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Nel 1900 gli Stati Uniti erano diventati una potenza mondiale. L'America
settentrionale era popolata da una costa all'altra, la frontiera era chiusa,
gli indiani erano stati spogliati delle loro terre e nel 1898 gli spagnoli
erano stati definitivamente espulsi dall'emisfero occidentale. Puerto
Rico (e le Filippine) diventarono territori USA, mentre Cuba si assicurò
formale indipendenza dalla Spagna ma per cadere sostanzialmente sotto
il controllo americano. Nel 1903 Panama si staccò dalla Colombia e affittò
la zona del canale agli Stati Uniti. Nel 1914, mentre la rivoluzione messicana
divampava, il presidente Wilson ordinò la temporanea occupazione del porto
di Vera Cruz.
Durante la prima guerra mondiale fu stabilito il protettorato americano
su Haiti e sulla Repubblica Dominicana. I marines o i soldati USA sbarcarono
nei Caraibi non meno di venti volte tra il 1900 e il 1920. Il mar dei
Caraibi era diventato un mare interno degli USA. Alla fine della prima
guerra mondiale nessuna potenza esterna poteva minacciare il predominio
degli Stati Uniti su tutt'e due le Americhe.
Economicamente, la Gran Bretagna conservava ancora importanti legami con
diverse repubbliche sudamericane (specialmente nella zona del Rio de la
Plata) ma altrove il suo predominio andava cedendo all'avanzata degli
Stati Uniti. Quando la supremazia degli Stati Uniti non fu più minacciata,
la necessità di mandare i marines contro le repubbliche latino-americane
si presentò meno spesso. Non solo questi interventi erano mal tollerati
dai governi della regione, ma si dimostravano una fonte di continui disturbi
per gli Stati Uniti, in quanto essi comportavano o un'occupazione militare
per un periodo di tempo indefinito o la creazione di un regime fantoccio
che permettesse agli USA di ritirarsi.
Come in tempi più recenti, gli Stati Uniti dovettero accorgersi che il
processo di disimpegno era rischioso e delicato. Ci volle tempo per imparare
la lezione: negli anni venti (nel 1924 in Honduras e nel 1926 in Nicaragua)
ci furono altri due sbarchi di marines; ma ormai la politica dell'intervento
armato non era più popolare. Nel 1933 gli Stati Uniti si impegnarono a
non intromettersi negli affari interni o esteri delle repubbliche sorelle.
Fu questa la politica di buon vicinato inaugurata da Roosevelt
che, tecnicamente parlando, venne osservata fino al 1965, l'anno in cui
Johnson fece sbarcare (aprile) i marines nella Repubblica Dominicana.
Tuttavia, se alla parola " intervento" si dava una interpretazione più
ampia, l'impegno preso dagli Stati Uniti si rivelò sin dal primo momento
impossibile a mantenersi. L'invio dei marines era una forma di pressione
molto rudimentale che in ogni caso poteva essere usata efficacemente solo
contro stati molto piccoli e deboli.
Ma altre forme di "intervento" sono state ingredienti regolari della politica
degli Stati Uniti nell'America latina per tutto il XX secolo: pressioni
diplomatiche, minaccia di non riconoscere i governi, appoggio morale o
finanziario ai gruppi d'opposizione e infine l'addestramento e l'equipaggiamento
di mercenari.
Nel 1954, per esempio, la CIA addestrò ed equipaggiò i mercenari che invasero
il Guatemala e rovesciarono il governo appoggiato dai comunisti. Oltre
agli aperti interventi, negli ultimi vent'anni gli Stati Uniti hanno insediato
missioni di "assistenza" in quasi tutte le repubbliche dell'emisfero,
assicurandosi così considerevole influenza sulla politica interna e specialmente
sulla formulazione della politica economica. Infine, l'addestramento e
l'equipaggiamento degli eserciti latino-americani ha assicurato un altro
canale alla loro influenza.
