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sommario
PREMESSA
BALILLA GIGLIOLI – Breve biografia
PARTE
I^ VERSO IL FASCISMO
CENNI
STORICI SUL MOVIMENTO OPERAIO COLLIGIANO
L’ultimo
Consiglio Comunale Socialista
I
Consiglieri ed il Sindaco del Comune di Colle di Val d’Elsa (eletti il 10
ottobre 1920) con alto senso di civiltà e di democrazia il 29 ottobre 1922
presentano le proprie dimissioni al Prefetto p
Il
Primo Consiglio Comunale eletto il 3 giugno 1923, dopo la presa del potere da
parte del partito fascista
PARTE
II^
LE
VIOLENZE DEL FASCISMO
Denuncia
contro Capresi Ernesto
Testimonianza
contro Ernesto Capresi
Testimonianza
contro Ernesto Capresi
I
fatti verificatisi nel 1931
Denuncia
contro Capresi Ernesto
Testimonianza
contro Capresi Ernesto
Informazioni
su Capresi Ernesto
Denuncia
contro Capresi Ernesto, Viviani Enzo, Bottai Gastone
Situazione
fermati politici
N° 5
denunzie politiche
Denuncia
contro Mino Maccari
Denuncia
di Nuti Vittorio contro Maccari Mino e Capresi Ernesto
Il
Comitato di Liberazione nazionale risponde a Nuti Vittorio
Vittorio
Nuti conferma la denuncia
Carli
Alvaro aggredito dai fascisti
Una
denunzia politica collettiva
PARTE III^ :
ANTIFASCISTI
COLLIGIANI CONDANNATI DAL TRIBUNALE SPECIALE "UNA CITTA’ CHE
RESISTE"
Sentenza
n° 142 del 25-06-1928
Sentenza
n° 205 del 30-08-1928
Sentenza
n° 68 del 12-12-1930
Sentenza
108 del 10-08-1931
Sentenza
n° 11 del 20-01-1932
Sentenza
n° 65 del 29-04-1932
COMMISSIONE
PROVINCIALE DI ROMA 27-02-1937
COMMISSIONE
PROVINCIALE DI SIENA 29-04-1938
COMMISSIONE
PROVINCIALE DI SIENA 09-08-1940
COMMISSIONE
PROVINCIALE DI SIENA 04-07-1941
TRIBUNALE
SPECIALE Sentenza n°553/1942 imputati n° 1
ANTIFASCISTI
AMMONITI E DIFFIDATI
ELENCO
DEI CITTADINI CHE VOTARONO NO AL FASCISMO
I
COMBATTENTI ANTIFRANCHISTI DELLA PROVINCIA DI SIENA
GLI
INTERNATI DURANTE LA GUERRA
PERSONE
RICERCATE O SOSPETTATE DA PERQUISIRE E SORVEGLIARE
PARTE
IV^
LA
GUERRA E IL MOVIMENTO PARTIGIANO
Testimonianze
dalla Spedizione di Russia p
Il C.
L. N. di Colle Val d’Elsa
Manifesto
per la Liberazione
Decreto
del 10 aprile agli sbandati dopo l’8 settembre firmato per il Ministro
Mezzasoma il Capo Gabinetto Giorgio Almirante
Decreto
relativo alla pena di morte per i disertori e renitenti alla leva
Elenco
dei cittadini colligiani deceduti a causa di eventi bellici nel periodo 15 e
16 febbraio 1944, con aggiunta di alcuni deceduti durante il passaggio del
fronte
ELENCO
DEI MORTI E DICHIARATI IRREPERIBILI GUERRA 1940/43
ELENCO
CADUTI COLLIGIANI NELLA RESISTENZA E NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
PARTIGIANI
COMBATTENTI IN ITALIA
PARTIGIANI
E COMBATTENTI ALL’ESTERO
HANNO
FATTO PARTE DELLA DIVISIONE GARIBALDI IN JUGOSLAVIA
DIVISIONE
GRAMSCI IN ALBANIA
ELENCO
DEI VOLONTARI COLLIGIANI NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
MESSAGGIO
DEL GENERALE ALEXANDER A TUTTI I PATRIOTI DELL’ITALIA OCCUPATA
I
Francesi si impadroniscono di Colle di Val d’Elsa
PARTEV^
TESTIMONIANZE
SPALLETTI
GHINO " QUESTO ERA IL FASCISMO "
TESTIMONIANZA
DI GHINO SPALLETTI SU NELLO SALVI
TESTIMONIANZA
DI GIUSEPPE BRACCAGNI
CRONACA
E STORIA ANTIFASCISTA DI COLLE DI VAL D’ELSA DI BALILLA GIGLIOLI 1958
Volantino
del Partito Comunista che invita a votare No al Plebiscito
GRACCO
DEL SECCO (Biografia di Balilla Giglioli ?)
TESTIMONIANZE
DI TULLIA ROSSI NEI MORI
TESTIMONIANZE
DI BALILLA GIGLIOLI (LIBERAZIONE PRIGIONIERI DAL CARCERE DI S. GIMIGMANO)
TESTIMONIANZE
DI ORAZIO MARCHI
Il
Comitato Comunale del P.C.I. ricorda Orazio Marchi
TESTIMONIANZE
DI BALILLA GIGLIOLI SU LEO FRANCI
Lettera
di Guido Mugnaini al fratello di Leo Franci
TESTIMONIANZE
DI BALILLA GIGLIOLI SU AGOSTINO FRANCHI
TESTIMONIANZE
DI BALILLA GIGLIOLI SU NELLO SALVI
Balilla
Giglioli "Come ricordo Ricciardo Bonelli"(antifascista Senese)
CRONISTORIA
ANTIFASCISTA DI Colle di Val d’Elsa Balilla Giglioli
CAMBI
VIRGILIO –Testimonianza della figlia Fosca Cambi Deri
Il
giudizio di un Questore sui comunisti
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I RACCONTI
DELL’ANTIFASCISMO COLLIGIANO
Documenti e Testimonianze
Raccolta a cura di Mino Paradisi
PREMESSA
Chi scrive queste pagine, chi ha raccolto i documenti che seguono, non è uno
storico. E questa raccolta di testimonianze non ha la pretesa di cercare
verità o riscrivere la storia. Non è il mio mestiere .
Tuttavia mi è sembrato importante, militando da cinquantotto anni nel più
grande partito della sinistra italiana ( PCI - PDS - Democratici di Sinistra
) e venendo a contatto con storie, testimonianze, esperienze di tanti
compagni raccogliere questa parte di memoria storica, che altrimenti
potrebbe essere perduta.
Colle Val d’Elsa è una città che ha tratti originali nella storia del
movimento operaio e social-comunista italiano: fu una delle prime città ad
eleggere ( 1897) un Sindaco socialista. In un’economia italiana, quella
ottocentesca, prevalentemente agricola, la nostra città si connotava
invece per la presenza di industrie e di figure professionali marcatamente
operaie.
Il movimento operaio e socialista a Colle, dunque, nasce e si sviluppa
sull’onda di profonde trasformazioni economiche e sociali della città,
assumendo caratteri che, anche oggi, resistono.
Qualcuno che ha approfondito i temi della partecipazione politica delle masse
lavoratrici, ha parlato per queste zone di vera e propria “subcultura rossa”.
Non ho la pretesa di svolgere analisi di tipo sociologico e politico,
ma credo che, a chi di Colle Val d’Elsa leggerà queste pagine,
non potrà sfuggire un filo di continuità ( un filo rosso ) che lega il secolo
appena concluso ai giorni nostri.
Provate a leggere i nomi dei 186 colligiani che votarono ( sapendo che
sarebbero stati identificati ) NO al Fascismo, e probabilmente
riconoscerete la storia di questa città, degli uomini e delle donne che
l’hanno fatta crescere.
Oppure leggete i testi delle denunce che il Comitato di Liberazione Nazionale
raccolse dopo la caduta del Fascismo: quelle violenze che sui libri di
storia appaiono tanto lontane si mostrano per quello che in realtà erano:
atti di barbarie compiuti in nome di un’ideologia che, fortunatamente, questo
paese ha sconfitto. .Credo che, appunto, sia importante leggere queste
pagine: la raccolta ha un taglio di tipo “antologico”; laddove necessario
sono stati inseriti dei piccoli commenti per chiarire meglio il contesto
entro il quale collocare i documenti e le testimonianze.
Un’unica eccezione è stata fatta per Balilla Giglioli, figura esemplare di
militante comunista, i cui scritti sono stati ampiamente utilizzati per
questa ricerca. Ho ritenuto opportuno, seppur sinteticamente, tracciare
una biografia di
Balilla Giglioli, per far comprendere meglio il carattere dell’estensore dei
documenti che ho utilizzato.
Il mio lavoro, in sintesi, è stato quello di ricercare e
riportare in una raccolta parti della storia di questa città che potevano
essere dimenticate.
Da militante della sinistra ho svolto il mio lavoro consapevole che questa
era la prima necessità: riportare alla luce personaggi, episodi, documenti
che hanno fatto la storia di Colle.
Per provare, in un tempo in cui la superficialità è trionfante, a scavare, a
togliere la polvere dagli archivi, a ricordare e capire quello che è
stato il nostro passato.
E, credo proprio di non sbagliare, conoscendo il nostro passato possiamo
essere in grado di guardare al futuro con sufficiente serenità,
perché le radici del nostro albero ( quello della sinistra ), almeno qui a
Colle sono ben salde.
Mi auguro che queste pagine siano lette dai più giovani, da coloro che non
hanno vissuto sulla propria pelle le brutture del fascismo. La storia non è
un insieme di date, ma è un processo fatto dagli uomini. In queste pagine si
parla di uomini e di donne colligiane che hanno lottato, non si sono arresi,
hanno costruito la democrazia e la libertà a Colle ed in Italia. Per questo
penso che le pagine che seguono siano vive, vere, diverse dai tradizionali
libri di storia. Si ha a che fare con documenti e testimonianze: ognuno
poi rifletta su quello che è il loro contenuto.
Concludo ripetendo l’avvertenza iniziale. Questo non è un lavoro fatto da uno
storico di professione, ma da una persona che, armata di pazienza, tenacia e
buona volontà ha provato a mettere insieme tante storie, tante parti
della nostra storia. Per non dimenticare, per essere anche orgogliosi della
storia del movimento operaio, socialista, democratico, comunista.
Ringrazio tutti coloro che leggeranno queste pagine e comprenderanno lo
spirito di questa ricerca. Un grazie va inoltre al Comune che ha consentito
l’accesso ai propri archivi, all’ASMOS di Siena, all’ANPI, al Partito dei
Democratici di Sinistra per la collaborazione offertami.
Un ringraziamento grande va inoltre a tutte quelle persone che, contattate,
hanno messo a disposizione materiale, oppure hanno parlato,
testimoniato, ricordato la loro storia.
Una storia spesso fatta di sofferenza, ma che ci ha dato un grande
bene: quello della libertà, della democrazia; grazie al
sacrificio di tanti militanti dei partiti della sinistra ( in primo luogo
quello comunista ) oggi è possibile leggere liberamente queste pagine. Lo
ricordino tutti, anche quelli che oggi inneggiano, con
grande spavalderia, alla libertà, scordandosi quello che è stato il
passato .
Un passato dove, per dirla con le parole della Martinella “la società
regalava polvere e piombo a chi chiedeva pane; la società che strozzava la
libera parola nella gola dell’oratore che le dava noia; la società che
ammanettava e faceva scortare da un manipolo di carabinieri i tremendi
delinquenti, rei di aver cantato l’inno dei lavoratori…”. Quel passato non deve
tornare mai più.
Colle Val d’Elsa, febbraio 2001
Mino Paradisi
BALILLA GIGLIOLI – Breve biografia
Di Balilla Giglioli ho un ricordo nitido, perché nel 1943 ( a
soli 16 anni ) ho fatto parte di un gruppo clandestino di giovanissimi
comunisti da lui organizzato.
Balilla Giglioli nacque a Colle di Val d’Elsa il 7 dicembre 1903. Balilla si
iscrisse al Circolo Giovanile Comunista nel 1924. Con la presa del potere da
parte del partito fascista iniziarono le violenze contro gli antifascisti ed
in particolare i comunisti. Il 1° Maggio 1922 quando i cittadini
colligiani festeggiarono, con il garofano rosso all’occhiello, la Festa
dei Lavoratori, la reazione dei fascisti si fece violenta e sotto i
loggiati di fronte al Caffé Garibaldi ci fu lo scontro. Il Ras di Colle, il
terribile ingegner Nepi, ebbe una sgabellata sulla testa, senza che
l’aggressore fosse identificato. In realtà fu proprio Balilla che, nascosto
dietro una colonna lo colpì (suo cognato afferma che è stato il suo primo ed
ultimo atto di violenza). I fascisti sapendo che era stato un certo Balilla,
se la presero con un altro Balilla cioè il Valentini che fu costretto a
fuggire. Se il Valentini fosse stato arrestato il Giglioli era disposto a presentarsi
ai fascisti e dire la verità. Però col tempo l’episodio venne
dimenticato. Nell’agosto del 1925 Giglioli venne arrestato per la prima
volta. Nel 1931 venne nuovamente arrestato assieme ad altri 40 compagni. Nel
periodo clandestino mantenne sempre contatti con il partito.
All’inizio della seconda guerra mondiale Giglioli si trovò a lavorare presso
le officine Francolini di Colle Val d’Elsa e lì riuscì ad organizzare una
cellula clandestina ed organizzare gruppi di giovani gappisti. Fu membro del
Comitato di Liberazione Nazionale di Colle, e fu il responsabile provinciale
per il P.C.I.. Partecipò alla liberazione dei prigionieri politici dal
carcere di San Gimignano. La sua arma era una rivoltella ed ad un compagno
confessò che se avesse dovuto sparare si sarebbe trovato in difficoltà.
Passato il fronte a Colle (come in tutta l’Italia liberata) vi fu il ritorno
alla vita democratica. Con Decreto Prefettizio dell’8 settembre 1944 venne
nominato nell’Amministrazione Comunale come Assessore Effettivo. La nomina fu
ripetuta l’8 dicembre 1945.
Come Assessore ai Lavori Pubblici, dovendo ricostruire le zone
devastate dalla guerra, Balilla girava per le vie cittadine ed in Giunta
riportava le priorità dei lavori da eseguire.
Venne eletto democraticamente con 5.514 voti nelle Elezioni Comunali del 31
marzo 1946 e assieme al Sindaco Egidio Pierini ritornò a fare parte
della Giunta Comunale. Il 10 giugno 1951 fu rieletto e col
Sindaco Donato Fusi riassunse la carica di membro della Giunta Comunale.
Fu rieletto il 27 maggio del 1956. Questa fu la sua ultima elezione come
Consigliere Comunale, ritirandosi poi dalla vita amministrativa pur
continuando la sua attività politica fino al giorno della sua
emigrazione nel 1964 in Valdagno al seguito di sua figlia .
Nel 1979 ha ricevuto il premio Città di Arnolfo.
Nonostante la lontananza, è stato sempre in contatto con i vecchi e
nuovi compagni di partito . Più volte ha rimarcato la sua soddisfazione per
il lavoro che aveva fatto assieme ad altri compagni subendo il carcere,
torture e manganellate dalle squadracce fasciste, consapevole di avere
costruito un Partito Comunista forte e rappresentativo.
Questa bandiera del movimento operaio e comunista colligiano che i giovani di
oggi dovrebbero tenere per esempio, ci ha lasciati il 20 gennaio 2000
Mino Paradisi
VERSO IL FASCISMO
CENNI STORICI SUL MOVIMENTO OPERAIO COLLIGIANO
Il movimento operaio sorse a Colle
anteriormente al 1892, esistevano infatti, alla fondazione del Partito
Socialista Italiano, nato al Congresso di Genova, al quale Colle inviò una
sua delegazione, i sindacati di categoria.
Il movimento, data la conformazione del Comune che, contrariamente agli altri
Comuni della Provincia e di tipo industriale più che agricolo, sorse prima
nella città, ma ebbe un conseguente e graduale sviluppo nelle campagne.
Le forze socialiste conquistavano, verso
il 1897 l’Amministrazione Comunale e fu il nostro, dopo il Comune di Milano e
di Reggio Emilia il terzo Comune ad essere conquistato dalle forze del
lavoro. Il primo dell’Italia centro meridionale.
Non mancarono, anche da noi, come nel
resto d’Italia, agitazioni e lotte specialmente intorno all’anno 1898 e 1904.
Uno sciopero generale che ebbe luogo in
quell’anno trovò tra i lavoratori di Colle Val d’Elsa la più assoluta
rispondenza.
Le agitazioni e le lotte contro il
prepotere del capitale si acuirono, in modo particolare nel periodo compreso
tra gli anni 1910 e 1913; in occasione delle dimostrazioni contro la guerra,
durante la guerra imperialista di Libia nell’anno 1911 si tentò ad un treno
adibito al trasporto di truppe sul tratto ferroviario Colle-Poggibonsi di
effettuare il servizio. Vi furono in quell’occasione dei feriti e numerosi arrestati,
tra i quali alcune donne.
Subito dopo la stasi della prima guerra
mondiale il movimento riprese le sue violenti lotte che, neppure durante il
periodo bellico furono del tutto spente. Ci risulta, infatti, essere stati in
questo periodo circa venti denunce per renitenze alla leva e tutti i
denunciati appartenevano al Partito Socialista.
Nel 1920 tutti gli operai di Colle
prendevano parte allo sciopero generale che s’inquadra perfettamente con gli
scioperi generali di categoria che si susseguirono ininterrottamente dal 1919
al 1921.Vaste proporzioni, poiché, frattanto, il movimento era sviluppato
notevolmente anche nelle campagne, lo sciopero generale agricolo nel 1919.
Nel 1921, essendo avvenuta anche a Colle
quella scissione già in atto al momento in cui ebbe luogo il Congresso di
Livorno, il Partito Comunista che da quella scissione nacque, ottenne subito
la maggioranza assoluta dei voti.
Il movimento fascista sorse molto tardi,
soltanto nel 1922, in occasione del 1° Maggio si ebbero i primi incidenti di
una certa gravità (bastonature e qualche ferito).
Nel 1924, alle elezioni politiche che in
quell’anno ebbero luogo, i Comunisti, malgrado la reazione fascista fosse già
pienamente in atto anche da noi, riportavano un totale di 513 voti di cui
circa 300 nel solo seggio di Gracciano d’Elsa. Questa affermazione fu di poco
minore alle elezioni del 13 maggio 1921.
Durante gli anni successivi la reazione
fascista doveva anche da noi intensificarsi, tuttavia, allo sciopero generale
che ne seguì il delitto Matteotti (10 giugno 1924) gli operai di Colle
guidati dai Comunisti partecipavano ancora in massa alla manifestazione. Nel
1925, in occasione della repressione che segui il colpo di stato del 3
gennaio di quello stesso anno, circa 30 dei nostri compagni, della zona
compresa tra Colle e Gracciano d’Elsa furono arrestati. Altri arresti
seguirono il plebiscito indetto da Mussolini durante l’anno 1929 al quale
molti Colligiani risposero “NO”, 170 di questi NO sono da rilevarsi nella
Sezione di Gracciano d’Elsa.
Nel 1931 mentre i Comunisti Colligiani
facevano tutti i loro sforzi alfine di non perdere i contatti con i movimenti
clandestini di Siena e di Firenze altre 40 persone venivano arrestate e due
di questi (Nello Salvi e Dino Bandini) furono denunciati al Tribunale
Speciale, ma furono prosciolti prima che il processo avesse luogo.
Dopo un periodo di stasi di circa 5
anni, periodo durante il quale fu perduto ogni collegamento coi movimenti
clandestini antifascisti, si ebbe, nel 1936 un notevole risveglio in
occasione della guerra di Spagna.
Tre colligiani, infatti, seguiti dai
voti e dalle speranze di tutti i lavoratori di Colle, partecipavano alla
lotta nelle file dell’armata rossa, essi sono: il compagno Marchi Orazio, Il
compagno Leo Franci, il compagno Giachi Bruno. Di questi tre compagni, uno,
il compagno “ Leo Franci” decedeva, un altro il compagno Orazio Marchi
rimaneva gravemente ferito.
Dopo il 25 luglio 1943 subito si riformò
la Sezione Comunista, dietro iniziativa di tre compagni. Nel breve periodo di
15 giorni gli iscritti salivano a 86. Il numero degli iscritti non crebbe per
ragioni tattiche sino al 7 luglio 1944, giorno in cui i nazi-fascisti furono
cacciati dalla nostra Città.
Le lotte partigiane trovò i compagni
pronti a sacrificare se stessi per il trionfo della causa del Socialismo. Il
28 marzo 1944, in seguito ad imboscata organizzata dai fascisti sulle pendici
del Montemaggio 19 partigiani furono trucidati; uno, il compagno Meoni
Vittorio riuscito a sfuggire davanti al plotone di esecuzione, rimase
gravemente ferito e su lui pendette per diversi mesi la condanna a morte. I
partigiani di Colle partecipavano, fra l’altro alla liberazione dei detenuti
politici nel carcere di San Gimignano. Trovatasi tra i detenuti il compagno
Eugenio Giovannardi attuale Responsabile della Stampa e Propaganda di
Partito.
Ma le vittime della rabbia nazi-fascista
non dovevano finire a Montemaggio: pochi giorni prima della liberazione,
colpito a tradimento, cadeva il compagno Gracco Del Secco, che mai si era
risparmiato nella lotta, ed il compagno Nello Salvi che già abbiamo ritrovato
fra i denunciati del Tribunale speciale, veniva trucidato a Milano nelle
giornate gloriose dell’insurrezione.
Subito dopo la liberazione, e per tutto
il periodo compreso fra l’ottobre 1944 e giugno 1946 l’afflusso dei comunisti
crebbe notevolmente a Colle Val d’Elsa.
Gli iscritti al Partito salirono,
durante questo periodo da 86 a circa 2.000, inoltre il Partito
Comunista riuscì ad ottenere la quasi totalità dei voti nel sindacato, il
controllo di tutte le altre organizzazioni di Massa (UDI, ANPI, ENAL,
Combattenti e Reduci, Cooperative tre l’Unitaria cooperativa di consumo, la
Montemaggio cooperativa di produzione, e la Metallurgica Valdelsana.
Alle Elezioni Amministrative il 31
maggio 1946, il Blocco del Popolo formato dai Comunisti Socialisti e Partito
d’Azione otteneva il 74 % dei voti, mentre il 71,4 % otteneva il Fronte
Democratico Popolare alle elezioni dei 18 aprile 1948, le elezioni politiche
del 2 Giugno 1946 i Comunisti scesi da soli ottenevano un numero di voti che
superavano di poco i 5.000.
La diminuzione di percentuale dal 74 %
al 71,4 % che si è riscontrata dal 31 marzo 1946 al 18 aprile 48, nelle due
competizioni elettorali in cui i comunisti ascesero in lista ad altre
formazioni politiche è dovuta esclusivamente alla scissione dei
socialisti dopo il Congresso di Roma del 1947. Gli elementi che sono andati
perduti, a causa di tale scissione sono da ricercarsi non tra gli operai
dell’industria o tra i contadini dove essa non ha avuto nessun seguito ma
soprattutto tra gli intellettuali, i piccoli proprietari e piccoli
commercianti.
Durante lo sciopero generale del 14
luglio la massa, la gran massa, dei lavoratori colligiani ha risposto
pienamente all’appello. Anche a Colle, come è avvenuto in tutte le città
Italiane, lo sciopero generale era già in atto prima che fosse stato
proclamato dalla Giunta Esecutiva della Camere del Lavoro. In occasione di
tali agitazioni la sede della Democrazia Cristiana, delle Acli, delle
Associazione Industriale furono alle mercé dell’irrefrenabile sdegno del
popolo che le sottopose a devastazione. Non vi sono stati arresti fino a
questo momento in seguito ai sopraccitati fatti, da fonte ufficiosa risulta
trattavano che vi siano da venti a quaranta denunciati tra Prefettura e
Tribunale tra cui numerose donne.
Questi cenni storici penso siano stati scritti da Balilla Giglioli.Debbo
comunque fare alcune precisazioni in virtù della ricerca che ha fatto sui
risultati elettorali di Colle :
1. Nelle Elezioni Politiche del 1924 i voti al Partito Comunista
non sono 513 ma 150. Se si sommano i voti ottenuti dal Partito Comunista 150,
Socialisti Unitari 123, Socialisti Massimalisti 180, arriviamo a 453.
Se poi aggiungiamo i 55 voti del Partito Repubblicano arriviamo a 508.
2. Risulta errato anche i 300 voti avuti a Gracciano dal P.C.
3. Il 15 Maggio 1921 ( e non il 13 come riportato) il partito
Comunista ebbe 523 voti; (cosi risulta dall’archivio dei Democratici di
Sinistra) mentre nell’archivio Comunale si trovano solamente il numero delle
5 sezioni elettorali con un totale di 3.611 (vedi Archivio Comunale cartella
1 G 216 Affari Trattati anno 1921 dalla categoria 1, classe 4, fascicolo 2).
4. Nel plebiscito del 24 Marzo 1929 i “NO” al fascismo furono 186
di cui 149 sono stati elencati dai fascisti (di cui troviamo elenco
nell’Archivio Comunale cartella 1G 245 Affari Trattati anno 1929) mentre gli
altri 37 sono passati senza lasciar traccia sotto gli occhi della censura
fascista. Quindi è impossibile che 170 siano stati i NO di Gracciano; per
fare un conteggio approssimativo si potrebbero leggere i nomi e vedere chi
era un elettore della Sezione di Gracciano, cosa che oggi è del tutto
impossibile a distanza di molti anni.
5. Alle Elezioni del 31 Marzo 1946 (e non maggio come riportato)
il Blocco del Popolo prese 5.470 voti pari al 73,52 %.
6. Il 18 Aprile 1948 il Fronte Democratico Popolare ebbe 5.598
voti pari al 70,73 %.
7. Il 2 Giugno 1946 il Partito Comunista riportava 4.511 voti
pari al 59,83 % (e non oltre i 5.000 voti come riportato).
(Questo documento si trova presso la raccolta di documenti nella sede dei
D.S. di Colle)
Questo è l’ultimo Consiglio Comunale Socialista che, eletto il 10
ottobre 1920 , ha presentato le dimissioni il 29 e 31 ottobre 1922 dopo la
presa del potere da parte del partito fascista.
Abitanti
10.219
Elettori
3.555
34,78 %
Votanti
872
24,52 %
Sono stati eletti con voti:
Lisi
Dante
867
99,42 %
Paradisi
Danton
865
99,19 %
Rettori
Artidoro
865
99,19 %
Carli
Sabatino
864
99,08 %
Dondoli
Cesare
864
99,08 %
Francioli
Giuseppe
864
99,08 %
Franci
Egidio
864
99,08 %
Corsi
Umberto
864
99,08 %
Scarpellini
Corrado
864
99,08 %
Petreni
Guglielmo
864
99,08 %
Cardinali
Spartaco
864
99,08 %
Bastianoni
Omero
863
98,96 %
Bonelli
Bono
863
98,96 %
Bianciardi
Gino
863
98,96 %
Logi
Foscolo
863
98.96 %
Lolini
Vittorio
863
98,96 %
Paradisi
Giuseppe
863
98,96 %
Lazzi
Amedeo
863
98,96 %
Maestrini
Giuseppe
862
98,85 %
Valentini Valentino
862
98,85 %
Giorli
Ezio
861
98,73 %
Biagiotti
Gemisto
861
98,73 %
Bucalossi
Enrico
861
98,73 %
Viviani
Dante
861
98,73 %
Senesi
Angiolo
2
0,02 %
Marzini
Pirro
1
0,01 %
Sindaco è stato eletto Cardinali Spartaco.
Con la presa del potere da parte del partito fascista avvenuta con l’assenso
del Re Vittorio Emanuele III, i Consiglieri ed il Sindaco del Comune di Colle
di Val d’Elsa (eletti il 10 ottobre 1920) con alto senso di civiltà e di
democrazia il 29 ottobre 1922 presentano le proprie dimissioni al Prefetto
con la seguente lettera del Sindaco (Spartaco Cardinali):
I componenti l’Amministrazione Comunale
di Colle di Val d’Elsa (Sindaco, Assessori, Consiglieri) consapevoli che data
la gravissima situazione politica in cui versa il Paese, la loro permanenza
in ufficio potrebbe essere causa di provocare ciò che fino ad oggi, anche per
il loro intervento, è stato possibile evitare in Colle d’Elsa, lieti sentirsi
tranquilli e soddisfatti di avere bene agito per il passato e di bene di
agire oggi, con l’atto presente, nell’interesse generale, rassegno nelle mani
di Vostra Signoria Illustrissima le dimissioni dall’Ufficio
suddetto, pregandola al volere al più presto possibile provvedere alla nomina
di un Commissario, al quale si possa consegnare senz’altro l’Amministrazione.
Con ossequio.
Cardinali Spartaco, Paradisi Donton, Dondoli Cesare, Paradisi Giuseppe, Lisi
Dante, Scarpellini Corrado, Rettori Altidoro, Franci Egidio, Bonelli Bono,
Bastianoni Omero, Viaviani Dante, Carli Sabatino.
Altra lettera in data 31 ottobre 1922,
sempre indirizzata al Prefetto dice:
I sottoscritti Consiglieri del Comune di
Colle Val d’Elsa, richiamando la lettera del 29 ottobre andante, con la quale
il Sindaco, gli Assessori ed altri Consiglieri rassegnavano a V. S.
Illustrissima le loro dimissioni, non essendo stati presenti quando fu presa
tale decisione si affrettano oggi stessi pure a compiere con la presente tale
atto.
Con ossequi.
Lazzi Amedeo, Bucalossi Enrico, Petreni Guglielmo, Bianciardi Gino, Biagiotti
Gemisto, Maestrini Giuseppe, Corsi Umberto, Logi Foscolo, Lolini Vittorio.
Questo documento si trova presso l’archivio Comunale nella cartella 1-G-219
Affari trattati anno 1922 dalla categoria 1 alla 4. Categoria 1, classe 5,
fascicolo 1.
Con queste due lettere dopo tanti anni di governo termina l’amministrazione
socialista al Comune di Colle Val d’Elsa (che riprenderà l’8 settembre 1944
con decreto Prefettizio). Così avrà inizio anche a Colle il regime fascista
che ha portato l’Italia a guerre, lutti, torture e carcere per
una parte delle famiglie Italiane. Riporterò qui di seguito, (per la
raccolta che ho fatto delle varie testimonianze di antifascisti
colligiani), quello che è stato il fascismo in Italia ed in particolare a
Colle, con la fiducia che gli Italiani ricordino e che non si debba mai più
ritornare a simili avventure.
Primo Consiglio Comunale eletto il 3 giugno 1923, dopo la presa del potere da
parte del partito fascista.
Elettori
3.431
Votanti
2.552
74,38 %
Sono stati eletti con voti:
Taviani Ferdinando
fascista 2.048
80,25 %
Senesi
Arturo
fascista
2.048 80,25 %
Solari Giuseppe
fascista
2.048 80,25 %
Sumerau dott. rag.
Folco
fascista
2.048 80,25 %
Poli
Ernesto
fascista
2.047 80,21 %
Mezzedimi Ernesto
mutilato
2.047 80,21 %
Papini
Bruno
fascista
2.047 80,21 %
Susini
Nello
combattente
2.047 80,21 %
Palazzuoli avv. Vittore combattente
2.047 80,21 %
Papini Adriano
fascista
2.046 80,17 %
Vigilanti
Piero
fascista
2.045 80,13 %
Meoni cav. Crispino
fascista
2.042 80,01 %
Lambertucci quinto
fascista
2.038 79,85 %
Lepri Gino Fernando combattente
2.038 79,85 %
Giannini Tebaldo
mutilato
2.037 71,42 %
Giacchi Ernesto
fascista
2,036 79,78 %
Concetti Alfredo
combattente
2.036 79,78 %
Cerrano prof. Emilio
fascista
2.036 79,78 %
Caibucatti Aldo
fascista
2.033 79,76 %
Francalanci Cesare
fascista
2.033 79,76 %
Bimbi
Pietro
combattente
2.033 79,76 %
Bertini
Ugo
fascista
2.033 79,76 %
Bocci
Gino
combattente
2.033 79,76 %
Buccianti geom.
Buccino
fascista
2.033 79,76 %
Caponi dott. Unico
fascista
2.033 79,76 %
Giacchi Alfonso
fascista
2.031 79,58 %
Bertini cav. Guido
fascista
2.031 79,58 %
Capresi Ernesto fascista
2.031 79,58 %
Maccari
Mino
fascista
2.031 79,58
%
Nella lista pubblicata dal Comune di Colle di Val d’Elsa, con firma del
Commissario Prefettizio A. Gagnoni e del Segretario Ferruccio Somerau veduto
l’articolo 86 della vigente Legge Comunale e Provinciale: Veduti i processi
verbali delle elezioni amministrative avvenute il 3 giugno 1923 RENDE NOTO
che nelle elezioni predette riportarono i maggiori voti e riuscirono eletti a
Consiglieri Comunali i signori in elenco nella pagina precedente. Nell’elenco
risulta che Bertini cav Guido a riportato 2.031 voti, mentre nel telegramma
n° 4 ore 15,30 del giorno 04/06/1923 inviato al Ministero dell’Interno risulta
che abbia riportato 2.146 voti.
Nello stesso giorno sono stati eletti anche Consiglieri Provinciali per il M
andamento di Colle di Val d’Elsa:
Cerrano prof. Emilio
fascista 3.704
Ronchi capitano
Luigi
3.599
LE VIOLENZE DEL FASCISMO
Queste lettere si trovano presso l’Archivio Storico del Movimento Operaio
Senese a Siena.
Copia dell’originale
Colle 11/03/1945
All’alto Commissario per l’Epurazione
Commissione Provinciale di Siena
Tramite il C.L.N. di Colle Val d’Elsa
Denuncia contro Capresi Ernesto
Io sottoscritto Bandini Luigi fu Angiolo
nato in Poggibonsi il 31 agosto 1868 domiciliato in Colle Val d’Elsa via Roma
dichiaro quanto segue:
Il 20 agosto 1925 mio figlio Dino nato
in Poggibonsi il 17 marzo 1901 residente in Colle d’Elsa, morto in Pisa
nell’agosto del 1943 in seguito a bombardamento aereo, venne tratto in
arresto dai carabinieri e portato in caserma dietro ordine di Capresi Ernesto
fu Adelmo di anni 58 residente in Colle Val d’Elsa via XX Settembre, il quale
valendosi della sua autorità di componente del direttorio del fascio, di
squadrista, e di accusatore, interrogò egli stesso mio figlio alla presenza
del Tenente dei Carabinieri Visconti e del Maresciallo N.N. Ferro.
