Laurence Whitehead, Oxford University

Stati Uniti e
America latina

Gli Stati Uniti erano abituati a esercitare un'influenza decisiva nei paesi dell'America latina. Ma, alla fine degli anni cinquanta, si accorsero bruscamente che il vecchio gioco non riusciva più con tanta facilità.
E da quel momento, in realtà, una fase diversa è cominciata.

 

 

Nel 1900 gli Stati Uniti erano diventati una potenza mondiale. L'America settentrionale era popolata da una costa all'altra, la frontiera era chiusa, gli indiani erano stati spogliati delle loro terre e nel 1898 gli spagnoli erano stati definitivamente espulsi dall'emisfero occidentale. Puerto Rico (e le Filippine) diventarono territori USA, mentre Cuba si assicurò formale indipendenza dalla Spagna ma per cadere sostanzialmente sotto il controllo americano. Nel 1903 Panama si staccò dalla Colombia e affittò la zona del canale agli Stati Uniti. Nel 1914, mentre la rivoluzione messicana divampava, il presidente Wilson ordinò la temporanea occupazione del porto di Vera Cruz.
Durante la prima guerra mondiale fu stabilito il protettorato americano su Haiti e sulla Repubblica Dominicana. I marines o i soldati USA sbarcarono nei Caraibi non meno di venti volte tra il 1900 e il 1920. Il mar dei Caraibi era diventato un mare interno degli USA. Alla fine della prima guerra mondiale nessuna potenza esterna poteva minacciare il predominio degli Stati Uniti su tutt'e due le Americhe.
Economicamente, la Gran Bretagna conservava ancora importanti legami con diverse repubbliche sudamericane (specialmente nella zona del Rio de la Plata) ma altrove il suo predominio andava cedendo all'avanzata degli Stati Uniti. Quando la supremazia degli Stati Uniti non fu più minacciata, la necessità di mandare i marines contro le repubbliche latino-americane si presentò meno spesso. Non solo questi interventi erano mal tollerati dai governi della regione, ma si dimostravano una fonte di continui disturbi per gli Stati Uniti, in quanto essi comportavano o un'occupazione militare per un periodo di tempo indefinito o la creazione di un regime fantoccio che permettesse agli USA di ritirarsi.
Come in tempi più recenti, gli Stati Uniti dovettero accorgersi che il processo di disimpegno era rischioso e delicato. Ci volle tempo per imparare la lezione: negli anni venti (nel 1924 in Honduras e nel 1926 in Nicaragua) ci furono altri due sbarchi di marines; ma ormai la politica dell'intervento armato non era più popolare. Nel 1933 gli Stati Uniti si impegnarono a non intromettersi negli affari interni o esteri delle repubbliche sorelle. Fu questa la politica di buon vicinato inaugurata da Roosevelt che, tecnicamente parlando, venne osservata fino al 1965, l'anno in cui Johnson fece sbarcare (aprile) i marines nella Repubblica Dominicana.
Tuttavia, se alla parola " intervento" si dava una interpretazione più ampia, l'impegno preso dagli Stati Uniti si rivelò sin dal primo momento impossibile a mantenersi. L'invio dei marines era una forma di pressione molto rudimentale che in ogni caso poteva essere usata efficacemente solo contro stati molto piccoli e deboli.
Ma altre forme di "intervento" sono state ingredienti regolari della politica degli Stati Uniti nell'America latina per tutto il XX secolo: pressioni diplomatiche, minaccia di non riconoscere i governi, appoggio morale o finanziario ai gruppi d'opposizione e infine l'addestramento e l'equipaggiamento di mercenari.
Nel 1954, per esempio, la CIA addestrò ed equipaggiò i mercenari che invasero il Guatemala e rovesciarono il governo appoggiato dai comunisti. Oltre agli aperti interventi, negli ultimi vent'anni gli Stati Uniti hanno insediato missioni di "assistenza" in quasi tutte le repubbliche dell'emisfero, assicurandosi così considerevole influenza sulla politica interna e specialmente sulla formulazione della politica economica. Infine, l'addestramento e l'equipaggiamento degli eserciti latino-americani ha assicurato un altro canale alla loro influenza.
Affermata così l'egemonia USA nel continente e sostituiti i più rozzi sistemi di intervento con sottili metodi di influenza, parve negli anni cinquanta che il " retrobottega " degli Stati Uniti fosse destinato a non ricoprire mai più un ruolo indipendente negli affari mondiali.
Gli avvenimenti del 1958-1959 costituirono perciò una grossa sorpresa. Di colpo, nel maggio 1958, l'America latina balzò sulle prime pagine dei quotidiani statunitensi. Una visita amichevole del vicepresidente Nixon, intesa come una iniziativa diplomatica di minor conto, diede occasione a massicce dimostrazioni di ostilità contro gli USA.
Nixon fu colpito alla testa da una pietra e nel Venezuela, dove la dittatura filoamericana di Pérez Jiménez era stata appena rovesciata da una rivoluzione popolare alla quale avevano partecipato i comunisti, la bandiera a stelle e strisce fu stracciata. La vita stessa di Nixon fu in pericolo, e qualcuno gli sputò addosso.
Gli americani furono profondamente turbati e indignati da queste manifestazioni del risentimento che animava i loro vicini meridionali. La visita di Nixon fu seguita da una serie di crisi che tennero per quasi cinque anni l'America latina alla ribalta dell'attenzione mondiale. Tutte scaturivano dalla piega imprevista presa dagli avvenimenti a Cuba.
Attaccati perché appoggiavano i regimi dittatoriali del continente, gli Stati Uniti cominciarono gradatamente a mollare l'odiato regime di Batista a Cuba. Il 1o gennaio 1959 le forze di Castro entravano all'Avana, e in un primo momento il suo trionfo fu accolto abbastanza bene negli Stati Uniti. (Ma i rivoluzionari si erano già irritati per un tentativo in extremis degli USA di imporre un governo di compromesso.)
A molti americani parve che " il vento della rivoluzione " stesse spazzando via tutti i dittatori del continente, da Perón in Argentina, abbattuto nel 1955, a Rojas Pinilla in Columbia nel 1957, Pérez Jiménez in Venezuela nel 1958 e Fulgencio Batista a Cuba.
Si sperava che questo significasse che il continente era diventato maggiorenne. Innegabilmente, gli avvenimenti della visita di Nixon indicavano anche un certo estremismo. Ma questo, secondo il punto di vista liberale, poteva essere attribuito all'opera di agitatori comunisti; e le richieste ragionevoli delle repubbliche latino-americane potevano essere soddisfatte senza difficoltà aumentando gli aiuti americani e appoggiando i movimenti democratici invece dei dittatori.