Affermata così l'egemonia USA nel continente e sostituiti i più rozzi
sistemi di intervento con sottili metodi di influenza, parve negli anni
cinquanta che il " retrobottega " degli Stati Uniti fosse destinato a
non ricoprire mai più un ruolo indipendente negli affari mondiali.
Gli avvenimenti del 1958-1959 costituirono perciò una grossa sorpresa.
Di colpo, nel maggio 1958, l'America latina balzò sulle prime pagine dei
quotidiani statunitensi. Una visita amichevole del vicepresidente Nixon,
intesa come una iniziativa diplomatica di minor conto, diede occasione
a massicce dimostrazioni di ostilità contro gli USA.
Nixon fu colpito alla testa da una pietra e nel Venezuela, dove la dittatura
filoamericana di Pérez Jiménez era stata appena rovesciata da una
rivoluzione popolare alla quale avevano partecipato i comunisti, la bandiera
a stelle e strisce fu stracciata. La vita stessa di Nixon fu in pericolo,
e qualcuno gli sputò addosso.
Gli americani furono profondamente turbati e indignati da queste manifestazioni
del risentimento che animava i loro vicini meridionali. La visita di Nixon
fu seguita da una serie di crisi che tennero per quasi cinque anni l'America
latina alla ribalta dell'attenzione mondiale. Tutte scaturivano dalla
piega imprevista presa dagli avvenimenti a Cuba.
Attaccati perché appoggiavano i regimi dittatoriali del continente, gli
Stati Uniti cominciarono gradatamente a mollare l'odiato regime di Batista
a Cuba. Il 1o gennaio 1959 le forze di Castro entravano all'Avana,
e in un primo momento il suo trionfo fu accolto abbastanza bene negli
Stati Uniti. (Ma i rivoluzionari si erano già irritati per un tentativo
in extremis degli USA di imporre un governo di compromesso.)
A molti americani parve che " il vento della rivoluzione " stesse spazzando
via tutti i dittatori del continente, da Perón in Argentina, abbattuto
nel 1955, a Rojas Pinilla in Columbia nel 1957, Pérez Jiménez
in Venezuela nel 1958 e Fulgencio Batista a Cuba.
Si sperava che questo significasse che il continente era diventato maggiorenne.
Innegabilmente, gli avvenimenti della visita di Nixon indicavano anche
un certo estremismo. Ma questo, secondo il punto di vista liberale, poteva
essere attribuito all'opera di agitatori comunisti; e le richieste ragionevoli
delle repubbliche latino-americane potevano essere soddisfatte senza difficoltà
aumentando gli aiuti americani e appoggiando i movimenti democratici invece
dei dittatori.
Base rossa nelle Americhe
Nel corso del 1959, tuttavia, diventò sempre più evidente che la Cuba
di Castro non si sarebbe allineata al nuovo corso. Anche quando Castro
non si recò negli Stati Uniti, nella primavera del 1959, e condannò il
comunismo esprimendosi a favore dell'OAS (Organization of American
States) e dichiarandosi disposto ad accogliere gli investimenti stranieri,
l'accoglienza di Washington fu fredda; e il vicepresidente Nixon si convinse
che Castro o era " incredibilmente ingenuo in fatto di comunismo oppure
obbediva agli ordini dei comunisti. E io sono per la prima ipotesi ".
Nel giugno 1959 gli Stati Uniti presentavano la prima nota di protesta
(contro la moderata prima legge di riforma agraria). Sotto altri aspetti
anche le illusioni liberali crollarono ben presto. Non ci sarebbero state
elezioni immediate. Cuba non avrebbe sacrificato i suoi diritti di nazione
sovrana per avere gli aiuti americani; il castrismo non avrebbe fatto
alcun tentativo per rassicurare il business né alcun gesto conciliante
nei confronti degli strati privilegiati della società cubana.
