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X — Enfin, vous étes bon, camarade — diceva una voce cordiale da un letto, lì accanto. Bruno vi scorse un viso giovanile, ma pallidissimo, scavato da patimenti. — Vos cris affreux sont finis, j'éspère. Oh, que vous etiez méchant jusqu'à hier! Quel cauchemar vous a genè pendaut un mois? Era un ferito francese, un giovane ufficiale che aveva osato fuggire da un campo di concentramento ove si trovava prigioniero, ma, inseguito, era precipitato in un burrone fracassandosi le gambe. Prima che Bruno aprisse bocca per rispondere o per fare a sua volta qualche domanda, costui gli aveva raccontato tutta la sua storia. Lo avevano ripreso e, nell'urgenza di curarlo, trasportato in quell'ospedale di una piccola città del Baden, che non sapeva come si chiamasse, data la consegna del personale di non dare nessuna spiegazione né informazione ai tre o quattro feriti o ammalati nemici che vi si trovavano. Quando lo avevano portato lì per amputargli le due gambe, Bruno c'era già, col cranio aperto, una tibia rotta, un femore frantumato, mantenuto in vita grazie all'accanimento professionale di un vecchio chirurgo, professore di un'università, che aveva preso impegno di rimettere a nuovo quell'avanzo d'uomo, così, tanto per fare un esperimento. — Comprenez? — domandava il francese. — vous n'etiez seulemeut un debris de naufrage aerien, ais aussi un fou. Naufragio aereo di che cosa? Bruno non ricordava, non comprendeva. Si andava, con mani incerte, tastando sotto le coltri e si sentiva indolenzito, incapace a muovere e ad articolare liberamente le membra; ma queste c'erano tutte intatte: meglio del francese che un momento sollevò le coperte, nell'atroce civetteria di mostrargli due monconi orrendi, fasciati e inerti. Un'infermiera s'appressò ai loro letti, una donna ancora giovane e distinta, ma ossuta e magra e dall'aria stizzosa e pedante. Il francese le disse sorridendo qualche parola in tedesco, accennando col capo verso Bruno e quella lo guardò di traverso, mediocremente interessata, rivolgendogli una domanda, alla quale Bruno non poté rispondere. Essa insisté vivace, e allora il francese intervenne per spiegargli: — Vi domanda se siate convinto anche voi che i tedeschi non sono quei barbari feroci e massacratori d'uomini che l'Intesa, a suo dire, diffama. — Non l'ho mai creduto — rispose Bruno, ricordando infatti di avere in altro tempo esaltato la civiltà germanica. Ma la donna proruppe in una stridula filippica, di cui non si capiva che il tono sdegnoso e aggressivo, dopo la quale volse le spalle e si allontanò. Il francese parlò per spiegare altre cose, senza però che Bruno badasse troppo alle sue parole, intento com'era a cercare dentro la propria memoria la spiegazione di quanto vedeva e udiva. Intendeva solo che era, quella, la continuazione naturale di quanto già egli aveva £atto; ma di ciò gli sfuggiva l'esatta cognizione. Brani di sensazione, barlumi di ricordi, si confondevano in massa grigia e arruffata nella sua coscienza. La donna ossuta e arcigna riapparve, recando due tazze; diede a bere il contenuto dell'una al francese, dopo di che gli disse: — Gut! — gli rimboccò le coperte sotto il mento, gli batté con una mano tre o quattro colpetti su una guancia; si rivolse a Bruno, imbeccò anche lui con garbo meccanico, gli rimboccò ugualmente le coperte e ugualmente gli batté sulla guancia ripetendo la stessa parola. Poi riprese le tazze vuote e si allontanò. *** Tutto era buono e dolce in quell'angolo di mondo quieto, in quel cantuccio di Germania cattolica: il francese Pierre Rollinat, le infermiere bianche, specialmente Schwester Liska così arcigna, i passeri che entravano dalle inferriate delle finestre saltellando sui davanzali in cerca di briciole, i suoni di campane, i lamenti miti degli altri ammalati e perfino il giovanile e un po' sboccato professore Goldenberg. — Come va l'uomo ricostituito? — domandava in cattivo francese costui quasi ogni mattina dinanzi al letto di Bruno. — Voglio rimettervi in piedi per appoggiarvi contro il muro ove dovrete essere fucilato. Una volta aggiunse anche, più duramente: — Eh, sì, non meritereste meno di dodici palle nella schiena, per le bombe che lanciaste su case d'innocenti contadini. Ma siccome voi intesisti strombazzate al mondo che siamo noi soli a commettere atrocità, vi lascerò vivo come esempio di clemenza. L'Intesa! L'Intesa! Non ci mancavate che voi italiani in quel pôt-pourri di nazioni, per intendervi meglio... cioè: per darla a intendere! Bruno seppe dopo, per confessione fattane al francese da Schwester Liska, che le case su cui erano cadute le sue bombe — per sua fortuna — erano disabitate. Così egli giorno per giorno, da una frase, d,a un'allusione, veniva messo al corrente degli avvenimenti, poteva ricucire i brani staccati dei suoi ricordi. Quando gli domandarono come si chiamasse, perché sui suoi abiti bruciacchiati non si erano rinvenuti i documenti d'identità, egli non seppe rispondere sulle prime che «Bruno». Il suo cognome restò parecchi giorni sepolto nella sua memoria stagnante. Così pure ricordava angosciosamente di avere lasciato lontano qualcuno con la promessa di ritornare vivo; ma non sapeva più chi. E questo soprattutto lo faceva soffrire. Lo faceva soffrire anche l'insopportabile minestra male odorante che bisognava ingurgitare, accompagnata quando sì e quando no da poco e pessimo lardo. E insopportabile ogni mattina, al ridestarsi, l'atmosfera densa e greve che entrava dalle finestre aperte, una nebbia viscida e giallastra come lo strutto d'oca che qualche volta gli veniva consentito, spalmato su una fetta di pane cretoso. Una mattina senza nebbia, però, l'azzurro e il sole gli destarono nel cervello la memoria di Alba. Alba, la sua dolce vita! Ricordò anche che ormai ella aveva dato alla luce la creatura che attendeva, la loro creatura. S'informò della data e calcolò che da più di due mesi non si erano scambiate notizie l'uno con l'altra. Chiese di potere scrivere una lettera; ma gli fu risposto che desse l'indirizzo e si sarebbe pensato d'ufficio a comunicare ai suoi che era sempre in vita. Rifiutò e per più giorni tornò a chiudersi nel più ostinato mutismo. Temeva che dare il suo nome e far sapere che egli si era trovato su un aeroplano invece che in trincea, potesse nuocere a qualcuno dei suoi superiori, nuocere a lui stesso. Chi non lo compativa affatto era il suo vicino di destra, un ufficiale di artiglieria tedesco, grosso testone raso, nasetto camuso e occhietti cisposi seminascosti fra le palpebre. Ogni volta che i loro sguardi s'incontravano, costui cominciava a borbottare parole gonfie d'odio e di sprezzo, di cui la meno insultante era: «Verräter!» (traditore). La sua qualità d'ufficiale era stata palesata a Bruno dai calzoni, che teneva su una sedia accanto al letto, insieme con gli altri indumenti d'ammalato e che indossava nella breve ora che poteva trascinarsi fuori, in giardino, a prendere il sole. A Bruno, invece, non avevano dato ancora panni di sorta, tranne la camicia di cotone, un paio di mutande e una gabbanella che vestì solo quando Schwester Liska gl'ingiunse di provare a muovere qualche passo per cominciare a provvedere da sé pei suoi bisogni. E gl'indicò la latrina. Bruno infatti si spinse attraverso la corsia, fino al corridoio, passo passo, tentennando su due grucce, giunse a una finestra, vi si affacciò un momento, guardò, vide — fuori — alberi ingemmati, qualche arboscello fiorito e, lontano, la solitudine della piena campagna. Allora ricordò quasi tutto del suo passato; ricordò anche che Nino Guevarra, trenta secondi prima di sparire nel ciclone di fuoco, gli aveva parlato di una lettera. Lettera di Alba che non giunse: «Bruno Mau Gatto mio bello e grande! sono tanto contenta di saperti almeno più tranquillo costì, presso i tuoi amici. Ma io non sono tanto tranquilla per cotesto benedetto fronte francese. Ora leggo ogni giorno il giornale, io: e leggo sempre che dove i tedescacci picchiano di più è proprio sul fronte francese ora che hanno fatto bocconi di tutti i nostri alleati da quest'altro lato. Non posso darmi pace che la Serbia, la Romania e perfino la Russia siano state inghiottite così, come pasticcini di carne. «Qui ora abbiamo la Germania in famiglia, che vorrebbe inghiottirci tutti: ed è la mamma. Dice che non abbiamo più nulla e che dobbiamo pensare al nostro avvenire. Dice che ci vuole un uomo in casa, a comandare, e che non c'è più nessuno: anche Cavour, infatti, che come già ti scrissi era stato preso, ora è partito, proprio partito per il fronte. I rimproveri che non mi aveva fatto finora per la nascita del nostro piccolo Cesare, la mamma me li fa tutti in una volta, adesso. Non che voglia male al bambino, no: ci tiene anzi più che a me stessa; ma ha un bisogno terribile di prendersela con qualcuno. La povera nonna è già bella e andata: pare viva per puro caso e una mattina o l'altra la troveremo che non si risveglierà più — quindi non conta. Salvatore, il fattorino, se parla, lei lo accoppa. La Marta, la cameriera, che ha tentato difendermi, per miracolo non ha preso una sedia sulla testa. E io sto zitta — piango un po', si capisce, arrabbiandomi che tu sia lontano; ma poi vado su dalla tua zia Anna, che mi dice che tutto va bene, che ho avuto torto soltanto a far venire al mondo così presto il piccolo Cesare, ma che ormai va benone anche lui, che abbia pazienza, che mia madre è una matta e che al tuo ritorno tutto si accomoderà. «Lo so anch'io che colpa di ogni cosa è cotesta tua lontananza. Ma spero bene che tu possa arrivare in tempo, prima che qui avvengano certe cose. Oh, non preoccuparti: cose buffe, in fondo; ma non Titì può impedirle dall'America e che non dà più notizie, non Tutù dal fronte e che ne dà scarsissime e solo per chiedere denaro, non Stella al fronte anche lei e finita per noi, non Diana che scrive una volta al mese per domandare il suo assegno di trecento lire. Io, la nonna e Cesare non bastiamo a impedirlo. «La mamma vuol riprender marito. «Marito, marito! Quella di dire che il signor Guttierez voleva me, fu una finzione, per tastare terreno. Il signor Guttierez lo vuole lei. Dalla morte del povero babbo ce l'ha in