Base rossa nelle Americhe
Nel corso del 1959, tuttavia, diventò sempre più evidente che la Cuba di Castro non si sarebbe allineata al nuovo corso. Anche quando Castro non si recò negli Stati Uniti, nella primavera del 1959, e condannò il comunismo esprimendosi a favore dell'OAS (Organization of American States) e dichiarandosi disposto ad accogliere gli investimenti stranieri, l'accoglienza di Washington fu fredda; e il vicepresidente Nixon si convinse che Castro o era " incredibilmente ingenuo in fatto di comunismo oppure obbediva agli ordini dei comunisti. E io sono per la prima ipotesi ".
Nel giugno 1959 gli Stati Uniti presentavano la prima nota di protesta (contro la moderata prima legge di riforma agraria). Sotto altri aspetti anche le illusioni liberali crollarono ben presto. Non ci sarebbero state elezioni immediate. Cuba non avrebbe sacrificato i suoi diritti di nazione sovrana per avere gli aiuti americani; il castrismo non avrebbe fatto alcun tentativo per rassicurare il business né alcun gesto conciliante nei confronti degli strati privilegiati della società cubana.
Invece gli ufficiali dell'esercito di Batista che si erano resi colpevoli di atrocità furono giustiziati, la società dei telefoni, proprietà USA, fu nazionalizzata, gli affitti vennero drasticamente ridotti e si prepararono avventati progetti di assistenza sociale.
La disoccupazione dilagò quando i cubani ricchi cominciarono il boicottaggio degli investimenti: nell'estate si ebbero le prime violenze controrivoluzionarie. Per di più, dopo una luna di miele iniziale, il regime cubano cominciò ad apparire come una minaccia ai paesi vicini. Qualche mese dopo la presa del potere, Castro si recò nel Venezuela col proposito di forgiare un'alleanza anti-imperialista radicale. Fallito il tentativo, i cubani diventarono nemici acerrimi del regime venezolano.
Subito dopo, una spedizione armata partita da Cuba tentò vanamente di "liberare" Panama. Pubblicamente, è vero, Castro dichiarava che non avrebbe appoggiato i tentativi di sovversione negli altri paesi, ma gli avvenimenti lo smentivano. Nel giugno, gli esuli dominicani a Cuba tentarono un colpo di mano nella Repubblica Dominicana contro il dittatore Trujillo.
Questi tentativi, sia pure non appoggiati ufficialmente, di seguire l'esempio dei rivoluzionari castristi riuscirono soltanto a polarizzare l'attenzione sul regime cubano. Castro diventò il primo personaggio di statura continentale dal tempo dei liberatori del XIX secolo.
Di conseguenza il conflitto con lui dominò la politica latino-americana degli Stati Uniti fino alla metà degli anni sessanta. È ancora dibattuto se era veramente impossibile arrivare a un compromesso con Castro o se furono i malintesi e i passi falsi della politica USA a far nascere quello che poi sarebbe diventato l'incubo di Washington: una "base rossa nelle Americhe".
Ma è evidente che due questioni soprattutto, generarono il conflitto con Cuba ed esasperano ancora oggi gli altri paesi latino-americani: la possibilità per i loro governi di aver voce in capitolo negli investimenti USA e la possibilità di acquistare armi.
Per corrispondere alle speranze che Castro aveva fatto nascere nei cubani poveri, presto si dimostrò indispensabile una estesa ridistribuzione della proprietà. Poiché i proprietari di una grossa fetta delle ricchezze dell'isola erano cittadini americani, la questione non poteva non far nascere un conflitto tra il governo rivoluzionario e Washington.
Se si fossero dovuti indennizzare i cittadini americani nella misura richiesta dal loro governo, nessun regime cubano avrebbe potuto permettersi di portare molto oltre il programma di riforme. Perciò a Castro parve che il governo statunitense, per proteggere gli interessi di pochi privilegiati cittadini americani, mettesse il veto a tutta la rivoluzione cubana. Egli non aveva rischiato la vita in una guerriglia disperata per essere fermato così facilmente. Ma probabilmente sapeva che sfidando gli americani su tale questione il conflitto si sarebbe inasprito al punto che Cuba avrebbe dovuto affrontare un'invasione.
Ossessionato dal precedente del Guatemala del 1954, dove un regime di sinistra era stato rovesciato da una invasione preparata e voluta dalla CIA, Castro giunse alla conclusione che era indispensabile armare immediatamente le masse per la difesa della rivoluzione. Ma dal principio del 1958 gli americani avevano imposto un embargo alle armi a Cuba e avevano costretto i loro .alleati a fare altrettanto.
Cuba si trovava così di fronte a un dilemma: dare un colpo di freno alla rivoluzione e rinunciare a difendersi da una possibile invasione, oppure affrettare la rivoluzione e comprare armi dai comunisti, anche se questo significava provocare un'invasione. Considerando il suo passato, non sorprende che Castro scegliesse la seconda alternativa. Le proprietà americane furono confiscate e Cuba negoziò un trattato commerciale con l'Unione Sovietica. Una volta prese queste decisioni cruciali, il processo che doveva portare al conflitto totale e al blocco diventava irreversibile.
Già nel marzo del 1960 Eisenhower autorizzò segretamente l'addestramento di una forza d'invasione formata da profughi cubani. Venne poi la prima condanna pubblica del regime; e in seguito, quando cominciò ad arrivare, in base alle clausole del trattato commerciale, il petrolio sovietico, le raffinerie di proprietà americana non vollero lavorarlo.
Castro le nazionalizzò, proprio mentre Eisenhower riduceva la quota dello zucchero cubano. Adesso gli americani stavano spingendo Castro alla dipendenza totale dall'Unione Sovietica e si preparavano a rovesciarlo. Prima di lasciare la presidenza, nel gennaio 1961, Eisenhower ruppe formalmente le relazioni diplomatiche con Cuba, lasciando al successore un conflitto esplosivo e un piano d'invasione ormai in una fase avanzata di preparazione.
Nell'aprile 1961 gli esuli cubani, appoggiati dagli USA, sbarcarono alla Baia dei Porci, sulla costa meridionale di Cuba. Neppure due giorni dopo, gli invasori erano stati tutti catturati. Gli americani avevano costretto il regime a diventare più radicale per accelerarne la caduta, ma poi non erano riusciti ad abbatterlo. Le conseguenze di questo errore di calcolo si fanno sentire ancora oggi.
Dopo Baia dei Porci, Castro diventò esplicitamente comunista e il problema da caraibico che era diventò continentale, e perfino, a un certo punto minacciò di scatenare un conflitto globale.

