante. Diffidato nel 1929 e radiato nel 1941.

 

Tanzini Stelio, Nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 22-09-1921, comunista. Il 19 marzo 1943 arrestato nel livornese per “ricostruzione del P.C.d’I.”. In attesa del processo rilasciato in libertà provvisoria.

 

Vannini Albano, di Eugenio nato a Monteriggioni (SI) Strove, il 13-02-1903 residente a Colle Val d’Elsa, carbonaio, comunista. Diffidato nel 1928 e radiato nel 1941.

 

Vanzi Quinto, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 20-07-1900, meccanico. Il 10 gennaio 1928 ammonito dalla Commissione Provinciale per l’assegnazione al confino di Pisa. L’11 luglio 1929 rifiuta la domanda di proscioglimento dell’ammonizione.

 

 

 

P.S. Per quanto riguarda la famiglia Peccianti di Marmoraia, con l’uccisione del figlio Egidio, il Sampieri Vero abitante in quel periodo nelle suddette vicinanze mi ha testimoniato che la perquisizione nella sua casa fu fatta dietro invito dell’allora fattore di Celsa Niccolo Mantovani, del parroco di Pernina e anche professore all’Università di Siena e dal fattore di Lucerena soprannominato Gorino.

Così quanto mi ha riportato il Sampieri il giorno 27 gennaio 2001.

 

                                                        Mino Paradisi

 

Siamo nel 1929 i fascisti (dopo le elezioni amministrative del giugno 1923 e le politiche del 6 aprile del 1924) si apprestano ad affrontare il plebiscito del 24 marzo 1929. Il partito fascista si faceva forte della grande semplificazione introdotta nell’attuale sistema elettorale. La votazione aveva un carattere plebiscitario, dovendo l’elettore rispondere si o no      al quesito: Approvate voi la lista dei Deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?”

       L’elettore riceveva due schede, delle quali una  è tricolore  all’interno e l’altra bianca, sceglie quella che vuole votare senza la possibilità di cadere in errore. Un altro motivo delle differenze riscontrate dipende dal fatto che prima data la composizione degli uffici elettorali di Sezione, i rappresentanti di ciascun partito procuravano di contestare e di  annullare il maggior numero possibile di schede degli altri partiti, anche quando era evidente l’intenzione dell’elettore, mentre questo non poteva verificarsi in queste elezioni.

       La piccola minoranza 1,6% di antifascisti che ebbero il coraggio di votare NO votarono la scheda bianca mentre per votare si al fascismo si faceva una croce su quella tricolore.

       Da tenere presente che quella bianca era trasparente e quindi un piccolo segno con lapis era ben visibile tanto più che il Presidente di Seggio (gerarca fascista) guardava controluce tutte le schede bianche per essere sicuro di come aveva votato l’elettore e con un segnale ai rappresentati di lista fascisti veniva notificato il nominativo dell’elettore e il tutto si risolveva con una buona dose di olio di ricino e una serie di manganellate.

       Questo controllo delle schede gia votate dall’elettore se ne ha una prova lampante qui a Colle di Val d’Elsa con tradizioni socialiste eleggendo il primo Sindaco socialista nel 1897.

       Mentre in campo nazionale i NO furono 1,6% qui a Colle si arrivò al 6,26% cioè 186 cittadini ebbero il coraggio di dire no ai fascisti.

       Di questi 186, 149 furono riconosciuti mentre il restante forse avrà usato il sistema di lasciare la parola no ritagliata da qualche giornale nella scheda tricolore, meno controllabile, oppure chissà quale altro sistema avrà adottato per rendersi irriconoscibile.

 

ELENCO DEI CITTADINI CHE VOTARONO NO AL FASCISMO

(Questo elenco si trova presso l’archivio comunale qui a Colle nella

1 G 245 affari trattati anno 1929 categoria 6, 7, 8, 9, fascicolo

elezioni politiche anno 1929 VII cat. 6 classe 2 fascicolo 1.)

 

01 Aiazzi Cesare di Oreste, 02 Aiazzi Valente di Carlo, 03 Bacci Alessandro di Luigi, 04 Bacci Corrado di Santi, 05 Bacci Dante di Luigi, 06 Bacci Giovanni di Piatro, 07 Bacci Oliviero di Luigi, 08 Bagnoli Noemo di Faustino, 09 Baldi Luigi di Ferdinando, 10 Bandini Luigi di Angelo, 11 Bartalini Francesco, 12 Benini Bruno, 13 Bernardi Giuseppe di Donato, 14 Bernardi Valentino di Donato, 15 Berni Dante, 16 Berni Ildebrando, 17 Berni Luigi, 18 Bertocci Enrico di Ferdinando,  19 Betti Angiolo, 20 Bezzini Emilio di Enrico, 21 Bicchierai Ottavio di Giovanni, 22 Bichi Guido, 23 Bilenchi Alessandro di Giuseppe, 24 Bocci Giuseppe di Niccolo, 25 Bocci Lando, 26 Brocchi Secondo di Olinto, 27 Bucci Severino, 28 Bulleri Angelo di Leopoldo, 29 Busini Angiolo, 30 Caciagli Arduino, 31 Calattini Olinto, 32 Cambi Virgilio di Cesare, 33 Campanili Terzilio di Angiolo, 34 Cappelletti Felice di Michele, 35 Cappelletti Giuseppe di Michele, 36 Cappellini Antonio, 37 Cappellini Corrado, 38 Cardinali Luigi, 39 Carli Gio. Batta di Giovacchino, 40 Casini Giovanni di Alessandro, 41 Castellacci Giuseppe di Andrea, 42 Cavallini Giovanni, 43 Ceramelli avv. Luigi, 44 Cerri Giuseppe, 45 Checcucci Giusto di Pietro, 46 Chiarucci Emilio, 47 Ciampoli Terzilio di Mariano, 48 Cigni Carlo di Agostino, 49 Cinci Cesare di Luigi, 50 Cinci Pietro di Valentino, 51 Ciocchi Mariano di Angiolo, 52 Ciuffi Alvaro di Giovanni, 53 Ciuffi Guido di Rutilio, 54 Corsi Gino di Modesto, 55 Corsi Giovanni di Pietro, 56 Corsi Modesto di Antonio, 57 Corti Pietro, 58 Del Giovane Ferdinando di Pietro, 59 Del Giovane Gino di Pietro,  60 De Santi Giovanni, 61 Ditifeci Lorenzo, 62 Figniani Zaverio, 63 Fornai Giuseppe di Serafino, 64 Fornai Guido di Giuseppe, 65 Franceschini Giuseppe di Tommaso, 66 Franci Modesto di Giovanni, 67 Francini Ferdinando di Odoardo, 68 Francioli Dino di Torello, 69 Francioli Santi di Valente, 70 Frati Angiolino di Tommaso, 71 Frati Quintilio di Francesco, 72 Frizzi Amalindo, 73 Gambassini Ottorino di Giovacchino, 74 Gelli Giovanni di Raffaello, 75 Gennai Giovanni di Andrea, 76 Gerbi Aurelio di Ferdinando, 77 Ghini Giovanni, 78 Giannini Ernesto di Sestilio, 79 Giannini Michele di Tommaso, 80 Giannini Santi, 81 Giomi Angiolo di Luigi, 82 Giovannini Ezio di Carlo, 83 Giovannini Luigi di Pietro, 84 Gozzi Giovanni di Pasquale, 85 Grassi Dino di Domenico, 86 Grassi Flaminio di Domenico, 87 Grassi Narciso di Antonio, 88 Grassini Emilio di Angiolino, 89 Grassini Francesco di Ferdinando, 90 Grassini Giovacchino di Ferdinando, 91 Grassini Ottavio di Ferdinando, 92 Iozzi Raffaello, 93 Leoncini Faustino di Angelo, 94 Lisi Giuseppe di Michele, 95 Lucaccini Procopio di Ernesto, 96 Marchetti Gino di Angiolo, 97 Marchetti Giuseppe di Angiolo, 98 Marini Felice di Alessandro, 99 Marruci Giovanni di Ferdinando, 100 Marzini Adelfo, 101 Marzini Giovanni, 102 Marzini Massimo, 103 Marzini Romeo di Enrico, 104 Mearini Giovanni, 105 Montemaggi Idilio, 106 Mugnaini Saro di Giuseppe, 107 Muzzi Angiolo di Gio Batta. 108 Muzzi Giovanni, 109 Niccolini Michele di Luigi, 110 Ninci Zeffiro di Giovanni, 111 Panci Emilio, 112 Panti Mario, 113 Paradisi Antonio, 114 Pasquinucci Mario di Ernesto, 115 Pazzagli Leopoldo di Terzilio, 116 Pazzagli Livio di Terzilio, 117 Pazzagli Odoardo, 118 Peccianti Sabatino, 119 Peccianti Virgilio, 120 Petreni Leopoldo di Natale, 121 Piazzini Santi di Angelo, 122 Pietrini Gino  di Giuseppe, 123 Pietrini Giuseppe di Giovacchino, 124 Pineschi Ido di Felice, 125 Pineschi Gino, 126 Poggetti Olido, 127 Poggiolesi Bruno di Emilio, 128 Poggiolesi Emilio di Ferdinando, 129 Ravenni Modesto di Fortunato, 130 Rossi Egidio di Cesare, 131 Rossini Corrado di Ferdinando, 132 Salvetti Raffaello, 133 Salvi Luigi, 134 Salvi Sesto fu Salvo, 135 Salvi Ulisse di Giuseppe, 136 Sandroni Lorenzo, 137, Sani Giovani di Giuseppe, 138 Santini Settimo di Benedetto, 139 Santini Umberto di Pellegrino, 140 Savoi Ettore di Sebastiano, 141 Scardigli Ubaldo di Egisto, 142 Signorini Agostino, 143 Targi Giovanni di Cesare, 144 Terenzani Giuseppe di Michele (Mensanello) 145Traversari Arturo di Pietro, 146 Vannini Angelo di Domenico, 147 Vannini Eugenio di Luigi, 148 Vannini Ramiro di Eugenio, 149 Violanti Alessandro.

 

All’Interno del documento vi è un foglio su carta intestato Comune di Colle di Val d’Elsa contenente elenco degli elettori muniti di porto d’armi.

 

01 Bacci  Alessandro di Luigi, 02 Cambi Virgilio fu Cesare, 03 Cardinali Luigi Fu Giuseppe,  04 De Santi Giovanni di Rutilio, 05 Fignani Zaverio di Cesare, 06Frati Quintilio di Francesco, 07 Gelli Giovanni di Raffaello, 08 Giannini Ernesto di Sestilio, 09 Marzini Felice di Alessandro, 10 Muzzi Angelo di Gion. Batta. 11 Pazzagli Leopoldo di Terzilio, 12  Pazzagli Livio di Terzilio, 13 Pineschi Ido di Felice, 14 Pineschi Igino di Luigi, 15 Salvi Luigi fu Giovanni.      

 

 

(Questo documento si trova presso la sede della Sezione A.N.P.I. di Colle)

 

 

 

I COMBATTENTI ANTIFRANCHISTI DELLA

PROVINCIA DI SIENA

Bardini Vittorio, Siena, nato il 15/09/1903, muratore, Borghi Pietro, Poggibonsi, nato il 20/12/1898, falegname, Boscagli Nello, Sinalunga, nato il 14/10/1905, muratore, Bruchi Aperlo, Murlo, nato il 17/09/1909, impiegato, Cencini Vittorio, Sinalunga, nato 11/04/1902, Gambetti Sabatino, Siena, nato il 27/12/1877, pensionato, Giachi Giordano Bruno, Colle Val d’Elsa, nato il 17/03/1913, vetraio,  Giuggioli Enrico, Siena, nato il 28/12/1906, carpentiere, Franci Leo, Colle Val d’Elsa, nato il 07/05/1905, vetraio,  Marchi Orazio, Colle Val d’Elsa, nato il 27/08/1904, vetraio, Parri Ferruccio, (non meglio identificato), Salvini Cristofano, Casole d’Elsa, nato il 07/09/1895, muratore, Sardi Silvio, Casellina in Chianti, nato il 24/09/1901, pittore.

 

 

 

 

 

 

GLI INTERNATI DURANTE LA GUERRA

 

Meoni Umberto, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 15-03-1878, rappresentante.

Pref. Rovigo 19-06-1943 per “ disfattismo politico” liberato il 13-07-1943.

 

Nencini Ferrucio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 03-04-1892. Anarchico confinato dal 1937, a fine pena (febbraio 1942) è trattenuto come internato. Prosciolto il 27-03-1942

 

 

 

 

 

 

 

PERSONE RICERCATE O SOSPETTATE DA PERQUISIRE E SORVEGLIARE

 
Castellani Sesto di Alessio               nato il 05-10-1883
Capresi Gaetano                           nato il 04-11-1881

Casamonti Remo                           nato il 18-10-1895

Cioni Ido                                     nato il 04-09.1896

Conforti Gino                               nato il 19-05-1903

Franci Leo                                   nato il 07-05-1905 da arrestare

Ghizzani Sergio                            nato il 19-11-1907

Giachi Giordano Bruno (Cina)          nato il 17-03-1913 da arrestare

Marchi Orazio                              nato il 27-08-1904 da arrestare

Menichi Bruno                              nato il 14-02-1891

Scascitelli Lamberto                      nato il 07-05-1905

Tinacci Enzo                                nato il 19-10-1913

 

 

(Questo documento si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle)

 

LA GUERRA E IL MOVIMENTO

PARTIGIANO

 

Mussolini volle inviare in Russia un corpo di spedizione, perché a guerra finita e con la vittoria dell’Asse, si poteva sedere al tavolo dei vincitori e spartirsi la grande torta. Fu inviato in Russia un corpo di spedizione chiamato ARMIR (Armata Militare Italiana  in Russia) in gran parte alpini della divisione Julia (secondo il comando militare persone abituate al freddo, così potevano resistere anche a quello russo). Nell’inverno 1942/43 durante la ritirata del Don e la grande sacca, il freddo arrivò a raggiungere i 35/40 sotto zero. Di questa tragedia dove morirono migliaia e migliaia di italiani, perché impreparati, e con abiti militari non idonei a quel clima. Molti sono stati gli italiani morti per assideramento, fame, ed essendo sfiniti dalla lunghe marce della ritirata rimanevano assiderati come se fossero statue di marmo. Leggendo il libro di Badeschi, se ne ha una prova lampante.

Giulio Badeschi a trent’anni dalla ritirata di Russia dell’inverno 42/43 ha raccolto le testimonianze di duecento alpini italiani, nel libro intitolato “NIKOLAJEWKA: C’ERO ANCH’IO”.

E dice:

“Con un fervore d’animi ineguagliabile e con un lavoro durato anni, hanno ricostruito i frammenti della loro esperienza di guerra, fino a comporre un mosaico di vite vissute; un mosaico essenziale, senza fronzoli e orpelli, che può trovare indifferentemente collocazione in una chiesa come elemento votivo, in una biblioteca e in un museo come documento culturale e storico. Dora in poi , né storici, né psicologi potranno ignorarlo; e neppure chi voglia indagare e costruire sui dati dello spirito collettivo dei popoli”.

             

Dal libro del Badeschi:     

 

Il caporal maggiore Celestino Gaiga,  53° compagnia Battaglione Vestone 6° Reggimento Alpini a pag. 473 dice: “ Vorrei ricordare che dopo Nikolajewka corsi anch’io il pericolo di rimanere congelato ad un piede; fu proprio una vecchietta russa a far guarire il mio calcagno paurosamente rigonfiato, durante una sosta in una isba.”

       Alpino Guerrino Malizia, 56° Compagnia Battaglione Verona 6° Reggimento Alpini a pag. 480 dice: “ Il giorno 20 gennaio 1943 passò da quei luoghi tutta l’intera Divisione Tridentina; tutti videro e potrebbero testimoniare quanti e quanti morti sulla neve, e quasi tutti del Verona. Di questo non è mai stato parlato. Come mai? “

       Capitano Medico Giulio Bartolozzi, 31° Batteria Gruppo Bergamo 2° Reggimento Artiglieria Alpina a pag. 619 dice: “Quel mattino dei 2000 uomini che componevano l’unità di combattimento Morbegno 31° Batteria ne restavano vivi circa 150”.

       Caporale Noradino Olivier,  623 Ospedale da Campo a pag. 644 dice: “ A destra e a sinistra della pista immensi roghi, le macchine che indugiavano a salire l’erta vengono buttate fuori strada ed incendiate. E’ questa la fine anche del nostro Fiat 626! E qui ha inizio il nostro calvario: la via Crucis che ci trascinava per due settimane a Schebekino lasciando sulle nevi più della metà del nostro organico.

       Artigliere Alpino Eligio Sforza, 19° Batteria Gruppo Vicenza 2° Reggimento Artiglieria Alpino a pag. 603 dice. “Entro in un’isba (case russe) dove ci sono i tedeschi, ma essi mi prendono per il bavero e mi cacciano fuori gridando (“Raus Italiani”)”.

       Sottotenente Decio Camera, 58 Compagnia Battaglione Verona, 6° Reggimento Alpini, a pag. 513 dice: “Il ricordo più emozionante  che per me rimane una sintesi di quella eroica ed anche inutile tragedia è di un alpino ferito alla testa appunto nell’attacco del 19 gennaio su Pistojalyi. L’alpino era seduto sulla neve e si sosteneva con una mano, il suo viso era una maschera di sangue e si dondolava lentamente senza chiedere aiuto, senza un lamento. Forse non ne aveva più la forza, forze pochi minuti lo separavano dalla fine. Ogni giorno, ogni ora fino a Nikolajewka ed oltre. Ma sempre per me rimane nel cuore il ricordo di quell’alpino della 58°, come un immagine sacra, alla quale va la mia preghiera, per lui e per i suoi cari che per anni lo hanno atteso invano”.

       Artigliere Alpino Umberto Tadiello, 20° Batteria, Gruppo Vicenza, 2° Reggimento Artiglieria Alpina a pag 613 dice: “ Io non mangio; mi viene una forte febbre. Mi butto giù e dormo. Verso mezzanotte la padrona di casa mi sveglia e mi da un po’ di brodo caldo. Rimango stupito per la sua gentilezza e bontà. Bevo il brodo la ringrazio e riprendo ancora a dormire. A questo punto tengo ad affermare avendo avuto ancora modo di constatarlo; la grande cordialità del popolo ucraino. Lasciavano capire di volerci bene nonostante in guerra fossimo nemici”.

       Sergente Maggiore Mario Rigoni Stern, 65° Compagnia, Battaglione Vestone 6° Reggimento Alpini a pag. 486 dice: “Ogni tanto nelle piste che si avvicinavano alla città incrociavano i reparti tedeschi che venivano dalla Francia per andare a fronteggiare l’avanzata dei russi; ma per loro noi eravamo niente: o peggio uomini sconfitti, a loro d’ostacolo e dall’alto dei loro mezzi corrazzati ci guardavano con aria a volte ironica a volte sprezzante, ma sempre con alterigia. Ai loro occhi eravamo italiani zingari”. Sempre il Rigoni, a pag. 487 “Quella sera mi trovai solo in un lungo villaggio. Nevicava. Camminavo rasente agli steccati degli orti ed il fucile ad armacollo mi teneva stretta al corpo la coperta come una scialle; appoggiavo sul bastone ad ogni passo e la neve fresca frusciava sotto le scarpe. Arrivato al centro dove c’è la solita chiesa con le cupole a cipolla, sento con sorpresa suono di fisarmoniche e chiasso allegro provenire da una casa con le finestre illuminate. Mi avvicino per guardare attraverso i vetri della finestra: li dentro molti soldati tedeschi, cantano e fanno baldoria con delle ragazze ucraine. Resto a guardare indeciso se entrare o no,  per chiedere un angolo o un pò di caldo. Fra la neve che continua a cadere mi trovo vicino un vecchio alto e magro, avvolto in una pelliccia di pecora.

<<Niet>> mi dice <<Non entrare la dentro Nimieski>> dice <<niet Karasciò>> e prendendomi per la coperta mi tira verso il centro della piazza, lontano dai riquadri di quelle finestre. <<Vai>> mi spiega <<verso quella strada, cammina fino in fondo, fino all’ultima isba del villaggio e chiama Magda. Digli che ti manda Piotr Ivanovic.>>

Gli dico grazie e lentamente riprendo a camminare. E’ buio, appena si intravedono le ombre delle isbe. Ma  dove busso e dico quello che mi ha spiegato il vecchio una porta si apre: come se fossi aspettato.

       La penombra dell’entrata è appena sfumata da un lume ad olio che la vecchia regge alto. Con un cenno mi invita ad entrare, ad andare avanti, e poi dice parole con voce tranquilla e pietosa. Mi aiuta a levarmi il fucile, la coperta incrostata di neve gelata che scuote vigorosamente e stende sopra il forno……...

       Sto seduto con la schiena appoggiata al forno e il caldo mi scioglie. La vecchia mi parla come fossi un bambino di pochi mesi. Parlando mi leva le scarpe e mi medica la piaga, poi mi fa alzare prendendomi sotto le ascelle e mi fa stendere su un giaciglio dove  sono pelli di pecora, e parla, parla dolcissimamente dicendo cose che non riesco a capire. Dopo apre il forno, leva da li dentro un pignatto di terracotta e su un piatto di ferro smaltato mi porge quattro patate lesse e una presa di sale: << Cusciai, cusciai>> ripete come ad un bambino viziato.

       Mangio con gran fame e allora lei ritorna ad aprire il forno e mi porge sul piatto delle pagnottine di farina, morbide, con dentro ripiene di latte cagliato: <<Cusciai, cusciai>> mi dice ancora. Poi mi dice di sdraiarmi e dormire e lei prende un saccone di cartocci e si sdraia per terra vicino alla porta……… Un uomo con un lungo cappotto è in piedi accanto al mio giaciglio, vedo gli stivali di feltro e la canna di un mitra rivolto verso il pavimento. Parla sottovoce con la vecchia che sta affaccendandosi attorno al forno. Alzando la testa incontro i suoi occhi che brillano nella penombra, ci guardiamo in silenzio e lui, dopo, con la mano libera quella che non impugna il parabellum, mi fa cenno di stare disteso; ma non è una imposizione, è un gesto ospitale, d’amicizia. 

       Va sedersi su uno sgabello vicino al forno e la vecchia, parlando sempre sottovoce, ogni tanto guardando dalla mia parte come dicesse di me, gli porge sul piatta di ferro smaltato patate lesse e focaccine con latte cagliato.

       L’uomo vorrebbe far mangiare anche la vecchia ma lei dice: << Niet, niet>> con dolcezza.

       Parlano a lungo e per me è una sorpresa perché scopro come fosse la prima volta che si può ancora parlare; parlare e non gridare. Dire parole e non ordini, imprecazioni, bestemmie, monosillabi.

       Quando l’uomo si alza in piedi e si rimette in testa il berretto di pelo e riprende in mano il parabellum, la donna lo segna di croce alla maniera russa e lui scopre i denti bianchi in un sorriso indulgente. Verso di me fa cenno di saluto e di speranza, da uno sguardo di controllo al parabellum e si avvia. La vecchia lo accompagna sino fuori alla porta.

       << E’ mio figlio>> dice quando rientra. <<Dormi, dormi.>>

       Dopo avermi svegliato mi fascia il piede, mi fa bere un infuso di erbe aromatiche, mi da tre patate bollite. E sempre mi parla come fossi un bambino.

       Mi rimetto le scarpe e mi avvolgo nella coperta calda e asciutta; mi metto il fucile  a tracolla per tenere aderente la coperta, e la vecchia mi segna con la croce. Mi accompagna alla porta e apre. E’ notte, ma non nevica più, ora. Le stelle brillano tutte nuove e innumerevoli: guardo l’Orsa, le Pleiadi, Orione. Delineo l’orientamento verso casa. La vecchia mi vuole accompagnare fino ad una pista segnata da pali con un ciuffo di paglia legato su ognuno. La traccia si perde dove la via Lattea si congiunge con l’orizzonte e ogni cristallo di neve è come una piccola stella.

       << I tuoi compagni>> mi dice << sono passati da qui ieri sera. Se cammini li ritroverai presto. Vai. E quando arriverai a casa tua ricordati della vecchia Magda.>>         

Queste testimonianze mi fanno ricordare fatti avuti da cittadini colligiani ha conferma di quanto e stato scritto nel libro di Badeschi; due colligiani tra i tanti sopravvissuti che si trovarono anche loro nella grande ritirata, e sono:  Bardini Antonio che trovandosi in una isba per ripararsi dal freddo, dove alcune donne lo avevano fatto entrare,  vide dietro una tenda un gruppo di partigiani russi ber armati, uno di loro si fece avanti e gli chiese le sue intenzioni, cioè, o restare con loro, oppure se voleva andare a casa, certamente la sua risposta fu quella di tornare a casa, e allora loro gli dettero da mangiare, e dopo gli indicarono la strada giusta, e così fece ritorno a casa.

       L’altro era Bruno Del Giovane, che trovandosi con le mani in principio congelamento entrando in una isba ci fu una donna che dopo averli massaggiato le mani le mise nel suo seno per riscaldarle, e così anche lui ritorno a casa, senza nessuna mutilazione.

 

 

Passato il fronte il Comitato di Liberazione Nazionale di Colle di Val d’Elsa che aveva molto operato nel periodo clandestino, si adoperò attraverso l’Alto Commissario per l’Epurazione per epurare e condannare i fascisti che erano stati più violenti e facinorosi nella lotta al comunista. Riporto di  seguito le lettere di denuncia dei vari antifascisti Colligiani. Il C. L. N.  era così composto:

 

per il P.C.I.:

 

Rineo Cirri
Balilla Giglioli

Libero Tosi

 

per il P.S.I.:

 

Virgilio Cambi

Nestore Cosi

 

per la Democrazia Cristiana:

 

Goretto Goretti

Flavio Ilario Merli

 

per i Democratici del Lavoro:

 

Ernesto Mattone.