Invece gli ufficiali dell'esercito di Batista che si erano resi colpevoli
di atrocità furono giustiziati, la società dei telefoni, proprietà USA,
fu nazionalizzata, gli affitti vennero drasticamente ridotti e si prepararono
avventati progetti di assistenza sociale.
La disoccupazione dilagò quando i cubani ricchi cominciarono il boicottaggio
degli investimenti: nell'estate si ebbero le prime violenze controrivoluzionarie.
Per di più, dopo una luna di miele iniziale, il regime cubano cominciò
ad apparire come una minaccia ai paesi vicini. Qualche mese dopo la presa
del potere, Castro si recò nel Venezuela col proposito di forgiare un'alleanza
anti-imperialista radicale. Fallito il tentativo, i cubani diventarono
nemici acerrimi del regime venezolano.
Subito dopo, una spedizione armata partita da Cuba tentò vanamente di
"liberare" Panama. Pubblicamente, è vero, Castro dichiarava che non avrebbe
appoggiato i tentativi di sovversione negli altri paesi, ma gli avvenimenti
lo smentivano. Nel giugno, gli esuli dominicani a Cuba tentarono un colpo
di mano nella Repubblica Dominicana contro il dittatore Trujillo.
Questi tentativi, sia pure non appoggiati ufficialmente, di seguire l'esempio
dei rivoluzionari castristi riuscirono soltanto a polarizzare l'attenzione
sul regime cubano. Castro diventò il primo personaggio di statura continentale
dal tempo dei liberatori del XIX secolo.
Di conseguenza il conflitto con lui dominò la politica latino-americana
degli Stati Uniti fino alla metà degli anni sessanta. È ancora dibattuto
se era veramente impossibile arrivare a un compromesso con Castro o se
furono i malintesi e i passi falsi della politica USA a far nascere quello
che poi sarebbe diventato l'incubo di Washington: una "base rossa nelle
Americhe".
Ma è evidente che due questioni soprattutto, generarono il conflitto con
Cuba ed esasperano ancora oggi gli altri paesi latino-americani: la possibilità
per i loro governi di aver voce in capitolo negli investimenti USA e la
possibilità di acquistare armi.
Per corrispondere alle speranze che Castro aveva fatto nascere nei cubani
poveri, presto si dimostrò indispensabile una estesa ridistribuzione della
proprietà. Poiché i proprietari di una grossa fetta delle ricchezze dell'isola
erano cittadini americani, la questione non poteva non far nascere un
conflitto tra il governo rivoluzionario e Washington.
Se si fossero dovuti indennizzare i cittadini americani nella misura richiesta
dal loro governo, nessun regime cubano avrebbe potuto permettersi di portare
molto oltre il programma di riforme. Perciò a Castro parve che il governo
statunitense, per proteggere gli interessi di pochi privilegiati cittadini
americani, mettesse il veto a tutta la rivoluzione cubana. Egli non aveva
rischiato la vita in una guerriglia disperata per essere fermato così
facilmente. Ma probabilmente sapeva che sfidando gli americani su tale
questione il conflitto si sarebbe inasprito al punto che Cuba avrebbe
dovuto affrontare un'invasione.
Ossessionato dal precedente del Guatemala del 1954, dove un regime di
sinistra era stato rovesciato da una invasione preparata e voluta dalla
CIA, Castro giunse alla conclusione che era indispensabile armare immediatamente
le masse per la difesa della rivoluzione. Ma dal principio del 1958 gli
americani avevano imposto un embargo alle armi a Cuba e avevano costretto
i loro .alleati a fare altrettanto.
Cuba si trovava così di fronte a un dilemma: dare un colpo di freno alla
rivoluzione e rinunciare a difendersi da una possibile invasione, oppure
affrettare la rivoluzione e comprare armi dai comunisti, anche se questo
significava provocare un'invasione. Considerando il suo passato, non sorprende
che Castro scegliesse la seconda alternativa. Le proprietà americane furono
confiscate e Cuba negoziò un trattato commerciale con l'Unione Sovietica.