testa: lo ha confessato. Le piace immensamente quest'uomo che sa far filare operai, fattorini, impiegati. L'azienda non fila egualmente, pazienza, perché lui non è direttamente interessato. Ma il giorno che lo fosse! Insomma: non so dirti che cosa abbiano già fatto tra loro, ma certo è che fra poco sposeranno. Capisci? Prima di noi, prima di me e te, se tu non vieni presto. Perché sì, quel nostro matrimonio per procura mi ha delusa. Non ci ho sentito gusto. Voglio che lo facciamo in carne e ossa, Mau! «Per fare intendere alla mamma che potrebbe rinviare le nozze, le ho proposto di andare io alla fabbrica con lei, di aiutarla io. Mi ha dato sulla voce arrabbiatissima. Basta, io ho scritto a tutti e lo scrivo anche a te. Venite! Venite! Io non posso far fronte alla mamma e sono convinta che quell'uomo, più giovane di lei di venti anni, ci farà del male... «Ti aspetta, Bruno, e ti bacia la tua Alba». *** Una volta Bruno tornò dal corridoio soprapensiero. — La finestretta del corridoio, — disse a Pierre Rollinat — è senza inferriate. Il francese lo guardò fisso fisso e sorrise: — L'ho notata anch'io. Dal mio letto se ne vede metà; e la guardo sempre. Tacque un momento; poi aggiunse: — Di là da quella finestra c'è la Francia, c'è la mia casa. Oh le nostre case, amico mio! Ma le vedo soltanto da quella finestra che per me è lontana quanto la frontiera. Bruno credé fosse il caso di rispondere: — Ma anche voi guarirete e potrete ritornare a casa vostra. — Chissà! — rispose Rollinat sorridendo. Sorrideva sempre, come un fanciullo convalescente e come Nino Guevarra: aveva la stessa bocca, gli stessi denti nitidissimi. Però dimagriva sempre più; non occupava nel lettuccio più posto di un bimbo. E da qualche giorno una tosse insistente e stizzosa gli picchiava nella gola. Dopo parecchie prove, Bruno si accorse che le sue gambe si scioglievano e che le difficoltà a camminare diminuivano. Ma pensò di dissimulare. Andava, piuttosto, a chiudersi ogni giorno nella latrina e lì si esercitava per un buon quarto d'ora alla volta, facendo flessioni e segnando il passo. Dinanzi a tutti continuava a servirsi di due bastoni, sui quali procedeva curvo e a stento. Una mattina il professore Goldenberg gli disse ridendo: — Pochi giorni ancora e smetterete di fare il parassita. Qui non c'è più pane per voi. Vi smonterò a pezzi, con le cerniere che vi ho fatte, vi chiuderò in pacchi postali e vi spedirò in un campo di prigionieri: ormai siete maturo per Celle-Läger. Bruno guardandolo pensava che dopo suo padre era questo l'uomo al quale doveva la sua vita, la seconda, quella che s'iniziava dalla corsia dell'ospedale e che gli avrebbe permesso di rivedere Alba, di vedere suo figlio. Quasi involontariamente colse a volo, in uno dei suoi gesti lenti, una mano di Goldenberg, la strinse, se la portò alle labbra. Il chirurgo tedesco lo lasciò fare dapprima sorpreso, ma poi liberò un po' bruscamente la mano esclamando: — Ehi, ehi! Mancanza di disciplina! ... — ma la voce gli tremava alquanto e le sue labbra avevano difficoltà a nascondere un sorriso che voleva a tutti i costi venir fuori. L'ufficiale di destra, voltato verso Bruno, borbottò: — Fusiller! Fusiller! Quella sera Schwester Liska fu quasi di buon umore. Servì ai due stranieri zuppa e pane con lardo e mezzo bicchiere di vino del Reno. Batté più a lungo e con più dolcezza i soliti colpettini sulle loro gote e s'intrattenne un pezzo a discorrere con Pierre Rollinat. Pareva che i tedeschi fossero contenti in seguito a una nuova grande offensiva iniziata felicemente sul fronte occidentale, malgrado l'intervento americano. Parlavano, anzi, della pace prossima. Dalla finestretta della latrina, specie di fessura come una feritoia, Bruno studiava, non visto, la situazione. L'ospedaletto, esclusivamente chirurgico e per casi gravi, riservato a soli ufficiali, era improvvisato in una villa fuori della città, adagiata su una collina che dominava tutto un rincorrersi di alture attorno. Pochi alberi e aiuole, recinte da un cancelletto in legno di un metro e trenta, circondavano il fabbricato, a piè del quale ogni tanto si vedeva girare la sentinella. Tre metri e cinquanta appena separavano la finestra del corridoio dal piano del giardino. La finestra era come chiusa in un angolo formato di qua dallo spigolo del fabbricato, di là da una specie di torricella che conteneva appunto le latrine del piano terreno e dei due superiori. Calarsi da lì con comodo, senza essere veduto, non sarebbe stato forse difficile. Un giorno, mentre studiava così i luoghi, fu colpito da grida. Già aveva cominciato ad arricchire il suo scarsissimo patrimonio di tedesco, parola a parola, frase a frase, e comprendeva abbastanza. Capì che si ripeteva: «Feriti gravi! Feriti gravi! bisogna avvertire il colonnello Goldenberg! a L'ospedaletto fu in breve tutto in moto: infermiere, infermieri, medici, suore, correvano di qua e di là, dando ed eseguendo ordini, gli ammalati si fecero attenti, quelli ch'erano in piedi tornarono ai loro letti. Certo lo stesso era avvenuto quando vi avevano trasportato sacco d'ossa e di carni — anche lui, Bruno. Un ufficiale medico che gli passò vicino lo rimandò a letto aspramente. Arrivarono i feriti: tre, due tedeschi e un francese. C'era stata un'incursione aerea, come quella che Bruno conosceva bene, ma stavolta eseguita da quattro apparecchi francesi leggeri, senza bombe, venuti in ricognizione in attesa della grande offensiva di cui si parlava. Cinque aeroplani da battaglia tedeschi li avevano affrontati, abbattendone due, ma perdendone anche uno dei loro. I due tedeschi furono trasportati in un'altra corsia. Il francese, unico sopravvissuto dei due equipaggi abbattuti, arrivò invece lì, e fu messo nel solo letto disponibile, tra quello di Rollinat e il muro. Ve lo portarono in barella due uomini, due soldati anziani magri e ossuti, dai baffi spioventi come antichi goti, uno dei quali pareva avesse più voglia di bastonarlo che di curarlo. E poiché per passarlo nel letto per poco non lo buttò giù, Schwester Liska che li seguiva lo insultò con la sua voce più stridula, chiamandolo: «Boscaiolo! uomo da orsi! canaglia!» e gli applicò un pugno su una spalla che ebbe l'unico effetto di farlo sorridere. Poi Schwester Liska sempre irritata, si chinò sul ferito e gli chiese: — E lei, figlio del demonio, che ha? Come si chiama lei, francese dell'inferno? Ma il francese non rispose. Si vide la sua faccia verdastra come se imbevuta di limo, contorta e tutta serrata, occhi, bocca, narici: pareva che non respirasse. Ma un momento bocca e narici anelanti si schiusero sfiatando, come nell'aspirazione avida di un'atmosfera che non esisteva solo per esse, e gli occhi si spalancarono terrorizzati da un incubo. Qualche bolla di schiuma sanguigna fermentò agli angoli della bocca che tornò a serrarsi. Volta a volta quei moti, quegli aneliti si ripeterono e Schwester Liska ne parve inquieta. Gridò ancora: — Ha male al petto, lei? Su, coraggio. Ehi, Lothar, portatemi un sacco d'ossigeno, il più grande. E voi Rudolf, avvertite il professore che venga subito o mandi un assistente: caso gravissimo. Lothar portò l'ossigeno e il francese cominciò ad aspirare a larghi sorsi, faticando e gemendo. Rudolf tornò per dire che il professore e gli assistenti erano per ora occupati coi feriti tedeschi. Rollinat, sollevato sul suo letto, seguiva ansioso con gli occhi i movimenti e i respiri del ferito, ascoltava Liska, e le parlò poi per ringraziarla e per chiederle cosa fosse. — Non mi secchi, lei! Stia zitto! — gli urlò la donna, con un polso dell'aviatore fra le dita. — Non capisce che, se non avessero ferito due dei nostri, costui si potrebbe ancora salvare? Rollinat non riusciva a star fermo, tremava tutto dietro l'agonia del suo compatriota: pareva che stentasse anche lui, come quello, a tirar su il respiro. Bruno, lui pure proteso sul suo letto, guardava inquieto; a poco a poco anzi, considerando la faccia del giovane, più inquieto dello stesso Rollinat. Quella faccia verde narici affilate, bocca ora serrata ora sbuffante, occhi ora chiusi ora spalancati da pazzo — sotto la maschera dell'angoscia e del supplizio, gli ricordava qualcuno. Ma chi? Chi? Liska, aiutata da uno dei piantoni — non c'era altro personale disponibile in quel momento — si mise lei energicamente a svestire il ferito. Gli trovò in tasca un portafogli, la tessera personale, chiavi, e le pose su1 comodino. Tagliò con un forbicione la giubba che non poteva essere cavata senza pericolo di far troppo male al ferito, la strappò a brani con gli altri indumenti. E veniva dicendo: — Su! su! presto! Bisogna almeno trovare cos'ha. Un braccio e una gamba sono andati; ma questo non è nulla: deve avere di peggio. Su; dovrò adesso. maneggiare io le sue carni di uomo abominevole! Schlechter mann! Qua. Qua. Ecco cos'ha! Presto, un assistente! Almeno un assistente! Almeno il tenente Benz. Andrò io a chiamarlo. Nel torace, esile, ormai denudato, dell'aviatore francese, appariva come un avvallamento al lato sinistro, sul cuore, con un grosso buco nero in mezzo che non dava sangue. Schwester Liska, arrabbiatissima, verde in viso quasi come il ferito, andò in cerca del medico. Il piantone Rudolf rimase con la boccheruola dell'ossigeno in mano a sprizzarne qualche getto di tanto in tanto sulla bocca avida. Rollinat allungò una mano sul comodino accanto e vi prese la tessera di riconoscimento del francese, l'apri e lesse un po' esitante: — Reclus! Reclus? Bruno saltò giù dal letto e in due balzi fu accanto al ferito. — Luciano! Luciano! — chiamò con una voce che fece voltare tutti i ricoverati della corsia. Ma l'agonizzante non rispose; sbarrò soltanto gli occhi folli, li girò un poco a cercare. Frattanto Rudolf s'era riavuto dalla sorpresa e vibrando minacciosamente la boccheruola dell'ossigeno come una pistola, si rivolse furioso a Bruno ingiungendogli di rimettersi a letto. — Geht sofort zu Bett! — Lo conoscete? — domandò ansimante e commosso Rollinat, appena Bruno fu tornato al suo posto. — Non è egli, leggete bene, Luciano Reclus del fu ministro Ernesto e di?... — …e di Edmea Griffith, nato a Parigi nel luglio 1898, — concluse Rollinat, leggendo sulla tessera, con tristezza. Bruno