Amedeo Minghi, l'amore
ai tempi della guerra

L'artista romano parla del nuovo album L'altra faccia della luna, dove emerge la necessità del confronto nei rapporti umani, e non solo in chiave 'sentimenti'. "Ho trattato così anche i conflitti. Dieci anni fa parlavo di Cecenia..."

di Enrico Deregibus

Capita, e capita spesso, che l'immagine pubblica di un artista sia molto lontana da quella reale. A volte la differenza è in positivo, a volte in negativo. Potrebbe essere il caso di Amedeo Minghi. Si sono dette molte cose su di lui: che è altezzoso, e anche un po' arrogante, che esige di essere chiamato maestro…Intervistandolo a proposito del suo nuovo disco, L'altra faccia della luna, che verrà presentato al Sistina di Roma il 9 dicembre e al teatro Nuovo di Milano il 20 dicembre, abbiamo avuto un'impressione piuttosto diversa. Leggere per credere.

Partiamo dal nuovo disco. Ci pare parli della necessità di confronto, di comunicazione, per sentirsi veri...

Sì, spero che arrivi il senso di questo disco. Credo che sia un album maturo. L'altra faccia della luna richiama evidentemente una parte, se non oscura, perlomeno nascosta. C'è un filo conduttore che lega le canzoni, ma per me è sempre stato così, d'altronde io sono cresciuto nell'epoca dei concept-album. Qui è una ricerca interiore, il confrontarsi e rendere partecipi dei propri sentimenti le persone che ci sono vicine. E chi è più vicino di una persona che ami, magari anche solo per una notte, ma con sincerità, con abbandono?

L'amore come chiave di interpretazione delle cose?

Credo che tutto quello di cui abbiamo bisogno è l'amore, come diceva Lennon. Non è una frase fatta. Io sono stato spesso accusato e bistrattato proprio perché parlavo di sentimenti. Ma ho trattato anche un tema come la guerra in questo modo. Credo che ci sia stata da parte mia una certa coerenza in questo, da 1950 a Cuori di pace, a tante altre canzoni. E' un modo anche per dire no alla guerra.

Questa affermazione è anche relativa all'attualità, alla guerra in Iraq?

Sì, ma sai, io dieci anni fa parlavo di Cecenia e nessuno mi stava a sentire, anche fra i tuoi colleghi. Lì ci sono stati centomila morti e chissà quanti centomila morti ci sono in tutte le altre guerre ancora aperte in questo momento. Ma sono guerre non di moda, che non fanno notizia. Per capire che esiste un muro non c'è bisogno di andarci a sbattere contro, com'è successo con il recente, terribile, avvenimento a Mosca. Non sopporto questo fatto, questa è vera e propria disinformazione.

Che rapporto ha con il suo pubblico, che è alquanto variegato?

Ho un pubblico molto trasversale. Ho quattro fanclub in quattro diversi paesi. Non me ne vogliano i discografici, ma io devo tutto al pubblico, è il pubblico che veniva a vedermi a teatro nei momenti più difficili. Anche se sanno che non scrivo per loro, scrivo per me stesso. Ma lo dico apertamente. Questa cosa può essere antipatica da dire, ma è la verità e credo che il pubblico mi apprezzi anche per questo. Non cerco la canzone ad effetto, studiata perché piaccia. Poi, quando l'ho scritta e pubblicata, quasi l'abbandono, la lascio al pubblico, quasi non è più mia, penso già ad altro, come adesso, che mi sto occupando di due colonne sonore. Scrivo con grande sincerità, questo ci tengo a dirlo. In quanto ai risultati, beh, lascio il giudizio ad altri.

Questa affermazione stride molto con l'immagine che viene data di lei, che spesso è stata descritta come una persona con una grande autostima...

Sì, ma questo è anche perché non frequento ambienti, né politici, né promozionali, che possano essere utili per cambiare questa immagine di me. Non vado nei posti dove ci sono i fotografi e così via. Sono spesso stato descritto in quel modo e devo dire che vivo la cosa con un po' di fastidio, non riesco a uscirne. Forse dipende anche dal mio carattere, ma quello non si può cambiare.

(15 novembre 2002)

[home page | ritorna a interviste ]