(tratto da Mozia, Una colonia fenicia in Sicilia, di J.I.S. Whitaker)

Parte I

CAPITOLO VII

MOZIA DOPO LA SUA CADUTA. FONDAZIONE DI LILIBEO.

E' da deplorare che le notizie di Diodoro (non possono infatti che essere chiamate così) della riconquista di Motya da parte dei Cartaginesi siano così scarne e laconiche, anche se sono l'unico documento che abbiamo sull'evento, e dobbiamo quindi accontentarci della semplice notizia, così come è, tenendo sempre presente che è stata ricavata dalle opere di Timeo e di altri scrittori greci che, mentre erano naturalmente pronti a celebrare le vittorie dei loro connazionali, non erano probabilmente altrettanto inclini a darsi molta pena, per non dire di essere prolissi, nel raccontare o nell'indugiare sui loro avversari. E' comunque possibile, allo stesso tempo, che vi fu ben poco da registrare sui dettagli della riconquista di Mozia, che, trovandosi in tale stato di debolezza e semiabbandono, senza dubbio non costituiva un'itnpresa tanto ardua come quando, pochi mesi prima, era una città con possenti fortificazioni e completamente presidiata, il centro e la roccaforte della potenza fenicia in Sicilia, e che era difesa a quei tempi anche dai disperati Moziesi che lottavano per le loro vite e le loro case.

E' anche probabile che per i Greci non abbia costituito un episodio di grande importanza la restituzione o la perdita di Mozia, considerando lo stato di impoverimento e di semi-distruzione in cui versava, neppure, invero, pare che i Cartaginesi stessi abbiano considerato la riconquista come grande acquisto, dal momento che poco dopo la riconquista della città, pare che l'abbiano abbandonata fondando una nuova base a Lilybaeum. L'importanza del fatto stesso, comunque, non può non essere stata presa in considerazione sia dai Greci che dai Cartaginesi, comportando la restaurazione della potenza punica in Sicilia.

E' impossibile dire se era fondata l'accusa che Teodoro il Siracusano mosse poco dopo contro Dionisio per essere fuggito vilmente da Mozia ed aver ripiegato di fronte al nemico a Siracusa (1), ma può darsi che non era stato fatto realmente ogni sforzo per mantenere il possesso del territorio fenicio acquistato da poco. Ciò che appare indubbio è che Dionisio non sempre si accaniva dopo le sue vittorie, o dava un seguito ai suoi successi sui Cartaginesi come avrebbe potuto. Può darsi che ciò sia stato dovuto, durante la prima parte del suo regno, quando ancora il suo controllo e la sua autorità su Siracusa e le altre città greche della Sicilia non erano ancora ben affermati, al suo desiderio, di mantenere il timore di Cartagine come una costante minaccia per loro, ma può darsi che sia stato causato dalla paura dell'avverarsi di una certa profezia sulla sua morte.

Diodoro, parlando della morte di Dionisio (2), riferisce che il Tiranno era stato avvertito da un Oracolo che la sua morte si sarebbe verificata dopo che avesse sconfitto coloro che erano più forti di lui, e che, immaginando che i Cartaginesi fossero quelli a cui si riferiva la profezia, egli di proposito rinunciò in varie occasioni al diritto di vittoria su di essi, in maniera tale da non fare avverare la profezia. In verità, comunque, Dionisio fu colto dalla morte subito dopo, e, come si dice, come conseguenza di un banchetto smodato, o altri eccessi, in una festa data da lui a Siracusa per celebrare il suo trionfo ad Atene come scrittore di tragedie, successo cui aveva a lungo aspirato anche se invano; così se dobbiamo riconoscere la verità della profezia dell'oracolo, quelli a cui si riferiva come più forti dello stesso Dionisio erano rivali in quanto poeti, o branditori della penna non della spada, come egli aveva immaginato.

Ritornando a Mozia, appare probabile che il suo abbandono da parte dei Cartaginesi dopo che l'avevano ripresa dai Greci, sia da attribuirsi non solo al fatto che lo stato di completo abbandono e rovina ne rendevano la ricostruzione alquanto difficile, oltre a considerazioni di ordine igienico, ma anche e forse principalmente perché Lilybaeum, così vicina offriva un luogo più vantaggioso per una nuova città.