sentì quei nomi ripercuotersi fisicamente dentro le sue viscere, con un effetto per un attimo quasi simile a quello del bombardamento sulle alture presso Bligny. Rollinat disse ancora: — Purtroppo! La guerra ha fatto anche questo ha impiccolito il mondo. Ci si incontra, ci si ritrova, nei modi più impensati. Le raffiche del ciclone sono così forti che ora disperdono i più prossimi ora riaccostano i più lontani. Anch'io lo conobbi, un anno e mezzo fa, uscito anzitempo da Saint Cyr, dopo che sua madre... Ma sopravvenne Schwester Liska sempre concitata, seguita da un tenentino in gabbanella, alto alto, magro, magro, con certi occhiali che parevano fondi di bicchieri. Si appressarono al ferito che ormai, esaurito l'ossigeno, aspirava di tanto in tanto l'aria con un gran sibilo e la espirava con un gorgoglio come se russasse, lo scoprirono e il medico miope si curvò ad angolo retto per esaminarlo. Luciano Reclus, nudo nelle sue forme ancora d'adolescente, era tutto teso e vibrante nello sforzo di chiedere alla vita soltanto un po' di respiro. — Ha una costola rotta — disse il medico — e i due tronconi si sono conficcati nella pleura. Forse un'emorragia interna provoca l'asfissia. — Presto! Per carità! Salvatelo! — implorò Bruno. — Chi parla laggiù? — gridò il medico con voce da falsetto, rivolgendosi e aguzzando inutilmente gli occhi dietro i suoi periscopi — fatelo tacere o... Ossigeno, un paio di guanti, un bisturi, due pinze, un costotomo. Vediamo di dargli un primo soccorso. Nella sala d'operazioni non si può: c'è uno dei nostri, in ricezione c'è l'altro. Il medico, curvo ad angolo retto da un lato, aiutato da Lidia dall'altro, operò un momento sul petto nudo del giovanotto. Rudolf da una bacinella porgeva gli strumenti, unico rumore insieme col respiro rantolante e intermittente. Ma a un tratto quel rantolo si estinse, non tornò più. Schwester Liska disse qualche parola in fretta, forse di suggerimento. Il medico scosse la testa e si sollevò, tenendo discoste dalla persona le mani insanguinate. Sogguardò col capo inclinato sopra una spalla l'aviatore francese, mentre la donna intentissima ne tastava il polso, borbottò qualche parola, scosse di nuovo la testa e si allontanò pel corridoio sempre a braccia allargate, seguito da Rudolf con la bacinella. Bruno guardava senza fiato. Rollinat chiese: — Ebbene, Schwester Liska? — Costei, piano piano con cotone imbevuto d'acqua fenicata, veniva pulendo gli orli dello squarcio del petto di Luciano, ora ingrandito e buttava l'uno dopo l'altro i batuffoli arrossati in un secchio. Non rispose, ma le sue labbra si muovevano leggermente come se parlasse fra sé. S'era fatto tardi, frattanto. Dalle finestre entrava un riverbero pacato rossastro, con un gran cinguettare di uccelli. S'udiva anche, maledettamente stonato e irritante, appressarsi il rombo prepotente d'un motore aereo, appressarsi e crescere e urlare si da fare ammutolire gli uccelli e spegnere quasi il chiarore del ciclo ed entrare quasi nella corsia turbinando sui letti, intridendosi nella gran piaga che Schwester Liska molceva con le sue dita. Poi passò oltre d'un tratto, soffocandosi di là dalla villa, come il rantolo d'un'entità atmosferica e crepuscolare. Schwester Liska compose le braccia di Luciano sul petto infranto, con gli indici gli abbassò le palpebre rimaste socchiuse, gli batté con una mano soliti tre o quattro buffetti su una guancia, gli sussurrò: «Gut!» e poi gli tirò le coperte ben alte, fino sul viso. *** Mentre Bruno, con un gomito appoggiato, al guanciale, guardava nella penombra del crepuscolo il lettuccio in cui passava la sua ultima sera sul mondo il suo piccolo amico d'un giorno, Rollinat raccontava: — Il banchiere Heller fu arrestato nell'estate del 1916, sotto imputazione di spionaggio. La sua origine alsaziana, i suoi molti milioni aumentati di giorno in giorno, avevano già fin da prima della guerra destato qualche sospetto. Ma aveva accanto a sé la vedova di un ministro francese, divenuta ormai sua moglie, ed essa bastava a sventare ogni pericolo attorno a lui. Sennonché alla fine, non si sa bene per quale ragione, essa non si preoccupò più di difenderlo, lo lasciò arrestare. Fu uno scandalo terribile. Pare che a un certo momento tutti gli amici politici della signora Edmea non siano stati più in grado di stornare la bufera neanche dal capo di lei. Ma in fretta e furia le fecero realizzare non so quanti milioni e l'aiutarono a fuggire. Essa riparò all'estero in un paese neutro, chi dice in America, chi in Isvezia, e chi in Ispagna. C'erano pure delle donne potentissime, innamorate di lei anche fisicamente, mi capite? Principesse, ladies, arciduchesse... — Heller si era servito di tutte queste donne che facevano capo a una tedesca, gran dama, per accentrare i segreti di stato dei paesi dell'Intesa e rivelarli allo Stato Maggiore germanico. Lei, la Griffith, non è provato che agisse direttamente; ma attorno a sé lasciava muovere le fila di questo gigantesco complotto, che aveva per suoi mezzi la mondanità, il lusso, il vizio, e per vernice l'alta intellettualità, l'arte, cui inconsapevolmente si prestavano uomini di raro valore, personalità elettissime. Heller fu processato dopo pochi mesi e fucilato, i suoi beni confiscati. Edmea Griffith, fuggita in un'ora e mezza grazie allo yacht di una gran dama inglese che la imbarcò all'Havre, non ebbe tempo di pensare a suo figlio, collegiale a Saint Cyr. Il ragazzo, rimasto solo e ostaggio del Governo francese, fu fatto arruolare anzitempo, che non aveva compito i diciotto anni. Ed ora, eccolo qui... mentre sua madre brilla forse ancora della sua drammatica luce in chissà quale sfera ed ignora che suo figlio è morto ed avrà una sepoltura da povero, in terra nemica, o da reietto. Durante la notte infatti i due stessi uomini che l'avevano condotto nella barella bianca, in un'altra barella — nera — lo portarono via. Addio ancora, Luciano; e questa volta per sempre.
Altra lettera di Alba che non giunse: «Adorato mio, che avviene? dove sei? Dopo la notizia del grande attacco sferrato dai tedescacci contro il settore italiano, ti ho scritto tre volte, senza avere risposta. Mando ora questa, in parecchie copie, a tutti i campi di prigionieri in Germania, sperando che ti raggiunga. «Il tuo comando da me fatto interrogare per mezzo del sottosegretario S. ha risposto che tu non risulti tra i sopravvissuti, ma che non sei neppure tra i morti, che ti si crede disperso. Oh, lo so bene che Mau mio non può essere morto: da quando l'ho guardato l'ultima volta negli occhi, all'atto della sua partenza, ho avuto la certezza che egli dovrà ritornare a me. So che se egli morisse io lo sentirei e andrei subito a raggiungerlo anche lì, dove sia, nello spazio fra terra e cielo. Pazienza, lascerei il piccolo Cesare che qui troverebbe sempre tanti altri ad amarlo; ma abbandonare il suo papà no, non saprei, non potrei e non vorrei. So che tutti gli spiriti, primo quello col quale io corrispondevo avanti di corrispondere con Mau mio, tutti mi avvertirebbero: babbo mio, mamma Vittoria, nonna Brigida che da un mese se ne è andata anche lei, Cavour, sì, Cavour che ha resistito sempre bene, sempre illeso, fino al 16 giugno, quando ha lasciato i suoi venti anni sul Piave. «Come siamo soli, Mau mio, adesso: io e Cesare. Stiamo sempre su, da noi, con la zia Anna che non ci ode e non ci capisce affatto, ma ci ripete sempre: «Tutto andrà bene alla fine! la fine è sempre giusta!» Che la fine sia il tuo ritorno, preceduto da questa mia lettera che ti raggiunga, per dirti tante cose belle di noi due, di noi tre che t'amiamo, insieme con tante cose cattive degli altri, di quelli andati via per sempre, di quelli che non rispondono alle mie lettere, e della mamma... «La mamma ora (se non hai avuto la mia lettera di due mesi fa, te lo ripeto: ha già sposato quel suo Guttierez) s'è messo in testa di partire, di andare in America. Dice che tu non tornerai più, che qui non abbiamo fortuna e che bisogna vendere la fabbrica, come vuole suo marito (debbo dire suo marito, e pensare che c'era il mio babbo!) per andare incontro alla sorte, sotto altro cielo!… «Io non mi dispero, no; ma se piango un poco è solo perché tu non arrivi ancora a rimediare a tutte queste cose... » *** Mentre tutti dormivano, Rollinat chiese a mezza voce: — Avete deciso? — Che cosa? — domandò Bruno, trasalendo. — Quel che vi ha suggerito la finestra del corridoio. Nel buio della corsia non si scorgevano che forme bianche, vaporose e senza contorni; ma a Bruno parve vedere il sorriso del suo compagno. Stette muto. Fu Rollinat a parlare ancora: — Se io avessi le mie gambe, l'avrei già tentato, anche a costo di rischiare nove volte su dieci la vita. Ascoltate, amico mio, dalle parole che pronunziaste lungo il vostro delirio, io ho capito qualche cosa di voi. Intendo molte parole italiane: ho letto Dante... sono un po' poeta anch'io... Era così pieno di drammatica poesia il turbamento della vostra anima, che mi diventaste subito caro come un fratello. Bruno si sentì gli occhi invasi da lacrime involontarie e non poté rispondere; ma Pierre si accorse della sua commozione. — Ascoltate, — proseguì — nessuno di quanti ci troviamo in questo luogo è ritenuto uomo valido; non avete sentito che vi manderanno altrove, non appena vi considereranno in grado di muovervi? Siamo quindi poco sorvegliati. — Io posso già muovermi — bisbigliò Bruno. — L'ho capito. Ascoltate. Qui, a un dito, io conservo un anello che vi darò. Aprendo il coperchietto del castone, vi troverete una piccolissima bussola, della quale io speravo servirmi in una ricognizione che venni a fare oltre il fronte quando fui preso. Potrà esservi utile per orientarvi verso il sud. Sempre verso il sud, a cinquanta o cinquantacinque chilometri, incontrerete la frontiera svizzera... La libertà, la salvezza, Alba, la sua casa! Bruno visse le ventiquattr'ore seguenti di quest'ansia. Sarebbe fuggito ugualmente senza la bussola; ma le parole del piccolo francese erano il più augurale dei viatici. Aspettò, la notte seguente, che tutti dormissero, anche la suora di turno. Si alzò, quatto, prese dalla sedia accanto al letto dell'ufficiale tedesco i calzoni da militare, le