(tratto da Mozia, Una colonia fenicia in Sicilia, di J.I.S. Whitaker)

Parte II

CAPITOLO VIII

IL MUSEO DI MOZIA

OGGETTI D'AVORIO, DI OSSO, DI GUSCI DI UOVO DI STRUZZO, DI AMBRA, DI CORALLO E DI CONCHIGLIE

Pare che l'avorio sia stato tenuto in gran conto in Fenicia per scolpire oggetti di ornamento e ciondoli oltre che per farne cofanetti, tavolette e targhe. Sembra che il materiale venisse importato soprattutto in uno stato grezzo, dall'India e dall'est, anche se probabilmente una certa quantità provenisse anche dal continente africano, prima attraverso l'Egitto e più tardi attraverso Cartagine.

Nelle antiche tombe dell'Italia ed in quelle dell'isola di Sardegna sono stati trovati numerosi esemplari di avorio cesellato, di cui la maggior parte è stata probabilmente opera di artisti fenici o punici e proviene dalla stessa Fenicia o da Cartagine. Pare che in quest'ultima città l'avorio sia stato abbondante e molto richiesto per scolpire articoli da toletta ed altri oggetti ornamentali, di cui sono stati trovati esempi in notevole quantità nella maggior parte dei cimiteri punici, soprattutto in quelli più tardi.

Senza dubbio a Cartagine arrivava una costante e regolare fornitura di avorio attraverso rotte via terra: dall'interno del continente africano.

Nel Museo di Mozia vi sono soltanto pochi oggetti d'avorio di questo genere. In alcune tombe dei cimiteri moziesi sono stati trovati alcuni ciondoli, degli amuleti ed altri piccoli pezzi di oggetti ornamentali, oltre che pezzi di oggetti in osso scolpito, come piccoli cilindretti e anelli che avranno probabilmente fatto parte di collane ed altri oggetti di ornamento femminile; ma questo è tutto.

A Lilibeo, a giudicare da ciò che vi è già stato trovato, sembrerebbe che, come nel caso dei cimiteri di Cartagine posteriori, non erano infrequenti gli articoli di avorio oltre che di osso.

Tra gli articoli di osso che sono stati trovati a Lilibeo vi è una interessante tessera hospitalis, che è adesso conservata nel Museo di Palermo. E' stata scoperta nel 1749 e, secondo un appunto manoscritto conservato assieme alla tessera, questa è stata trovata nella proprietà dei conte Antonio Grignano, di cui è stata fatta menzione nella parte seconda, capitolo II. Pare che questa proprietà facesse parte dell'antica necropoli di Lilibeo.

Da una parte la tessera mostra due mani destre giunte assieme, mentre sul retro si trova una iscrizione in greco imperfetto col significato che Imilcone Annibale Cloro figlio di lmilcone aveva fatto amicizia con Lisone figlio di Diognetes ed i suoi discendenti (59).

Sebbene siano stati trovati a Mozia numerosi resti di palchi di cervi e molti cilindretti o anelli in cui questi venivano tagliati per scopi ornamentali, non è stato rinvenuto alcun pezzo recante tracce di intaglio o un qualche tentativo di arte pittorica. Oltre ai frammenti di palchi di cervi, nelle tombe dell'isola non sono infrequenti le zanne di cinghiale ed il cranio e le ossa di piccoli mammiferi.

L'abbondanza di resti di cervi, che è stata trovata a Mozia porterebbe a pensare che la selvaggina costituisse un elemento importante dell'alimentazione degli abitanti dell'isola.

I cervi, vivi o morti, probabilmente provenivano dall'interno della Sicilia o venivano importati da Cartagine, dato che a quanto pare questi animali sono stati numerosi nelle vicinanze di quella città. La specie (C. barbarus) si trova ancora frequente in alcune delle foreste del centro della Tunisia, l'unica parte di tutto il continente africano dove ancora sopravvive.

Si può fare adesso menzione di due zanne di elefante, in pezzi, che sono conservate nel Museo di Mozia. Sono state trovate nel 1911 ad opera di alcuni contadini mentre scavavano dei fossi per piantare le vigne in una zona tra Ragattisi e Marausa, non lontano da Birgi, che pare appartengano all'attuale razza di elefante africano (E. africanus), e che forse sono resti delle guerre puniche in cui tali animali svolsero un ruolo importante.