Cuba isolata ?
Al livello continentale, ben presto gli americani isolarono completamente Cuba, e Kennedy ebbe la possibilità di ridare prestigio agli USA nell'America latina. Nel marzo 1961, con grande accompagnamento pubblicitario, fu annunciato il programma dell'Alliance for Progress (Alleanza per il progresso) per aiutare i paesi latino-americani, mentre nel gennaio 1962 Cuba veniva espulsa dall'OAS.
La riforma agraria e la giustizia sociale diventarono i principi fondamentali della politica USA nell'emisfero, mentre a Cuba veniva imposto il blocco. I cubani risposero con tutte le risorse diplomatiche disponibili, ma la lotta era impari. Non essendo riusciti a conservarsi degli alleati tra i governi latino-americani, i cubani appoggiarono i rivoluzionari che intendevano rovesciarli.
Cominciarono le azioni dei guerriglieri nel Venezuela e in Guatemala, e ben presto i tentativi del genere si moltiplicarono. Ma apparve subito evidente che questa strada non avrebbe portato subito alla vittoria. La controffensiva di Kennedy fu un'abile mescolanza di concessioni e di intimidazioni. Isolato nel continente, Castro temerariamente ricorse a una leva extra-continentale: chiese l'intervento della potenza atomica sovietica.
Ma i missili che Chruscev accettò di consegnare furono identificati dalla ricognizione americana prima ancora di essere approntati, e il blocco, imposto dagli USA nell'ottobre 1962, costrinse i russi a ritirarli. Nell'aprile 1961 il tentativo di distruggere il regime cubano era fallito, ma nell'ottobre 1962 il contenimento di Cuba poteva dirsi completato.
Da quel momento, anche la minaccia dei guerriglieri andò gradatamente riducendosi.