Inoltre il: suddetto Capresi Ernesto usò
violenza contro mio figlio minacciandolo di bruciargli le case e di usare
violenze innominabili contro sua madre se non avesse parlato.
Oltre a ciò fu obbligato con minacce a
mano armata, a firmare un verbale non corrispondente a verità, per cui
dovette subire ingiustamente nove mesi di carcere scontati in Siena.
Testimoni alle violenze sopradescritte
furono i seguenti cittadini le dichiarazioni dei quali allego alla presente.
Panti Bruno di anni 40 residente in
Colle Val d’Elsa.
Spalletti Ghino di anno 40 residente il
Colle Val d’Elsa.
Firma
Bandini Luigi
Copia
dell’originale
Colle 11 marzo 1945
All’Alto Commissario per l’Epurazione
Commissione Provinciale di Siena
Tramite il C.L.N. di Colle Val d’Elsa
Testimonianza contro Ernesto Capresi
Io sottoscritto Spalletti Ghino di Pablo
di anni 40 residente in Colle Val d’Elsa dichiaro che trovandomi il giorno 20
agosto 1925 in caserma, portato a confronto con Bandini Dino nato nel 1901 in
Poggibonsi deceduto a Pisa nel 1943, fui presente quando Capresi Ernesto fu
Adelmo di anni 58 residente il Colle interrogo il suddetto Bandini Dino.
Posso dichiarare che Capresi Ernesto usò violenza e minacce contro il Bandini
perché ritenuto antifascista pericoloso, precisando che egli stesso gli
avrebbe la casa e usato violenze innominabili contro sua madre, se non avesse
fatto delle confessioni.
Inoltre con minacce a mano armata il
Capresi con altra persona obbligò al Bandini di firmare una dichiarazione non
conforme a quanto egli avrebbe dichiarato.
Quanto sopra è la pura verità.
Firma
Spalletti Ghino
All’Alto Commissario per l’Epurazione
Commissione Provinciale di Siena
Tramite il C.L.N. di Colle di Val d’Elsa
Testimonianza contro Capresi Ernesto
Io sottoscritto Panti Bruno di anni 40
residente in Colle d’Elsa dichiaro che fui presente quando a Bandini Dino di
Luigi nato nel 1901 e deceduto in Pisa nel 1943 venne usate violenze e
minacce da parte di Capresi Ernesto di anni 58 residente in Colle di Val
d’Elsa via XX Settembre.
Dette violenze e minacce vennero usate
dal Capresi in Caserma dei carabinieri alla presenza del Tenente del
Maresciallo e di Nepi Alfredo. Inoltre al Bandini fu con minacce intimato di
firmare un verbale non corrispondente a quanto aveva egli dichiarato.
Quanto sopra per la verità.
Firma
Panti Bruno
Copia dell’originale
Colle 22 marzo 1945
All’Alto Commissario per l’Epurazione
Commissione Provinciale di Siena
Tramite il Comitato di Liberazione Nazionale di Colle Val d’Elsa
In osservanza alla legge per le
punizioni dei delitti fascisti, i sottoscritti portano a conoscenza i
seguenti fatti verificatosi a loro danno nel 1931, allo scopo di perseguire
gli elementi di seguito nominati che secondo il giudizio delle Autorità
preposte risulteranno passibili di pensione.
Nella notte del 24 marzo 1931 una
squadra degli agenti della questura di Siena, coadiuvate da carabinieri e
fascisti locali, procedé all’arresto dei sottoscritti i quali furono tradotti
unitamente ad altri venti giovani del paese, alle carceri giudiziarie di S.
Spirito di Siena.
Sottoposti ad interrogatorio di
carattere politico, furono soggetti a cominciare dallo stesso Questore allora
a Siena, a quei trattamenti già usati nelle piazze dalle famigerate squadre
d’azione fascista, senza tuttavia venire a capo di quel filo conduttore che
cercavano o fingevano di cercare per giustificare i loro bestiali istinti.
Gli interrogatori venivano effettuati a qualsiasi ora del giorno e della
notte e condotti con metodo di tortura ai polsi, pugni, schiaffi, strappate
di capelli, calci negli organi genitali e simili.
Il verbale di accusa che ai sottoscritti
veniva letto, era firmato dal nominato Antonio Gerbi di Aurelio nato il ……..
a ………………. Domiciliato in Colle Val d’Elsa (Siena).
Le colpe principali venivano attribuite
ai sottoscritti e che erano contenute nel verbale sopra menzionato, erano le
seguenti:
· di aver procurato passaporti fatti ad
antifascisti che desideravano abbandonare il nostro Paese;
· di associazione a delinquere (così
erano allora chiamati quei gruppi di individui che intendevano organizzare
quella resistenza che avrebbe dovuto sbarrare il passo alla vera
delinquenza);
· di offese al duce;
· di detenzione di armi (non trovate ad
alcuno);
· di propaganda sovversiva;
· di atti tendenti all’insurrezione
contro i poteri dello stato fascista ecc.
Dall’interrogatori e confronti col nominato sedicente traditore Gerbi
Antonio; non emersero l’elementi e tanto meno le prove di quanto contenuto
nel verbale di accusa, per cui i sottoscritti dovevano essere rilasciati
dalla Questura di Siena. Se non che, come ai sottoscritti e poi risultato, un
nuovo intervento del direttorio del fascio di Colle di Val d’Elsa, il quale
teneva soprattutto a far sacrificare quei cittadini a loro invisi, indusse la
Questura di Siena ad inoltrare denunce al tribunale speciale per la difesa
dello stato fascista.
Nel luglio dello stesso anno 1931, un
Giudice del Tribunale Speciale procedé a Siena ad un nuovo interrogatorio dei
sottoscritti e dopo accurate indagini svolte a Colle d’Elsa, si addivenne al
riconoscimento del luogo a procedere per mancanza di prove.
I sottoscritti furono rimessi in
“libertà” il 13 agosto 1931, ma dal quel giorno non sono mai stati persi di
vista dalla polizia fascista fino al momento della caduta definitiva dei due
fascismi.
Alcuni dei sottoscritti dovettero
abbandonare le proprie famiglie per cercare lavoro altrove e quelli che non
poterono non seguire questa via dovettero elemosinare in vari modi nel luogo
di residenza. E’ ritenuto ovvio dai sottoscritti di specificare l’importanza
dei danni morali e materiali conseguiti.
Il direttorio del fascio di Colle d’Elsa dell’epoca era cosi composto:
1. Bottai Gio. Gastone fu Giovanni nato il 6 marzo 1903 a Colle
d’Elsa residente a Colle d’Elsa medesima, segretario politico;
2. Capresi Ernesto fu Adelmo nato a Colle d’Elsa il 10 gennaio
1887 residente a Colle d’Elsa, membro;
3. Caibucatti Mario di Aldo nato a Morlupo (Roma) il 12 settembre
1901 residente a Colle d’Elsa, membro;
4. Bertini Ugo fu Bertino nato a Colle il 30 maggio 1893
residente a Colle d’Elsa, membro;././././
Le firme non ci sono nella copia dell’originale
Copia
dell’originale
Colle 25 marzo 1945
Denuncia contro Capresi Ernesto
Io sottoscritto Franci Egidio fu
Giuseppe di anni 51 residente a Colle Val d’Elsa a nome del fratello Leo nato
nel 1905 e deceduto in Spagna nel 1937 dichiaro quanto segue:
La notte del 19 agosto 1925 mio fratello
Leo veniva prelevato dalla sua abitazione e trasportato alla sede del fascio.
Qui giunto veniva colpito un’infinità di volte con i manganelli dai fascisti
presenti i quali lo riducevano in condizioni pietose anche per diverse
pugnalate infertegli.
Fra coloro che colpivano duramente mio
fratello vi era certo Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58 residente in Colle
Val d’Elsa via XX Settembre.
Quanto sopra, mi veniva riferito da mio
fratello Leo e alcuni cittadini presenti al fatto anno qui sottoscritto la
loro testimonianza.
Firma
Franci Egidio
Testimonianza contro Capresi Ernesto.
Noi sottoscritti Spalletti Ghino di
Paolo di anni 40 residente in Colle, Balilla Giglioli fu Guglielmo di anni 42
residente in Colle d’Elsa dichiaro che essendo il giorno 19/08/1925 alla sede
del fascio di Colle fummo testimoni oculari delle violenze inflitte a Franci
Leo fu Giuseppe nato nel 1905 a Colle Val d’Elsa e deceduto nel 1937 in
Spagna. Fra coloro che colpivano duramente il suddetto Franci vi era certo
Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58 residente a Colle Val d’Elsa via XX
Settembre.
Firme
Spalletti Ghino
Giglioli Balilla
Sempre copia dell’originale in data 27 marzo 1945 esiste questa lettera
inviata
All’Alto Commissario per l’Epurazione
Commissione Provinciale di Siena
e per conoscenza alla Tenenza dei Carabinieri di Colle di Val d’Elsa.
Oggetto: informazioni.
Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58 residente in Colle Val d’Elsa iscritto
al fascio di Colle d’Elsa da 15/11/1922 ha fatto parte per molto tempo del
direttorio del fascio di Colle d’Elsa, uomo malvagio e violento è
responsabile dell’arresto e delle violenze inflitte a numerosi cittadini di
Colle nell’agosto del 1925 e nel 1926.
Inoltre è responsabile dell’arresto e
violenze di numerosi cittadini di Colle nel marzo del 1931 molti dei quali
venivano deferiti al Tribunale Speciale perle accuse del direttorio del
fascio di cui egli faceva parte.
Denunzie a questo riguardo sono in corso
di presentazione.
Copia
dell’originale
Colle 29 marzo 1945
All’Alto Commissario per l’Epurazione
Commissione Provinciale di Siena
Tramite il C.L.N. di Colle Val d’Elsa
Denuncia contro Capresi Ernesto, Viviani Enzo, Bottai Gastone
Io sottoscritto Franchi Giovanni fu
Francesco di anni 77 residente in località Cappuccini di Colle d’Elsa a nome
di mio figlio Agostino nato nel 1901 e deceduto nel 1943 dichiaro quanto
segue:
La notte sul 24 marzo 1931 due
carabinieri accompagnati da alcuni fascisti si portavano nella mia abitazione
in località Cappuccini e bussando ci intimavano con minacce di aprire le
porte.
Prima che io ed i miei familiari si avesse il tempo materiale di vestirsi e
scendere, gli energumeni si dettero violentemente a battere la porta la quale
spaccandosi cedé sotto i loro colpi. Penetrati in casa con armi in pugno
intimavano ai miei tre figli di seguirli in caserma a Colle d’Elsa. Prima di
lasciare la casa essi furono ammanettati dai carabinieri e allorché
fuori dell’abitazione mio figlio Agostino veniva colpito con schiaffi e pugni
nella faccia e con calci negli organi genitali dai fascisti Capresi Ernesto
fu Adelmo di anni 58, Viaviani Enzo di Arturo di anni 43, Bottai Gastone fu
Giovanni di anni 42 tutti residenti a Colle alla presenza degli stessi
carabinieri. Inoltre mio figlio veniva dal direttorio del fascio, di cui
questi fascisti facevano parte, accusato ingiustamente per cui doveva subire
sei mesi di carcere.
Firma
Franchi Giovanni
Copia
dell’originale.
30 marzo 1945
Prot. 901/G
Situazione fermati politici.
Tenenza dei CC. RR.
Città
A seguito del fermo di fascisti effettuato il 23 e 24 corr.
La situazione dei fermati è la seguente:
Per i nominativi di:
Berti Ugo
Capresi Ernesto
Meoni Vittorio
Caponi Giovanni
Portigiani Mario
Esistono denunce a loro carico che verranno senz’altro trasmesse.
Per i nominativi di:
Caibucatti Aldo
Maccari Cesare
Non esistono finora denunce specifiche a carico e per questo Comitato nulla
si opporrebbe al loro rilascio.
Per i nominativi di:
Crudeli Francesco
Parri Ernesto
non esistono denunce specifiche a loro riguardo. Non sappiamo della loro
condotta nei paesi di loro provenienza, essendo da poco a Colle. Qui il loro
contegno è stato corretto:
Con ossequio
p. Il Comitato di Liberazione Nazionale
Copia dell’originale
Riceviamo da questo Comitato di Liberazione Nazionale di Colle Val
d’Elsa n° 5 denunzie politiche riguardanti:
1. Beritini Ugo
2. Caponi Giovanni
3. Meoni Vittorio
4. Capresi Ernesto
5. Portigiani Mario
Colle Val d’Elsa li 4 aprile 1945
Ten. Carlo Nuboni
Prato 25 luglio 1945
Copia dell’originale
Comitato di Liberazione Nazionale
Colle di Val d’Elsa (Siena)
Spett. Commissione Politica
Di Controllo di P.S. di
Colle di Val d’Elsa
Il sottoscritto perseguitato politico
dal regime fascista fa regolare denuncia contro i seguenti fascisti affinché
siano deferiti all’Autorità Giudiziaria per aver commesso un grave reato a
mio danno.
Mino Maccari Segretario politico del fascio di Colle Val d’Elsa (SI).
Guido Capresi Membro del direttivo del fascio di detta città.
Il giorno 19 luglio 1925 circa le ore
21,00 mi trovavo nei locali del Caffè Cardinali di Colle Val d’Elsa e da due
giovani fascisti da me sconosciuti mi fu intimato di recarmi immediatamente
alla sede del fascio, in piazza Arnolfo di Cambio, e dal suddetto segretario
del fascio e da Giudo Capresi, da me bene conosciuti, assieme ad altri
componenti fascisti fui rinchiuso in una stanza e sottoposto ad un penoso
interrogatorio ove mi accusarono di appartenere al partito comunista, di
consegnarli la mia tessera del partito e di fare il nome di tutti gli altri
componenti del nostro partito.
In seguito del mio reciso e assoluto
rifiuto di comunicarli il nome degli altri compagni fui bastonato e a tale
tortura svenni e la mattina seguente quando riacquistai il senso della
ragione mi trovai ricoverato all’ospedale di Colle Val d’Elsa ferito e
contuso.
A causa di questa barbara aggressione,
fra le medicazioni delle ferite e l’operazione fattomi dopo per frattura
della rocca cranica sono stato sotto cura per oltre 6 mesi e da un orecchio
ho perso l’udito.
Di quanto vi ho sopra esposto vi cito i
testimoni il Sig. Lorenzo Cardinali, proprietario del Caffè ove fui
sequestrato. I militi della Pubblica Assistenza che mi portarono all’Ospedale
e il Direttore dell’Ospedale di Colle Val d’Elsa che mi fece le prime cure e
il referto medico.
Vittorio Nuti
Via Strozzi 180 Prato
N.B. Quello che avvenne in seguito al mio svenimento io non sono in
grado di poterlo descrivere ma alcuni cittadini della suddetta città mi
dissero che al terzo piano di detta sede fui gettato in piazza Arnolfo di
Cambio e dai militi della Pubblica Assistenza trasportato all’ospedale.
L’anno 1945 addì 16 del mese di agosto
alle ore 10 nell’Ufficio della Commissione Politica di Controllo di Prato.
Innanzi a noi sottoscritti ufficiali
della Polizia Giudiziaria appartenenti al Commissariato di Pubblica
Sicurezza di Prato e qui presente il Sig. Nuti Vittorio fu Angelo fu Masci
Rosa nato il 26 maggio 1896 a Vaiano domiciliato a Prato via Filippo Strozzi
180 il quale ratifica e conferma in ogni sua parte la retrocitata denunzia da
lui personalmente.
Fatto letto e sottoscritto.
Vittorio Nuti
Balli Aldo V.Br. P.S.
P.S. Il Nuti nella sua denuncia commette due errori e sono:
Capresi Guido, invece è Capresi Ernesto.
Quando afferma che è stato gettato dal terzo piano non corrisponde a verità
perché fu gettato dalla finestra del 1 piano l’ultima guardando a destra
(quella che confina con la Sezione dei D.S oggi agosto 2000) e cadde sopra un
albero che facevano di ornamento alla Piazza Arnolfo.
Copia
dell’originale
Colle, 6 settembre 1945
720/
Denuncia Nuti Vittorio
contro Maccari Mino e Capresi Ernesto
Al Comando CC.RR. di
Colle Val d’Elsa
Questo Comitato nel trarre copia della
denuncia che l’ex –concittadino Nuti Vittorio,attualmente residente a Prato,
ha fatta contro Maccari Mino e Capresi Ernesto, ne ha preso atto e la rimette
in restituzione a codesto Comando, con l’annotazione che il Nuti stesso,
nella designazione del Capresi evidentemente non ricordandoselo bene, ne ha
errato il nome, dettando Guido invece di Ernesto. Il nome di Capresi Guido a
Colle non esiste.
Questo Comitato, avverte che si riserva
di scrivere direttamente al predetto Nuti per ricordarli tale errore in cui è
incorso e nel contempo p. ricordarli pure altre circostanze da lui omesse,
per dimenticanza. Si riserva altresì di rendere odotto anche al C.L.N. di
Roma del fatto, nei confronti di Maccari Mino.
Per vs/ norma, distinti saluti.
P. il Comitato di Liberazione Nazionale
Il Presidente
Gozzi Gino
Allegati: due
Verbale pagina 264 (II)
Colle Val d’Elsa 7 settembre
Protocollo 721/5
(Timbro del
Comitato di Liberazione Nazionale
Colle di Val d’Elsa)
Sig. Vittorio Nuti
Via Strozzi 180 Prato
E per c. al
Comando Stazione dei
CC.RR. di
Colle Val d’Elsa
Oggetto: Correzione denunce Ernesto Capresi e di altri.
Questo Comitato di Liberazione nazionale nel trarre copia per il proprio
protocollo della denuncia che avete dettata e firmata circa il fatto doloroso
accorsovi il 19 luglio 1925 qua a Colle Val d’Elsa e nel quale avete citato
come protagonisti delle persecuzioni fatteVi soffrire, il Maccari e Capresi
cadeste in errore in quanto trattasi invece di Ernesto Capresi e non Guido.
Guido Capresi qui a Colle non esiste.
Si coglie tale occasione per invitarVi a
fare uno sforzo, procurando di ricordarvi anche i nomi degli altri fascisti,
notoriamente presenti al vostro particolare fatto, di cui è stato oggetto la
vostra denuncia, i quali nella loro complicità, è bene ed è giusto debbono
essere pur loro deferiti per essere giudicati, come Maccari e Capresi.
In attesa, Vi salutiamo cordialmente.
p. il Comitato di liberazione Nazionale
il Presidente
(firma illeggibile)
Verbale pagina 264/VI
Copia dell’originale.
Copia dell’originale
Roma 17/09/1945
Spett/le Comitato di
Liberazione Nazionale
Di Colle Val d’Elsa
Solo oggi mia moglie mi ha fatto recapitare la Vostra lettera del 7 c. m. e
mi affretto ha dichiararvi che il Capresi che prese parte alla mia denunziata
aggressione del 19/7/25 è quel tale che aveva la rivendita di sale e tabacchi
ed altri articoli in via Vittorio Emanuele e in via Garibaldi –Arringo—da me
bene riconosciuto.
In quanto agli altri fascisti erano da
me sconosciuti altrimenti gli avrei denunziati come ho denunziato il Maccari
ed il Capresi.
Tanto vi dovevo a chiarimento della mia
denunzia e distintamente Vi saluto.
Vittorio Nuti
Via Luisa di Savoia 2
Roma
Copia dell’originale.
All’Alto Commissario per l’epurazione
Commissione Provinciale di Siena
Tramite il C.L.N. di colle Val d’Elsa
Io sottoscritto Carli Alvaro fu Angelo nato in Colle Val d’Elsa il 22 aprile
1907 e residente a Cornigliano via Monte Gabriele 68 rosso (Genova) dichiaro
quanto segue:
La sera del 18agosto circa le ore 23 venni prelevato dalla mia abitazione da
diversi fascisti armati tra i quali riconobbi certi Caponi Giovanni fu
Alberto di anni 39 residente a Colle d’Elsa e Betti Otello fu Settimio di
anni 43 residente in Colle, i quali mi condussero alla sede del fascio. –In
una stanza di questo, dove io venni portato vi erano numerosi fascisti armati
di bastoni, manganelli, pugnali ecc. fra i quali ricordo con certezza i
Seguenti:
Nepi Alfredo fu Alberto di anni 45 residente attualmente in Alta Italia;
Caponi Giovanni fu Alberto di anni 39 residente in Colle d’Elsa;
Caponi Unico fu Alberto di anni 44 residente a Bologna;
Caponi Sergio fu Alberto 37 prigioniero in Africa;
Masoni Aladino di Rizieri di anni 47 Residente a Siena;
Betti Otello fu Settimio di anni 43 residente a Colle Val d’Elsa;
Viviani Enzo di Arturo di anni 42 residente a Siena;
Capresi Ernesto fu Adelmo di anni 58 residente a Colle di Val d’Elsa;
Caibucatti Salvadore di Aldo di anni 38 residente a Roma;
Maccari Mino di anni 47 giornalista residente a Roma;
I suddetti in mia presenza, dietro ordine del Nepi Alfredo si dettero a
percuotere con selvaggia violenza certo Franci Leo nato , nel 1905 a Colle e
deceduto in Spagna nel 1937. Il Franci negando ogni addebito che gli veniva
rivolto veniva colpito una infinità di volte con pezzi di legno, coi
manganelli, coi calci della rivoltella alla testa.
Infine non contenti di averlo ridotto in condizioni pietose, certo Calvi
Rolando deceduto nel 1927 in Colle e il sopra menzionato Viviani Enzo lo
colpirono con sette pugnalate; quattro in un braccio e tre nella schiena non
gravemente, ma in modo che il sangue ne usciva ben visibile.
Dopo averlo ridotto in quelle condizioni lo portarono in un’altra stanza più
morto che vivo.
Fu allora che si rivolsero verso di me, e come il Franci, non rispondendo
esaurientemente alle domande che mi venivano rivolte, venni colpito una
infinità di volte con nerbate e schiaffi. Coloro che più si accanirono contro
di me furono: Nepi Alfredo, Caponi Giovanni e Maccari Mino.
In fede di quanto sopra descritto mi
firmo.
Firma
Carli Alvaro
Copia dell’originale
Comitato di Liberazione Nazionale
Colle di Val d’Elsa
Protocollo 774/5
Oggetto: Ricevuta
Colle d’Elsa 24 settembre 1945
Al Sig. Spalletti Ghino
Questo Comitato Vi dichiara di aver
ricevuto n° 11 copie di una denunzia politica collettiva in data 20 settembre
1945 a firma di Carli Alvaro. Detta denunzia è nei confronti dei seguenti
fascisti: Nepi Alfredo, Caponi Giovanni, Caponi Unico, Caponi
Sergio, Masoni Aladino, Betti Otello Viviani Enzo, Capresi Ernesto,
Caibucatti Salvadore, Maccari Mino.
p. il Comitato di liberazione Nazionale
p. il Presidente
Gozzi Gino
ANTIFASCISTI COLLIGIANI CONDANNATI DAL TRIBUNALE SPECIALE
“UNA CITTA’ CHE RESISTE”
1928 TRIBUNALE SPECIALE
Sentenza n° 142 del 25-06-1928 imputati 37
In seguito all’affissione di manifesti avvenuta a Bologna e provincia per
ricordare il sesto anniversario della fondazione del P.C.d’I. sono arrestati
numerosi sovversivi fra cui Athos Lisa, compagno di cella di Gramsci, e:
Migliorini Mario, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 15-09-1903.
1928 TRIBUNALE SPECIALE
Sentenza n° 205 del 30-08-1928 imputati 77
“Organizzazione comunista fiorentina scoperta nell’estate del 1927
(Ricostituzione del P.C.d’I. e propaganda sovversiva)” Tra gli imputati:
Migliorini Mario, nato a Colle di Val d’Elsa (SI) il 15- 09-1903,
latitante.
1930 TRIBUNALE SPECIALE
Sentenza n° 68 del 12-12-1930 imputati n° 15
“Secondo gruppo dell’organizzazione comunista di Volterra (PI)”. Tra gli
imputati:
Macchioni Balilla, nato a Volterra (PI) il 28-11-1912, residente a Colle di
Val d’Elsa, alabastraio, 1 anno e 6 mesi.
1931 TRIBUNALE SPECIALE
Sentenza 108 del 10-08-1931 imputati n° 12
“Comunisti di Colle Val d’Elsa (SI) arrestati nel marzo 1931. Tenevano
riunioni, diffondevano giornali illegali, raccoglievano somme per il Soccorso
Rosso (Appartenenza al P.C.d’I. e propaganda sovversiva)”
Franci Leo, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 07-05.1905, vetraio, N.L.P.
Bandini Dino, nato a Poggibonsi (SI) il 17-03-1901, magazziniere supplemento
istruttoria 24
Salvi Nello,nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 27-01-1905, vetraio, supplemento
istruttoria 25
Marchi Dino, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 27-07-1899, operaio N.L.P.
Giovani Nello, nato a Poggibonsi (SI) il 14-08-1907, operaio, N.L.P.
Paradisi Mino, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 18-03.1908, N.L.P.
Montemaggi Inigo, nato a Empoli (FI) il 13-08-1905, vetraio, N.L.P.
Franchi Agostino, nato a Poggibonsi (SI) il 08-06-1901, colono N.L.P.
Spalletti Ghino,nato a Massa Marittima (GR) il 15-08-1905, autista N.L.P.
Giglioli Balilla, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 07-12-1903, tornitore,
N.L.P.
Paradisi Goliardo, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 20.12-1902,
ferroviere, N.L.P.
Conforti Canzio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 19-02-1909,
commerciante, N.L.P.
1932 TRIBUNALE SPECIALE
Sentenza n° 11 del 20-01-1932 imputati n° 27
“(Organizzazione comunista toscana scoperta nel marzo 1931: centro di
attività Empoli (FI) dove era stato creato un comitato federale.
Ricostruzione P.C.d’I. e propaganda sovversiva)” Tra gli imputati:
Cecconi Asmarat, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 27-12-1903, vetraio anni 2
Grassini Nello, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 09-08-1895, vetraio N.L.P.
Carli Pietro, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 24-01-1889, vetraio,N.L.P.
Salvi Nello, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 27-01-1905, vetraio N.L.P.
Marchi Orazio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 27-08-1904, vetraio, latitante
Bandini Dino, nato a Poggibonsi (SI) il 17-03-1901 magazziniere, N.L.P.
1932 TRIBUNALE SPECIALE
Sentenza n° 65 del 29-04-1932 imputati n° 10
“(Organizzazione comunista di Firenze scoperta nel novembre 1931; attive
cellula di adulti e giovani. Ricostruzione P.C.d’I. e propaganda sovversiva)”
Tra gli imputati:
Brunini Bruno, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 23-06-1900, tessitore
1937 COMMISSIONE PROVINCIALE DI ROMA 27-02-1937
Riunioni clandestine, lettura giornali antifascisti, commenti favorevoli alla
“Repubblica Spagnola”
Nencini Ferruccio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 03-04-1892, vetraio,
anarchico 5 anni: a fine periodo internato; prosciolto nel giugno 1942.
1938 COMMISSIONE PROVINCIALE DI SIENA 29-04-1938
“ Discorsi antifascisti”
Mearini Nello, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 07-03-1895, manovale
comunista, 1 anno; prosciolto il 14-11-1938.
1940 COMMISSIONE PROVINCIALE DI SIENA 09-08-1940
“Offese al capo del governo”
Iozzi Ilio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 02-08-1898, vetraio, apolitico 1
anno; prosciolto il 22-03-1941.
1941 COMMISSIONE PROVINCIALE DI SIENA 04-07-1941
“Combattente antifranchista in Spagna”
Giachi Giordano Bruno nato a Colle Val d’Elsa (SI) 17-03-1913 vetraio,
antifascista 3 anni; liberato nell’agosto 1943.
1942 TRIBUNALE SPECIALE
Sentenza n°553 imputati n° 1
Migliorini Mario, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 15-09-1903, rinviato ad
altro giudice.
ANTIFASCISTI AMMONITI E DIFFIDATI
Bastianoni Silio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 05-07-1903, meccanico,
comunista. Arrestato nel marzo del 1931 per “organizzazione comunista”
prosciolto per insufficienza di prove; diffidato. Radiato nel 1933.
Biondi Renato, nato a Empoli (FI) il 10-08-1906, operaio, comunista.
Processato dal tribunale speciale nell’agosto del 1928 e nel gennaio del
1931, prosciolto e assolto, è confinato nell’aprile del 1931. Liberato per
l’amnistia del 1932, si trasferisce a Colle di Val d’Elsa (SI). Fu diffidato.
Braccagli Ruttone (Giuseppe), nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 29-04-1903,
operaio, comunista. Arrestato per “attività comunista” nell’agosto del 1925 e
prosciolto per insufficienza di prove dopo tre mesi di carcere. E’ ancora
vigilato nel 1940.
Cappelli Spartaco, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 01-01.1883,
vetraio,comunista. Socialista schedato nel 1907, iscritto al P.C.d’I. dal
1921, nel 1931 è diffidato e incluso nell’elenco delle persone da arrestare
in determinate circostanze. E’ ancora vigilato nel 1942.
Galigani Giuseppe, nato a Collr Val d’Elsa (SI) il 17-06.1884, residente a
Empoli (FI), vetraio, anarchico. Anarchico schedato, nell’agosto del 1930
proposto per il confino ma solo diffidato. Iscritto nell’elenco delle persone
da arrestare in determinate circostanze fino al 1939. E’ ancora vigilato nel
1942.
Gamberucci Gino, di Antonio Nato a Colle Val d’Elsa (SI), residente a
Volterra, contadino.Diffidato nel 1929. Radiato nel 1930.
Lapi Vasco, nato a Colle Val d’Elsa (SI). Il 6 marzo del 1926 arrestato
insieme ad altri 8 compagni perché segretario della cellula del P.C.d’I. di
Gracciano d’Elsa. Non si conoscono i provvedimenti presi.
Matteuzzi Alfredo, nato a Poggibonsi (SI) il 08-05.1907, residente in Colle
Val d’Elsa (SI), operaio, antifascista. Diffidato nel dicembre del 1930 per
aver fischiato una canzone antifascista. Radiato nel 1934.
Meoni Vittorio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 11-12.1922, studente. Il 9
giugno 1943 è ammonito dalla commissione provinciale di Firenze per l’
assegnazione al confino.
Paradisi Dumas, di Duilio Nato a Colle Val d’elsa (SI) il 16-04-1907,
vetraio, comunista. Diffidato nel 1930. Radiato nel 1942.
Peccianti Adolfo, nato a Casole d’Elsa (SI) (Marmoraia), contadino
padre di Egidio. Il 17 marzo 1921 si ribella con altri familiari ai
carabinieri che vogliono perquisire la sua abitazione. Due carabinieri
vengono disarmati, gli altri sparano e feriscono mortalmente il figlio
Egidio. E’ arrestato.
Peccianti Egidio Marmoraia, Casole d’Elsa (SI), contadino. Muori il 18 marzo
1921 in seguito all’azione dei carabinieri del giorno precedente.
Poggiolesi Alfio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 22-11-1918, operaio. Nel
novembre 1937 è arrestato per aver sottoscritto in favore del “Soccorso
Rosso”. Si dichiara antifascista sull’esempio del nonno e del padre. E’
ammonito e rilasciato.
Savoi Ettore, nato a Siena il 24-09-1907, residente in Colle Val
d’Elsa, rappresentante. Diffidato nel 1929 e radiato nel 1941.
Tanzini Stelio, Nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 22-09-1921, comunista. Il 19
marzo 1943 arrestato nel livornese per “ricostruzione del P.C.d’I.”. In
attesa del processo rilasciato in libertà provvisoria.
Vannini Albano, di Eugenio nato a Monteriggioni (SI) Strove, il 13-02-1903
residente a Colle Val d’Elsa, carbonaio, comunista. Diffidato nel 1928 e
radiato nel 1941.
Vanzi Quinto, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 20-07-1900, meccanico. Il 10
gennaio 1928 ammonito dalla Commissione Provinciale per l’assegnazione al
confino di Pisa. L’11 luglio 1929 rifiuta la domanda di proscioglimento
dell’ammonizione.
P.S. Per quanto riguarda la famiglia Peccianti di Marmoraia, con l’uccisione
del figlio Egidio, il Sampieri Vero abitante in quel periodo nelle suddette
vicinanze mi ha testimoniato che la perquisizione nella sua casa fu fatta
dietro invito dell’allora fattore di Celsa Niccolo Mantovani, del parroco di
Pernina e anche professore all’Università di Siena e dal fattore di Lucerena
soprannominato Gorino.
Così quanto mi ha riportato il Sampieri il giorno 27 gennaio 2001.
Mino Paradisi
Siamo nel 1929 i fascisti (dopo le elezioni amministrative del giugno 1923 e
le politiche del 6 aprile del 1924) si apprestano ad affrontare il plebiscito
del 24 marzo 1929. Il partito fascista si faceva forte della grande
semplificazione introdotta nell’attuale sistema elettorale. La votazione
aveva un carattere plebiscitario, dovendo l’elettore rispondere si o
no al quesito: Approvate voi la lista dei
Deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?”
L’elettore riceveva due schede, delle
quali una è tricolore all’interno e l’altra bianca, sceglie
quella che vuole votare senza la possibilità di cadere in errore. Un altro
motivo delle differenze riscontrate dipende dal fatto che prima data la
composizione degli uffici elettorali di Sezione, i rappresentanti di ciascun
partito procuravano di contestare e di annullare il maggior numero
possibile di schede degli altri partiti, anche quando era evidente
l’intenzione dell’elettore, mentre questo non poteva verificarsi in queste
elezioni.
La piccola minoranza 1,6% di
antifascisti che ebbero il coraggio di votare NO votarono la scheda bianca
mentre per votare si al fascismo si faceva una croce su quella tricolore.
Da tenere presente che quella bianca era
trasparente e quindi un piccolo segno con lapis era ben visibile tanto più
che il Presidente di Seggio (gerarca fascista) guardava controluce tutte le
schede bianche per essere sicuro di come aveva votato l’elettore e con un
segnale ai rappresentati di lista fascisti veniva notificato il nominativo
dell’elettore e il tutto si risolveva con una buona dose di olio di ricino e
una serie di manganellate.
