LA
CANZONE DELL'USIGNUOLO (febbraio 1901)
Salute, o Luna, salute salute!
Tu mi rivedi, io ti rivedo
Salute, o mute
piante, cadute
nel silenzio universale
della notte siderale.
Viva, viva, viva, viva!
Salute, o Luna, salute salute!
Tu mi rivedi, io ti rivedo!
Io t'amo come lei
che ispira i canti miei,
i canti miei, i canti miei,
perché tu me la chiami,
perché tu pure, tu pure m'ami!
Cara, ove sei?
Cara, ove sei?
Vieni ai baci miei,
ai baci miei, ai baci miei!
Le belle stelle
ridono in Cielo:
ridono... ridono... ridono in Cielo,
ed io... io... io... io... io...
anelo!...
Vieni vieni vieni vieni!
Le alucce trepide
scoto nell'aria
solitaria solitaria.
Fremon le mute
rame, cadute,
nella pace universale
della notte siderale.
E tu ancora non vieni, non vieni!
Tremo, fremo, temo, gemo!
Vieni vieni vieni vieni
placa il mio fervore,
il mio dolore,
con l'amore.
Che desio!...
Io io io io
t'amo t'amo
ti chiamo, ti chiamo, ti bramo
all'amore del mio cuore.
T'amo t'amo t'amo t'amo!
Vieni al cor mio
al cor mio... mio... mio... mio... mio...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . Vieni!. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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UN ADAGIO DI
BEETHOVEN (maggio
Il v
iolino nella cavaTacevano tutti: tu, immota,
sedevi al mio fianco, ascoltando
rapita la musica ignota,
né ci guardavamo; ma quando
alzai gli occhi su la parete
di fronte, allo specchio, che adombrano
lucente
- io ti vidi riflessada un altro mondo, visione
immobile, rigida, senza
né sguardo né voce, impersone,
lontana nella trasparenza
dello specchio, come oltre una porta
d’abisso. Ed io rabbrividiva
pensando che un di sarai morta,
cosi...
La melodia saliva.
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IL
PIACERE
Dopo. Essa giaceva semiviva
di languor sodisfatto, con gli occhi
riversi, scomposta
Ed io la guardavo, con l'animo
vuoto,
lontano e come incatenato
da un vago orrore remoto.
Così noi, senza amarci, avevamo
spasimato entrambi d’amore,
senza avere serbato
un po’ di tenerezza nel cuore.
Noi ritornavamo
estranei. Io sentivo nell’aria
una soffocazione di covo
ignobile, un alito
di animalità originaria.
Ravvisai nel mio infiacchimento
la nobiltà della forza
sottratta ad un qualche migliore
ed ignoto sentimento
futuro, a un palpito nuovo.
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PAESAGGIO
D’ANGOSCIA
(ottobre 1907)
Un cielo angusto, basso
e fumido; un mare
costretto fra due rive piatte, che urla
bavoso e livido sotto la rabbia
dello scirocco; un veliero che, lasso
dal fortunale, entra in porto
con vele lacere; un lungo filare
di scarmigliati platani che chiurlano;
e barche dannate
Da quanti giorni, cosi, si convelle
la prigioniera mia vita?
Senza sole, senza più stelle!
Tutti i miei giorni trascorsi
io li vedo lontani, velati,
come oltre una densa caligine
di sogno, confusi in febbrile scompiglio
con quel che chiamai avvenire.
Come lente, oh! eterne a fluire
le giornate!... Da tempo
immemorabile
forse, io son qui, son
legato
qui, come sopra un abisso,
inerte, ad attendere un
fato
sconosciuto. E sento un altro
ridente destino,
altri, e luminosi orizzonti, lontano,
di là dal mio sguardo che mira
solo un orribile mare,
dei platani che si contorcono
e l’ossessionante vertigine
di quel maledetto mulino
che gira, che gira, che gira...
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Come sei fragile ancora, e sottile!
La tua personcina snella
ancora quasi maschile
par come imbandierata dai capelli
lunghi, fini, ad anella
disciolte, che ad ogni
fiato di vento
svolazzano. Gli occhi tuoi grandi,
più grandi nell’esile viso,
sembrano illuminati
da una gran luce di sogni
da chi vi si affisa sognati.
