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Le origini del Casato De LEVA (o Leyva) di Modica

di Giuseppe Raniolo*

 

 

La ricerca documentale del Prof. Raniolo, evidenziando le origini di una delle famiglie modicane più cospicue per il ruolo assunto lungo i secoli in vari uffici della vita cittadina, comitale e del circondario, pone in luce l’avvento (con provenienza non soltanto dalla Spagna) ed il progressivo consolidarsi di quel ceto di maggiorenti che, mentre afferiscono elementi della cultura d’origine (aspetti organizzativi della vita sociale, espressioni artistiche,  religiose...), acquisiscono, a pieno titolo e con alto senso di quella tradizione e della Contea che li accoglie, cittadinanza e ruoli di cui essi si fregiano, finendo per contribuire a concretizzare una rinnovata sintesi culturale (che pertanto non oblitera, anzi assimila, precedenti assetti abitativi e di costume) o, ancora, una modificata “comunità storica”, ossia un’organizzazione sociale che consente o non consente a Conti e Governatori di ‘prendere decisioni’: si dà luogo, insomma, allo strutturarsi di uno ‘Stato’ (E.Weil).

Infatti, benchè inizialmente qui pervenuti o con intenti di fare fortuna finanziaria oppure per assolvere a funzioni amministrative o militari, essi, pienamente qui inseriti, realizzano in maniera graduale e crescente - lungo i secoli -, oltre al gratificante conseguimento di titoli nobiliari (secondo il ‘sentire’ del tempo), benessere economico, potere amministrativo-politico, compiti di amministrazione della giustizia, operando con autorevolezza e con incisività operativa. Diventano pertanto, insieme ai vigorosi ceti di sapienti massari e di qualificati artigiani, ed ad istituzioni ecclesiastiche e civili, strutture portanti e validi corpi intermedi (K. Popper) in funzione di una ‘razionale’ ed aperta organizzazione sociale, caratterizzata dalla costante tensione al raccordo con una eredità alta - che concresce sempre più e di cui si mantiene viva memoria - e ad una progettualità di sviluppo (P. Ricoeur), nel contesto di un consolidato appello agli Organismi istituzionali per il rispetto dei diritti. Permane, sotteso, oltre alla tensione fra interessi economici dei predetti ceti sociali, un residuo di ‘violenza’ che si esprime, in virtù di una stratificazione sociale articolata, pure fra artigiani mastri ed  i loro operai subalterni, fra massari e braccianti agricoli, ma che è significativo (almeno secondo le ricerche storiche fin qui effettuate) - soprattutto nell’800 - in contese politico-economiche, non sempre limpide o pregnanti di alti ideali, fra gli stessi esponenti di famiglie emergenti.

Quest’ultimi, di fatto, saranno soggetti ora di collaborazione con le disposizioni comitali, ora di resistenza a velleità, tendenti, in alcuni momenti storici, al depotenziamento delle autonome istituzioni locali (cf. ad es. G. Poidomani, art.cit.), ora di qualificazione urbanistica, ora di promozione commerciale o imprenditoriale o di numerose opere benefiche, ora di animazione per una ‘rigenerazione’ politica, ora di sostegno per vigorose istituzioni scolastiche in funzione e della pubblica utilità e ad un tempo (come si esprimono i documenti) per la ‘magnificentia’ della Città.

 

Su tale ceto ‘aristocratico’ (più che, almeno diffusamente, di antica nobiltà) della Città e della Contea tutta, qualche studio è stato effettuato; altri, più approfonditi, meritano di essere sviluppati (non certo assecondando ingenui ‘revanchismi’ nobiliari).

 

La documentazione, relativa in particolare alla famiglia De Leva, consta di n.212 fra buste e mazzi (secc. XVI-XIX), conservati a Modica presso l’Archivio di Stato, di cui costituiscono un fondo (già privato) con la denominazione di Archivio De Leva. Documenti che toccano questa Famiglia sono rinvenibili anche presso altri fondi. Gran parte della Biblioteca De Leva (n.977 libri) è pure conservata presso il medesimo A. S. M.     (Giorgio Colombo).