Una volta prese queste decisioni cruciali, il processo che doveva portare
al conflitto totale e al blocco diventava irreversibile.
Già nel marzo del 1960 Eisenhower autorizzò segretamente l'addestramento
di una forza d'invasione formata da profughi cubani. Venne poi la prima
condanna pubblica del regime; e in seguito, quando cominciò ad arrivare,
in base alle clausole del trattato commerciale, il petrolio sovietico,
le raffinerie di proprietà americana non vollero lavorarlo.
Castro le nazionalizzò, proprio mentre Eisenhower riduceva la quota dello
zucchero cubano. Adesso gli americani stavano spingendo Castro alla dipendenza
totale dall'Unione Sovietica e si preparavano a rovesciarlo. Prima di
lasciare la presidenza, nel gennaio 1961, Eisenhower ruppe formalmente
le relazioni diplomatiche con Cuba, lasciando al successore un conflitto
esplosivo e un piano d'invasione ormai in una fase avanzata di preparazione.
Nell'aprile 1961 gli esuli cubani, appoggiati dagli USA, sbarcarono alla
Baia dei Porci, sulla costa meridionale di Cuba. Neppure due giorni
dopo, gli invasori erano stati tutti catturati. Gli americani avevano
costretto il regime a diventare più radicale per accelerarne la caduta,
ma poi non erano riusciti ad abbatterlo. Le conseguenze di questo errore
di calcolo si fanno sentire ancora oggi.
Dopo Baia dei Porci, Castro diventò esplicitamente comunista e il problema
da caraibico che era diventò continentale, e perfino, a un certo punto
minacciò di scatenare un conflitto globale.
Cuba isolata ?
Al livello continentale, ben presto gli americani isolarono completamente
Cuba, e Kennedy ebbe la possibilità di ridare prestigio agli USA nell'America
latina. Nel marzo 1961, con grande accompagnamento pubblicitario, fu annunciato
il programma dell'Alliance for Progress (Alleanza per il progresso)
per aiutare i paesi latino-americani, mentre nel gennaio 1962 Cuba veniva
espulsa dall'OAS.
La riforma agraria e la giustizia sociale diventarono i principi fondamentali
della politica USA nell'emisfero, mentre a Cuba veniva imposto il blocco.
I cubani risposero con tutte le risorse diplomatiche disponibili, ma la
lotta era impari. Non essendo riusciti a conservarsi degli alleati tra
i governi latino-americani, i cubani appoggiarono i rivoluzionari che
intendevano rovesciarli.
Cominciarono le azioni dei guerriglieri nel Venezuela e in Guatemala,
e ben presto i tentativi del genere si moltiplicarono. Ma apparve subito
evidente che questa strada non avrebbe portato subito alla vittoria. La
controffensiva di Kennedy fu un'abile mescolanza di concessioni e di intimidazioni.
Isolato nel continente, Castro temerariamente ricorse a una leva extra-continentale:
chiese l'intervento della potenza atomica sovietica.
Ma i missili che Chruscev accettò di consegnare furono identificati dalla
ricognizione americana prima ancora di essere approntati, e il blocco,
imposto dagli USA nell'ottobre 1962, costrinse i russi a ritirarli. Nell'aprile
1961 il tentativo di distruggere il regime cubano era fallito, ma nell'ottobre
1962 il contenimento di Cuba poteva dirsi completato.
Da quel momento, anche la minaccia dei guerriglieri andò gradatamente
riducendosi.
Intervento nella Repubblica
Dominicana
Via via che la minaccia cubana si dileguava, diminuivano pure le preoccupazioni
degli Stati Uniti per l'America latina. L'assassinio del presidente Kennedy,
nel novembre 1963, rimosse l'ultimo sprone alle riforme nella regione.
La nomina, da parte di Johnson, di diversi texani nell'amministrazione
degli affari dell'emisfero coincise con una politica sempre più dura verso
ogni governo riformista appoggiato dai radicali.