La piccola roccaforte isolana di Mozia era senza dubbio sufficiente e perfettamente idonea sotto molti aspetti per i primi commerci pacifici, ma il vasto promontorio di Lilybaeum, fornito come era di acque da ancoraggio più profonde, era certamente un luogo più adatto per la nuova ed importante colonia che i potentissimi Cartaginesi si proponevano di creare come loro roccaforte in Sicilia.

Tra le altre considerazioni che avranno senza dubbio pesato sulla decisione dei Cartaginesi di abbandonare Mozia vi fu quella della insufficiente profondità delle acque intorno all'isola e la probabile graduale ma costantemente progressiva diminuzione dovuta a depositi di sabbia ed alghe che venivano dal mare aperto. In tali condizioni sarebbe stato impossibile mantenere a Mozia una flotta necessaria per la difesa degli interessi cartaginesi in Sicilia. Quindi la decisione a favore di Lilybacum fu senza dubbio saggia. Si riconosceva, anche a quei tempi, ritnportanza della potenza navale.

Nel precedente capitolo si è fatto riferimento alla evidente assenza di navi da guerra a Mozia, un fatto che, se le cose stanno realmente così, può darsi che sia stato causato, in qualche modo, dalla scarsa profondità dell'acqua intorno all'isola. Anche se isola, invero, Mozia era priva dei vantaggi che un'isola di solito possiede, primo tra tutti quello della sicurezza dagli attacchi per terra, e certamente si può attribuire a questa sfortunata circostanza, almeno in gran parte, la caduta della città fenicia un tempo importante.

Come riferisce Diodoro, i Moziesi che non furono uccisi durante l'assedio e alla caduta di Mozia furono venduti come schiavi e i pochi che sfuggirono sia alla morte che alla schiavitù trovarono infine una dimora a Lilybaeum. Ciò che appare certo è che, una volta distrutta, Mozia cadde nell'oblio e la sua esistenza fu in breve dimenticata e persa di vista dalle generazioni successive.

Così non si trovano ulteriori menzioni di Mozia come città o colonia nella posteriore storia delle guerre tra Greci e Cartaginesi, e Lilybaeum figura adesso come il centro e la roccaforte della potenza punica in Sicilia.

Niente rimase della precedente grandezza di quella colonia un tempo importante e fiorente, dei suoi commerci e della sua ricchezza, e dei suoi belli edifici dalle alte torri, di cui parla Diodoro (3) e che Sant'Agostino, nelle sue Confessioni, ricordando conflitti remoti in Sicilia, immaginava "sormontata ora dagli sventolanti stendardi siracusani ora da quelli punici (4)".

Ad eccezione delle rovine delle fortificazioni ed alcuni edifici pare che con la sua caduta sia scomparsa ogni traccia dell'antica grandezza ed importanza di Mozia, spazzata via crudelmente dalla mano dell'uomo, visto che la devastazione operata dall'assedio ed il successivo saccheggio da parte dei Greci vittoriosi era stato in seguito probabilmente completato dagli stessi Cartaginesi dopo che ne ebbero riacquistato il possesso e dopo averne abbandonato il sito preferendo Lilybaeum.

Senza dubbio, il fuoco ha avuto una parte importante nella effettiva distruzione della città, e di ciò si possono trovare abbondanti prove nei molti resti bruciacchiati che, sono stati scoperti ovunque siano stati fatti scavi. Si suppone che le elevate abitazioni fenicie erano costruite in gran parte di legno, mentre le fondamenta e i sotterranei soltanto erano possibilmente di pietra: senza dubbio tale fatto ha facilitato enormemente ropera di distruzione e rha resa più rapida e completa.

Edifici costruiti più solidamente in pietra o muratura, quali, per esempio, le mura di fortificazione e le torri ed anche le case e gli edifici eretti dai Greci residenti a Mozia, il cui numero comunque non era trascurabile durante l'ultimo periodo della città, furono senza dubbio demoliti, totalmente o in parte, e può darsi che molto materiale con cui erano costruiti sia stato infine trasportato nella nuova città di Lilybaeum. Naturalmente, tutte le opere architettoniche più belle ed artistiche, insieme alle statue e ad ogni oggetto d'arte mobile, saranno stati i primi ad essere portati via dai Greci o, in seguito, dai Cartaginesi. Soltanto le opere in pietra più rozze e meno importanti avranno avuto la possibilità di rimanere sull'isola, anche se pare che una buona parte di queste sia stata portata via in tempi relativamente recenti. Si possono vedere in molti edifici e pareti, sulla terraferma di fronte all'isola, dei massi finemente lavorati, che provengono senza dubbio dalle rovine di Mozia; mentre le casette e gli altri edifici che si trovano oggi sull'isola sono costituite quasi interamente da massi e materiale trovati sul luogo. Perfino i muretti di alcune saline dello Stagnone sono costruiti in parte con materiale tratto dalle rovine di Mozia!