 

 

COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE

COLLE DI VAL D’ ELSA

 

Colle 3 maggio 1945.

Cittadini,

Il fascismo, che da oltre ventenni ha offuscato le vostre menti, ha abbattuto i vostri cuori, ha torturato le vostre carni. E’ finito.

       Il fascismo responsabile di tante rovine e di tanti lutti di cui sta soffrendo l’Italia nostra, e ancora di chissà quante e quali dolorose mutilazioni che verranno inflitte alla Patria nostra, per colpa di un criminale intento a cui il popolo italiano non fu mai consenziente è finalmente debellato e per sempre dalla faccia della terra.

ITALIANE ESULTATE!

 

Esultiamo le gesta eroiche degli eserciti Alleati e dei Patrioti d’Italia del settentrione, che con ammirevole ed eroico slancio hanno trascinato alla riscossa tutti i lavoratori e tutte quelle generose popolazioni e che hanno scritto nella storia d’Italia una nuova gloriosissima pagina, una vera seconda “Vittorio Veneto” dell’attuale guerra, riuscendo a provocare lo scioglimento ed il disorientamento delle divisioni tedesche in Italia.

 

CITTADINI.

 

L’esempio che ci viene dal Nord, ci sia di stimolo, per operare con sacrificio, con costante abnegazione per il bene della Patria nostra  e per il benessere del Popolo Italiano e di tutti i popoli, troppo crudelmente provati, da una guerra sanguinosissima e distruggitrice. E’ necessario imporci un imperativo, che tenda,  attraverso unità e concordia di intenti fra tutti gli Italiani di buona volontà, ad assolvere i compiti della ricostruzione materiale della Nazione, affinché la cosa venga posta al medesimo livello di quelle nazioni, che per non essere state invase dal “morbo fascista” poterono ed hanno potuto strenuamente combattere, con le armi in pugno, la minacciosa coalizione nazi-fascista.

 

W GLI ALLEATI

W I PARTIGIANI DEL NORD

W L’ITALIA

                                  

Il Comitato di Liberazione Nazionale

Sono in possesso della fotocopia e trascrivo il COMUNICATO del decreto del 10 aprile agli sbandati dopo l’8 settembre firmato per il Ministro Mezzasoma il Capo Gabinetto Giorgio Almirante.

 

PREFETTURA DI GROSSETO

UFFICIO DI P.S. IN PAGANICO
 

COMUNICATO

 

Si riproduce il testo del manifesto lanciato agli sbandati seguito del decreto 10 aprile:

Alle ore 24 del 25 Maggio scade il termine stabilito per la presentazione ai posti militari e di Polizia Italiani e Tedeschi, degli sbandati ed appartenenti a

bande.

       Entro le ore 24 del 25 Maggio gli sbandati che si presenteranno spontaneamente consegnando le armi di cui sono spontaneamente in possesso non saranno sottoposti a procedimenti penali e nessuna sanzione sarà presa a loro carico secondo quanto è previsto dal decreto del 15 aprile. I gruppi di sbandati qualunque ne sia il numero dovranno inviare presso i comandi militari di Polizia Italiani e Tedeschi un proprio incaricato che prenderà accordi per presentazione dell’intero gruppo e per la consegna delle armi. Anche gli appartenenti a questi gruppi non saranno sottoposti ad alcun processo penale di sanzioni. Gli sbandati e gli appartenenti alle bande dovranno presentarsi a tutti i posti Militari e di Polizia Italiani e Germanici entro le ore 21 del 25 Maggio. Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena. Vi preghiamo curare immediatamente affinché testo venga affisso tutti i Comuni della vostra Provincia.

 Per il Ministro Mezzasoma

                                                      Il Capo Gabinetto

                                                      Giorgio Almirante

 

Giorgio Almirante Segretario del Movimento Sociale italiano, aveva sempre negato che esistesse il comunicato per la pena di morte per quelli, che non si presentavano ai distretti militari per arruolarsi nell’esercito repubblichino. Questo documento con la sua firma come Capo Gabinetto della Repubblica Sociale Italiana ne è la prova della sua complicità e falsità delle sue dichiarazioni.

(Questo documento si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle)

 

COMUNE DI COLE VAL D’ELSA

 

 

Per ordine di Sua Eccellenza il Capo della Provincia, Vi comunico il decreto di S.E. il Capo del Governo, relativo alla pena di morte per i disertori e renitenti alla leva:

 

 

    PENA DI MORTE

       Per i disertori e per i renitenti

     alla leva

 

      

 

In data 18 febbraio 1944-XXII, il Duce della Repubblica Sociale italiana, Capo del Governo, sentito il Consiglio dei Ministri, ha emanato il seguente

 

 

 

DECRETO:

 

       Art. 1.  Gli iscritti di leva, arruolati e militari in congedo, che durante lo stato di guerra e senza giustificato motivo non si presenteranno alle armi nei TRE giorni successivi a quello prefissato, saranno considerati disertori di fronte al nemico, ai sensi dell’art. 144 C.P.M.G.  e puniti con la morte mediante fucilazione al petto.

 

       Art.  2. La stessa pena verrà applicata anche ai militari delle classi 1923, 1924 e 1925 che non hanno risposto alla recente chiamata o che, si sono allontanati arbitrariamente dal Reparto.

 

       Art.  3.  I militari di cui all’art. precedente andranno tuttavia esenti da pene e non saranno sottoposti a procedimento penale, se regolarizzeranno la loro posizione presentandosi alle armi entro il termine di 15 giorni, decorrente dalla data del presente Decreto.

 

       Art.  4.  La stessa pena verrà applicata ai militari che, essendo in servizio alle armi si allontaneranno senza autorizzazione dal Reparto, restando assenti per tre giorni, nonché ai militari che, essendo in servizio alle armi e trovandosi legittimamente assenti, non si presenteranno senza giustificato motivo nei cinque giorni consecutivi da quello prefissato.

 

       Art.  5.  La pena di morte inflitta per i reati di cui agli articoli, deve essere eseguita, se possibile, sul luogo stessa di cattura del disertore o nella località della sua abituale dimora.

 

       Art.  6.   La competenza a conoscere i reati di cui agli articoli 1 e 2 del presente Decreto, spetta ai Tribunali Militari.

 

       Art.  7.  E’ abrogata ogni altra disposizione in contrasto con il presente Decreto.

 

       Art.   8.   Il presente Decreto sarà pubblicato nella G.U. e inserito, munito del sigillo dello stato, nella Raccolta Ufficiale delle Leggi e Decreti, ed entrerà immediatamente in vigore.

 

Colle Val d’Elsa 28 febbraio 1944-XXII

 

                                                

                                                        Il Commissario Prefettizio

                                                              Ottavio Migliorini

 

 

(questo documento si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle)

 

 

 

 

Elenco dei cittadini colligiani deceduti a causa di eventi bellici nel periodo 15 e 16 febbraio 1944,  con aggiunta di alcuni deceduti durante il passaggio del fronte. Questi dati sono stati rilevati dai registri dello stato civile del Comune di Colle di Val d’Elsa.

1 Aiazzi Vera, 2 Assunti Narciso, 3 Bartalini Eugenio, 4 Bartoli Alessandro, 5 Bartoli Corrado, 6 Bartoli Virginia, 7 Batoni Armando, 8 Batoni Cesarina,  9 Becchi Erminia, 10 Benetti Ilio, 11  Benini Rino, 12 Bertini Giuseppe, 13 Biagini Emilia, 14 Bianchi Giuseppe, 15 Bianchi Italia, 16 Bilenchi Fortunato, 17 Bocci Gino, 18 Bocci Emma, 19 Bocci Giulia,  20 Bocci Maria, 21 Bordin Regina, 22 Borghini Elide, 23 Borsari Boreno (compagno di scuola), 24 Borsari Dora, 25 Bruni Giuseppe, 26 Bruni Vittorio, 27 Buccianti Ferdinando, 28 Caciagli Ernesto, 29 Campanini Terzilio, 30 Cantini Maurizia, 31 Cardinali Antonietta, 32 Cardinali Virginia, 33 Carli Piero, 34 Castaldi Emilia,  35 Castaldi Palmira, 36 Castellini Castellino, 37 Cavallini Niccolò, 38 Chellini Pia, 39 Chellini Teresa, 40 Cini Mauro, 41 Dani Giuseppe, 42 Dani Quinto, 43 Degli Innocenti Giovanni, 44 Del Giovane Vittoria, 45 De Perfetti Ricasoli Cammillo, 46 Dondoli Gino, 47 Dondoli Velia, 48 Ferri Marcella, 49 Fornai Aldo,   50 Francioli Corrado, 51 Frati Giuseppe, 52 Fusi Egidio, 53 Fusi Teresa, 54 Galigani Nella, 55 Giannetti Isola, 56 Giannini Sestilio, 57 Giomi Dino,  58 Gonnelli Francesco, 59 Gonnelli Ilva, 60 Gonnelli Vasco,(Gappista, ucciso a Belvedere vicino ingresso autostrada)  61 Gozzi Lilia, 62  Landi Bruno, 63 Lisi Casira, 64 Lisi Giovanni,  65 Livini Ernesto, 66 Logi Miranda,  67 Losi Domenico, 68 Luschi Olinto, 69 Malandrini Antonio, 70 Malandrini Bruno, 71 Mannini Arturo, 72 Marzini Lionello, 73 Mearini Marì, 74 Meoni Rodolfo,  75 Minelli Brunetta, 76 Montemaggi Celide, 77 Mugnaini Saro, 78 Nencioni Dina,  79 Nesti Franco, 80 Niccoli Maria, 81 Panci Enzo,(compagno di scuola) 82 Panti Giovanni, (fratello di mia nonna), 83 Papini Mario, 84 Pini Virgilio, 85 Poggi Giulio, 86 Poli Romero, 87 Ravaglia Lorenzo Alfonso, 88 Rettori Alfio,  89 Riccucci Corradina, 90 Rosi Violante, 91 Rossini Ferdinado, 92 Salvatori Alfredo, 93 Salvi Ernesto, 94 Salvini Cesare, 95 Sampieri Siria, 96 Sancasciani Giuseppe, 97 Selvaggi Sara, 98 Scalpellini Ofelia, 99 Scardigli Loreno, 100 Soldi Mario, 101 Tempini Quirino, 102 Terenzani Adamo, 103 Terenzani Giuseppe, 104 Vanni Giovanni, 105 Vanni Pasquale, 106 Vanni Silvano, 107 Verdirame Guglielmo, 108 Vermigli Livia, 109 Verniani Ione, 110 Viti Giuseppe, 111 Volpini Isolina,  112 Zucchelli Sparta, 113 Zuccherini Marianna.

 

Al Cimitero di Colle Bassa nella parte nuova a sinistra del cancello vi è un cippo dove sono depositate alcune ossa  (quelle che è stato possibile recuperare) dei deceduti del bombardamento. Il Cippo è stato fatto dietro il mio interessamento .Il Sindaco Canocchi  autorizzò la spesa di L 1.500.000, per il marmo , la relativa lavorazione e la messa in opera delle lettere. La dedica  è stata scritta da Marcello Braccagni.

 

 

ELENCO DEI MORTI E DICHIARATI IRREPERIBILI

GUERRA 1940/43

 

Aiazzi Alfio, nato il 25/02/1915 – dichiarato irreperibile sul fatto dell’incendio della motonave “ Paganini” in navigazione da Bari a Durazzo. 20° Regg. Genio. (l’incendio è avvenuto a causa siluramento di una nave Inglese.)

 

Aiazzi Ezio, nato nel 1917, 5° Reggimento bersaglieri – deceduto nel fatto d’armi do lago Castagnani (Albania) 23/11/1940

 

Alberti Aladino, 36° Corpo Vigili del Fuoco, “Genova” deceduto all’ospedale di Bolsaneto da colpo di ama da fuoco durante il recupero di salme di italiani interrate dai tedeschi per trucidamento.

 

Andreini Vasco, classe 1920, 52° Nucleo soccorso stradale – deceduto per fatto d’arme il 17/01/1943. ripiegamento sul Don, Russia.

 

Anichini Primo, classe 1916, 3° batteria 455° gruppo appiedato artiglieria, dichiarato irreperibile per fatto d’armi il 19/12/1942 a Cartemicewka, Russia.

 

Bandini Roberto, classe 1917, - medaglia d’oro alla memoria – deceduto per ferite in combattimento il 25/10/1942 sul fronte egiziano.

 

Batoli Irmo, classe 1916, 3° batteria 455° gruppo appiedato artiglieria, deceduto il 19/12/1942 a Cartemicewka, Russia.

 

Capresi Ettore, Classe 1914, deceduto il 30/01/1943 per malattia durante la prigionia in Russia.

 

Cilemmi Noemo, classe 1923, deceduto il 12/09/1943 in combattimento a Zara.

 

Ciocchi Vasco, classe 1913, sbandato e catturato dai tedeschi e deportato in Germania, ivi deceduto.

 

Cioni Loris, classe 1922, deceduto in occasione del sinistro del sommergibile “Velella” 7/9/1943. in cui era imbarcato. Dato per disperso.

 

Corti Fedro, classe 1905, dichiarato irreperibile durante il combattimento tra Getreide e Tscherkowo, il 22/12/1943. Camicia Nera.

 

Farnetani Bruno, classe 1916, dichiarato irreperibile durante l’affondamento della motonave “Paganini”  il 28/06/1940 a 30 miglia da Durazzo. (Era assieme a Alfio Aiazzi).

 

Foderi Lido, classe 1922, dichiarato disperso per avvenimenti bellici in Iugoslavia (Montenegro) il 28/08/1943.

 

Fontana Francesco, classe 1914, 277° reggimento fanteria, - dichiarato disperso in Russia il 09/01/1943. Non Colligiano.

 

Francini Loris, classe 1923, deceduto il 24/07/1943, a seguito di azione aerea nemica, appartenente alla marina, era imbarcato.

 

Franchini Marzilio, classe 1913, deceduto in prigionia in Germania il 20/04/1945 per malattia.

 

Frati Gino, classe 1910, deceduto in Verona per malattia contratta in prigionia.

 

Frosali Adriano, classe 1921, deceduto il 16/08/1943 a Bari per malattia.

 

Galligani Vasco, classe 1910, deceduto in prigionia in Germania il giorno 08/10/1944.

 

Gelli Veraldo, classe 1921, partigiano deceduto il 26/12/1943 in Montenegro per malattia.

 

Giannini Bruno, classe 1913, deceduto in combattimento il 05/11/1940 zona di Verdelka N.E. di monte Ivanit Albania.

 

Giannini Livio, classe 1912, deceduto nell’ospedale militare di Lucca per malattia dipendente cause di guerra 28/12/1940.

 

Giomi Vittorio, classe 1915, deceduto il 26/04/1944 in Croazia per malattia contratta in guerra.

 

Gistri Elio, classe 1921, deceduto in combattimento il 16/05/1943 in Montenegro.

 

Giuntini Aurelio, classe 1923, deceduto per azione navale sul cacciatorpediniere Saetta nel mare di Tunisi.

 

Gozzi Fedro, classe 1919, deceduto il 17/12/1942 in occasione della perdita del C.T. “aviere” per fato di guerra.

 

Lepri Gino, classe 1898, Camicia Nera, morto in combattimento in località Monastero, Albania.

 

Masi Avito, classe 1914, deceduto in prigionia in Germania per bombardamento aereo.

 

Menichetti Benigno, classe 1918, deceduto in combattimento il 15/05/1941 in Pirenaica.

 

Morelli Gino, classe 1915, deceduto nella terza decade del 1943 sul fronte Russo.

 

Moscardini Ottorino, classe 1910, deceduto il 19/02/1943 nei Balcani, per eventi bellici.

 

Poli Dino, classe 1911, deceduto il 31/12/1942 sul fronte Russo.

 

Pomponi Dante, classe 1922, deceduto in data20/12/1942 in combattimento sul fronte Russo.

 

Provvedi Gaetano, classe 1920, deceduto in prigionia per t.b.c. a Saarburg Lothringen in Germania.

 

Rettori Meris, nato 25 /08/1918, deceduto sul fronte Russo il 20/08/1942

 

Romanelli Gaspero, classe 1905, deceduto il 05/12/1943 a Pleylje Passo Jabaka in combattimento.

 

Rosi Omero, classe ? , deceduto il 22/09/1942 in seguito ad azione aerea nemica, era in marina.

 

Rossi Gino, classe 1922, morto per eventi bellici a Secondigliano (NA) mentre si imbarcava per ignota destinazione.

 

Salvi Silo, classe 1921, deceduto nel maggio del 1943 in Tunisia per eventi di guerra.

 

Sancasciani Moreno, classe 1922, morto in combattimento nel dicembre 1943 o gennaio 1943 sul fronte Russo.

 

Zancato Sebastiano, classe 1912, deceduto in combattimento in data 19/01/1943 sul fronte Russo.

 

(Questo elenco si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle)

 

 

ELENCO  CADUTI COLLIGIANI NELLA RESISTENZA

E NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE.

 

 

                                                    Caduto a:                      il:    

 

Alberti Aladino            Partigiano      Genova             29/04/1945

Bernardi Piero            Volontario G.L. Fronte Ravennate   22/03/1945

Busini Enzo                Partigiano      Montemaggio     28/03/1944

Ciuffi Virgilio              Partigiano      Montemaggio     28/03/1944

Del Secco Gracco         Partigiano      San Severo        17/06/1944

Foderi Lido                 Partigiano      Montenegro        24/08/1943

Franci Leo                  Volontario      Brunete Spagna  20/04/1937

Gelli Veraldo               Partigiano      Jolav Pani (Jug)  26/12/1943

Giomi Vittorio             Partigiano      Jugoslavia         26/04/1944

Gonnelli Vasco            Partigiano      Belvedere          06/07/1944

Livini Livio                 Partigiano      Montemaggio     28/03/1944

Masi Avito                  Partigiano      Austria             25/02/1945

Rettori Guido              Civile             Ulignano  Volterra  28/06/1944

Rodosevic Rodoscia      Partigiano       Ulignano Volterra   28/06/1944

Salvi Nello                 Partigiano      Milano              20/04/1945

Scarlini Giuseppe         Volontario      Alfonsine           01/02/1945

Spalletti Dino              Partigiano      Jugoslavia

Vannetti Luigi             Partigiano      Montemaggio     28/03/1944

Vannini Luigi               Volontario      Alfonsine           24/02/1945

Volpini Onelio             Partigiano      Montemaggio     28/03/1944

 

 

Nell’eventualità che l’elenco non risulti completo, ci scusiamo con i familiari di coloro che non sono stati menzionati. Tale mancanza è dovuta alla parzialità dei documenti che siamo riusciti a reperire, e non dipende dalla nostra volontà.

 

(Questo elenco si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle)

 

 

PARTIGIANI COMBATTENTI IN ITALIA

 

Aiazzi Aldo, Braccagni Livio, Branconi Edoardo, Berti Quirino, Cioni Fulvio, Cosi Enzo, Chiti Walter, Cespoli Gino, Ciari Vittorio, Ciani Primo, Dani Vasco, Francioli Guido, Galigani Walter, Guidotti Artemio, Figlioli Balilla, Marchi Dino, Movilli Socrate, Macchioni Balilla, Mori Roberto, Marchetti Morando, Maccantelli Antonio, Merlo Alfredo, Panichi Armando, Pepi Muzio, Rovai Jago, Salvestrini Ameleto, Signorini Galliano, Stanghino Ottavio, Salvi Spartaco, Sozzi Sante, Tozzi Nello, Sacconi Bernardo, Vieri Arcangelo.

 

PARTIGIANI E COMBATTENTI ALL’ESTERO

 

Batoni Bruno, Braccagli Renzo, Brocchi Vasco, Carli Renato, Celli Renzo, Corsi Gastone, Corsoni Gino, Fiaschi Valentino, Foderi Lido, Gelli Veraldo, Giotti Savino, Giomi Vittorio, Iozzi Santi, Lamioni Nello, Lombardini Guido, Marrucci Guido, Masi Avito, Moretti Corrado, Murtas Antonio, Pasquinuzzi Nello, Pedani Attilio, Pucci Valentino, Righi Alfredo, Segaloni Ilio, Soldi Severino, Spalletti Dino, Vannetti Alvaro.  

 

HANNO FATTO PARTE DELLA DIVISIONE GARIBALDI

IN JUGOSLAVIA:

 

Brocchi Vasco, Celli Renzo, Corsoni Gino, Fiaschi Valentino, Gelli Veraldo, Giotti Savino, Lombardini Guido, Lamioni Nello, Moretti Corrado, Marrucci Guido, Pucci Valentino, Pedani Attilio, Pasquinuzzi Nello, Righi Alfredo, Segaloni Ilio, Soldi Severino. Spalletti Dino.

 

HANNO FATTO PARTE DELLA DIVISIONE

GRAMSCI IN ALBANIA:

 

Batoni Bruno, Corsi Gastone, Stanghini Ottavio, Sozzi Ottavio.

 

 

Il partigiano Iozzi Santi aveva ottenuto il grado di Tenente, mentre il Lombardini Guido aveva il grado di Tenente e Commissario politico di battaglione dell’esercito partigiano, gradi che non avevano nulla a che vedere a quelli dell’esercito italiano.  

 

 

 

(Questo documento si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle Val d’Elsa)

 

ELENCO DEI VOLONTARI COLLIGIANI NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE.

 

 

 

Hanno fatto parte della Divisione Cremona:

 

Bartoloni Aldo, Berti Renato, Bimbi Vinicio, Casamenti Linge, Celli Renzo, Falossi Vessevo, Giusti Enzo, Gonnelli Pietro, Landi Dino, Landozzi Virio, Malandrini Walter, Marchetti Wallis, Mazza Zemiro, Menchini Velio, Menichetti Felice, Meoni Vittorio, Minori Secondiano, Montemaggi Enrico, Morelli Auro, Morelli Vinicio, Nigi Benvenuto, Passerotti Raffaello, Pazzagli Osvaldo, Pazzagli Werter, Pomponi Domenico, Rolandi Mauro, Scarlini Giuseppe, Soldi Aleardo, Tanzini Tebro,  Tempesti Pirro, Ulivieri Enzo, Vannetti Artemio, Vannini Luigi, Vettori Silvano.

 

 

 

Hanno fatto parte della Divisione Legano:

 

Bernardi Piero, Malandrini Luigi, Rovai Jago.

 

 

 

Hanno fatto parte della Divisione Friuli:

 

Ansani Varno, Bacci Ilvo, Panti Maresco.

 

 

(Questo documento si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle Val d’Elsa)

 

      

         MESSAGGIO DEL GENERALE ALEXANDER A TUTTI

I PATRIOTI DELL’ITALIA OCCUPATA

 

 

 

TUTTI  ALL’ATTACCO !

 

 

       Patrioti! Nelle istruzioni diramate dal mio Quartier Generale vi ho ripetutamente sollecitato a essere pazienti e a prepararvi al giorno dell’azione. Le armate alleate al mio comando iniziarono il giorno 11 maggio la loro grande offensiva destinata ad annientare le armate tedesche in Italia. In meno di un  mese la forza delle armate tedesche è stata schiantata e la città di Roma è gia stata liberata.

       Oggi hanno avuto inizio sbarchi in occidente. D’ora innanzi le armate tedesche in Europa verranno attaccate da tutte le parti. Il giorno da voi tanto atteso è ormai giunto. Faccio appello a tutti i patrioti d’Italia di insorgere compatti contro il comune nemico. Le armate tedesche sono gia in ritirata al nord di Roma e vengono incalzate dalle nostre truppe e assoggettate a continuo attacco dall’aria. In questo momento le via di comunicazione sono di vitale importanza per il nemico se questi tenta di sottrarsi all’attuale battaglia di annientamento.

       Faccio appello a voi tutti affinché cooperiate con le mie truppe che avanzano. Fate tutto quanto è in vostro potere per intralciare i movimenti del nemico. Aggravate la confusione nelle retrovie del nemico e date ricovero agli elementi stranieri dell’esercito tedesco  (polacchi, austriaci, ungheresi jugoslavi, ceki e alsaziani ecc.) che si sbanderanno allo scopo di liberarsi dal giogo tedesco. La liberazione d’Italia si sta attuando. Collaborate tra voi stessi. Collaborate con me. Insieme noi raggiungeremo la vittoria.

 

 

 

 

ISTRUZIONI

 

Queste sono le istruzioni emanate dal Quartier Generale del Generale Alexander e del Comando Supremo Italiano, esse sono rivolte a tutti quei patrioti italiani che non abbiano ricevute istruzioni precise dagli alleati.

 

Primo, diamo istruzioni supplementari ai patrioti della 3a zona, cioè la fascia costiera dal Tevere all’Arno, ai patrioti della 4a zona cioè la zona dell’Appennino Centrale, ai patrioti della 5a zona cioè, la fascia costiera Adriatica da Pescara al fiume Rubiconde. Ecco le istruzioni. Preoccupatevi massimamente di bloccare le strade e di creare confusione  per i tedeschi, e di alterare e eliminare tutti i cartelli indicatori.

 

 

A COLORO CHE POSSEGGONO ARMI
 

In tutta Italia i patrioti che posseggono armi devono farne uso e seguitare ad usarle. Evitate battaglie vere e proprie, ma compite incursioni contro piccoli centri di comando, preparate agguati contro le colonne di autotrasporti durante la notte,  uccidete i tedeschi ma in modo da poter fuggire rapidamente e ricominciare ad ucciderne. Fate si che in tutte le strade secondarie siano appostati in pieno giorno, franchi tiratori che rendano poco sicuro il passaggio di automezzi tedeschi isolati.
 