 

 

 

 

I documenti riferiscono sulla figura del capostipite del Casato De Leva di Modica, qui pervenuto ed in prevalenza vissuto nella prima metà del Cinquecento, cioè di Calcerando (o Calcerano) De Leyva, morto, secondo il testamento redatto dal Not. Pietro Trindullo, il 18 Maggio 1552.

 

Calcerano de Leva (o Leyva)

 

Di lui, originario della Spagna - probabilmente della Provincia di Lo Grogno, in Catalogna, dove si trova il paese di Leyva - si sa che prima del 1519 aveva sposato una certa Giovanna, come risulta da un inventario che, in seguito alla morte della medesima, fu stilato il 20 gennaio di tale anno dal notaio Antonio de Parisi. 

Successivamente, divenuto già noto come benestante e come soldato a cavallo, partecipò, arruolato nel contingente di truppe siculo-spagnole, alla spedizione promossa dall’imperatore Carlo V nel giugno del 1535 contro Tunisi, difesa dal famoso capo musulmano Barbarossa. Ciò è attestato nel privilegio onorifico di ‘Milite e Cavaliere aurato’, concessogli da Carlo V nel 1550 (di cui riferiremo).

Per il suo prestigio tra i cittadini di Modica fu eletto fra i rappresentanti dei ‘ministeriali’1 (uno dei tre ceti cittadini; l’altro era quello dei ‘gentiluomini’ ed il terzo quello dei ‘borghesi’), forse per il Quartiere del Casale. E’ quindi uno dei dodici Membri del Consiglio comunale della Città (nel 1564 saranno ventiquattro), rappresentanti dei Cittadini dei quattro quartieri, eletti a scrutinio - per la prima volta - nel 1549, in attuazione della riforma di Bernaldo del Nero, governatore della Contea di Modica. Questi lo aveva precedentemente inserito, come risulta dal suo Manoscritto (Carta 78v)2, fra i partecipanti all’Assemblea dei delegati dei Comuni della Contea per l’approvazione della sue Ordinanze, Statuti, Capitoli e Pandette, già elaborati e  pronti per la pubblicazione col gennaio 1542.

Rileviamo di sfuggita che, nella medesima assemblea ‘costituente’, insieme all’ ‘honorato Calzarano de Leva’, appare segnato anche il ‘Magnificus Alfonsus de Leophanto’, il quale, come giurato (assessore comunale), è un nobile della famiglia baronale dei Leonfante e Platamone.

Tale titolo qualche secolo dopo, in conseguenza del matrimonio del figlio di Calcerando, Andrea de Leva, con Giovanna Leonfante, passerà per mancanza di eredi diretti a Melchiorre de Leva, pronipote di quet’ultima. Il medesimo titolo baronale sarà riconosciuto in seguito, come legittimo, al dottore in legge U.I.D.(utriusque juris doctor) e Maestro Razionale della Contea don Silvestro de Leva, con privilegio reale del 4 aprile 17053. Altro titolo baronale - quello di Barone di S. Cataldo - sarà assegnato a Filippo de Leva con provvedimento vicereale del 20 giugno 17094.

Ulteriori notizie sul medesimo Calcerando riguardano il suo secondo matrimonio, avvenuto dopo il 1520 con Margherita de Giuca, dalla quale, fra gli altri, nasce il figlio Matteo, che fu istituito erede universale insieme al nipote Andreazza, dei cui beni, per volontà del testatore, Matteo fu dichiarato tutore ed amministratore, essendo Andriuzza minorenne ed orfano del su ricordato padre  Andrea, morto per assassinio qualche anno dopo le nozze.

Tale disposizione testamentaria è contenuta nel documento relativo che Calcerano, in prossimità della morte, dettò al citato notaio Pietro Trindullo, e comunicato ai parenti (in presenza di un Giurato) quaranta giorni dopo il decesso.

