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I care, bello e rischioso |
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I care, questa espressione viene dal cuore della storia americana di questo secolo. La traduzione letterale chiede un giro di parole, dal "me ne faccio carico" a "mi preoccupo", a "ci penso io". Manca, nella versione italiana, il senso della partecipazione, che è la vera ragione del valore morale e politico di queste due parole. "I care" si sente per la prima volta in America all'inizio del grande movimento sindacale ebreo e cattolico di New York. È giusto ricordare il nome di Emma Goldman, primo leader- donna di un movimento di massa negli Stati Uniti. Negli anni Trenta "I care" è la parola-codice di Dorothy Day, organizzatrice e leader cattolica di una rete di solidarietà nel periodo più duro della grande Depressione. Da lei la raccoglie Ben Shan, pittore del realismo sociale, fotografo indimenticato del New Deal di Roosevelt, fondatore di una comunità di utopia e fratellanza nel New Jersey che esisteva ancora negli anni Sessanta. Ben Shan mi ha guidato a vederla per mostrarmi - lui diceva - un modello di ciò che dovrebbero cercare di fare i ragazzi del "Free Speech Movement" di Berkeley (dove allora io insegnavo) e delle altre università in rivolta contro la guerra nel Vietnam. Il motto della città-utopia era "I care". La stessa frase era scritta alle spalle della scrivania, nell'ufficio parrocchiale del reverendo King, pastore della piccola chiesa di Auburn Avenue di Atlanta, da cui è partito il movimento per i diritti civili. In questi giorni il candidato democratico alle elezioni presidenziali americane, Bill Bradley, ha spiegato al New York Times di volerne fare una bandiera per risvegliare l'opinione pubblica americana dal crescente assenteismo elettorale. In Italia "I care" ha il suo nobile richiamo nella voce del prete di Barbiana, della sua scuola non dimenticata, del suo rapporto con i più giovani e i più poveri. Quello che conta è il senso. È sempre stata una bandiera di minoranza, anche in America, soprattutto in politica. Perché indica un territorio che è al di fuori dello scambio e della convenienza. "I care", prima di essere un messaggio, è una forma di identificazione. Qualcuno, nella folla di coloro che stanno attraversando un'epoca della storia, si prende la responsabilità di dire: io ci sono, su di me si può contare. Stabilisce un grado di cittadinanza diverso. Diverso anche dal lottare per un diritto. È un atto di offerta non tanto alla spinta per demolire qualcosa, quanto al lavoro per costruire. "I care" è prima di tutto un rapporto di presenza, fiducia, partecipazione. Vediamo come uscire dalle parole, come entrare nei fatti. L'idea è questa. Il mio primo pensiero non è "altri contano più di me e sono i veri responsabili". Oppure: "Ci pensi lo Stato. Ci pensi il Governo". Il primo pensiero è: "Responsabile sono io". L'affermazione non scivola sul versante negativo del pagare una colpa ("siamo tutti responsabili, ogni evento sociale è causato dal comportamento di tutti"). La spinta va in senso opposto. Io cerco di arrivare prima che sia accaduto qualcosa di male, per fare quello che posso, dare il contributo che so, dire le cose che conosco e che possono essere utili, non permettere il disorientamento e la solitudine degli altri, non lasciare uno spazio vuoto. Invece di unirmi all'invettiva (che in Italia, più che negli altri paesi, è una tradizione radicata, a causa di una serie infinita di abbandoni e di delusioni) mi faccio avanti, mi dichiaro partecipe, cerco di essere utile. So che posso e dico che devo. Non c'è niente di teorico in un atteggiamento del genere, perfino in un paese tormentato dalla ottusità della burocrazia, dalla sordità delle "autorità", dalla distrazione dei competenti, dal silenzio dei testimoni autorevoli, dalla ossessione per gli stretti interessi delle corporazioni. "I care" introduce in un'epoca nuova nella quale non finisce l' impegno di battersi nel senso alto, serio, nobile della parola. Finisce però il volar basso del chiamare tutto "lotta", senza rendersi conto che, a volte, si lotta contro se stessi. O ci si muove, appesantiti da armature d'altri tempi, in paesaggi irriconoscibili. Il cambiamento è questo, facile a dirsi. Ma è una rivoluzione. È il passaggio dal reclamo del diritto alla affermazione del dovere. Alcuni di noi, dice quell'espressione, pongono la bandiera della rivendicazione dei doveri accanto a quelle, certo non stinte, della affermazione dei diritti. Sono le parole di un vero e proprio contratto sociale. Una parte sono io, e lo dico assumendo l'impegno. Una parte sono gli altri cittadini, che hanno ragione di aspettarsi la realizzazione dell'impegno che ho preso. S'intende che, per sfuggire alla leggerezza delle parole, tutto ciò deve avvenire in un contesto sociale definito con risoluta chiarezza. È una promessa che si mantiene ogni giorno. "I care" si espone continuamente alla prova dei fatti. È una frase importante, bella e rischiosa. |
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(8 gennaio 2000) |