Questo controllo delle schede gia votate
dall’elettore se ne ha una prova lampante qui a Colle di Val d’Elsa con
tradizioni socialiste eleggendo il primo Sindaco socialista nel 1897.
Mentre in campo nazionale i NO furono
1,6% qui a Colle si arrivò al 6,26% cioè 186 cittadini ebbero il coraggio di
dire no ai fascisti.
Di questi 186, 149 furono riconosciuti
mentre il restante forse avrà usato il sistema di lasciare la parola no
ritagliata da qualche giornale nella scheda tricolore, meno controllabile,
oppure chissà quale altro sistema avrà adottato per rendersi irriconoscibile.
ELENCO DEI CITTADINI CHE VOTARONO NO AL FASCISMO
(Questo elenco si trova presso l’archivio comunale qui a Colle nella
1 G 245 affari trattati anno 1929 categoria 6, 7, 8, 9, fascicolo
elezioni politiche anno 1929 VII cat. 6 classe 2 fascicolo 1.)
01 Aiazzi Cesare di Oreste, 02 Aiazzi Valente di Carlo, 03 Bacci Alessandro
di Luigi, 04 Bacci Corrado di Santi, 05 Bacci Dante di Luigi, 06 Bacci
Giovanni di Piatro, 07 Bacci Oliviero di Luigi, 08 Bagnoli Noemo di Faustino,
09 Baldi Luigi di Ferdinando, 10 Bandini Luigi di Angelo, 11 Bartalini
Francesco, 12 Benini Bruno, 13 Bernardi Giuseppe di Donato, 14 Bernardi
Valentino di Donato, 15 Berni Dante, 16 Berni Ildebrando, 17 Berni Luigi, 18
Bertocci Enrico di Ferdinando, 19 Betti Angiolo, 20 Bezzini Emilio di
Enrico, 21 Bicchierai Ottavio di Giovanni, 22 Bichi Guido, 23 Bilenchi
Alessandro di Giuseppe, 24 Bocci Giuseppe di Niccolo, 25 Bocci Lando, 26
Brocchi Secondo di Olinto, 27 Bucci Severino, 28 Bulleri Angelo di Leopoldo,
29 Busini Angiolo, 30 Caciagli Arduino, 31 Calattini Olinto, 32 Cambi
Virgilio di Cesare, 33 Campanili Terzilio di Angiolo, 34 Cappelletti Felice
di Michele, 35 Cappelletti Giuseppe di Michele, 36 Cappellini Antonio, 37
Cappellini Corrado, 38 Cardinali Luigi, 39 Carli Gio. Batta di Giovacchino,
40 Casini Giovanni di Alessandro, 41 Castellacci Giuseppe di Andrea, 42
Cavallini Giovanni, 43 Ceramelli avv. Luigi, 44 Cerri Giuseppe, 45 Checcucci
Giusto di Pietro, 46 Chiarucci Emilio, 47 Ciampoli Terzilio di Mariano, 48
Cigni Carlo di Agostino, 49 Cinci Cesare di Luigi, 50 Cinci Pietro di
Valentino, 51 Ciocchi Mariano di Angiolo, 52 Ciuffi Alvaro di Giovanni, 53
Ciuffi Guido di Rutilio, 54 Corsi Gino di Modesto, 55 Corsi Giovanni di
Pietro, 56 Corsi Modesto di Antonio, 57 Corti Pietro, 58 Del Giovane
Ferdinando di Pietro, 59 Del Giovane Gino di Pietro, 60 De Santi
Giovanni, 61 Ditifeci Lorenzo, 62 Figniani Zaverio, 63 Fornai Giuseppe di
Serafino, 64 Fornai Guido di Giuseppe, 65 Franceschini Giuseppe di Tommaso,
66 Franci Modesto di Giovanni, 67 Francini Ferdinando di Odoardo, 68
Francioli Dino di Torello, 69 Francioli Santi di Valente, 70 Frati Angiolino
di Tommaso, 71 Frati Quintilio di Francesco, 72 Frizzi Amalindo, 73
Gambassini Ottorino di Giovacchino, 74 Gelli Giovanni di Raffaello, 75 Gennai
Giovanni di Andrea, 76 Gerbi Aurelio di Ferdinando, 77 Ghini Giovanni, 78
Giannini Ernesto di Sestilio, 79 Giannini Michele di Tommaso, 80 Giannini
Santi, 81 Giomi Angiolo di Luigi, 82 Giovannini Ezio di Carlo, 83 Giovannini
Luigi di Pietro, 84 Gozzi Giovanni di Pasquale, 85 Grassi Dino di Domenico,
86 Grassi Flaminio di Domenico, 87 Grassi Narciso di Antonio, 88 Grassini
Emilio di Angiolino, 89 Grassini Francesco di Ferdinando, 90 Grassini
Giovacchino di Ferdinando, 91 Grassini Ottavio di Ferdinando, 92 Iozzi
Raffaello, 93 Leoncini Faustino di Angelo, 94 Lisi Giuseppe di Michele, 95
Lucaccini Procopio di Ernesto, 96 Marchetti Gino di Angiolo, 97 Marchetti
Giuseppe di Angiolo, 98 Marini Felice di Alessandro, 99 Marruci Giovanni di
Ferdinando, 100 Marzini Adelfo, 101 Marzini Giovanni, 102 Marzini Massimo,
103 Marzini Romeo di Enrico, 104 Mearini Giovanni, 105 Montemaggi Idilio, 106
Mugnaini Saro di Giuseppe, 107 Muzzi Angiolo di Gio Batta. 108 Muzzi
Giovanni, 109 Niccolini Michele di Luigi, 110 Ninci Zeffiro di Giovanni, 111
Panci Emilio, 112 Panti Mario, 113 Paradisi Antonio, 114 Pasquinucci Mario di
Ernesto, 115 Pazzagli Leopoldo di Terzilio, 116 Pazzagli Livio di Terzilio,
117 Pazzagli Odoardo, 118 Peccianti Sabatino, 119 Peccianti Virgilio, 120
Petreni Leopoldo di Natale, 121 Piazzini Santi di Angelo, 122 Pietrini
Gino di Giuseppe, 123 Pietrini Giuseppe di Giovacchino, 124 Pineschi
Ido di Felice, 125 Pineschi Gino, 126 Poggetti Olido, 127 Poggiolesi Bruno di
Emilio, 128 Poggiolesi Emilio di Ferdinando, 129 Ravenni Modesto di
Fortunato, 130 Rossi Egidio di Cesare, 131 Rossini Corrado di Ferdinando, 132
Salvetti Raffaello, 133 Salvi Luigi, 134 Salvi Sesto fu Salvo, 135 Salvi
Ulisse di Giuseppe, 136 Sandroni Lorenzo, 137, Sani Giovani di Giuseppe, 138
Santini Settimo di Benedetto, 139 Santini Umberto di Pellegrino, 140 Savoi
Ettore di Sebastiano, 141 Scardigli Ubaldo di Egisto, 142 Signorini Agostino,
143 Targi Giovanni di Cesare, 144 Terenzani Giuseppe di Michele (Mensanello)
145Traversari Arturo di Pietro, 146 Vannini Angelo di Domenico, 147 Vannini
Eugenio di Luigi, 148 Vannini Ramiro di Eugenio, 149 Violanti Alessandro.
All’Interno del documento vi è un foglio su carta intestato Comune di Colle
di Val d’Elsa contenente elenco degli elettori muniti di porto d’armi.
01 Bacci Alessandro di Luigi, 02 Cambi Virgilio fu Cesare, 03 Cardinali
Luigi Fu Giuseppe, 04 De Santi Giovanni di Rutilio, 05 Fignani Zaverio
di Cesare, 06Frati Quintilio di Francesco, 07 Gelli Giovanni di Raffaello, 08
Giannini Ernesto di Sestilio, 09 Marzini Felice di Alessandro, 10 Muzzi
Angelo di Gion. Batta. 11 Pazzagli Leopoldo di Terzilio, 12 Pazzagli
Livio di Terzilio, 13 Pineschi Ido di Felice, 14 Pineschi Igino di Luigi, 15
Salvi Luigi fu Giovanni.
(Questo documento si trova presso la sede della Sezione A.N.P.I. di Colle)
I COMBATTENTI ANTIFRANCHISTI DELLA
PROVINCIA DI SIENA
Bardini Vittorio, Siena, nato il 15/09/1903, muratore, Borghi Pietro,
Poggibonsi, nato il 20/12/1898, falegname, Boscagli Nello, Sinalunga, nato il
14/10/1905, muratore, Bruchi Aperlo, Murlo, nato il 17/09/1909, impiegato,
Cencini Vittorio, Sinalunga, nato 11/04/1902, Gambetti Sabatino, Siena, nato
il 27/12/1877, pensionato, Giachi Giordano Bruno, Colle Val d’Elsa, nato il
17/03/1913, vetraio, Giuggioli Enrico, Siena, nato il 28/12/1906,
carpentiere, Franci Leo, Colle Val d’Elsa, nato il 07/05/1905, vetraio,
Marchi Orazio, Colle Val d’Elsa, nato il 27/08/1904, vetraio, Parri
Ferruccio, (non meglio identificato), Salvini Cristofano, Casole d’Elsa, nato
il 07/09/1895, muratore, Sardi Silvio, Casellina in Chianti, nato il 24/09/1901,
pittore.
GLI INTERNATI DURANTE LA GUERRA
Meoni Umberto, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 15-03-1878, rappresentante.
Pref. Rovigo 19-06-1943 per “ disfattismo politico” liberato il 13-07-1943.
Nencini Ferrucio, nato a Colle Val d’Elsa (SI) il 03-04-1892. Anarchico
confinato dal 1937, a fine pena (febbraio 1942) è trattenuto come internato.
Prosciolto il 27-03-1942
PERSONE RICERCATE O SOSPETTATE DA PERQUISIRE E SORVEGLIARE
Castellani Sesto di
Alessio
nato il 05-10-1883
Capresi
Gaetano
nato il 04-11-1881
Casamonti
Remo
nato il 18-10-1895
Cioni
Ido
nato il 04-09.1896
Conforti
Gino
nato il 19-05-1903
Franci
Leo
nato il 07-05-1905 da arrestare
Ghizzani
Sergio
nato il 19-11-1907
Giachi Giordano Bruno
(Cina) nato il
17-03-1913 da arrestare
Marchi Orazio
nato il 27-08-1904 da arrestare
Menichi
Bruno
nato il 14-02-1891
Scascitelli
Lamberto
nato il 07-05-1905
Tinacci
Enzo
nato il 19-10-1913
(Questo documento si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle)
LA GUERRA E IL MOVIMENTO
PARTIGIANO
Mussolini volle inviare in Russia un corpo di spedizione, perché a guerra
finita e con la vittoria dell’Asse, si poteva sedere al tavolo dei vincitori
e spartirsi la grande torta. Fu inviato in Russia un corpo di spedizione
chiamato ARMIR (Armata Militare Italiana in Russia) in gran parte
alpini della divisione Julia (secondo il comando militare persone abituate al
freddo, così potevano resistere anche a quello russo). Nell’inverno 1942/43
durante la ritirata del Don e la grande sacca, il freddo arrivò a raggiungere
i 35/40 sotto zero. Di questa tragedia dove morirono migliaia e migliaia di
italiani, perché impreparati, e con abiti militari non idonei a quel clima.
Molti sono stati gli italiani morti per assideramento, fame, ed essendo
sfiniti dalla lunghe marce della ritirata rimanevano assiderati come se
fossero statue di marmo. Leggendo il libro di Badeschi, se ne ha una prova
lampante.
Giulio Badeschi a trent’anni dalla ritirata di Russia dell’inverno 42/43 ha
raccolto le testimonianze di duecento alpini italiani, nel libro intitolato
“NIKOLAJEWKA: C’ERO ANCH’IO”.
E dice:
“Con un fervore d’animi ineguagliabile e con un lavoro durato anni, hanno
ricostruito i frammenti della loro esperienza di guerra, fino a comporre un
mosaico di vite vissute; un mosaico essenziale, senza fronzoli e orpelli, che
può trovare indifferentemente collocazione in una chiesa come elemento
votivo, in una biblioteca e in un museo come documento culturale e storico.
Dora in poi , né storici, né psicologi potranno ignorarlo; e neppure chi
voglia indagare e costruire sui dati dello spirito collettivo dei popoli”.
Dal libro del Badeschi:
Il caporal maggiore Celestino Gaiga, 53° compagnia Battaglione Vestone
6° Reggimento Alpini a pag. 473 dice: “ Vorrei ricordare che dopo Nikolajewka
corsi anch’io il pericolo di rimanere congelato ad un piede; fu proprio una
vecchietta russa a far guarire il mio calcagno paurosamente rigonfiato,
durante una sosta in una isba.”
Alpino Guerrino Malizia, 56° Compagnia
Battaglione Verona 6° Reggimento Alpini a pag. 480 dice: “ Il giorno 20
gennaio 1943 passò da quei luoghi tutta l’intera Divisione Tridentina; tutti
videro e potrebbero testimoniare quanti e quanti morti sulla neve, e quasi
tutti del Verona. Di questo non è mai stato parlato. Come mai? “
Capitano Medico Giulio Bartolozzi, 31°
Batteria Gruppo Bergamo 2° Reggimento Artiglieria Alpina a pag. 619 dice: “Quel
mattino dei 2000 uomini che componevano l’unità di combattimento Morbegno 31°
Batteria ne restavano vivi circa 150”.
Caporale Noradino Olivier, 623
Ospedale da Campo a pag. 644 dice: “ A destra e a sinistra della pista
immensi roghi, le macchine che indugiavano a salire l’erta vengono buttate
fuori strada ed incendiate. E’ questa la fine anche del nostro Fiat 626! E
qui ha inizio il nostro calvario: la via Crucis che ci trascinava per due
settimane a Schebekino lasciando sulle nevi più della metà del nostro
organico.
Artigliere Alpino Eligio Sforza, 19°
Batteria Gruppo Vicenza 2° Reggimento Artiglieria Alpino a pag. 603 dice.
“Entro in un’isba (case russe) dove ci sono i tedeschi, ma essi mi prendono
per il bavero e mi cacciano fuori gridando (“Raus Italiani”)”.
Sottotenente Decio Camera, 58 Compagnia
Battaglione Verona, 6° Reggimento Alpini, a pag. 513 dice: “Il ricordo più
emozionante che per me rimane una sintesi di quella eroica ed anche
inutile tragedia è di un alpino ferito alla testa appunto nell’attacco del 19
gennaio su Pistojalyi. L’alpino era seduto sulla neve e si sosteneva con una
mano, il suo viso era una maschera di sangue e si dondolava lentamente senza
chiedere aiuto, senza un lamento. Forse non ne aveva più la forza, forze
pochi minuti lo separavano dalla fine. Ogni giorno, ogni ora fino a
Nikolajewka ed oltre. Ma sempre per me rimane nel cuore il ricordo di
quell’alpino della 58°, come un immagine sacra, alla quale va la mia
preghiera, per lui e per i suoi cari che per anni lo hanno atteso invano”.
Artigliere Alpino Umberto Tadiello, 20°
Batteria, Gruppo Vicenza, 2° Reggimento Artiglieria Alpina a pag 613 dice: “
Io non mangio; mi viene una forte febbre. Mi butto giù e dormo. Verso
mezzanotte la padrona di casa mi sveglia e mi da un po’ di brodo caldo.
Rimango stupito per la sua gentilezza e bontà. Bevo il brodo la ringrazio e
riprendo ancora a dormire. A questo punto tengo ad affermare avendo avuto
ancora modo di constatarlo; la grande cordialità del popolo ucraino.
Lasciavano capire di volerci bene nonostante in guerra fossimo nemici”.
Sergente Maggiore Mario Rigoni Stern,
65° Compagnia, Battaglione Vestone 6° Reggimento Alpini a pag. 486 dice:
“Ogni tanto nelle piste che si avvicinavano alla città incrociavano i reparti
tedeschi che venivano dalla Francia per andare a fronteggiare l’avanzata dei
russi; ma per loro noi eravamo niente: o peggio uomini sconfitti, a loro
d’ostacolo e dall’alto dei loro mezzi corrazzati ci guardavano con aria a
volte ironica a volte sprezzante, ma sempre con alterigia. Ai loro occhi
eravamo italiani zingari”. Sempre il Rigoni, a pag. 487 “Quella sera mi
trovai solo in un lungo villaggio. Nevicava. Camminavo rasente agli steccati
degli orti ed il fucile ad armacollo mi teneva stretta al corpo la coperta
come una scialle; appoggiavo sul bastone ad ogni passo e la neve fresca
frusciava sotto le scarpe. Arrivato al centro dove c’è la solita chiesa con
le cupole a cipolla, sento con sorpresa suono di fisarmoniche e chiasso allegro
provenire da una casa con le finestre illuminate. Mi avvicino per guardare
attraverso i vetri della finestra: li dentro molti soldati tedeschi, cantano
e fanno baldoria con delle ragazze ucraine. Resto a guardare indeciso se
entrare o no, per chiedere un angolo o un pò di caldo. Fra la neve che
continua a cadere mi trovo vicino un vecchio alto e magro, avvolto in una
pelliccia di pecora.
<<Niet>> mi dice <<Non entrare la dentro Nimieski>>
dice <<niet Karasciò>> e prendendomi per la coperta mi tira verso
il centro della piazza, lontano dai riquadri di quelle finestre.
<<Vai>> mi spiega <<verso quella strada, cammina fino in
fondo, fino all’ultima isba del villaggio e chiama Magda. Digli che ti manda
Piotr Ivanovic.>>
Gli dico grazie e lentamente riprendo a camminare. E’ buio, appena si
intravedono le ombre delle isbe. Ma dove busso e dico quello che mi ha
spiegato il vecchio una porta si apre: come se fossi aspettato.
La penombra dell’entrata è appena
sfumata da un lume ad olio che la vecchia regge alto. Con un cenno mi invita
ad entrare, ad andare avanti, e poi dice parole con voce tranquilla e
pietosa. Mi aiuta a levarmi il fucile, la coperta incrostata di neve gelata
che scuote vigorosamente e stende sopra il forno……...
Sto seduto con la schiena appoggiata al
forno e il caldo mi scioglie. La vecchia mi parla come fossi un bambino di
pochi mesi. Parlando mi leva le scarpe e mi medica la piaga, poi mi fa alzare
prendendomi sotto le ascelle e mi fa stendere su un giaciglio dove sono
pelli di pecora, e parla, parla dolcissimamente dicendo cose che non riesco a
capire. Dopo apre il forno, leva da li dentro un pignatto di terracotta e su
un piatto di ferro smaltato mi porge quattro patate lesse e una presa di
sale: << Cusciai, cusciai>> ripete come ad un bambino viziato.
Mangio con gran fame e allora lei
ritorna ad aprire il forno e mi porge sul piatto delle pagnottine di farina,
morbide, con dentro ripiene di latte cagliato: <<Cusciai,
cusciai>> mi dice ancora. Poi mi dice di sdraiarmi e dormire e lei
prende un saccone di cartocci e si sdraia per terra vicino alla porta……… Un
uomo con un lungo cappotto è in piedi accanto al mio giaciglio, vedo gli
stivali di feltro e la canna di un mitra rivolto verso il pavimento. Parla
sottovoce con la vecchia che sta affaccendandosi attorno al forno. Alzando la
testa incontro i suoi occhi che brillano nella penombra, ci guardiamo in
silenzio e lui, dopo, con la mano libera quella che non impugna il
parabellum, mi fa cenno di stare disteso; ma non è una imposizione, è un
gesto ospitale, d’amicizia.
Va sedersi su uno sgabello vicino al
forno e la vecchia, parlando sempre sottovoce, ogni tanto guardando dalla mia
parte come dicesse di me, gli porge sul piatta di ferro smaltato patate lesse
e focaccine con latte cagliato.
L’uomo vorrebbe far mangiare anche la
vecchia ma lei dice: << Niet, niet>> con dolcezza.
Parlano a lungo e per me è una sorpresa
perché scopro come fosse la prima volta che si può ancora parlare; parlare e
non gridare. Dire parole e non ordini, imprecazioni, bestemmie, monosillabi.
Quando l’uomo si alza in piedi e si
rimette in testa il berretto di pelo e riprende in mano il parabellum, la
donna lo segna di croce alla maniera russa e lui scopre i denti bianchi in un
sorriso indulgente. Verso di me fa cenno di saluto e di speranza, da uno
sguardo di controllo al parabellum e si avvia. La vecchia lo accompagna sino
fuori alla porta.
<< E’ mio figlio>> dice
quando rientra. <<Dormi, dormi.>>
Dopo avermi svegliato mi fascia il
piede, mi fa bere un infuso di erbe aromatiche, mi da tre patate bollite. E
sempre mi parla come fossi un bambino.
Mi rimetto le scarpe e mi avvolgo nella
coperta calda e asciutta; mi metto il fucile a tracolla per tenere
aderente la coperta, e la vecchia mi segna con la croce. Mi accompagna alla
porta e apre. E’ notte, ma non nevica più, ora. Le stelle brillano tutte
nuove e innumerevoli: guardo l’Orsa, le Pleiadi, Orione. Delineo
l’orientamento verso casa. La vecchia mi vuole accompagnare fino ad una pista
segnata da pali con un ciuffo di paglia legato su ognuno. La traccia si perde
dove la via Lattea si congiunge con l’orizzonte e ogni cristallo di neve è
come una piccola stella.
<< I tuoi compagni>> mi dice
<< sono passati da qui ieri sera. Se cammini li ritroverai presto. Vai.
E quando arriverai a casa tua ricordati della vecchia
Magda.>>
Queste testimonianze mi fanno ricordare fatti avuti da cittadini colligiani
ha conferma di quanto e stato scritto nel libro di Badeschi; due colligiani
tra i tanti sopravvissuti che si trovarono anche loro nella grande ritirata,
e sono: Bardini Antonio che trovandosi in una isba per ripararsi dal
freddo, dove alcune donne lo avevano fatto entrare, vide dietro una
tenda un gruppo di partigiani russi ber armati, uno di loro si fece avanti e
gli chiese le sue intenzioni, cioè, o restare con loro, oppure se voleva
andare a casa, certamente la sua risposta fu quella di tornare a casa, e
allora loro gli dettero da mangiare, e dopo gli indicarono la strada giusta,
e così fece ritorno a casa.
L’altro era Bruno Del Giovane, che
trovandosi con le mani in principio congelamento entrando in una isba ci fu
una donna che dopo averli massaggiato le mani le mise nel suo seno per
riscaldarle, e così anche lui ritorno a casa, senza nessuna mutilazione.
Passato il fronte il Comitato di Liberazione Nazionale di Colle di Val d’Elsa
che aveva molto operato nel periodo clandestino, si adoperò attraverso l’Alto
Commissario per l’Epurazione per epurare e condannare i fascisti che erano
stati più violenti e facinorosi nella lotta al comunista. Riporto di
seguito le lettere di denuncia dei vari antifascisti Colligiani. Il C. L.
N. era così composto:
per il P.C.I.:
Rineo Cirri
Balilla Giglioli
Libero Tosi
per il P.S.I.:
Virgilio Cambi
Nestore Cosi
per la Democrazia Cristiana:
Goretto Goretti
Flavio Ilario Merli
per i Democratici del Lavoro:
Ernesto Mattone.
COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE
COLLE DI VAL D’ ELSA
Colle 3 maggio 1945.
Cittadini,
Il fascismo, che da oltre ventenni ha offuscato le vostre menti, ha abbattuto
i vostri cuori, ha torturato le vostre carni. E’ finito.
Il fascismo responsabile di tante rovine
e di tanti lutti di cui sta soffrendo l’Italia nostra, e ancora di chissà
quante e quali dolorose mutilazioni che verranno inflitte alla Patria nostra,
per colpa di un criminale intento a cui il popolo italiano non fu mai
consenziente è finalmente debellato e per sempre dalla faccia della terra.
ITALIANE ESULTATE!
Esultiamo le gesta eroiche degli eserciti Alleati e dei Patrioti d’Italia del
settentrione, che con ammirevole ed eroico slancio hanno trascinato alla
riscossa tutti i lavoratori e tutte quelle generose popolazioni e che hanno
scritto nella storia d’Italia una nuova gloriosissima pagina, una vera
seconda “Vittorio Veneto” dell’attuale guerra, riuscendo a provocare lo
scioglimento ed il disorientamento delle divisioni tedesche in Italia.
CITTADINI.
L’esempio che ci viene dal Nord, ci sia di stimolo, per operare con
sacrificio, con costante abnegazione per il bene della Patria nostra e
per il benessere del Popolo Italiano e di tutti i popoli, troppo crudelmente
provati, da una guerra sanguinosissima e distruggitrice. E’ necessario
imporci un imperativo, che tenda, attraverso unità e concordia di
intenti fra tutti gli Italiani di buona volontà, ad assolvere i compiti della
ricostruzione materiale della Nazione, affinché la cosa venga posta al
medesimo livello di quelle nazioni, che per non essere state invase dal
“morbo fascista” poterono ed hanno potuto strenuamente combattere, con le
armi in pugno, la minacciosa coalizione nazi-fascista.
W GLI ALLEATI
W I PARTIGIANI DEL NORD
W L’ITALIA
Il Comitato di Liberazione Nazionale
Sono in possesso della fotocopia e trascrivo il COMUNICATO del decreto del 10
aprile agli sbandati dopo l’8 settembre firmato per il Ministro Mezzasoma il
Capo Gabinetto Giorgio Almirante.
PREFETTURA DI GROSSETO
UFFICIO DI P.S. IN PAGANICO
COMUNICATO
Si riproduce il testo del manifesto lanciato agli sbandati seguito del
decreto 10 aprile:
Alle ore 24 del 25 Maggio scade il termine stabilito per la presentazione ai
posti militari e di Polizia Italiani e Tedeschi, degli sbandati ed
appartenenti a
bande.
Entro le ore 24 del 25 Maggio gli
sbandati che si presenteranno spontaneamente consegnando le armi di cui sono
spontaneamente in possesso non saranno sottoposti a procedimenti penali e
nessuna sanzione sarà presa a loro carico secondo quanto è previsto dal
decreto del 15 aprile. I gruppi di sbandati qualunque ne sia il numero
dovranno inviare presso i comandi militari di Polizia Italiani e Tedeschi un
proprio incaricato che prenderà accordi per presentazione dell’intero gruppo
e per la consegna delle armi. Anche gli appartenenti a questi gruppi non
saranno sottoposti ad alcun processo penale di sanzioni. Gli sbandati e gli
appartenenti alle bande dovranno presentarsi a tutti i posti Militari e di
Polizia Italiani e Germanici entro le ore 21 del 25 Maggio. Tutti coloro che
non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le
armi mediante fucilazione nella schiena. Vi preghiamo curare immediatamente
affinché testo venga affisso tutti i Comuni della vostra Provincia.
Per il Ministro Mezzasoma
Il Capo Gabinetto
Giorgio Almirante
Giorgio Almirante Segretario del Movimento Sociale italiano, aveva sempre
negato che esistesse il comunicato per la pena di morte per quelli, che non
si presentavano ai distretti militari per arruolarsi nell’esercito
repubblichino. Questo documento con la sua firma come Capo Gabinetto della
Repubblica Sociale Italiana ne è la prova della sua complicità e falsità
delle sue dichiarazioni.
(Questo documento si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle)
COMUNE DI COLE VAL D’ELSA
Per ordine di Sua Eccellenza il Capo della Provincia, Vi comunico il decreto
di S.E. il Capo del Governo, relativo alla pena di morte per i disertori e
renitenti alla leva:
PENA DI MORTE
Per i disertori e per i renitenti
alla leva
In data 18 febbraio 1944-XXII, il Duce della Repubblica Sociale italiana,
Capo del Governo, sentito il Consiglio dei Ministri, ha emanato il seguente
DECRETO:
Art. 1. Gli iscritti di leva,
arruolati e militari in congedo, che durante lo stato di guerra e senza
giustificato motivo non si presenteranno alle armi nei TRE giorni successivi
a quello prefissato, saranno considerati disertori di fronte al nemico, ai
sensi dell’art. 144 C.P.M.G. e puniti con la morte mediante fucilazione
al petto.
Art. 2. La stessa pena verrà
applicata anche ai militari delle classi 1923, 1924 e 1925 che non hanno
risposto alla recente chiamata o che, si sono allontanati arbitrariamente dal
Reparto.
Art. 3. I militari di cui
all’art. precedente andranno tuttavia esenti da pene e non saranno sottoposti
a procedimento penale, se regolarizzeranno la loro posizione presentandosi
alle armi entro il termine di 15 giorni, decorrente dalla data del presente
Decreto.
Art. 4. La stessa pena verrà
applicata ai militari che, essendo in servizio alle armi si allontaneranno
senza autorizzazione dal Reparto, restando assenti per tre giorni, nonché ai
militari che, essendo in servizio alle armi e trovandosi legittimamente
assenti, non si presenteranno senza giustificato motivo nei cinque giorni
consecutivi da quello prefissato.
Art. 5. La pena di morte
inflitta per i reati di cui agli articoli, deve essere eseguita, se
possibile, sul luogo stessa di cattura del disertore o nella località della
sua abituale dimora.
Art. 6. La competenza
a conoscere i reati di cui agli articoli 1 e 2 del presente Decreto, spetta
ai Tribunali Militari.
Art. 7. E’ abrogata ogni
altra disposizione in contrasto con il presente Decreto.
Art. 8. Il
presente Decreto sarà pubblicato nella G.U. e inserito, munito del sigillo
dello stato, nella Raccolta Ufficiale delle Leggi e Decreti, ed entrerà
immediatamente in vigore.
Colle Val d’Elsa 28 febbraio 1944-XXII
Il Commissario Prefettizio
Ottavio Migliorini
(questo documento si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle)
Elenco dei cittadini colligiani deceduti a causa di eventi bellici nel
periodo 15 e 16 febbraio 1944, con aggiunta di alcuni deceduti durante
il passaggio del fronte. Questi dati sono stati rilevati dai registri dello
stato civile del Comune di Colle di Val d’Elsa.
1 Aiazzi Vera, 2 Assunti Narciso, 3 Bartalini Eugenio, 4 Bartoli Alessandro,
5 Bartoli Corrado, 6 Bartoli Virginia, 7 Batoni Armando, 8 Batoni
Cesarina, 9 Becchi Erminia, 10 Benetti Ilio, 11 Benini Rino, 12
Bertini Giuseppe, 13 Biagini Emilia, 14 Bianchi Giuseppe, 15 Bianchi Italia,
16 Bilenchi Fortunato, 17 Bocci Gino, 18 Bocci Emma, 19 Bocci Giulia,
20 Bocci Maria, 21 Bordin Regina, 22 Borghini Elide, 23 Borsari Boreno
(compagno di scuola), 24 Borsari Dora, 25 Bruni Giuseppe, 26 Bruni Vittorio,
27 Buccianti Ferdinando, 28 Caciagli Ernesto, 29 Campanini Terzilio, 30
Cantini Maurizia, 31 Cardinali Antonietta, 32 Cardinali Virginia, 33 Carli
Piero, 34 Castaldi Emilia, 35 Castaldi Palmira, 36 Castellini
Castellino, 37 Cavallini Niccolò, 38 Chellini Pia, 39 Chellini Teresa, 40
Cini Mauro, 41 Dani Giuseppe, 42 Dani Quinto, 43 Degli Innocenti Giovanni, 44
Del Giovane Vittoria, 45 De Perfetti Ricasoli Cammillo, 46 Dondoli Gino, 47
Dondoli Velia, 48 Ferri Marcella, 49 Fornai Aldo, 50 Francioli
Corrado, 51 Frati Giuseppe, 52 Fusi Egidio, 53 Fusi Teresa, 54 Galigani
Nella, 55 Giannetti Isola, 56 Giannini Sestilio, 57 Giomi Dino, 58
Gonnelli Francesco, 59 Gonnelli Ilva, 60 Gonnelli Vasco,(Gappista, ucciso a
Belvedere vicino ingresso autostrada) 61 Gozzi Lilia, 62 Landi
Bruno, 63 Lisi Casira, 64 Lisi Giovanni, 65 Livini Ernesto, 66 Logi
Miranda, 67 Losi Domenico, 68 Luschi Olinto, 69 Malandrini Antonio, 70
Malandrini Bruno, 71 Mannini Arturo, 72 Marzini Lionello, 73 Mearini Marì, 74
Meoni Rodolfo, 75 Minelli Brunetta, 76 Montemaggi Celide, 77 Mugnaini
Saro, 78 Nencioni Dina, 79 Nesti Franco, 80 Niccoli Maria, 81 Panci
Enzo,(compagno di scuola) 82 Panti Giovanni, (fratello di mia nonna), 83
Papini Mario, 84 Pini Virgilio, 85 Poggi Giulio, 86 Poli Romero, 87 Ravaglia
Lorenzo Alfonso, 88 Rettori Alfio, 89 Riccucci Corradina, 90 Rosi
Violante, 91 Rossini Ferdinado, 92 Salvatori Alfredo, 93 Salvi Ernesto, 94
Salvini Cesare, 95 Sampieri Siria, 96 Sancasciani Giuseppe, 97 Selvaggi Sara,
98 Scalpellini Ofelia, 99 Scardigli Loreno, 100 Soldi Mario, 101 Tempini
Quirino, 102 Terenzani Adamo, 103 Terenzani Giuseppe, 104 Vanni Giovanni, 105
Vanni Pasquale, 106 Vanni Silvano, 107 Verdirame Guglielmo, 108 Vermigli
Livia, 109 Verniani Ione, 110 Viti Giuseppe, 111 Volpini Isolina, 112
Zucchelli Sparta, 113 Zuccherini Marianna.
Al Cimitero di Colle Bassa nella parte nuova a sinistra del cancello vi è un
cippo dove sono depositate alcune ossa (quelle che è stato possibile
recuperare) dei deceduti del bombardamento. Il Cippo è stato fatto dietro il
mio interessamento .Il Sindaco Canocchi autorizzò la spesa di L
1.500.000, per il marmo , la relativa lavorazione e la messa in opera delle
lettere. La dedica è stata scritta da Marcello Braccagni.
ELENCO DEI MORTI E DICHIARATI IRREPERIBILI
GUERRA 1940/43
Aiazzi Alfio, nato il 25/02/1915 – dichiarato irreperibile sul fatto
dell’incendio della motonave “ Paganini” in navigazione da Bari a Durazzo.