 

Il documento o testamento5 così si esprime, nel linguaggio siciliano di quel tempo:

“Eu, Calzerano de Leva di la terra di Modica.... fazo et instituixo (leggi: instituiscio) mei heredi universali supra tutti et singuli beni mobili, stabili, sese moventi (animali domestici), introiti, raxuni (rasciuni), attioni (azioni)6, renditi, proventi, nomi di debiti mihi quomodocunque (in qualsiasi maniera) spectantium et pertinentium (spettanti e pertinenti) undi si vogliano, fussiro et meglo (meglio) apparissiro, apartati (tranne) i legati e fidicommessi inscripti, li nobili MATTEO DE LEVA, mio figlo legitimo et naturali, nato de mi et di la quondam (della fu) nobile Margarita, mia secunda mugleri, et ANDRIUZA, mio niputi, figlo di lo quondam nob. Andria di Leva, mio figlo et di la m.ca (magnifica) Ioanna, olim (una volta) jugali (coniuge), et omni uno di ipsi (essi) instituixo heredi pir la mitati di la mia hereditati supta li patti et condicioni infrascripti, adhimendo (togliendo) et levando da ipsi (dagli stessi) ogni raxuni (diritto)  di falchidia (l.: falcidia7) e quarta trebelliana8, li quali voglio ch(i)9 non haiano loco in lo mio presenti testamento”.

Segue l’istituzione degli eredi particolari insieme a disposizioni per lo più comuni negli atti di ultima volontà, i quali sono però interessanti, perché ci fanno conoscere quali furono i figli e i nipoti del gentiluomo in argomento, oltre al modo in cui egli ritenne opportuno decidere dei suoi beni.

Fra tali eredi, dopo quelli universali su citati, appaiono:

- la figlia Antonina, moglie del nobile Giuseppe Aprile, alla quale Calcerando dona un tarì oltre alla dote affidata al marito all’atto del suo matrimonio;

- i figli on.(onorati) Iacobo e Masi de Leva, nati dalla prima moglie Giovanna, ed i nipoti Calserano e Giulio, figli del defunto Marco, altro figlio di Calcerando, il quale lascia a tutti come legato due onze per ciascuno; riguardo ai medesimi egli aggiunge che toccano loro le due terze parti dei beni10 che egli possedeva, quando morì la loro madre e nonna, cioè Giovanna (ricordata anche come Giov.na Borrometi Selvaggio), al cui decesso fu fatto dal Not. Antonio  Parisi l’inventario già citato di tutti i beni comuni tra i coniugi. Avverte però che dalle medesime due terze parti - considerate solo come capitale relativo - è da sottrarre tutto quanto essi, cioè i figli Giacomo, Masi ed il defunto Marco, padre dei due minori citati come nipoti dello stesso Calcerano, hanno ricevuto da lui dopo la morte della madre. Aggiunge che ciascuno di tali eredi deve essere contento del terzo della suddetta eredità spettante ad essi, compresi i due nipoti come successori del padre, evitando di chiedere alcunchè agli eredi universali;

- lo stesso testatore dispone quindi che, avendo promesso al figlio Matteo, in occasione delle previste sue nozze, un magazzino oltre a del danaro con atto presso il Not. Antonio La Licata del 16 settembre 1548, il suddetto locale non sia considerato parte dell’asse ereditario e computato nella divisione d’esso, ma che sia inteso come appartenente di diritto allo stesso Matteo, indipendentemente dai beni a lui spettanti;

- rispetto alla nuora Giovanna, madre di Andreuzza, avverte che, avendole dato in prestito cento onze per sostenere un processo intentato per fare condannare come ‘forjudicati11 dalla Gran Corte alcune persone accusate della morte del marito Andrea, tale somma deve essere defalcata dall’eredità spettante a lei ed al figlio ‘Andriuzza’;

- successivamente nomina, come tutore dei nipoti Calserano12 e Giulio, il figlio Masi, loro ‘ciano’ (cioè, zio), mentre per il nipote Andriuzza, ancora minorenne, sceglie il coerede Matteo, aggiungendo che egli “... haia di regiri et gubernari la persona et beni di lo ditto pupillo”, aggiungendo  “...voglio et comando ch(i) a lo tempo di dari cunto et raxuni (l.:rasciuni) di la administracioni di ditta tutela si haia (hagia: si debba) di stari et cridiri allo juramento di ditto Matteo di  tutti i (le) partiti (partite) d’introito et di exito”.

A chiusura del testamento, Calcerando ordina di essere sepolto nella Chiesa parrocchiale di S.Pietro, spendendo per i suoi funerali quello che sembrerà opportuno agli esecutori testamentari da lui scelti, come il Rev.do Don Giovanni Giuca, parente della seconda moglie, e l’onorato Francesco Rizzone, autorizzati entrambi a prelevare dai beni lasciati quanto occorrerà per l’assolvimento delle formalità indicate nel testamento.