scarpe, si buttò sulle spalle la gabbanella, mentre Pierre Rollinat, soffocando la sua tosse, vegliava dal suo giaciglio. Gli venne accanto, si piegò su lui e lo baciò sul petto e sugli occhi. Quegli occhi piangevano e la bella bocca mormorava: — Adieu! Saluez ma mère. Emportez dans l'air libre le dérnier souffle de ma vie! Raggiunse strisciando la finestra del corridoio, si assicurò che la sentinella non passeggiava nel giardino, legò una cocca della gabbanella alla barra della ringhiera, vi si attaccò, si sporse, si lasciò cadere, senza far rumore con i piedi scalzi, sul viale sottostante. *** Libertà! libertà! fu, appena scavalcato il cancelletto che limitava il giardino, una gran corsa da puledro pei campi, lasciandosi sempre più dietro le spalle la città distinguibile pei due campanili altissimi, tesi al cielo come due dita, saltando fossi e cespugli, pestando le magre piantagioni di biada, per evitare la via maestra certo frequentata e pericolosa, ma curando sempre seguirla parallelamente per non smarrirsi. Uno spicchio di luna calante, la Grande Orsa, bastavano all'orientamento; il confine svizzero a sud, e il sud era proprio quello dove si buttava la strada biancheggiante, a una cinquantina di passi alla sua destra. Accertarsi se i casolari sparsi, presso i quali gli avveniva di passare, fossero completamente addormentati, se le aie fossero deserte, se nessun cane lo denunziasse. Ma — e sulle prime non ne notò la singolarità — tutta quella contrada era come disabitata, priva d'uomini e di animali. A eccezione di qualche automobile e di qualche carro transitante per la strada a lunghi intervalli, nessun segno di vita attorno a lui. Qua e là, fra l'erbe alte, stridii di grilli e, dagli alberi, accorati richiami d'usignoli. Le fronde pendevano inerti nell'aria priva d'aliti e perfino le stelle erano senza raggi e senza palpiti. Dopo un'ora di corsa era già rattrappito dai crampi, madido di sudore e senza fiato. Gli fu forza fermarsi, buttarsi per terra e rinfrescarsi con la rugiada. Si massaggiò i muscoli delle gambe disabituate al moto e dopo un riposo necessariamente lungo riprese il cammino, a passo di strada. Calcolava di avere percorso almeno sette chilometri lungo il margine dei contrafforti meridionali della Selva Nera; ma era deciso a superarne altri diciotto prima di giorno. Bisognava dividere in due tappe tutta la distanza dall'ospedale alla frontiera — cinquanta chilometri circa, aveva detto Rollinat — camminando esclusivamente di notte per evitare qualsiasi incontro che potesse tradirlo. Fra poche ore il telegrafo e il telefono avrebbero denunziato la sua fuga, e soldati, guardiani, automobili si sarebbero lanciati sulle sue peste. Il suo passo diventava automatico; le gambe lo portavano mentre pensava ad altro. Un gufo lo precedé di albero in albero con la sua voce di malaugurio; ranocchi gracidarono da un acquitrino in cui tuffò i piedi. A un tratto ebbe una sensazione acutissima del momento insolito e strano che stava vivendo. Chi era, fra tanto silenzio e tanta immensità, l'individuo stracco e fuggente in lui? Cos'era questo Bruno Soveria, che pure possedeva una casa ed era passato per tanti e diversi avvenimenti, e aveva più di una volta attratto o tentato di attrarre su di se l'attenzione del mondo, costretto ora a ramingare Come una mala bestia inseguita? «Perché tu devi chiamarti Bruno?» gli aveva chiesto Alba una volta. E se non si fosse chiamato così, si sarebbe egli trovato lì, invece che altrove? sarebbe anzi esistito? A poco a poco si accorse che sul suolo, precedendolo diagonalmente, si andava formando un'ombra lunga e buffa, che scivolando sull'erbe, spezzandosi sugli alberi e sulle siepi, rifaceva in modo ridicolo i moti del suo passo e della sua stanchezza. Il globo rosso-granata del sole faceva capolino tra fumacchi paonazzi di nuvole, ma stento e quasi nullo, in fondo al paesaggio attonito. Sentì giungere per la strada, alle sue spalle, un rombo affaticato di motore. Temette di essere scorto e immediatamente si arrampicò su una quercia grandiosa, per nascondersi meglio tra le sue fronde. Si accovacciò su un ramo alto ed esplorò la strada, al riparo del fogliame folto. Vide passare il veicolo, che era infatti un autocarro carico di soldati. Davan la caccia a lui? Chissà! Scorse, anche, più lontano, figure d'uomini a piedi, che s 'appressavano e altre credé vederne, pei viottoli fra i campi. Quando si volse per ridiscendere, notò dall'alto l'orifizio di una grande cavità nel tronco della quercia e subito pensò che nessun nascondiglio avrebbe potuto trovare più adatto ad accoglierlo. Vi si lasciò scivolare, mettendo in fuga due piccoli rettili che vi stavano annidati e che in altro momento lo avrebbero fatto gridare di ribrezzo, e attese. Attese ore e ore. Il sole montava, la temperatura diventava soffocante, la sua positura un supplizio. Attorno e sopra di lui le piante emettevano col caldo lievi crepitii. Grossi insetti passavano ronzando e cicale frinivano da ogni angolo, a gara, rispondendosi, unendosi in coro che in certi momenti pareva la vibrazione dell'aria nella gran luce. Sentì più di una volta passi d'uomini appressarsi, girare, allontanarsi fra gli alberi e sopportò immobile la tortura che gl'infliggeva quella specie di scabra bara perpendicolare. La fame gli attanagliò il ventre e la sete gli seccò la gola. Gli parve d'avere la faccia coperta di viscide ragnatele invisibili. Si sforzava a richiamare immagini care, la mamma morta, Alba, Nino, Peppino, Luciano, Rollinat, ma un senso invincibile d'irrequietudine e di molestia le cancellava presto. E intanto, altrove, c'erano altri che non si chiamavano Bruno Soveria, che potevano muoversi, comandare, mangiare, bere! C'erano il Brasile e la Cina immensa, il Perù e l'India, Sumatra e perfino l'isoletta di San Salvador, ove tutti gli abitanti andavano, venivano, godevano la vita bella. Anche per l'ultimo dei cinesi, anche per uno straccione indiano in quel momento la vita era più bella e più facile che non per lui, che pure aveva per lo meno altrettanto cervello del generalissimo Foch, altrettanto carattere di Sonnino e altrettanto amore a vivere di Lloyd George. Le sofferenze divenute insostenibili, egli si trasse fuori, deciso a tutto, anche ad andare incontro a chi lo perseguitasse, pur di refrigerarsi un'ora, di non impazzire. Camminò a caso fra i boschi deserti, finché non l'attrasse un murmure d'acque scorrenti che lo guidò fino a un ruscello ove si dissetò, buttato bocconi, avidamente. Lì, alfine, dopo tre mesi e mezzo, rivide il suo volto, supino contro il cielo e le fronde, barbuto, irriconoscibile, tutto zigomi e fronte, da mongolo, con una larga cicatrice sulla tempia destra. «Son io quello? Son io! Io! che cosa vuoi dire io? Un corpo o un'anima? Nino non può più dirlo, non poté più dirlo da un momento all'altro. Non esiste più il corpo e non esiste forse più l'anima. Peppino non poté più dirlo, benché vivo, quando lo trovai nella trincea, eroe e scemo: il corpo c'è, ma dell'anima che se n'è fatto? Io stesso non avrei potuto dirlo, pel contrattempo d'un secondo o per la deviazione di un millimetro, dopo la caduta sulla duna, dopo i duelli, dopo il bombardamento, dopo il volo su Colmar e Freiburg... forse non potrò più dirlo fra un'ora! E intanto questi alberi mi fanno ombra, quest'acqua mi disseta, e quel cielo somiglia agli occhi di Alba!» Si rivolse a guardare meglio il cielo, che gli dava più di tutto un senso infinito di esistere, un anelito di libertà, una passione di colmarsene. Quell'abbacinio turchino fu una carezza sul tumulto della sua coscienza e sui suoi occhi. *** Si accorse di avere dormito quando già l'aria cominciava tra gli alberi a diventare come una sottile fumea. Scorse, ritte accanto a sé, due giovani donne che lo consideravano, tra angustiato e benevole. Erano vestite dimessamente, calzate di zoccoli di legno e a capo nudo; l'una, adolescente e bellissima, aveva grandi occhi celesti e due grosse trecce bionde pendenti lungo il petto fino quasi ai ginocchi. Che meraviglia! Se non fosse stato pel nasino un po' incavato, sarebbe parsa la gemella di Alba. Egli dapprima sorrise alla leggiadra visione; poi riprese coscienza del proprio stato e balzò a sedere sospettoso e pronto a scappare. Ma la maggiore delle due ragazze gli rivolse la parola, con premura. La sua voce tremava un poco, ma suonava fraterna. Egli, colto qualche frammento di frase, capì che gli domandava se fosse ammalato, se andasse in licenza in famiglia o se provenisse dal fronte. Rapidamente si rese conto dell'equivoco, provocato dai calzoni che indossava; ma temette di tradirsi a rispondere, sia pure con le rare parole di tedesco che aveva imparato. Fece alcuni gesti e le due donne, con un: «So!» di dolorosa sorpresa, dimostrarono d'aver capito che egli fosse muto. Ma non sordo. Gli parlarono ed egli comprese. — Ci segua a casa; oh, si rassicuri, non è distante. Lì, tra quei ciliegi, dove il ruscello fa gomito: un piccolo mulino lontano dalla strada. C'è la nostra mamma. Ci chiamiamo: io Ilse e la mia sorellina Gretchen. Viviamo sole, in tre donne, dal 1914: il babbo e due fratelli sono militari, un altro, il maggiore, morì ai primi scontri, sotto Liegi. Da un anno il mulino è fermo, senza più nulla da macinare; requisiti il cavallo e la mucca... Noi c'ingegniamo nei lavori agricoli… Eh, sì, vangare, seminare ortaggi e legumi. Ma ormai s'è dovuto dar fondo anche alle sementi, per cibarcene… Parlava un po' Lise, un po' Gretchen; ma Gretchen soprattutto lo guardava con un scuso di pena e, quando anche lui la fissava, gli sorrideva. Pareva, con quel sorriso, dargli tutto ciò che poteva di sé per renderlo più forte, per vederlo camminare più spedito e sicuro. Apparteneva, Gretchen, a quelle creature che sono belle per beneficare, per dare un senso puro e amplissimo della vita, che sono e rimangono pure anche quando si concedono tutte, come la luce e l'acqua delle sorgenti, come la musica, come l'arte, come il mare e come il ciclo notturno. Così era Alba: fu in quel momento che Bruno comprese Alba, comprendendo Gretchen. Eppure Gretchen diceva cose tanto semplici: — Lei vorrà lavarsi.., dovrà radersi la barba... Certo anche lei