 


A COLORO CHE POSSEGGONO ESPLOSIVI
 

       Fate saltare piccoli ponti e sovrapassaggi: i gruppi di patrioti dell’Italia settentrionale distruggano le linee ferroviarie e se possibile facciano deragliare i treni: distruggere gli impianti telefonici e telegrafici, collocare bombe a orologeria dentro gli automezzi tedeschi, spargere sulle strade ordigni che facciano scoppiare pneumatici delle loro macchine.

 
 
AGLI OPERAI ED AGLI IMPIEGATI DELLA CITTA’
 

 

       Abbandonate il lavoro. Se questo non vi fosse possibile lavorate con la massima lentezza e sabotate le officine. Evitate in tutte le maniere di aiutare i vostri oppressori fascisti. Ai contadini sprovvisti di armi fate tutto il possibile per aiutare i patrioti del luogo. Tagliate i fili telefonici, create corti circuiti nelle condutture elettriche: collocare pietrosi nelle strade durante la notte.

       Gli alleati stanno rifornendo i gruppi di patrioti, in tutte le parti dell’Italia occupata di migliaia di armi automatiche. Cercate di sapere se una di esse è per voi.

       Soldati italiani e carabinieri, disertate con armi e munizioni e unitevi ad un gruppo di patrioti. Voi potete essere di grande aiuto nella liberazione della vostra patria.

 

 

AI COLLABORATORI VOLENTI O NOLENTI
DEL FASCISMO

 

 

       Molti italiani per debolezza o per mancanza di convinzione, lavorano per i fascisti. A questi uomini a queste donne si offre oggi l’ultima occasione di dar mostra del loro patriottismo. Coloro che non dimostrino ora di favorire la liberazione d’Italia saranno segnati come traditori: e gli eserciti della liberazione sono in marcia.

 

 

A TUTTI GLI ITALIANI
 

       I fascisti anche se lo desiderano non potranno infierire in rappresaglie contro un’intera nazione in rivolta. La salvezza dell’individuo sta perciò nella sua attiva cooperazione con la massa. Uomini e donne italiani che hanno a cuore la patria debbono quindi insorgere immediatamente contro la dominazione fascista, e la rivolta, se ben condotta, libererà rapidamente l’Italia occupata dai suoi oppressori.
 

P.S. L’originale di questo volantino è proprietà di Boreno Cigni.

 

 

 

“La Patrie” Giornale dei combattenti francesi in Italia nel n° 108  di domenica 9 luglio 1944 anno 1° scriveva: 

 

“I Francesi si impadroniscono di Colle di Val d’Elsa”

 

La 5° Armata occupa Rosignano e Castellina

 

       A dispetto d’una resistenza in nessun modo rallentata la 5° Armata nella notte del 5 e 6 luglio si sono impadroniti di Rosignano, Castellina e Colle  di Val d’Elsa, punti strategici fortemente difesi sulla rotta di Livorno. In queste tre città il nemico si è ritirato casa per casa, e battendosi corpo a corpo per le strade.

       Le truppe francesi che si sono impadronite di Colle di Val d’Elsa, continuano la loro avanzata verso Poggibonsi.

 

 

P.S. L’originale di questo giornale è proprietà di Boreno Cigni.

 

 

      

LE TESTIMONIANZE

 

ANNO 1945  TESTIMONIANZA  DI  SPALLETTI  GHINO

    

               “  QUESTO ERA IL FASCISMO  “

                

      Che cosa è stato il fascismo per oltre venti anni ? Esso ha terrorizzato il popolo Italiano ricorrendo spesso a delitti senza nome. Esso ha calpestato tutte le più elementari libertà umane.  Esso, ha  imposto innumerevoli guerre con i soli sacrifici del popolo per arricchire i grandi industriali e i gerarchi fascisti. Infine esso ha portato distruzione in tutti i campi della vita Nazionale, trascinando il popolo in gramaglie e nella più nera miseria.

      Per  arrivare a compiere tutti questi crimini è necessario non dimenticare con quali sistemi esso, si era imposto. Questo che io scrivo non è che un episodio.

      Vent’anni fa’ in questa piazza ed in questo stesso palazzo si svolgeva uno dei più bestiali misfatti della brutalità fascista.  ( Secondo alcune testimonianze la casa del fascio si trovava nel palazzo accanto (primo piano)a quello del P.C.I. e aveva il suo ingresso da piazza Arnolfo n° 19)

      Imperava allora il cosiddetto ingegnere Nepi, ras del fascismo colligiano che cercava con ogni mezzo di cattivarsi le simpatie dei reazionari del luogo e del capoluogo, per avere il posto al sole in Comune.  Alle sue dipendenze, istigati da mandanti che ben conosciamo, agivano alcuni purtroppo non dimenticati , fascisti, che diligentemente fungevano da aguzzini dei lavoratori, che non volevano inginocchiarsi dinanzi alla loro brutale violenza.

      Nonostante ciò vi era in Colle un buon movimento Comunista, la maggior parte eravamo giovani ed anche dei giovanissimi vi prendevano parte attiva.  Purtroppo eravamo presi di mira dagli sgherri fascisti, continuamente erano soprusi, angherie, violenze  di ogni genere, segni precursori della tragedia che il fascismo locale voleva, terrorizzare la popolazione e stroncare il nostro movimento.  Ma nulla ci faceva deflettere dall’idea che avevamo abbracciato liberamente, dalla causa giusta ed umana che ci faceva intrepidi dinanzi a qualsiasi evenienza.

      Fu così che nelle prime ore del 19 agosto 1925 si mandarono gli scugnizzi a prelevarci dalle nostre abitazioni, ma fu gran sorpresa ritrovarsi tutti o quasi, una quarantina circa, alla sede del fascio, dove l’ingegnere dava prova lampante del suo ingegno, per consolidare il proprio avvenire.

      Uno ad uno fummo trascinati nella stanza del supplizio e quando rientravamo in quella dove erano in attesa gli altri compagni eravamo sfiniti, lividi, grondanti di sangue. Ricordo bene il caro compagno  Leo Franci di ritorno dalla tetra

stanza; era livido nella faccia, nel dorso, pesto e sanguinante in tutta la persona per le torture subite, pugnalato in più parti, quasi non dava segno di vita. Intorno, gli assassini sghignazzanti, ebbri di ferocia e di odio, con i pugnali e le rivoltelle ai fianchi, il manganello in mano, attendevano l’ordine dell’ingegnere per ridurre altri in simili condizioni.  E così fu.  Il compagno Nuti dopo essere stato percosso a sangue ,  veniva gettato da una finestra.  Trasportato all’ospedale vi giacque per molti giorni fra la vita e la morte.  Il Braccagni, lo Stanghini, il Maestrini  ed altri ancora furono ridotti in condizioni pietose, tutti subimmo violenze e torture degne della inquisizione, dai criminali che dovevano trascinare i lavoratori e l’Italia in rovina.

      Purtroppo la tragedia non ebbe fine con queste sevizie.  La mattina all’alba

fummo trascinati fuori. Credendo ci rendessero liberi, quasi eravamo contenti . Ma non erano soddisfatti ancora i miserabili ci portarono alla caserma qui di fronte. Anche in caserma le violenze si ripeterono alla presenza del deputato fascista Baiocchi, dal Tenente  Visconti, dal Maresciallo Ferro. Ricordo bene le scene  disgustose e selvagge dei briganti fascisti. Contro tutti erano parole sconce. Il Maresciallo quando ebbe scritto le mie generalità con aria di scherno mi disse: li finisci male i tuoi vent’anni , fra altri vent’anni forse rivedrai la luce. Infatti  quel giorno era il mio compleanno.

      Dopo due giorni di permanenza in caserma respirammo con meno apprensione allorché vedemmo rilasciare molti compagni.  Quasi tutti furono rilasciati, sei rimanemmo a disposizione dell’autorità.  Questi erano  Leo Franci, Dino Bandini, Balilla Giglioli, Bruno Panti, Senesi  ed io, accusati di propaganda antifascista, di cospirazione contro lo stato e infine più grave, di appartenenza al Partito Comunista.

      Venimmo trasportati al carcere di Poggibonsi  dove altri compagni del luogo vi si trovavano; il Rugi,  il  Burresi, il Cardinali , il Bruni.

      Il sig. Ottavio Migliorini, uomo ben noto in Colle, era nostro guardiano, in sua assenza veniva sostituito dal figlio Lando, anch’egli ben noto, il quale un giorno ci disse, che ben volentieri avrebbe gettato le chiavi nel pozzo.

      Passarono  cosi lunghe giornate di attesa, dove subimmo altri interrogatori.  Credevamo che la cosa avesse presto una risoluzione, poiché l’unica accusa fondata era l’appartenenza al Partito Comunista, unico glorioso partito rimasto in lotta intransigente contro il fascismo.

      Nessuno di noi aveva negata la fede comunista, protestando energicamente non essere reato l’appartenenza al partito, poiché esso esisteva legalmente  ed aveva dei rappresentanti in Parlamento eletti dalla volontà popolare. Inutili furono le nostre proteste. Cosa si voleva dunque ? Lo scoprimmo dopo alcuni giorni.

      Una mattina vedemmo entrare nelle nostre celle umide e buie molti carabinieri.  Fummo strettamente ammanettati come  delinquenti della peggiore specie, con catene sottili e lunghe, fummo legati l’uno all’altro con i compagni di Poggibonsi, condotti alla stazione e con un carrozzone sotto scorta con una infinità di carabinieri e marescialli, arrivammo a Siena. Giungemmo al carcere di S. Spirito con i polsi  indolenziti e tumefatti da quanto eravamo strinti e ci parve di essere  quasi liberi  quando venimmo destinati nelle celle. Sapemmo che anche i compagni Ricciardo e Gino Bonelli di Siena vi erano per la stessa causa.

      I mesi si susseguivano l’una all’altro, l’istruttoria si svolgeva con lentezza contro di noi e fummo deferiti alla corte di assise. Al fascismo premeva tenere in galera dei lavoratori rei di lottare contro le barbarie, al fascismo necessitava incutere timore e terrore ai lavoratori  tutti illudendosi cosi di spegnere nel popolo l’idea per la libertà e il progresso.

      Nel marzo del 1926 vedemmo arrivare altri numerosi compagni, anch’essi dopo aver subito le stesse violenze e le nostre stesse peripezie furono trasportati al carcere di Siena. C’era il Marchi, il Grassini, il Fusi, il Braccagni, il Semplici di Colle ed altri ancora di tutta la provincia. Conoscemmo pure il Santarnecchi di Scorgiano il quale per le torture  subite  era irriconoscibile e credendosi inguaribile  un giorno preso da sconforto si uccise nella propria cella.

      Nel maggio altri ancora vennero ad ingrassare  le file dei detenuti politici. I più erano anziani che fin dalla loro gioventù avevano lottato per l’emancipazione della classe operaia. Vedemmo così il Gazzei di Radicondoli, il Coltellini  di Poggibonsi, il Boni  di Colle e numerosi altri. Questi compagni ci raccontarono della reazione violenta che imperversava in provincia come in tutto il resto d’Italia  specialmente dopo l’attentato al duce  commesso in quei giorni. Facemmo coraggio ai nuovi arrivati e con essi sperammo in un domani migliore.

     Altri compagni ancora vedemmo arrivare e ripartire. Erano i già condannati ad anni di carcere fascista i quali andavano e tornavano dal penitenziario di San Gimignano. Vi erano di tutte le regioni d’Italia. Bastavano poche parole con essi per conoscere di quale fede erano animati. Essi pure speravano, speravano in un domani migliore in una Italia rinnovata e libera.

      Passarono così nove lunghi mesi prima che si venisse giudicati. Nell’aprile 1926 venne discusso un unico grande processo con i compagni di Poggibonsi e Siena alla Corte di Assise. Ci ritrovammo tutti dietro una gabbia come bestie da circo, circondati da uomini in divisa armati di moschetti e rivoltelle, altri avevano i manganelli a portata di mano. Anche l’ingegnere con alcuni sgherri insieme al deputato Baiocchi, al Tenente al Maresciallo dei carabinieri apparvero alla nostra vista. Con simile apparato, credevano di intimidirci. Ma non fu così. Tutti ci scagliammo contro i sistemi  brutali adottati contro di noi. Nessuno negò la fede comunista e l’appartenenza al partito.

      Il compagno On. Ezio Riboldi inviato dalla direzione del partito parlò in difesa dell’idea che ci animava entusiasmando i presenti al processo per la parola convincente e le argomentazioni portate a nostra difesa. Fra l’altro egli disse: E’ cosa impossibile impedire l’avvento del socialismo, esso verrà fra venti, fra cinquanta  anni se così fa’ piacere all’Illustrissimo sig. Presidente della Corte ma nessuno può impedire l’ascesa.

 

La sentenza fu per tutti assolutoria  per <<intervenuta amnistia >> e venimmo scarcerati dopo quattro giorni dell’avvenuta sentenza.

 

Cosi si concluse una ( non unica) delle tragedie del fascismo Colligiano.

 

Ritornando col pensiero ai tristi giorni di venti anni fa nostro dovere ricordare che due dei nostri migliori compagni dopo altre violenze, soprusi carcerazioni subite non abbiano potuto vedere risplendere la nostra rossa bandiera.

      Essi furono  LEO FRANCI; l’uomo più maltrattato e vilipeso dal fascismo Colligiano, caduto eroicamente  combattendo nelle brigate   “GARIBALDI “ per la libertà della Spagna contro il fascismo.

 

      BANDINI DINO; nostro capo nella dura lotta illegale figura indimenticabile di compagno, morto tragicamente a Pisa in seguito al bombardamento aereo.

      Essi sono morti con nel cuore una vivida luce di speranza, il migliore avvenire del popolo Italiano e del mondo intero liberati da ogni oppressione.

 

RICORDIAMOLI OGGI E RICORDIAMOLI CON ONORE

 

 

                                                                                     Ghino Spalletti

 

 

P.S. l'originale di questo documento scritto a mano si trova in possesso del figlio  Piero Spalletti che abita qui a Colle Val d'Elsa.

 

 

 
ANNO 1945  TESTIMONIANZA DI GHINO SPALLETTI SU
 

NELLO  SALVI
 

      Nacque nel 1905  da umile famiglia operaia, e giovanissimo dovette lavorare per guadagnarsi da vivere entrando come apprendista nella vetreria di Colle.  Fu qui che conobbe tutte le amarezze della vita degli operai sfruttati.  Fu nella fabbrica, che nacque in lui l’aspirazione in un più giusto avvenire per tutta la classe lavoratrice.  Intuendo che il Partito Comunista era il partito che più di ogni altro lottava per un progressivo miglioramento delle classi lavoratrici, per la libertà dei lavoratori, per l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo su l’uomo, abbracciò l’ideale Comunista con fede pura e con dedizione assoluta.

      Durante la reazione fascista e l’avvento al potere delle bande mussoliniane dette prova di una intransigenza tale che lo fece continuare con maggiore energia nella propaganda comunista.   Benché  militare, non verrà arrestato nel 1925 con gli altri compagni di Colle, Poggibonsi e Siena.  Ma il comandante del reggimento di cui egli faceva parte, per informazione inviatogli dal, famigerato direttorio fascista dell’epoca, minacciò il nostro caro  Compagno di inviarlo all’isola di Ponza se fosse incorso in una più piccola mancanza. Non disarmò il nostro compagno anzi in lui la fede rimase  e si affermò maggiormente durante la vita militare e congedandosi si dette maggiormente al partito lavorando alacremente nella lotta clandestina.

      Nello Salvi era uno dei nostri migliori che non voleva piegarsi e inginocchiarsi per il tozzo di pane che doveva guadagnarsi con il proprio sudore. Difficile era per lui trovare un lavoro stabile in Colle e con il compagno Leo Franci si dettero allora alla vendita di piccoli oggetti, per scampare la vita fino a che una intimazione fece loro cessare ogni più piccola attività.

      Nulla potevano fare i comunisti, solo morire di fame.

      E così preferì allontanarsi dalla propria famiglia, dai compagni, dal suo paese, anziché inginocchiarsi per vivere alla mercé dei filibustieri.  Si portò a Livorno e anche la svolse attività di partito.  Dopo alcuni anni dovette trasferirsi a Milano perché sorvegliato assiduamente.

      Milano lo accolse come aveva accolto tanti altri della sua fede e dette al lavoro clandestino tutto quanto poteva di se stesso per il nostro partito che tanta amava.

      Da se si era fatta una cultura politica che faceva proseliti tra le masse.

      Nel 1929 al congresso Comunista di Parigi  portò il saluto del nostro glorioso partito oltre che dei lavoratori oppressi di tutta Italia.  Altri compiti all’estero portò a buon fine senza mai cadere nelle mani dell’OVRA dando così una prova eloquente della sua capacità.

      Sospettato di attività comunista nel 1931 venne arrestato   ( frase cancellata  

“ e inviato a Siena dove molti compagni Colligiani da tempo erano detenuti “  ).

      Fu accusato di essere un corriere del partito e a Firenze  alle Murate deve sostenere un confronto con un suo accusatore che lui conosceva. Egli negò ogni cosa recisamente, che i giudici rimasti disorientati firmarono col proscioglierlo per non provata verità.

      Nuovamente libero e contento di essersela cavata a buon mercato non desiste dalla attività che sempre aveva svolta. Nella sua venuta a Colle portava con se notizie interessanti e giornali clandestini che facevamo circolare.

      Nel 25luglio 1945 egli si trovava fra i primi in via .........,

 

 

TESTIMONIANZA DI GIUSEPPE BRACCAGNI
 

Comincerò dai primi del 1918, data in cui mi iscrissi al Circolo Giovanile socialista di Scorgiano. Nel settembre del 1919 mi trasferii a Colle quale operaio della  ditta Lambertucci, ma dopo poco più di un anno e mezzo cominciarono le prime difficoltà per la reazione fascista che si fece sentire, anche fra noi soprattutto ad opera dei rinnegati Calvi Rolando detto “Scunnizzo”  e Viviani Enzo. Con la Presenza di questi individui nelle file fasciste e dei loro consimili la vita per noi era resa molto difficile. Ai primi del 1922 mi trasferii in seguito al licenziamento, nuovamente a Scorgiano  poiché a Colle era impossibile lavorare e vivere.  

Essendo chiamato a reggere le sorti di quella Sezione Giovanile quale segretario e in conseguenza di ciò, il 26 novembre 1922 verso la mezzanotte, subii la prima aggressione ad opera dei fascisti rinnegati passati al fascio di Maggiano in quella stessa settimana e cioè: Poli Ernesto, Peccianti Livio, Peccianti A, e del fascista ante marcia Franchi Eugenio.

Il giorno 8 dicembre successivo subisco una seconda aggressione a Pievescola ad opera dei fascisti di Casole d’Elsa, rimasti a me sconosciuti i quali ebbero indicazione da Berni Giuseppe anch’esso rinnegato come i precedenti.

Una pausa alle mie persecuzioni dovuta al servizio militare.

Congedatomi,  dopo detto servizio, rientrai a Colle e fui nuovamente in contatto con i vecchi compagni. Il giorno 19 agosto alle 2 del mattino subisco il primo arresto a domicilio ad opera dei CC.RR accompagnati dal fascista Betti Otello.

Tradotto al fascio nell’istante in cui il compagno Nuti Vittorio di Prato terrorizzato per le numerose e gravissime sevizie subite, si gettava dalla finestra. Condotto alla presenza dei fascisti Maccari Mino, Caponi Unico, e Caponi Giovanni, Viviani Enzo fui da costoro sottoposto a terribili violenze e torture specialmente da Caponi Giovanni e Viviani Enzo, ( in quella circostanza vi trovammo spettatori gli allora giovani fascisti Caponi Sergio Viviani Enzo l’attuale guardia municipale).

Faccio notare un particolare che può interessare; per le scale del fascio incontro il tenente dei CC.RR. che incita i fascisti a non avere pietà a riguardo. Dopo 24 ore venni rilasciato per subire una continua persecuzione fino al mio secondo arresto, avvenuto il 4 maggio 1926, sul lavoro, da Enzo Viviani che fingendo di volere alcuni schiarimenti al fascio mi fece sottoporre a nuove violenze da parte di Nepi Alfredo, Viviani Enzo, e Logi Vittorio, fratello dell’Arciprete e Michelucci Gino. Erano presenti in questa circostanza, senza prendere parte al fatto, i fratelli Portigiani.

La sera del 5 maggio, nell’ufficio del tenente dei CC.RR, subii altre violenze  da parte dell’on. Baiocchi Adolfo, presente il questore di Siena.

Co me erano i compagni Valacchi Amos, Santarnecchi Enrico, poi suicidato nel carcere di Santo Spirito nel giugno dello stesso anno. In proposito del compagno Santarnecchi merita rilevare che quando fu tradotto alla presenza dei su  o…..individui era in condizioni assolutamente pietose, sia fisiche che morali per le numerosissime percosse alle tempie e alle orecchie che a me dichiarava averle ricevute il giorno precedente in località la “Speranza”.

Di quanto sopra possono farne fede, oltre al compagno Valacchi, anche il compagno Marchi Dino.

Il mio secondo arresto si protrasse dal 4 marzo 1926 al 18 agosto dello stesso anno. Il mio terzo arresto, operato il 24 marzo 1931 ha termine il giorno 11 aprile successivo.

Tralascio di ricordare le innumerevoli perquisizioni a domicilio con la naturale e dolorosa impressione causata dagli sgarri sui miei familiari.

Dichiaro di assumermi le responsabilità di quanto sopra scritto e di esser a provarlo qualora si rendesse necessario.

 

 

                                                        Braccagni Giuseppe.

 

 

P.S. Io Paradisi Mino che ho ricopiato questa memoria del Braccagni voglio precisare che i Viviani Enzo sono due. Uno era figlio della maestra Viviani soprannominata la “Pennosa” l’altro Il giovane fascista come il Caponi Segio è Viviani Enzo “la ex guardia municipale oggi deceduto”.

 

 

 

Colle Val d’Elsa, 29 ottobre 1944
 

Io sottoscritto Braccagni Giuseppe, dichiaro che il giorno 4 marzo 1926 verso le ore 15 il fascista Enzo Viviani veniva presso la fabbrica di fiammiferi Lambertucci dove ero occupato e mi invitava alla sede del fascio dicendomi che aveva bisogno di alcuni schiarimenti.

Quivi giunto venni sottoposto a gravi violenze da parte dei fascisti Viviani Enzo, Nepi Alfredo e Logi Vittorio, fratello dell’Arciprete, sotto l’accusa di aver costituito cellule comuniste a Scorgiano e Motrena.

Mi venne anche ingiunto, di firmare un verbale a carico del contadino Valacchi Domenico che avrebbe detto male di Mussolini. Mi rifiutai perché ignoravo il fatto che, venne poi dimostrato, era solo una montatura per recare danno al suddetto contadino.

Malgrado ciò fui tradotto in caserma poi al carcere mandamentale di Poggibonsi e successivamente a quello di S. Spirito a Siena dove fui rilasciato il 18 agosto dello stesso anno.

In fede quanto sopra

 

Colle Val d’Elsa 29 ottobre 1944.

 

Il sottoscritto Braccagni Giuseppe dichiaro che nella notte del 28 novembre 1922 venni aggredito nei pressi di Scorgiano, dai fascisti Peccianti Livio, Poli Ernesto, Peccianti Angelo Franchi Eugenio i quali mi accusavano di essere il segretario di quella Sezione Giovanile Comunista, quando già era avvenuta la marcia su Roma.

Nella breve discussione che seguì fui percosso da Poli Ernesto. Riuscito a fuggire nei boschi vi rimasi tutta la notte.

Possono testimoniare questo i contadini Lorenzetti Galliano e Valacchi Amatore entrambi residenti a Scorgiano.

In fede quanto sopra.

 

Colle Val d’Elsa  29 ottobre 1944.

 

Io sottoscritto Braccagni Giuseppe dichiaro che nella notte del 19 agosto 1925 fui arrestato a domicilio, situato in via San Sebastiano da due carabinieri guidati dal fascista Betti Otello, sotto l’accusa di appartenere al Partito Comunista.

Tradotto al fascio, mi venne imposto di consegnare la tessera del Partito che io non consegnai.

Invitato a fare i nomi di altri compagni, mi rifiutai categoricamente. In conseguenza del mio rifiuto fui sottoposto ad atroci sevizie e torture  da parte dei fascisti Maccari Mino, Caponi Unico, Caponi Giovanni e Viviani Enzo l’attuale guardia municipale.

Il tenente dei carabinieri, incontrato per le scale, incitava i fascisti ad agire senza nessuna pietà nei miei riguardi.

Dopo aver subito le atroci torture, venni tradotto in caserma e rilasciato dopo 24 ore.

In fede quanto sopra.

 

 

 

 

CRONACA E STORIA ANTIFASCISTA DI COLLE DI VAL D’ELSA
BALILLA GIGLIOLI  1958
 

 

Questa breve relazione non ha la pretesa di essere uno studio storico, ma una rapida rievocazione di quello che fu il fascismo a Colle Val d’Elsa attraverso i ricordi di uno, che suo malgrado fu spesso testimone oculare e protagonista, e che per la memoria di coloro che caddero credette doveroso ricordare ai giovani concittadini descrivendo gli episodi più gravi  e più significativi dimostrando così che non tutti curvarono la schiena.
La clamorosa affermazione del Partito Socialista all’indomani del primo conflitto mondiale fece seriamente impaurire la borghesia italiana.

La terra che era stata promessa ai contadini nel 1915, veniva ora reclamata energicamente, e la successiva occupazione delle fabbriche  nell’ottobre del 1920, fu la scintilla che spinse la classe dirigente ad organizzare la reazione, per sbarrare la marcia alle masse popolari; la storia ci ricorda essere questo l’estremo rimedio e per distinguersi alle precedenti reazioni si chiamò questa volta fascismo, in virtù di quanto l’Italia fu messa a ferro e a fuoco.