La Repubblica Dominicana ci offre un buon esempio di questo mutamento
di politica. Così vicina a Cuba, e così simile ad essa, quella repubblica
era una zona attentamente sorvegliata dagli USA. L'esempio cubano non
poteva non avere grande eco nella vicina isola produttrice di zucchero,
dove la dittatura di Trujillo si era fatta odiare quanto quella di Batista.
Se la sinistra vi avesse preso il potere, i tentativi di isolare Cuba
sarebbero stati vani e le due più grandi isole dei Caraibi sarebbero diventate
pericolose nemiche degli Stati Uniti. Tanto Trujillo che Castro se ne
rendevano conto.
Nei primi tempi della rivoluzione i cubani appoggiarono gli esuli dominicani,
mentre Trujillo cospirava contro il suo antico nemico (sembra che Castro
avesse partecipato a una incursione contro la Repubblica Dominicana già
nel 1947). Inevitabilmente gli Stati Uniti vennero coinvolti nel conflitto,
soprattutto perché Kennedy dopo aver assunto la carica si era subito dimostrato
propenso a una politica estera combattiva, addirittura con sfumature da
crociata. Nell'aprile 1961 il nuovo presidente aveva agito su tutti e
due i fronti (obbligando così i due capi di governo dei Caraibi a stringere
un patto difensivo).
Mentre autorizzava l'invasione della Baia dei Porci, Kennedy autorizzava
anche la CIA a fornire armi agli avversari di Trujillo. Con questo incoraggiamento,
Trujillo, il vecchio "Benefactor" fu assassinato nel luglio: la
strada dell'isola era sgombra per il riformismo filoamericano.
Nel 1963, dopo una grande vittoria elettorale, salì al potere Juan
Bosch, finanziato dal denaro USA e sostenuto dalla CIA. Ma dopo un
breve saggio del riformismo dell'Alleanza per il progresso nella
Repubblica Dominicana, l'alternativa a Castro rappresentata da Bosch fece
naufragio. Aveva provocato la violenta reazione dei privilegiati senza
avere l'appoggio organizzato dei poveri. Nel settembre 1963 la retorica
dell'Alleanza per il progresso fu smentita dalla dura realtà della forza:
i militari rovesciarono Bosch.
Sembrava proprio che non si potesse corrispondere alle speranze dei poveri
senza danneggiare i ricchi e provocare il risentimento dei militari. Kennedy
era furibondo: se non si fosse dato l'esempio nella Repubblica Dominicana,
dove l'influenza USA era insolitamente grande, allora i privilegiati di
tutto il continente si sarebbero sentiti autorizzati e mettere il veto
alle riforme chieste dall'Alleanza per il progresso.
Gli aiuti alla Repubblica Dominicana furono interrotti. Ma Kennedy venne
assassinato nel novembre, e Johnson esordì come presidente ripristinando
gli aiuti alla giunta militare trionfante, col pretesto (che si dimostrò
subito falso) che doveva affrontare una grossa minaccia dei guerriglieri.
Analogamente, gli Stati Uniti inviarono nuovi aiuti ai capi militari del
Perù e dell'Honduras. Questa dunque era la lezione per il continente:
i privilegiati potevano mettere il veto alle riforme senza che gli Stati
Uniti decidessero rappresaglie ai loro danni, sempre che avessero potuto
strombazzare una minaccia di sovversione per giustificarsi.
L'anno dopo, i colpi di stato di destra in Brasile e in Bolivia ebbero
l'appoggio degli USA a causa del pericolo rappresentato dalle sinistre.
L'impegno dell'Alleanza per il progresso a incoraggiare e sostenere
i governi democratici fu sacrificato dovunque la destra apparisse saldamente
in sella, mentre il passo delle riforme, già pigro, rallentava fino a
fermarsi.
Solo nel Cile, in Colombia e in Venezuela, dove i governi moderati riformisti
badarono bene a escludere le sinistre, il sogno liberale dell'èra Kennedy
conservava un residuo di plausibilità.