ci ha chi l'aspetta a casa: una mamma o una fidanzata... Giunsero, così discorrendo, alla casetta cinta di frutici e di ellere. La mamma, afflitta ed emaciata, pareva decrepita. Accolse il forestiero sorpresa e ascoltò dalla figlia maggiore il racconto dell'incontro. Si asciugò due lagrime, e lo invitò a sedere al desco rustico e desolato. Poche masserizie e utensili, ma forbite, e nell'aria il sentore delle foglie secche di granoturco dei pagliericci che ricordava un po' il pane. Sul focolare bolliva sorda sorda una marmitta, che dalle esalazioni non prometteva nulla di buono. Infatti, poco dopo, Bruno si vide presentare una scodella colma d'un'abominevole zuppa di ortiche e di radici, condite soltanto d'un parsimonioso pizzico di sale. Gli spiegarono che già da due mesi era quello il nutrimento quasi unico delle donne del mulino e di molta altra gente dei luoghi. Ma per l'ospite, che ingollava quel cataplasma con avidità superiore al disgusto, furono serviti anche due pugni di ciliegie, le ultime del giardino. Le ragazze gli domandarono di scrivere il suo nome; egli non osò mentire né palesarsi e scrisse soltanto: «Bruno». Gretchen, lo lesse e lo ripeté ridendo. Quando egli si alzò, deciso ad andarsene, spiegando coi gesti che doveva far presto, la piccola bionda volle dargli un fiore, un rosso bocciolo di rosa canina. Egli lo serbò nel petto, sotto la camicia. — Guten abend! Guten abend! — ripeterono a lungo le due voci dietro di lui, lontanando, spegnendosi nel buio. Egli si ritrovò solo, ma più forte e deciso a vivere. *** Camminò meglio della notte precedente, a passo più elastico, meno affaticante. Dopo un'ora avvistò una piccola città, che ricordò dovere essere Zell. Deviò, l'oltrepassò alla larga sempre mantenendosi nel lembo della foresta. Poiché il pensare lo molestava, cercò distrarsi fissandosi tutto nella sua occupazione fisica. Contò i passi per calcolare quanto cammino, approssimativamente, facesse. Uno, due, tre... Ma anche quella notte un gufo, forse lo stesso, precedendolo d'albero in albero, gli faceva sinistramente da scorta e da orologio. Meccanicamente, a mezza voce, continuava a contare, eppure il suo cervello era dietro Katscha, Nino Guevarra, Peppino Foresi, Luciano Reclus, Rollinat, Gretchen e Alba. Tutti quei fantasmi camminavano di pari passo con lui, insieme, in massa, i corpi confusi, i piedi sorvolanti sulla terra, ma i visi ben distinti, color luce lunare. Si fondevano, entravano l'uno nell'altro, come le ombre lievi degli alberi, tornavano a sdoppiarsi, allucinati e tristi. Nell'aria gravava un malessere indefinibile, che neppure la speranza di finirla presto riusciva a dissipare. Guardando ogni tanto il cielo vedeva di volta in volta le grandi greggi astrali spostarsi, le Orse rotare attorno al perno della stella Polare, da nord-est salire Capella. Una nota lontana, dapprima lieve e fluida nel silenzio, a poco a poco divenne canto, dilagò sotto i cieli. Era la liquida voce del Reno, il fiume della musica divina, da cui pareva salissero le sinfonie di Lohengrin e di Sigfrido. Quante immagini belle s'innalzarono allora in quel suono miracoloso, ricordo di bei giorni che dovevano tornare, desiderio di un pianto ricreante! il fiume annunziava anche la libertà prossima, la salvezza sull'altra sponda, la terra di Bruno cento volte riavvicinata, la visione di un piccolo fluire, piccolo, una striscia d'acqua, l'Oreto, il suo fiume presso la sua casa. Si sentì, per la seconda volta in sua vita, vicino a Dio, e lo implorò perché l'aiutasse. Camminava già sul pendio che scendeva al fiume, tutto a ciuffi e a macchie; lo scroscio delle acque gli invase le orecchie e lo inebriò, lo spinse a correre. Ma improvvisamente, mentre girava attorno .a un grosso cespuglio, vide un'ombra altissima, che imbracciava un fucile, profilarsi sul ciglio della riva, a un metro da lui, mentre una voce, che gli parve fioca e lontanissima: — Steht! — gl'ingiunse. Quell'ombra — un soldato tedesco, un perticone dinoccolato, senza volto perché contro lo scintillio delle acque — aveva l'aspetto indubbio del nemico, l'assoluto, quello che vieta tutto, il passo e la vita. Non poteva indietreggiare, perché aveva alle spalle la riva ripida, ma ecco che faceva per spianare l'arma. Bruno gli fu addosso d'un balzo, ghermì largo con le due mani il fucile e, con una stratta improvvisa, disarmò l'uomo senza faccia. Per un momento stettero di fronte, così, un po' curvi, a gambe larghe, facendo qualche mossetta buffa, qualche piccolo balzo di fianco, quasi scherzoso, l'uno a destra l'altro a sinistra. Per uno che li guardasse avevano l'aria di fare per gioco. Anelavano, però, e il cuore di ciascuno di loro, dilatato fino a invadere tutto il petto, batteva forte così da superare il rombo della corrente. Tacevano, perché capivano che un grido sarebbe stato pericoloso per chiunque dei due lo avesse tratto. A uno scarto che fece il soldato, per un attimo il suo viso biancheggiò al balenio tremulo delle acque: un viso imberbe di fanciullo sofferente, contratto dal terrore. Quel viso, che gli ricordò Luciano Réclus agonizzante, fece esitare un momento Bruno; e il suo avversario ne approfittò. Diede un grido e si slanciò per correre lungo la riva; ma Bruno lo colse a tempo alla schiena con un rovescione del calcio del fucile. Il tedesco cadde in ginocchio gemendo e brancolando e gli si aggrappò alle gambe. Rotolarono insieme sulle erbe, Bruno sopra, colpendolo ciecamente coi pugni, furioso a udirne le grida che invocavano in soccorso compagni forse vicini. Per obbligarlo a tacere, gli piantò una mano sulla bocca, seguitando con l'altra a martellargli il petto e le tempie, ma con una pietra, ora, che aveva per caso incentrato con le dita fra il greto. Udiva i tonfi dei colpi attraverso il canto del fiume, e il trepestio dei piedi del nemico e s'inferociva sempre più che questi non s acquietasse. Tutta l'energia più disperata della sua esistenza si accanì lì, su quel piccolo spazio di terra, nella sterminata indifferenza del mondo. Il soldato non si mosse più. Bruno si rialzò piano, guardandolo, sforzandosi a vederlo nel crepuscolo astrale, il sangue in tumulto, le mani pronte a ghermire un'altra volta, a dilaniare. Ma il nemico giaceva supino e inerte, gli occhi sbarrati, dalle iridi rovesciate sotto le palpebre, la bocca socchiusa, dalla lingua cascante e tumefatta. Bruno si mosse, per scivolare giù per l'argine. Era ansimante e sudato. Volle asciugarsi la faccia con le mani e si trovò una macchia di sangue su un dito. Si sfilò i calzoni e li buttò da parte. Ma un'attrazione invincibile lo richiamò accanto al giacente. Si curvò di nuovo su quel viso riverso e, nel moto, dallo sparato della camicia gli venne fuori la rosellina datagli poche ore prima dalla piccola Gretchen. Essa cadde sul petto del morto. Sì, perché il soldato, l'uomo ignoto che aveva tentato fermarlo o ucciderlo, era morto. Morto? Bruno lo aveva ucciso: Bruno Soveria. Perché in un minuto, ciò si era compito? E quel morto era un fanciullo, come era stato Bruno anni prima. Forse quel fanciullo, in altri momenti, in altri luoghi, lo avrebbe amato. Forse era il fratello di lise e di Gretchen... Ne sentì, anzi, la certezza angosciosa; tanto che provò a toccarlo, a scuoterlo perché rinvenisse. Il contatto con quel corpo che aveva violentato gli diede una sensazione paurosa, di lontananza e di mistero. Mistero che non si sarebbe svelato mai, fatto di passato e d'avvenire tutti ombra e d'un presente ornai noto a lui solo, a Bruno, e ai mille occhi delle stelle, che guardavano palpebrando. Lo vegliò un momento, desiderando e temendo che quella immobilità cessasse. Ma poi ne fu inquieto; ebbe paura di dovere ricominciare un'altra lotta. Chiunque si fosse, era meglio che fosse morto lui, il nemico. Perché al suo posto avrebbe potuto trovarsi Bruno, se quegli fosse stato il più forte o il più feroce. Piuttosto che morto, omicida. Omicida! omicida! egli era diventato questo di nuovo, di diverso; ma non sentiva niente in sé di mutato. Tutto era lì, in quel corpo che pareva dormisse, che egli poteva lasciare dietro di sé per sempre, pensando che dormisse e che ormai era meno del vento che curvava le erbe, meno della voce del fiume, meno della terra fredda. No! Ecco, che cosa c'era di nuovo e di diverso dentro di Brano: il significato enorme di quelle parole «per sempre». «Talvolta, di fronte alle cose eterne, un uomo vale più di una nazione!» Queste parole, alle quali anni prima aveva risposto scrollando le spalle, tornarono ora a lui gravi, pulsando nel suo sangue. Ma udì voci lontane e si rese conto di quel che stava forse per avvenire. L'istinto lo spinse, gli fece giustificare tutto, lo istigò di nuovo a temere e odiare tutti, gli gridò che c'era pure la sua vita, accresciuta ora di valore, anche per quel morto. Scivolò giù per l'argine, si tuffò nelle acque fredde e cominciò a nuotare verso la riva opposta. A duecento metri dietro di lui sprizzò una fiamma rossa. Uno gnaulio e una detonazione passarono sul suo capo. S'immerse completamente e nuotò a grandi bracciate fra due acque. Quando emerse era già in mezzo alla corrente placida e la superava sicuro. Nell'atto di toccare la riva svizzera, ricordò di avere lasciato sul petto del morto la rosa di Gretchen.