 

 

       In provincia, come in tutta Italia, divampa la violenza fascista, era il luglio 1921, Colle, di tutta la provincia di Siena era rimasto l’ultimo fortilizio rosso,  come dicevano allora, Colle col suo attaccamento alle idee socialiste non era superficiale come purtroppo qualche paese vicino, del resto il suo Municipio fu tra i primi tre o quattro comuni d’Italia ad essere amministrato dai rappresentanti socialisti; nelle ultime elezioni del maggio dello stesso anno, Colle unico comune della provincia di Siena mantenne inalterata la forza elettorale, e dunque erano buone ragioni, secondo la mentalità fascista, di farla finita con questo scandaloso esempio.

       Il piccolo sparuto fascio di Colle, nato nella primavera dello stesso  anno, della forza di circa venti individui “i fondatori”, come si chiamarono poi, si componeva di elementi del medio ceto e piccola borghesia si atteggiavano nella vita cittadina a superuomini, salvo il gregario, certo Cecconi, sposato a Colle ma forestiero, che si distinse in modo speciale: provocò più che poté, poi ripartì per Lucca dove, sorpreso con un altro compare a consumare una rapina, uccise un ispettore di polizia, certo Cucchiara, e ferì altri agenti, finì in galera con 30 anni e vi morì. Dunque salvo il già citato Cecconi il quale dimostrò abbastanza fegato, il resto non poteva che contare su deboli forze. Perciò fu deciso dal fascio di Siena di fare anche qui un lavoro concreto di “persuasione” e così incominciarono a capitare dei figuri dalle varie Provincie esperti in provocazioni;  in modo particolare  essi affrontavano i cittadini accusandoli di aver sparlato del fascio o dei fascisti ed era sempre un motivo per picchiare, questo sempre in località deserte, in campagna i contadini erano costretti a non allontanarsi dalle loro case, perché l’aggressione era sempre sicura,  quando non dovevano subire l’assedio in casa loro, l’incendi divenivano una cosa abituale, voci calunniose furono messe in giro contro le persone più in vista del movimento operaio. Diventò famoso un tizio di Montespertoli, che, venuto a Colle in cattive condizioni fece acquisti  di tutto, si rivestì tutto a nuovo, nei caffè mangiava e beveva senza risparmio e poi diceva roteando il manganello: - Paga il fascio!.

A conclusione di questo lavoro preparatorio, l’ultima domenica di luglio, calarono in paese da tutta la Toscana bande di fascisti, i cittadini capita l’antifona sfollarono in massa per le campagne.

Fra le diverse squadracce, era ben rappresentata la tristemente famosa Disperata di Firenze la quale fu subito di esempio alle loro colleghe iniziando la caccia all’uomo, e qualche ingenuo rimasto in paese pagò per gli altri. Certo Pantini un povero rachitico, perciò minorato fisico, interpellato se a Colle vi erano dei comunisti rispose senza esitare: - Come siamo tanti! Fu colpito a sangue da una massa inferocita finendo all’ospedale. Si badi bene che questo povero essere informe era politicamente indipendente. Certo Paradisi Antonio (detto Tono di Nea), molto anziano e conosciutissimo in Valdelsa per essere stato completamente sordo fu affrontato sapendolo fervente socialista, istintivamente disse parole di disprezzo fu ridotto anch’esso in gravi condizioni.

Nelle scorribande in paese, le squadre devastarono molte case e circoli ricreativi con danni ingenti, un bracciante di Casole di passaggio da via degli Olmi perché trovato in possesso di una tessera sindacale fu gettato da un alto muraglione assieme alla bicicletta, fu tra la vita e la morte per molti giorni. Un giovane operaio, certo Manfredini, deceduto giorni prima nel lavoro in  una miniera dei dintorni, fu condotto al cimitero clandestinamente senza funerale. Questa la prima manifestazione di propaganda a Colle.

Da allora i fascisti locali, che erano stati sempre sulla difensiva, addirittura negando di essere fascisti, passarono anche loro all’attacco, però sempre di notte e mai nel centro cittadino, e così con il concorso dei fascisti dei comuni vicini specie di Poggibonsi, che aveva dopo quello di Siena il fascio più efficiente, le violenze aumentarono sempre di più, e il terrore fra la popolazione aumentava perché essere lavoratore o vestire come un lavoratore era sinonimo di comunista e non è cosa nuova ricordare che le Autorità di F.S.  collaborarono per far trionfare la nuova “idea” I carabinieri da parte loro si fecero molto attivi di giorno e di notte, perquisizioni, chiamate in caserma e qualunque scusa era buona per arrestare onesti lavoratori, in quel tempo i furti erano frequenti, la cosa non riguardava i reali, così la popolazione era in  parte martoriate e  dall’altra intimidita. Nelle famiglie, è strano oggi a dirsi, i genitori sospettavano dei figli, i fratelli dei fratelli e così via; e vi era motivo perché vedendo carta bianca ai fascisti in tutto, i più pavidi, per finire l’incubo che non gli dava pace giorno e notte, che era peggio, si iscrivevano al fascio, poi gli ambiziosi o prepotenti per comandare dalla sera alla mattina anche essendo iscritti ad altri partiti andavano a mettersi la “piattola” o la “cimicia” così si diceva allora (del distintivo del fascio). Altri invece pensarono seriamente di emigrare non potendo sopportare continuamente i rischi della vita, o delle cose, ci fu chi reagì oltre che sopportare. Certo Fazio Berni un  giovane di una certa prestanza fisica, oltre che dotato di spirito, da lui giravano al largo, perché sapeva rispondere con vigore ai loro complimenti. Ma un giorno, autunno 1922, il fascio decise di liquidare questo tipo che non faceva fare a loro bella figura. Fu inviato al Berni un fascista, un certo Elia, per intimargli che ad una certa ora doveva presentarsi al fascio. Il Berni picchiò di santa ragione l’ambasciatore che pure non era un mingherlino lo scaraventò per le scale, e a quella certa oro il Berni era in viaggio per Roma e non torno più. Un certo Inci, vetraio, in un giorno di caccia all’uomo, che ormai era divenuta un’abitudine, si fece inseguire provocandoli in una stradetta campestre, e all’improvviso affrontò il più vicino, gli tolse il bastone e lo colpi senza riguardo e cessò soltanto quando si avvicinarono gli altri ai quali scaraventò il loro arnese e se la squagliò fra i campi.

Purtroppo la popolazione vedendosi abbandonata dalla legge da cui giustamente avrebbe dovuto essere tutelata e accorgendosi che il fenomeno fascista, come dicevano certi ottimisti in seno allo stesso movimento operaio, non si attenuava anzi era sempre peggio, la popolazione dicevo, si perdeva sempre di più di coraggio e tutto andava in disfacimento: organizzazioni, società, locali pubblici si fecero deserti, che era sempre in agguato la provocazione, nelle famiglie stesse come già accennato, divisioni, sospetti, paura di tutto: del lavoro, del pane; gli appassionati della caccia temevano per i permessi ecc. Così in mezzo alla rovina materiale anche quella morale. I casi di viltà non si contavano più; persone denunciate di qualunque colpa dagli stessi familiari.

Un certo “ Draga” (Fedro Corti) così chiamato di soprannome, per due schiaffi presi la sera, al mattino si iscrisse al fascio: Anche tutte le questioni private erano risolte con l’appoggio del fascio: questa grosso modo era la situazione a Colle in quei primi tempi del fascismo. La sera del 21 settembre 1921, in Colle vi era la tradizionale fiera, una ventina di fascisti fra i quali alcuni di fuori, affrontarono verso mezzanotte certo Verdiani Raffaello detto il “Topo” sui 65 anni che per la professione che esercitava (facchino) era solito bere più del normale, e detto cittadino fu intimato di andare a letto, questi, anche perché alterato rispose di essere un libero cittadino e di fare il comodo suo, e siccome lo pressavano minacciosi, si difese con una stecca di lamiera, un attrezzo del suo mestiere, e quelli inferociti lo assaltarono con pesanti manganelli, finche anziano com’era cadde a terra; allora più comodamente lo colpirono reggendoli le braccia. Ma a un tratto partì un colpo di pistola, che fece finalmente scuotere dal torpore due carabinieri della vicina caserma, i quali accorsi, fra lo stupore dei cittadini terrorizzati dietro le persiane, presero il Verdiani per i bracci e lo portarono in caserma. I fascisti, dal conto loro, continuarono a manganellare il malcapitato mentre i carabinieri lo tenevano e grondava sangue lasciando larga traccia sotto i loggiati di Piazza Arnolfo. Il Verdiani fu processato per mancato omicidio e condannato a 18 mesi di galera che fece interamente. Pochi giorni scontata la pena morì di crepacuore.

In questo periodo gli antifascisti delle varie correnti polemizzavano ferocemente fra di loro rinfacciandosi a vicenda la scissione di Livorno, secondo alcuni causa della venuta del fascismo. La gran parte si accaniva in questioni ideologiche mentre tutto andava a catafascio, altri mettevano sotto accusa i comunisti che con la loro intransigenza avrebbero provocato il risentimento della borghesia, e vi erano pure, e non pochi, antifascisti a parole che  in segreto vedevano di buon occhio la reazione fascista concentrarsi sempre più contro i soli comunisti, che con le loro teorie di difesa armata, unica risposta possibile al fascismo nel suo sorgere, nell’interno, si illudevano di essere sbarazzati, senza sporcarsi le mani, di un movimento nuovo ma che dimostrava con i fatti di essere coerente al suo programma.

E’ così i vari partiti socialisti o antifascisti con le loro divisioni interne avevano il risultato di incoraggiare anche a Colle sempre più la reazione anti operaia.

Il popolo al di fuori dei partiti sognava di reagire con la forza, e le persone più coscienti si riunivano nelle case e nelle campagne, per spassionarsi, per organizzare assistenza ai più colpiti, ed anche per scambiarsi le notizie che dai giornali non era più possibile sapere la verità dei fatti accaduti a breve distanza. In questi conciliabili nacque l’idea di organizzarsi militarmente, anche per le notizie venute da varie parti d’Italia che parlavano di “Arditi del Popolo”.

Il giorno di Pasqua 1922 la solita combriccola dei fascisti, avendo bevuto un po’ di più sentirono il dovere di provocare la folla che in quel giorno era serena e piena di speranze nella distensione degli animi; a parole offensive ed umilianti, il pubblico reagì in modo violento. Ma la forza pubblica intervenne in difesa dei fascisti che se la cavarono discretamente, però i segni della collera popolare gli portarono per diversi giorni.

Il 1° Maggio dello stesso anno, contrariamente alle pretesa dei fascisti, Colle cessò ogni attività e ciò in segno di sfida. I fascisti si mobilitarono e decisero di far funzionare almeno un servizio pubblico in quel tempo di primaria importanza. Il treno messo in funzione da crumiri importati da Siena, si dilettò a viaggiare su e giù a vuoto ed ebbe anche incidenti di macchina.

Nella Piazza Arnolfo che incominciava ad animarsi di cittadini col garofano rosso all’occhiello, i fascisti incominciarono a fare evoluzioni ed a fare scoppiare petardi per impaurire, non ottenendo alcun risultato, incominciarono a colpire con i manganelli e la faccenda si mise seria: chi non era munito di randello utilizzo gli sgabelli del caffè Garibaldi, ed un di questi ben assestato impedì a certo Nepi di colpire un cittadino disarmato di sgabello. Tutto questo la mattina dalle ore 9,00 alle ore 10,00 ed ai fascisti non restò altro che darsela verso la caserma; il popolo si riunì in gran folla all’Arena del Popolo per decidere il dal farsi prevedendo come al solito la venuta dei rinforzi dai paesi vicini.  Infatti un’ora dopo ebbe inizio l’arrivo di squadre in automobile, il popolo avutone notizia decise unanimamente di affrontare gli invasori, era stufo di prepotenze, perfino i riformisti in  testa alla folla incitavano alla lotta, avvennero urti violenti a corpo a corpo, bastoni e pietre erano in prevalenza le armi, ma vi era chi andava a munirsi di fucile e già si vedevano pistole in mano a qualcuno, poiché da parte fascista le armi non mancavano anzi facevano già sentire il loro fragore, come era previsto i carabinieri vista la malaparata, piazzati dietro le colonne del caffè Garibaldi incominciarono una sparatoria di moschetti sulla folla, per fortuna vi fu solo qualche ferito leggero e la battaglia rallentò fino a cessare, ma erano cessate anche le velleità dei fascisti almeno per quel giorno. Poi vennero le Guardie Regie di Firenze, che presidiarono la cittadina fino a notte. I giorni successivi lavorarono le spie e così avvennero gli arresti, perquisizioni  e processi che si protrassero per anni. I fascisti da parte loro studiavano di individuare l’autore della sgabellata che aveva centrato il capo degli squadristi. Nonostante che il fatto avvenne in un punto centralissimo e quindi alla vista di moltissimi cittadini, le spie che a Colle erano molto note, non poterono riferire con certezza. Così il fascio di Colle fece colpa a svariati cittadini e per anni indagò inutilmente.

E nel periodo successivo a questi fatti che gli Arditi del Popolo fecero la loro apparizione in pubblica piazza. Essi sfilarono più volte in silenzio ma la forza pubblica con le armi puntate minacciavano una tragedia, questi gesti facevano si che la gente fuggiva  terrorizzata travolgendo i tavoli dei caffè. Così le domeniche finivano sempre in malo modo.

Poi avvenne la marcia su Roma e tutto si accomodò legalmente, l’olio con la benzina lo poterono far bere, da quella data anche di giorno i fascisti potevano aggredire, anche in pieno centro della cittadina. Nella povera casa di Berardi Valerio ex segretario della Camera del Lavoro poterono frantumare tutto e riempire i materassi di cocci rotti e pugnalare il gatto. Nelle campagne avvennero fatti di tutti i colori, ad Ancaiano sfasciarono la roba a 15 famiglie, furono violentate diverse donne, a Marmoraia un colono si difese con l’accetta, fu ucciso, ed altri rimasero feriti gravemente, a Strove a notte inoltrata fu circondato il Circolo dove ballavano i cittadini di detta frazione e quanti uscirono dalla porta finirono tutti all’ospedale, da notare che non guardarono al colore politico nel colpire. I fatti avvenuti specie in quelli anni sarebbe impossibile descriverli tutti. Ed infine poterono sciogliere l’Amministrazione Comunale, ultimo ricordo dei tempi onesti, di civili competizioni democratiche e si tornò al Medio Evo; fra il tripudio della goffa borghesia colligiana fu insediato il Podestà.

Si arrivò alle elezioni del 6 aprile 1924, a quest’epoca nei nostri dintorni erano avvenuti fatti gravissimi, quale la bastonatura dell’insegnante maestro Del Secco per cui dovette morire; ciò successe in ferrovia tra Siena e Poggibonsi. Un camion di fascisti tra San Gimignano e Colle fermato un boscaiolo padre di diversi figli e pur non conoscendolo lo fulminarono a revolverate: a Staggia dopo un diverbio originato dal fatto che uno fischiava un motivo che non piaceva ai fascisti fu arrestato: un treccone , certo Spazzavento al mattino fu trovato impiccato con la propria camicia. Questa era l’atmosfera con cui fu iniziata la campagna elettorale a Colle. Caratteristico fu il metodo di propaganda: sotto la minaccia di morte furono estorte a diversi cittadini lettere di abiura alle loro idee e pubblicate poi in manifesti murali.

In chiusura della campagna elettorale ebbe epilogo con alcune bravate delle squadre d’azione, in particolare va menzionata quella di Collalto, comandata da un agrario certo Gabbricci le quali appostate alla stazione colpirono selvaggiamente i viaggiatori che scendevano dal treno. Il risultato fu che i fascisti per la prima volta ebbero un’affermazione elettorale, essendo spariti i vari partiti di centro, però con loro sorpresa, anche i comunisti , unici ormai a reagire contro il fascismo, ebbero una forte affermazione.

Venne il 10 giugno 1924 e il popolo di Colle si commosse alla notizia del delitto Matteotti e ritrovarono lo spirito di un tempo e scioperò unanime. I fascisti erano annichiliti, temevano la resa dei conti e passarono alcuni mesi prima di tornare a rispondere all’appello. Il popolo intanto aspettava gli eventi che non vennero e i fascisti, prima timidamente poi con la vecchia baldanza ripresero fiduciosi la loro sanguinosa marcia.

I partiti in teoria erano ancora ammessi alla legge, però unico nato nelle battaglia e che nella battaglia si sviluppava, il Partito Comunista, insisteva a lavorare nelle condizioni che gli era possibile, tanto gli adulti che i giovani si riunivano spesso e tenevano legami con la Federazione provinciale, organizzavano l’assistenza alle vittime politiche con Soccorso Rosso, facilitavano il trasferimento dei ricercati delle varie province o venivano tenuti nascosti ed assistiti, era curata la stampa con i mezzi di fortuna, di manifesti incitanti contro la reazione fascista, specie da questi il fascio locale sospettò l’esistenza di una organizzazione. E nell’agosto 1925 presero un  giovane operaio di 17 anni? Carli Alvaro, nella sede di Piazza Arnolfo mentre la sua vecchia madre sentiva, lo torturarono fino a notte, era il 19 agosto, l’infelice in ultimo convincendosi che la legge consentiva l’attività dei partiti fece dei nomi, nomi di giovanetti che a loro volta picchiati fecero altri nomi ed anche gli adulti vennero conosciuti. Per due notti fino all’alba i fascisti, che avevano ai lori ordini il Tenente Visconti, comandante la caserma, fecero arresti; la prima notte toccò ai giovani che furono massacrati da quello che ancora oggi i colligiani non hanno ancora dimenticato: il boia ing. Nepi Alfredo, così lo chiamavano, e tutti sfigurati e sanguinanti furono dal fascio trasferiti in caserma di fronte dove dovettero subire, è doloroso dirlo altre violenze da chi portava indegnamente la divisa di soldato italiano. Furono messi un quindicina per cella e la seconda notte toccò ai più anziani e anch’essi ebbero il “trattamento” del Nepi e dei suoi aiutanti. Nessuno ha dimenticato l’operaio tessile pratese coniugato a Colle colpevole solo di occuparsi di assistenza alle vittime il quale colpito in modo selvaggio, come impazzito credette unico scampo gettarsi dall’altissima finestra nel sottostante marciapiede dei loggiati. Un albero che ornava la piazza Arnolfo lo salvo da morte sicura. Mentre era moribondo all’ospedale lo obbligarono a firmare una dichiarazione pena il deferimento all’autorità giudiziaria per associazione a delinquere in cui riconosceva di essersi rovinato per suo piacere. Egli passò da ospedale in ospedale restando alla fine invalido per sempre.

In quelle celle dove nei giorni successivi furono rinchiusi altri arrestati di Poggibonsi e di San Gimignano, dove la polvere e l’orina dei buglioni era da tempo rimasta. Per dormire dovevamo fare a turno, tre per fianco, sette per terra con l’orina a pozzanghera che i reali non permettevano il soddisfacimento dei bisogni corporali fuori dalla cella, gli altri restanti in piedi in attesa del loro turno. In cella ne misero diciotto e ricordiamo che metà di essi erano febbricianti e le costole doloranti, Leo franci dovette riposare per quaranta giorni a bocconi, oltre ad essere irriconoscibile nella faccia, aveva ricevuto quattordici pugnalate nei muscoli delle braccia e non contenti fecero la commedia, sempre alla sede del fascio, di bruciarli i piedi con una stagna di benzina. Il Martini Alberto di San Gimignano, ricoverato in quell’ospedale con prognosi riservatissima, fu prelevato dai fascisti che già lo avevano rovinato e portato a Colle per confronto, dissero. E fra quelli che meno si dimenticano per l’afferratezza, ricordiamo il diciottenne Bruni di Poggibonsi il quale a notte alta fu prelevato alla presenza dei suoi genitori disperati e completamente nudo fu percosso al fascio di Poggibonsi. Poi sempre nudo, nella notte fu caricato su un camion scoperto e portato al fascio di San Gimignano e di nuovo picchiato a sangue, indi a Colle dove fece la finale il detto Nepi.

Dopo cinque giorni furono rilasciati la maggioranza degli arrestati, dopo però aver firmato senza poter leggere, il verbale di accusa. A questo pensò il Nepi che si era insediato nell’ufficio del tenente il quale era in piedi da un lato, dall’altro il maresciallo Ferro, abile specie quando era ubriaco a colpire i malcapitati con la cinghia munita di grossa fibbia come ebbe a provare il Bandini. E i due tutori della legge non avevano nulla da dire quando il Nepi minacciava con il rasoio il taglio della gola a chi non era propenso a firmare. Di questa operazione rimasero dentro quattordici sospetti comunisti. Cinque di Colle, cinque di Poggibonsi, uno di San Gimignano e tre di Siena. Tutti gli altri circa sessanta in maggioranza di Colle denunciati a piede libero. Gli arrestati dopo cinque giorni furono trasferiti a Poggibonsi e dopo undici giorni a Siena per essere processati quasi dieci mesi dopo in Corte di Assise: processo durato due giorni e si concluse con l’amnistia i reati di cui furono accusati: associazione a delinquere, cospirazione contro i poteri dello stato, ed incitamento all’odio di classe, reati che comportavano dai dodici ai diciotto anni di carcere.

Frattanto in questo periodo di tempo morivano alcuni antifascisti tra i più decisi di malattie misteriose. “ Malattia di petto” dicevano i parenti per timore di rappresaglie. Ma tutti sapevano che il “mal di petto” derivava da aggressioni subite in varie epoche,  erano questi Poliuto Logi, Vasco Martellini, Giachi (Cina) ed altri purtroppo dimenticati.

La vita nel carcere non fu certo tranquilla. A Poggibonsi gli undici in attesa di una decisione del Pretore erano fiduciosi in un atto di riparazione e di giustizia; invece furono rinviati al giudice del tribunale di Siena, nel frattempo i fascisti del posto che potevano entrare nel mandamentale facevano dispetti, irruzioni improvvise e le solite minacce di morte. Da parte loro gli arrestati sostenevano con calma e serenità qualunque cosa avvenisse, anzi, in quei giorni fu condotto in cella un certo Stanislao Pelli che aveva già fatto anni di carcere per i fatti di Empoli, per sbaglio al penitenziario fu liberato quattro mesi prima e perciò arrestato di nuovo;

gli undici sapendo l’estrema miseria in cui lasciava la sua famiglia che mise insieme un contributo in denaro insegno di solidarietà fraterna.

In catene, in un vagone riservato, furono condotti al carcere di Santo Spirito di Siena e riuniti i tre considerati i capi della Provincia. Erano i fratelli Bonelli e Lina Ranucci moglie di Riccardo, riuniti per modo di dire perché loro furono sempre isolati a Siena fu un po’ meglio. Vi era una disciplina ferrea ma vi era pulizia e tutti i giorni non mancava il pane, cinquecento grammi ad un piatto di minestrone, di queste cose sia l’una che l’altra mancavano a Poggibonsi che delle volte veniva risparmiata anche l’acqua.

Su consiglio dell’avvocato Gianni e Rottoli fu fatta domanda di libertà provvisoria ma il giudice, data la gravità del reato, pensò di dare esito negativo. Successivamente le decisioni dei quattordici passarono alla Sezione d’accusa della Corte d’Appello di Firenze  la quale rinviò tutti meno uno, la Ranucci, alla Corte  d’Assise di Siena. Era il 25 dicembre.

In questo lasso di tempo a Roma avvenne l’attentato a Zaniboni il che provocò anche in provincia di Siena arresti di riformisti, circa una ventina, uno o due per paese della Provincia. Al Giudiziario di Santo Spirito Ginanneschi, un uomo robustissimo che in tutte le parti del corpo aveva dei grossi lividi che lo facevano spasimare. Dicevano che lo avevano sistemato in una cella di Questura dove uno estraneo, che chiamavano “ingegnere” lo aveva colpito con un paletto di ferro, questo “ingegnere” non era altro che il Nepi di Colle, che in quel tempo era il braccio destro del Ras, deputato Baiocchi e di quel tempo, che il Nepi al comando di una squadra fu accusato di aver fatto chiamare alla finestra un certo Bulicanti di Monticiano e in sua vece si affacciò il suo vecchio genitore al quale fu sparato dalla squadra e ucciso. Di Colle arrivarono Selvaggi e Boni ai quali fu fatto pervenire da parte dei compaesani quel poco di viveri che tenevano di riserva, però dimostrarono di non gradire il gesto di solidarietà perché ostentarono freddezza. Poi dopo nemmeno venti giorni furono lasciati liberi tutti. E nell’anno successivo, a fine maggio, quando i comunisti colligiani tornarono liberi, i momentanei compagni di sventura si guardarono bene dal salutare che in cattività non aveva dimenticato i doveri di solidarietà umana. In quei brevi venti giorni di loro permanenza del carcere, la direzione fu incaricata di invitare tutti i detenuti a contribuire con lire venticinque (due giorni di lavoro in quei tempi) alla sottoscrizione del dollaro, così chiamata per la cifra corrispondente alla moneta americana, era insomma un contributo per rafforzare la finanza fascista: i riformisti volenterosamente sottoscrissero, i sospetti comunisti no.

Pur non facendosi illusioni, il comitato di difesa del Partito Comunista, ossia il “Soccorso Rosso”, tentò pur con gravi difficoltà finanziarie, al fine di evitare un processo costoso e possibili condanne, ricorse alla Corte di Cassazione, considerando che l’alta Magistratura agisse in completa indipendenza alle direttive fasciste. In gennaio 1926 venne questa sentenza da Roma: “Il vostro non è reato politico ma un crimine da delinquenti comuni, perciò la massima Corte di Giustizia vi riconferma il rinvio a giudizio della Corte d’Assise di Siena.” A questa grave sentenza, i comunisti valdelsani credettero capire che oramai era inevitabile una condanna di vari anni, dal momento che da Roma veniva si duro parere e per questo non sbigottirono, anzi la evidente persecuzione rinforzava nell’animo loro la volontà di resistere nella convinzione di essere dalla parte del diritto. Il primo pensiero unanime fu i sfida: era deciso per il peggio e dunque era inutile essere prudenti. La mattina successiva a detta comunicazione, all’ora dell’aria nel cortile del carcere, i tredici intonarono, seguiti da decine di altri detenuti, l’Internazionale e Bandiera Rossa. Questa manifestazione in regime fascista, fece imbestialire le guardie che puntarono minacciose i loro moschetti dall’alto dei muri di cinta. Il comandante del carcere ordinò un’inchiesta, ci fu qualche punizione, ma in confronto di quello che succedeva fuori non andò male.