Inoltre lascia al Rev.do Don Andrea Traina 24 tarì, 12 a Don Giuseppe de Juga                         (l.: Giuga), un’onza alla ‘maramma’ di S.Pietro di Modica (cioè per le spese di manutenzione muraria del sacro edificio) ed un’altra onza per lo stesso motivo alla chiesa di S. Maria di Betlem in Modica.

Fra le firme apposte in calce vi è anche quella prevista per le persone di rango e con un ragguardevole patrimonio, cioè del Giurato della città Giuseppe Santostefano, il quale appone al documento citato anche il sigillo dell’Università (o Comune) di Modica.

 

Abbiamo quindi un testamento che, oltre a farci conoscere i componenti familiari di un illustre personaggio, pone in evidenza l'indole decisa e volitiva, oltre alla tendenza ad una estrema precisione, di quest’ultimo. Egli, nell’esprimere le sue disposizioni finali, accenna a tutti i suoi eredi, distinguendoli in universali e particolari, ed assegnando a ciascuno quello legalmente spettante; inoltre tiene conto sia delle promesse fatte sia dei prestiti a suo tempo concessi, comprese quelle onze settanta che egli “...in diversi partiti et solucioni (f.73....) donò” al figlio Marco a lui premorto, somma per la quale egli “...vuole et comanda che hagia (abbia) di computari et deduchiri (deduciri) di la parti chi competixi (competisci: tocca) a li ditti Calserano et Julio...”, figli del su ricordato Marco, cioè di dedurre dai beni da essi ricevuti come eredi del padre.

 

 

Il privilegio imperiale di ‘milite’ e ‘cavaliere aurato

 

A Calcerando - capostipite della famiglia modicana -, che fu figlio di un Andrea de Leva (nome che, nella famiglia De  Leva, si ripete in quello del nipote già citato, padre, a sua volta di ‘Andriuzza’), fu concesso il titolo di ‘Milite’ e ‘Cavaliere aurato’ con diploma dell’imperatore Carlo V del 18 marzo 1550, da Bruxelles, registrato successivamente a Palermo il 15 maggio 1554 (XII Indizione) presso la Regia Cancelleria del Regno di Sicilia (foglio 6 del Registro), e reso esecutorio, su richiesta degli eredi de Leva, con provvedimento del Viceré Giovanni De Vega (aggiunto in calce al medesimo diploma).

Da tale diploma13 si ricavano non poche informazioni relative a Calcerano, anche in funzione di una migliore conoscenza del Personaggio.

L’ambìto titolo di ‘cavaliere’ viene conferito a Calcerano perchè il De Leva si era distinto in varie imprese belliche, compresa quella della spedizione militare in Africa, a Tunisi, nel 1535, cui si è prima accennato. Quest’ultima impresa, in particolare, lo avvicina sia come parente che come valoroso soldato al grande capitano - col medesimo cognome - Antonio de Leva (vissuto fra il 1480 ed il 1536).

 

Quest'ultimo, discendente da cavaliere non noto, venuto in Italia dalla Navarra fu dapprima a servizio del capitano generale spagnolo Consalvo de Cordova, partecipando alle azioni belliche condotte fin dal 1501 nell’Italia meridionale contro le truppe del re francese Luigi XII14, che, avendo occupato Napoli, ne fu scacciato, appunto, dal suddetto capitano De Cordova.

Divenuto famoso per le sue eroiche imprese contro i nemici di Carlo V, Antonio de Leva divenne anche lui capitano generale, carica con la quale si distinse in varie battaglie contro Francesco I, re dei francesi, specie in quella di Pavia del 1525, e divenne così celebre da essere esaltato da autorevoli scrittori come il Guicciardini15, Pietro l’Aretino16, l’Abate de Brantôme17, Guido Gerosa18, e da essere inserito per il suo nome e le sue imprese in vari dizionari araldici o storici19.