20° Regg. Genio. (l’incendio è avvenuto a causa siluramento di una nave
Inglese.)
Aiazzi Ezio, nato nel 1917, 5° Reggimento bersaglieri – deceduto nel fatto
d’armi do lago Castagnani (Albania) 23/11/1940
Alberti Aladino, 36° Corpo Vigili del Fuoco, “Genova” deceduto all’ospedale
di Bolsaneto da colpo di ama da fuoco durante il recupero di salme di
italiani interrate dai tedeschi per trucidamento.
Andreini Vasco, classe 1920, 52° Nucleo soccorso stradale – deceduto per
fatto d’arme il 17/01/1943. ripiegamento sul Don, Russia.
Anichini Primo, classe 1916, 3° batteria 455° gruppo appiedato artiglieria,
dichiarato irreperibile per fatto d’armi il 19/12/1942 a Cartemicewka,
Russia.
Bandini Roberto, classe 1917, - medaglia d’oro alla memoria – deceduto per
ferite in combattimento il 25/10/1942 sul fronte egiziano.
Batoli Irmo, classe 1916, 3° batteria 455° gruppo appiedato artiglieria,
deceduto il 19/12/1942 a Cartemicewka, Russia.
Capresi Ettore, Classe 1914, deceduto il 30/01/1943 per malattia durante la
prigionia in Russia.
Cilemmi Noemo, classe 1923, deceduto il 12/09/1943 in combattimento a Zara.
Ciocchi Vasco, classe 1913, sbandato e catturato dai tedeschi e deportato in
Germania, ivi deceduto.
Cioni Loris, classe 1922, deceduto in occasione del sinistro del sommergibile
“Velella” 7/9/1943. in cui era imbarcato. Dato per disperso.
Corti Fedro, classe 1905, dichiarato irreperibile durante il combattimento
tra Getreide e Tscherkowo, il 22/12/1943. Camicia Nera.
Farnetani Bruno, classe 1916, dichiarato irreperibile durante l’affondamento
della motonave “Paganini” il 28/06/1940 a 30 miglia da Durazzo. (Era
assieme a Alfio Aiazzi).
Foderi Lido, classe 1922, dichiarato disperso per avvenimenti bellici in
Iugoslavia (Montenegro) il 28/08/1943.
Fontana Francesco, classe 1914, 277° reggimento fanteria, - dichiarato
disperso in Russia il 09/01/1943. Non Colligiano.
Francini Loris, classe 1923, deceduto il 24/07/1943, a seguito di azione
aerea nemica, appartenente alla marina, era imbarcato.
Franchini Marzilio, classe 1913, deceduto in prigionia in Germania il
20/04/1945 per malattia.
Frati Gino, classe 1910, deceduto in Verona per malattia contratta in
prigionia.
Frosali Adriano, classe 1921, deceduto il 16/08/1943 a Bari per malattia.
Galligani Vasco, classe 1910, deceduto in prigionia in Germania il giorno
08/10/1944.
Gelli Veraldo, classe 1921, partigiano deceduto il 26/12/1943 in Montenegro
per malattia.
Giannini Bruno, classe 1913, deceduto in combattimento il 05/11/1940 zona di
Verdelka N.E. di monte Ivanit Albania.
Giannini Livio, classe 1912, deceduto nell’ospedale militare di Lucca per
malattia dipendente cause di guerra 28/12/1940.
Giomi Vittorio, classe 1915, deceduto il 26/04/1944 in Croazia per malattia
contratta in guerra.
Gistri Elio, classe 1921, deceduto in combattimento il 16/05/1943 in
Montenegro.
Giuntini Aurelio, classe 1923, deceduto per azione navale sul
cacciatorpediniere Saetta nel mare di Tunisi.
Gozzi Fedro, classe 1919, deceduto il 17/12/1942 in occasione della perdita
del C.T. “aviere” per fato di guerra.
Lepri Gino, classe 1898, Camicia Nera, morto in combattimento in località
Monastero, Albania.
Masi Avito, classe 1914, deceduto in prigionia in Germania per bombardamento
aereo.
Menichetti Benigno, classe 1918, deceduto in combattimento il 15/05/1941 in
Pirenaica.
Morelli Gino, classe 1915, deceduto nella terza decade del 1943 sul fronte
Russo.
Moscardini Ottorino, classe 1910, deceduto il 19/02/1943 nei Balcani, per
eventi bellici.
Poli Dino, classe 1911, deceduto il 31/12/1942 sul fronte Russo.
Pomponi Dante, classe 1922, deceduto in data20/12/1942 in combattimento sul
fronte Russo.
Provvedi Gaetano, classe 1920, deceduto in prigionia per t.b.c. a Saarburg
Lothringen in Germania.
Rettori Meris, nato 25 /08/1918, deceduto sul fronte Russo il 20/08/1942
Romanelli Gaspero, classe 1905, deceduto il 05/12/1943 a Pleylje Passo Jabaka
in combattimento.
Rosi Omero, classe ? , deceduto il 22/09/1942 in seguito ad azione aerea
nemica, era in marina.
Rossi Gino, classe 1922, morto per eventi bellici a Secondigliano (NA) mentre
si imbarcava per ignota destinazione.
Salvi Silo, classe 1921, deceduto nel maggio del 1943 in Tunisia per eventi
di guerra.
Sancasciani Moreno, classe 1922, morto in combattimento nel dicembre 1943 o
gennaio 1943 sul fronte Russo.
Zancato Sebastiano, classe 1912, deceduto in combattimento in data 19/01/1943
sul fronte Russo.
(Questo elenco si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle)
ELENCO CADUTI COLLIGIANI NELLA RESISTENZA
E NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE.
Caduto
a:
il:
Alberti Aladino
Partigiano
Genova
29/04/1945
Bernardi
Piero
Volontario G.L. Fronte Ravennate 22/03/1945
Busini
Enzo
Partigiano Montemaggio
28/03/1944
Ciuffi
Virgilio
Partigiano Montemaggio
28/03/1944
Del Secco Gracco
Partigiano San
Severo 17/06/1944
Foderi
Lido
Partigiano
Montenegro 24/08/1943
Franci
Leo
Volontario Brunete Spagna 20/04/1937
Gelli Veraldo
Partigiano Jolav Pani (Jug) 26/12/1943
Giomi
Vittorio
Partigiano
Jugoslavia 26/04/1944
Gonnelli
Vasco
Partigiano
Belvedere 06/07/1944
Livini
Livio
Partigiano Montemaggio
28/03/1944
Masi
Avito
Partigiano
Austria
25/02/1945
Rettori
Guido
Civile
Ulignano Volterra 28/06/1944
Rodosevic Rodoscia
Partigiano Ulignano Volterra
28/06/1944
Salvi Nello
Partigiano
Milano
20/04/1945
Scarlini Giuseppe
Volontario
Alfonsine
01/02/1945
Spalletti
Dino
Partigiano Jugoslavia
Vannetti
Luigi
Partigiano Montemaggio
28/03/1944
Vannini
Luigi
Volontario
Alfonsine
24/02/1945
Volpini
Onelio
Partigiano Montemaggio
28/03/1944
Nell’eventualità che l’elenco non risulti completo, ci scusiamo con i
familiari di coloro che non sono stati menzionati. Tale mancanza è dovuta
alla parzialità dei documenti che siamo riusciti a reperire, e non dipende
dalla nostra volontà.
(Questo elenco si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle)
PARTIGIANI COMBATTENTI IN ITALIA
Aiazzi Aldo, Braccagni Livio, Branconi Edoardo, Berti Quirino, Cioni Fulvio,
Cosi Enzo, Chiti Walter, Cespoli Gino, Ciari Vittorio, Ciani Primo, Dani
Vasco, Francioli Guido, Galigani Walter, Guidotti Artemio, Figlioli Balilla,
Marchi Dino, Movilli Socrate, Macchioni Balilla, Mori Roberto, Marchetti
Morando, Maccantelli Antonio, Merlo Alfredo, Panichi Armando, Pepi Muzio,
Rovai Jago, Salvestrini Ameleto, Signorini Galliano, Stanghino Ottavio, Salvi
Spartaco, Sozzi Sante, Tozzi Nello, Sacconi Bernardo, Vieri Arcangelo.
PARTIGIANI E COMBATTENTI ALL’ESTERO
Batoni Bruno, Braccagli Renzo, Brocchi Vasco, Carli Renato, Celli Renzo,
Corsi Gastone, Corsoni Gino, Fiaschi Valentino, Foderi Lido, Gelli Veraldo,
Giotti Savino, Giomi Vittorio, Iozzi Santi, Lamioni Nello, Lombardini Guido,
Marrucci Guido, Masi Avito, Moretti Corrado, Murtas Antonio, Pasquinuzzi
Nello, Pedani Attilio, Pucci Valentino, Righi Alfredo, Segaloni Ilio, Soldi
Severino, Spalletti Dino, Vannetti Alvaro.
HANNO FATTO PARTE DELLA DIVISIONE GARIBALDI
IN JUGOSLAVIA:
Brocchi Vasco, Celli Renzo, Corsoni Gino, Fiaschi Valentino, Gelli Veraldo,
Giotti Savino, Lombardini Guido, Lamioni Nello, Moretti Corrado, Marrucci
Guido, Pucci Valentino, Pedani Attilio, Pasquinuzzi Nello, Righi Alfredo,
Segaloni Ilio, Soldi Severino. Spalletti Dino.
HANNO FATTO PARTE DELLA DIVISIONE
GRAMSCI IN ALBANIA:
Batoni Bruno, Corsi Gastone, Stanghini Ottavio, Sozzi Ottavio.
Il partigiano Iozzi Santi aveva ottenuto il grado di Tenente, mentre il Lombardini
Guido aveva il grado di Tenente e Commissario politico di battaglione
dell’esercito partigiano, gradi che non avevano nulla a che vedere a quelli
dell’esercito italiano.
(Questo documento si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle Val d’Elsa)
ELENCO DEI VOLONTARI COLLIGIANI NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE.
Hanno fatto parte della Divisione Cremona:
Bartoloni Aldo, Berti Renato, Bimbi Vinicio, Casamenti Linge, Celli Renzo,
Falossi Vessevo, Giusti Enzo, Gonnelli Pietro, Landi Dino, Landozzi Virio,
Malandrini Walter, Marchetti Wallis, Mazza Zemiro, Menchini Velio, Menichetti
Felice, Meoni Vittorio, Minori Secondiano, Montemaggi Enrico, Morelli Auro,
Morelli Vinicio, Nigi Benvenuto, Passerotti Raffaello, Pazzagli Osvaldo, Pazzagli
Werter, Pomponi Domenico, Rolandi Mauro, Scarlini Giuseppe, Soldi Aleardo,
Tanzini Tebro, Tempesti Pirro, Ulivieri Enzo, Vannetti Artemio, Vannini
Luigi, Vettori Silvano.
Hanno fatto parte della Divisione Legano:
Bernardi Piero, Malandrini Luigi, Rovai Jago.
Hanno fatto parte della Divisione Friuli:
Ansani Varno, Bacci Ilvo, Panti Maresco.
(Questo documento si trova presso la Sezione A.N.P.I. di Colle Val d’Elsa)
MESSAGGIO DEL GENERALE ALEXANDER
A TUTTI
I PATRIOTI DELL’ITALIA OCCUPATA
TUTTI ALL’ATTACCO !
Patrioti! Nelle istruzioni diramate dal
mio Quartier Generale vi ho ripetutamente sollecitato a essere pazienti e a
prepararvi al giorno dell’azione. Le armate alleate al mio comando iniziarono
il giorno 11 maggio la loro grande offensiva destinata ad annientare le
armate tedesche in Italia. In meno di un mese la forza delle armate
tedesche è stata schiantata e la città di Roma è gia stata liberata.
Oggi hanno avuto inizio sbarchi in
occidente. D’ora innanzi le armate tedesche in Europa verranno attaccate da
tutte le parti. Il giorno da voi tanto atteso è ormai giunto. Faccio appello
a tutti i patrioti d’Italia di insorgere compatti contro il comune nemico. Le
armate tedesche sono gia in ritirata al nord di Roma e vengono incalzate
dalle nostre truppe e assoggettate a continuo attacco dall’aria. In questo
momento le via di comunicazione sono di vitale importanza per il nemico se
questi tenta di sottrarsi all’attuale battaglia di annientamento.
Faccio appello a voi tutti affinché
cooperiate con le mie truppe che avanzano. Fate tutto quanto è in vostro
potere per intralciare i movimenti del nemico. Aggravate la confusione nelle
retrovie del nemico e date ricovero agli elementi stranieri dell’esercito
tedesco (polacchi, austriaci, ungheresi jugoslavi, ceki e alsaziani
ecc.) che si sbanderanno allo scopo di liberarsi dal giogo tedesco. La
liberazione d’Italia si sta attuando. Collaborate tra voi stessi. Collaborate
con me. Insieme noi raggiungeremo la vittoria.
ISTRUZIONI
Queste sono le istruzioni emanate dal Quartier Generale del Generale
Alexander e del Comando Supremo Italiano, esse sono rivolte a tutti quei
patrioti italiani che non abbiano ricevute istruzioni precise dagli alleati.
Primo, diamo istruzioni supplementari ai patrioti della 3a zona, cioè la
fascia costiera dal Tevere all’Arno, ai patrioti della 4a zona cioè la zona
dell’Appennino Centrale, ai patrioti della 5a zona cioè, la fascia costiera
Adriatica da Pescara al fiume Rubiconde. Ecco le istruzioni. Preoccupatevi
massimamente di bloccare le strade e di creare confusione per i
tedeschi, e di alterare e eliminare tutti i cartelli indicatori.
A COLORO CHE POSSEGGONO ARMI
In tutta Italia i patrioti che posseggono armi devono farne uso e seguitare
ad usarle. Evitate battaglie vere e proprie, ma compite incursioni contro
piccoli centri di comando, preparate agguati contro le colonne di
autotrasporti durante la notte, uccidete i tedeschi ma in modo da poter
fuggire rapidamente e ricominciare ad ucciderne. Fate si che in tutte le
strade secondarie siano appostati in pieno giorno, franchi tiratori che
rendano poco sicuro il passaggio di automezzi tedeschi isolati.
A COLORO CHE POSSEGGONO ESPLOSIVI
Fate saltare piccoli ponti e
sovrapassaggi: i gruppi di patrioti dell’Italia settentrionale distruggano le
linee ferroviarie e se possibile facciano deragliare i treni: distruggere gli
impianti telefonici e telegrafici, collocare bombe a orologeria dentro gli
automezzi tedeschi, spargere sulle strade ordigni che facciano scoppiare
pneumatici delle loro macchine.
AGLI OPERAI ED AGLI IMPIEGATI DELLA CITTA’
Abbandonate il lavoro. Se questo non vi
fosse possibile lavorate con la massima lentezza e sabotate le officine.
Evitate in tutte le maniere di aiutare i vostri oppressori fascisti. Ai
contadini sprovvisti di armi fate tutto il possibile per aiutare i patrioti
del luogo. Tagliate i fili telefonici, create corti circuiti nelle condutture
elettriche: collocare pietrosi nelle strade durante la notte.
Gli alleati stanno rifornendo i gruppi
di patrioti, in tutte le parti dell’Italia occupata di migliaia di armi
automatiche. Cercate di sapere se una di esse è per voi.
Soldati italiani e carabinieri,
disertate con armi e munizioni e unitevi ad un gruppo di patrioti. Voi potete
essere di grande aiuto nella liberazione della vostra patria.
AI COLLABORATORI VOLENTI O NOLENTI
DEL FASCISMO
Molti italiani per debolezza o per
mancanza di convinzione, lavorano per i fascisti. A questi uomini a queste
donne si offre oggi l’ultima occasione di dar mostra del loro patriottismo.
Coloro che non dimostrino ora di favorire la liberazione d’Italia saranno
segnati come traditori: e gli eserciti della liberazione sono in marcia.
A TUTTI GLI ITALIANI
I fascisti anche se lo desiderano non
potranno infierire in rappresaglie contro un’intera nazione in rivolta. La
salvezza dell’individuo sta perciò nella sua attiva cooperazione con la
massa. Uomini e donne italiani che hanno a cuore la patria debbono quindi
insorgere immediatamente contro la dominazione fascista, e la rivolta, se ben
condotta, libererà rapidamente l’Italia occupata dai suoi oppressori.
P.S. L’originale di questo volantino è proprietà di Boreno Cigni.
“La Patrie” Giornale dei combattenti francesi in Italia nel n° 108 di
domenica 9 luglio 1944 anno 1° scriveva:
“I Francesi si impadroniscono di Colle di Val d’Elsa”
La 5° Armata occupa Rosignano e Castellina
A dispetto d’una resistenza in nessun
modo rallentata la 5° Armata nella notte del 5 e 6 luglio si sono impadroniti
di Rosignano, Castellina e Colle di Val d’Elsa, punti strategici
fortemente difesi sulla rotta di Livorno. In queste tre città il nemico si è
ritirato casa per casa, e battendosi corpo a corpo per le strade.
Le truppe francesi che si sono
impadronite di Colle di Val d’Elsa, continuano la loro avanzata verso
Poggibonsi.
P.S. L’originale di questo giornale è proprietà di Boreno Cigni.
LE TESTIMONIANZE
ANNO 1945 TESTIMONIANZA DI SPALLETTI GHINO
“ QUESTO ERA IL FASCISMO “
Che cosa è stato il fascismo per oltre venti
anni ? Esso ha terrorizzato il popolo Italiano ricorrendo spesso a delitti
senza nome. Esso ha calpestato tutte le più elementari libertà umane.
Esso, ha imposto innumerevoli guerre con i soli sacrifici del popolo per
arricchire i grandi industriali e i gerarchi fascisti. Infine esso ha portato
distruzione in tutti i campi della vita Nazionale, trascinando il popolo in
gramaglie e nella più nera miseria.
Per arrivare a compiere tutti questi
crimini è necessario non dimenticare con quali sistemi esso, si era imposto.
Questo che io scrivo non è che un episodio.
Vent’anni fa’ in questa piazza ed in questo
stesso palazzo si svolgeva uno dei più bestiali misfatti della brutalità
fascista. ( Secondo alcune testimonianze la casa del fascio si trovava
nel palazzo accanto (primo piano)a quello del P.C.I. e aveva il suo ingresso
da piazza Arnolfo n° 19)
Imperava allora il cosiddetto ingegnere Nepi,
ras del fascismo colligiano che cercava con ogni mezzo di cattivarsi le
simpatie dei reazionari del luogo e del capoluogo, per avere il posto al sole
in Comune. Alle sue dipendenze, istigati da mandanti che ben
conosciamo, agivano alcuni purtroppo non dimenticati , fascisti, che
diligentemente fungevano da aguzzini dei lavoratori, che non volevano
inginocchiarsi dinanzi alla loro brutale violenza.
Nonostante ciò vi era in Colle un buon
movimento Comunista, la maggior parte eravamo giovani ed anche dei
giovanissimi vi prendevano parte attiva. Purtroppo eravamo presi di
mira dagli sgherri fascisti, continuamente erano soprusi, angherie,
violenze di ogni genere, segni precursori della tragedia che il
fascismo locale voleva, terrorizzare la popolazione e stroncare il nostro
movimento. Ma nulla ci faceva deflettere dall’idea che avevamo
abbracciato liberamente, dalla causa giusta ed umana che ci faceva intrepidi
dinanzi a qualsiasi evenienza.
Fu così che nelle prime ore del 19 agosto 1925
si mandarono gli scugnizzi a prelevarci dalle nostre abitazioni, ma fu gran
sorpresa ritrovarsi tutti o quasi, una quarantina circa, alla sede del
fascio, dove l’ingegnere dava prova lampante del suo ingegno, per consolidare
il proprio avvenire.
Uno ad uno fummo trascinati nella stanza del
supplizio e quando rientravamo in quella dove erano in attesa gli altri
compagni eravamo sfiniti, lividi, grondanti di sangue. Ricordo bene il caro
compagno Leo Franci di ritorno dalla tetra
stanza; era livido nella faccia, nel dorso, pesto e sanguinante in tutta la
persona per le torture subite, pugnalato in più parti, quasi non dava segno
di vita. Intorno, gli assassini sghignazzanti, ebbri di ferocia e di odio,
con i pugnali e le rivoltelle ai fianchi, il manganello in mano, attendevano
l’ordine dell’ingegnere per ridurre altri in simili condizioni. E così
fu. Il compagno Nuti dopo essere stato percosso a sangue , veniva
gettato da una finestra. Trasportato all’ospedale vi giacque per molti
giorni fra la vita e la morte. Il Braccagni, lo Stanghini, il
Maestrini ed altri ancora furono ridotti in condizioni pietose, tutti
subimmo violenze e torture degne della inquisizione, dai criminali che
dovevano trascinare i lavoratori e l’Italia in rovina.
Purtroppo la tragedia non ebbe fine con queste
sevizie. La mattina all’alba
fummo trascinati fuori. Credendo ci rendessero liberi, quasi eravamo contenti
. Ma non erano soddisfatti ancora i miserabili ci portarono alla caserma qui
di fronte. Anche in caserma le violenze si ripeterono alla presenza del
deputato fascista Baiocchi, dal Tenente Visconti, dal Maresciallo
Ferro. Ricordo bene le scene disgustose e selvagge dei briganti
fascisti. Contro tutti erano parole sconce. Il Maresciallo quando ebbe
scritto le mie generalità con aria di scherno mi disse: li finisci male i
tuoi vent’anni , fra altri vent’anni forse rivedrai la luce. Infatti
quel giorno era il mio compleanno.
Dopo due giorni di permanenza in caserma
respirammo con meno apprensione allorché vedemmo rilasciare molti
compagni. Quasi tutti furono rilasciati, sei rimanemmo a disposizione
dell’autorità. Questi erano Leo Franci, Dino Bandini, Balilla
Giglioli, Bruno Panti, Senesi ed io, accusati di propaganda
antifascista, di cospirazione contro lo stato e infine più grave, di appartenenza
al Partito Comunista.
Venimmo trasportati al carcere di
Poggibonsi dove altri compagni del luogo vi si trovavano; il
Rugi, il Burresi, il Cardinali , il Bruni.
Il sig. Ottavio Migliorini, uomo ben noto in
Colle, era nostro guardiano, in sua assenza veniva sostituito dal figlio
Lando, anch’egli ben noto, il quale un giorno ci disse, che ben volentieri
avrebbe gettato le chiavi nel pozzo.
Passarono cosi lunghe giornate di
attesa, dove subimmo altri interrogatori. Credevamo che la cosa avesse
presto una risoluzione, poiché l’unica accusa fondata era l’appartenenza al
Partito Comunista, unico glorioso partito rimasto in lotta intransigente
contro il fascismo.
Nessuno di noi aveva negata la fede comunista,
protestando energicamente non essere reato l’appartenenza al partito, poiché
esso esisteva legalmente ed aveva dei rappresentanti in Parlamento
eletti dalla volontà popolare. Inutili furono le nostre proteste. Cosa si
voleva dunque ? Lo scoprimmo dopo alcuni giorni.
Una mattina vedemmo entrare nelle nostre celle
umide e buie molti carabinieri. Fummo strettamente ammanettati
come delinquenti della peggiore specie, con catene sottili e lunghe,
fummo legati l’uno all’altro con i compagni di Poggibonsi, condotti alla
stazione e con un carrozzone sotto scorta con una infinità di carabinieri e
marescialli, arrivammo a Siena. Giungemmo al carcere di S. Spirito con i
polsi indolenziti e tumefatti da quanto eravamo strinti e ci parve di
essere quasi liberi quando venimmo destinati nelle celle. Sapemmo
che anche i compagni Ricciardo e Gino Bonelli di Siena vi erano per la stessa
causa.
I mesi si susseguivano l’una all’altro,
l’istruttoria si svolgeva con lentezza contro di noi e fummo deferiti alla
corte di assise. Al fascismo premeva tenere in galera dei lavoratori rei di
lottare contro le barbarie, al fascismo necessitava incutere timore e terrore
ai lavoratori tutti illudendosi cosi di spegnere nel popolo l’idea per
la libertà e il progresso.
Nel marzo del 1926 vedemmo arrivare altri
numerosi compagni, anch’essi dopo aver subito le stesse violenze e le nostre
stesse peripezie furono trasportati al carcere di Siena. C’era il Marchi, il
Grassini, il Fusi, il Braccagni, il Semplici di Colle ed altri ancora di
tutta la provincia. Conoscemmo pure il Santarnecchi di Scorgiano il quale per
le torture subite era irriconoscibile e credendosi
inguaribile un giorno preso da sconforto si uccise nella propria cella.
Nel maggio altri ancora vennero ad
ingrassare le file dei detenuti politici. I più erano anziani che fin
dalla loro gioventù avevano lottato per l’emancipazione della classe operaia.
Vedemmo così il Gazzei di Radicondoli, il Coltellini di Poggibonsi, il
Boni di Colle e numerosi altri. Questi compagni ci raccontarono della
reazione violenta che imperversava in provincia come in tutto il resto
d’Italia specialmente dopo l’attentato al duce commesso in quei
giorni. Facemmo coraggio ai nuovi arrivati e con essi sperammo in un domani
migliore.
Altri compagni ancora vedemmo arrivare e ripartire.
Erano i già condannati ad anni di carcere fascista i quali andavano e
tornavano dal penitenziario di San Gimignano. Vi erano di tutte le regioni
d’Italia. Bastavano poche parole con essi per conoscere di quale fede erano animati.
Essi pure speravano, speravano in un domani migliore in una Italia rinnovata
e libera.
Passarono così nove lunghi mesi prima che si
venisse giudicati. Nell’aprile 1926 venne discusso un unico grande processo
con i compagni di Poggibonsi e Siena alla Corte di Assise. Ci ritrovammo
tutti dietro una gabbia come bestie da circo, circondati da uomini in divisa
armati di moschetti e rivoltelle, altri avevano i manganelli a portata di
mano. Anche l’ingegnere con alcuni sgherri insieme al deputato Baiocchi, al
Tenente al Maresciallo dei carabinieri apparvero alla nostra vista. Con
simile apparato, credevano di intimidirci. Ma non fu così. Tutti ci
scagliammo contro i sistemi brutali adottati contro di noi. Nessuno
negò la fede comunista e l’appartenenza al partito.
Il compagno On. Ezio Riboldi inviato dalla
direzione del partito parlò in difesa dell’idea che ci animava entusiasmando
i presenti al processo per la parola convincente e le argomentazioni portate
a nostra difesa. Fra l’altro egli disse: E’ cosa impossibile impedire
l’avvento del socialismo, esso verrà fra venti, fra cinquanta anni se
così fa’ piacere all’Illustrissimo sig. Presidente della Corte ma nessuno può
impedire l’ascesa.
La sentenza fu per tutti assolutoria per <<intervenuta amnistia
>> e venimmo scarcerati dopo quattro giorni dell’avvenuta sentenza.
Cosi si concluse una ( non unica) delle tragedie del fascismo Colligiano.
Ritornando col pensiero ai tristi giorni di venti anni fa nostro dovere
ricordare che due dei nostri migliori compagni dopo altre violenze, soprusi
carcerazioni subite non abbiano potuto vedere risplendere la nostra rossa
bandiera.
Essi furono LEO FRANCI; l’uomo più
maltrattato e vilipeso dal fascismo Colligiano, caduto eroicamente combattendo
nelle brigate “GARIBALDI “ per la libertà della Spagna contro il
fascismo.
BANDINI DINO; nostro capo nella dura lotta
illegale figura indimenticabile di compagno, morto tragicamente a Pisa in
seguito al bombardamento aereo.
Essi sono morti con nel cuore una vivida luce
di speranza, il migliore avvenire del popolo Italiano e del mondo intero
liberati da ogni oppressione.
RICORDIAMOLI OGGI E RICORDIAMOLI CON ONORE
Ghino Spalletti
P.S. l'originale di questo documento scritto a mano si trova in possesso del
figlio Piero Spalletti che abita qui a Colle Val d'Elsa.
ANNO 1945 TESTIMONIANZA DI GHINO SPALLETTI SU
NELLO SALVI
Nacque nel 1905 da umile famiglia
operaia, e giovanissimo dovette lavorare per guadagnarsi da vivere entrando
come apprendista nella vetreria di Colle. Fu qui che conobbe tutte le
amarezze della vita degli operai sfruttati. Fu nella fabbrica, che
nacque in lui l’aspirazione in un più giusto avvenire per tutta la classe
lavoratrice. Intuendo che il Partito Comunista era il partito che più
di ogni altro lottava per un progressivo miglioramento delle classi
lavoratrici, per la libertà dei lavoratori, per l’eliminazione dello
sfruttamento dell’uomo su l’uomo, abbracciò l’ideale Comunista con fede pura
e con dedizione assoluta.
Durante la reazione fascista e l’avvento al
potere delle bande mussoliniane dette prova di una intransigenza tale che lo
fece continuare con maggiore energia nella propaganda comunista.
Benché militare, non verrà arrestato nel 1925 con gli altri compagni di
Colle, Poggibonsi e Siena. Ma il comandante del reggimento di cui egli
faceva parte, per informazione inviatogli dal, famigerato direttorio fascista
dell’epoca, minacciò il nostro caro Compagno di inviarlo all’isola di
Ponza se fosse incorso in una più piccola mancanza. Non disarmò il nostro
compagno anzi in lui la fede rimase e si affermò maggiormente durante
la vita militare e congedandosi si dette maggiormente al partito lavorando
alacremente nella lotta clandestina.
Nello Salvi era uno dei nostri migliori che
non voleva piegarsi e inginocchiarsi per il tozzo di pane che doveva
guadagnarsi con il proprio sudore. Difficile era per lui trovare un lavoro
stabile in Colle e con il compagno Leo Franci si dettero allora alla vendita
di piccoli oggetti, per scampare la vita fino a che una intimazione fece loro
cessare ogni più piccola attività.
Nulla potevano fare i comunisti, solo morire
di fame.
E così preferì allontanarsi dalla propria
famiglia, dai compagni, dal suo paese, anziché inginocchiarsi per vivere alla
mercé dei filibustieri. Si portò a Livorno e anche la svolse attività
di partito. Dopo alcuni anni dovette trasferirsi a Milano perché
sorvegliato assiduamente.
Milano lo accolse come aveva accolto tanti
altri della sua fede e dette al lavoro clandestino tutto quanto poteva di se
stesso per il nostro partito che tanta amava.
Da se si era fatta una cultura politica che
faceva proseliti tra le masse.
Nel 1929 al congresso Comunista di
Parigi portò il saluto del nostro glorioso partito oltre che dei
lavoratori oppressi di tutta Italia. Altri compiti all’estero portò a
buon fine senza mai cadere nelle mani dell’OVRA dando così una prova
eloquente della sua capacità.
Sospettato di attività comunista nel 1931
venne arrestato ( frase cancellata
“ e inviato a Siena dove molti compagni Colligiani da tempo erano detenuti
“ ).
Fu accusato di essere un corriere del partito
e a Firenze alle Murate deve sostenere un confronto con un suo
accusatore che lui conosceva. Egli negò ogni cosa recisamente, che i giudici
rimasti disorientati firmarono col proscioglierlo per non provata verità.
Nuovamente libero e contento di essersela
cavata a buon mercato non desiste dalla attività che sempre aveva svolta.
Nella sua venuta a Colle portava con se notizie interessanti e giornali
clandestini che facevamo circolare.
Nel 25luglio 1945 egli si trovava fra i primi
in via .........,
TESTIMONIANZA DI GIUSEPPE BRACCAGNI
Comincerò dai primi del 1918, data in cui mi iscrissi al Circolo Giovanile
socialista di Scorgiano. Nel settembre del 1919 mi trasferii a Colle quale
operaio della ditta Lambertucci, ma dopo poco più di un anno e mezzo
cominciarono le prime difficoltà per la reazione fascista che si fece
sentire, anche fra noi soprattutto ad opera dei rinnegati Calvi Rolando detto
“Scunnizzo” e Viviani Enzo. Con la Presenza di questi individui nelle
file fasciste e dei loro consimili la vita per noi era resa molto difficile.
Ai primi del 1922 mi trasferii in seguito al licenziamento, nuovamente a
Scorgiano poiché a Colle era impossibile lavorare e vivere.
Essendo chiamato a reggere le sorti di quella Sezione Giovanile quale
segretario e in conseguenza di ciò, il 26 novembre 1922 verso la mezzanotte,
subii la prima aggressione ad opera dei fascisti rinnegati passati al fascio
di Maggiano in quella stessa settimana e cioè: Poli Ernesto, Peccianti Livio,
Peccianti A, e del fascista ante marcia Franchi Eugenio.
Il giorno 8 dicembre successivo subisco una seconda aggressione a Pievescola
ad opera dei fascisti di Casole d’Elsa, rimasti a me sconosciuti i quali
ebbero indicazione da Berni Giuseppe anch’esso rinnegato come i precedenti.
Una pausa alle mie persecuzioni dovuta al servizio militare.
Congedatomi, dopo detto servizio, rientrai a Colle e fui nuovamente in
contatto con i vecchi compagni. Il giorno 19 agosto alle 2 del mattino
subisco il primo arresto a domicilio ad opera dei CC.RR accompagnati dal
fascista Betti Otello.
Tradotto al fascio nell’istante in cui il compagno Nuti Vittorio di Prato
terrorizzato per le numerose e gravissime sevizie subite, si gettava dalla
finestra. Condotto alla presenza dei fascisti Maccari Mino, Caponi Unico, e
Caponi Giovanni, Viviani Enzo fui da costoro sottoposto a terribili violenze
e torture specialmente da Caponi Giovanni e Viviani Enzo, ( in quella circostanza
vi trovammo spettatori gli allora giovani fascisti Caponi Sergio Viviani Enzo
l’attuale guardia municipale).
Faccio notare un particolare che può interessare; per le scale del fascio
incontro il tenente dei CC.RR. che incita i fascisti a non avere pietà a
riguardo. Dopo 24 ore venni rilasciato per subire una continua persecuzione
fino al mio secondo arresto, avvenuto il 4 maggio 1926, sul lavoro, da Enzo
Viviani che fingendo di volere alcuni schiarimenti al fascio mi fece
sottoporre a nuove violenze da parte di Nepi Alfredo, Viviani Enzo, e Logi
Vittorio, fratello dell’Arciprete e Michelucci Gino. Erano presenti in questa
circostanza, senza prendere parte al fatto, i fratelli Portigiani.