Alla vigilia di Pasqua venne al carcere, per un ciclo di conferenze, un grosso frate dalla faccia paunazza. La maggioranza dei comunisti il primo giorno accettò di assistere credendo che l’oggetto di tali conferenze riguardasse la morale cristiana ed anche per uscire qualche ora dalle nude quattro mura della cella. Invece purtroppo, dall’inizio alla fine non fece che inveire in modo grossolano contro il popolo italiano da lui definito “la plebe rossa”, cosicché in segno di protesta i tredici si rifiutarono di partecipare nei giorni successivi alle funzioni di un indegno religioso il quale di fatto era allineato con la canaglia trionfante. Questo figuro non pensava che non bastasse anni di reazione per punire i lavoratori di essersi abbandonati nel venti a manifestazioni esprimendo la speranza di un mondo migliore.

Il primo maggio successivo fu ricordato con l’ostentazione di garofani artificiali preparati con mollica di pane colorata, un metodo molto in uso nei carceri. Questa purtroppo non si svolse secondo il programma perché le guardie di controllo al cancello che porta all’aria nel cortile sequestrò tutti i fiori arrabbiatissimo dicendo che si voleva rovinare la sua posizione presso le Autorità, e cosi il centinaio di altri detenuti non poté vedere la sfilata dei comunisti col garofano rosso. In quel periodo, fine inverno 1926, al Comune di Colle fu attuata una nuova ondata di terrore, Il partito Comunista era ancora legale ma il fatto di trovare ancora una tessera di detto partito sotto una tegola  di una abitazione bastava a giustificare tale ondata, ed arrivarono a Santo Spirito un’altra ventina di comunisti di Colle e di Gracciano, di Motrena e di Scorgiano tutti gravemente feriti. Il dottore del carcere, un uomo onesto e di cuore, certo Andreini, faceva quello che era in suo potere per attenuare le sofferenze ed aveva sempre buone parole per i malcapitati, ma non faceva nessun referto dicendo che gli avrebbero strappati e si sarebbe esposto ad inutili rappresaglie.

Il 24 marzo al mattino, non potendo sopportare il dolore e dopo aver scritto le sue ultime volontà sull’intonaco del muro, fu trovato morto impiccato certo Santarnecchi Enrico venuto con l’ultima retata. Ai suoi compagni che chiesero il permesso di vederlo, non gli fu concesso. Uno di essi, Petreni Lucesio, uscito con tutti gli altri cinque mesi dopo, dovette morire, benché forte e robusto, appena tornato a casa risentendo delle sevizie subite.

Il partito Comunista, in vista del processo, decise a mezzo del suo ufficio giuridico di Milano, di incaricare due dei suoi migliori avvocati, e cioè l’on. Riboldi e l’on. Buffoni, il comitato naturalmente segreto, di Siena mantenne l’incarico di Rottoli giovane avvocato, il prof. Valsecchi e Gianni, ma quest’ultimo difese solo in istruttoria essendo d’accordo così, gli altri dunque formarono il collegio di difesa.

Il Valsecchi, il quale non scherzava in fatto di quattrini, si faceva vedere raramente ai tredici per prendere accordi in preparazione del processo. D’altra parte aveva molto paura dei fascisti conoscendolo bene poiché era un principe del Foro senese, cercavano di intimidirlo con tutti i mezzi, e alla vigilia del processo pretendeva che i suoi difesi rinnegassero di fronte alla Corte le loro idee di appartenenza al partito, questo diceva lui avrebbe facilitato la sua difesa. Non riuscendo nell’intento, decise di limitare la sua difesa per la parte morale, agli altri il compito politico. Così gli sembrava più prudente e in più, pena il ritiro, volle che ogni familiare portasse a lui personalmente la cifra stabilita e non da incaricati del Partito.

Il 18 maggio 1926, bene incatenati i tredici furono condotti in via del Casato dove a sede la Corte di Assise. La detta via era affollata ed il camion a stento, nonostante il gran servizio d’ordine, poté arrivare, Fatti scendere e condotti in aula, i tredici furono messi in un gabbione di ferro contornato da sei carabinieri in alta uniforme. In attesa della Corte che mancava, il Ras Baiocchi il quale per i due giorni di udienza, con occhiate e lazzi dirigeva praticamente il processo: Il difensore Rottoli portò loro la prima notizia: l’on. Avv. Ruffoni era stato pugnalato e ferito gravemente ad Ancona al termine di un processo analogo perciò sarebbe stato assente. L’on. Riboldi invece era irreperibile ed i fascisti mobilitati lo cercavano attivamente per darli una lezione di stile fascista. Come principio non metteva certamente bene, comunque il morale non abbasso, furono smentite energicamente tutte le accuse contenenti nei verbali, fu tacciato di bugiardo il tenente Visconti, il quale dopo la bella operazione di Colle era passato capitano, e di fronte ad una gran massa di fascisti ed anche di cittadini onesti, fu riconfermata la loro appartenenza al Partito Comunista.  Questo diede motivo ai fascisti di picchiare tutti i testimoni a discarico, e non potendo fare meglio insultavano o minacciavo gli imputati quando erano in cella durante le pause del processo. Un libro di recente, scritto dai riformisti Nofri e Colombino sulla Russia Sovietica, (nell’intendimento del Pubblico Ministero, doveva costituire un serio motivo d’accusa a carico dei comunisti valdelsani).

Unica prova palpabile per cui la Giustizia celebrava quel processo con tutta la sua pompa, erano tre o quattro tessere del Partito Comunista in tempo che era ancora legale; ma purtroppo i tempi erano quelli. Quando Valsecchi, con tutta la sua bonomia possibile finì la sua arringa, puntuale, esatto, apparve l’on. Riboldi il quale parlò per due ore precise non dimenticando nel suo dire di citare scritti del fu marxista Benito Mussolini. Come ebbe finito, rifornito di due uova lesse gentilmente messegli a disposizione dal Questore, con più macchine e per vie traverse la polizia lo trasferì a Firenze. Come tutti dicevano e i familiari speravano, fu applicata l’amnistia del 31 luglio 1925 e così fu levato dagli imbarazzi quei brav’uomini dei Giurati i quali stavano veramente sulle spine, e fortuna loro furono gli ultimi, col nuovo codice furono aboliti.

Venne la farsa elettorale del 1929. Come per tutte le occasioni ormai, vi furono molte bastonature imposizioni di olio di ricino, questa volta però non prima del voto per convincere gli elettori, da questo lato il regime era tranquillo, ma dopo che le schede denunciavano chi era negativo, così o sbagliassero o no dovevano rendere conto, in modo particolare gli iscritti del fascio, e più di uno di essi fu preso in trappola, questi se la levarono con una buona dose di insulti alternati a schiaffi. E’ da ricordare un piccolo episodio che in questi farà pensare a scene del Far-West: la banda cittadina era mobilitata e rinforzata con le guardie e i fascisti che rastrellavano di buon mattino vie e piazze della cittadine al suono di “Giovinezza”  cercavano di convogliare i cittadini pigri alle urne. La maggioranza non voleva prestarsi a simile pagliacciata e si squagliava nei ridotti o vie traverse: questi con vivo disappunto degli zelanti incaricati del fascio che dovevano stare al posto perché queste elezioni erano indette con la parola d’ordine della normalità.

Dopo il voto però certo Gennai, che ebbe lo sgarbo di fare dell’ironia  sul metodo elettorale, da Piazza Arnolfo, dove con altri commentava, fu inseguito fino alla Ferriera di Masson da una decina di patrioti i quali, non potendolo raggiungere tra i ruderi della antica fabbrica, gli spararono sei colpi di rivoltella e ritornando sui loro passi uno di essi, il maestro elementare Salvatici, ad un suo conoscente sbigottito che gli domandava cosa era successo ridendo e tranquillo rispose: abbiamo inseguito un comunista.

Salvo casi isolati, ed è giusto ricordare Cambi Virgilio socialista il quale serenamente benché anziano di età, sopporto percosse, offese e nonostante l’apparenza, miseria subita con decoro, avendo boicottato alla sua abile professione di artigiano. Ormai era divenuto uso corrente vedere in un antifascista un comunista. E non si sbagliavano di grosso poiché l’attività organizzata del Partito Comunista non aveva soste, con i guai in casa propria il giovane partito pensava anche ai fratelli del mondo, così anche a Colle fu organizzata la sottoscrizione per i minatori inglesi in sciopero ad oltranza (1926). Fu sostenuta la campagna a favore di Sacco e Vanzetti minacciati dalla sedia elettrica nella libera America solo perché anarchici ed italiani per giunta (1927).

Come sempre le vittime politiche a Colle ebbero sempre fraterna assistenza, di Livorno, di Certaldo e di tante altre parti. Ciò fu possibile solo per l’attività operante dei comunisti: prova di questo è il fatto che Nello Salvi fu incaricato, con passaporto spagnolo, di recarsi via Svizzera a Lione dove si svolgeva un convegno comunista, e da quella terra dove avrebbe trovato libertà e lavoro, rientrò regolarmente ben sapendo di ritrovare disoccupazione e tirannide.

Ma un fatto nuovo fece maturare nuove provocazioni. In quel tempo fu inaugurato il teatro e la casa del fascio sul terreno e lo stabile della costruenda Casa del Popolo. I cittadini invece di affluire come le Autorità volevano, come per un accordo giravano largo, questo parve a loro una sfida, così il gestore fascista del bar, famiglia Caibucatti, una notte simulò un’aggressione da parte, e non poteva essere altrimenti, dei comunisti. Alla richiesta a gran voce, era mezzanotte, di arrestare tutti i comunisti, il maresciallo dei carabinieri che aveva intuito, si rifiutò categoricamente dicendo: Caro mio, su questa strada io non la seguo.

Si sapeva che la loro boria non permetteva di lasciar correre, era risaputo che qualcosa era in  gestazione, del resto tra tanti obbligati per ragione del posto, cioè fascisti fasulli, vi era sempre qualcuno che faceva confidenze, si sapeva dunque che un giovane comunista viziato al gioco e dalle donne si sarebbe prestato ai loro piani che erano questi: il tizio si doveva avvicinare ai vecchi compagnie farli cantare ed ammettere cose molto compromettenti. Qualche carabiniere avrebbe seguito i suoi passi per testimoniare degli incontri. Da parte sua un panciuto brigadiere, tale Del Taglia, avrebbe fatto indagini fidandosi del suo fiuto infallibile, come amava vantarsi, anch’esso per meglio riuscire divenne amico di vari cittadini a cui si accompagnava spesso, specie nelle bettole col risultato che spesso rientrava in caserma ubriaco.

Questa strana vicenda si protrasse per vari mesi ed essendo tutti al corrente in paese, organizzato o no, di quanto si tramava. Logicamente ognuno cercava di mandare a monte i loro piani, e non mancavano frizzate di scherno vedendo in modo grossolano con cui quei tipi operavano, ma la lunga burletta purtroppo finì in modo brusco. Come sapemmo in seguito, lo sciagurato strumento, pressato dal dirigente del fascio di concludere, fece secondo le sue congetture varie decine di nomi da lui creduti tutti comunisti. La Questura di Siena subito informata, nella notte del 23 marzo 1931, procede all’arresto di circa 35 cittadini, naturalmente furono presi a caso, ed era chiaro che in questi cittadini nessuno era iscritto al fascio di qui la convinzione trattarsi di comunisti, del pari è logico che fra questi vi erano anche comunisti organizzati specie non erano stati dimenticati gli arrestati del 1925. Per meglio colorire la faccenda lo stesso delatore fu arrestato e con esso fratelli minori ignari di tutto.

Si deve dire che la Questura, certo convinta della accuse contenute nella denuncia del fascio di Colle, fece le cose abbastanza in regola, con la guida dei fascisti locali i questurini fecero perquisizioni in una sessantina di case e i detti arrestati senza gli eccessi soliti, salvo nella zona dei Cappuccini, dove per arrestare i tre fratelli Franchi, erano andati invece solo carabinieri e fascisti, qui messe le manette per primo ad Agostino, un certo Capresi detto “Farinacci” memori di gesti animosi  con cui sempre il giovane Franchi si era difeso dalle numerose aggressioni subite, lo colpi ripetutamente alle spalle.

Dalla caserma di Colle, con due pulmman, al mattino furono trasferiti a Santo Spirito. Nelle sere successive in Questura avvennero gli interrogatori e numerosi confronti, dove risultò in modo inequivocabile la funzione del giuda, però in un modo così inabile e sconclusionato che le ire del Questore si riversarono su di lui. Gli interrogatori si svolsero in modo abbastanza energico, il buon nome che si erano fatti al momento degli arresti svanì rapidamente e con esso la speranza di un trattamento più umano.

Le accuse, non si sbagliava, associazione a delinquere, cospirazione contro il regime e i poteri dello stato, riorganizzazione del disciolto Partito Comunista, e per di più si diceva che il Franchi Agostino con altri miravano con delle mine a far saltare la casa del fascio, testimone di tutto questo il solito giuda, anzi cosi spiegava nei confronti: Cari compagni ormai, diceva, siamo stati scoperti e per il nostro bene conviene ammettere tutto. Così secondo lui era conveniente prendersi la paternità di quello che li frullava nella testa. In mezzo a questa tragedia morale non mancava la nota pietosamente ridicola: il brigadiere Del Taglia dopo tanti appostamenti accusava di fronte al Questore e contorno, il Franchi di aver passato l’involto misterioso ad un altro accusato, risultò contenere una cravatta, che per guadagnare qualcosa, essendo disoccupato rivendeva con il Salvi. Sempre il Franci Leo, doveva discolparsi, essendo musicante di aver stonato le note di “Giovinezza”, ed il maestro non se ne era mai accorto! Un telegramma di chiamata al lavoro, che il fiascaio Montemaggi mostrò al Gelli, altro vetraio, anch’esso dal Del Taglia fu denunciato che passava ordini per una immaginaria azione, e per finire, fotografie di donne mostrate sotto i portici  ad altri amici, per il solerte brigadiere bastavano a compromettere in modo schiacciante più di un arresto. E’ inutile ricordare che alla Questura rimasero male intuendo molto chiaramente che a Colle erano stati presi per il naso. Furono chiamati i dirigenti del fascio a spiegare i quali per giustificarsi non esitarono a farne colpa alla loro creatura, la quale è facile dirlo, dopo tanti mesi di impegno accortosi di non poter concludere nulla cercò di guadagnarsi il premio stabilito facendo nomi e intessendo trame che non reggevano alla logica, e come primo acconto  ebbe una scarica di botte.

Nella confusione degli interroganti, fra i 35 non mancavano dei pupillini e qualcuno dei più giovane cadde in piccoli tranelli ammettendo, credendo cosa trascurabile, di aver visto o avuto qualche manifestino in passato, e così servì alla Questura e al fascio salvare le apparenze ed attuare in parte il piano originale.

In tempo di venti giorni furono rilasciati due (venti) colligiani accolti al ritorno come si accolgono i traditori della patria da parte dei fedeli al regime. Gli altri dodici, gli unici in maggioranza che nulla ammisero e nulla fu trovato cui potersi appigliare, furono fermati e messi a disposizione della Questura per novanta giorni. In questo frattempo non essendo nato nulla si crederà che secondo le leggi venissero rilasciati, invece furono deferiti al Tribunale Speciale.

Fra i dodici rimasti sei erano collegati al Partito Comunista e verso questi fu diretta pressione maggiore perché  erano questi che cinque anni prima si erano dichiarati comunisti. Nel carcere gli anziani notarono delle novità. Gli agenti di custodia si mostravano educati e deferenti per gli accusati di reati politici, qualcuno riconoscendo gli anziani salutò amichevolmente, così si contennero sempre. Certo cinque anni prima anche allora vi furono degli onesti, ma vi erano anche degli aguzzini ed erano sempre quelli imbevuti di idee reazionarie. Questa volta come d’incanto erano quasi tutti educati e non si può dimenticare il piccolo Pollice di Napoli che per alleviare ed incoraggiare i detenuti, fece delicatissimi favori rischiando gravi pene.

Di nuovo ci fu il braccio dei politici con divisione netta dai prigionieri comuni. Oltre le impronte, questa volta ci vollero pure  le fotografie in molte pose, per il resto nulla di nuovo, la solita ora di aria, il solito pane 600 grammi, e la minestra di magro. A conclusione di ogni giornata ed al mattino, la solita urtante sbatacchiata delle inferriate che se qualcuno  lo avesse dimenticato, ricorda a tutti gli inquilini la loro condizione di prigionieri.

I dodici però, anche se il tempo passava, erano fiduciosi dal momento che qualcuno pur avendo ammesso  qualcosa che certamente intaccava il  codice fascista, erano stati rilasciati per primi, pensavano dunque essendo più anziani e perciò più sospetti, si sarebbero limitati a trattenerli poco più. Una mattina, erano passati tre mesi, ricominciarono gli interrogatori in Questura. Per una parte fu abbastanza liscio, per gli altri invece non fu così; venne rinforzata l’accusa già ventilata nei primi interrogatori, di aver fornito documenti falsi e facilitato l’espatrio al colligiano Marchi Orazio e non davano tanto di fuori, ma da Bandini, Spalletti, Franci, Conforti e Giglioli nulla emerse mentre al Salvi Nello si imputava legami organizzativi con un empolese che aveva fatto il suo nome alla Questura di Firenze, purtroppo anche questo era vero, il Salvi faceva il collegamento con la zona di Empoli, anzi al momento dell’arresto, con la bozza di un manifesto nel taschino della camicia americana che con una scusa si cambiò rapidamente, si accingeva a partire per Empoli. Il Salvi non cedé, non ammise nulla, tenne testa a tutti i tranelli, fino a che gli inquisitori non si stancarono, ripromettendosi però di fare il confronto a Firenze. Il ritorno in cella del Salvi fece presagire ai compagni che lo videro che le cose si mettevano male e chi era al corrente con lui pensavano: Quanto potrà resistere di fronte all’evidenza dei fatti? La Questura non perse tempo, per lei ormai ce ne era abbastanza ed i dodici furono deferiti al Tribunale Speciale.

Senza avvocati, che era inutile i dodici colligiani che erano stati già preavvisati dal direttore, si aspettavano tutti i giorni di partire per Roma. Invece da Roma vennero due Giudici e da parte loro rincominciarono ad interrogare, e su dichiarazione degli imputati si decisero di fare un’inchiesta anche a Colle. E’ certo si resero conto, che con tutta la buona volontà del direttorio fascista, si era fatto le cose in modo sventato, perché l’ordine di partenza per Roma non venne, venne invece l’ordine di scarcerazione per i dieci. Era la meta dell’agosto del 1931.

Bandini e Salvi come avemmo temuto, furono trattenuti, e in Questura, dove di nuovo furono portati spesso, si concentrò su di loro tutto il rancore provocato dalle diverse delusioni, ansi giunse dalle Murate di Firenze la notizia, che il compagno di Empoli di fronte al Giudice Istruttore ritrattò tutto, giustificando con le torture che gli avevano fatto ammettere cose suggerite e certo false. Il Salvi si rallegrò a cuor suo di non aver ceduto. Ciò però non lo risparmiò da terribili prove poiché a Siena volevano salvare la faccia ad ogni modo. In ottobre fu rilasciato il Bandini che per molto tempo dovette curare i suoi testicoli duramente provati durante la sosta in Questura.

Da ricordare questo significativo episodio: secondo la procedura di quei tempi, i politici dimessi dal carcere, come per i delinquenti comuni, dovevano passare in Questura per l’ultima romanzina, Bandini fu ricevuto personalmente dal Questore, il quale senza tanti preamboli disse: Per me non vi è dubbio, non avrei sbagliato sul tuo conto, ma disgraziatamente non ho potuto raggiungere nessuna prova  a tuo carico, potrei tenerti ugualmente, ho questa facoltà, ma voglio essere giusto, sei libero! Certo, continuò come parlando a se stesso, lo dico con franchezza, vorrei che il regime avesse uomini di tuo pari, poi guardando l’orologio disse al Bandini, non sei in tempo al treno, io vengo in là, ti accompagno  in macchina. Alla stazione gli regalò un pacchetto di sigarette e gli strinse la mano!

Alla fine di dicembre anche il Salvi fu liberato, così si concludeva la bella iniziativa del “fascio colligiano”, il giovane inesperto provocatore, a suo tempo bene addestrato per tanto servizio dal gerarca Bertini, eminenza grigia del direttorio fascista, si dovrà nel prossimo futuro pentire amaramente del suo fallo, ebbe confino e galera, così fu ricompensato dal regime, era ormai un limone spremuto e la sua presenza ricordava dei periodi più loschi della vita di Colle, così si disfecero.

La vita continuava col solito andamento e con i metodi del sistema vigente, i reduci dal carcere dovevano guardarsi bene dal soffermarsi insieme, e per parlarsi dovevano darsi appuntamento in zone appartate, pena la chiamata in caserma. Eppure mai nessuno ebbe la vigilanza di polizia. Amici e conoscenti la maggior parte in pubblico si guardavano dal salutare per timore che a loro volta fossero malvisti. Il Montemaggi uno dei dodici, per una franca affermazione fatta negli interrogatori di Siena, la sera stessa del suo ritorno, fu colpito con violenza da diversi noti fascisti, tra cui, haimé, erano suoi compagni di lavoro.

Leo Franci sempre più braccato era perseguitato ovunque, tutti i lavori, che con la sua buona volontà si era procurato, appena a conoscenza del fascio, veniva sempre fatto licenziare. Si recò a Roma, dove un concittadino conoscendolo lo assunse, ma la lunga mano del fascio di Colle per mezzo della questura lo fece rimpatriare, dopo di ché il Franci, che doveva lavorare per mangiare, pensò di espatriare. Nel maggio 1934 da Ventimiglia passò in Francia, trovando lavoro e tranquillità.

Il regime intanto marciava a tappe forzate verso l’estrema avventura, e coloro che per amor di quieto vivere troppo docilmente si erano messi la camicia nera passavano ora dolorosi momenti che finiranno solo nel 1945. Le cartoline di chiamata alle armi, che per colpo di ironia parlavano di volontariato, portavano la disperazione nelle famiglie e anche questo doveva rimanere nel segreto delle famiglie altrimenti il fascio avrebbe chiesto conto. Nel 1936 diverse decine di colligiani, contro la loro volontà, dovettero partire con la qualifica di volontari per l’Africa, a Gondar, e non andò loro peggio perché la nave era già in viaggio verso la Spagna, dove era già scoppiata la guerra civile, all’ultimo momento, erano già oltre la Sardegna, venne l’ordine di dirottare per il canale di Suez con gran sospiro di sollievo delle famiglie colligiane. Dopo la guerra africana grande euforia fra i gerarchi: l’Italia aveva l’Impero, ed il regime era ormai invincibile. Alla guerra di Spagna si fece in modo di mandare più spostati che poterono, preservandosi essi stessi per più alti destini, così ridicchiando dicevano. In tanta felicità era naturale, che spesso giustificando, prima la vittoria sul Negus, e dopo la vittoria di Spagna, improvvisassero banchetti e baldorie dove certe donnine non mancavano. Fu il tempo classico dei cortei, quello era il maggior tributo dei fedelissimi verso la patria. Però in questo tempo fra i colligiani, non vi erano solo dei vili, ma vi era chi moriva anche in buona fede, così Ramazzotti giovane maestro in attesa del posto, credette facilitare la sua giusta aspirazione, e dopo ventotto giorni a Malaga in terra spagnola cadeva, e con esso le speranze. Sua madre una povera vedova, che stando a servizio, con grandi sacrifici aveva potuto far conseguire il diploma a questo suo unico figlio, alla notizia della morte perse completamente il senno e fini in manicomio.

Dall’altra parte, nelle Brigate Internazionali, Leo Franci, che appena scoppiata la guerra, da Marsiglia dove lavorava, era corso in difesa della Repubblica Spagnola, moriva da eroe dopo due anni di combattimento al comando di una compagnia di volontari antifascisti alle porte di Madrid. E non è detto che i nostri casalinghi eroi non facessero anch’essi le loro gesta belliche e caccia! E in quei tempi nelle nostre belle campagne non mancava la selvaggina, specie loro si prendevano il diritto di cacciare al barsello, prima dell’apertura di caccia. E nel 1938 una sera al tramonto in località Fabiano vicino a Borgatello, il famoso Nepi, con due fedeli bravi, Capperucci e Caciagli, sorpreso un contadino, certo Buonanni Francesco, anch’esso intenzionato di cacciare in anticipo, e fatto istintivamente il gesto di fuggire, gli spararono otto colpi di rivoltella e di fucile, ferendolo gravemente ad una spalla, guarì con molti stenti e fortuna dei criminali, i quali poterono mettere tutto a tacere, richiamato alle armi il Buonanni. Molti mesi dopo passò anche dei brutti momenti con i medici militari, ad essi dovette dir tutto. Ma il regime benché incominciasse a dar segni di crisi era ancora in piedi, e così tutto si accomodò.