Antonio De Leva fin dal 1513 si stanziò nella città di Milano, dopo averla conquistata e tolta all’ammiraglio francese Bonnivet. Ciò gli valse il titolo di Conte di Monza, a cui fu aggiunto quello di principe di Ascoli (A. Satriano, in prov. di Foggia), titoli che trasmise ai suoi discendenti, fra cui Martino de Leva, Conte di Monza e padre di Marianna de Leyva, la famosa Monaca ricordata dal Manzoni con il nome di Gertrude.

 

Ebbene, a quell’impresa d’Africa del 1535, condotta contro il capo musulmano Barbarossa, partecipò, da comandante, il suddetto Antonio. E’ pertanto probabile, anche se nel documento di conferimento del titolo di ‘Miles’ non se ne ha cenno, che i due de Leva, Calcerano e Antonio, siano stati insieme in tale spedizione. Resta, tuttavia, che mentre il ramo di Monza si distinse per le ‘armi’, quello di Modica si sarebbe piuttosto reso noto per uomini ‘di toga’.                             

Rileviamo un altro elemento comune: lo stemma di Calcerando, descritto nel documento dell’Imperatore, è simile a quello dei de Leyva di Monza20.

 

Venendo ad un esame del diploma di conferimento del titolo - redatto in lingua   latina -, rileviamo che, come altri diplomi del genere, anche quello del nuovo cavaliere Calcerano si dilunga, nella prima carta, con il saluto del Vicerè ai funzionari del Regno che ne devono avere conoscenza per tenerne  conto e provvedere alla sua esecuzione, quindi con l’annuncio, da parte dello stesso (il Vicerè), che la sacra Maestà dell’Imperatore ha provveduto al regio privilegio ordinandone la stesura nella forma appresso indicata.

Carlo V, iniziando il suo discorso col plurale di Maestà - “NOI” -, dopo l’accenno alla lunga serie dei propri titoli, si rivolge a Calcerando:

“Nos Carulus, Divina favente Clementia Imperator Semper Augustus, Rex Germanie, Castelle (Castiglia), Aragonum (Aragona), utriusque Siciliae Regni; ....., Fideli Nobis, Dilecto Calcerando de Leva, Civi Castille, et modo (e ora) in Terra Mohac, in nostro Regno Siciliae ultra Farum, Militi Et Equiti Aurato21, gratiam nostram cesaream et omne bonum (concedimus, sottinteso)”.

Quindi il Medesimo, dopo avere ricordato accademicamente che i più celebri imperatori romani suoi predecessori premiavano con una corona civica, murale o castrense22 i soldati che, dimostrandosi più valorosi degli altri, superavano costoro per primi durante le più ardue azioni di guerra, affinchè ciò fosse di onore ai premiati e di esempio e di sprone a ben agire per i commilitoni, afferma che considera giusto onorare con le dovute onorificenze militari, i premi e le decorazioni coloro i quali si sono resi noti per aver dato di sè chiara prova di forza e di valore contro i nemici.

“Di conseguenza - continua l'Imperatore - tenuti presenti il tuo eccellente valore e le tue personali doti, i meriti, la fedeltà e l’attaccamento dei tuoi dimostrati sempre23 dagli stessi verso di noi ed i nostri antecessori, come pure la tua gradita e fedele dedizione che hai dimostrato in alcune nostre spedizioni militari e soprattutto in quella nostra africana, ed in futuro potrai e dovrai continuare a mostrare, riteniamo doveroso, come abbiamo detto sopra, colmarti del dono della nostra liberalità e adornarti delle insegne del valore.

“Quindi di propria iniziativa e con chiara consapevolezza, TE, CALCERANDO de LEVA FACCIAMO e CREIAMO MILITE ossia CAVALIERE AURATO e con la nostra autorità imperiale, in virtù della presente24, ELEGGIAMO ed ISTITUIAMO, assegnandoti nel numero dei NOSTRI MILITI (o cavalieri), decorandoti con le insegne del cingolo militare e del balteo (cintura della spada) e di tutti gli altri privilegi e titoli;