Non occorre dire che qualunque tesoro sia stato possibile trovare sarà stato rubato dai conquistatori dopo l'assedio; e certamente, a giudicare da ciò che si dice della grande ricchezza di Mozia, non sarà stato un bottino scarso. Si sa che i Fenici erano tra i più abili artigiani e lavoratori di metalfi preziosi del periodo, quindi si deve desumere che tra gli abitanti più facoltosi della città si sia trovata una considerevole quantità di gioielli di valore e pezzi analoghi.

Pare che poco si sappia o sia stato documentato di Mozia dopo la sua caduta, non come città (dato che ogni pretesa ad essere considerata tale pare che sia finita con la disfatta e la distruzione ad opera di Dionisio) ma semplicemente come isola abitata.

Vi è prova certa la quale dimostra che sia stata abitata in un periodo o in periodi successivi alla caduta della vecchia città fenicia, ma precedente a ciò che può essere definito come tempi recenti o moderni.

In varie parti deirisola sono stati trovati i resti di ciò che forse erano abitazioni, costruite sopra, e (in taluni casi sulle fondamenta) di precedenti costruzioni fenicie; e sono stati trovati nell'isola oggetti, soprattutto di terracotta, che risalgono ad un'epoca posteriore a quella di Mozia. I resti dei suddetti edifici, comunque, per il fatto che si trovavano vicino alla superficie del suolo e di conseguenza molto esposti agli effetti devastatori del tempo, ed in particolare ai colpi del vomere, nella maggior parte dei casi offrono alla vista soltanto poco più che fondamenta ed il selciato, ed anche questi sono così danneggiati da rendere difficile dire a quale periodo appartengono. La maggior parte degli edifici appaiono di costruzione rozza, forse abitazioni di contadini, e solo in pochissimi casi vi è qualche riferimento che fornisce una indicazione sulla loro data. In una sola casa, comunque, si trova una conca di fontana ottagonale, che pare di indubbio disegno moresco.

Può darsi che l'isola sia stata occupata o comunque visitata in qualche periodo dai Romani, i Vandali o i Bizantini, ma non vi è nulla che dimostri ciò; neppure Tacito, scrivendo sulla Sicilia e descrivendo, più o meno minutamente, tutti i luoghi importanti dell'isola ha mai fatto riferimento a Mozia.

La prima volta che se ne sente parlare di nuovo più di mille anni dopo la sua caduta e scomparsa dalla storia, appare col nome moresco di Zizareth e Zezebus, come anche quello di Gisira-Malbugi; ma ad eccezione dei suoi nomi si sa ben poco sull'isola durante quel periodo.

Nell'undicesirno secolo, quando i Normanni presero il posto dei Saraceni in Sicilia, se ne sente parlare questa volta con il nome greco di Pantaleimon, oltre ai menzionati nomi moreschi.

Sotto il dominio normanno, pare che l'isola sia passata in mano di privati, due ammiragli di nome Christodulos e Theodulos, da cui fu in seguito, con l'approvazione dell'allora governatore della Sicilia, Conte Ruggero, e la successiva ratifica di re Ruggero II, lasciata per donazione all'abbazia di Santa Maria della Grotta, dell'Ordine religioso di San Basilio a Marsala. Tale ordine aveva i suoi monaci anche a Palermo, e nel 1196, nell'epoca sveva, i monasteri di Marsala e Palermo vennero unificati dall'imperatrice Costanza sotto un'unica amministrazione; e tre anni più tardi, per decreto dell'Imperatore Enrico VI, l'abbazia di Marsala con tutte le sue proprietà, quindi anche la nostra isola, passò nelle mani del monastero di Palermo (5).

Pare che i monaci Basiliani ebbero il possesso di San Pantaleo, come veniva chiamata l'isola in quel periodo, sino alla seconda metà del sedicesimo secolo, quando venne istituito a Palermo l'Ordine dei Gesuiti, e l'imperatore Carlo V concesse in dono entrambi i monasteri di Palermo e Marsala al nuovo Ordine.