La sera del 5 maggio, nell’ufficio del tenente dei CC.RR, subii altre
violenze da parte dell’on. Baiocchi Adolfo, presente il questore di
Siena.
Co me erano i compagni Valacchi Amos, Santarnecchi Enrico, poi suicidato nel
carcere di Santo Spirito nel giugno dello stesso anno. In proposito del
compagno Santarnecchi merita rilevare che quando fu tradotto alla presenza
dei su o…..individui era in condizioni assolutamente pietose, sia
fisiche che morali per le numerosissime percosse alle tempie e alle orecchie
che a me dichiarava averle ricevute il giorno precedente in località la
“Speranza”.
Di quanto sopra possono farne fede, oltre al compagno Valacchi, anche il
compagno Marchi Dino.
Il mio secondo arresto si protrasse dal 4 marzo 1926 al 18 agosto dello
stesso anno. Il mio terzo arresto, operato il 24 marzo 1931 ha termine il
giorno 11 aprile successivo.
Tralascio di ricordare le innumerevoli perquisizioni a domicilio con la
naturale e dolorosa impressione causata dagli sgarri sui miei familiari.
Dichiaro di assumermi le responsabilità di quanto sopra scritto e di esser a
provarlo qualora si rendesse necessario.
Braccagni Giuseppe.
P.S. Io Paradisi Mino che ho ricopiato questa memoria del Braccagni voglio
precisare che i Viviani Enzo sono due. Uno era figlio della maestra Viviani
soprannominata la “Pennosa” l’altro Il giovane fascista come il Caponi Segio
è Viviani Enzo “la ex guardia municipale oggi deceduto”.
Colle Val d’Elsa, 29 ottobre 1944
Io sottoscritto Braccagni Giuseppe, dichiaro che il giorno 4 marzo 1926 verso
le ore 15 il fascista Enzo Viviani veniva presso la fabbrica di fiammiferi
Lambertucci dove ero occupato e mi invitava alla sede del fascio dicendomi
che aveva bisogno di alcuni schiarimenti.
Quivi giunto venni sottoposto a gravi violenze da parte dei fascisti Viviani
Enzo, Nepi Alfredo e Logi Vittorio, fratello dell’Arciprete, sotto l’accusa
di aver costituito cellule comuniste a Scorgiano e Motrena.
Mi venne anche ingiunto, di firmare un verbale a carico del contadino
Valacchi Domenico che avrebbe detto male di Mussolini. Mi rifiutai perché
ignoravo il fatto che, venne poi dimostrato, era solo una montatura per
recare danno al suddetto contadino.
Malgrado ciò fui tradotto in caserma poi al carcere mandamentale di Poggibonsi
e successivamente a quello di S. Spirito a Siena dove fui rilasciato il 18
agosto dello stesso anno.
In fede quanto sopra
Colle Val d’Elsa 29 ottobre 1944.
Il sottoscritto Braccagni Giuseppe dichiaro che nella notte del 28 novembre
1922 venni aggredito nei pressi di Scorgiano, dai fascisti Peccianti Livio,
Poli Ernesto, Peccianti Angelo Franchi Eugenio i quali mi accusavano di
essere il segretario di quella Sezione Giovanile Comunista, quando già era
avvenuta la marcia su Roma.
Nella breve discussione che seguì fui percosso da Poli Ernesto. Riuscito a
fuggire nei boschi vi rimasi tutta la notte.
Possono testimoniare questo i contadini Lorenzetti Galliano e Valacchi
Amatore entrambi residenti a Scorgiano.
In fede quanto sopra.
Colle Val d’Elsa 29 ottobre 1944.
Io sottoscritto Braccagni Giuseppe dichiaro che nella notte del 19 agosto
1925 fui arrestato a domicilio, situato in via San Sebastiano da due
carabinieri guidati dal fascista Betti Otello, sotto l’accusa di appartenere
al Partito Comunista.
Tradotto al fascio, mi venne imposto di consegnare la tessera del Partito che
io non consegnai.
Invitato a fare i nomi di altri compagni, mi rifiutai categoricamente. In
conseguenza del mio rifiuto fui sottoposto ad atroci sevizie e torture
da parte dei fascisti Maccari Mino, Caponi Unico, Caponi Giovanni e Viviani
Enzo l’attuale guardia municipale.
Il tenente dei carabinieri, incontrato per le scale, incitava i fascisti ad
agire senza nessuna pietà nei miei riguardi.
Dopo aver subito le atroci torture, venni tradotto in caserma e rilasciato
dopo 24 ore.
In fede quanto sopra.
CRONACA E STORIA ANTIFASCISTA DI COLLE DI VAL D’ELSA
BALILLA GIGLIOLI 1958
Questa breve relazione non ha la pretesa di essere uno studio storico, ma una
rapida rievocazione di quello che fu il fascismo a Colle Val d’Elsa
attraverso i ricordi di uno, che suo malgrado fu spesso testimone oculare e
protagonista, e che per la memoria di coloro che caddero credette doveroso
ricordare ai giovani concittadini descrivendo gli episodi più gravi e
più significativi dimostrando così che non tutti curvarono la schiena.
La clamorosa affermazione del Partito Socialista all’indomani del primo
conflitto mondiale fece seriamente impaurire la borghesia italiana.
La terra che era stata promessa ai contadini nel 1915, veniva ora reclamata
energicamente, e la successiva occupazione delle fabbriche nell’ottobre
del 1920, fu la scintilla che spinse la classe dirigente ad organizzare la
reazione, per sbarrare la marcia alle masse popolari; la storia ci ricorda
essere questo l’estremo rimedio e per distinguersi alle precedenti reazioni
si chiamò questa volta fascismo, in virtù di quanto l’Italia fu messa a ferro
e a fuoco.
In provincia, come in tutta Italia,
divampa la violenza fascista, era il luglio 1921, Colle, di tutta la
provincia di Siena era rimasto l’ultimo fortilizio rosso, come dicevano
allora, Colle col suo attaccamento alle idee socialiste non era superficiale
come purtroppo qualche paese vicino, del resto il suo Municipio fu tra i
primi tre o quattro comuni d’Italia ad essere amministrato dai rappresentanti
socialisti; nelle ultime elezioni del maggio dello stesso anno, Colle unico
comune della provincia di Siena mantenne inalterata la forza elettorale, e
dunque erano buone ragioni, secondo la mentalità fascista, di farla finita
con questo scandaloso esempio.
Il piccolo sparuto fascio di Colle, nato
nella primavera dello stesso anno, della forza di circa venti individui
“i fondatori”, come si chiamarono poi, si componeva di elementi del medio
ceto e piccola borghesia si atteggiavano nella vita cittadina a superuomini,
salvo il gregario, certo Cecconi, sposato a Colle ma forestiero, che si
distinse in modo speciale: provocò più che poté, poi ripartì per Lucca dove,
sorpreso con un altro compare a consumare una rapina, uccise un ispettore di
polizia, certo Cucchiara, e ferì altri agenti, finì in galera con 30 anni e
vi morì. Dunque salvo il già citato Cecconi il quale dimostrò abbastanza
fegato, il resto non poteva che contare su deboli forze. Perciò fu deciso dal
fascio di Siena di fare anche qui un lavoro concreto di “persuasione” e così
incominciarono a capitare dei figuri dalle varie Provincie esperti in
provocazioni; in modo particolare essi affrontavano i cittadini
accusandoli di aver sparlato del fascio o dei fascisti ed era sempre un
motivo per picchiare, questo sempre in località deserte, in campagna i
contadini erano costretti a non allontanarsi dalle loro case, perché l’aggressione
era sempre sicura, quando non dovevano subire l’assedio in casa loro,
l’incendi divenivano una cosa abituale, voci calunniose furono messe in giro
contro le persone più in vista del movimento operaio. Diventò famoso un tizio
di Montespertoli, che, venuto a Colle in cattive condizioni fece
acquisti di tutto, si rivestì tutto a nuovo, nei caffè mangiava e
beveva senza risparmio e poi diceva roteando il manganello: - Paga il
fascio!.
A conclusione di questo lavoro preparatorio, l’ultima domenica di luglio,
calarono in paese da tutta la Toscana bande di fascisti, i cittadini capita
l’antifona sfollarono in massa per le campagne.
Fra le diverse squadracce, era ben rappresentata la tristemente famosa
Disperata di Firenze la quale fu subito di esempio alle loro colleghe
iniziando la caccia all’uomo, e qualche ingenuo rimasto in paese pagò per gli
altri. Certo Pantini un povero rachitico, perciò minorato fisico,
interpellato se a Colle vi erano dei comunisti rispose senza esitare: - Come
siamo tanti! Fu colpito a sangue da una massa inferocita finendo
all’ospedale. Si badi bene che questo povero essere informe era politicamente
indipendente. Certo Paradisi Antonio (detto Tono di Nea), molto anziano e
conosciutissimo in Valdelsa per essere stato completamente sordo fu
affrontato sapendolo fervente socialista, istintivamente disse parole di
disprezzo fu ridotto anch’esso in gravi condizioni.
Nelle scorribande in paese, le squadre devastarono molte case e circoli
ricreativi con danni ingenti, un bracciante di Casole di passaggio da via
degli Olmi perché trovato in possesso di una tessera sindacale fu gettato da
un alto muraglione assieme alla bicicletta, fu tra la vita e la morte per
molti giorni. Un giovane operaio, certo Manfredini, deceduto giorni prima nel
lavoro in una miniera dei dintorni, fu condotto al cimitero
clandestinamente senza funerale. Questa la prima manifestazione di propaganda
a Colle.
Da allora i fascisti locali, che erano stati sempre sulla difensiva,
addirittura negando di essere fascisti, passarono anche loro all’attacco,
però sempre di notte e mai nel centro cittadino, e così con il concorso dei
fascisti dei comuni vicini specie di Poggibonsi, che aveva dopo quello di
Siena il fascio più efficiente, le violenze aumentarono sempre di più, e il
terrore fra la popolazione aumentava perché essere lavoratore o vestire come
un lavoratore era sinonimo di comunista e non è cosa nuova ricordare che le
Autorità di F.S. collaborarono per far trionfare la nuova “idea” I
carabinieri da parte loro si fecero molto attivi di giorno e di notte,
perquisizioni, chiamate in caserma e qualunque scusa era buona per arrestare
onesti lavoratori, in quel tempo i furti erano frequenti, la cosa non
riguardava i reali, così la popolazione era in parte martoriate e
dall’altra intimidita. Nelle famiglie, è strano oggi a dirsi, i genitori
sospettavano dei figli, i fratelli dei fratelli e così via; e vi era motivo
perché vedendo carta bianca ai fascisti in tutto, i più pavidi, per finire
l’incubo che non gli dava pace giorno e notte, che era peggio, si iscrivevano
al fascio, poi gli ambiziosi o prepotenti per comandare dalla sera alla
mattina anche essendo iscritti ad altri partiti andavano a mettersi la
“piattola” o la “cimicia” così si diceva allora (del distintivo del fascio).
Altri invece pensarono seriamente di emigrare non potendo sopportare
continuamente i rischi della vita, o delle cose, ci fu chi reagì oltre che
sopportare. Certo Fazio Berni un giovane di una certa prestanza fisica,
oltre che dotato di spirito, da lui giravano al largo, perché sapeva
rispondere con vigore ai loro complimenti. Ma un giorno, autunno 1922, il
fascio decise di liquidare questo tipo che non faceva fare a loro bella
figura. Fu inviato al Berni un fascista, un certo Elia, per intimargli che ad
una certa ora doveva presentarsi al fascio. Il Berni picchiò di santa ragione
l’ambasciatore che pure non era un mingherlino lo scaraventò per le scale, e
a quella certa oro il Berni era in viaggio per Roma e non torno più. Un certo
Inci, vetraio, in un giorno di caccia all’uomo, che ormai era divenuta
un’abitudine, si fece inseguire provocandoli in una stradetta campestre, e
all’improvviso affrontò il più vicino, gli tolse il bastone e lo colpi senza
riguardo e cessò soltanto quando si avvicinarono gli altri ai quali
scaraventò il loro arnese e se la squagliò fra i campi.
Purtroppo la popolazione vedendosi abbandonata dalla legge da cui giustamente
avrebbe dovuto essere tutelata e accorgendosi che il fenomeno fascista, come
dicevano certi ottimisti in seno allo stesso movimento operaio, non si
attenuava anzi era sempre peggio, la popolazione dicevo, si perdeva sempre di
più di coraggio e tutto andava in disfacimento: organizzazioni, società,
locali pubblici si fecero deserti, che era sempre in agguato la provocazione,
nelle famiglie stesse come già accennato, divisioni, sospetti, paura di
tutto: del lavoro, del pane; gli appassionati della caccia temevano per i
permessi ecc. Così in mezzo alla rovina materiale anche quella morale. I casi
di viltà non si contavano più; persone denunciate di qualunque colpa dagli
stessi familiari.
Un certo “ Draga” (Fedro Corti) così chiamato di soprannome, per due schiaffi
presi la sera, al mattino si iscrisse al fascio: Anche tutte le questioni
private erano risolte con l’appoggio del fascio: questa grosso modo era la
situazione a Colle in quei primi tempi del fascismo. La sera del 21 settembre
1921, in Colle vi era la tradizionale fiera, una ventina di fascisti fra i
quali alcuni di fuori, affrontarono verso mezzanotte certo Verdiani Raffaello
detto il “Topo” sui 65 anni che per la professione che esercitava (facchino)
era solito bere più del normale, e detto cittadino fu intimato di andare a
letto, questi, anche perché alterato rispose di essere un libero cittadino e
di fare il comodo suo, e siccome lo pressavano minacciosi, si difese con una
stecca di lamiera, un attrezzo del suo mestiere, e quelli inferociti lo
assaltarono con pesanti manganelli, finche anziano com’era cadde a terra;
allora più comodamente lo colpirono reggendoli le braccia. Ma a un tratto
partì un colpo di pistola, che fece finalmente scuotere dal torpore due
carabinieri della vicina caserma, i quali accorsi, fra lo stupore dei
cittadini terrorizzati dietro le persiane, presero il Verdiani per i bracci e
lo portarono in caserma. I fascisti, dal conto loro, continuarono a
manganellare il malcapitato mentre i carabinieri lo tenevano e grondava
sangue lasciando larga traccia sotto i loggiati di Piazza Arnolfo. Il
Verdiani fu processato per mancato omicidio e condannato a 18 mesi di galera
che fece interamente. Pochi giorni scontata la pena morì di crepacuore.
In questo periodo gli antifascisti delle varie correnti polemizzavano
ferocemente fra di loro rinfacciandosi a vicenda la scissione di Livorno, secondo
alcuni causa della venuta del fascismo. La gran parte si accaniva in
questioni ideologiche mentre tutto andava a catafascio, altri mettevano sotto
accusa i comunisti che con la loro intransigenza avrebbero provocato il
risentimento della borghesia, e vi erano pure, e non pochi, antifascisti a
parole che in segreto vedevano di buon occhio la reazione fascista
concentrarsi sempre più contro i soli comunisti, che con le loro teorie di
difesa armata, unica risposta possibile al fascismo nel suo sorgere,
nell’interno, si illudevano di essere sbarazzati, senza sporcarsi le mani, di
un movimento nuovo ma che dimostrava con i fatti di essere coerente al suo
programma.
E’ così i vari partiti socialisti o antifascisti con le loro divisioni
interne avevano il risultato di incoraggiare anche a Colle sempre più la
reazione anti operaia.
Il popolo al di fuori dei partiti sognava di reagire con la forza, e le
persone più coscienti si riunivano nelle case e nelle campagne, per
spassionarsi, per organizzare assistenza ai più colpiti, ed anche per
scambiarsi le notizie che dai giornali non era più possibile sapere la verità
dei fatti accaduti a breve distanza. In questi conciliabili nacque l’idea di
organizzarsi militarmente, anche per le notizie venute da varie parti
d’Italia che parlavano di “Arditi del Popolo”.
Il giorno di Pasqua 1922 la solita combriccola dei fascisti, avendo bevuto un
po’ di più sentirono il dovere di provocare la folla che in quel giorno era
serena e piena di speranze nella distensione degli animi; a parole offensive
ed umilianti, il pubblico reagì in modo violento. Ma la forza pubblica
intervenne in difesa dei fascisti che se la cavarono discretamente, però i
segni della collera popolare gli portarono per diversi giorni.
Il 1° Maggio dello stesso anno, contrariamente alle pretesa dei fascisti,
Colle cessò ogni attività e ciò in segno di sfida. I fascisti si mobilitarono
e decisero di far funzionare almeno un servizio pubblico in quel tempo di
primaria importanza. Il treno messo in funzione da crumiri importati da
Siena, si dilettò a viaggiare su e giù a vuoto ed ebbe anche incidenti di
macchina.
Nella Piazza Arnolfo che incominciava ad animarsi di cittadini col garofano
rosso all’occhiello, i fascisti incominciarono a fare evoluzioni ed a fare
scoppiare petardi per impaurire, non ottenendo alcun risultato,
incominciarono a colpire con i manganelli e la faccenda si mise seria: chi
non era munito di randello utilizzo gli sgabelli del caffè Garibaldi, ed un
di questi ben assestato impedì a certo Nepi di colpire un cittadino disarmato
di sgabello. Tutto questo la mattina dalle ore 9,00 alle ore 10,00 ed ai
fascisti non restò altro che darsela verso la caserma; il popolo si riunì in
gran folla all’Arena del Popolo per decidere il dal farsi prevedendo come al
solito la venuta dei rinforzi dai paesi vicini. Infatti un’ora dopo
ebbe inizio l’arrivo di squadre in automobile, il popolo avutone notizia
decise unanimamente di affrontare gli invasori, era stufo di prepotenze,
perfino i riformisti in testa alla folla incitavano alla lotta,
avvennero urti violenti a corpo a corpo, bastoni e pietre erano in prevalenza
le armi, ma vi era chi andava a munirsi di fucile e già si vedevano pistole
in mano a qualcuno, poiché da parte fascista le armi non mancavano anzi
facevano già sentire il loro fragore, come era previsto i carabinieri vista
la malaparata, piazzati dietro le colonne del caffè Garibaldi incominciarono
una sparatoria di moschetti sulla folla, per fortuna vi fu solo qualche
ferito leggero e la battaglia rallentò fino a cessare, ma erano cessate anche
le velleità dei fascisti almeno per quel giorno. Poi vennero le Guardie Regie
di Firenze, che presidiarono la cittadina fino a notte. I giorni successivi
lavorarono le spie e così avvennero gli arresti, perquisizioni e
processi che si protrassero per anni. I fascisti da parte loro studiavano di
individuare l’autore della sgabellata che aveva centrato il capo degli
squadristi. Nonostante che il fatto avvenne in un punto centralissimo e
quindi alla vista di moltissimi cittadini, le spie che a Colle erano molto
note, non poterono riferire con certezza. Così il fascio di Colle fece colpa
a svariati cittadini e per anni indagò inutilmente.
E nel periodo successivo a questi fatti che gli Arditi del Popolo fecero la
loro apparizione in pubblica piazza. Essi sfilarono più volte in silenzio ma
la forza pubblica con le armi puntate minacciavano una tragedia, questi gesti
facevano si che la gente fuggiva terrorizzata travolgendo i tavoli dei
caffè. Così le domeniche finivano sempre in malo modo.
Poi avvenne la marcia su Roma e tutto si accomodò legalmente, l’olio con la
benzina lo poterono far bere, da quella data anche di giorno i fascisti
potevano aggredire, anche in pieno centro della cittadina. Nella povera casa
di Berardi Valerio ex segretario della Camera del Lavoro poterono frantumare
tutto e riempire i materassi di cocci rotti e pugnalare il gatto. Nelle
campagne avvennero fatti di tutti i colori, ad Ancaiano sfasciarono la roba a
15 famiglie, furono violentate diverse donne, a Marmoraia un colono si difese
con l’accetta, fu ucciso, ed altri rimasero feriti gravemente, a Strove a
notte inoltrata fu circondato il Circolo dove ballavano i cittadini di detta
frazione e quanti uscirono dalla porta finirono tutti all’ospedale, da notare
che non guardarono al colore politico nel colpire. I fatti avvenuti specie in
quelli anni sarebbe impossibile descriverli tutti. Ed infine poterono
sciogliere l’Amministrazione Comunale, ultimo ricordo dei tempi onesti, di
civili competizioni democratiche e si tornò al Medio Evo; fra il tripudio
della goffa borghesia colligiana fu insediato il Podestà.
Si arrivò alle elezioni del 6 aprile 1924, a quest’epoca nei nostri dintorni
erano avvenuti fatti gravissimi, quale la bastonatura dell’insegnante maestro
Del Secco per cui dovette morire; ciò successe in ferrovia tra Siena e
Poggibonsi. Un camion di fascisti tra San Gimignano e Colle fermato un
boscaiolo padre di diversi figli e pur non conoscendolo lo fulminarono a
revolverate: a Staggia dopo un diverbio originato dal fatto che uno fischiava
un motivo che non piaceva ai fascisti fu arrestato: un treccone , certo
Spazzavento al mattino fu trovato impiccato con la propria camicia. Questa
era l’atmosfera con cui fu iniziata la campagna elettorale a Colle.
Caratteristico fu il metodo di propaganda: sotto la minaccia di morte furono
estorte a diversi cittadini lettere di abiura alle loro idee e pubblicate poi
in manifesti murali.
In chiusura della campagna elettorale ebbe epilogo con alcune bravate delle
squadre d’azione, in particolare va menzionata quella di Collalto, comandata
da un agrario certo Gabbricci le quali appostate alla stazione colpirono
selvaggiamente i viaggiatori che scendevano dal treno. Il risultato fu che i
fascisti per la prima volta ebbero un’affermazione elettorale, essendo
spariti i vari partiti di centro, però con loro sorpresa, anche i comunisti ,
unici ormai a reagire contro il fascismo, ebbero una forte affermazione.
Venne il 10 giugno 1924 e il popolo di Colle si commosse alla notizia del
delitto Matteotti e ritrovarono lo spirito di un tempo e scioperò unanime. I
fascisti erano annichiliti, temevano la resa dei conti e passarono alcuni
mesi prima di tornare a rispondere all’appello. Il popolo intanto aspettava gli
eventi che non vennero e i fascisti, prima timidamente poi con la vecchia
baldanza ripresero fiduciosi la loro sanguinosa marcia.
I partiti in teoria erano ancora ammessi alla legge, però unico nato nelle
battaglia e che nella battaglia si sviluppava, il Partito Comunista,
insisteva a lavorare nelle condizioni che gli era possibile, tanto gli adulti
che i giovani si riunivano spesso e tenevano legami con la Federazione
provinciale, organizzavano l’assistenza alle vittime politiche con Soccorso
Rosso, facilitavano il trasferimento dei ricercati delle varie province o
venivano tenuti nascosti ed assistiti, era curata la stampa con i mezzi di
fortuna, di manifesti incitanti contro la reazione fascista, specie da questi
il fascio locale sospettò l’esistenza di una organizzazione. E nell’agosto
1925 presero un giovane operaio di 17 anni? Carli Alvaro, nella sede di
Piazza Arnolfo mentre la sua vecchia madre sentiva, lo torturarono fino a
notte, era il 19 agosto, l’infelice in ultimo convincendosi che la legge
consentiva l’attività dei partiti fece dei nomi, nomi di giovanetti che a
loro volta picchiati fecero altri nomi ed anche gli adulti vennero
conosciuti. Per due notti fino all’alba i fascisti, che avevano ai lori
ordini il Tenente Visconti, comandante la caserma, fecero arresti; la prima
notte toccò ai giovani che furono massacrati da quello che ancora oggi i
colligiani non hanno ancora dimenticato: il boia ing. Nepi Alfredo, così lo
chiamavano, e tutti sfigurati e sanguinanti furono dal fascio trasferiti in
caserma di fronte dove dovettero subire, è doloroso dirlo altre violenze da
chi portava indegnamente la divisa di soldato italiano. Furono messi un
quindicina per cella e la seconda notte toccò ai più anziani e anch’essi
ebbero il “trattamento” del Nepi e dei suoi aiutanti. Nessuno ha dimenticato
l’operaio tessile pratese coniugato a Colle colpevole solo di occuparsi di
assistenza alle vittime il quale colpito in modo selvaggio, come impazzito
credette unico scampo gettarsi dall’altissima finestra nel sottostante
marciapiede dei loggiati. Un albero che ornava la piazza Arnolfo lo salvo da
morte sicura. Mentre era moribondo all’ospedale lo obbligarono a firmare una
dichiarazione pena il deferimento all’autorità giudiziaria per associazione a
delinquere in cui riconosceva di essersi rovinato per suo piacere. Egli passò
da ospedale in ospedale restando alla fine invalido per sempre.
In quelle celle dove nei giorni successivi furono rinchiusi altri arrestati
di Poggibonsi e di San Gimignano, dove la polvere e l’orina dei buglioni era
da tempo rimasta. Per dormire dovevamo fare a turno, tre per fianco, sette
per terra con l’orina a pozzanghera che i reali non permettevano il
soddisfacimento dei bisogni corporali fuori dalla cella, gli altri restanti
in piedi in attesa del loro turno. In cella ne misero diciotto e ricordiamo
che metà di essi erano febbricianti e le costole doloranti, Leo franci
dovette riposare per quaranta giorni a bocconi, oltre ad essere
irriconoscibile nella faccia, aveva ricevuto quattordici pugnalate nei
muscoli delle braccia e non contenti fecero la commedia, sempre alla sede del
fascio, di bruciarli i piedi con una stagna di benzina. Il Martini Alberto di
San Gimignano, ricoverato in quell’ospedale con prognosi riservatissima, fu
prelevato dai fascisti che già lo avevano rovinato e portato a Colle per
confronto, dissero. E fra quelli che meno si dimenticano per l’afferratezza,
ricordiamo il diciottenne Bruni di Poggibonsi il quale a notte alta fu
prelevato alla presenza dei suoi genitori disperati e completamente nudo fu
percosso al fascio di Poggibonsi. Poi sempre nudo, nella notte fu caricato su
un camion scoperto e portato al fascio di San Gimignano e di nuovo picchiato
a sangue, indi a Colle dove fece la finale il detto Nepi.
Dopo cinque giorni furono rilasciati la maggioranza degli arrestati, dopo
però aver firmato senza poter leggere, il verbale di accusa. A questo pensò
il Nepi che si era insediato nell’ufficio del tenente il quale era in piedi
da un lato, dall’altro il maresciallo Ferro, abile specie quando era ubriaco
a colpire i malcapitati con la cinghia munita di grossa fibbia come ebbe a
provare il Bandini. E i due tutori della legge non avevano nulla da dire
quando il Nepi minacciava con il rasoio il taglio della gola a chi non era
propenso a firmare. Di questa operazione rimasero dentro quattordici sospetti
comunisti. Cinque di Colle, cinque di Poggibonsi, uno di San Gimignano e tre
di Siena. Tutti gli altri circa sessanta in maggioranza di Colle denunciati a
piede libero. Gli arrestati dopo cinque giorni furono trasferiti a Poggibonsi
e dopo undici giorni a Siena per essere processati quasi dieci mesi dopo in
Corte di Assise: processo durato due giorni e si concluse con l’amnistia i
reati di cui furono accusati: associazione a delinquere, cospirazione contro
i poteri dello stato, ed incitamento all’odio di classe, reati che
comportavano dai dodici ai diciotto anni di carcere.
Frattanto in questo periodo di tempo morivano alcuni antifascisti tra i più
decisi di malattie misteriose. “ Malattia di petto” dicevano i parenti per
timore di rappresaglie. Ma tutti sapevano che il “mal di petto” derivava da
aggressioni subite in varie epoche, erano questi Poliuto Logi, Vasco
Martellini, Giachi (Cina) ed altri purtroppo dimenticati.
La vita nel carcere non fu certo tranquilla. A Poggibonsi gli undici in
attesa di una decisione del Pretore erano fiduciosi in un atto di riparazione
e di giustizia; invece furono rinviati al giudice del tribunale di Siena, nel
frattempo i fascisti del posto che potevano entrare nel mandamentale facevano
dispetti, irruzioni improvvise e le solite minacce di morte. Da parte loro
gli arrestati sostenevano con calma e serenità qualunque cosa avvenisse,
anzi, in quei giorni fu condotto in cella un certo Stanislao Pelli che aveva
già fatto anni di carcere per i fatti di Empoli, per sbaglio al penitenziario
fu liberato quattro mesi prima e perciò arrestato di nuovo;
gli undici sapendo l’estrema miseria in cui lasciava la sua famiglia che mise
insieme un contributo in denaro insegno di solidarietà fraterna.
In catene, in un vagone riservato, furono condotti al carcere di Santo
Spirito di Siena e riuniti i tre considerati i capi della Provincia. Erano i
fratelli Bonelli e Lina Ranucci moglie di Riccardo, riuniti per modo di dire
perché loro furono sempre isolati a Siena fu un po’ meglio. Vi era una
disciplina ferrea ma vi era pulizia e tutti i giorni non mancava il pane,
cinquecento grammi ad un piatto di minestrone, di queste cose sia l’una che
l’altra mancavano a Poggibonsi che delle volte veniva risparmiata anche
l’acqua.
Su consiglio dell’avvocato Gianni e Rottoli fu fatta domanda di libertà
provvisoria ma il giudice, data la gravità del reato, pensò di dare esito
negativo. Successivamente le decisioni dei quattordici passarono alla Sezione
d’accusa della Corte d’Appello di Firenze la quale rinviò tutti meno
uno, la Ranucci, alla Corte d’Assise di Siena. Era il 25 dicembre.
In questo lasso di tempo a Roma avvenne l’attentato a Zaniboni il che provocò
anche in provincia di Siena arresti di riformisti, circa una ventina, uno o
due per paese della Provincia. Al Giudiziario di Santo Spirito Ginanneschi,
un uomo robustissimo che in tutte le parti del corpo aveva dei grossi lividi
che lo facevano spasimare. Dicevano che lo avevano sistemato in una cella di
Questura dove uno estraneo, che chiamavano “ingegnere” lo aveva colpito con
un paletto di ferro, questo “ingegnere” non era altro che il Nepi di Colle,
che in quel tempo era il braccio destro del Ras, deputato Baiocchi e di quel
tempo, che il Nepi al comando di una squadra fu accusato di aver fatto
chiamare alla finestra un certo Bulicanti di Monticiano e in sua vece si
affacciò il suo vecchio genitore al quale fu sparato dalla squadra e ucciso.
Di Colle arrivarono Selvaggi e Boni ai quali fu fatto pervenire da parte dei
compaesani quel poco di viveri che tenevano di riserva, però dimostrarono di
non gradire il gesto di solidarietà perché ostentarono freddezza. Poi dopo
nemmeno venti giorni furono lasciati liberi tutti. E nell’anno successivo, a
fine maggio, quando i comunisti colligiani tornarono liberi, i momentanei
compagni di sventura si guardarono bene dal salutare che in cattività non
aveva dimenticato i doveri di solidarietà umana. In quei brevi venti giorni
di loro permanenza del carcere, la direzione fu incaricata di invitare tutti
i detenuti a contribuire con lire venticinque (due giorni di lavoro in quei
tempi) alla sottoscrizione del dollaro, così chiamata per la cifra
corrispondente alla moneta americana, era insomma un contributo per
rafforzare la finanza fascista: i riformisti volenterosamente sottoscrissero,
i sospetti comunisti no.
Pur non facendosi illusioni, il comitato di difesa del Partito Comunista,
ossia il “Soccorso Rosso”, tentò pur con gravi difficoltà finanziarie, al
fine di evitare un processo costoso e possibili condanne, ricorse alla Corte
di Cassazione, considerando che l’alta Magistratura agisse in completa
indipendenza alle direttive fasciste. In gennaio 1926 venne questa sentenza
da Roma: “Il vostro non è reato politico ma un crimine da delinquenti comuni,
perciò la massima Corte di Giustizia vi riconferma il rinvio a giudizio della
Corte d’Assise di Siena.” A questa grave sentenza, i comunisti valdelsani
credettero capire che oramai era inevitabile una condanna di vari anni, dal
momento che da Roma veniva si duro parere e per questo non sbigottirono, anzi
la evidente persecuzione rinforzava nell’animo loro la volontà di resistere
nella convinzione di essere dalla parte del diritto. Il primo pensiero
unanime fu i sfida: era deciso per il peggio e dunque era inutile essere
prudenti. La mattina successiva a detta comunicazione, all’ora dell’aria nel
cortile del carcere, i tredici intonarono, seguiti da decine di altri
detenuti, l’Internazionale e Bandiera Rossa. Questa manifestazione in regime
fascista, fece imbestialire le guardie che puntarono minacciose i loro
moschetti dall’alto dei muri di cinta. Il comandante del carcere ordinò
un’inchiesta, ci fu qualche punizione, ma in confronto di quello che
succedeva fuori non andò male.
Alla vigilia di Pasqua venne al carcere, per un ciclo di conferenze, un
grosso frate dalla faccia paunazza. La maggioranza dei comunisti il primo
giorno accettò di assistere credendo che l’oggetto di tali conferenze riguardasse
la morale cristiana ed anche per uscire qualche ora dalle nude quattro mura
della cella. Invece purtroppo, dall’inizio alla fine non fece che inveire in
modo grossolano contro il popolo italiano da lui definito “la plebe rossa”,
cosicché in segno di protesta i tredici si rifiutarono di partecipare nei
giorni successivi alle funzioni di un indegno religioso il quale di fatto era
allineato con la canaglia trionfante. Questo figuro non pensava che non
bastasse anni di reazione per punire i lavoratori di essersi abbandonati nel
venti a manifestazioni esprimendo la speranza di un mondo migliore.
Il primo maggio successivo fu ricordato con l’ostentazione di garofani
artificiali preparati con mollica di pane colorata, un metodo molto in uso
nei carceri. Questa purtroppo non si svolse secondo il programma perché le
guardie di controllo al cancello che porta all’aria nel cortile sequestrò
tutti i fiori arrabbiatissimo dicendo che si voleva rovinare la sua posizione
presso le Autorità, e cosi il centinaio di altri detenuti non poté vedere la
sfilata dei comunisti col garofano rosso. In quel periodo, fine inverno 1926,
al Comune di Colle fu attuata una nuova ondata di terrore, Il partito
Comunista era ancora legale ma il fatto di trovare ancora una tessera di
detto partito sotto una tegola di una abitazione bastava a giustificare
tale ondata, ed arrivarono a Santo Spirito un’altra ventina di comunisti di
Colle e di Gracciano, di Motrena e di Scorgiano tutti gravemente feriti. Il
dottore del carcere, un uomo onesto e di cuore, certo Andreini, faceva quello
che era in suo potere per attenuare le sofferenze ed aveva sempre buone
parole per i malcapitati, ma non faceva nessun referto dicendo che gli
avrebbero strappati e si sarebbe esposto ad inutili rappresaglie.