Lettera di Bruno dal campo svizzero d'internamento: «Alba, sono qui, vivo, come ti avevo promesso, come ti avevo giurato. Non posso ancora venire a te, perché — riuscito a passare in Svizzera — sono stato naturalmente considerato come belligerante in paese neutro e, come tale, internato e sorvegliato. Qui dovrò restare sino alla fine della guerra; ma per ora mi preme darti il primo annunzio, dopo quasi quattro mesi di silenzio che ti avrà fatto pensare chissà che cosa. Rispondimi subito a quest'indirizzo: Lieutenant Bruno Soveria, interné de guerre italien. Bureau de Berne. Suisse. — Scrivimi a lungo di te. Baci a te e al piccino. Salutami la zia e, se lo meritano, i tuoi». Attergato dell'ufficio. di censura, della frontiera italiana, otto giorni dopo: «All'Autorità Superiore perché voglia valutare la posizione dell'ufficiale in oggetto e stabilire se sia il caso di opportune indagini prima di consegnare». Attergato dell'Ufficio Superiore, un mese dopo: «All'ufficio competente del Ministero della Guerra, perché voglia accertare se l'ufficiale in oggetto, evidentemente disertore, non debba essere deferito al tribunale di Guerra, per gli opportuni provvedimenti». Attergato del Ministero della Guerra, due mesi dopo: «All'ufficio competente del Comando Supremo, perché, accertato il corpo cui l'ufficiale infrascritto apparteneva, provveda per la regolare denuncia per diserzione». Attergato del comando Supremo, Ottobre 1918: «Al Comando del Corpo Italiano operante in Francia cui si trovò aggregato il tenente Soveria cav. Bruno, perché giudichi se trattasi della stessa persona e fornisca informazioni in merito». *** Lettera di Alba, inviata per mezzo della Santa Sede e da questa raccomandata al Ministero degli Esteri germanico, perché se ne curi il recapito facendo ricerche presso tutti i campi di prigionieri italiani e gli ospedali ove trovansi degenti ufficiali italiani: «Bruno mio, bene e disperazione mia, che questo mio grido ti raggiunga ove tu sei, vivo, certamente vivo. Sappi che mi portano via, la mamma e suo marito, portano via me e questo innocente! Hanno venduto tutto, hanno realizzato non so quanto, egli ha pagato alcuni debiti impellenti, suoi, non della ditta come vorrebbe dare a intendere, per andare in America dove ha non so che parenti che lo hanno richiamato, per impiantare un'industria agricola coi denari che egli ha promesso di portare, i nostri denari, miei e dei miei fratelli e delle mie sorelle. Ma la mamma è riuscita a provare che tutto è suo e che può disporre di sua volontà d'ogni cosa, perché il povero babbo, non so, nei contratti l'aveva nominata sua socia e comproprietaria. Capisci? Ti scrivo così alla meglio, perché tu sappia che cosa fare per ritrovarmi. Sì, per ritrovarmi, perché mi portano con loro, ti dico; non so perché si accaniscano tanto, Guttierez specialmente, a volermi con loro. La mamma ha fatto valere la mia minorità contro tua zia Anna che, informata e supplicata da me, voleva protestare, aveva mandato anche il suo legale. «Ora sono guardata a vista. Mi portano via! Consegno di nascosto la presente alla zia Anna che penserà a fartela pervenire. Pare che partiremo per Barcellona di Spagna, fra pochi giorni: i passaporti si son potuti avere soltanto per là, finora. Per quanto sta in me, credi pure che mi difenderò e difenderò Cesare: il pensiero dei nostri morti e di te mi fa così forte che sento di poter resistere a quest'altra prova. Non svengo più, come prima; comincio anche a non piangere più. Ti scriverò ancora e sempre, quando potrò e da dovunque potrò. Cèrcami! Non lasciarci soli! E tu... «Bruno mio, ti bacio. Vado più lontano, Bruno! chissà fino a quando! Ma perché, perché, se tu sei tutto per me e se io sono tutto per te? Chi si mette fra noi? E questa gente perché ci si mette? Mi fa rabbia, anche, perché vedo che tutto ciò e tutti costoro vorrebbero schiacciare anche te, oltre la mia piccola persona: non Guttierez e mia madre soltanto, né i carabinieri soltanto che vennero .a prenderti, ma anche chi ha fatto le leggi e la guerra, D'Annunzio, Orlando, l'Imperatore Guglielmo, il re d'Inghilterra, tutti io detesto perché vorrebbero impiccolirti e soffocarti, te così grande, Bruno mio! La loro grandezza è fatta dello stare su tante cose che non sono loro carne e loro spirito; è fatta perché montano su cavalli, su uomini, su cannoni, su carta scritta o stampata, perché posseggono denaro, aeroplani, macchine, potenza. La tua grandezza è fatta tutta di te tesso. Ed essi non vogliono! E io sono tua, e non basterà Barcellona, non basterà l'America, non basterà neppure la morte se tu già fossi morto o se io dovessi morire, a non farmi più tua! Mi firmo col mio nome, come tu lo pronunciavi, tre volte, quando mi chiamavi per farmi capire quel che sentivi di me; e vi metto dentro la tua voce: Alba! Alba! Alba! ». *** Questa lettera, dopo avere girato per la Germania, capitò anche nell'ospedaletto del Bresgau, ove era passato un ferito grave italiano che s'era fatto conoscere soltanto come «Bruno». Le autorità locali non poterono stabilire se questo fosse il nome di battesimo o il cognome di famiglia. A ogni modo, il nominato Bruno, fosse o non fosse il ricercato, era fuggito dall'ospedaletto appropriandosi d'indumenti non suoi e non se ne era saputo più nulla. Con questa nota di accompagnamento, la lettera venne rimandata alla Santa Sede e da questa restituita alla mittente, signorina Anna Soveria, personalmente da S. E. il cardinale arcivescovo di Palermo. Bruno Soveria poté averla soltanto dopo il suo ritorno dalla Svizzera in Italia, sul finire del dicembre 1918, a pace in corso, dopo essersi fatto vivo con un telegramma alla zia da Milano, ove si era dovuto fermare, privo di mezzi e di vestiario. Dalla Svizzera aveva più volte scritto ad Alba, a casa. Ma Alba, naturalmente, non aveva risposto mai. Ora egli capì il perché. Ricevuta quella lettera, accompagnata da un'altra — esplicativa e sorpresa — della zia Anna lieta che egli non fosse morto come ormai quasi tutti asserivano, decise di partire immediatamente per l'America. La zia gli aveva mandato per primo conforto un vaglia telegrafico di cinquecento lire. Egli domandò altro denaro, manifestando la sua risoluzione di seguire le tracce di Alba. La zia gli rispose: che le tracce di Alba si perdevano a Nuova Orleans, col settembre 1918, data della sua ultima lettera clandestina alla stessa zia Anna, nella quale faceva intendere che presto sarebbero ripartiti tutti, per una destinazione che essa non sapeva ancora precisare. A Milano, il 22 gennaio, Bruno s'ammalò di spagnola, come i tre quarti dei milanesi e degli italiani e degli europei. Nella pensioncina modesta ove si trovava, in via Broletto, per alcuni giorni non restò in piedi nessuno: un'infermiera provvedeva a tutto, divenuta padrona di casa. Cinque persone su quattordici morirono. Gli ultimi due morti non poterono essere seppelliti in tempo perché i cimiteri rigurgitavano, i becchini e le carrozze da morto avevano troppo da fare. I cadaveri nei letti d'ammalati, senza ceri, senza fiori, senza nessuno che li piangesse, rimasero due giorni; uno, anzi, nella stessa camera ove Bruno giaceva, paralizzato dalla febbre a quaranta. Quel cadavere fu la sua compagnia, di giorno, dapprima, visibile, la notte al buio presente nelle allucinazioni che gli dava, il secondo giorno presentissimo per le smorfie che l'incipiente decom- posizione imprimeva sul suo viso. Bruno stesso dové alzarsi dal letto e andare nell'altra stanza a telefonare al Municipio, esigendo energicamente che lo si liberasse da quello spettacolo. E il morto — un giovane come lui, tornato dal servizio militare incolume topo tre anni di diligentissimo imboscamento e prossimo a sposare — fu portato via in una cassa rustica, che pareva cassa d'imballaggio, con un autocarro ove ce n'era un'altra dozzina, tutte trabalzanti al moto e ai sussulti del veicolo. Ma neanche quando poté lasciare il letto e mettersi per qualche ora dietro i vetri a riprendere i primi contatti con la vita che per la terza volta era stata lì lì per sfuggirgli, neanche allora gli spettacoli sinistri lo abbandonarono. Carri di morti ancora e sempre, e pianti e urli nelle vicinanze. Dappertutto vedeva facce che parevano quelle di Luciano Réclus nella sua ultima apparizione o dell'uomo che egli stesso aveva ucciso così ferocemente sulla riva del Reno. Nella convalescenza riprese quella che era stata la sua unica occupazione durante i mesi d'internamento in Isvizzera: il suo diario. *** Dal diario di Bruno Soveria: «Milano, 4 febbraio 1919. «Io avevo della solitudine il concetto che hanno quasi tutti gli uomini. Quando mi trovai nel Sahara, in compagnia soltanto di Ahmed, di Ayesha e di Sahib, credetti di trovarmi in piena solitudine. Ma m'ingannavo: Ahmed, Ayesha e Sahib erano già dei compagni, benché non scambiassi che rare parole con l'uomo e soltanto mute intelligenze con gli animali; oltre di loro c'era in me la presenza costante di più creature care, che mi amavano, che io amavo, che sapevo in luoghi definiti, che il mio pensiero poteva seguire dicendosi: la mamma e Alba mi attendono, laggiù è la mia casa animata dal soffio di due anime care — Nino e Peppino mi scriveranno da Roma —lì c'è il caffè Aragno ove Carlo Quilici col suo cappelluccio tondo imperversa. «Oggi la mia solitudine è assoluta. Dalla notte che passai il Reno, è cominciata in me l'esistenza di un altro individuo, cui rimane ben poco di comune con quello di un tempo; ben poco e troppo: un fardello, un carico, enorme e labile, di ricordi. «Appena finita la guerra e rientrato in Italia, ho avuto la sensazione più definitiva della mia solitudine, che avevo creduto fino allora dovere attribuire alla dimora straniera, in regime di privazione. Sono qui ora privo di stato civile, perché ancora mi si deve tornare a riconoscere per vivo; ma senza intenzione di rifare le esperienze romanzesche della Donna bianca di Wilkie Collins o filosofiche del Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello. «Sono solo, infine e soprattutto, perché non sento più nei ricordi e nei pensieri la prossimità di coloro che amai. La mamma è morta, Nino è morto e non so dove sia; Alba è viva, forse, ma crede ormai me morto e non so dove trovarla e non so immaginarla nella cornice di un luogo definito, quale la immaginavo fino a ieri nella nostra casa, quindi non esiste più che come i morti nella mia memoria; Carlo Quilici so che è diventato comunista ed è, perciò, un altro per me, Peppino Foresi, scemo e tisico, è ricoverato in un sanatorio militare. C'è zia Anna, è vero; ma io non ho mai avuto per lei nessuna speciale attrazione, ed ella stessa verso di me non e stata che una presenza intermittente. Mi ha mandato altre duemilacentotredici lire, dichiarandomi che sono in parte il frutto della mia casa che essa ha appigionata ad una famiglia dopo la partenza dei Collebrina e in parte un prestito che essa mi fa sul mio patrimonio immobiliare. «I principali compagni della mia attuale esistenza sono i miei morti: io trascorro parte delle mie giornate in conversazioni interiori con la mamma, con Nino Guevarra, talvolta