Intervento nella Repubblica Dominicana
Via via che la minaccia cubana si dileguava, diminuivano pure le preoccupazioni degli Stati Uniti per l'America latina. L'assassinio del presidente Kennedy, nel novembre 1963, rimosse l'ultimo sprone alle riforme nella regione. La nomina, da parte di Johnson, di diversi texani nell'amministrazione degli affari dell'emisfero coincise con una politica sempre più dura verso ogni governo riformista appoggiato dai radicali.
La Repubblica Dominicana ci offre un buon esempio di questo mutamento di politica. Così vicina a Cuba, e così simile ad essa, quella repubblica era una zona attentamente sorvegliata dagli USA. L'esempio cubano non poteva non avere grande eco nella vicina isola produttrice di zucchero, dove la dittatura di Trujillo si era fatta odiare quanto quella di Batista. Se la sinistra vi avesse preso il potere, i tentativi di isolare Cuba sarebbero stati vani e le due più grandi isole dei Caraibi sarebbero diventate pericolose nemiche degli Stati Uniti. Tanto Trujillo che Castro se ne rendevano conto.
Nei primi tempi della rivoluzione i cubani appoggiarono gli esuli dominicani, mentre Trujillo cospirava contro il suo antico nemico (sembra che Castro avesse partecipato a una incursione contro la Repubblica Dominicana già nel 1947). Inevitabilmente gli Stati Uniti vennero coinvolti nel conflitto, soprattutto perché Kennedy dopo aver assunto la carica si era subito dimostrato propenso a una politica estera combattiva, addirittura con sfumature da crociata. Nell'aprile 1961 il nuovo presidente aveva agito su tutti e due i fronti (obbligando così i due capi di governo dei Caraibi a stringere un patto difensivo).
Mentre autorizzava l'invasione della Baia dei Porci, Kennedy autorizzava anche la CIA a fornire armi agli avversari di Trujillo. Con questo incoraggiamento, Trujillo, il vecchio "Benefactor" fu assassinato nel luglio: la strada dell'isola era sgombra per il riformismo filoamericano.
Nel 1963, dopo una grande vittoria elettorale, salì al potere Juan Bosch, finanziato dal denaro USA e sostenuto dalla CIA. Ma dopo un breve saggio del riformismo dell'Alleanza per il progresso nella Repubblica Dominicana, l'alternativa a Castro rappresentata da Bosch fece naufragio. Aveva provocato la violenta reazione dei privilegiati senza avere l'appoggio organizzato dei poveri. Nel settembre 1963 la retorica dell'Alleanza per il progresso fu smentita dalla dura realtà della forza: i militari rovesciarono Bosch.
Sembrava proprio che non si potesse corrispondere alle speranze dei poveri senza danneggiare i ricchi e provocare il risentimento dei militari. Kennedy era furibondo: se non si fosse dato l'esempio nella Repubblica Dominicana, dove l'influenza USA era insolitamente grande, allora i privilegiati di tutto il continente si sarebbero sentiti autorizzati e mettere il veto alle riforme chieste dall'Alleanza per il progresso.
Gli aiuti alla Repubblica Dominicana furono interrotti. Ma Kennedy venne assassinato nel novembre, e Johnson esordì come presidente ripristinando gli aiuti alla giunta militare trionfante, col pretesto (che si dimostrò subito falso) che doveva affrontare una grossa minaccia dei guerriglieri.
Analogamente, gli Stati Uniti inviarono nuovi aiuti ai capi militari del Perù e dell'Honduras. Questa dunque era la lezione per il continente: i privilegiati potevano mettere il veto alle riforme senza che gli Stati Uniti decidessero rappresaglie ai loro danni, sempre che avessero potuto strombazzare una minaccia di sovversione per giustificarsi.
L'anno dopo, i colpi di stato di destra in Brasile e in Bolivia ebbero l'appoggio degli USA a causa del pericolo rappresentato dalle sinistre. L'impegno dell'Alleanza per il progresso a incoraggiare e sostenere i governi democratici fu sacrificato dovunque la destra apparisse saldamente in sella, mentre il passo delle riforme, già pigro, rallentava fino a fermarsi.
Solo nel Cile, in Colombia e in Venezuela, dove i governi moderati riformisti badarono bene a escludere le sinistre, il sogno liberale dell'èra Kennedy conservava un residuo di plausibilità.