Il 24 marzo al mattino, non potendo sopportare il dolore e dopo aver scritto
le sue ultime volontà sull’intonaco del muro, fu trovato morto impiccato
certo Santarnecchi Enrico venuto con l’ultima retata. Ai suoi compagni che
chiesero il permesso di vederlo, non gli fu concesso. Uno di essi, Petreni
Lucesio, uscito con tutti gli altri cinque mesi dopo, dovette morire, benché
forte e robusto, appena tornato a casa risentendo delle sevizie subite.
Il partito Comunista, in vista del processo, decise a mezzo del suo ufficio
giuridico di Milano, di incaricare due dei suoi migliori avvocati, e cioè
l’on. Riboldi e l’on. Buffoni, il comitato naturalmente segreto, di Siena
mantenne l’incarico di Rottoli giovane avvocato, il prof. Valsecchi e Gianni,
ma quest’ultimo difese solo in istruttoria essendo d’accordo così, gli altri
dunque formarono il collegio di difesa.
Il Valsecchi, il quale non scherzava in fatto di quattrini, si faceva vedere
raramente ai tredici per prendere accordi in preparazione del processo. D’altra
parte aveva molto paura dei fascisti conoscendolo bene poiché era un principe
del Foro senese, cercavano di intimidirlo con tutti i mezzi, e alla vigilia
del processo pretendeva che i suoi difesi rinnegassero di fronte alla Corte
le loro idee di appartenenza al partito, questo diceva lui avrebbe facilitato
la sua difesa. Non riuscendo nell’intento, decise di limitare la sua difesa
per la parte morale, agli altri il compito politico. Così gli sembrava più
prudente e in più, pena il ritiro, volle che ogni familiare portasse a lui
personalmente la cifra stabilita e non da incaricati del Partito.
Il 18 maggio 1926, bene incatenati i tredici furono condotti in via del
Casato dove a sede la Corte di Assise. La detta via era affollata ed il
camion a stento, nonostante il gran servizio d’ordine, poté arrivare, Fatti
scendere e condotti in aula, i tredici furono messi in un gabbione di ferro
contornato da sei carabinieri in alta uniforme. In attesa della Corte che
mancava, il Ras Baiocchi il quale per i due giorni di udienza, con occhiate e
lazzi dirigeva praticamente il processo: Il difensore Rottoli portò loro la
prima notizia: l’on. Avv. Ruffoni era stato pugnalato e ferito gravemente ad
Ancona al termine di un processo analogo perciò sarebbe stato assente. L’on.
Riboldi invece era irreperibile ed i fascisti mobilitati lo cercavano
attivamente per darli una lezione di stile fascista. Come principio non
metteva certamente bene, comunque il morale non abbasso, furono smentite
energicamente tutte le accuse contenenti nei verbali, fu tacciato di bugiardo
il tenente Visconti, il quale dopo la bella operazione di Colle era passato
capitano, e di fronte ad una gran massa di fascisti ed anche di cittadini
onesti, fu riconfermata la loro appartenenza al Partito Comunista.
Questo diede motivo ai fascisti di picchiare tutti i testimoni a discarico, e
non potendo fare meglio insultavano o minacciavo gli imputati quando erano in
cella durante le pause del processo. Un libro di recente, scritto dai
riformisti Nofri e Colombino sulla Russia Sovietica, (nell’intendimento del
Pubblico Ministero, doveva costituire un serio motivo d’accusa a carico dei
comunisti valdelsani).
Unica prova palpabile per cui la Giustizia celebrava quel processo con tutta
la sua pompa, erano tre o quattro tessere del Partito Comunista in tempo che
era ancora legale; ma purtroppo i tempi erano quelli. Quando Valsecchi, con
tutta la sua bonomia possibile finì la sua arringa, puntuale, esatto, apparve
l’on. Riboldi il quale parlò per due ore precise non dimenticando nel suo
dire di citare scritti del fu marxista Benito Mussolini. Come ebbe finito,
rifornito di due uova lesse gentilmente messegli a disposizione dal Questore,
con più macchine e per vie traverse la polizia lo trasferì a Firenze. Come
tutti dicevano e i familiari speravano, fu applicata l’amnistia del 31 luglio
1925 e così fu levato dagli imbarazzi quei brav’uomini dei Giurati i quali
stavano veramente sulle spine, e fortuna loro furono gli ultimi, col nuovo
codice furono aboliti.
Venne la farsa elettorale del 1929. Come per tutte le occasioni ormai, vi
furono molte bastonature imposizioni di olio di ricino, questa volta però non
prima del voto per convincere gli elettori, da questo lato il regime era
tranquillo, ma dopo che le schede denunciavano chi era negativo, così o
sbagliassero o no dovevano rendere conto, in modo particolare gli iscritti
del fascio, e più di uno di essi fu preso in trappola, questi se la levarono
con una buona dose di insulti alternati a schiaffi. E’ da ricordare un piccolo
episodio che in questi farà pensare a scene del Far-West: la banda cittadina
era mobilitata e rinforzata con le guardie e i fascisti che rastrellavano di
buon mattino vie e piazze della cittadine al suono di “Giovinezza”
cercavano di convogliare i cittadini pigri alle urne. La maggioranza non
voleva prestarsi a simile pagliacciata e si squagliava nei ridotti o vie
traverse: questi con vivo disappunto degli zelanti incaricati del fascio che
dovevano stare al posto perché queste elezioni erano indette con la parola
d’ordine della normalità.
Dopo il voto però certo Gennai, che ebbe lo sgarbo di fare dell’ironia
sul metodo elettorale, da Piazza Arnolfo, dove con altri commentava, fu
inseguito fino alla Ferriera di Masson da una decina di patrioti i quali, non
potendolo raggiungere tra i ruderi della antica fabbrica, gli spararono sei
colpi di rivoltella e ritornando sui loro passi uno di essi, il maestro
elementare Salvatici, ad un suo conoscente sbigottito che gli domandava cosa
era successo ridendo e tranquillo rispose: abbiamo inseguito un comunista.
Salvo casi isolati, ed è giusto ricordare Cambi Virgilio socialista il quale
serenamente benché anziano di età, sopporto percosse, offese e nonostante
l’apparenza, miseria subita con decoro, avendo boicottato alla sua abile
professione di artigiano. Ormai era divenuto uso corrente vedere in un
antifascista un comunista. E non si sbagliavano di grosso poiché l’attività
organizzata del Partito Comunista non aveva soste, con i guai in casa propria
il giovane partito pensava anche ai fratelli del mondo, così anche a Colle fu
organizzata la sottoscrizione per i minatori inglesi in sciopero ad oltranza
(1926). Fu sostenuta la campagna a favore di Sacco e Vanzetti minacciati
dalla sedia elettrica nella libera America solo perché anarchici ed italiani
per giunta (1927).
Come sempre le vittime politiche a Colle ebbero sempre fraterna assistenza,
di Livorno, di Certaldo e di tante altre parti. Ciò fu possibile solo per
l’attività operante dei comunisti: prova di questo è il fatto che Nello Salvi
fu incaricato, con passaporto spagnolo, di recarsi via Svizzera a Lione dove
si svolgeva un convegno comunista, e da quella terra dove avrebbe trovato
libertà e lavoro, rientrò regolarmente ben sapendo di ritrovare disoccupazione
e tirannide.
Ma un fatto nuovo fece maturare nuove provocazioni. In quel tempo fu
inaugurato il teatro e la casa del fascio sul terreno e lo stabile della
costruenda Casa del Popolo. I cittadini invece di affluire come le Autorità
volevano, come per un accordo giravano largo, questo parve a loro una sfida,
così il gestore fascista del bar, famiglia Caibucatti, una notte simulò
un’aggressione da parte, e non poteva essere altrimenti, dei comunisti. Alla
richiesta a gran voce, era mezzanotte, di arrestare tutti i comunisti, il
maresciallo dei carabinieri che aveva intuito, si rifiutò categoricamente
dicendo: Caro mio, su questa strada io non la seguo.
Si sapeva che la loro boria non permetteva di lasciar correre, era risaputo
che qualcosa era in gestazione, del resto tra tanti obbligati per
ragione del posto, cioè fascisti fasulli, vi era sempre qualcuno che faceva
confidenze, si sapeva dunque che un giovane comunista viziato al gioco e
dalle donne si sarebbe prestato ai loro piani che erano questi: il tizio si
doveva avvicinare ai vecchi compagnie farli cantare ed ammettere cose molto
compromettenti. Qualche carabiniere avrebbe seguito i suoi passi per
testimoniare degli incontri. Da parte sua un panciuto brigadiere, tale Del
Taglia, avrebbe fatto indagini fidandosi del suo fiuto infallibile, come
amava vantarsi, anch’esso per meglio riuscire divenne amico di vari cittadini
a cui si accompagnava spesso, specie nelle bettole col risultato che spesso
rientrava in caserma ubriaco.
Questa strana vicenda si protrasse per vari mesi ed essendo tutti al corrente
in paese, organizzato o no, di quanto si tramava. Logicamente ognuno cercava
di mandare a monte i loro piani, e non mancavano frizzate di scherno vedendo
in modo grossolano con cui quei tipi operavano, ma la lunga burletta
purtroppo finì in modo brusco. Come sapemmo in seguito, lo sciagurato
strumento, pressato dal dirigente del fascio di concludere, fece secondo le
sue congetture varie decine di nomi da lui creduti tutti comunisti. La
Questura di Siena subito informata, nella notte del 23 marzo 1931, procede
all’arresto di circa 35 cittadini, naturalmente furono presi a caso, ed era
chiaro che in questi cittadini nessuno era iscritto al fascio di qui la
convinzione trattarsi di comunisti, del pari è logico che fra questi vi erano
anche comunisti organizzati specie non erano stati dimenticati gli arrestati
del 1925. Per meglio colorire la faccenda lo stesso delatore fu arrestato e
con esso fratelli minori ignari di tutto.
Si deve dire che la Questura, certo convinta della accuse contenute nella
denuncia del fascio di Colle, fece le cose abbastanza in regola, con la guida
dei fascisti locali i questurini fecero perquisizioni in una sessantina di
case e i detti arrestati senza gli eccessi soliti, salvo nella zona dei
Cappuccini, dove per arrestare i tre fratelli Franchi, erano andati invece
solo carabinieri e fascisti, qui messe le manette per primo ad Agostino, un
certo Capresi detto “Farinacci” memori di gesti animosi con cui sempre
il giovane Franchi si era difeso dalle numerose aggressioni subite, lo colpi
ripetutamente alle spalle.
Dalla caserma di Colle, con due pulmman, al mattino furono trasferiti a Santo
Spirito. Nelle sere successive in Questura avvennero gli interrogatori e
numerosi confronti, dove risultò in modo inequivocabile la funzione del
giuda, però in un modo così inabile e sconclusionato che le ire del Questore
si riversarono su di lui. Gli interrogatori si svolsero in modo abbastanza
energico, il buon nome che si erano fatti al momento degli arresti svanì
rapidamente e con esso la speranza di un trattamento più umano.
Le accuse, non si sbagliava, associazione a delinquere, cospirazione contro
il regime e i poteri dello stato, riorganizzazione del disciolto Partito
Comunista, e per di più si diceva che il Franchi Agostino con altri miravano
con delle mine a far saltare la casa del fascio, testimone di tutto questo il
solito giuda, anzi cosi spiegava nei confronti: Cari compagni ormai, diceva,
siamo stati scoperti e per il nostro bene conviene ammettere tutto. Così
secondo lui era conveniente prendersi la paternità di quello che li frullava
nella testa. In mezzo a questa tragedia morale non mancava la nota
pietosamente ridicola: il brigadiere Del Taglia dopo tanti appostamenti
accusava di fronte al Questore e contorno, il Franchi di aver passato
l’involto misterioso ad un altro accusato, risultò contenere una cravatta,
che per guadagnare qualcosa, essendo disoccupato rivendeva con il Salvi.
Sempre il Franci Leo, doveva discolparsi, essendo musicante di aver stonato
le note di “Giovinezza”, ed il maestro non se ne era mai accorto! Un
telegramma di chiamata al lavoro, che il fiascaio Montemaggi mostrò al Gelli,
altro vetraio, anch’esso dal Del Taglia fu denunciato che passava ordini per
una immaginaria azione, e per finire, fotografie di donne mostrate sotto i
portici ad altri amici, per il solerte brigadiere bastavano a
compromettere in modo schiacciante più di un arresto. E’ inutile ricordare
che alla Questura rimasero male intuendo molto chiaramente che a Colle erano
stati presi per il naso. Furono chiamati i dirigenti del fascio a spiegare i
quali per giustificarsi non esitarono a farne colpa alla loro creatura, la
quale è facile dirlo, dopo tanti mesi di impegno accortosi di non poter
concludere nulla cercò di guadagnarsi il premio stabilito facendo nomi e
intessendo trame che non reggevano alla logica, e come primo acconto
ebbe una scarica di botte.
Nella confusione degli interroganti, fra i 35 non mancavano dei pupillini e
qualcuno dei più giovane cadde in piccoli tranelli ammettendo, credendo cosa
trascurabile, di aver visto o avuto qualche manifestino in passato, e così
servì alla Questura e al fascio salvare le apparenze ed attuare in parte il
piano originale.
In tempo di venti giorni furono rilasciati due (venti) colligiani accolti al
ritorno come si accolgono i traditori della patria da parte dei fedeli al
regime. Gli altri dodici, gli unici in maggioranza che nulla ammisero e nulla
fu trovato cui potersi appigliare, furono fermati e messi a disposizione
della Questura per novanta giorni. In questo frattempo non essendo nato nulla
si crederà che secondo le leggi venissero rilasciati, invece furono deferiti
al Tribunale Speciale.
Fra i dodici rimasti sei erano collegati al Partito Comunista e verso questi
fu diretta pressione maggiore perché erano questi che cinque anni prima
si erano dichiarati comunisti. Nel carcere gli anziani notarono delle novità.
Gli agenti di custodia si mostravano educati e deferenti per gli accusati di
reati politici, qualcuno riconoscendo gli anziani salutò amichevolmente, così
si contennero sempre. Certo cinque anni prima anche allora vi furono degli
onesti, ma vi erano anche degli aguzzini ed erano sempre quelli imbevuti di
idee reazionarie. Questa volta come d’incanto erano quasi tutti educati e non
si può dimenticare il piccolo Pollice di Napoli che per alleviare ed
incoraggiare i detenuti, fece delicatissimi favori rischiando gravi pene.
Di nuovo ci fu il braccio dei politici con divisione netta dai prigionieri
comuni. Oltre le impronte, questa volta ci vollero pure le fotografie
in molte pose, per il resto nulla di nuovo, la solita ora di aria, il solito
pane 600 grammi, e la minestra di magro. A conclusione di ogni giornata ed al
mattino, la solita urtante sbatacchiata delle inferriate che se
qualcuno lo avesse dimenticato, ricorda a tutti gli inquilini la loro
condizione di prigionieri.
I dodici però, anche se il tempo passava, erano fiduciosi dal momento che
qualcuno pur avendo ammesso qualcosa che certamente intaccava il
codice fascista, erano stati rilasciati per primi, pensavano dunque essendo
più anziani e perciò più sospetti, si sarebbero limitati a trattenerli poco
più. Una mattina, erano passati tre mesi, ricominciarono gli interrogatori in
Questura. Per una parte fu abbastanza liscio, per gli altri invece non fu
così; venne rinforzata l’accusa già ventilata nei primi interrogatori, di
aver fornito documenti falsi e facilitato l’espatrio al colligiano Marchi
Orazio e non davano tanto di fuori, ma da Bandini, Spalletti, Franci,
Conforti e Giglioli nulla emerse mentre al Salvi Nello si imputava legami
organizzativi con un empolese che aveva fatto il suo nome alla Questura di
Firenze, purtroppo anche questo era vero, il Salvi faceva il collegamento con
la zona di Empoli, anzi al momento dell’arresto, con la bozza di un manifesto
nel taschino della camicia americana che con una scusa si cambiò rapidamente,
si accingeva a partire per Empoli. Il Salvi non cedé, non ammise nulla, tenne
testa a tutti i tranelli, fino a che gli inquisitori non si stancarono,
ripromettendosi però di fare il confronto a Firenze. Il ritorno in cella del
Salvi fece presagire ai compagni che lo videro che le cose si mettevano male
e chi era al corrente con lui pensavano: Quanto potrà resistere di fronte
all’evidenza dei fatti? La Questura non perse tempo, per lei ormai ce ne era
abbastanza ed i dodici furono deferiti al Tribunale Speciale.
Senza avvocati, che era inutile i dodici colligiani che erano stati già
preavvisati dal direttore, si aspettavano tutti i giorni di partire per Roma.
Invece da Roma vennero due Giudici e da parte loro rincominciarono ad
interrogare, e su dichiarazione degli imputati si decisero di fare
un’inchiesta anche a Colle. E’ certo si resero conto, che con tutta la buona
volontà del direttorio fascista, si era fatto le cose in modo sventato,
perché l’ordine di partenza per Roma non venne, venne invece l’ordine di
scarcerazione per i dieci. Era la meta dell’agosto del 1931.
Bandini e Salvi come avemmo temuto, furono trattenuti, e in Questura, dove di
nuovo furono portati spesso, si concentrò su di loro tutto il rancore
provocato dalle diverse delusioni, ansi giunse dalle Murate di Firenze la
notizia, che il compagno di Empoli di fronte al Giudice Istruttore ritrattò
tutto, giustificando con le torture che gli avevano fatto ammettere cose
suggerite e certo false. Il Salvi si rallegrò a cuor suo di non aver ceduto.
Ciò però non lo risparmiò da terribili prove poiché a Siena volevano salvare
la faccia ad ogni modo. In ottobre fu rilasciato il Bandini che per molto
tempo dovette curare i suoi testicoli duramente provati durante la sosta in
Questura.
Da ricordare questo significativo episodio: secondo la procedura di quei
tempi, i politici dimessi dal carcere, come per i delinquenti comuni,
dovevano passare in Questura per l’ultima romanzina, Bandini fu ricevuto
personalmente dal Questore, il quale senza tanti preamboli disse: Per me non
vi è dubbio, non avrei sbagliato sul tuo conto, ma disgraziatamente non ho potuto
raggiungere nessuna prova a tuo carico, potrei tenerti ugualmente, ho
questa facoltà, ma voglio essere giusto, sei libero! Certo, continuò come
parlando a se stesso, lo dico con franchezza, vorrei che il regime avesse
uomini di tuo pari, poi guardando l’orologio disse al Bandini, non sei in
tempo al treno, io vengo in là, ti accompagno in macchina. Alla
stazione gli regalò un pacchetto di sigarette e gli strinse la mano!
Alla fine di dicembre anche il Salvi fu liberato, così si concludeva la bella
iniziativa del “fascio colligiano”, il giovane inesperto provocatore, a suo
tempo bene addestrato per tanto servizio dal gerarca Bertini, eminenza grigia
del direttorio fascista, si dovrà nel prossimo futuro pentire amaramente del
suo fallo, ebbe confino e galera, così fu ricompensato dal regime, era ormai
un limone spremuto e la sua presenza ricordava dei periodi più loschi della
vita di Colle, così si disfecero.
La vita continuava col solito andamento e con i metodi del sistema vigente, i
reduci dal carcere dovevano guardarsi bene dal soffermarsi insieme, e per
parlarsi dovevano darsi appuntamento in zone appartate, pena la chiamata in
caserma. Eppure mai nessuno ebbe la vigilanza di polizia. Amici e conoscenti
la maggior parte in pubblico si guardavano dal salutare per timore che a loro
volta fossero malvisti. Il Montemaggi uno dei dodici, per una franca
affermazione fatta negli interrogatori di Siena, la sera stessa del suo
ritorno, fu colpito con violenza da diversi noti fascisti, tra cui, haimé, erano
suoi compagni di lavoro.
Leo Franci sempre più braccato era perseguitato ovunque, tutti i lavori, che
con la sua buona volontà si era procurato, appena a conoscenza del fascio,
veniva sempre fatto licenziare. Si recò a Roma, dove un concittadino conoscendolo
lo assunse, ma la lunga mano del fascio di Colle per mezzo della questura lo
fece rimpatriare, dopo di ché il Franci, che doveva lavorare per mangiare,
pensò di espatriare. Nel maggio 1934 da Ventimiglia passò in Francia,
trovando lavoro e tranquillità.
Il regime intanto marciava a tappe forzate verso l’estrema avventura, e
coloro che per amor di quieto vivere troppo docilmente si erano messi la
camicia nera passavano ora dolorosi momenti che finiranno solo nel 1945. Le
cartoline di chiamata alle armi, che per colpo di ironia parlavano di
volontariato, portavano la disperazione nelle famiglie e anche questo doveva
rimanere nel segreto delle famiglie altrimenti il fascio avrebbe chiesto
conto. Nel 1936 diverse decine di colligiani, contro la loro volontà,
dovettero partire con la qualifica di volontari per l’Africa, a Gondar, e non
andò loro peggio perché la nave era già in viaggio verso la Spagna, dove era
già scoppiata la guerra civile, all’ultimo momento, erano già oltre la
Sardegna, venne l’ordine di dirottare per il canale di Suez con gran sospiro
di sollievo delle famiglie colligiane. Dopo la guerra africana grande euforia
fra i gerarchi: l’Italia aveva l’Impero, ed il regime era ormai invincibile.
Alla guerra di Spagna si fece in modo di mandare più spostati che poterono,
preservandosi essi stessi per più alti destini, così ridicchiando dicevano.
In tanta felicità era naturale, che spesso giustificando, prima la vittoria
sul Negus, e dopo la vittoria di Spagna, improvvisassero banchetti e baldorie
dove certe donnine non mancavano. Fu il tempo classico dei cortei, quello era
il maggior tributo dei fedelissimi verso la patria. Però in questo tempo fra
i colligiani, non vi erano solo dei vili, ma vi era chi moriva anche in buona
fede, così Ramazzotti giovane maestro in attesa del posto, credette
facilitare la sua giusta aspirazione, e dopo ventotto giorni a Malaga in
terra spagnola cadeva, e con esso le speranze. Sua madre una povera vedova,
che stando a servizio, con grandi sacrifici aveva potuto far conseguire il
diploma a questo suo unico figlio, alla notizia della morte perse
completamente il senno e fini in manicomio.
Dall’altra parte, nelle Brigate Internazionali, Leo Franci, che appena
scoppiata la guerra, da Marsiglia dove lavorava, era corso in difesa della
Repubblica Spagnola, moriva da eroe dopo due anni di combattimento al comando
di una compagnia di volontari antifascisti alle porte di Madrid. E non è
detto che i nostri casalinghi eroi non facessero anch’essi le loro gesta
belliche e caccia! E in quei tempi nelle nostre belle campagne non mancava la
selvaggina, specie loro si prendevano il diritto di cacciare al barsello,
prima dell’apertura di caccia. E nel 1938 una sera al tramonto in località
Fabiano vicino a Borgatello, il famoso Nepi, con due fedeli bravi, Capperucci
e Caciagli, sorpreso un contadino, certo Buonanni Francesco, anch’esso
intenzionato di cacciare in anticipo, e fatto istintivamente il gesto di
fuggire, gli spararono otto colpi di rivoltella e di fucile, ferendolo
gravemente ad una spalla, guarì con molti stenti e fortuna dei criminali, i
quali poterono mettere tutto a tacere, richiamato alle armi il Buonanni.
Molti mesi dopo passò anche dei brutti momenti con i medici militari, ad essi
dovette dir tutto. Ma il regime benché incominciasse a dar segni di crisi era
ancora in piedi, e così tutto si accomodò.
Un curioso episodio di quel tempo. Una sera furono arrestati diversi
cittadini notoriamente apolitici o inscritti al fascio; risultava che erano
transitati sulla strada di Volterra dove furono seminati manifestini
antifascisti in gran copia e questi minacciati e senza risparmio picchiati,
non poterono ammettere nulla. Il fatto e che si accanirono con questi perché
erano per loro disgrazia passati a piedi alla stessa ora dalla detta strada e
l’organizzazione clandestina come la polizia, non sapeva nulla. Però i
gerarchi rimasero col dubbio, ma non poterono accanirsi contro quei tipi
perché più di uno di essi erano ben visti dai fascisti. Però i comunisti
poterono chiarirsi che non era una provocazione. Un vecchi comunista non
organizzato lavorando a Poggibonsi in compagnia di un empolese facente parte
del movimento clandestino, ebbe l’incarico da questo di spargere quei
manifestini, e con un giro vizioso in bicicletta quella sera fece fessi
tutti.
Era la vigilia della tragedia finale quando un fatto orribile commosse la
nostra cittadina. Un certo Mori fu trovato impiccato ad un noce soprastante
la centralissima via degli Olmi. Il poveretto si era rifiutato di prestarsi a
testimone in una losca faccenda riguardante un certo Orienti, squadrista, il
quale si era sempre vantato pubblicamente di avere, per il bene del fascio,
mandato al creatore diverse persone. Egli fu subito accusato del fatto, e
pare non abbia negato, però minacciò le Autorità di fare rivelazioni, ed il
miracolo avvenne, dopo poche ore fu rilasciato e non ebbe più disturbi.
Si era in piena tragedia bellica (2 aprile 1942) un altro fatto scosse
l’opinione pubblica. Agostino Franchi, circondato da diverse guardie, in cima
ad una collina nei pressi di Scorgiano, preso sotto il fuoco da una decina di
armi fu colpito in tutta la persona dalla testa alle gambe, rimanendo
fulminato. Così più di un gerarca poté rincominciare a dormire tranquillo,
Agostino reso ormai folle da tante persecuzioni era diventato un pericolo per
questi signori.
L’ultimo atto della tragica farsa, trovò l’antifascismo colligiano più
attivo, preparato e organizzato e che con gran spirito si inserì nella lotta
partigiana dove per la verità il 95% erano comunisti. Ed ebbero i loro caduti
sul campo, in terra di Colle e fuori, come i giovanissimi Busini, Ciuffi,
Livini, Vannetti e Volpini, il primo in combattimento gli altri finite le
munizioni, con la promessa di un regolare processo si arresero e immediatamente
fucilati con altri 14 di Poggibonsi, San Gimignano e Certaldo. Di essi il
partigiano comunista Vittorio Meoni, riuscì a fuggire di fronte al plotone di
esecuzione e ferito gravemente nella fuga, riuscì a salvarsi. Scarlini,
Vannini e Bernardi volontari nell’esercito di Liberazione anch’essi
giovanissimi caddero sul fronte oltre l’Appennino.
Mentre i veterani della resistenza al fascismo – Dino Bandini, Gracco Del
Secco e Nello Salvi,- cadevano nei giorni terribili della tragedia finale che
travolse centinaia e centinaia di concittadini. Il primo Bandini mente
dirigente di tutta l’attività clandestina della nostra zona Valdelsana, nel
terribile bombardamento della Stazione di Pisa, il secondo, Del Secco dottore
molto popolare amato da tutti, per la sua abnegazione, medico
dell’organizzazione e attivo partigiano, fu colpito alle spalle da mitra
tedesco, il terzo, Salvi, attivissimo e disinvolto in tutte le attività della
lotta, a Milano due giorni prima della liberazione finale (25 aprile 1945) denunciato
da una spia fu orrendamente seviziato e mutilato, quindi ucciso, non paghi
fecero scempio del cadavere.
Balilla Giglioli
Colle Val d’Elsa gennaio
1958
P.S. Sono venuto a conoscenza di un compagno comunista e volontario nella
guerra di Liberazione che recandosi nei giorni della caduta del fascismo alla
casa del fascio a frugare tra i documenti è venuto in possesso di un
fascicolo tra cui vi era una lettera della famosa spia che avrebbe
fatto arrestare i trentacinque concittadini colligiani nel 1931. In essa si
chiedeva il compenso promesso per il lavoro fatto. Tale spia sarebbe stata
Gerbi Antonio che sparito da Colle si era rifatto vivo ha trovare i fratelli
e sorelle dopo il passaggio del fronte vestito con panni militari americani.
(che abitavano al solito piano della mia famiglia nel palazzo dei fratelli
Comi a fianco della ferrovia, lo riconobbe mio padre Remo e parlandoci gli
disse che era al seguito delle truppe alleate fino da Napoli) Questa
lettera non si è più ritrovata forse il padre di questo compagno portò
tutti i documenti al Comitato di Liberazione e speriamo che si trovi in
qualche archivio e non sia andata smarrita.
Quando il Giglioli parla di quel volantino trovato nella strada per Volterra
mi risulta che il compagno non organizzato sarebbe stato Il Francioli Emilio
(Nerbo). Nell’archivio dei Democratici di Sinistra si trova la foto in cui è
riprodotto il volantino.
Paradisi Mino
Ecco il volantino:
Operai, lavoratori, contadini
Dieci anni di esperimento fascista
passano alla storia e significano fame.
Parole cubitali di alta risonanza quanto
il capo mussolini ha pronunziato nella seconda assemblea del partito
fascista: parole, parole e lo stile fascista ma noi sappiamo che ogni
passo fascista è un colpo mortale per i diritti dei lavoratori.
Il 25 marzo il cosiddetto plebiscito
fascista. Noi lavoratori dimostreremo che siamo stanchi del fascismo
affamatore. Provati dalla disoccupazione e dalla miseria non dobbiamo temere
le loro rappresaglie e diamo il NO in massa, scriviamo sulle schede -Viva
Antonio Gramsci- Dare il NO significa rivalità al fascismo e trionfo dei
diritti dei lavoratori.
Il fascismo non avrà il nostro –SI- lo
giuriamo in nome e nella nostra fede.
Il nostro ideale è l’ideale di tutti i
lavoratori dare lavoro e libertà. Viva il Comunismo.
Sussidio a tutti i disoccupati per tutto
il tempo della disoccupazione incominciando dal 14° anno di età.
Libertà a tutti i detenuti politici –
libertà di sciopero e libertà di stampa-.
VOTATE IL NO
VIVA – IL PARTITO COMUNISTA-
GRACCO DEL SECCO
(Biografia di Balilla Giglioli ?)
Figlio di un maestro e di una maestra
elementare, il padre vecchio socialista e accanito antifascista, per cui
preso di mira dalla reazione fascista lungo la ferrovia senese fu aggredito
selvaggiamente, riportando ferite tali che lo portarono a morire dopo pochi
mesi, Gracco non dimenticò mai la fine del proprio genitore il ricordo della
vile aggressione lo portò a condannare il fascismo e i suoi sistemi,
facendosi strenuo difensore di quelle libertà per cui era caduto suo padre.
Dedicandosi agli studi universitari
dimostrò di avere una intelligenza non comune laureandosi a pieni voti (fu
premiato con l’anello dottorale).
Dedicatosi alla sua professione non
dimenticò mai la sua origine di figlio del popolo facendola con senso
altruistico e disinteressato accattivandosi la simpatia e la stima di tutta
la popolazione, che vedeva in lui non solo un buon medico ma un amico ed un
compagno.
Era in sostanza l’uomo che tanti miseri
chiamavano per farsi dare una parola di incoraggiamento per la lotta che
dovevano sostenere giorno per giorno contro la tirannide fascista.
Compagno di provata fede politica è
sempre stato anche nei momenti più difficili in contatto continuo con la
nostra organizzazione.
La guerra lo trovò a Siena in qualità di
Tenente Medico, per il suo contatto con il partito già prevedeva l’imminente
catastrofe, dedicandosi attivamente all’organizzazione del partito in
previsione delle lotte future che si doveva sostenere.
L’otto settembre partecipò alla riunione
a Siena ove era presente i compagni Bardini, Bonelli ecc. Avuto sentore delle
prime azioni partigiane si dedicò alla organizzazione dei gruppi di G.A.P.
della nostra zona partecipando anche a alcune azioni (liberazione dei
prigionieri politici a San Gimignano) dedicandosi al trasporto di armi e
munizioni per le forze partigiane.
Nei brevi giorni che precedettero la sua
morte il comando di zona lo aveva designato come medico per la Brigata
Spartaco Lavagnini in previsione delle battaglie decisive, la sorte lo tradì,
mentre accompagnava alcuni compagni sul Poggio del Comune una pattuglia
tedesca li sorprese, un tedesco sparò colpendo il compagno Gracco che dopo
pochi giorni morì.
TESTIMONIANZE DI TULLIA ROSSI NEI MORI
Era passata da poco la guerra, la popolazione cominciava adagio adagio a
rientrare dallo sfollamento, sulle facce delle persone si leggeva sgomento,
paura e rabbia contro coloro che ci avevano ridotto in quello stato, contro
quei pazzi irresponsabili che ci avevano procurato un simile sterminio.
Non si vedevano che macerie, la morte arieggiava ancora sulle nostre teste,
il paese aveva subito un grosso bombardamento, il 15 Febbraio del 1944, dove
avevano perso la vita 112 nostri concittadini e tra questi 45 donne e poi vi
furono altrettanti feriti e mutilati. Era un numero rilevante per la nostra
cittadina che a quell’epoca avrà avuto dieci-undicimila abitanti circa, in
quasi tutte le famiglie o più vicini o più lontani in ordine di parentela era
mancato un carissimo congiunto, la casa distrutta e tutto quanto possedevano.
Io ho visto questo terribile scempio nei minimi particolari, persone
piangenti frugare fra le macerie delle loro case distrutte, nella speranza di
ritrovare qualche indumento, qualche
ricordo della loro vita passata con le loro persone care, ormai perdute nel
tempo. Ma purtroppo chi era rimasto doveva ricominciare. E così fu fatto, con
rabbia ma con tanto altruismo bisognava rifare.