Allo schiudersi del tuo sorriso
è come un trasalimento
di onde nell’anima tua
piccola ed infinita
che da tutto il tuo essere traspare.
Ài la limpidità della fonte
e l’azzurra profondità del mare.
Piccola e fragile, grande
ed umile, come le cose
sacre. Io vedo sulla tua fronte
il segno della purità
serena, che pure nell’anima mia
beneficamente espande
quasi una santità di poesia.
Vieni, che io ti carezzi, che senta
la carezza dei tuoi occhi
sulla mia fronte.
C’è fra me e te una strana follia
che non ti svelerò mai.
Ma un giorno sarai
grande, allungherai la tua gonna,
diventerai donna,
e non più potrai, come ora,
giocar coi tuo amico d’un giorno.
Quando sarai donna, uno spasimo
nuovo s’affaccerà nella tua pura
anima e nell’amor mio,
se non verrà presto l’oblio
ad allontanarti per sempre
da me. Non potrò carezzare
più, come ora, i tuoi sciolti
capelli, e il tremito della mia voce
pronunziando il tuo nome
sarà cambiato, sarà
già divenuto cattivo.
Perché?.., per una ragione
misteriosa e fatale
ch’è il bene ed il male
del mondo. Potessi tu sempre
conservarti ai miei
desideri pura come ora,
rimanere ancora
a lungo bambina,
soffermarti alle soglie
della vita, nella gran luce da cui sei venuta,
che ti fa
pel mio cuore divina.
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LETTERA
DAL BENADIR (maggio 1908)
a
GIUSEPPE PIAZZADopo quarantasei giorni
E’ azzurra. Sul francobollo
digrigna le zanne un leone
dalla criniera rossiccia tutta arruffata sul collo.
Odora un po’ di monsone,
un po’ delle diverse persone
che la toccarono, avanti
che giungesse; odora di quanti
lidi ed oceani percorse.
A un angolo reca le impronte
di quattro denti e una macula. Forse
l’ignudo somalo a cui
tu l’affidasti per portarla fino
alla lontana posta
Dopo, essa certo
fu in manoPoi essa, sui pachebotto,
traversò l’Oceano Indiano
per raggiungere il prossimo porto
inglese. Sonnecchiavan sotto
il torrido sole malsano
gli uflicialetti in bianca
divisa. Qualche cormorano
spianava il suo volo lento
sulle onde. Una procellaria stanca
crocidò sul pennone di gabbia.
La bandiera starnazzava al vento.
Dalla fragile italica nave
passò in un capace vascello
attivo di marinai, grave
di mercanzie ingoiate da terra
asiatica, imperioso, bello,
irraggiato dal sole che sfolgora
sui vessilli dell’Inghilterra.
Mani che avevan toccato
oro, tabacco e salse
gomene, la buttarono nel fondo
d’una stiva che aveva portato
prodotti di tutto il mondo.
E poi sul prigioniero Mar Rosso
fu la tempesta. Commosso
dal ciclone, l’ampio fiume
marino schiafleggiò, palleggiò
la grossa nave, l’avvolse di brume,
la scaraventò con violenza
contro il canale, la tenne
immobile all’ancoraggio,
stremata dal suo furore selvaggio,
tra una gran selva d’antenne.
Dopo quarantasei giorni
la breve lettera è giunta:
rettangoletto di carta
lieve di trenta parole.
Mi dice che tu non ritorni
da quei paesi del sole.
Mi dice che ancora rimani
nomade sui roventi piani
equatoriali, ebbro dei climi
solari, che ancora ti
E in tutte cose, fratello mio, pensa
a me: godi, possiedi, racchiudi
nell’anima amplissima messe
di vita pure per quello
stolto che anela alle stesse
gioie, che à nel cervello
un’altra eroica visione del mondo,
e invece qui vive, costretto
ad un sacrificio infecondo,
a inseguire sempre un progetto
mediocre o ad amare
piccole donne con festa
di rime inutili, mentre il suo vano
desiderio lo scaglia verso l’ignoto lontano
come un albatro nella tempesta.