Articoli in gusci0 di uovo di struzzo. Sono stati trovati diversi frammenti di gusci di questo genere, decorati con un disegno colorato di rosso, in un'anfora contenente resti cremati nell'antica necropoli di Mozia ed altri frammenti, insieme ad un pezzetto di foglia d'oro; sono stati trovati tra i resti di una sepoltura ad inumazione scoperti di recente in un luogo che tra breve sarà esplorato del tutto.

Pare che a Cartagine si trovassero frequentemente resti di gusci di uova di struzzo, come pure nella maggior parte dei cimiteri punici, sia in quelli più antichi che in quelli successivi.

Uova di struzzo decorate, con disegni incisi in maniera elaborata sono state trovate in notevole quantità nelle tombe etrusche ed in quelle di Vulci sono state rinvenute anche delle terrecotte ad imitazione delle uova (60).

Articoli in ambra. Come è stato già detto quando si è parlato di ornamenti con perline di vetro, nel Museo sono conservate collane composte in parte di cocci e pezzettini, o scaglie di ambra, forati per poterli appendere. Queste sono state trovate in sarcofagi contenenti resti inumati vicino alla porta a nord, che come è stato già detto, appartengono senza dubbio ad un periodo tardo della storia di Mozia.

Articoli in ambra si trovano comunemente nelle tombe dell'Etruria e del Lazio oltre che in quelle di Tharros, in Sardegna; si potrebbe azzardare l'ipotesi che i commercianti fenici avessero trattato questo articolo nel corso dei loro viaggi verso i paesi settentrionali e occidentali che visitarono. Si dice che alla foce del fiume Simeto in Sicilia si trovi dell'ambra, anche se in piccole quantità.

Articoli in corallo. Sebbene non sia stato trovato a Mozia, ancora, nessun articolo di corallo lavorato, ad eccezione di un piccolo amuleto trovato in una tomba dell'antica necropoli ed un coccio solitario raccolto sulla spiaggia, tra le macerie di edifici nel lato ovest dell'isola è stata trovata una certa quantità di corallo non lavorato, allo stato naturale; da questo fatto non è illogico desumere che a Mozia sia stata attiva la produzione di ornamenti ed altri oggetti in corallo. Ciò è possibile, per non dire probabile, considerando la vicinanza dei banchi di corallo della costa siciliana vicino a Sciacca.

Pare che in alcuni dei cimiteri di Cartagine siano stati trovati, anche se non comunemente, degli oggetti in corallo e nella Bibbia si legge come questo sia stato uno dei prodotti della Fenicia (61).

Oggetti in conchiglie. Un notevole numero di conchiglie, comprese molte del tipo Pectunculus, è stato trovato nelle tombe della prima necropoli di Mozia. Alcune sono forate con un buco alla base della conchiglia, ma ancora non è facile dire se sono state forate artificialmente, o naturalmente con una frizione graduale e facendo consumare la parte sporgente. Vi può essere poco dubbio sul fatto che queste conchiglie, di cui si trovano esemplari in molti cimiteri antichi ed in altri luoghi sacri, erano, in un periodo molto remoto, collegate con l'osservanza religiosa e servivano a qualche scopo sacro, possibilmente come offerte ex voto (62).

E' incerto se, come pensano alcune fonti, e come sembra probabile a prima vista, tali conchiglie cominciarono ad essere usate, in seguito, come ninnoli di ornamento personale. Contro tale teoria vi sono due argomenti, uno il fatto che molte conchiglie trovate nelle tombe sono senza fori e non potevano allora essere appese nelle collane, l'altro che le conchiglie, a pane il fatto che di per sé non appaiono molto decorative, non sono state trovate nelle tombe in numero tale da portarci a credere che possano essere state usate come le perline di vetro e gli altri oggetti simili che compongono di solito le collane.

Comunque, è molto probabile che le conchiglie forate abbiano fatto parte di collane, non come ornamenti ma come amuleti e talismani così come è pure possibile che tali conchiglie, sia quelle forate che quelle sprovviste di fori, abbiano continuato, anche in epoche successive, ad essere considerate generalmente con un sentimento religioso.

NOTE

(57) Smyth, op. cit., p. 235.

(58) Scylax, Periplus, p. 112.

(59) Cfr. Torremuzza, Iscrizioni antiche di Palermo, n. LIII, PP. 29 e 273 segg.; Salinas, Relazione R. Museo di Palermo, 1873, p. 53.

(60) Dennis, op. cit. I, 223 e 457.

(61) Ezekiel XXVII, 16.

(62) Cfr. A. Mosso, op. cit., p. 36.