Io ero già iscritta al Partito Comunista, poi entrai a far parte dell’Unione
Donne Italiane e come tale fui messa nel comitato di iniziativa e cominciò
così un lavoro immenso di organizzazione, di aiuto in tutte le direzioni; si
cominciò con l’apertura di un asilo infantile dove furono ospitati circa
cinquanta bambini, accuditi nel migliore dei modi, ma ci volevano i soldi per
sfamare tutte quelle piccole bocche ma si doveva tirare avanti. A quel punto
fu aperto un laboratorio dove si eseguivano vari lavori di ricamo, di
rammagliatura di calze, bottoni, etc…, e con quei pochi proventi uniti alla
generosità della cittadinanza, e dei compagni contadini, qualcosa dell’UNRA e
dell’ENAOLI, un comitato che aiutava gli orfani, si tirò avanti per un lungo
tempo finché non si trasformò in asilo comunale. Furono tante le lotte perché
questo sogno diventasse realtà, ma quanti sacrifici, ma quante
preoccupazioni, è da fare un elogio a tutto il personale che lavorava gratis,
tranne qualche piccolo stipendio al personale insegnante, per la dirigenza si
occupava la carissima e competentissima compagna maestra Elia Bergomi; come
ripeto migliorò sempre finché fu preso in gestione dal Comune.
L’Unione Donne Italiane fece sempre un lavoro estenuante, ma non chiamiamolo
lavoro, fu una missione carica di amore e di responsabilità. A questo punto
facemmo un corso di infermiere sempre per venire incontro ai bisogni della
popolazione; si partì con un gruppo di venti donne ed arrivammo in sette ad
avere il diploma di infermiera, a quel punto si aprì un piccolo ambulatorio
dove si facevano punture ed altre cose, si andava inoltre nelle abitazioni
dove avevano bisogno di assistenza, anche questa iniziativa fu accolta con
grande simpatia dalla popolazione, perché vi erano poche possibilità
finanziarie e chi aveva bisogno di queste prestazioni doveva pagare, noi
invece si faceva tutto gratis, cioè un’assistenza morale e materiale con
tante iniziative in tutte le necessità, di questo parleremo in altre
testimonianze.
Fu in quel periodo che l’onorevole Teresa Noce lanciò attraverso la stampa un
accorato appello ai compagni comunisti chiedendo, visto lo sfacelo
dell’Italia, di aiutare le popolazioni di quei paesi che avevano
sofferto le maggiori tragedie, grazie a quelle malvagie “teste” che di umano
non avevano più nulla.
Si dovevano aiutare quelle popolazioni che avevano perso tutto, dove tutto
era distrutto, dove erano bambini ammalati, affamati, orfani, che vivevano in
mezzo alle macerie e al fango, mancanti del più stretto necessario e fu fatto
accenno al Cassinate.
Il Partito Comunista, con a fianco l’Unione Donne Italiane, fece sua
l’iniziativa dando vita ad un comitato composto dai suddetti e (testimonianza
incerta) altri partiti. Fu messa al corrente la popolazione di quello che
avevamo deciso, fu accolta questa proposta con grande senso di solidarietà e
altruismo da parte di tutti, si fecero avanti molte famiglie, chiedendo di
ospitare un bambino, dando ad esso l’amore che davano ai loro figli; erano
del Cassinate, e di diverse città, andammo a prenderli, ce li consegnò un
comitato, ce ne erano piccolissimi, il maggiore aveva dodici anni ed era
quello, fra tutti, meno spaventato, parlò di certe cose che non scrivo ma mi
riservo di dire(…).
Si viaggiò da Siena a Colle su un vecchio camion lasciato dai tedeschi, mezzo
sfasciato, seduti per terra, i bambini piangevano disperatamente, vomitavano,
si attaccavano ai vestiti miei e delle mie compagne, cercavano la mamma, noi
facevamo di tutto per far sentire loro il nostro affetto, ricordo un episodio
soltanto che mi annientò: il più piccolo si chiamava Pasqualino, aveva solo
due anni e mezzo, era il figlio di un partigiano morto, lo presi in braccio e
lui mi abbracciò, mi chiamò mamma, mi riempì di baci, aveva un piccolo
faccino con due grandi occhi che mi chiedevano tanto affetto, gli altri erano
seduti a terra in attesa di quello che gli attendeva. Così arrivammo a Colle,
in Piazza Arnolfo davanti alla casa del Partito, vi erano tanti colligiani ad
aspettare comprese le famiglie che avevano chiesto di poter prendere un
bambino, ci aiutarono a scenderli, li presero in braccio e cercavano di far
capire loro quanto li avrebbero amati, ci avviammo così verso i bagni
pubblici che erano stati preparati per fare un bagno caldo e ristoratore a
quei piccoli corpicini. Erano tanti, a me sembra che fossero sessantotto, ma
eravamo ben attrezzati, per questo ci fu per tutti il necessario per vestirli
e calzarli nel migliore dei modi, tanto che quando uscivano dai bagni erano
pressoché irriconoscibili, a questo punto ci avviammo presso la Casa del
Popolo e in un grande salone era stata allestita una gustosa colazione, una
tazza di latte con il cioccolato e tante gustosissime brioche, colazione
offerta dal Bar Garibaldi (testimonianza incerta), in segno di solidarietà e
affetto nei confronti dei piccoli ospiti. A questo punto arrivò il momento
cruciale: si dovevano affidare alle famiglie che li avevano richiesti e così
si dovevano dividere tra loro, alcuni erano fratelli o cugini o soltanto si
conoscevano, quindi il momento era drammatico e commovente, come si poteva
far capire loro che sarebbero stati bene, che avrebbero trovato nelle
famiglie che li ospitavano tanto affetto e comprensione?
Il comitato restò in piena efficienza sempre guidato dal Partito Comunista,
si andavano a trovare e si provvedeva alle necessità che si presentavano
volta per volta, alcuni furono ammalati ma anche in questo frangente non
mancarono né amore né cure, ci fu un continuo contatto con le famiglie a cui
i bambini si stavano affezionando ogni giorno di più; quando arrivò dopo
tredici mesi di permanenza l’ordine di partire ci furono di nuovo pianti e
disperazione da parte nostra e loro, molti chiesero di restare ma per ovvie
ragioni non si poteva far questo, solo sei rimasero con i genitori adottivi,
chiamiamoli pure così perché realmente lo furono. Questi bambini fanno ora
parte della nostra cittadinanza e vivono felicemente con le loro famiglie.
Non posso tacere un particolare tenerissimo, alcuni mesi fa suonarono alla
mia porta, io aprii e mi trovai davanti un giovane con un mazzo di fiori
bellissimi in mano, io gli domandai chi era e chi mandava quei fiori, lui mi
guardò e mi disse: - ma come Tullia, non mi riconosci?
Sono un ragazzo di Cassino!.-
E’ vero, era uno di loro, che si chiama Nanni. Ci abbracciammo e si pianse
insieme. Si parlò di quel passato tristissimo che affratellava però la gente
in un legame di amore e lui parlava, si ricordava di tanti particolari e
anche a me ricordò tante cose. Mi disse: -Tullia, ti ho sempre ricordata con
grande affetto -.
Mi disse tra l’altro che ero stata io a mettergli le prime scarpe ai piedi e
si rimase così commossi che la tanta commozione ci stringeva la gola.
Vorrei rivederli tutti e riparlare con loro di questo profondo legame.
Nelle prime elezioni del 22 giugno 1946 fui eletta consigliere comunale.
Il 10 giugno 1951 fui rieletta, ed entrai in Giunta come assessore
all’assistenza e ricoprii tale carica fino alle elezioni del 7 giugno 1970.
Dopo questa data assunsi l’incarico di Presidente dell’ECA e questo impegno
lo portai avanti fino a quando furono soppressi gli enti inutili.
L’incarico di consigliere e di assessore poi, mi riempì di soddisfazione
perché mi dimostrava la fiducia che i miei compagni e la popolazione avevano
riposto in me, ma d’altra parte ero molto preoccupata perché mi sentivo
impreparata per un compito così grande.
Avevo timore di non poter portare al mio Partito ed al mio Comune tutto il
prestigio che compete ad ogni compagno che lavora con fede.
Con tanta volontà e con la collaborazione di tutti i miei compagni
consiglieri cominciai a svolgere il compito che mi era stato affidato.
Mi dedicai con tutto l’amore e la devozione ad assistere i più bisognosi attenendomi
principalmente a quelli che erano iscritti nell’elenco di poveri, cercando di
essere il più obiettiva possibile, in quanto i bisognosi e le necessità erano
moltissime.
Fra i tanti casi della mia esperienza ricordo quello di una bimba malata di cuore
la quale stava rischiando di morire se non veniva operata da un professore
all’estero. Per questo motivo organizzammo una raccolta che consentì di
raggiungere la cifra per realizzare l’intervento. Anche per molti altri casi
si prendevano iniziative che consentivano di dare aiuto ai singoli cittadini
e alle famiglie, specialmente per interventi operatori, che da soli non
sarebbero stati in grado di sopportare.
Ricordo inoltre che come UDI negli anni ’50 organizzammo una raccolta di
fondi tra le donne e la popolazione per acquistare un apparecchio per il
parto indolore che consegnammo al Prof. Lipari Direttore dell’Ospedale di S.
Lorenzo.
Per le iniziative assistenziali e per quelle rivolte ai bambini, si
collaborava con le donne dell’Azione Cattolica. Vorrei ricordare in
particolare l’impegno delle Signorine Clara Bargi, Ada Marzi, Giuseppina
Corti.
L’impegnativo incarico di Giunta l’ho sempre svolto in collaborazione con il
mio Partito ed anche con il Comitato UDI di cui facevo parte. Nelle riunioni di
cellula e nel Comitato UDI mettevo sempre al corrente sia le compagne che le
amiche delle questioni che venivano discusse nel consiglio in modo che
fossero consapevoli di tutto e per poter così rispondere a quelli che, per
denigrare l’opera dei consiglieri comunali, la disinformazione la facevano di
mestiere.
Ho partecipato a tutte le lotte che giorno dopo giorno si presentavano nel
paese, prima tra tutte quella per l’asilo la quale fu estenuante e per quasi
dieci anni continuammo ad andare in delegazione dal Prefetto per acquisire il
diritto di passare questo asilo all’ente comunale. Per la realizzazione e la
conduzione di questo asilo bisogna darne atto alla competenza ed
infaticabilità della cara maestra Bergomi Elia, la quale portava avanti tutto
il lavoro amministrativo e burocratico, coadiuvata naturalmente da tutte le
amiche del Comitato UDI.
La lotta per la vetreria Boschi mi vide sempre in prima fila sia per
scongiurarne la chiusura che per l’aiuto ai disoccupati, dopo.
A questo proposito vorrei accennare un ricordo: con le mogli dei vetrai in
lotta andammo con un pullman a Firenze per parlare al Pierini il quale era il
maggiore azionista della Boschi. Ci fecero aspettare due ore e più in una
piazzetta antistante l'ufficio, sotto il sole di agosto che spaccava la
testa; una moglie in “attesa” si sentì perfino male. Anche un altro episodio
è rimasto indelebile. Mandammo i bimbi colligiani alla colonia marina e
purtroppo un anno si ammalarono di una malattia infettiva. Per ben tre mesi
dovettero rimanere là senza poter vedere nemmeno i familiari. Per la mia
persona mi feci dispensare da questa misura protettiva firmando il mio
rischio, e così tutte le settimane andavo a trovarli. I dottori mi vestivano
come una mummia, ma per quei bambini era come se vedessero il sole perché dal
loro paese ero l’unica persona che poteva entrare, parlare e portare dei
doni.
Questi non sono che alcuni episodi del tantissimo lavoro svolto nei
ventiquattro anni del mio impegno in consiglio comunale e sono appagata nell’affetto
che mi viene dimostrato da moltissimi miei concittadini e compagni.
TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI
LA LIBERAZIONE DEI DETENUTI POLITICI DAL CARCERE DI S. GIMIGNANO
Da tempo il C.L.N. locale aveva concepito il disegno di liberare i
prigionieri politici dal carcere di S. Gimignano, al fine di impedirne il
trasferimento al Nord, essendo imminente l’avvicinarsi del fronte. A tale
scopo il mattino del 9 giugno 1944 si riuniva il Comando di Zona in località
Agresto, sotto una grossa querce. Da un rapido scambio di idee si apprese che
il direttore del penitenziario si rifiutava di trattare pacificamente; anzi
questi, a conclusione di segreti approcci, aveva fatto sapere che “avrebbe
ceduto solo alla forza”; perciò non restava altro che prepararsi per questa
azione.
Da parte del responsabile militare di zona fu reso noto che erano stati
prelevati alcuni agenti di custodia nell’estremo tentativo di risolvere
pacificamente la cosa.
Furono date le disposizioni per tagliare tutte le comunicazioni telefoniche e
telegrafiche e per la sistemazione di staffette allo scopo di controllare i
movimenti dei tedeschi sulle strade che portano a S. Gimignano.
Il Direttore, il quale “avrebbe ceduto soltanto alla forza”, informato da
qualche vedetta della presenza di gruppi armati intorno al penitenziario o
forse temendo il lancio di bombe dall’alto, dato che, per una fortunata
coincidenza, un caccia alleato incrociò e mitragliò nelle strade provinciali
per tutto il tempo dell’operazione, cambiò parere. Poco dopo la mezzanotte si
aprivano, senza condizioni, i cancelli e chi aprì consegnò immediatamente un
elenco dei “politici” reclusi, i quali furono fatti uscire dopo aver sedato
un tentativo di ribellione dei detenuti comuni, fortunatamente senza spargimento
di sangue.
I liberati, circa novantasei, furono incamminati ad Est di S. Gimignano, in
località Diacciaia, per una strada campestre in forte discesa. La colonna era
composta per due terzi di italiani e per un terzo di inglesi
dell’Intelligence Service, di francesi, greci, jugoslavi, quasi tutti
ufficiali.
Appena fuori dell’abitato, forse istintivamente e per riconoscenza alla
formazione garibaldina che aveva effettuato il colpo di mano, si innalzò
lento e solenne il canto dell’Internazionale che nella notte fonda fu
ascoltato anche dagli abitanti di quella parte del paese, i quali certamente
non dormivano, ma stavano seguendo con simpatia dalle loro finestre le ombre
che nella notte si muovevano rapide.
Nella notte stessa, con gran fatica perché tutti erano sfiniti dagli stenti,
i liberati furono guidati verso basi di maggior sicurezza. Un gruppo di
italiani marciò verso una località nei pressi di Staggia. Gli altri
cinquantotto circa in direzione opposta: una base oltre un bosco chiamato
“Bacciullina”. Dopo circa quattro chilometri di marcia, i piedi di molti di
essi, che erano calzati con sole pantofole, rifiutarono di avanzare e si
dovette far sosta in un podere detto “Le Pianore”.
Due giorni dopo, essendo impossibile farli camminare dati i piedi malridotti
si decise di inviare un camion 18 BL guidato dal partigiano Ghino Spalletti,
il quale, all’invito del C.L.N., non esitò un secondo e la notte del 13, in
pieno coprifuoco, ben sapendo a quale rischio si esponesse, arrivò alle
“Pianore” alla mezzanotte circa. Era un problema caricarli tutti; però fu
risolto da 29 di essi, i quali, tutti di nazionalità straniera, convinti da
un cittadino greco, che abitava nei pressi di S. Gimignano, decisero di
organizzarsi in banda armata e restare di base sul posto, ciò che il C.L.N.
sotto la loro responsabilità concesse.
I ventinove restanti, con i loro quattro accompagnatori, partirono per la
base anzidetta, per una strada controllatissima dai tedeschi, e non era
possibile fare diversamente, data la condizione degli infelici e la impervia
zona.
La fortuna, che fino dal principio dell’azione aveva assistito l’impresa,
volle compiere fino in fondo l’opera sua. All’incrocio con la strada
nazionale di Volterra una vedetta doveva avvisare se vi fossero stati
ostacoli. L’avviso non venne, dunque via libera.
Dopo aver pregato il carico umano di appiattirsi il più possibile, fu
affrontato il bivio di Castel S. Gimignano dove un alt improvviso fece
allibire tutti quanti: da una macchina ferma si avanzò un ufficiale tedesco;
alla sua domanda fu risposto che erano operai della Todt (organizzazione
militare) e andavano a caricare del legname. L’ufficiale con una lampadina
salì sul predellino, scrutò nel cassone dove certo vide del materiale da
carico perché fece subito cenno di sbrigarsi.
Con un sospiro di sollievo fu ripresa la marcia, ma non passarono cento metri
che in una discesa, sotto la vecchia torre diroccata di Montemiccioli, si
sentì provenire da una colonna ferma di carri armati tedeschi un nuovo ordine
di fermarsi. Nuove domande, nuova verifica veloce, e un imperioso ordine di
sgombrare al più presto la strada.
Dopo l’ultimo infortunio la marcia riprese a piedi. Il più era fatto. La
marcia a piedi, pur essendo dolorosa, permetteva di evitare in tempo brutte
sorprese; d’altra parte essa si svolgeva nel fitto dei boschi alle due di
notte: era quella la più bella via verso la libertà.
TESTIMONIANZE DI ORAZIO MARCHI
ATTIVITA’ SINDACALE 1930 – SPAGNA ’36 – ’37
Per non incorrere, nelle eventuali pubblicazioni, in errori di data, ritengo
doveroso precisare che lo sciopero di Empoli nelle vetrerie, non fu fatto in
novembre, ma in dicembre, nella seconda decade, e precisamente la settimana
prima del Natale, e la richiesta di riduzione salariale degli industriali
vetrai empolesi e toscani era del 20 per cento, mentre la disposizione
governativa era del 12%. La disposizione governativa del 20% riguardava
invece gli stipendi degli impiegati.
Utilizzammo il malcontento, derivato dalla decisione presa dagli industriali
di aumentare la riduzione salariale, alla quale avevano, per di più, aggiunto
la richiesta di una maggiore produzione pro-capite.
Già avevamo una forte organizzazione di partito all’interno delle fabbriche
-forte in senso relativo- ed eravamo ormai coscienti che dovevamo anche
svolgere un’attività che ci consentisse di uscire dalla cerchia ristretta dei
compagni per allargare la nostra azione ai lavoratori in generale e agli
stessi lavoratori fascisti. Si pensò di utilizzare le possibilità legali, secondo
gli indirizzi dati, del resto, dal Partito Comunista già da tempo, e
precisamente gli stessi sindacati fascisti, ai quali tutti –anche i più noti
antifascisti, anche i comunisti- eravamo iscritti perché altrimenti non c’era
il diritto di avere lavoro.
Fu questo indirizzo e questo lavoro che ci consentirono, molto rapidamente,
di giungere alla mobilitazione di tutti i lavoratori, compresi alcuni
fascisti e non esclusi quelli che facevano parte della Milizia fascista. E, a
dimostrazione di ciò, preciserò che uno della Milizia finì in prigione, a suo
tempo, col sottoscritto e gli altri.
Quale fu il campo di attività nostro, prevalente? Ho detto: i sindacati.
Poiché i sindacati fascisti obbligatoriamente dovevano riunire i lavoratori
in certi casi. Noi allora chiedevamo l’assemblea, si esigeva il rendiconto
dell’operato dei dirigenti, che era tutt’altro che pulito, perché non c’era
mai un soldo in cassa e debiti dappertutto, mentre i contributi sindacali
venivano ritirati in misura di dieci lire mensili a testa, che nel 1930
equivalevano alla giornata media di un operaio qualificato. Li obbligavamo
così a interessarsi dei problemi sindacali.
Orbene, per l’assemblea, da tenersi 8 giorni avanti al Natale del 1930, venne
giù da Roma il segretario nazionale del sindacato fascista vetrai: Giovanni
Fuga, mentre in Empoli si erano mobilitati anche il segretario nazionale
fascista dei fiascai e, naturalmente, le gerarchie locali, tutte presenti,
comprese le squadracce fasciste che ad Empoli erano composte da elementi tra
i più bestiali.
In codesta assemblea, da più d’uno di noi fu posto il problema del rigetto
della riduzione salariale e dell’aumento della produzione pro-capite,
contestando la tesi del segretario nazionale del sindacato fascista, Giovanni
Fuga, secondo il quale la riduzione salariale avrebbe consentito lo sgravio
della pesantezza che l’industria del vetro registrava nell’Empolese, dato
che, diceva, c’erano trenta milioni di pezzi giacenti nei magazzini. Noi
contestammo questa tesi dimostrando a tutti i lavoratori presenti
all’assemblea, che era affollatissima, che proprio la riduzione salariale
avrebbe fatto aumentare le giacenze nei magazzini. Fu osservato: quanto si
guadagna oggi non è sufficiente a soddisfare i minimi bisogni della vita e,
se si riduce questo già minimo salario, si spingono i lavoratori a una più
celere corsa alla morte. Difatti non c’era più nemmeno il tempo di soffiarsi
il naso nelle fabbriche del vetro. Inoltre, riducendo i salari, i lavoratori
sarebbero costretti ad una maggiore economia, a minori acquisti, e sarebbero
aumentate le giacenze in magazzino. Eravamo ormai entrati nella crisi
mondiale e l’Italia era attanagliata come le altre nazioni: perciò noi
proponemmo all’assemblea di dichiararsi favorevole alla non applicazione
della riduzione e di rigettare, naturalmente nelle forme e con le espressioni
che allora si potevano usare, la proposte padronali.
Scaldato ormai l’ambiente, le nostre proposte venivano accettate
dall’assemblea, compresi i fascisti che si dichiararono favorevoli al rigetto
della riduzione e dell’aumento di produzione.
Poco prima che terminassi di parlare, il segretario Giovanni Fuga,
intravedendo dove sarai giunto, mi interruppe violentemente dicendomi: - E’
l’ora che tu ti cheti! – E avendo io ripreso a parlare ed essendo stato
nuovamente interrotto con la solita frase, gli risposi che era l’ora che se
ne andasse lui dalla nostra assemblea, perché non aveva diritto di
intervenire non avendo nulla a che fare con la nostra organizzazione. E fu
costretto ad andarsene.
Liberi dalla sua presenza, un altro compagno propose - come eravamo già
d’accordo - che avremmo fatto sciopero qualora fosse stata fatta la riduzione
salariale e la proposta fu naturalmente accettata.
Gli industriali però pensavano che questa minaccia di sciopero non sarebbe
stata attuata; che il terrore delle squadracce avrebbe soffocato la nostra
pretesa e la protesta.
Morale: l’agitazione e poi lo sciopero li avevamo programmati a lungo
respiro: intendevamo scioperare immediatamente nelle fabbriche dove ciò era
possibile, uscire poi da queste e col pretesto di andare alla sede dei
sindacati fascisti, recarsi, in corteo, alle altre.
Lo sciopero riuscì, ma quello che tengo a sottolineare è questo: che il
movimento antifascista nell’Empolese, ad Empoli, già nel 1930, prese
coscienza dei suoi compiti e delle possibilità concrete di lavoro che
esistevano, del malcontento che c’era tra la popolazione e su questo terreno
fu portata avanti l’azione.
***
Degli oltre 3.500 volontari antifascisti accorsi in Spagna, un numero non
indifferente era della Valdelsa.
Logicamente non mi è dato precisare quanti, in concreto, perché diversi
avevano nomi di battaglia, tutti tenevano a non dire di che località eravamo,
cioè vivevamo nella previsione, più o meno lontana, di un eventuale rientro
illegale in Italia e quindi dovevamo premunirci da eventuali ripercussioni
future.
Tuttavia il contributo degli antifascisti della Valdelsa alla lotta per la
liberazione del popolo spagnolo dalla dittatura franchista, che stava
instaurandosi con l’intervento diretto e massiccio del fascismo italiano e
del nazismo tedesco, credo sia stato notevole. Infatti non solo i valdelsani
combatterono con le armi in pugno, ma vi furono anche morti e feriti: il
colligiano Leo Franci, Arturo Lelli, che era di Castelfiorentino.
Il contributo che i volontari italiani e quindi anche valdelsani in Spagna
dettero alla lotta contro il fascismo, non si limitò all’azione bellica, ma
consisté anche in un paziente lavoro di persuasione, di propaganda, di
attività - la più svariata in senso democratico – tra la stessa popolazione
spagnola e, in particolare, in mezzo ai contadini.
A questo proposito voglio citare un solo esempio: il raccolto delle olive in
Spagna, a causa delle mobilitazioni di uomini, divenne uno dei momenti
critici ricorrenti dell’agricoltura e i contadini e i familiari non erano più
sufficienti a fare il raccolto. Orbene: tutta la nostra unità, intendo dire
un battaglione intero, previ accordi con il Sindaco, con le organizzazioni di
partito e quelle democratiche della località dove eravamo, fu messa a
disposizione dei contadini per la raccolta delle olive e l’unità stessa fornì
ad ogni miliziano i viveri sufficienti al sostenimento.
In un primo momento c’era una certa diffidenza tra i contadini verso gli
italiani che in casa loro avevano il fascismo, non sapendo come si sarebbero
comportati nei loro confronti ed in specie con le donne; dopo otto giorni
fummo invece obbligati a dire: basta, non ne abbiamo più uomini a disposizione.
Com’era stato possibile che quella diffidenza verso gli italiani in
brevissimo tempo fosse sparita e fosse sorto un affiatamento talmente forte
tra la popolazione agricola e i miliziani italiani da stabilire dei rapporti
e dei sentimenti di fraterna amicizia? Molto semplicemente! Agli antifascisti
era sufficiente ricordar gli scopi per cui erano in Spagna e nessuno venne
meno a questo suo elementare dovere.
Trattare il problema dell’intervento della Brigata Garibaldi in Spagna nel
suo insieme evidentemente richiederebbe più tempo. Tuttavia ritengo che
l’antifascismo della Valdelsa abbia portato il più efficace contributo anche
nella lotta contro il franchismo, contro il fascismo italiano e il nazismo
tedesco in Spagna.
Credo che compagni come Leo Franci, come Arturo Lelli, come Catone Cinelli,
fratello del Podestà fascista di Empoli, “Il Gobbo”, compagni come il Baldi,
il Chiarugi, il Giachi ed altri dovrebbero essere più ricordati, più onorati.
L’esperienza preziosa che ha data all’antifascismo la lotta spagnola, credo
si possa riassumere in una brevissima analisi: gli antifascisti in Spagna –
anche se in prevalenza comunisti – erano di tutti i partiti, di tutte le
correnti e tra di essi si stabilì una unità affettiva che era la base che ci
permetteva di combattere e di proseguire bene e disciplinati in avanti.
Questa è la lezione più grande che io credo l’esperienza in Spagna abbia dato
agli antifascisti italiani, compresi i valdelsani.
L’esperienza in Spagna, a proposito dell’unità, dovrebbe sempre essere tenuta
presente e portata avanti.
Il 25 novembre 1972 il Comitato Comunale del P.C.I. ciclostila in proprio le
biografie di Leo Franci e Orazio Marchi scritte da Balilla Giglioli. Qui di
seguito riporto quella di Orazio Marchi, perché quella del Franci è in altra
parte di questa ricerca.
Nel mese di luglio del c.a. all’età di
68 anni è morto il compagno Orazio Marchi, un nostro grande concittadino, un
valoroso combattente antifascista e per il socialismo.
Modesto, schivo da qualsiasi amore della
rievocazione della sua lunga, ricca e spesso drammatica vita di militante
operaio, fino all’ultimo ha dato il suo fattivo contributo al partito nella
quale ha sempre militato, senza mai far pesare il prestigio che gli proveniva
dalle tante cariche, di alta responsabilità che aveva via via ricoperto,
tanto che non tutti, forse, conoscono a pieno la sua continua, costante
attività alla testa dei lavoratori.
Attivista sindacale e comunista prima a
Colle, poi ad Empoli, organizzatore di scioperi nelle vetrerie durante il
periodo fascista, delegato Empolese al congresso di Lione del P.C.I., venne
infine costretto all’emigrazione dalla persecuzione del regime. Ma esule in
Francia non perde i contatti col movimento antifascista clandestino.
Con enormi rischi rientra infatti più volte in Italia, per svolgere delicate
missioni, riuscendo ogni volta ad eludere la pur stretta sorveglianza della
polizia fascista.
Quando Franco attacca la Repubblica
Spagnola, Orazio Marchi si arruola nelle brigate internazionali. Nella dura e
sanguinosa lotta contro i falangisti, al pari del suo e nostro concittadino
Leo Franci, si distingue per le sue capacità politiche e ricopre cariche di
alto livello. Ferito gravemente in battaglia è infine costretto a riparare in
Unione Sovietica, dopo l’inevitabile sconfitta repubblicana di fronte alle
preponderanti forze di Franco, di Hitler e di Mussolini.
Nel 1944 è però ancora in Italia e
lavora nel sud per riorganizzare la resistenza; dopo la liberazione entra a
far parte della Direzione del P.C.I. e successivamente viene chiamato a
svolgere l’incarico di Segretario Nazionale dei Sindacato del Vetro, incarico
che manterrà fino al suo rientro a Colle, qualche anno fa.
Non c’è bisogno di dire che Orazio
Marchi è e rimarrà un esempio da seguire per tutti coloro che lo hanno
conosciuto come dirigente nazionale e per chi lo ha potuto conoscere solo
vecchio fisicamente e provato nella salute, ma ancora ben giovane per
combattività e capacità politica, per tutti coloro che, anche in suo nome,
vogliono combattere contro il fascismo, per la libertà e per il socialismo.
TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI SU
LEO FRANCI
Leo era il più piccolo di tre fratelli. Sua madre, rimasta vedova dopo il
parto, si accompagnò con un piccolo industriale, ma l’educazione di Leo fu
compromessa. Il ragazzo ne combinò molte ed alcune assai gravi, ed allora fu
inviato in una casa per corrigendi. Qui la vita di Leo ebbe il suo pieno
sviluppo. Non avendo un carattere di indole cattiva, ben presto si guadagnò
le simpatie del direttore, imparò a lavorare e nacque in lui la passione
dello studio.
Dimesso dall’Istituto, trovò subito da occuparsi nelle vetrerie Boschi di
Colle Val d’Elsa dove varie volte fu lodata la sua volontà e capacità di
lavoro. In questo primo periodo Leo si dedicò allo studio della musica, alla
quale si affezionò con grande passione. Trovò inoltre il tempo per dedicarsi
alla politica e si iscrisse al Partito Comunista Italiano, Sezione giovanile,
nel 1924.
Il suo primo arresto avvenne nel 1925 e precisamente il 29-8 e con lui furono
arrestati una sessantina di comunisti colligiani fra giovani e vecchi.
Torturato con un pugnale in varie parti del corpo, fu anche percosso
crudelmente tanto da rendergli la schiena piena di ferite. Dopo quattro
giorni, dei sessanta fermati solo cinque rimasero agli arresti e furono
trasferiti a Siena e deferiti alla Corte d’Assise. Il processo fu celebrato
dopo 10 mesi e si concluse dopo due giorni di dibattito dal quale uscirono
tutti assolti.
Ritornato dalla prigione, conosciuto ormai per un buon lavoratore, Leo trovò
subito da occuparsi in una cartiera. Ma nel 1932 fu nuovamente arrestato,
accusato da un provocatore pagato dai fascisti di Colle Val d’Elsa.
I capi d’accusa erano due: attività clandestina e sabotaggio allo stato.
Questa volta gli arrestati furono trenta, di cui dodici furono trasferiti al
Tribunale Speciale.
Da notare che i fermati furono presi a caso basandosi sulla loro non
iscrizione al partito fascista. Il Franci fu inoltre accusato di aver fornito
ad Orazio Marchi documenti falsi per espatriare e di aver dato asilo a dei
perseguitati dal fascismo.
Nell’istruttoria le accuse non furono provate e l’accusatore fu smascherato e
messo in imbarazzo dagli stessi accusati. Così stando le cose da Roma furono
inviati a Siena due giudici istruttori dal Tribunale Speciale i quali, dopo
varie indagini, non riuscirono a provare la colpevolezza degli imputati.
Anche questa volta il Franci e gli altri furono, dopo sei o sette mesi,
rimessi in libertà.
Ritornato a Colle, Leo trovò i fascisti locali assai irritati perché non era
stato possibile condannarlo e dare una lezione definitiva a lui e a tutti gli
altri antifascisti. Il Franci fu preso particolarmente di mira.
Furono diffidate tutte le ditte di assumerlo al lavoro e fu pedinato giorno e
notte; pertanto a Leo non rimase che fuggire da Colle in cerca di
tranquillità e di lavoro. Si recò a Roma dove, fidandosi di alcuni vecchi
concittadini colà residenti, trovò lavoro in una fattoria a circa trenta
chilometri dalla città, amministrata da un concittadino del Franci, che era
per di più uno squadrista (ora residente a Siena), il quale, conoscendo il
Franci per buono operaio, volle assumerlo alle proprie dipendenze e lo ebbe
in simpatia per il suo proficuo lavoro. Però il direttorio del fascio di
Colle Val d’Elsa vigilava ed avuto sentire della permanenza di Leo a Roma, lo
segnalò subito alla questura romana, la quale intimò al Franci di andarsene
nonostante le proteste del suo principale, il quale si sarebbe assunto anche
tutte le responsabilità.
Non ci fu niente da fare e Leo fu costretto a ritornare a Colle per rimanere
sotto il controllo dei fascisti colligiani i quali lo costrinsero a duri mesi
di vita randagia e di privazioni. Tutto ciò non riuscì però a farlo
retrocedere dai suoi intenti politici. Unica rivincita che il Franci poteva
prendersi in questo periodo contro i fascisti fu quella di rifiutarsi di
suonare nella banda cittadina impegnata in quei tempi principalmente per
suonare nelle manifestazioni fasciste.
In questo periodo il Franci fu avvicinato più volte da un giovane
intellettuale dell’epoca e suo vicino di casa, Romano Bilenchi, il quale
trovò strana tanta persecuzione verso di lui da parte dei fascisti e quando
il Franci si decise finalmente ad espatriare, l’unico che salutò alla sua
partenza fu proprio il Bilenchi.
Leo evitò di salutare gli altri compagni per paura di rappresaglie che
sicuramente si sarebbero verificate dopo la sua partenza.
Il Franci varcò clandestinamente la frontiera a Ventimiglia e di lì andò a
Marsiglia dove cercò di mettersi in contatto con i compagni italiani colà
residenti, ma trovò una certa diffidenza giustificata dal fatto che non era
in possesso di nessun documento che potesse provare la sua fede politica e
comprovare la sua identità, e di provocatori fascisti allora ne circolavano a
decine. Leo ormai abituato alla precedente vita non si allarmò e si dedicò a
fare i più umili lavori pur di guadagnarsi da vivere. Poi, riuscì a
conquistare la fiducia degli antifascisti.