Quando i Gesuiti furono espulsi dalla Sicilia nel diciottesimo secolo, San Pantaleo venne in possesso della città di Marsala, che avanzò pretese sull'isola perché questa era stata originariamente di proprietà del monastero di Santa Maria della Grotta ed in virtù di certi diritti che la città esercitava sullo Stagnone.

Pare comunque che San Pantaleo sia stata divisa o venduta dalla città di Marsala a diversi piccoli proprietari, dai quali venne infine acquistata, pezzo per pezzo, dopo molti anni di paziente attesa, dall'attuale proprietario.

E' difficile dire se San Pantaleo, il nome moderno dell'isola, è entrato in uso come corruzione del suo nome greco Pantaleimon (6), o se fu preso dalla chiesa che pare sia stata eretta sull'isola all'epoca dei Normanni in onore del martire San Pantàleone di cui portava il nome (7).

Mozia si distingue dalle sue consorelle, Panormus e Solus, e dalla maggior parte delle altre città che hanno subito un simile destino per la sua scomparsa dalla storia improvvisa, completa e definitiva, ed è soprattutto per questa circostanza che il luogo è così interessante per gli storici e specialmente per gli archeologi.

A differenza di quelle città che sono passate da un dominio all'altro senza un cambiamento immediato o repentino, eppure nel corso del tempo hanno subito, con un processo graduale, una trasformazione totale perdendo così la loro individualità ed il carattere originario, Mozia, una volta sconfitta e distrutta, cessò di esistere come città, e per quanto ne sappiamo, perfino come area abitata per molti secoli ed il suo stesso nome cadde nell'oblio (8). Le sue rovine, o ciò che ebbe la possibilità di rimanere neìrisóìa, furono, probabilmente per precauzioni sanitarie, riempite di terra e di detriti subito dopo il grande assedio e la carneficina ed il tempo deve aver completato gradualmente l'opera di seppellimento, nascondendo alla vista e preservando: tutto, infatti, come nel giomo della caduta.

Così, nel corso degli scavi, si trovano i frammenti di un bel vaso o di un piatto, frantumato in molti pezzi sparsi sul terreno, probabilmente proprio dove caddero più di ventitrè secoli fa, o una fila di anfore fatte dai nativi ed esposte ad asciugare vicino ad un forno; così ci si imbatte con i resti bruciacchiati di un cancello o una porta di legno, vicino ai perni metallici ed ai chiodi che in un tempo la tenevano assieme o una grande abbondanza di lance o punte di frecce sparse nel posto in cui la lotta sarà infuriata ferocemente negli ultimi giorni fatali di Mozia.

Per le suddette ragioni, Mozia mostra probabilmente più resti di un'antica città fenicia ancora in situ e inviolati, tranne forse che dall'aratro di un agricoltore nel corso del lavoro agricolo, di ogni altra località antica di cui abbiamo conoscenza.

Relativamente poco è stato fatto fino a questo momento per portare alla luce le rovine sepolte di Mozia, ma vi è in corso adesso sull'isola una ricerca sistematica i cui risultati, si spera, potranno conseguire altissimo interesse. Nei prossimi capitoli di questo lavoro ci si propone di dare particolari dettagliati dei predetti risultati ottenuti sinora.

Prima di ciò, comunque, sarebbe opportuno dire alcune parole su Lilybaeum continuatrice di Mozia come centro e baluardo della potenza punica nella Sicilia occidentale, e la città con cui in un certo qual modo è collegata la storia di Mozia, o potremmo dire continuata, negli anni successivi. Si potrebbe anche aggiungere, invero, sotto certi aspetti, che Mozia ha continuato a vivere nella nuova città di Lilybaeum. Le sedi della città vecchia e la nuova si trovavano di fronte, sulla costa della stessa baia e soltanto con una stretta fascia di mare tra di loro. I Moziesi che erano riusciti a sfuggire alla morte ed alla schiavitù nelle mani dei Greci trovarono un rifugio nella nuova città. La loro sola presenza colà ha avuto senza dubbio la sua influenza sugli altri abitanti, i nuovi venuti, o da Cartagine o da altre parti della stessa Sicilia, ed è servita a perpetuare, almeno per un po', la vita e i costumi della città perduta. Le stesse mura e le abitazioni della città nuova furono probabilmente costruite in parte con materiali portati dalla isola abbandonata, mentre tutti gli oggetti d'arte e di valore che i saccheggiatosi non poterono portare via saranno stati impiegati per il suo abbellirnento.