"Forza della pace interamericana"
Man mano che l'impegno nel Vietnam diventava sempre più forte ed esteso,
l'America latina non fu più al centro dell'attenzione degli USA. Per un
po' parve che non ci fossero motivi di preoccupazione, dato che in Argentina,
Colombia, Perù e Venezuela i militari si dimostravano capaci di soffocare
la guerriglia con un minimo soltanto di partecipazione diretta degli USA.
Ma improvvisamente nell'aprile 1965 scoppiò una crisi che i militari non
furono capaci di contenere.
Nella Repubblica Dominicana divampò la rivolta per riportare al governo
Bosch, che Johnson aveva abbandonato diciotto mesi prima. Sin dall'inizio
i funzionari americani presenti nella repubblica assunsero un atteggiamento
apertamente fazioso, favorendo il regime dei militari e operando contro
gli insorti. Ma dopo quattro giorni di combattimenti e di iniziative diplomatiche
americane che convinsero i più moderati tra i capi ribelli a cedere, la
rivolta appariva più forte che mai.
Dopo averlo reso più radicale, gli americani adesso accusarono il movimento
di essere dominato dai comunisti: immediatamente il controllo della capitale
fu preso da ventimila marines USA, definiti "forza della pace interamericana"
benché il loro arrivo fosse il risultato di una decisione unilaterale
degli Stati Uniti e fosse diretto a escludere i ribelli dal potere. Soffocata
l'insurrezione o insediato saldamente un regime più rispettabile ma sempre
di destra, i Caraibi tornarono ancora una volta sicuri per gli USA, e
le conclamate intenzioni dell'Alleanza per il progresso furono pressoché
dimenticate.
L'emisfero era tornato stabile (anche il tentativo di "Che" Guevara di
riaccendere la guerriglia nel 1967 si concluse in un disastro) e, nonostante
la grande propaganda fatta alla conferenza di Punta del Este nel 1967,
le iniziative di Johnson per infondere nuova vita nell'Alleanza per il
progresso non portarono a niente.
Il Congresso non avrebbe concesso le somme enormi di cui Johnson parlava
per finanziare l'integrazione economica nel continente, e anche tra i
governi latino-americani la fiducia nel presidente americano era quasi
nulla. L'attenzione del governo degli Stati Uniti era chiaramente rivolta
altrove. Ancor prima che Nixon assumesse la presidenza, si cominciò a
capire che alcuni latino-americani volevano approfittare dell'impegno
USA nel Vietnam per perseguire politiche più nettamente nazionalistiche.
I militari del Perù presero il potere dopo aver abbattuto il debole regime
filoamericano di Belaùnde nell'ottobre 1968 e cominciarono immediatamente
a realizzare le riforme che sei anni di negoziati democratici non erano
riusciti ad attuare. La compagnia petrolifera americana (IPC) venne
confiscata e il regime peruviano chiese 690 milioni di dollari che affermò
essere stati sottratti al paese da quella compagnia da quando aveva avuto
illegalmente la concessione negli anni venti.
La legge americana prescrive (nell' "emendamento Hickenlooper")
che gli aiuti siano automaticamente sospesi sei mesi dopo la confisca
di una proprietà americana, se non viene offerto un soddisfacente indennizzo.
Ma nell'aprile 1969 Nixon non era riuscito a ottenere alcuna garanzia
di indennizzo per I'IPC. Si arrivò invece sulla carta a una transazione
che gli permise di non tagliare gli aiuti.
Questa passività degli USA incoraggiò i cileni a nazionalizzare la massima
compagnia americana per lo sfruttamento del rame - l'Anaconda -
e i peruviani a confiscare le piantagioni di zucchero e di cotone della
costa, anche esse di proprietà americana. Anche i boliviani si sentirono
incoraggiati a nazionalizzare la Gulf Oil, e perfino in Colombia,
così poco propensa a rischiare, si discusse per la prima volta la possibilità
di nazionalizzare il petrolio.