TI FREGIAMO inoltre dello STEMMA (od ARME) MILITARE cingendoti con la spada della fortezza e con tutti gli ornamenti riguardanti quest’ordine (dei Cavalieri), concedendoti (ciò) con il nostro Cesareo Editto e stabilendo che tu all’estero, in qualsiasi luogo o paese, sia stimato ed onorato come vero MILITE o CAVALIERE AURATO e che possa e debba, in grazia delle insegne e della dignità assunta, servirti, usufruire e godere di corone, di spade, di sproni e di abbigliamenti ed ornamenti d'oro e d'argento e di tutti e singoli privilegi, favori, onori, dignità, preminenze, franchigie, diritti, decorazioni, immunità, esenzioni e prerogative e di qualsiasi compito od ufficio militare, di cui godono e fruiscono gli altri Militi e Cavalieri, cinta la spada dopo essere stati creati ed insigniti da Noi e a tali privilegi ammessi o che vi vengono ammessi in qualsiasi modo per consuetudine o per diritto, rimossi ogni impedimento od opposizione”.

“Ma, affinchè l’aspetto dell’uniforme militare risplenda più fulgidamente ed i tuoi discendenti siano resi pienamente partecipi della nostra concessione in tuo favore, a Te, predetto Calcerando de Leva, di nostra volontà abbiamo confermato e notificato le consuete insegne delle tue armi sotto la forma di un castello in campo verde circondato da uno spazio contenente tredici stelle poste come a difesa intorno a questa torre - cose che devono tutte rilevarsi come dipinte nel modo predetto - ...25: Quo vero status huiusmodi vestis militaris splendescat fulgentius posterique tui gratiae nostrae in Te perfecto participes efficiantur, Tibi praefato Calcerando de Leva consueta armorum tuorum insignia per oppidum in campo viridi circumdatum zona tredecim stellas continente vallatas in circuito dicte turris, que ad modum hec o(m)nia depicta cernuntur in modo predicto confirmavimus et notum fecimus et tenore presentium confirmamus....”.

Quindi l’imperatore ordina che il diploma relativo allo stemma concesso sia munito del sigillo del Regno delle due Sicilie. Segue poi la data “in oppido nostro Brusellis (Bruxelles, Belgio)” del 18 marzo 1550 (VIII Indizione), il 32° anno dell’impero di Carlo V, il 35° del Regno come Re di Aragona, di Spagna, poi di Sicilia e di Napoli, oltre che di Milano e di altri territori. Infine la firma dello stesso Carlo: “Io el Rey”.

Appresso abbiamo le firme di vari funzionari imperiali o regi, come Figueroa, Didaco de Vergas. A ciò è aggiunta la supplica da parte di Calcerando de Leva che il preinserto privilegio sia eseguito e che ne venga dato l’ordine attraverso “lettere esecutive”. Il che, in ottemperanza (f. 3r) all’ordine regio ricevuto, viene fatto dopo la compilazione della relativa relazione, con il provvedimento “quod expediatur executio”, ripetendo quanto già detto sulla pena di mille scudi per quanti non ne rispettassero i privilegi contenuti nel suddetto diploma. Chiude il medesimo la firma del Vicerè di Sicilia Giovanni de Vega, apposta a Palermo il 15 maggio 1554.

Infine si aggiunge che del documento originale fu fatto un primo transunto notarile in data 10 novembre 1797 dal regio maestro notaio Ignazio Majo, la cui firma fu autenticata dai componenti della Corte pretoriana della ‘Felice e Fedele Città di Palermo’; il che è attestato nella copia, cui abbiamo accennato, del Privilegio: "Ex registro Regie Cancellierie huius Sicilie Regni, anni 12mi 1553-1554, fol. 6 retro, extracta est presens copia".

 

 

NOTE

 

(Ragusa, 1918) E’ lauretao in Lettere classiche. Risiede a Modica, via N. Sauro, 39. Tel. 0932/941913. Per il curriculum di studi e le numerose pubblicazioni, cfr. Archivum Historicum Mothycense, n. 3/1997.

 

(1) E' il ceto che comprendeva i lavoratori nei loro molteplici mestieri o attività. Il termine ‘ministeriale’ deriverebbe dai ‘ministeriales’ dei Romani, adibiti a vari mestieri e intesi, dopo il XII secolo, come ‘operai’.

L'elezione, nel 1549, di Calcerano a rappresentante dei ‘ministeriali’ è giustificata dal fatto che la promozione a ‘Cavaliere aurato’ avviene in seguito, nel 1550.