Un curioso episodio di quel tempo. Una sera furono arrestati diversi cittadini notoriamente apolitici o inscritti al fascio; risultava che erano transitati sulla strada di Volterra dove furono seminati manifestini antifascisti in gran copia e questi minacciati e senza risparmio picchiati, non poterono ammettere nulla. Il fatto e che si accanirono con questi perché erano per loro disgrazia passati a piedi alla stessa ora dalla detta strada e l’organizzazione clandestina come la polizia, non sapeva nulla. Però i gerarchi rimasero col dubbio, ma non poterono accanirsi contro quei tipi perché più di uno di essi erano ben visti dai fascisti. Però i comunisti poterono chiarirsi che non era una provocazione. Un vecchi comunista non organizzato lavorando a Poggibonsi in compagnia di un empolese facente parte del movimento clandestino, ebbe l’incarico da questo di spargere quei manifestini, e con un giro vizioso in bicicletta quella sera fece fessi tutti.

Era la vigilia della tragedia finale quando un fatto orribile commosse la nostra cittadina. Un certo Mori fu trovato impiccato ad un noce soprastante la centralissima via degli Olmi. Il poveretto si era rifiutato di prestarsi a testimone in una losca faccenda riguardante un certo Orienti, squadrista, il quale si era sempre vantato pubblicamente di avere, per il bene del fascio, mandato al creatore diverse persone. Egli fu subito accusato del fatto, e pare non abbia negato, però minacciò le Autorità di fare rivelazioni, ed il miracolo avvenne, dopo poche ore fu rilasciato e non ebbe più disturbi.

Si era in piena tragedia bellica (2 aprile 1942) un altro fatto scosse l’opinione pubblica. Agostino Franchi, circondato da diverse guardie, in cima ad una collina nei pressi di Scorgiano, preso sotto il fuoco da una decina di armi fu colpito in tutta la persona dalla testa alle gambe, rimanendo fulminato. Così più di un gerarca poté rincominciare a dormire tranquillo, Agostino reso ormai folle da tante persecuzioni era diventato un pericolo per questi signori.

L’ultimo atto della tragica farsa, trovò l’antifascismo colligiano più attivo, preparato e organizzato e che con gran spirito si inserì nella lotta partigiana dove per la verità il 95% erano comunisti. Ed ebbero i loro caduti sul campo, in terra di Colle e fuori, come i giovanissimi Busini, Ciuffi, Livini, Vannetti e Volpini, il primo in combattimento gli altri finite le munizioni, con la promessa di un regolare processo si arresero e immediatamente fucilati con altri 14 di Poggibonsi, San Gimignano e Certaldo. Di essi il partigiano comunista Vittorio Meoni, riuscì a fuggire di fronte al plotone di esecuzione e ferito gravemente nella fuga, riuscì a salvarsi. Scarlini, Vannini e Bernardi volontari nell’esercito di Liberazione anch’essi giovanissimi caddero sul fronte oltre l’Appennino.

Mentre i veterani della resistenza al fascismo – Dino Bandini, Gracco Del Secco e Nello Salvi,- cadevano nei giorni terribili della tragedia finale che travolse centinaia e centinaia di concittadini. Il primo Bandini mente dirigente di tutta l’attività clandestina della nostra zona Valdelsana, nel terribile bombardamento della Stazione di Pisa, il secondo, Del Secco dottore molto popolare amato da tutti, per la sua abnegazione, medico dell’organizzazione e attivo partigiano, fu colpito alle spalle da mitra tedesco, il terzo, Salvi, attivissimo e disinvolto in tutte le attività della lotta, a Milano due giorni prima della liberazione finale (25 aprile 1945) denunciato da una spia fu orrendamente seviziato e mutilato, quindi ucciso, non paghi fecero scempio del cadavere.

 

 

                                                               Balilla Giglioli

 

Colle Val d’Elsa gennaio 1958                                                             

 

P.S. Sono venuto a conoscenza di un compagno comunista e volontario nella guerra di Liberazione che recandosi nei giorni della caduta del fascismo alla casa del fascio a frugare tra i documenti è venuto in possesso di un fascicolo  tra cui vi era una lettera della famosa spia che avrebbe fatto arrestare i trentacinque concittadini colligiani nel 1931. In essa si chiedeva il compenso promesso per il lavoro fatto. Tale spia sarebbe stata Gerbi Antonio che sparito da Colle si era rifatto vivo ha trovare i fratelli e sorelle dopo il passaggio del fronte vestito con panni militari americani. (che abitavano al solito piano della mia famiglia nel palazzo dei fratelli Comi a fianco della ferrovia, lo riconobbe mio padre Remo e parlandoci gli disse che era al seguito delle truppe alleate fino da Napoli)  Questa lettera non si è più ritrovata forse il padre di questo compagno portò  tutti i documenti al Comitato di Liberazione e speriamo che si trovi in qualche archivio e non sia andata smarrita.

 

Quando il Giglioli parla di quel volantino trovato nella strada per Volterra mi risulta che il compagno non organizzato sarebbe stato Il Francioli Emilio (Nerbo). Nell’archivio dei Democratici di Sinistra si trova la foto in cui è riprodotto il volantino.

 

                                                        Paradisi Mino

             

     

Ecco il volantino:

 

Operai, lavoratori, contadini

 

       Dieci anni di esperimento fascista passano alla storia e significano fame.

       Parole cubitali di alta risonanza quanto il capo mussolini ha pronunziato nella seconda assemblea del partito fascista: parole, parole e lo stile  fascista ma noi sappiamo che ogni passo fascista è un colpo mortale per i diritti dei lavoratori.

       Il 25 marzo il cosiddetto plebiscito fascista. Noi lavoratori dimostreremo che siamo stanchi del fascismo affamatore. Provati dalla disoccupazione e dalla miseria non dobbiamo temere le loro rappresaglie e diamo il NO in massa, scriviamo sulle schede -Viva Antonio Gramsci- Dare il NO significa rivalità al fascismo e trionfo dei diritti dei lavoratori.

       Il fascismo non avrà il nostro –SI- lo giuriamo in nome e nella nostra fede.

       Il nostro ideale è l’ideale di tutti i lavoratori dare lavoro e libertà. Viva il Comunismo.

       Sussidio a tutti i disoccupati per tutto il tempo della disoccupazione incominciando dal 14° anno di età.

       Libertà a tutti i detenuti politici – libertà di sciopero e libertà di stampa-.

 

 

VOTATE IL NO

VIVA – IL PARTITO COMUNISTA-

 

 

GRACCO DEL SECCO
(Biografia di Balilla Giglioli ?)

 

       Figlio di un maestro e di una maestra elementare, il padre vecchio socialista e accanito antifascista, per cui preso di mira dalla reazione fascista lungo la ferrovia senese fu aggredito selvaggiamente, riportando ferite tali che lo portarono a morire dopo pochi mesi, Gracco non dimenticò mai la fine del proprio genitore il ricordo della vile aggressione lo portò a condannare il fascismo e i suoi sistemi, facendosi strenuo difensore di quelle libertà per cui era caduto suo padre.

       Dedicandosi agli studi universitari dimostrò di avere una intelligenza non comune laureandosi a pieni voti (fu premiato con l’anello dottorale).

       Dedicatosi alla sua professione non dimenticò mai la sua origine di figlio del popolo facendola con senso altruistico e disinteressato accattivandosi la simpatia e la stima di tutta la popolazione, che vedeva in lui non solo un buon medico ma un amico ed un compagno.

       Era in sostanza l’uomo che tanti miseri chiamavano per farsi dare una parola di incoraggiamento per la lotta che dovevano sostenere giorno per giorno contro la tirannide fascista.

       Compagno di provata fede politica è sempre stato anche nei momenti più difficili in contatto continuo con la nostra organizzazione.

       La guerra lo trovò a Siena in qualità di Tenente Medico, per il suo contatto con il partito già prevedeva l’imminente catastrofe, dedicandosi attivamente all’organizzazione del partito in previsione delle lotte future che si doveva sostenere.

       L’otto settembre partecipò alla riunione a Siena ove era presente i compagni Bardini, Bonelli ecc. Avuto sentore delle prime azioni partigiane si dedicò alla organizzazione dei gruppi di G.A.P. della nostra zona partecipando anche a alcune azioni (liberazione dei prigionieri politici a San Gimignano) dedicandosi al trasporto di armi e munizioni per le forze partigiane.

       Nei brevi giorni che precedettero la sua morte il comando di zona lo aveva designato come medico per la Brigata Spartaco Lavagnini in previsione delle battaglie decisive, la sorte lo tradì, mentre accompagnava alcuni compagni sul Poggio del Comune una pattuglia tedesca li sorprese, un tedesco sparò colpendo il compagno Gracco che dopo pochi giorni morì.

 

 

 

 

TESTIMONIANZE DI TULLIA ROSSI NEI MORI

 

Era passata da poco la guerra, la popolazione cominciava adagio adagio a rientrare dallo sfollamento, sulle facce delle persone si leggeva sgomento, paura e rabbia contro coloro che ci avevano ridotto in quello stato, contro quei pazzi irresponsabili che ci avevano procurato un simile sterminio.

Non si vedevano che macerie, la morte arieggiava ancora sulle nostre teste, il paese aveva subito un grosso bombardamento, il 15 Febbraio del 1944, dove avevano perso la vita 112 nostri concittadini e tra questi 45 donne e poi vi furono altrettanti feriti e mutilati. Era un numero rilevante per la nostra cittadina che a quell’epoca avrà avuto dieci-undicimila abitanti circa, in quasi tutte le famiglie o più vicini o più lontani in ordine di parentela era mancato un carissimo congiunto, la casa distrutta e tutto quanto possedevano.

Io ho visto questo terribile scempio nei minimi particolari, persone piangenti frugare fra le macerie delle loro case distrutte, nella speranza di ritrovare       qualche indumento, qualche ricordo della loro vita passata con le loro persone care, ormai perdute nel tempo. Ma purtroppo chi era rimasto doveva ricominciare. E così fu fatto, con rabbia ma con tanto altruismo bisognava rifare.

Io ero già iscritta al Partito Comunista, poi entrai a far parte dell’Unione Donne Italiane e come tale fui messa nel comitato di iniziativa e cominciò così un lavoro immenso di organizzazione, di aiuto in tutte le direzioni; si cominciò con l’apertura di un asilo infantile dove furono ospitati circa cinquanta bambini, accuditi nel migliore dei modi, ma ci volevano i soldi per sfamare tutte quelle piccole bocche ma si doveva tirare avanti. A quel punto fu aperto un laboratorio dove si eseguivano vari lavori di ricamo, di rammagliatura di calze, bottoni, etc…, e con quei pochi proventi uniti alla generosità della cittadinanza, e dei compagni contadini, qualcosa dell’UNRA e dell’ENAOLI, un comitato che aiutava gli orfani, si tirò avanti per un lungo tempo finché non si trasformò in asilo comunale. Furono tante le lotte perché questo sogno diventasse realtà, ma quanti sacrifici, ma quante preoccupazioni, è da fare un elogio a tutto il personale che lavorava gratis, tranne qualche piccolo stipendio al personale insegnante, per la dirigenza si occupava la carissima e competentissima compagna maestra Elia Bergomi; come ripeto migliorò sempre finché fu preso in gestione dal Comune.

L’Unione Donne Italiane fece sempre un lavoro estenuante, ma non chiamiamolo lavoro, fu una missione carica di amore e di responsabilità. A questo punto facemmo un corso di infermiere sempre per venire incontro ai bisogni della popolazione; si partì con un gruppo di venti donne ed arrivammo in sette ad avere il diploma di infermiera, a quel punto si aprì un piccolo ambulatorio dove si facevano punture ed altre cose, si andava inoltre nelle abitazioni dove avevano bisogno di assistenza, anche questa iniziativa fu accolta con grande simpatia dalla popolazione, perché vi erano poche possibilità finanziarie e chi aveva bisogno di queste prestazioni doveva pagare, noi invece si faceva tutto gratis, cioè un’assistenza morale e materiale con tante iniziative in tutte le necessità, di questo parleremo in altre testimonianze.

Fu in quel periodo che l’onorevole Teresa Noce lanciò attraverso la stampa un accorato appello ai compagni comunisti chiedendo, visto lo sfacelo dell’Italia, di aiutare le popolazioni di quei paesi  che avevano sofferto le maggiori tragedie, grazie a quelle malvagie “teste” che di umano non avevano più nulla.

Si dovevano aiutare quelle popolazioni che avevano perso tutto, dove tutto era distrutto, dove erano bambini ammalati, affamati, orfani, che vivevano in mezzo alle macerie e al fango, mancanti del più stretto necessario e fu fatto accenno al Cassinate.

Il Partito Comunista, con a fianco l’Unione Donne Italiane, fece sua l’iniziativa dando vita ad un comitato composto dai suddetti e (testimonianza incerta) altri partiti. Fu messa al corrente la popolazione di quello che avevamo deciso, fu accolta questa proposta con grande senso di solidarietà e altruismo da parte di tutti, si fecero avanti molte famiglie, chiedendo di ospitare un bambino, dando ad esso l’amore che davano ai loro figli; erano del Cassinate, e di diverse città, andammo a prenderli, ce li consegnò un comitato, ce ne erano piccolissimi, il maggiore aveva dodici anni ed era quello, fra tutti, meno spaventato, parlò di certe cose che non scrivo ma mi riservo di dire(…).

Si viaggiò da Siena a Colle su un vecchio camion lasciato dai tedeschi, mezzo sfasciato, seduti per terra, i bambini piangevano disperatamente, vomitavano, si attaccavano ai vestiti miei e delle mie compagne, cercavano la mamma, noi facevamo di tutto per far sentire loro il nostro affetto, ricordo un episodio soltanto che mi annientò: il più piccolo si chiamava Pasqualino, aveva solo due anni e mezzo, era il figlio di un partigiano morto, lo presi in braccio e lui mi abbracciò, mi chiamò mamma, mi riempì di baci, aveva un piccolo faccino con due grandi occhi che mi chiedevano tanto affetto, gli altri erano seduti a terra in attesa di quello che gli attendeva. Così arrivammo a Colle, in Piazza Arnolfo davanti alla casa del Partito, vi erano tanti colligiani ad aspettare comprese le famiglie che avevano chiesto di poter prendere un bambino, ci aiutarono a scenderli, li presero in braccio e cercavano di far capire loro quanto li avrebbero amati, ci avviammo così verso i bagni pubblici che erano stati preparati per fare un bagno caldo e ristoratore a quei piccoli corpicini. Erano tanti, a me sembra che fossero sessantotto, ma eravamo ben attrezzati, per questo ci fu per tutti il necessario per vestirli e calzarli nel migliore dei modi, tanto che quando uscivano dai bagni erano pressoché irriconoscibili, a questo punto ci avviammo presso la Casa del Popolo e in un grande salone era stata allestita una gustosa colazione, una tazza di latte con il cioccolato e tante gustosissime brioche, colazione offerta dal Bar Garibaldi (testimonianza incerta), in segno di solidarietà e affetto nei confronti dei piccoli ospiti. A questo punto arrivò il momento cruciale: si dovevano affidare alle famiglie che li avevano richiesti e così si dovevano dividere tra loro, alcuni erano fratelli o cugini o soltanto si conoscevano, quindi il momento era drammatico e commovente, come si poteva far capire loro che sarebbero stati bene, che avrebbero trovato nelle famiglie che li ospitavano tanto affetto e comprensione?

Il comitato restò in piena efficienza sempre guidato dal Partito Comunista, si andavano a trovare e si provvedeva alle necessità che si presentavano volta per volta, alcuni furono ammalati ma anche in questo frangente non mancarono né amore né cure, ci fu un continuo contatto con le famiglie a cui i bambini si stavano affezionando ogni giorno di più; quando arrivò dopo tredici mesi di permanenza l’ordine di partire ci furono di nuovo pianti e disperazione da parte nostra e loro, molti chiesero di restare ma per ovvie ragioni non si poteva far questo, solo sei rimasero con i genitori adottivi, chiamiamoli pure così perché realmente lo furono. Questi bambini fanno ora parte della nostra cittadinanza e vivono felicemente con le loro famiglie.

Non posso tacere un particolare tenerissimo, alcuni mesi fa suonarono alla mia porta, io aprii e mi trovai davanti un giovane con un mazzo di fiori bellissimi in mano, io gli domandai chi era e chi mandava quei fiori, lui mi guardò e mi disse:     - ma come Tullia, non mi riconosci? Sono un ragazzo di Cassino!.-

E’ vero, era uno di loro, che si chiama Nanni. Ci abbracciammo e si pianse insieme. Si parlò di quel passato tristissimo che affratellava però la gente in un legame di amore e lui parlava, si ricordava di tanti particolari e anche a me ricordò tante cose. Mi disse: -Tullia, ti ho sempre ricordata con grande affetto -.  

Mi disse tra l’altro che ero stata io a mettergli le prime scarpe ai piedi e si rimase così commossi che la tanta commozione ci stringeva la gola.

Vorrei rivederli tutti e riparlare con loro di questo profondo legame.

Nelle prime elezioni del 22 giugno 1946 fui eletta consigliere comunale.

Il 10 giugno 1951 fui rieletta, ed entrai in Giunta come assessore all’assistenza e ricoprii tale carica fino alle elezioni del 7 giugno 1970.

Dopo questa data assunsi l’incarico di Presidente dell’ECA e questo impegno lo portai avanti fino a quando furono soppressi gli enti inutili.

L’incarico di consigliere e di assessore poi, mi riempì di soddisfazione perché mi dimostrava la fiducia che i miei compagni e la popolazione avevano riposto in me, ma d’altra parte ero molto preoccupata perché mi sentivo impreparata per un compito così grande.

Avevo timore di non poter portare al mio Partito ed al mio Comune tutto il prestigio che compete ad ogni compagno che lavora con fede.

Con tanta volontà e con la collaborazione di tutti i miei compagni consiglieri cominciai a svolgere il compito che mi era stato affidato.

Mi dedicai con tutto l’amore e la devozione ad assistere i più bisognosi attenendomi principalmente a quelli che erano iscritti nell’elenco di poveri, cercando di essere il più obiettiva possibile, in quanto i bisognosi e le necessità erano moltissime.

Fra i tanti casi della mia esperienza ricordo quello di una bimba malata di cuore la quale stava rischiando di morire se non veniva operata da un professore all’estero. Per questo motivo organizzammo una raccolta che consentì di raggiungere la cifra per realizzare l’intervento. Anche per molti altri casi si prendevano iniziative che consentivano di dare aiuto ai singoli cittadini e alle famiglie, specialmente per interventi operatori, che da soli non sarebbero stati in grado di sopportare.

Ricordo inoltre che come UDI negli anni ’50 organizzammo una raccolta di fondi tra le donne e la popolazione per acquistare un apparecchio per il parto indolore che consegnammo al Prof. Lipari Direttore dell’Ospedale di S. Lorenzo.

Per le iniziative assistenziali e per quelle rivolte ai bambini, si collaborava con le donne dell’Azione Cattolica. Vorrei ricordare in particolare l’impegno delle Signorine Clara Bargi, Ada Marzi, Giuseppina Corti.

L’impegnativo incarico di Giunta l’ho sempre svolto in collaborazione con il mio Partito ed anche con il Comitato UDI di cui facevo parte. Nelle riunioni di cellula e nel Comitato UDI mettevo sempre al corrente sia le compagne che le amiche delle questioni che venivano discusse nel consiglio in modo che fossero consapevoli di tutto e per poter così rispondere a quelli che, per denigrare l’opera dei consiglieri comunali, la disinformazione la facevano di mestiere.

Ho partecipato a tutte le lotte che giorno dopo giorno si presentavano nel paese, prima tra tutte quella per l’asilo la quale fu estenuante e per quasi dieci anni continuammo ad andare in delegazione dal Prefetto per acquisire il diritto di passare questo asilo all’ente comunale. Per la realizzazione e la conduzione di questo asilo bisogna darne atto alla competenza ed infaticabilità della cara maestra Bergomi Elia, la quale portava avanti tutto il lavoro amministrativo e burocratico, coadiuvata naturalmente da tutte le amiche del Comitato UDI.

La lotta per la vetreria Boschi mi vide sempre in prima fila sia per scongiurarne la chiusura che per l’aiuto ai disoccupati, dopo.

A questo proposito vorrei accennare un ricordo: con le mogli dei vetrai in lotta andammo con un pullman a Firenze per parlare al Pierini il quale era il maggiore azionista della Boschi. Ci fecero aspettare due ore e più in una piazzetta antistante l'ufficio, sotto il sole di agosto che spaccava la testa; una moglie in “attesa” si sentì perfino male. Anche un altro episodio è rimasto indelebile. Mandammo i bimbi colligiani alla colonia marina e purtroppo un anno si ammalarono di una malattia infettiva. Per ben tre mesi dovettero rimanere là senza poter vedere nemmeno i familiari. Per la mia persona mi feci dispensare da questa misura protettiva firmando il mio rischio, e così tutte le settimane andavo a trovarli. I dottori mi vestivano come una mummia, ma per quei bambini era come se vedessero il sole perché dal loro paese ero l’unica persona che poteva entrare, parlare e portare dei doni.

Questi non sono che alcuni episodi del tantissimo lavoro svolto nei ventiquattro anni del mio impegno in consiglio comunale e sono appagata nell’affetto che mi viene dimostrato da moltissimi miei concittadini e compagni. 

 

 

    

TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI

 

LA LIBERAZIONE DEI DETENUTI POLITICI DAL CARCERE DI S. GIMIGNANO

 
Da tempo il C.L.N. locale aveva concepito il disegno di liberare i prigionieri politici dal carcere di S. Gimignano, al fine di impedirne il trasferimento al Nord, essendo imminente l’avvicinarsi del fronte. A tale scopo il mattino del 9 giugno 1944 si riuniva il Comando di Zona in località Agresto, sotto una grossa querce. Da un rapido scambio di idee si apprese che il direttore del penitenziario si rifiutava di trattare pacificamente; anzi questi, a conclusione di segreti approcci, aveva fatto sapere che “avrebbe ceduto solo alla forza”; perciò non restava altro che prepararsi per questa azione.
Da parte del responsabile militare di zona fu reso noto che erano stati prelevati alcuni agenti di custodia nell’estremo tentativo di risolvere pacificamente la cosa.
Furono date le disposizioni per tagliare tutte le comunicazioni telefoniche e telegrafiche e per la sistemazione di staffette allo scopo di controllare i movimenti dei tedeschi sulle strade che portano a S. Gimignano.
Il Direttore, il quale “avrebbe ceduto soltanto alla forza”, informato da qualche vedetta della presenza di gruppi armati intorno al penitenziario o forse temendo il lancio di bombe dall’alto, dato che, per una fortunata coincidenza, un caccia alleato incrociò e mitragliò nelle strade provinciali per tutto il tempo dell’operazione, cambiò parere. Poco dopo la mezzanotte si aprivano, senza condizioni, i cancelli e chi aprì consegnò immediatamente un elenco dei “politici” reclusi, i quali furono fatti uscire dopo aver sedato un tentativo di ribellione dei detenuti comuni, fortunatamente senza spargimento di sangue.
I liberati, circa novantasei, furono incamminati ad Est di S. Gimignano, in località Diacciaia, per una strada campestre in forte discesa. La colonna era composta per due  terzi di italiani e per un terzo di inglesi dell’Intelligence Service, di francesi, greci, jugoslavi, quasi tutti ufficiali.
Appena fuori dell’abitato, forse istintivamente e per riconoscenza alla formazione garibaldina che aveva effettuato il colpo di mano, si innalzò lento e solenne il canto dell’Internazionale che nella notte fonda fu ascoltato anche dagli abitanti di quella parte del paese, i quali certamente non dormivano, ma stavano seguendo con simpatia dalle loro finestre le ombre che nella notte si muovevano rapide.
Nella notte stessa, con gran fatica perché tutti erano sfiniti dagli stenti, i liberati furono guidati verso basi di maggior sicurezza. Un gruppo di italiani marciò verso una località nei pressi di Staggia. Gli altri cinquantotto circa in direzione opposta: una base oltre un bosco chiamato “Bacciullina”. Dopo circa quattro chilometri di marcia, i piedi di molti di essi, che erano calzati con sole pantofole, rifiutarono di avanzare e si dovette far sosta in un podere detto “Le Pianore”.

Due giorni dopo, essendo impossibile farli camminare dati i piedi malridotti si decise di inviare un camion 18 BL guidato dal partigiano Ghino Spalletti, il quale, all’invito del C.L.N., non esitò un secondo e la notte del 13, in pieno coprifuoco, ben sapendo a quale rischio si esponesse, arrivò alle “Pianore” alla mezzanotte circa. Era un problema caricarli tutti; però fu risolto da 29 di essi, i quali, tutti di nazionalità straniera, convinti da un cittadino greco, che abitava nei pressi di S. Gimignano, decisero di organizzarsi in banda armata e restare di base sul posto, ciò che il C.L.N. sotto la loro responsabilità concesse.

I ventinove restanti, con i loro quattro accompagnatori, partirono per la base anzidetta, per una strada controllatissima dai tedeschi, e non era possibile fare diversamente, data la condizione degli infelici e la impervia zona.

La fortuna, che fino dal principio dell’azione aveva assistito l’impresa, volle compiere fino in fondo l’opera sua. All’incrocio con la strada nazionale di Volterra una vedetta doveva avvisare se vi fossero stati ostacoli. L’avviso non venne, dunque via libera.

Dopo aver pregato il carico umano di appiattirsi il più possibile, fu affrontato il bivio di Castel S. Gimignano dove un alt improvviso fece allibire tutti quanti: da una macchina ferma si avanzò un ufficiale tedesco; alla sua domanda fu risposto che erano operai della Todt (organizzazione militare) e andavano a caricare del legname. L’ufficiale con una lampadina salì sul predellino, scrutò nel cassone dove certo vide del materiale da carico perché fece subito cenno di sbrigarsi.

Con un sospiro di sollievo fu ripresa la marcia, ma non passarono cento metri che in una discesa, sotto la vecchia torre diroccata di Montemiccioli, si sentì provenire da una colonna ferma di carri armati tedeschi un nuovo ordine di fermarsi. Nuove domande, nuova verifica veloce, e un imperioso ordine di sgombrare al più presto la strada.