anche con mio zio, spesso con mio padre che mai avevo amato e ricordato quanto ora e con l'ignoto che uccisi. I loro spiriti sono in me, vivi e vigili; ed ho la ferma e disperata convinzione che questa sia la loro unica sopravvivenza. «Con mio padre: «Non sono più tornato, come nei primi tempi condotto dalla mamma, alla tua tomba, perché ne ho paura. Io ti vedo sempre, da ventidue anni, dacché sei andato via, quale apparisti ai miei occhi infantili, crucciato perchè la maestra di terza elementare mi aveva punito per aver preso a pugni e graffiato un compagno. Che timore quando ti vedevo, così, acceso dallo sdegno! Il mio affetto per te era dominato da un senso increscioso di soggezione. Amavo, certo, più la mamma che te, la mamma tutta premure e tolleranza. Ma, col passare del tempo, la tua immagine di allora, fatta più marcata dal corruccio, i tuoi grossi baffi neri arricciati, i capelli di velluto, gli occhi fieri, i lineamenti fini e bellissimi (eri uno degli nomini più belli che io abbia mai incontrato) mi diventavano sempre più cari. Io sento ora di amarti, babbo, e ti domando perdono di non averti, da prima, amato abbastanza. Ma la tua tomba mi fa pensare che l'uomo fiero e bello, morto a quarantatre anni, non è più lì, sotto i miei piedi, che un avanzo deturpato e insensibile, avviato al disfacimento finale. Non so vederti che così, materia paurosa, o immagine scialba nel mio ricordo. Ma preferisco vederti immagine, vivo in me e con me, perché una continuazione di te sono le mie carni e le mie passioni, padre, come la continuazione mia e soltanto nel figlio da cui la mia strana vita mi ha voluto separare e che forse, in un destino peggiore del tuo, non conoscerò mai». Con Nino Guevarra: «Dove sei, Nino? Morire è annientamento: la tua morte me l'ha dimostrato, che t'ho visto in un attimo sparire, fatto polvere sanguinolenta. Ma io cerco ora la tua anima; e invoco il miracolo che me la riveli, ne ho il bisogno, voglio la certezza che oltre l'abitacolo della Terra la parte più nobile di te, intelligenza, spirito, fiammula, sopravviva. E questa certezza non ho, guardandomi intorno e sentendoti soltanto dentro di me: non l'ho neppure pensando a Peppino Foresi, vivo e mentecatto. Dov'è l'anima di Peppino Foresi? Vuoto? spaventevole illusione? Tutto si ridurrebbe alla parola con cui tu mi salutavi in fine d'ogni tua lettera? Godere, e basta, perché non c'è altro? Eppure, ci fu anche la tua bontà. Tu sapesti anche rinunziare all'unico bene, al godimento, per non dare dolore. A me. Ma non fu questo pure un godimento per la tua anima passeggera? La rinunzia, la solidarietà fra il tuo e il mio spirito, volerci bene tra noi, signifi- cano anche godere! Ma io, ormai, di che cosa godrò più? Non sento che la mia carne imperiosa, uscita a prove orrende, dopo una prolungata astinenza sessuale, che chiede piaceri». All'ucciso: «Io ti amo, sconosciuto fratello di cui sono stato il Caino. Pensare che, un secondo prima del tuo apparire, io mi rivolgevo a Dio, perché mi desse una prova di sé! Invece d'una prova di bene ne ho avuta una di male, una nuova, la millesima, nella mia vita. Pensare che questa mia vita, negli ultimi anni specialmente, è stata una continua fatica a correggere Dio! Quanto avvenne tra noi è la prova più immediata che il male governa, e che il bene è una ribellione disperata: poiché il male più grande è uccidere e morire, togliere il bene che per te come per me lì, sulla riva del fiume sotto le stelle dinanzi al miraggio della libertà, era la vita. Il tuo Lutero, il mio Cristo, Maometto di Ibrahim Ben Kassar, Budda di altri cinquecento milioni di uomini, si sono tutti levati contro il male, ognuno nella propria interpretazione di Dio, per dimostrare a me dopo averti ucciso e a te nell'attimo che sotto le mie mani feroci perdevi la vita, che Dio è soltanto quest'irrequieta aspirazione al bene andante in fondo a ciascuno di noi. Un Dio, una morale, una giustizia per ogni popolo, per ogni epoca, forse per ogni individuo, ma tutti con lo stesso fine. Quel saggio che io amo mi dimostrò che è difficile essere giusti. Infatti, io che mi provo ogni tanto a essere giusto, mi accorgo che i popoli, le nazioni, la storia, più che gl'individui, non sanno amministrare giustizia. Dov'è la giustizia tra l'Intesa e gl'Imperi Centrali? Dov'è la giustizia, quando noi chiamiamo traditore, uomo spregevole, sir Roger Casement che s'unì al nemico per staccare dalla Gran Bretagna la propria patria irlandese, mentre onoriamo ed esaltiamo i Cechi che si unirono a noi per staccare dalla monarchia la loro Boemia? Perché un nostro informatore secreto è un eroe, e un informatore secreto dei nemici è una vilissima spia? Perché gli uomini del nostro partito che sfidano coraggiosamente la morte sul patibolo sono vittime e stoici, mentre gli uomini del partito o della nazione avversa che hanno lo stesso contegno sono criminali e cinici? E tu perché eri l'aborrito nemico e io il cavaliere della giusta causa? Io ho dovuto uccidere te, che eri un fanciullo dall'aria buona, non accontentandomi di ridurti all'impotenza di nuocermi, mentre non ho fatto alcun male per esempio a Tommaso Casazza, che mi ha sottratto tanta parte dei beni che io stavo per raggiungere. Tra lui e me c'è la legge, anzi le leggi, il codice: guai a intervenire con le mie mani! Fra me e te, nemico, c'erano dei decreti, c'erano altre leggi che ci facevano obbligo a ucciderci. L'inconcepibile furia che spinge a odiarsi tra loro tutto ciò che si chiama Italia e Francia, Austria e Germania, uccise per mio mezzo questo ragazzo che voleva, o forse neppure voleva, uccidermi, come uccise Luciano Réclus e Nino Guevarra, così adatti a vivere e così inutili a morire! Ma forse ho torto: forse espio le leggerezze, le colpe che io commisi già senza accorgermene. Forse su me si manifesta la giustizia che io vorrei e che, fuori di me, non vedo». *** 20 Febbraio. «Speravo ottenere subito il passaporto, dopo avere unto le zampe di alcuni galoppini, specialmente per i documenti che debbono venire dalla mia città natale. Mi son sentito ieri rispondere che non potrò avere il passaporto, tanto meno poi per l'America, finché non sia risolta la mia situazione rispetto al tribunale militare per l'affare della diserzione. «Questa non me l'aspettavo. Sarei, dunque, anche un disertore? Pare di sì, finché non risponda il comando del corpo in Francia, che non funziona più esattamente perché è ritornato dalla zona d'operazioni e ci ha troppe pratiche da sbrigare. «Un compagno della pensione di via Broletto, già ammalato e moribondo come me, guarito ora con me, mi ha offerto di presentarmi e raccomandarmi a un amico, addetto fino a poche settimane fa allo Stato Maggiore della mia brigata: il capitano Sormani, che bazzica al Popolo d'Italia. Siamo andati subito in via Lovanio, alla redazione di questo giornale. L'amico non era ancora venuto, ma lo si aspettava da un momento all'altro. Lo abbiamo atteso; e frattanto notavamo un brusio, un va e vieni di giovani, un fervore esplosivo perfino tra gli uscieri. Da qualche stanza della redazione si udiva gridare e sacramentare: tutto dava la sensazione immediata della vitalità, di grandi cose in fermento. «A un tratto abbiamo visto spalancarsi la porta su cui stava scritto «Direzione» e apparire un uomo dalla faccia quadrata e potente illuminata da due occhi magnetici: mi ha ricordato in modo straordinario le immagini di Giovanni delle Bande Nere e dei nostro Giuseppe D'Alessi. « — Tutti qui! — gridò. — Voglio subito tutti qui! «E si ritrasse. Gli uscieri si precipitarono ad avvertire. Redattori, impiegati, operai, accorsero da tutte le parti. Io domandai al mio compagno chi fosse quell'uomo che esercita un così magico ascendente su quanti lo circondano. Egli mi ha risposto: « — Benito Mussolini. «Il direttore del Popolo d'Italia. Ricordo che nei mesi della neutralità abbiamo polemizzato, senza conoscerci personalmente. Egli è arrivato dove si era prefisso, e ora andrà oltre, ne sono sicuro. Sento che se anche lui avesse voluto nel 1915 quel che io avevo sognato, il mondo in questo momento sarebbe tutt'altro. La Francia e l'Inghilterra gli debbono molto della loro faticata vittoria. «Frattanto è arrivato Sormani, che si è mostrato assai gentile. Ma quando ha saputo che tutto il personale era convocato in direzione, ci ha pregati di attenderlo per andare a sentire anche lui. E' tornato dopo un quarto d'ora, all'uscita rumorosa di tutti. Era ilare e distratto. Ha voluto sapere che cosa io chiedessi e, dopo avermi ascoltato, ha esclamato: «— Ah, si: lei è Bruno Soveria, il tenente che era con noi. Si, so che si sta ricostruendo quel che è avvenuto in quella benedetta notte. Sono a sua disposizione. Ho capito che tanto lei, quanto Foresi vi siete trovati in una situazione equivoca, ma che ciascuno di voi deve aver fatto in qualche modo il proprio dovere. Anche il generale è favorevolmente disposto, dopo un nuovo esame delle circostanze che sulle prime apparvero poco chiare. Se non fosse morto Guevarra, si saprebbe perché Foresi non accompagnò più certi prigionieri e che ne fu di una certa donna. Le farò subito una lettera per un mio amico del Ministero, addetto alla pratica delle diserzioni; bisogna che lei vada a Roma e cerchi lì stesso di ottenere il nulla osta pel suo passaporto. «A' scritto la lettera e me l'à consegnata. Poi siamo usciti tutti e tre per andare a colazione insieme. Ci à confidato che Mussolini prepara la costituzione di un partito nazionale che combatterà a oltranza il dilagare del bolscevismo. «C'è ancora, in questi momenti, chi è una fede e una forza fattiva? Forse il torto è mio che mi son messo a guardare il mondo, ora, da un angolo troppo limitato. Aveva più ragione in me l'uomo di ieri che si slanciava a testa bassa nelle mischie per fare trionfare una sua idea, talvolta perfino un suo capriccio? «Andrò a Roma. Tutto si deve chiarire, intorno e dentro di me». *** «Roma - Marzo 1919 «Al Ministero della Guerra l'amico di Sormani mi à esortato ad avere pazienza; mi à assicurato che la pratica va avanti lentamente, ma che stia tranquillo perché, almeno per ora, non sarò né arrestato né processato... Non aveva, per consolarmi, neppure