(2) Cfr. E. Sipione, Statuti e Capitoli della Contea di Modica, in Archivio Storico Siciliano, Palermo 1976, pagg. 133-134.

(3) Cfr. Mario Pluchinotta, Blasonario della Contea di Modica, (Tip. del Littoriale, Siracusa 1934), Famiglia de Leva, p. 63 e nota 1.

(4) Cfr. ibidem.

(5) Archivio di Stato, Modica, Archivio notarile, Not. Pietro Trindullo, n. 175 di corda, ff. 71-74; riportato in data 15-IX-1552, VI Ind.

(6) ‘Raxuni’ (rasciuni) o ‘ragioni’, e ‘attioni’ o azioni riguardano diritti in beni o in danaro vantati su altri per titolo o per sentenza, mentre i ‘nomi di debiti’ riguardano i crediti per prestiti fatti a diverse persone debitrici, probabilmente per canoni o censi su beni stabili.

(7) ‘Falcidia’ deriverebbe dalla Legge Falcidia del tribuno romano P. Falcidia, ed indica la quarta parte - al netto di spese - dell'asse ereditario, ed in genere la quota legittima spettante ad ogni erede.

(8) La ‘Quarta Trebelliana’ era invece la Legge proposta dal tribuno romano M. Trebellio Maximo, per la quale, nel Medio Evo, dall'intero asse ereditario affidato per fidecommesso al figlio maggiore veniva detratto un quarto per essere distribuito in valore o come reddito ai fratelli con il nome di ‘vita e milizia’ o alle sorelle come ‘dote di paraggio’.

(9) Nel Cinquecento, e anche prima, nella lingua siciliana i pronomi ‘chi, che’, la congiunzione ‘che’ e i composti terminanti in ‘che’ venivano scritti senza vocale e tagliatich’, perch. La ‘x’ era letta, secondo i nomi, come ‘s, ss (rixa-rissa), sc (Xicli, c dura aspirata)’.

(10) Ricorre qui la consuetudine feudale del matrimonio secondo l'uso dei Normanni o ‘alla latina’, per la quale, dopo la nascita del primo figlio, i beni dei genitori venivano considerati divisi in tre parti, per cui, morendo la madre come in questo caso, ai figli spettavano la parte della defunta e quella toccante a loro.

(11) ‘Forjudicati’ nella Contea di Modica erano considerati gli imputati resisi contumaci, evadendo nelle campagne o altrove; se catturati, soggiacevano a pene severissime, oltre a quelle commesse alla condanna per il reato commesso.

(12) Questo Calserano, come nipote del nonno, è Calcerano, con la ‘c’ letta come ‘s’ e scritta con tale consonante (spagnolo).

(13) Il testo completo, in originale, di tale documento trovasi presso l'Archivio di Stato, Modica, Archivio De Leva, Scritture antiche e moderne, vol. 62. Copia del Diploma mi è stata gentilmente fornita (unitamente ad altri documenti) dall'Ing. Carmelo Avitabile Leva.

(14) L'Italia Meridionale, da Napoli in giù, è interessata, soprattutto dal 1501 al 1503, dagli scontri continui tra Francesi, che avevano occupato Napoli per volere di Luigi XII, e gli Spagnoli, il cui re Ferdinando il Cattolico in precedenza aveva favorito tale occupazione. In tali scontri, comprendenti anche la famosa ‘disfida di Barletta’, si distinse soprattutto il grande Capitano Consalvo de Cordova, il quale alla fine vinse i nemici nelle battaglie di Cerignola, Seminara e Garigliano ed occupò Napoli nel 1503.

(15) Cfr. Fr. Guicciardini (1483-1540), Storia d'Italia, Vol. II, a cura di L. Felici, Avanzini e Torraca, Roma 1967, Cap. XIII.

(16) Cfr. il Libro delle lettere di P. L'Aretino, in Parigi, appresso Matteo il Maestro, 1609, dove varie lettere sono indirizzate da Venezia "al Magno Antonio de Leva" negli anni 1535 e 1536.

(17) Cfr. Opere complete, Parigi, 1888, Tomo I, Cap. XIX, pp. 42-46.