Dopo l’ultimo infortunio la marcia riprese a piedi. Il più era fatto. La marcia a piedi, pur essendo dolorosa, permetteva di evitare in tempo brutte sorprese; d’altra parte essa si svolgeva nel fitto dei boschi alle due di notte: era quella la più bella via verso la libertà.

 

 

TESTIMONIANZE DI ORAZIO MARCHI

 

ATTIVITA’ SINDACALE 1930 – SPAGNA ’36 – ’37
 

Per non incorrere, nelle eventuali pubblicazioni, in errori di data, ritengo doveroso precisare che lo sciopero di Empoli nelle vetrerie, non fu fatto in novembre, ma in dicembre, nella seconda decade, e precisamente la settimana prima del Natale, e la richiesta di riduzione salariale degli industriali vetrai empolesi e toscani era del 20 per cento, mentre la disposizione governativa era del 12%. La disposizione governativa del 20% riguardava invece gli stipendi degli impiegati.

Utilizzammo il malcontento, derivato dalla decisione presa dagli industriali di aumentare la riduzione salariale, alla quale avevano, per di più, aggiunto la richiesta di una maggiore produzione pro-capite.

Già avevamo una forte organizzazione di partito all’interno delle fabbriche -forte in senso relativo- ed eravamo ormai coscienti che dovevamo anche svolgere un’attività che ci consentisse di uscire dalla cerchia ristretta dei compagni per allargare la nostra azione ai lavoratori in generale e agli stessi lavoratori fascisti. Si pensò di utilizzare le possibilità legali, secondo gli indirizzi dati, del resto, dal Partito Comunista già da tempo, e precisamente gli stessi sindacati fascisti, ai quali tutti –anche i più noti antifascisti, anche i comunisti- eravamo iscritti perché altrimenti non c’era il diritto di avere lavoro.

Fu questo indirizzo e questo lavoro che ci consentirono, molto rapidamente, di giungere alla mobilitazione di tutti i lavoratori, compresi alcuni fascisti e non esclusi quelli che facevano parte della Milizia fascista. E, a dimostrazione di ciò, preciserò che uno della Milizia finì in prigione, a suo tempo, col sottoscritto e gli altri.

Quale fu il campo di attività nostro, prevalente? Ho detto: i sindacati. Poiché i sindacati fascisti obbligatoriamente dovevano riunire i lavoratori in certi casi. Noi allora chiedevamo l’assemblea, si esigeva il rendiconto dell’operato dei dirigenti, che era tutt’altro che pulito, perché non c’era mai un soldo in cassa e debiti dappertutto, mentre i contributi sindacali venivano ritirati in misura di dieci lire mensili a testa, che nel 1930 equivalevano alla giornata media di un operaio qualificato. Li obbligavamo così a interessarsi dei problemi sindacali.

Orbene, per l’assemblea, da tenersi 8 giorni avanti al Natale del 1930, venne giù da Roma il segretario nazionale del sindacato fascista vetrai: Giovanni Fuga, mentre in Empoli si erano mobilitati anche il segretario nazionale fascista dei fiascai e, naturalmente, le gerarchie locali, tutte presenti, comprese le squadracce fasciste che ad Empoli erano composte da elementi tra i più bestiali.

In codesta assemblea, da più d’uno di noi fu posto il problema del rigetto della riduzione salariale e dell’aumento della produzione pro-capite, contestando la tesi del segretario nazionale del sindacato fascista, Giovanni Fuga, secondo il quale la riduzione salariale avrebbe consentito lo sgravio della pesantezza che l’industria del vetro registrava nell’Empolese, dato che, diceva, c’erano trenta milioni di pezzi giacenti nei magazzini. Noi contestammo questa tesi dimostrando a tutti i lavoratori presenti all’assemblea, che era affollatissima, che proprio la riduzione salariale avrebbe fatto aumentare le giacenze nei magazzini. Fu osservato: quanto si guadagna oggi non è sufficiente a soddisfare i minimi bisogni della vita e, se si riduce questo già minimo salario, si spingono i lavoratori a una più celere corsa alla morte. Difatti non c’era più nemmeno il tempo di soffiarsi il naso nelle fabbriche del vetro. Inoltre, riducendo i salari, i lavoratori sarebbero costretti ad una maggiore economia, a minori acquisti, e sarebbero aumentate le giacenze in magazzino. Eravamo ormai entrati nella crisi mondiale e l’Italia era attanagliata come le altre nazioni: perciò noi proponemmo all’assemblea di dichiararsi favorevole alla non applicazione della riduzione e di rigettare, naturalmente nelle forme e con le espressioni che allora si potevano usare, la proposte padronali.

Scaldato ormai l’ambiente, le nostre proposte venivano accettate dall’assemblea, compresi i fascisti che si dichiararono favorevoli al rigetto della riduzione e dell’aumento di produzione.

Poco prima che terminassi di parlare, il segretario Giovanni Fuga, intravedendo dove sarai giunto, mi interruppe violentemente dicendomi: - E’ l’ora che tu ti cheti! – E avendo io ripreso a parlare ed essendo stato nuovamente interrotto con la solita frase, gli risposi che era l’ora che se ne andasse lui dalla nostra assemblea, perché non aveva diritto di intervenire non avendo nulla a che fare con la nostra organizzazione. E fu costretto ad andarsene.

Liberi dalla sua presenza, un altro compagno propose - come eravamo già d’accordo - che avremmo fatto sciopero qualora fosse stata fatta la riduzione salariale e la proposta fu naturalmente accettata.

Gli industriali però pensavano che questa minaccia di sciopero non sarebbe stata attuata; che il terrore delle squadracce avrebbe soffocato la nostra pretesa e la protesta.

Morale: l’agitazione e poi lo sciopero li avevamo programmati a lungo respiro: intendevamo scioperare immediatamente nelle fabbriche dove ciò era possibile, uscire poi da queste e col pretesto di andare alla sede dei sindacati fascisti, recarsi, in corteo, alle altre.

Lo sciopero riuscì, ma quello che tengo a sottolineare è questo: che il movimento antifascista nell’Empolese, ad Empoli, già nel 1930, prese coscienza dei suoi compiti e delle possibilità concrete di lavoro che esistevano, del malcontento che c’era tra la popolazione e su questo terreno fu portata avanti l’azione.

***

Degli oltre 3.500 volontari antifascisti accorsi in Spagna, un numero non indifferente era della Valdelsa.

Logicamente non mi è dato precisare quanti, in concreto, perché diversi avevano nomi di battaglia, tutti tenevano a non dire di che località eravamo, cioè vivevamo nella previsione, più o meno lontana, di un eventuale rientro illegale in Italia e quindi dovevamo premunirci da eventuali ripercussioni future.

Tuttavia il contributo degli antifascisti della Valdelsa alla lotta per la liberazione del popolo spagnolo dalla dittatura franchista, che stava instaurandosi con l’intervento diretto e massiccio del fascismo italiano e del nazismo tedesco, credo sia stato notevole. Infatti non solo i valdelsani combatterono con le armi in pugno, ma vi furono anche morti e feriti: il colligiano Leo Franci, Arturo Lelli, che era di Castelfiorentino.

Il contributo che i volontari italiani e quindi anche valdelsani in Spagna dettero alla lotta contro il fascismo, non si limitò all’azione bellica, ma consisté anche in un paziente lavoro di persuasione, di propaganda, di attività - la più svariata in senso democratico – tra la stessa popolazione spagnola e, in particolare, in mezzo ai contadini.

A questo proposito voglio citare un solo esempio: il raccolto delle olive in Spagna, a causa delle mobilitazioni di uomini, divenne uno dei momenti critici ricorrenti dell’agricoltura e i contadini e i familiari non erano più sufficienti a fare il raccolto. Orbene: tutta la nostra unità, intendo dire un battaglione intero, previ accordi con il Sindaco, con le organizzazioni di partito e quelle democratiche della località dove eravamo, fu messa a disposizione dei contadini per la raccolta delle olive e l’unità stessa fornì ad ogni miliziano i viveri sufficienti al sostenimento.

In un primo momento c’era una certa diffidenza tra i contadini verso gli italiani che in casa loro avevano il fascismo, non sapendo come si sarebbero comportati nei loro confronti ed in specie con le donne; dopo otto giorni fummo invece obbligati a dire: basta, non ne abbiamo più uomini a disposizione.

Com’era stato possibile che quella diffidenza verso gli italiani in brevissimo tempo fosse sparita e fosse sorto un affiatamento talmente forte tra la popolazione agricola e i miliziani italiani da stabilire dei rapporti e dei sentimenti di fraterna amicizia? Molto semplicemente! Agli antifascisti era sufficiente ricordar gli scopi per cui erano in Spagna e nessuno venne meno a questo suo elementare dovere.

Trattare il problema dell’intervento della Brigata Garibaldi in Spagna nel suo insieme evidentemente richiederebbe più tempo. Tuttavia ritengo che l’antifascismo della Valdelsa abbia portato il più efficace contributo anche nella lotta contro il franchismo, contro il fascismo italiano e il nazismo tedesco in Spagna.

Credo che compagni come Leo Franci, come Arturo Lelli, come Catone Cinelli, fratello del Podestà fascista di Empoli, “Il Gobbo”, compagni come il Baldi, il Chiarugi, il Giachi ed altri dovrebbero essere più ricordati, più onorati.

L’esperienza preziosa che ha data all’antifascismo la lotta spagnola, credo si possa riassumere in una brevissima analisi: gli antifascisti in Spagna – anche se in prevalenza comunisti – erano di tutti i partiti, di tutte le correnti e tra di essi si stabilì una unità affettiva che era la base che ci permetteva di combattere e di proseguire bene e disciplinati in avanti.

Questa è la lezione più grande che io credo l’esperienza in Spagna abbia dato agli antifascisti italiani, compresi i valdelsani.

L’esperienza in Spagna, a proposito dell’unità, dovrebbe sempre essere tenuta presente e portata avanti.

 

 

Il 25 novembre 1972 il Comitato Comunale del P.C.I. ciclostila in proprio le biografie di Leo Franci e Orazio Marchi scritte da Balilla Giglioli. Qui di seguito riporto quella di Orazio Marchi, perché quella del Franci è in altra parte di questa ricerca.

 

       Nel mese di luglio del c.a. all’età di 68 anni è morto il compagno Orazio Marchi, un nostro grande concittadino, un valoroso combattente antifascista e per il socialismo.

       Modesto, schivo da qualsiasi amore della rievocazione della sua lunga, ricca e spesso drammatica vita di militante operaio, fino all’ultimo ha dato il suo fattivo contributo al partito nella quale ha sempre militato, senza mai far pesare il prestigio che gli proveniva dalle tante cariche, di alta responsabilità che aveva via via ricoperto, tanto che non tutti, forse, conoscono a pieno la sua continua, costante attività alla testa dei lavoratori.

       Attivista sindacale e comunista prima a Colle, poi ad Empoli, organizzatore di scioperi nelle vetrerie durante il periodo fascista, delegato Empolese al congresso di Lione del P.C.I., venne infine costretto all’emigrazione dalla persecuzione del regime. Ma esule in Francia non perde i contatti  col movimento antifascista clandestino. Con enormi rischi rientra infatti più volte in Italia, per svolgere delicate missioni, riuscendo ogni volta ad eludere la pur stretta sorveglianza della polizia fascista.

       Quando Franco attacca la Repubblica Spagnola, Orazio Marchi si arruola nelle brigate internazionali. Nella dura e sanguinosa lotta contro i falangisti, al pari del suo e nostro concittadino Leo Franci, si distingue per le sue capacità politiche e ricopre cariche di alto livello. Ferito gravemente in battaglia è infine costretto a riparare in Unione Sovietica, dopo l’inevitabile sconfitta repubblicana di fronte alle preponderanti forze di Franco, di Hitler e di Mussolini.

       Nel 1944 è però ancora in Italia e lavora nel sud per riorganizzare la resistenza; dopo la liberazione entra a far parte della Direzione del P.C.I. e successivamente viene chiamato a svolgere l’incarico di Segretario Nazionale dei Sindacato del Vetro, incarico che manterrà fino al suo rientro a Colle, qualche anno fa.

       Non c’è bisogno di dire che Orazio Marchi è e rimarrà un esempio da seguire per tutti coloro che lo hanno conosciuto come dirigente nazionale e per chi lo ha potuto conoscere solo vecchio  fisicamente e provato nella salute, ma ancora ben giovane per combattività e capacità politica, per tutti coloro che, anche in suo nome, vogliono combattere contro il fascismo, per la libertà e per il socialismo.

 

 

 

TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI SU

LEO FRANCI

 

Leo era il più piccolo di tre fratelli. Sua madre, rimasta vedova dopo il parto, si accompagnò con un piccolo industriale, ma l’educazione di Leo fu compromessa. Il ragazzo ne combinò molte ed alcune assai gravi, ed allora fu inviato in una casa per corrigendi. Qui la vita di Leo ebbe il suo pieno sviluppo. Non avendo un carattere di indole cattiva, ben presto si guadagnò le simpatie del direttore, imparò a lavorare e nacque in lui la passione dello studio.

Dimesso dall’Istituto, trovò subito da occuparsi nelle vetrerie Boschi di Colle Val d’Elsa dove varie volte fu lodata la sua volontà e capacità di lavoro. In questo primo periodo Leo si dedicò allo studio della musica, alla quale si affezionò con grande passione. Trovò inoltre il tempo per dedicarsi alla politica e si iscrisse al Partito Comunista Italiano, Sezione giovanile, nel 1924.

Il suo primo arresto avvenne nel 1925 e precisamente il 29-8 e con lui furono arrestati una sessantina di comunisti colligiani fra giovani e vecchi. Torturato con un pugnale in varie parti del corpo, fu anche percosso crudelmente tanto da rendergli la schiena piena di ferite. Dopo quattro giorni, dei sessanta fermati solo cinque rimasero agli arresti e furono trasferiti a Siena e deferiti alla Corte d’Assise. Il processo fu celebrato dopo 10 mesi e si concluse dopo due giorni di dibattito dal quale uscirono tutti assolti.

Ritornato dalla prigione, conosciuto ormai per un buon lavoratore, Leo trovò subito da occuparsi in una cartiera. Ma nel 1932 fu nuovamente arrestato, accusato da un provocatore pagato dai fascisti di Colle Val d’Elsa.

I capi d’accusa erano due: attività clandestina e sabotaggio allo stato. Questa volta gli arrestati furono trenta, di cui dodici furono trasferiti al Tribunale Speciale.

Da notare che i fermati furono presi a caso basandosi sulla loro non iscrizione al partito fascista. Il Franci fu inoltre accusato di aver fornito ad Orazio Marchi documenti falsi per espatriare e di aver dato asilo a dei perseguitati dal fascismo.

Nell’istruttoria le accuse non furono provate e l’accusatore fu smascherato e messo in imbarazzo dagli stessi accusati. Così stando le cose da Roma furono inviati a Siena due giudici istruttori dal Tribunale Speciale i quali, dopo varie indagini, non riuscirono a provare la colpevolezza degli imputati.

Anche questa volta il Franci e gli altri furono, dopo sei o sette mesi, rimessi in libertà.

Ritornato a Colle, Leo trovò i fascisti locali assai irritati perché non era stato possibile condannarlo e dare una lezione definitiva a lui e a tutti gli altri antifascisti. Il Franci fu preso particolarmente di mira.

Furono diffidate tutte le ditte di assumerlo al lavoro e fu pedinato giorno e notte; pertanto a Leo non rimase che fuggire da Colle in cerca di tranquillità e di lavoro. Si recò a Roma dove, fidandosi di alcuni vecchi concittadini colà residenti, trovò lavoro in una fattoria a circa trenta chilometri dalla città, amministrata da un concittadino del Franci, che era per di più uno squadrista (ora residente a Siena), il quale, conoscendo il Franci per buono operaio, volle assumerlo alle proprie dipendenze e lo ebbe in simpatia per il suo proficuo lavoro. Però il direttorio del fascio di Colle Val d’Elsa vigilava ed avuto sentire della permanenza di Leo a Roma, lo segnalò subito alla questura romana, la quale intimò al Franci di andarsene nonostante le proteste del suo principale, il quale si sarebbe assunto anche tutte le responsabilità.

Non ci fu niente da fare e Leo fu costretto a ritornare a Colle per rimanere sotto il controllo dei fascisti colligiani i quali lo costrinsero a duri mesi di vita randagia e di privazioni. Tutto ciò non riuscì però a farlo retrocedere dai suoi intenti politici. Unica rivincita che il Franci poteva prendersi in questo periodo contro i fascisti fu quella di rifiutarsi di suonare nella banda cittadina impegnata in quei tempi principalmente per suonare nelle manifestazioni fasciste.

In questo periodo il Franci fu avvicinato più volte da un giovane intellettuale dell’epoca e suo vicino di casa, Romano Bilenchi, il quale trovò strana tanta persecuzione verso di lui da parte dei fascisti e quando il Franci si decise finalmente ad espatriare, l’unico che salutò alla sua partenza fu proprio il Bilenchi.

Leo evitò di salutare gli altri compagni per paura di rappresaglie che sicuramente si sarebbero verificate dopo la sua partenza.

Il Franci varcò clandestinamente la frontiera a Ventimiglia e di lì andò a Marsiglia dove cercò di mettersi in contatto con i compagni italiani colà residenti, ma trovò una certa diffidenza giustificata dal fatto che non era in possesso di nessun documento che potesse provare la sua fede politica e comprovare la sua identità, e di provocatori fascisti allora ne circolavano a decine. Leo ormai abituato alla precedente vita non si allarmò e si dedicò a fare i più umili lavori pur di guadagnarsi da vivere. Poi, riuscì a conquistare la fiducia degli antifascisti.

Purtroppo in Spagna scoppiò la guerra civile ed il pensiero di Leo fu quello di correre con altri volontari antifascisti alla difesa della giovane repubblica Spagnola. Era giunto per il Franci il momento di potersi battere ad armi pari con il fascismo.

Purtroppo l’eroismo di Leo fu troncato molto presto e precisamente nella difesa di Madrid in località Brunete –nella zona nord-occidentale della città- nella primavera del 1937 (la data esatta la conosce Vittorio Bardini). Era una mattinata nebbiosa: Leo (che comandava un drappello) e gli altri combattenti antifascisti attendevano una formazione di volontari polacchi. Dalla nebbia spuntarono degli uomini. Egli volle assicurarsi e così ,si fece avanti, credendo che fossero i volontari polacchi, si avviarono verso di loro, ma erano un folto gruppo di fascisti che fecero subito prigionieri Leo e gli altri. Con sistema tipico del fascismo li uccisero a pugnalate. 

 

Al fratello maggiore di Leo, Egidio è pervenuta la seguente lettera di Guido Mugnaini, scritta il 30 giugno 1946 da Livorno e dice:

 

      

 

Carissimo Egidio,

è stato per puro caso che sono venuto a conoscenza di come, tuo fratello Leo chiuse la sua gloriosa esistenza ed è con la certezza di farti piacere che te ne do i particolari.

       Dopo aver data la sua attività politica a Marsiglia in collaborazione con altri esuli, scoppiata la guerra in Spagna raggiunse questa nazione insieme ai compagni e con essi si aggregò nelle brigate “Garibaldi” per combattere con le armi quel fascismo che prima aveva combattuto nel modo prestatogli in situazioni diverse. Nella guerra non tardò a distinguersi, sia per intelligenza, sia per coraggio dimostrato e fu in conseguenza di queste qualità che fu nominato commissario politico di compagnia.

       Dopo circa un anno di guerra combattuta, verso la fine del 37 (il mio informatore non è certo questa data ma in ogni modo sposta di poco) un triste giorno trovandosi sopra una collina in una località denominata Brunette, furono circondati dai fascisti, la situazione era critica, perciò bisognava escogitare un sistema per uscirne e per far ciò era necessario esplorare onde rendersi conto esatto della situazione stessa. Senza esitare, staccati pochi uomini dalla sua compagnia scese al piano ma qui furono circondati dal nemico e fatti prigionieri. Saputo che Leo era il capo di quel manipolo di valorosi, i perfidi fascisti gli imposero di salutare alla romana e gridare viva Mussolini. Egli rispose col saluto comunista gridando viva la Russia; una scarica di mitra gli freddò. I superstiti hanno riferito più tardi ciò agli altri compagni, che dall’alto avevano assistito impotenti alla scena.

       Caro Egidio puoi andare orgoglioso di tuo fratello e Colle fiera di avere tra i suoi figli un perfetto rivoluzionario, al cospetto di diversi rivoluzionari da operetta che dimorano in codesto paese.

       Quanto ti riferisco lo appreso da certo Mazzini Chiesa che fu compagno di esilio prima e di guerra poi di tuo fratello che presentemente è mio compagno di lavoro.

       Ti saluto caramente.

 

                                                        Guido Mugnaini

 

Livorno, 30/6/46  

 

 

 

 

 

TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI SU

AGOSTINO FRANCHI

 

Agostino Franchi apparteneva ad una famiglia di agricoltori, proprietari del podere da essi condotto. Famiglia laboriosissima, che però non si faceva illusioni come molti piccoli coltivatori diretti della zona dove abitavano, Poggibonsi. I Franchi erano in linea, quindi, con gli altri lavoratori. Erano organizzati nelle leghe rosse e questo dette motivo di infierire in modo particolare contro di loro.

I bellicosi fascisti poggibonsesi, nel 1921, aggredirono un fratello mezzano di Agostino che per le percosse dovette perdere un occhio. La famiglia Franchi denunciò gli autori alla magistratura per cui, dopo istruita la causa, vennero rinviati a processo i responsabili. Questo bastò per rendere più accaniti i fascisti contro detta famiglia; tutto fu tentato per far ritirare la loro accusa, erano frequenti, nella notte, le sparatorie contro la loro casa. Ma Agostino non subiva passivamente tali violenze e reagiva; ciò rendeva più prudenti gli assalitori. Una volta li prese alle spalle, i fascisti fuggirono via terrorizzati, poi reclamarono a Siena dicendo di essere stati aggrediti dal Franchi e questo bastò alle Autorità di pubblica sicurezza per requisire i fucili da caccia ai Franchi. Anche per la denuncia ai fascisti, sempre rimandata, tutto si appianò: venne l’amnistia per i reati commessi per “fini nazionali”!

I Franchi, a cui non era più possibile vivere a Poggibonsi, comprarono un podere a Colle e qui si trasferirono, ma Agostino, a cui l’ingiustizia sofferta non dava pace, non era prudente come gli consigliavano in casa, e non poteva sopportare di essere privato del permesso di caccia. Così faceva senza.

Un giorno di festa attraversò il paese di Staggia con il fucile a tracolla e questo parve troppo ai fascisti locali, che lo assalirono. Lui non perse la calma, si mise con le spalle al muro e li invitò a farsi avanti; essi, naturalmente si guardarono bene dal farlo, così Agostino tornò liscio a casa.

La notte, quando lo sapevano a Colle, facevano in modo di disturbarlo per convincerlo che non era aria per lui. Una notte, mentre si accingeva a tornarsene a casa, al passaggio a livello di via di Spugna, non osando affrontarlo in dieci, gli fecero una violenta sparatoria, non lo colpirono e non lo impaurirono. Ma una signorina presente, terrorizzata, svenne.

Un’altra notte decisero di affrontarlo in campagna: si appostarono alla scesa dei Cappuccini e fermarono quanti passavano di là; lui non lo presero, ma un disgraziato, che tornava da casa della fidanzata dovette, per la paura, starsene a letto per una settimana.

L’arresto che Agostino dovette subire nel 1931, invece di renderlo più prudente lo fece esaltare maggiormente e dopo oltre sei mesi di prigionia la sua mente deviava ancora di più. Ora veniva più spesso a Colle e quando incontrava qualcuno dei suoi persecutori, lo affrontava minacciosamente. Più di uno ne picchiò. Ed in particolare si inferociva contro un tale che lo aveva colpito mentre era ammanettato. Erano i fascisti che ora si dovevano difendere da lui, ormai in preda ad uno stato di semi-follia conseguente alla lunga tenace persecuzione. E fu lo stesso Agostino che facilitò al massimo il piano escogitato per disfarsi di lui. Fu incoraggiato a cacciare nella “bandita” di Scorgiano, dove, adducendo a giustificazione la caccia di frodo, lo “assassinarono” comodamente (aprile 1942). Morì lasciando moglie e due orfani.

 

 

TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI SU

NELLO SALVI

 

Non era ancora spenta l’eco dei canti di gioia per la fine dell’inaudito macello, che giunse la notizia tremenda, dolorosa della morte di un nostro caro compagno: Nello Salvi.

Egli era il quarto della serie, iniziatasi con Leo Franci, e faceva parte di uno sparuto gruppetto che nel ventennio oscuro non aveva mai ammainato la bandiera dell’antifascismo. Era un entusiasta, aveva nel sangue il sentimento della libertà. Fu sempre tra i volenterosi, audace e fu un peccato che non avesse potuto studiare perché era anche intelligente.

Incominciò la sua lotta sociale proprio mentre nasceva il fascismo: da ragazzetto, in vetreria, in uno sciopero di apprendisti, era già tra i dirigenti dell’agitazione. Mi ricordo di averlo visto piangere amaramente per il primo smacco subito, dovuto alla mancanza di frequenza dei suoi giovani compagni, i quali si erano impressionati per l’intervento del Maresciallo dei CC.RR.

Il suo attaccamento al partito comunista era esemplare: in tutte le attività più rischiose era sempre Nello che si addossava i compiti più gravosi e difficili e certe apparenze avevano fatto pensar male di lui agli estranei al suo lavoro cospirativo. Nello non si curava dei malevoli, ma li smentiva sempre coi fatti, facendosi poi anzi invidiare per i felici risultati della sua attività.

Nelle sue pellegrinazioni di città in città, dovute al suo lavoro di vetraio, non dimenticava, lui, giovane dipendente, che ben altre trattative potevano deviarlo dal continuare la sua giusta battaglia.