Sempre quella passività incoraggiò i governi delle repubbliche latino-americane
a riunirsi in conferenza nel maggio 1969 senza gli Stati Uniti (per la
prima volta quei paesi collaboravano facendo a meno della partecipazione
USA) a Viña del Mar, per presentare poi una serie di brusche richieste.
La conferenza ripudiò gli interventi sul tipo di quello operato nella
Repubblica Dominicana e ignorò freddamente l'Alleanza per il progresso;
furono invece sottolineati gli effetti negativi degli investimenti privati
stranieri e condannati gli aiuti condizionati; i paesi sviluppati vennero
esortati ad abbandonare le misure discriminatorie a danno dell'economia
latino-americana.
Più strette relazioni
con Cuba ?
Il nuovo clima d'opinione ha messo in questione anche la quarantena imposta
a Cuba. Sono dieci anni che Castro è isolato militarmente, diplomaticamente
e commercialmente. Ma ora i movimenti di guerriglia appoggiati da Cuba
si trovano chiaramente in una crisi senza speranza, e Castro non sembra
più nutrire ambizioni su scala continentale.
Egli è stato addirittura attaccato dal capo dei guerriglieri venezolani,
Douglas Bravo, che lo ha accusato di essere asservito all'Unione
Sovietica. Considerando che hanno tolto le limitazioni al commercio con
la Cina e stabilito un modus vivendi con l'Unione Sovietica, perché gli
Stati Uniti dovrebbero opporsi a una ripresa delle relazioni con Castro?
Il contrasto con la sinistra rivoluzionaria, che ha dominato nell'America
latina durante gli anni sessanta, sarà probabilmente appianato. Di conseguenza,
c'è da aspettarsi che passino in primo piano i latenti conflitti di interesse
con gli Stati Uniti.
Forse cosciente di quanto poco siano migliorati i rapporti degli USA con
i vicini meridionali dal tempo della sua visita nel 1958, il presidente
Nixon ha affidato a uno dei suoi più autorevoli rivali di partito, il
governatore Nelson Rockefeller, incarichi di notevole responsabilità
in quell'emisfero.
Il giro che Rockefeller ha approntato in tre fasi nel maggio-giugno 1969
per rendersi conto della situazione fece rivivere l'esperienza di Nixon
nel 1958. Egli cominciò abbastanza tranquillamente ma, come già era accaduto
a Nixon, via via che la notizia del giro si diffondeva le proteste diventavano
più violente.
Durante la visita in Colombia si ebbero duecento feriti; nell'Ecuador
ci furono attentati dinamitardi a edifici americani; il governo boliviano
non osò far uscire Rockefeller dall'aeroporto; cileni, peruviani e venezolani
lo pregarono cortesemente di ripassare. Il culmine dei disordini si ebbe
in Argentina, dove il giorno prima dell'arrivo della missione statunitense
sedici supermercati di proprietà di una società sussidiaria di Rockefeller
subirono una serie di attentati dinamitardi.
Solo in Paraguay e ad Haiti non si verificarono incidenti. Nonostante
il rapporto di Rockefeller e le dichiarazioni di Nixon, fino ad oggi non
c'è notizia di un nuovo, ambizioso piano per l'America latina. I rapporti
restano più o meno quelli di prima, ma con meno aiuti e con meno retorica.
Ogni difficoltà sarà affrontata (o piuttosto soffocata) via via si presenta.
Molto, perciò, dipende dagli avvenimenti interni di ciascuna repubblica.
Ma una politica USA passiva è un aperto invito a saggiare i limiti della
pazienza americana. E poiché dei leader, che non hanno altrimenti molti
titoli per imporsi, possono assicurarsi considerevoli appoggi popolari
con una strategia del genere, c'è da attendersi che la pazienza americana
sarà messa a dura prova.
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