"Forza della pace interamericana"
Man mano che l'impegno nel Vietnam diventava sempre più forte ed esteso, l'America latina non fu più al centro dell'attenzione degli USA. Per un po' parve che non ci fossero motivi di preoccupazione, dato che in Argentina, Colombia, Perù e Venezuela i militari si dimostravano capaci di soffocare la guerriglia con un minimo soltanto di partecipazione diretta degli USA. Ma improvvisamente nell'aprile 1965 scoppiò una crisi che i militari non furono capaci di contenere.
Nella Repubblica Dominicana divampò la rivolta per riportare al governo Bosch, che Johnson aveva abbandonato diciotto mesi prima. Sin dall'inizio i funzionari americani presenti nella repubblica assunsero un atteggiamento apertamente fazioso, favorendo il regime dei militari e operando contro gli insorti. Ma dopo quattro giorni di combattimenti e di iniziative diplomatiche americane che convinsero i più moderati tra i capi ribelli a cedere, la rivolta appariva più forte che mai.
Dopo averlo reso più radicale, gli americani adesso accusarono il movimento di essere dominato dai comunisti: immediatamente il controllo della capitale fu preso da ventimila marines USA, definiti "forza della pace interamericana" benché il loro arrivo fosse il risultato di una decisione unilaterale degli Stati Uniti e fosse diretto a escludere i ribelli dal potere. Soffocata l'insurrezione o insediato saldamente un regime più rispettabile ma sempre di destra, i Caraibi tornarono ancora una volta sicuri per gli USA, e le conclamate intenzioni dell'Alleanza per il progresso furono pressoché dimenticate.
L'emisfero era tornato stabile (anche il tentativo di "Che" Guevara di riaccendere la guerriglia nel 1967 si concluse in un disastro) e, nonostante la grande propaganda fatta alla conferenza di Punta del Este nel 1967, le iniziative di Johnson per infondere nuova vita nell'Alleanza per il progresso non portarono a niente.
Il Congresso non avrebbe concesso le somme enormi di cui Johnson parlava per finanziare l'integrazione economica nel continente, e anche tra i governi latino-americani la fiducia nel presidente americano era quasi nulla. L'attenzione del governo degli Stati Uniti era chiaramente rivolta altrove. Ancor prima che Nixon assumesse la presidenza, si cominciò a capire che alcuni latino-americani volevano approfittare dell'impegno USA nel Vietnam per perseguire politiche più nettamente nazionalistiche.
I militari del Perù presero il potere dopo aver abbattuto il debole regime filoamericano di Belaùnde nell'ottobre 1968 e cominciarono immediatamente a realizzare le riforme che sei anni di negoziati democratici non erano riusciti ad attuare. La compagnia petrolifera americana (IPC) venne confiscata e il regime peruviano chiese 690 milioni di dollari che affermò essere stati sottratti al paese da quella compagnia da quando aveva avuto illegalmente la concessione negli anni venti.
La legge americana prescrive (nell' "emendamento Hickenlooper") che gli aiuti siano automaticamente sospesi sei mesi dopo la confisca di una proprietà americana, se non viene offerto un soddisfacente indennizzo. Ma nell'aprile 1969 Nixon non era riuscito a ottenere alcuna garanzia di indennizzo per I'IPC. Si arrivò invece sulla carta a una transazione che gli permise di non tagliare gli aiuti.
Questa passività degli USA incoraggiò i cileni a nazionalizzare la massima compagnia americana per lo sfruttamento del rame - l'Anaconda - e i peruviani a confiscare le piantagioni di zucchero e di cotone della costa, anche esse di proprietà americana. Anche i boliviani si sentirono incoraggiati a nazionalizzare la Gulf Oil, e perfino in Colombia, così poco propensa a rischiare, si discusse per la prima volta la possibilità di nazionalizzare il petrolio.
Sempre quella passività incoraggiò i governi delle repubbliche latino-americane a riunirsi in conferenza nel maggio 1969 senza gli Stati Uniti (per la prima volta quei paesi collaboravano facendo a meno della partecipazione USA) a Viña del Mar, per presentare poi una serie di brusche richieste. La conferenza ripudiò gli interventi sul tipo di quello operato nella Repubblica Dominicana e ignorò freddamente l'Alleanza per il progresso; furono invece sottolineati gli effetti negativi degli investimenti privati stranieri e condannati gli aiuti condizionati; i paesi sviluppati vennero esortati ad abbandonare le misure discriminatorie a danno dell'economia latino-americana.