Purtroppo in Spagna scoppiò la guerra civile ed il pensiero di Leo fu quello
di correre con altri volontari antifascisti alla difesa della giovane
repubblica Spagnola. Era giunto per il Franci il momento di potersi battere
ad armi pari con il fascismo.
Purtroppo l’eroismo di Leo fu troncato molto presto e precisamente nella
difesa di Madrid in località Brunete –nella zona nord-occidentale della
città- nella primavera del 1937 (la data esatta la conosce Vittorio Bardini).
Era una mattinata nebbiosa: Leo (che comandava un drappello) e gli altri
combattenti antifascisti attendevano una formazione di volontari polacchi.
Dalla nebbia spuntarono degli uomini. Egli volle assicurarsi e così ,si fece
avanti, credendo che fossero i volontari polacchi, si avviarono verso di
loro, ma erano un folto gruppo di fascisti che fecero subito prigionieri Leo
e gli altri. Con sistema tipico del fascismo li uccisero a pugnalate.
Al fratello maggiore di Leo, Egidio è pervenuta la seguente lettera di Guido
Mugnaini, scritta il 30 giugno 1946 da Livorno e dice:
Carissimo Egidio,
è stato per puro caso che sono venuto a conoscenza di come, tuo fratello Leo
chiuse la sua gloriosa esistenza ed è con la certezza di farti piacere che te
ne do i particolari.
Dopo aver data la sua attività politica
a Marsiglia in collaborazione con altri esuli, scoppiata la guerra in Spagna
raggiunse questa nazione insieme ai compagni e con essi si aggregò nelle
brigate “Garibaldi” per combattere con le armi quel fascismo che prima aveva
combattuto nel modo prestatogli in situazioni diverse. Nella guerra non tardò
a distinguersi, sia per intelligenza, sia per coraggio dimostrato e fu in
conseguenza di queste qualità che fu nominato commissario politico di
compagnia.
Dopo circa un anno di guerra combattuta,
verso la fine del 37 (il mio informatore non è certo questa data ma in ogni
modo sposta di poco) un triste giorno trovandosi sopra una collina in una
località denominata Brunette, furono circondati dai fascisti, la situazione
era critica, perciò bisognava escogitare un sistema per uscirne e per far ciò
era necessario esplorare onde rendersi conto esatto della situazione stessa.
Senza esitare, staccati pochi uomini dalla sua compagnia scese al piano ma
qui furono circondati dal nemico e fatti prigionieri. Saputo che Leo era il
capo di quel manipolo di valorosi, i perfidi fascisti gli imposero di
salutare alla romana e gridare viva Mussolini. Egli rispose col saluto
comunista gridando viva la Russia; una scarica di mitra gli freddò. I
superstiti hanno riferito più tardi ciò agli altri compagni, che dall’alto
avevano assistito impotenti alla scena.
Caro Egidio puoi andare orgoglioso di
tuo fratello e Colle fiera di avere tra i suoi figli un perfetto
rivoluzionario, al cospetto di diversi rivoluzionari da operetta che dimorano
in codesto paese.
Quanto ti riferisco lo appreso da certo
Mazzini Chiesa che fu compagno di esilio prima e di guerra poi di tuo fratello
che presentemente è mio compagno di lavoro.
Ti saluto caramente.
Guido Mugnaini
Livorno, 30/6/46
TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI SU
AGOSTINO FRANCHI
Agostino Franchi apparteneva ad una famiglia di agricoltori, proprietari del
podere da essi condotto. Famiglia laboriosissima, che però non si faceva
illusioni come molti piccoli coltivatori diretti della zona dove abitavano,
Poggibonsi. I Franchi erano in linea, quindi, con gli altri lavoratori. Erano
organizzati nelle leghe rosse e questo dette motivo di infierire in modo
particolare contro di loro.
I bellicosi fascisti poggibonsesi, nel 1921, aggredirono un fratello mezzano
di Agostino che per le percosse dovette perdere un occhio. La famiglia
Franchi denunciò gli autori alla magistratura per cui, dopo istruita la
causa, vennero rinviati a processo i responsabili. Questo bastò per rendere
più accaniti i fascisti contro detta famiglia; tutto fu tentato per far
ritirare la loro accusa, erano frequenti, nella notte, le sparatorie contro
la loro casa. Ma Agostino non subiva passivamente tali violenze e reagiva;
ciò rendeva più prudenti gli assalitori. Una volta li prese alle spalle, i
fascisti fuggirono via terrorizzati, poi reclamarono a Siena dicendo di
essere stati aggrediti dal Franchi e questo bastò alle Autorità di pubblica
sicurezza per requisire i fucili da caccia ai Franchi. Anche per la denuncia
ai fascisti, sempre rimandata, tutto si appianò: venne l’amnistia per i reati
commessi per “fini nazionali”!
I Franchi, a cui non era più possibile vivere a Poggibonsi, comprarono un
podere a Colle e qui si trasferirono, ma Agostino, a cui l’ingiustizia
sofferta non dava pace, non era prudente come gli consigliavano in casa, e
non poteva sopportare di essere privato del permesso di caccia. Così faceva
senza.
Un giorno di festa attraversò il paese di Staggia con il fucile a tracolla e
questo parve troppo ai fascisti locali, che lo assalirono. Lui non perse la calma,
si mise con le spalle al muro e li invitò a farsi avanti; essi, naturalmente
si guardarono bene dal farlo, così Agostino tornò liscio a casa.
La notte, quando lo sapevano a Colle, facevano in modo di disturbarlo per
convincerlo che non era aria per lui. Una notte, mentre si accingeva a
tornarsene a casa, al passaggio a livello di via di Spugna, non osando
affrontarlo in dieci, gli fecero una violenta sparatoria, non lo colpirono e
non lo impaurirono. Ma una signorina presente, terrorizzata, svenne.
Un’altra notte decisero di affrontarlo in campagna: si appostarono alla scesa
dei Cappuccini e fermarono quanti passavano di là; lui non lo presero, ma un
disgraziato, che tornava da casa della fidanzata dovette, per la paura,
starsene a letto per una settimana.
L’arresto che Agostino dovette subire nel 1931, invece di renderlo più
prudente lo fece esaltare maggiormente e dopo oltre sei mesi di prigionia la
sua mente deviava ancora di più. Ora veniva più spesso a Colle e quando
incontrava qualcuno dei suoi persecutori, lo affrontava minacciosamente. Più
di uno ne picchiò. Ed in particolare si inferociva contro un tale che lo
aveva colpito mentre era ammanettato. Erano i fascisti che ora si dovevano
difendere da lui, ormai in preda ad uno stato di semi-follia conseguente alla
lunga tenace persecuzione. E fu lo stesso Agostino che facilitò al massimo il
piano escogitato per disfarsi di lui. Fu incoraggiato a cacciare nella
“bandita” di Scorgiano, dove, adducendo a giustificazione la caccia di frodo,
lo “assassinarono” comodamente (aprile 1942). Morì lasciando moglie e due
orfani.
TESTIMONIANZE DI BALILLA GIGLIOLI SU
NELLO SALVI
Non era ancora spenta l’eco dei canti di gioia per la fine dell’inaudito
macello, che giunse la notizia tremenda, dolorosa della morte di un nostro
caro compagno: Nello Salvi.
Egli era il quarto della serie, iniziatasi con Leo Franci, e faceva parte di
uno sparuto gruppetto che nel ventennio oscuro non aveva mai ammainato la
bandiera dell’antifascismo. Era un entusiasta, aveva nel sangue il sentimento
della libertà. Fu sempre tra i volenterosi, audace e fu un peccato che non
avesse potuto studiare perché era anche intelligente.
Incominciò la sua lotta sociale proprio mentre nasceva il fascismo: da
ragazzetto, in vetreria, in uno sciopero di apprendisti, era già tra i
dirigenti dell’agitazione. Mi ricordo di averlo visto piangere amaramente per
il primo smacco subito, dovuto alla mancanza di frequenza dei suoi giovani
compagni, i quali si erano impressionati per l’intervento del Maresciallo dei
CC.RR.
Il suo attaccamento al partito comunista era esemplare: in tutte le attività
più rischiose era sempre Nello che si addossava i compiti più gravosi e
difficili e certe apparenze avevano fatto pensar male di lui agli estranei al
suo lavoro cospirativo. Nello non si curava dei malevoli, ma li smentiva
sempre coi fatti, facendosi poi anzi invidiare per i felici risultati della
sua attività.
Nelle sue pellegrinazioni di città in città, dovute al suo lavoro di vetraio,
non dimenticava, lui, giovane dipendente, che ben altre trattative potevano
deviarlo dal continuare la sua giusta battaglia.
Nel 1925 sfuggì all’arresto perché era militare, fatto che gli permise di
evitare la provocazione di un suo paesano che, con la sua abietta anima di
spia, aveva tentato di farlo deferire al Tribunale Militare. Nel Marzo del
1931, dopo una continua instancabile attività segreta, nella quale egli, come
sempre, si era particolarmente distinto, fu preso nella “retata” e fu
ammirevole la sua tranquilla fermezza, quando la notte, a tarda ora, nelle
celle della Questura (ben conosciute dal “serafico” Nepi) gli contestavano di
appartenere ad una tenebrosa setta, gli dicevano che il suo nome era già
stato fatto da qualche arrestato chiuso nelle “Murate” di Firenze, gli
annettevano la paternità di alcune gravi azioni: e lui tutto sistematicamente
negava, sconcertando i suoi inquisitori.
Da notare che egli realmente era stato collegato con coloro che sotto le
torture, avevano fatto il suo nome, e che poi smentirono, come è vero che
egli aveva fatto da tramite fra le varie “centrali” politiche di Siena,
Empoli, Firenze e Livorno (da tale città, anzi, pochi mesi prima era stato
inviato in Francia al Convegno di Lione) che aveva ospitato in casa, più
volte, i perseguitati delle varia Questure; ma, al momento dell’arresto,
aveva avuto la presenza di spirito di cambiarsi un indumento nei taschini del
quale aveva documenti compromettenti che avrebbe dovuto recapitare, e dalla
sua bocca non uscì mai nulla che potesse avvalorare i sospetti che gravavano
su di lui. Nonostante ciò, uscì dal carcere l’ultimo di tutti gli arresti e
dopo quasi un anno. Il suo contegno aveva stancato i carnefici, prima che le
torture stancassero lui.
A Natale del ’43 ci aveva raccontato della commozione di Milano nella notte
del 25 luglio, della sua partecipazione al “repulisti” del “covo” dove erano
stati dispersi i cimeli dell’era petaccina; poi anticipò la sua partenza
mentre noi si sfollava, dicendo che qualche cosa avrebbe fatto a Milano.
Il destino ingiusto volle che tanto campione della libertà cadesse poche ore
prima della vittoria finale. Dopo venticinque anni di lotta indefessa, una
lurida spia, priva di senso umano, lo consegnava alle belve, che lo
uccidevano nell’ultimo inutile spregio.
Cosi all’infinita teoria dei martiri si unisce un nome caro; un
comunista senza macchia NELLO SALVI.
Giglioli Balilla
Colle giugno 1945
(Da un “ricordo” del 1945) Miscellanea Storica N. 1-3 gennaio dicembre 1968
–70.
Balilla Giglioli
Come ricordo Ricciardo Bonelli
(antifascista Senese)
Nella vita dei popoli che lottano per
un’ideale di libertà e giustizia vi sono coloro che consapevolmente fanno
sacrificio della propria vita: questi meritano il ricordo riverente di tutti
i sinceri democratici. Ma vi sono alcuni che sopravvissero, che molto dettero
e soffrirono e perciò meritano ricordo, rappresentando essi esempi viventi di
coerenza verso i loro ideali. E Ricciardo Monelli va ricordato per questo, ma
anche per farlo sapere ai giovani di oggi che sono frastornati da interessata
confusione ideologica, da troppa gente che a distanza di tanti anni gli è facile
vantare pregi e meriti nella lotta contro la nera tirannia fascista. Oriundi
di Pescia, vecchia famiglia di socialisti, esercitavano in Siena il commercio
all’ingrosso di alimentari e avrebbero potuto arricchirsi con i vari
magazzini che rifornivano tutta la provincia, ma il vecchio padre e i
fratelli (Gino, Foscolo mutilato di guerra e una sorella) erano superiori a
tali debolezze. Nel 1923-24-25 quando la furia della borghesia reazionaria e
fascista aveva tutto distrutto della vita civile, Ricciardo e sua moglie Lina
Rannucci, con infiniti accorgimenti, scorrazzavano per tutta la provincia;
essi erano riuniti nella casa paterna (o materna) che praticamente funzionava
da federazione comunista, dove nonostante i tempi, vi si svolgeva intensa
attività organizzativa del partito. Questo frutto arresti e feroci bastonate
ad noi a lui e ai suoi fratelli, i magazzini in tre anni furono distrutti
varie volte. Nell’aprile del ’25 due giovani compagni di Colle, avendo
appuntamento in un magazzino da poco rimesso in piedi, nel viale avanti
all’antiporto, si accorsero in tempo che proprio dove erano diretti vi era un
assembramento. Vi erano infatti degli agitati urlanti come pellirosse che
brandivano bastoni e mazze ferrate e una grande confusione di marci in mezzo
alla strada. Da dietro a due piante, inosservati poterono distinguere diversi
di Colle e non erano i meno attivi. Di Monelli non videro nessuno, però
all’arrivo di una ambulanza, al cui apparire gli era, si allontanarono,
capirono che era successo di peggio: gli uomini del soccorso entrarono dentro
e qualche minuto dopo uscirono con un uomo tutto coperto di sangue, immobile
come morto. Gli uomini si avvicinarono e seppero che era il fratello Gino,
trovato dietro il banco. Infatti non avendo potuto trovare Ricciardo, ne
aveva fatto le spese il fratello. La Questura come al solito completò
l’azione dei fascisti, arrestando Ricciardo. Fu arrestato nell’agosto del
1929 con la moglie e il fratello Gino, che aveva il torto di essere guarito,
con altri di Colle Poggibonsi e San Gimignano. Ricciardo era per natura
ottimista, rincuorava tutti, anche quando nell’ottobre successivo ebbe
notizia dell’ultima devastazione dell’ormai unico magazzino che restava e che
segnò la rovina definitiva dei suoi interessi. Non fu risparmiato nemmeno il
fratello mutilato della guerra, era questo che non poteva sopportare, nemmeno
quando la Corte di Cassazione lo definì un capo di delinquenti comuni e lo
rinviò con tutti gli altri alla Corte di Assise nel maggio del 1926. Usciti
per amnistia alla fine di maggio, gli fu imposto di lasciare la Provincia
senza vedere la famiglia. Mesi dopo fu arrestato in qualche parte d’Italia
per attività “criminosa”, come dicevano loro, e condannato a molti anni di
carcere (mi sembra 9). Nel frattempo sua moglie un essere gracile,
predisposta a gravi malattie di petto, perse l’unica cosa che aveva: lo
spirito, commise qualche debolezza e dopo non molto, ne morì. Tutto questo,
anche se amareggiato, non lo fiaccò. Anni dopo aver scontato il carcere
vivacchiò facendo del piccolo commercio; dopo il 25 luglio, ai compagni di
Colle recatisi nella sua povera abitazione, ridivenuta punto di riferimento
per i compagni, della provincia, diceva: “evitate di farvi prendere dai
sentimenti di vendetta, ci saranno tempi molto più duri e ci dovremo battere
con coraggio e a faccia a faccia; il nostro partito combatterà, ma niente
vendette”.
Da anziano fu fra i primi ad andare
nelle formazioni della “Lavagnini” e fino in fondo fece tutto il suo dovere
di militante indomito. Mi ricordo negli ultimi anni qualche compagno, in
occasione di qualche riunione, mormorava: “il nostro Ricciardo si lascia un
po’ andare”. Tentava di dimenticare tante amarezze, ora che non poteva
lottare più.
CRONISTORIA ANTIFASCISTA
DI Colle di Val d’Elsa
Balilla Giglioli
Colle di Val d’Elsa fu l’ultima roccaforte democratica della provincia di
Siena a cedere al fascismo.
Dopo i “fatti” della primavera del ’21 a
Firenze, Empoli, Certaldo, e Siena Colle di Val d’Elsa era rimasta, si può
dire in tutta la Toscana un’isola di libertà e sicurezza che doveva poi
cedere solo dopo l’ottobre del 1922.
In questo periodo in Colle e nei suoi dintorni trovarono rifugio gli
Scarselli di Certaldo e tanti perseguitati toscani. Mi pare, inoltre, che una
delle prime auto comparse in zona, di proprietà di un commerciante non
sospetto, certo Paradisi, servisse per i rapidi spostamenti e a schivare i
rastrellamenti della polizia che sospettava della nostra zona.
Nel luglio del 1921 ci fu il
primo tentativo di spedizione punitiva su Colle a mezzo di un concentramento
di squadre fasciste da tutta la zona: di fronte all’isolamento che trovarono
in città, in quanto la popolazione si era ritirata in casa o in campagna per
non prestarsi alle provocazioni, i fascisti poterono bastonare ferocemente
soltanto i pochi ingenui rimasti nelle vie. Un bracciante di Casole, che,
ignaro transitava per Colle, trovato in possesso di una tessera sindacale, fu
gettato da un alto muraglione insieme alla bicicletta e rimase per più giorni
tra la vita e la morte.
Il 21 settembre 1921, giornata di
fiera, verso sera da una ventina di fascisti fu provocato un anziano
facchino, certo Raffaello Badiani, che, all’ordine di ritirarsi, seccamente
rispondeva di essere un libero cittadino, ma per tutta risposta i fascisti
nostrani e forestieri lo gettavano a terra e lo pestavano a sangue nonostante
i suoi tentativi di difesa. Il Badiani, appena rimesso, venne arrestato,
processato e condannato ad un anno e mezzo per mancato omicidio. Il Badiani
ebbe appena il tempo di terminare la pena, che, a seguito delle percosse
ricevute si ammalava e moriva. Questi fu la prima vittima dei fascisti di
Colle.
A Pasqua del 1922 avendo certo
bevuto, i fascisti locali tentarono la prova di forza ed ebbero la peggio
nonostante l’appoggio della forza pubblica.
Il 1° Maggio successivo fu
sicuramente l’unico festeggiato pubblicamente nella provincia di Siena. In
Piazza Arnolfo, animata di cittadini muniti del tradizionale garofano rosso,
i fascisti cominciarono a fare evoluzioni ed a far scoppiare petardi
per impaurire; non ottenendo alcun risultato cominciarono a colpire con i
manganelli, ma allora avvenne che tra i cittadini apparvero dei nodosi randelli
e la faccenda si mise male per i fascisti. Chi non trovò il legno utilizzo
gli sgabelli del caffè Garibaldi, ed uno di questi ben assestato, impedì ad
un fascista, che in seguito divenne luogotenente di un famoso
<<RAS>>, di colpire un cittadino disarmato.
Questo avvenne tra le 8 e le 10 e
i prepotenti trovarono salvezza nella caserma dei reali carabinieri,e, come
era ormai nelle abitudini, di lì chiamarono i rinforzi dei fasci limitrofi
che alle 11 cominciarono ad affluire in auto e camion. Avvennero scontri
corpo a corpo, scariche di grosse pietre e bastoni da passeggio adoperati da
centinaia di cittadini di ogni opinione politica.
I carabinieri, vista la mal parata,
poiché le armi e le bombe lanciate dai fascisti avevano maggiormente
inferocito la popolazione, si misero al riparo dei colonnati e cominciarono
una sparatoria sulla folla; per fortuna vi fu un solo ferito. Poi la
battaglia rallentò fino a cessare, anche perché da Firenze giunse un forte
contingente di guardie regie, che presidiarono la cittadina fino al giorno
successivo.
Il bilancio della giornata fu di
molti feriti, anche gravi, ma pochi si recarono dai medici; si curarono,
però, i fascisti!
Nei giorni successivi lavorarono
le spie e così avvennero, per un lungo lasso di tempo, arresti, perquisizioni
e processi che si trascinarono per anni.
I fascisti da parte loro si
studiarono per individuare l’autore della “sgabellata” che aveva centrato il
capo degli squadristi. Nonostante fosse che il fatto fosse avvenuto in un
punto centralissimo della città e quindi alla vista di moltissimi cittadini,
le spie, che a Colle erano molto note, non poterono riferire con certezza.
Cosi il fascismo locale fece colpa di ciò a svariati cittadini e per anni indagò
inutilmente.
Fu in quel periodo che pubblicamente apparvero
gli Arditi del Popolo. Essi sfilarono più volte in silenzio, ma la forza
pubblica con le armi puntate minacciava una tragedia e chi ne fece le spese
per tanti mesi furono i tavoli della Piazza Centrale.
Poi venne la marcia su Roma ed
allora i fascisti si rifecero, e come! Colle e tutti i suoi dintorni fino
alla Montagnola Senese, furono battuti giorno e notte per anni ed anni da
squadre fasciste e sempre nuovi arresti, bastonature a centinaia e centinaia
con molti feriti gravissimi ed in seguito morti (Poliuto Logi, Vasco
Martellini, il Giachi detto “Cina” e molti altri ancora oggi purtroppo
dimenticati) devastazioni di circoli e sedi di organizzazioni e case private
a non finire e incendi e furti.
Ma perché dilungarsi? E’ certo la
dolorosa odissea di tutte le plaghe d’Italia dove il sentimento di libertà
era ed è radicata da tempo immemorabile.
L’attività organizzata contro il
fascismo continuava ancora semiclandestinamente e nell’agosto del 1925 fu
preso un giovane con stampa comunista, per essendo ancora legale la vita dei
partiti di opposizione. Il giovane catturato, ingenuamente, ammise la
sua appartenenza al partito comunista; le bastonate gli fecero fare dei nomi
e così la notte del 19 agosto furono presi circa 40 giovani ed il 20
successivo 25 anziani.
I catturati furono tutti bastonati
e buona parte di essi torturati a sangue. A Leo Franci furono contate 17
pugnalate sulla persona; per settimane e mesi i torturati e parte dei
bastonati poterono riposare solamente stando a bocconi. Poi, con i Monelli di
Siena 5 di Colle 5 di Poggibonsi e uno di San Gimignano, fu imbastito un
processo dei più assurdi, che tenne in carcere quasi un anno gli accusati che
uscirono poi per amnistia. Non va dimenticato che la Cassazione rispose al
ricorso delle vittime: “il vostro non è un reato politico, è un atto di
delinquenza comune”.
Poi ci furono altri arresti, ci furono
dei morti per le bastonature: vorrei ricordare il povero operaio Martellini,
il Giachi, che perirono dalle legnate ricevute e i familiari dovettero poi
nascondere il vero motivo della loro morte, altrimenti ci sarebbero stati
guai per i familiari stessi. Ci fu Poliuto Logi che andò a strascicare la
vita nel livornese laggiù morì, come hanno fatto altri morendo profughi a
Parigi e in tanti altri luoghi.
Nel 1924 Enrico Santarnecchi, nel
carcere non potendo sopportare la sofferenza e nel timore di svelare il
nome dei suoi compagni dopo aver scritto le sue volontà nell’intonaco del
muro della cella, fu trovato impiccato. A nessuno dei suoi compagni fu
permesso di vederlo.
Lucesio Petreni uscito con tutti gli
altri cinque mesi dopo,benché forte e robusto, doveva morire in famigli in
seguito alle sevizie subite.
Nella primavere del 1926 ci furono altri
27 arrestati fra Colle Gracciano e Scorgiano, anch’essi senza processo,
fecero una diecina di mesi di galera ciascuno. Poi negli anni successivi dal
1928 al 1930, seguirono altri, bastonature e altri morti.
Vorrei ricordare Vincenzo Nuti,
responsabile del “Soccorso Rosso” che, per sfuggire alle torture cui veniva
sottoposto si getto dalla finestra della casa del fascio, posta al 1° piano,
nella sottostante piazza; mentre era in pericolo di vita, gli fecero firmare
in ospedale, pena l’inclusione nel processo, una dichiarazione con la quale
diceva di essersi rovinato per suo conto. Il Nuti passati anni ed anni da un
ospedale all’altro, rimase invalido per sempre.
Rammento un altro operaio, un facchino,
di soprannome “il Topo” bastonato e poi tenuto un anno e mezzo in prigione
perché aveva reagito ad una masnada di fascisti armati. Era un uomo di 65
anni. Anche queste vittime purtroppo sono state dimenticate. Sono stracci di
uomini non valgono nulla e nemmeno ricordati come eroi della lotta
antifascista.
Nel 1931 un’altra mandata di arresti: 37
cittadini fecero da un mese a 12 mesi di galera, tra i quali Nello Salvi che
fece più di un anno di carcere e che poi morirà a Milano dopo essere stato
torturato a sangue; dopo averlo fucilato a Porta Romana a Milano, gli
passarono sopra con gli autocarri.
Fra i vari arrestati del 1931 ci fu Leo
Franci, a cui furono rovinati gli arti e dovette stare tre mesi nelle
guardine a Colle Val d’Elsa perché non c’erano motivi giuridici per poterlo
portare dalle carceri al Tribunale di Siena; egli morì nella difesa di
Madrid. Anche lui purtroppo è stato dimenticato.
In certe epoche a peggiorare le cose,
come certo in altre parti, vi era la commedia tragica delle elezioni: i voti
“no” fruttavano, è inutile ricordarlo, nuovo terrore.
Un cittadino, certo Gennai, ebbe lo
sgarbo di fare ironia sul voto. Da Piazza Arnolfo fino alla Ferriere di
Masson fu inseguito da una diecina di fascisti, i quali non potendolo
raggiungere tra i ruderi della fabbrica, gli spararono sei colpi di
rivoltella.
Questa memoria, a cui ho tagliato alcuni punti che non riguardavano il
fascismo a Colle, credo sia stata pubblicata dalla Miscellanea Storica della
Valdelsa e tratti da un convegno sulla Resistenza in Valdelsa.
Mino Paradisi
CAMBI VIRGILIO
La figlia Fosca Cambi Deri che si trova
attualmente nell’Istituto delle Crocifissine qui a Colle, mi ha consegnato
queste memorie di suo padre e della sua famiglia, avvenute durante il periodo
fascista.
Quando il fascismo con la sua marcia su Roma, entrò trionfante nella Città
Eterna, le cui porte furono aperte da Vittorio Emanuele III e incominciò la
sua nefasta dittatura, un mattino mentre mio babbo tagliava un vestito
(faceva il sarto) vide entrare Crispino Meoni primo Podestà di Colle ed
alcuni camerati. Questo signore si degnava onorarlo offrendoli la tessera del
fascio.
Mi dispiace signori di illudervi – rispose il mio babbo- è vero io non sono
comunista perché non amo le dittature, ma la mia fede incancellabile è il
socialismo, ed il suo vessillo è Giustizia e Libertà, a questi ideali non
verrò mai meno ! Queste parole furono naturalmente la sua condanna.
Da quel giorno non ci fu mai pace, anche
se proprio non subimmo rappresaglie sanguinose, come purtroppo subirono altre
persone che non la pensavano come loro.Mi riferisco cioè a molti giovani che
hanno scritto il loro nome indelebile nelle strade cittadine, a ricordare a
chi sarebbe venuto dopo il loro martirio, una per tutte “Piazza Montemaggio”
ed anche dove abito io via Martiri della Libertà.
Avevo 14 anni quando nacque quel tragico
e sanguinoso ventennio. La sera con la mia mamma, aspettavamo alla finestra
la chiusura del Bar di Ernestino di Prudenza (che di lì partivano i più
nefasti ordini) fino al momento che questo signore chiudesse il bar e
passasse sotto i nostri occhi e allora avevamo un breve sospiro di
sollievo.Mia madre in quel triste periodo era diventata quasi gobba, la testa
quasi toccava i ginocchi.
Una notte, sempre dal nostro posto di
osservazione, Ernestino di Prudenza apparve in fondo all’Arringo gridando
-…..largo, largo…. Si spensero le luci e sotto i nostri occhi spaventati
passò correndo una lettiga, portata a mano, aperta. Nella lettiga era disteso
esamine, bocconi, un uomo con le braccia aperte come in croce; per noi ormai
senza vita. Invece fu salvato; erano due fratelli lanieri di Prato, i Nuti,
avevano sposato due colligiane ma di loro a Colle non si seppe più niente.
Sembra che questa persona sia stata chiamata al fascio, picchiato a morte e
poi svenuto. Raccontavano che l’avevano raccattato sotto le finestre, dicendo
che si era gettato ……. Come più tardi ……Pinelli.
Come persecuzioni fisiche il mio babbo
ha ricevuto uno schiaffo un 1° Maggio, passeggiava per la Piazza Arnolfo con
un fiammante garofano rosso….all’occhiello…..Ma la persecuzione sul lavoro,
sulla nostra attività, fu per noi una dolorosa esperienza che ci mise
finanziariamente a terra. Venne proibito alla popolazione di fornirsi alla
Sartoria Cambi, pena perquisizioni e persecuzioni. Infatti perdemmo buona
parte della clientela, furono periodi duri per noi, specialmente non poter
essere precisi con i fornitori. Assillo che non faceva dormire la notte i
miei genitori.
In quel tempo venivano devastate diverse
attività; fu devastato lo studio dell’avvocato Lepri, tutti i libri e
documenti gettati in piazza e incendiati; giù per l’Arringo corse un fiume di
liquori balle di zucchero e di caffè, tutto ciò che contenevano i magazzini
di Antonio Paganini. Ad Alcide Chiti in S Agostino fu bruciato il laboratorio
di falegnameria e questi signori erano solamente degli antifascisti! Quella
notte, mamma ed io eravamo come al solito alla finestra ma ancor più
disperata perché qualcuno ci aveva informati che…..toccava a noi! Infatti la
banda arriva ….e noi vedemmo infilare la spranga di ferro sotto la
saracinesca….alloro corremmo a chiamare zio Berto che era entrato da poco nel
fascio, per salvare il mio babbo…quando tornammo non c’era più nessuno!
Qualcuno di loro (poi ci fu riferito) sconsigliò i camerati …ad agire.
In ogni modo la nostra vita era un
continuo incubo; quella spada di Damocle, era sospesa sempre sulla nostra
testa.
Come poteva non essere così? Se dopo
l’avvento del fascismo furono indette le uniche elezioni del SI e del
NO. Una mattina trovammo attaccato alla saracinesca del nostro negozio
un biglietto così redatto— Se nello spoglio delle urne del Comune di Colle di
Val d’Elsa, verrà trovato un solo NO la responsabilità sarà tutta del sarto
Cambi e del suo amico stagnino il Selvaggi. Mamma disperata andò a piedi a
San Marziale dal segretario del fascio che era Mino Maccari e lui le
rispose-- ….che volete sposa, da Siena ci rimproverano, che a Colle non si fa
niente….Mamma rispose che il mio babbo in quei giorni sarebbe andato a Milano
e lui acconsentì….
Un giorno mio padre con il giornale
socialista sotto braccio andò alla farmacia per parlare con Nullo
Salvetti, li trovò il maresciallo dei carabinieri (credo un certo
Gerbi) che gli disse: stai attento che il Nepi ti vuole picchiare.
Il maresciallo consigliò mio padre di andare a casa ed allora si avviò
presso la sartoria, e fu seguito da il Nepi con in mano il manganello,
però due carabinieri lo seguirono (si chiamavano Buddu e Fodda) che
sorpassando il Nepi, lo salvarono dalle manganellate.
Un altro episodio che voglio ricordare (
significativo di come un regime possa vivere anche con atti di pura
prepotenza) è quello dell’opera “ Il Barbiere di Siviglia” fatta all’allora
Teatro del Littorio. Prima di iniziare lo spettacolo come di consueto,
l’orchestra suonava giovinezza e tutti si dovevano alzare in piedi (pochi
furono quelli che rimasero a sedere tra cui mio padre). Nel contempo si
accesero tutte le luci e quando si accorsero che mio padre era rimasto a
sedere, fecero uscire tutte le persone, alla porta i fascisti ci
attendevano per bastonare mio padre, ma essendoci stata io che allora avevo
20 anni ho salvato mio padre dalle manganellate, lo spettacolo non fu
fatto.
Questo era il fascismo che portò poi
alla nefasta guerra, carneficina che distrusse tante giovani vite umane
a Colle, in Italia e nel mondo intero. Ho 92 anni ma quelle immemori tragedie
sono sempre vive nel mio cuore.
Fosca Cambi Deri
DINO BANDINI
di Balilla Giglioli
il giudizio di un Questore sui comunisti.
Frugando nei ricordi del passato torna
alla mente un episodio significativo, che anche ora dimostra il contributo
della lotta ventennale dato dai comunisti e di che tempra si componeva il
nostro partito.
Verso la fine di ottobre del 1931,
veniva dimesso, per la seconda volta in pochi anni, dal carcere di S Spirito
di Siena, il compianto Dino Bandini. I sette mesi trascorsi quest’ultima
volta avrebbero per lui significato presso a poco un periodo di riposo, se
non vi fosse stato l’inconveniente degli interrogatori notturni alla R.
Questura, a cui egli, ed il non meno rimpianto Nello Salvi, pure caduto per
la libertà, furono sottoposti. Molte cose ci si aspettava di sapere dai due
nostri compagni alla R. Questura e particolarmente del nostro Dino, che era
ritenuto, non ha torto, un organizzatore dai tentacoli lunghi. Furono prove
durissime; i testicoli del povero Dino ne riportarono un lungo e doloroso ricordo,
ma per i birri del regime fu una delusione: Il Bandini non aveva da dire
proprio nulla! E così come prima dicevo, Dino, superava la
prova, veniva liberato, cullando egli nuovi propositi, nuove speranze; se non
che, all’uscita, il direttore li notificava l’ordine di recarsi di nuovo in
Questura. Un dubbio gli offuscò nuovamente la mente; ma cosa di nuovo
potevano volere da lui? Qualcuno aveva parlato? Ma poi ricordò
che per i <<politici>> era quella una procedura normale. Il
Questore in persona lo ricevette e lo abbordò senza preamboli:
Per me, egli disse, non vi è dubbio, non avrei sbagliato sul tuo conto, ma
disgraziatamente non ho potuto raggiungere nessuna prova a tua carico; potrei
tenerti ugualmente, ho questa facoltà, ma voglio essere giusto, sei libero!
Certo—continuò come parlando fra sé—lo dico con franchezza: vorrei che il
regime avesse degli uomini tuoi pari.
Poi, guardando l’orologio, disse:
<<Non sei in tempo al treno, io vengo per là, monterai in macchina con
me>>. Alla stazione gli regalò un pacchetto di sigarette e gli strinse
la mano!
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