l'aria di scherzare. Preferirei che mi prendessero in giro, poiché questa faccenda seria à tutta l'aria d'un'atroce burla. E non per me soltanto, ma anche per Peppino Foresi. «O' perduto le staffe e mi son messo a gridare che, almeno per Peppino, ci vuole la medaglia d'oro! Che è stato lui a salvare il fronte, quella notte, lui solo, contro — si può ben dire — tutta l'offensiva tedesca: sarà pazzo o scemo, come essi vorrebbero sostenere adesso, ma la sua pazzia lo à piantato lì, fermo, ad arginare con una mitragliatrice le ondate nemiche. «L'ufficiale è rimasto impressionatissimo della mia violenza e mi à promesso di farmi parlare quanto prima coi Ministro o col Sottosegretario. «E io sono qui, e mi mordo le mani di non potere partire, mentre sento sempre, quando sono solo sopratutto, la voce di Alba che mi chiama attraverso l'oceano. Continuo a scrivere alla zia, chiedendole se à notizie. Ma no, Alba non scrive, non può, forse non la fanno scrivere, forse qualcuno intercetta le sue lettere. Odio questa macchina legale e burocratica che m'impedisce di usare della mia volontà per accorrere ove mi reclamano le due sole creature che ormai colmano la mia vita! «Che farò ora qui a Roma ove sono costretto a restare? Mi sono provato a scrivere ai principali consolati italiani dell'America del Nord, per chiedere se risulti loro il domicilio di Alba Collebrina, se ne abbiano avuto notizie. Aspetto che mi rispondano. «Mi trovo estraniato dalla mia patria, così diversa nei sentimenti e negli stessi aspetti. A Milano ò visto gente che parla di affari e che balla. A Bologna altra gente che prepara più che mai la rivoluzione e che balla. A Firenze altra che rifà ancora i Bianchi e i Neri, e che balla. A Roma altra che attende il nuovo ministero e che balla. L'occupazione più intelligente dell'umanità sorta dalla guerra è il ballo, la passione alle danze animalesche importate dall'America, divenuta — col suo modo meccanico d'intender la vita e con la sua intrusione negli affari europei — l'antesignana della nuova civiltà che si attendeva dalla funesta guerra e dalla pace funesta. Mi guardo attorno, perduta la sensazione di me stesso, e mi ritrovo in una umanità che pare uscita dall'impreveduta esperienza del dottor Ox, respirante i gas che danno la follia o l'abbrutimento. Molti, in verità, aspirano cocaina. Ma anche quelli che non portano volontariamente al naso la sinistra droga, i più di questa umanità ratée pare che ne respirino le esalazioni diffuse per l'aria, poiché quella specie di eretismo che essa dà si comunica alle idee e ai sentimenti generali. «Vado, spesso, a vedere i due sessi che ballano nei tabarins fioriti in tutti gli angoli di Roma. Ciò mi eccita, ridesta. nei miei sensi l'animalità che tre anni di vita di guerra e d'immediato dopoguerra ànno scatenato. «Forse finirò anch'io nella cocaina. *** Aprile 1919 «So che Tommaso Casazza è cresciuto d'importanza, grazie a sua moglie e alla propria abilità, O' sentito definirlo: «un ragazzo svelto». Oggi si chiamano svelti tutti quelli che sanno provvedere a se stessi, anche con quei mezzi che bastavano un tempo a dar la taccia di farabutti. Da ufficiale commissario se ne stette sempre lontano dall'odor della polvere e riuscì anzi a introdurre nei magazzini dell'esercito forniture presentate da suo suocero a prezzi dieci volte superiori al valore. Ferito per caso in un accidente d'automobile, nelle terze linee, si fregia del distintivo di mutilato di guerra, e presiede ora come tale non so quanti comitati e società. Protetto da Sonnino, carezza ora Nitti che sta per assumere il potere. L'ho incontrato un paio di volte con sua moglie. «Sua moglie! Myriam. E' un po' ingrassata. Sarà forse effetto della mia castità prolungata durante la guerra, e poi dopo, per la prigionia e l'internamento, per la malattia di Milano, ma essa turba sempre, sconvolge sempre i miei sensi. Essa se ne accorge e pare che ne goda. Lei e il marito sono spesso circondati da facce nuove. Dicono che sia stata fatale a parecchi amanti: non uno solo di quanti ànno avuto il favore delle sue grazie à potuto gioirne a lungo. Cominciò la serie da Peppino Foresi, infatti. Durante la guerra, mentre era dama della Croce Rossa, un colonnello e due tenenti pazzi per lei morirono, un capitano perdé le braccia e una gamba; un altro rimase cieco; un generale, pezzo grossissimo che la rese onnipotente e favorì la fortuna di Casazza e di Stefanovich, fu portato via dalla peste polmonare. Il suo debole sono sempre gli uomini eroici. Io, che pure non l'ò goduta, sono un ironico rifiuto della gloria e dell'eroismo. Ogni volta che la incontro, mi assale la frenesia di possederla e dopo frustarla. «A proposito di uomini eroici. L'altro ieri, al Faraglino, con Giulio Esperia e Gino Arguti, si chiacchierava a un tavolo, quando, di fronte a me, vedo un giovane capitano delle fiamme rosse alzare il capo e cominciare a fissarmi con attenzione molesta. Lo guardai fissamente anch'io e mi parve di avere già visto altrove quella faccia da Adone rossiccio e un po' pingue. «— Soveria! — fa lui venendomi incontro a mani tese, con voce chiassosa e brutale. — Non mi riconosci? Tu si che sei invecchiato e magro, ma io... Sono Orazio Puccio. «E prima che avessi il tempo di rimettermi, egli già mi abbracciava e mi sbavava baciandomi sulle gote; poi, presentatosi ai miei amici che gli facevano buona cera per le medaglie di cui gli vedevano coperto il petto e per l'intimità che mi dimostrava, cedé con noi. Da notare che io ero in divisa da tenente: la indosso spesso perché la mia Posizione militare non è ancora regolata e perché mi è utile nei ministeri e negli uffici ove ho necessità di bazzicare. In quel momento, quindi, egli era un mio superiore. «Sì, Orazio Puccio è un mio superiore: il ragazzaccio che rubava al padre, che poi io mi adoperai a fare uscire dal carcere ove era stato rinchiuso per ferimento in rissa in una casa di tolleranza, è capitano: tre volte promosso per merito di guerra e due volte decorato al valore, oltre le croci. Egli stesso ha raccontato di essersi distinto alla presa di Gorizia, e sopratutto agli inseguimenti di Vittorio Veneto: «Per spacciare quei pecoroni e magnasego di croati e di tirolesi non avevo eguali: a ogni colpo, mi facevo un cuoio. Se tu avessi visto, Soveria, dopo cinque minuti ch'ero saltato fuori io, che fuggi fuggi fra i nemici! Non osavano più nemmeno arrendersi! Avevano imparato a conoscermi pel modo come maneggiavo la daga... perché sì, io sempre con la daga, che mi stava in mano leggera e svelta come il nostro coltello, eh Soveria? Tu sai bene che un siciliano di cuore, col coltello in mano, si mangia anche una mitragliatrice. «I miei amici lo ascoltavano sconcertati; Giulio sogguardandolo coi suoi occhi chiari, sfuggenti, che ogni tanto dimostravano sonno nella faccia bianca e fredda; Gino, fissandolo acuto acuto, col mezzo toscano fra i denti, e con l'aria di essere lì lì per dire un'impertinenza. O' dovuto durante mezz'ora tollerare la birra che Puccio mi à offerto a qualunque costo, minacciando di offendersi, e il tu che mi schiaffava sul muso con la stessa compiacenza con cui da ragazzo scannava i montoni nel retrobottega di suo padre. «Poi attaccò a parlare dei fatti miei: che ero stato dato come disperso, che non si era creduto troppo al mio volo e alla caduta presso Friburgo né ai casi della mia evasione, dato quel benedetto precedente di Gabes, che metteva sempre un'ombra di dubbio su quanto io raccontavo di me; ma che egli mi credeva, da buon concittadino, e sapendo bene che noi siciliani siamo più azioni che chiacchiere. «— E poi ti conosco da giovanotto, quando io ero ragazzino, che rompevi il grugno perfino alle guardie! «Era al corrente anche degli ultimi avvenimenti della mia quasi-famiglia, informato a puntino, durante una recente scappata a casa, da sua madre che conosceva la serva dei Collebrina. Su ciò riuscì a interessarmi e a irritarmi nello stesso tempo. «— La tua signorina — mi disse, con delicatezza da guappo — è stata portata via a forza, mezzo ammalata. Sì, non lo sapevi ch'era malandata in salute, dopo?... già, dopo l'allevamento del pupo, per dirla alla romana. Lui, quel carognone di Guttierez, aveva sposato la vecchia (chiamiamola così, benché fosse ancora un tocco di donna presentabile) perché voleva spolparla del tutto. Mia madre sa i fatti per filo e per segno. Perché non vai un po' a Palermo a sentire?... «Infatti, dovrei forse far questo. Ma come rivedere quella casa? «I miei amici riuscirono a liberarmi dalla compagnia del beccaio. Ma bisognò promettergli di rivederci. *** «Sono entrato in un giornale nuovo, per invito di vecchi compagni dell'anteguerra. Il denaro corre, approntato a profusione da banche e da uomini d'affari. Mi danno uno stipendio che cinque anni fa sarebbe sembrato favoloso. Scrivo di politica estera e di rigenerazione nazionale. Ma come è mutato il mio tono! Non credo più alle cose che esaltavo prima e debbo faticare per avere l'aria di credere a qualche cosa. C'è anche l'amarezza di vedere realizzarsi a poco a poco tutto quanto io avevo previsto e deprecato prima della nostra guerra: la formazione di un nuovo stato più compatto e più nostro nemico al posto dell'impero austro-ungarico; i nostri benefizi territoriali e politici di gran lunga inadeguati ai sacrifici compiuti; altri stati dell'Intesa divenuti infinitamente più forti e orientati contro di noi, sorti per necessità a sbarrarci il passo, senza da parte nostra avere più alleati, amici potenti per aiutarci a fronteggiarli; la Russia smembrata, sconfitta e divenuta centro di rivoluzione e di disordine per fomentare in tutto il mondo l'odio di classe e l'istinto sovvertitore delle masse; l'America entrata in Europa da vincitrice morale, con tutto l'oro dei forzieri europei in pugno. Mi duole avere previsto tutte queste cose senza essere riuscito a impedirle, sia pure con l'ultimo atto di follia troncato dalla malattia e dalla morte di mia madre. «Il console italiano di New Orleans mi à scritto che ritiene di avere trovato una traccia di Alba Collebrina. Gli ò risposto telegraficamente, supplicandolo di informarmi». |
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