(18) Cfr. Guido Gerosa, Carlo V, un sovrano per due mondi, Oscar Mondadori, pp. 154; 166, 178; 290.

(19) Cfr. il Nuovo dizionario istorico, composto da una Società di Letterati in Francia, Tomo I, Bassano 1796, alla voce ‘Leva’ (Antonio di); G. Garollo, Dizionario biografico universale, Vol. I, Hoepli, Milano, alla voce ‘De Leva’ (Antonio de Leyva).

(20) Tale stemma, nell'opera di M. Mazzucchelli, La Monaca di Monza (Dell'Oglio, Milano, pag. 385), presenta erroneamente 14 stelle, invece di 13 come si rileva dai documenti e dipinti del vol. 62 dell'Archivio De Leva, su ricordato.

(21) L' ‘aurato’ si riferisce allo scudo d'oro o indorato.

(22) Le tre diverse corone presso i Romani indicavano rispettivamente: la ‘civica’, corona di quercia con cui si premiava chi salvava un cittadino; la ‘murale’, quella concessa a chi saliva per primo sulle mura di una città assediata; la ‘castrense’, quella assegnata a chi per primo entrava nella trincea nemica.

(23) Il termine ‘sempre’ qui è indicato con la parola greca ‘aeí ’.

(24) ‘Presente’ (in latino al plurale - ‘praesentium’ -) per indicare ‘lettere’ o ‘provvedimenti’ dei Re o dei Viceré scritte per informare funzionari del Regno, delle baronie o dei Comuni (o università) o, più spesso, per eseguire particolari ordini.

(25) A tale stemma acenna R. Grana Scolari (Cfr. Cenni storici sulla città di Modica, Tip. C. La Porta, 1894, p. 355), ricordando che esso era scolpito anche nella chiesa di S. Francesco sotto il titolo di S. Anna, sull'altare di S. Calogero, come pure nella tomba sita nel Convento di S. Maria della Vittoria a Palermo e dedicata a donna Giovanna Leva e Sammaiati, moglie di Luigi de Leva Conte di Monza.

Ne parla anche Mario Pluchinotta (Cfr. Il Blasonario della contea di Modica, cit., p. 63 e nota 1): egli ne parla ricordando anche lo stemma composito del Palazzo De Leva (costruito dal B.ne Raffaele agli inizi dell' ’800 e completato successivamente dall'Abate Giuseppe).

Tale stemma fu già descritto dall'autore del Blasonario Gen.le italiano, G. Pietramellara, il quale notò nel primo quarto lo stemma suddetto dei de Leva; nel secondo tre leoni leoparditi (della fam. Platamone), nel terzo l'elefante, come arma dei Leonfante; nel IV, delle foglie d'assenzio della famiglia Ascenzo.

 

 

 

TESTO IN RIQUADRO

 

Milite aurato

 

In Sicilia nei primi tempi del feudalismo si chiamavano Militi (da miles: cavaliere) i possessori di feudi sforniti di titoli ed i figli ultrogeniti dei Conti e dei Baroni i quali, non potendo succedere nei beni paterni, si dedicavano al mestiere delle armi, reputato onorato e nobile. Il principale ornamento di questi Militi era il balteo o cingolo, donde derivò il nome di Militi o Cavalieri del cingolo militare.

Una speciale categoria di militi erano i Militi Regî o Aurati; detti regî perché venivano investiti e armati dal Re in persona (o in suo nome) e chiamati aurati perché i principali oggetti del loro corredo erano d'oro o almeno dorati. Fino al secolo XV si hanno ricordi di militi feudatari; successivamente, introdottisi in Sicilia gli altri titoli, molti militi si innalzarono alla classe degli altri titolati, e il titolo di milite non venne più attribuito soltanto ai feudatari, o loro figli ultrogeniti, ma fu anche concesso con speciale diploma imperiale o reale, e talvolta anche viceregio, a persone private.

In questi diplomi è concessa la trasmissione del titolo di Milite a titolo personale, o a tutti i discendenti (Cavaliere ereditario), e molte volte a tutti i discendenti di ambo i sessi.

 

(Carlo Mistruzzi di Frisinga, Trattato di diritto nobiliare italiano, Ed. Giuffrè, Milano 1961, vol. II, pag. 366).