Nel 1925 sfuggì all’arresto perché era militare, fatto che gli permise di evitare la provocazione di un suo paesano che, con la sua abietta anima di spia, aveva tentato di farlo deferire al Tribunale Militare. Nel Marzo del 1931, dopo una continua instancabile attività segreta, nella quale egli, come sempre, si era particolarmente distinto, fu preso nella “retata” e fu ammirevole la sua tranquilla fermezza, quando la notte, a tarda ora, nelle celle della Questura (ben conosciute dal “serafico” Nepi) gli contestavano di appartenere ad una tenebrosa setta, gli dicevano che il suo nome era già stato fatto da qualche arrestato chiuso nelle “Murate” di Firenze, gli annettevano la paternità di alcune gravi azioni: e lui tutto sistematicamente negava, sconcertando i suoi inquisitori.

Da notare che egli realmente era stato collegato con coloro che sotto le torture, avevano fatto il suo nome, e che poi smentirono, come è vero che egli aveva fatto da tramite fra le varie “centrali” politiche di Siena, Empoli, Firenze e Livorno (da tale città, anzi, pochi mesi prima era stato inviato in Francia al Convegno di Lione) che aveva ospitato in casa, più volte, i perseguitati delle varia Questure; ma, al momento dell’arresto, aveva avuto la presenza di spirito di cambiarsi un indumento nei taschini del quale aveva documenti compromettenti che avrebbe dovuto recapitare, e dalla sua bocca non uscì mai nulla che potesse avvalorare i sospetti che gravavano su di lui. Nonostante ciò, uscì dal carcere l’ultimo di tutti gli arresti e dopo quasi un anno. Il suo contegno aveva stancato i carnefici, prima che le torture stancassero lui.

A Natale del ’43 ci aveva raccontato della commozione di Milano nella notte del 25 luglio, della sua partecipazione al “repulisti” del “covo” dove erano stati dispersi i cimeli dell’era petaccina; poi anticipò la sua partenza mentre noi si sfollava, dicendo che qualche cosa avrebbe fatto a Milano.

Il destino ingiusto volle che tanto campione della libertà cadesse poche ore prima della vittoria finale. Dopo venticinque anni di lotta indefessa, una lurida spia, priva di senso umano, lo consegnava alle belve, che lo uccidevano nell’ultimo inutile spregio.

Cosi all’infinita  teoria dei martiri si unisce un nome caro; un comunista senza macchia NELLO SALVI.

                                                

 

 

                                                        Giglioli Balilla

 

Colle giugno 1945

 

 

(Da un “ricordo” del 1945) Miscellanea Storica N. 1-3 gennaio dicembre 1968 –70.

 

 

Balilla Giglioli

Come ricordo Ricciardo Bonelli

(antifascista Senese)

 

 

       Nella vita dei popoli che lottano per un’ideale di libertà e giustizia vi sono coloro che consapevolmente fanno sacrificio della propria vita: questi meritano il ricordo riverente di tutti i sinceri democratici. Ma vi sono alcuni che sopravvissero, che molto dettero e soffrirono e perciò meritano ricordo, rappresentando essi esempi viventi di coerenza verso i loro ideali. E Ricciardo Monelli va ricordato per questo, ma anche per farlo sapere ai giovani di oggi che sono frastornati da interessata confusione ideologica, da troppa gente che a distanza di tanti anni gli è facile vantare pregi e meriti nella lotta contro la nera tirannia fascista. Oriundi di Pescia, vecchia famiglia di socialisti, esercitavano in Siena il commercio all’ingrosso di alimentari e avrebbero potuto arricchirsi con i vari magazzini che rifornivano tutta la provincia, ma il vecchio padre e i fratelli (Gino, Foscolo mutilato di guerra e una sorella) erano superiori a tali debolezze. Nel 1923-24-25 quando la furia della borghesia reazionaria e fascista aveva tutto distrutto della vita civile, Ricciardo e sua moglie Lina Rannucci, con infiniti accorgimenti, scorrazzavano per tutta la provincia; essi erano riuniti nella casa paterna (o materna) che praticamente funzionava da federazione comunista, dove nonostante i tempi, vi si svolgeva intensa attività organizzativa del partito. Questo frutto arresti e feroci bastonate ad noi a lui e ai suoi fratelli, i magazzini in tre anni furono distrutti varie volte. Nell’aprile del ’25 due giovani compagni di Colle, avendo appuntamento in un magazzino da poco rimesso in piedi, nel viale avanti all’antiporto, si accorsero in tempo che proprio dove erano diretti vi era un assembramento. Vi erano infatti degli agitati urlanti come pellirosse che brandivano bastoni e mazze ferrate e una grande confusione di marci in mezzo alla strada. Da dietro a due piante, inosservati poterono distinguere diversi di Colle e non erano i meno attivi. Di Monelli non videro nessuno, però all’arrivo di una ambulanza, al cui apparire gli era, si allontanarono, capirono che era successo di peggio: gli uomini del soccorso entrarono dentro e qualche minuto dopo uscirono con un uomo tutto coperto di sangue, immobile come morto. Gli uomini si avvicinarono e seppero che era il fratello Gino, trovato dietro il banco. Infatti non avendo potuto trovare Ricciardo, ne aveva fatto le spese il fratello. La Questura come al solito completò l’azione dei fascisti, arrestando Ricciardo. Fu arrestato nell’agosto del 1929 con la moglie e il fratello Gino, che aveva il torto di essere guarito, con altri di Colle Poggibonsi e San Gimignano. Ricciardo era per natura ottimista, rincuorava tutti, anche quando nell’ottobre successivo ebbe notizia dell’ultima devastazione dell’ormai unico magazzino che restava e che segnò la rovina definitiva dei suoi interessi. Non fu risparmiato nemmeno il fratello mutilato della guerra, era questo che non poteva sopportare, nemmeno quando la Corte di Cassazione lo definì un capo di delinquenti comuni e lo rinviò con tutti gli altri alla Corte di Assise nel maggio del 1926. Usciti per amnistia alla fine di maggio, gli fu imposto di lasciare la Provincia senza vedere la famiglia. Mesi dopo fu arrestato in qualche parte d’Italia per attività “criminosa”, come dicevano loro, e condannato a molti anni di carcere (mi sembra 9). Nel frattempo sua moglie un essere gracile, predisposta a gravi malattie di petto, perse l’unica cosa che aveva: lo spirito, commise qualche debolezza e dopo non molto, ne morì. Tutto questo, anche se amareggiato, non lo fiaccò. Anni dopo aver scontato il carcere vivacchiò facendo del piccolo commercio; dopo il 25 luglio, ai compagni di Colle recatisi nella sua povera abitazione, ridivenuta punto di riferimento per i compagni, della provincia, diceva: “evitate di farvi prendere dai sentimenti di vendetta, ci saranno tempi molto più duri e ci dovremo battere con coraggio e a faccia a faccia; il nostro partito combatterà, ma niente vendette”.

       Da anziano fu fra i primi ad andare nelle formazioni della “Lavagnini” e fino in fondo fece tutto il suo dovere di militante indomito. Mi ricordo negli ultimi anni qualche compagno, in occasione di qualche riunione, mormorava: “il nostro Ricciardo si lascia un po’ andare”. Tentava di dimenticare tante amarezze, ora che non poteva lottare più.    

 

 

 

 

 

CRONISTORIA ANTIFASCISTA

DI Colle di Val d’Elsa

Balilla Giglioli

 

       

Colle di Val d’Elsa fu l’ultima roccaforte democratica della provincia di Siena a cedere al fascismo.

       Dopo i “fatti” della primavera del ’21 a Firenze, Empoli, Certaldo, e Siena Colle di Val d’Elsa era rimasta, si può dire in tutta la Toscana un’isola di libertà e sicurezza che doveva poi cedere solo dopo l’ottobre del 1922.

In questo periodo in Colle e nei suoi dintorni trovarono rifugio gli Scarselli di Certaldo e tanti perseguitati toscani. Mi pare, inoltre, che una delle prime auto comparse in zona, di proprietà di un commerciante non sospetto, certo Paradisi, servisse per i rapidi spostamenti e a schivare i rastrellamenti della polizia che sospettava della nostra zona.

         Nel luglio del 1921 ci fu il primo tentativo di spedizione punitiva su Colle a mezzo di un concentramento di squadre fasciste da tutta la zona: di fronte all’isolamento che trovarono in città, in quanto la popolazione si era ritirata in casa o in campagna per non prestarsi alle provocazioni, i fascisti poterono bastonare ferocemente soltanto i pochi ingenui rimasti nelle vie. Un bracciante di Casole, che, ignaro transitava per Colle, trovato in possesso di una tessera sindacale, fu gettato da un alto muraglione insieme alla bicicletta e rimase per più giorni tra la vita e la morte.

        Il 21 settembre 1921, giornata di fiera, verso sera da una ventina di fascisti fu provocato un anziano facchino, certo Raffaello Badiani, che, all’ordine di ritirarsi, seccamente rispondeva di essere un libero cittadino, ma per tutta risposta i fascisti nostrani e forestieri lo gettavano a terra e lo pestavano a sangue nonostante i suoi tentativi di difesa. Il Badiani, appena rimesso, venne arrestato, processato e condannato ad un anno e mezzo per mancato omicidio. Il Badiani ebbe appena il tempo di terminare la pena, che, a seguito delle percosse ricevute si ammalava e moriva. Questi fu la prima vittima dei fascisti di Colle. 

        A Pasqua del 1922 avendo certo bevuto, i fascisti locali tentarono la prova di forza ed ebbero la peggio nonostante l’appoggio della forza pubblica.

        Il 1° Maggio successivo fu sicuramente l’unico festeggiato pubblicamente nella provincia di Siena. In Piazza Arnolfo, animata di cittadini muniti del tradizionale garofano rosso, i fascisti cominciarono a fare evoluzioni  ed a far scoppiare petardi per impaurire; non ottenendo alcun risultato cominciarono a colpire con i manganelli, ma allora avvenne che tra i cittadini apparvero dei nodosi randelli e la faccenda si mise male per i fascisti. Chi non trovò il legno utilizzo gli sgabelli del caffè Garibaldi, ed uno di questi ben assestato, impedì ad un fascista, che in seguito divenne luogotenente di un famoso <<RAS>>, di colpire un cittadino disarmato.

        Questo avvenne tra le 8 e le 10 e i prepotenti trovarono salvezza nella caserma dei reali carabinieri,e, come era ormai nelle abitudini, di lì chiamarono i rinforzi dei fasci limitrofi che alle 11 cominciarono ad affluire in auto e camion. Avvennero scontri corpo a corpo, scariche di grosse pietre e bastoni da passeggio adoperati da centinaia di cittadini di ogni opinione politica.

       I carabinieri, vista la mal parata, poiché le armi e le bombe lanciate dai fascisti avevano maggiormente inferocito la popolazione, si misero al riparo dei colonnati e cominciarono una sparatoria sulla folla; per fortuna vi fu un solo ferito. Poi la battaglia rallentò fino a cessare, anche perché da Firenze giunse un forte contingente di guardie regie, che presidiarono la cittadina fino al giorno successivo.

        Il bilancio della giornata fu di molti feriti, anche gravi, ma pochi si recarono dai medici; si curarono, però, i fascisti!

        Nei giorni successivi lavorarono le spie e così avvennero, per un lungo lasso di tempo, arresti, perquisizioni e processi che si trascinarono per anni.

        I fascisti da parte loro si studiarono per individuare l’autore della “sgabellata” che aveva centrato il capo degli squadristi. Nonostante fosse che il fatto fosse avvenuto in un punto centralissimo della città e quindi alla vista di moltissimi cittadini, le spie, che a Colle erano molto note, non poterono riferire con certezza. Cosi il fascismo locale fece colpa di ciò a svariati cittadini e per anni indagò inutilmente.

      Fu in quel periodo che pubblicamente apparvero gli Arditi del Popolo. Essi sfilarono più volte in silenzio, ma la forza pubblica con le armi puntate minacciava una tragedia e chi ne fece le spese per tanti mesi furono i tavoli della Piazza Centrale.

        Poi venne la marcia su Roma ed allora i fascisti si rifecero, e come! Colle e tutti i suoi dintorni fino alla Montagnola Senese, furono battuti giorno e notte per anni ed anni da squadre fasciste e sempre nuovi arresti, bastonature a centinaia e centinaia con molti feriti gravissimi ed in seguito morti (Poliuto Logi, Vasco Martellini, il Giachi detto “Cina” e molti altri ancora oggi purtroppo dimenticati) devastazioni di circoli e sedi di organizzazioni e case private a non finire e incendi e furti.

        Ma perché dilungarsi? E’ certo la dolorosa odissea di tutte le plaghe d’Italia dove il sentimento di libertà era ed è radicata da tempo immemorabile.

        L’attività organizzata contro il fascismo continuava ancora semiclandestinamente e nell’agosto del 1925 fu preso un giovane con stampa comunista, per essendo ancora legale la vita dei partiti di opposizione. Il giovane catturato,  ingenuamente, ammise la sua appartenenza al partito comunista; le bastonate gli fecero fare dei nomi e così la notte del 19 agosto furono presi circa 40 giovani ed il 20 successivo 25 anziani.

        I catturati furono tutti bastonati e buona parte di essi torturati a sangue. A Leo Franci furono contate 17 pugnalate sulla persona; per settimane e mesi i torturati e parte dei bastonati poterono riposare solamente stando a bocconi. Poi, con i Monelli di Siena 5 di Colle 5 di Poggibonsi e uno di San Gimignano, fu imbastito un processo dei più assurdi, che tenne in carcere quasi un anno gli accusati che uscirono poi per amnistia. Non va dimenticato che la Cassazione rispose al ricorso delle vittime: “il vostro non è un reato politico, è un atto di delinquenza comune”.

       Poi ci furono altri arresti, ci furono dei morti per le bastonature: vorrei ricordare il povero operaio Martellini, il Giachi, che perirono dalle legnate ricevute e i familiari dovettero poi nascondere il vero motivo della loro morte, altrimenti ci sarebbero stati guai per i familiari stessi. Ci fu Poliuto Logi che andò a strascicare la vita nel livornese laggiù morì, come hanno fatto altri morendo profughi a Parigi e in tanti altri luoghi.

       Nel 1924 Enrico Santarnecchi, nel carcere non potendo sopportare la sofferenza  e nel timore di svelare il nome dei suoi compagni dopo aver scritto le sue volontà nell’intonaco del muro della cella, fu trovato impiccato. A nessuno dei suoi compagni fu permesso di vederlo. 

       Lucesio Petreni uscito con tutti gli altri cinque mesi dopo,benché forte e robusto, doveva morire in famigli in seguito alle sevizie subite.

       Nella primavere del 1926 ci furono altri 27 arrestati fra Colle Gracciano e Scorgiano, anch’essi senza processo, fecero una diecina di mesi di galera ciascuno. Poi negli anni successivi dal 1928 al 1930, seguirono altri, bastonature e altri morti.

       Vorrei ricordare Vincenzo Nuti, responsabile del “Soccorso Rosso” che, per sfuggire alle torture cui veniva sottoposto si getto dalla finestra della casa del fascio, posta al 1° piano, nella sottostante piazza; mentre era in pericolo di vita, gli fecero firmare in ospedale, pena l’inclusione nel processo, una dichiarazione con la quale diceva di essersi rovinato per suo conto. Il Nuti passati anni ed anni da un ospedale all’altro, rimase invalido per sempre.

       Rammento un altro operaio, un facchino, di soprannome “il Topo” bastonato e poi tenuto un anno e mezzo in prigione perché aveva reagito ad una masnada di fascisti armati. Era un uomo di 65 anni. Anche queste vittime purtroppo sono state dimenticate. Sono stracci di uomini non valgono nulla e nemmeno ricordati come eroi della lotta antifascista.

       Nel 1931 un’altra mandata di arresti: 37 cittadini fecero da un mese a 12 mesi di galera, tra i quali Nello Salvi che fece più di un anno di carcere e che poi morirà a Milano dopo essere stato torturato a sangue; dopo averlo fucilato a Porta Romana a Milano,  gli passarono sopra con gli autocarri.

       Fra i vari arrestati del 1931 ci fu Leo Franci, a cui furono rovinati gli arti e dovette stare tre mesi nelle guardine a Colle Val d’Elsa perché non c’erano motivi giuridici per poterlo portare dalle carceri al Tribunale di Siena; egli morì nella difesa di Madrid. Anche lui purtroppo è stato dimenticato.

       In certe epoche a peggiorare le cose, come certo in altre parti, vi era la commedia tragica delle elezioni: i voti “no” fruttavano, è inutile ricordarlo, nuovo terrore.

       Un cittadino, certo Gennai, ebbe lo sgarbo di fare ironia sul voto. Da Piazza Arnolfo fino alla Ferriere di Masson fu inseguito da una diecina di fascisti, i quali non potendolo raggiungere tra i ruderi della fabbrica, gli spararono sei colpi di rivoltella.

 

Questa memoria, a cui ho tagliato alcuni punti che non riguardavano il fascismo a Colle, credo sia stata pubblicata dalla Miscellanea Storica della Valdelsa e tratti da un convegno sulla Resistenza in Valdelsa.

                                                                  Mino Paradisi

        

 

 

CAMBI  VIRGILIO

 

       La figlia Fosca Cambi Deri che si trova attualmente nell’Istituto delle Crocifissine qui a Colle, mi ha consegnato queste memorie di suo padre e della sua famiglia, avvenute durante il periodo fascista.

 

Quando il fascismo con la sua marcia su Roma, entrò trionfante nella Città Eterna, le cui porte furono aperte da Vittorio Emanuele III e incominciò la sua nefasta dittatura, un mattino mentre mio babbo tagliava un vestito (faceva il sarto) vide entrare Crispino Meoni primo Podestà di Colle ed alcuni camerati. Questo signore si degnava onorarlo offrendoli la tessera del fascio.

Mi dispiace signori di illudervi – rispose il mio babbo- è vero io non sono comunista perché non amo le dittature, ma la mia fede incancellabile è il socialismo, ed il suo vessillo è Giustizia e Libertà, a questi ideali non verrò mai meno ! Queste parole furono naturalmente la sua condanna.

       Da quel giorno non ci fu mai pace, anche se proprio non subimmo rappresaglie sanguinose, come purtroppo subirono altre persone che non la pensavano come loro.Mi riferisco cioè a molti giovani che hanno scritto il loro nome indelebile nelle strade cittadine, a ricordare a chi sarebbe venuto dopo il loro martirio, una per tutte “Piazza Montemaggio” ed anche dove abito io via Martiri della Libertà.

       Avevo 14 anni quando nacque quel tragico e sanguinoso ventennio. La sera con la mia mamma, aspettavamo alla finestra la chiusura del Bar di Ernestino di Prudenza (che di lì partivano i più nefasti ordini) fino al momento che questo signore chiudesse il bar e passasse sotto i nostri occhi e allora avevamo un breve sospiro di sollievo.Mia madre in quel triste periodo era diventata quasi gobba, la testa quasi toccava i ginocchi.

       Una notte, sempre dal nostro posto di osservazione, Ernestino di Prudenza apparve in fondo all’Arringo gridando -…..largo, largo…. Si spensero le luci e sotto i nostri occhi spaventati passò correndo una lettiga, portata a mano, aperta. Nella lettiga era disteso esamine, bocconi, un uomo con le braccia aperte come in croce; per noi ormai senza vita. Invece fu salvato; erano due fratelli lanieri di Prato, i Nuti, avevano sposato due colligiane ma di loro a Colle non si seppe più niente. Sembra che questa persona sia stata chiamata al fascio, picchiato a morte e poi svenuto. Raccontavano che l’avevano raccattato sotto le finestre, dicendo che si era gettato ……. Come più tardi ……Pinelli.

       Come persecuzioni fisiche il mio babbo ha ricevuto uno schiaffo un 1° Maggio, passeggiava per la Piazza Arnolfo con un fiammante garofano rosso….all’occhiello…..Ma la persecuzione sul lavoro, sulla nostra attività, fu per noi una dolorosa esperienza che ci mise finanziariamente a terra. Venne proibito alla popolazione di fornirsi alla Sartoria Cambi, pena perquisizioni e persecuzioni. Infatti perdemmo buona parte della clientela, furono periodi duri per noi, specialmente non poter essere precisi con i fornitori. Assillo che non faceva dormire la notte i miei genitori.

       In quel tempo venivano devastate diverse attività; fu devastato lo studio dell’avvocato Lepri, tutti i libri e documenti gettati in piazza e incendiati; giù per l’Arringo corse un fiume di liquori balle di zucchero e di caffè, tutto ciò che contenevano i magazzini di Antonio Paganini. Ad Alcide Chiti in S Agostino fu bruciato il laboratorio di falegnameria e questi signori erano solamente degli antifascisti! Quella notte, mamma ed io eravamo come al solito  alla finestra ma ancor più disperata perché qualcuno ci aveva informati che…..toccava a noi! Infatti la banda arriva ….e noi vedemmo infilare la spranga di ferro sotto la saracinesca….alloro corremmo a chiamare zio Berto che era entrato da poco nel fascio, per salvare il mio babbo…quando tornammo non c’era più nessuno! Qualcuno di loro (poi ci fu riferito) sconsigliò i camerati …ad agire.

       In ogni modo la nostra vita era un continuo incubo; quella spada di Damocle, era sospesa sempre sulla nostra testa.

       Come poteva non essere così? Se dopo l’avvento del fascismo furono indette le uniche elezioni del SI e del NO.  Una mattina trovammo attaccato alla saracinesca del nostro negozio un biglietto così redatto— Se nello spoglio delle urne del Comune di Colle di Val d’Elsa, verrà trovato un solo NO la responsabilità sarà tutta del sarto Cambi e del suo amico stagnino il Selvaggi. Mamma disperata andò a piedi a San Marziale dal segretario del fascio che era Mino Maccari e lui le rispose-- ….che volete sposa, da Siena ci rimproverano, che a Colle non si fa niente….Mamma rispose che il mio babbo in quei giorni sarebbe andato a Milano e lui acconsentì….

       Un giorno mio padre con il giornale socialista sotto braccio andò alla farmacia per parlare con Nullo Salvetti,  li trovò il maresciallo dei carabinieri (credo un certo Gerbi) che  gli disse: stai attento che il Nepi  ti vuole picchiare. Il maresciallo consigliò mio padre di andare a casa ed  allora si avviò presso la sartoria, e fu  seguito da il Nepi con in mano il manganello, però due carabinieri lo seguirono (si chiamavano Buddu e Fodda) che sorpassando il Nepi, lo salvarono dalle manganellate.

       Un altro episodio che voglio ricordare ( significativo di come un regime possa vivere anche con atti di pura prepotenza) è quello dell’opera “ Il Barbiere di Siviglia” fatta all’allora Teatro del Littorio. Prima di iniziare lo spettacolo come di consueto, l’orchestra suonava giovinezza e tutti si dovevano alzare in piedi (pochi furono quelli che rimasero a sedere tra cui mio padre). Nel contempo si accesero tutte le luci e quando si accorsero che mio padre era rimasto a sedere,  fecero uscire tutte le persone,  alla porta i fascisti ci attendevano per bastonare mio padre, ma essendoci stata io che allora avevo 20 anni ho salvato mio padre dalle manganellate,  lo spettacolo non fu fatto.

       Questo era il fascismo che portò poi alla nefasta guerra, carneficina  che distrusse tante giovani vite umane a Colle, in Italia e nel mondo intero. Ho 92 anni ma quelle immemori tragedie sono sempre vive nel mio cuore.

 

                                                        Fosca Cambi Deri

 

 

 

DINO  BANDINI

di  Balilla Giglioli

 

il giudizio di un Questore sui comunisti.

 

       Frugando nei ricordi del passato torna alla mente un episodio significativo, che anche ora dimostra il contributo della lotta ventennale dato dai comunisti e di che tempra si componeva il nostro partito.

       Verso la fine di ottobre del 1931, veniva dimesso, per la seconda volta in pochi anni, dal carcere di S Spirito di Siena, il compianto Dino Bandini. I sette mesi trascorsi quest’ultima volta avrebbero per lui significato presso a poco un periodo di riposo, se non vi fosse stato l’inconveniente degli interrogatori notturni alla R. Questura, a cui egli, ed il non meno rimpianto Nello Salvi, pure caduto per la libertà, furono sottoposti. Molte cose ci si aspettava di sapere dai due nostri compagni alla R. Questura e particolarmente del nostro Dino, che era ritenuto, non ha torto, un organizzatore dai tentacoli lunghi. Furono prove durissime; i testicoli del povero Dino ne riportarono un lungo e doloroso ricordo, ma per i birri del regime fu una delusione: Il Bandini non aveva da dire proprio nulla!  E così  come prima  dicevo, Dino, superava la prova, veniva liberato, cullando egli nuovi propositi, nuove speranze; se non che, all’uscita, il direttore li notificava l’ordine di recarsi di nuovo in Questura. Un dubbio gli offuscò nuovamente la mente; ma cosa di nuovo potevano volere   da lui? Qualcuno aveva parlato? Ma poi ricordò che per i <<politici>> era quella una procedura normale. Il Questore in persona lo ricevette e lo abbordò senza preamboli:

Per me, egli disse, non vi è dubbio, non avrei sbagliato sul tuo conto, ma disgraziatamente non ho potuto raggiungere nessuna prova a tua carico; potrei tenerti ugualmente, ho questa facoltà, ma voglio essere giusto, sei libero! Certo—continuò come parlando fra sé—lo dico con franchezza: vorrei che il regime avesse degli uomini tuoi pari.

       Poi, guardando l’orologio, disse: <<Non sei in tempo al treno, io vengo per là, monterai in macchina con me>>. Alla stazione gli regalò un pacchetto di sigarette e gli strinse la mano!      

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