Più strette relazioni con Cuba ?
Il nuovo clima d'opinione ha messo in questione anche la quarantena imposta a Cuba. Sono dieci anni che Castro è isolato militarmente, diplomaticamente e commercialmente. Ma ora i movimenti di guerriglia appoggiati da Cuba si trovano chiaramente in una crisi senza speranza, e Castro non sembra più nutrire ambizioni su scala continentale.
Egli è stato addirittura attaccato dal capo dei guerriglieri venezolani, Douglas Bravo, che lo ha accusato di essere asservito all'Unione Sovietica. Considerando che hanno tolto le limitazioni al commercio con la Cina e stabilito un modus vivendi con l'Unione Sovietica, perché gli Stati Uniti dovrebbero opporsi a una ripresa delle relazioni con Castro?
Il contrasto con la sinistra rivoluzionaria, che ha dominato nell'America latina durante gli anni sessanta, sarà probabilmente appianato. Di conseguenza, c'è da aspettarsi che passino in primo piano i latenti conflitti di interesse con gli Stati Uniti.
Forse cosciente di quanto poco siano migliorati i rapporti degli USA con i vicini meridionali dal tempo della sua visita nel 1958, il presidente Nixon ha affidato a uno dei suoi più autorevoli rivali di partito, il governatore Nelson Rockefeller, incarichi di notevole responsabilità in quell'emisfero.
Il giro che Rockefeller ha approntato in tre fasi nel maggio-giugno 1969 per rendersi conto della situazione fece rivivere l'esperienza di Nixon nel 1958. Egli cominciò abbastanza tranquillamente ma, come già era accaduto a Nixon, via via che la notizia del giro si diffondeva le proteste diventavano più violente.
Durante la visita in Colombia si ebbero duecento feriti; nell'Ecuador ci furono attentati dinamitardi a edifici americani; il governo boliviano non osò far uscire Rockefeller dall'aeroporto; cileni, peruviani e venezolani lo pregarono cortesemente di ripassare. Il culmine dei disordini si ebbe in Argentina, dove il giorno prima dell'arrivo della missione statunitense sedici supermercati di proprietà di una società sussidiaria di Rockefeller subirono una serie di attentati dinamitardi.
Solo in Paraguay e ad Haiti non si verificarono incidenti. Nonostante il rapporto di Rockefeller e le dichiarazioni di Nixon, fino ad oggi non c'è notizia di un nuovo, ambizioso piano per l'America latina. I rapporti restano più o meno quelli di prima, ma con meno aiuti e con meno retorica. Ogni difficoltà sarà affrontata (o piuttosto soffocata) via via si presenta. Molto, perciò, dipende dagli avvenimenti interni di ciascuna repubblica.
Ma una politica USA passiva è un aperto invito a saggiare i limiti della pazienza americana. E poiché dei leader, che non hanno altrimenti molti titoli per imporsi, possono assicurarsi considerevoli appoggi popolari con una strategia del genere, c'è da attendersi che la pazienza americana sarà messa a dura prova.

 


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