Senza dubbio Lilybaeum prese il posto di Mozia dopo la caduta e la scomparsa di quest'ultima, ed occupò un posto molto importante nella storia successiva della Sicilia e nelle diverse guerre che ebbero luogo per la supremazia sull'isola. E' impossibile valutare la misura di quanto Lilybaeum abbia soppiantato completamente Mozia privandola persino del suo ricordo, dal fatto che lo storico Polibio mentre si riferisce alla prima ripetutamente nei resoconti dettagliati che dà su di essa ed i numerosi assedi che affrontò, mai una volta menziona il nome della seconda.

Si può dire ben poco sull'origine di Lilybaeum e la possibilità che questa sia esistita, anche se non come città almeno come distretto abitato, precedentemente all'assedio e alla distruzione di Mozia; né, forse, per le insufficienti conoscenze che ne abbiamo, e i pochissimi riferimenti al luogo precedenti al 397 a.C. possiamo soltanto formulare mere congetture sull'argomento, che possono essere corrette o no.

E' certamente difficile credere che il cosiddetto promontorio di Lilybaeum, che offre una posizione così importante come luogo per una città, non sia stato occupato in un qualunque periodo precedente alla caduta di Mozia. E' del tutto possibile, invero, potremmo anche dire probabile, come pensano alcuni scrittori, che questo tratto di regione fosse abitato dai Sicani, o altre razze aborigene, precedenti all'arrivo dei Fenici e dei Greci e che questi abitanti dimorassero nelle caverne e nei cunicoli sotterranei che abbondano in questa zona. Tali caverne e grotte sotterranee, che esistono ancora oggi, si trovano soprattutto a sud e sud-est dell'area dell'antica Lilybaeum, l'attuale città di Marsala, e si addentrano di molto verso sud. Si dice che giungano sino alla città di Mazzara, una distanza di sette miglia o più, ma senza dubbio si tratta di una esagerazione.

Che Lilybaeum sia stata abitata dagli Elimi, sembra a stento probabile, del momento che non era il tipo di paese che questo popolo collinare avrebbe mai scelto per sua dimora.

Non resta che la possibilità di un insediamento fenicio o greco nel luogo ai tempi di Mozia. Per quanto riguarda i primi, anche se senza dubbio la posizione di Lilybaeum era tale da attrarre questi intraprendenti commercianti, dobbiamo considerare che, quando questi raggiunsero per la prima volta le coste della Sicilia, non erano forse in gran numero, e che si saranno considerati più sicuri nella piccola isola di Mozia che sulla terraferma la quale era più esposta.

Una volta insediati colà, trovando il luogo di loro gradirnento, saranno stati naturahnente riluttanti a cambiare località. Comunque, come è già stato detto in un capitolo precedente, non è improbabile che, con lo sviluppo e l'espansione della crescente e prospera colonia, i suoi abitanti avranno impiantato fabbriche e costruzioni periferiche sulla terraferma, e che per i grandi vantaggi naturali che offriva, Lilybaeum sarà stata uno dei luoghi scelti a quello scopo. D'altra parte, è strano che, se è vero che tali fabbriche o Peraie esistevano non sia mai stata fatta menzione di esse da nessuna parte.

Riguardo ad una occupazione ellenica di Lilybaeum, la eccessiva vicinanza di una potente base straniera come Mozia sarà stata certamente di ostacolo alla costituzione di una città o anche di una colonia stabile da parte dei Greci nella zona. Allo stesso tempo, non è difficile che vi siano state colà delle piccole comunità e delle basi commerciali di tanto in tanto, e soprattutto durante rultimo periodo di Mozia, quando la stessa città ospitava entro le sue mura una considerevole popolazione greca. Non pare comunque che tali comunità siano state molto potenti, o abbiano aspirato all'importanza di una città.

Ciò che ha condotto molti a credere che Lilybaeum sia esistita come città prima della distruzione di Mozia è una affermazione di Diodoro circa una guerra che scoppiò tra i Segestani e i Lilibetani su alcuni territori vicini al fiume Mazaro ai tempi in cui Aristone fu arconte ad Atene (9). Ciò sarebbe accaduto neiranno 454 a.C., o cinquantasette anni prima della caduta di Mozia.

Sembra fuor di dubbio comunque che vi sia qualche confusione qui, perché Diodoro, in seguito, parlando della seconda invasione cartaginese nel 409 a.C., ci riferisce che Annibale, il generale cartaginese, arrivato a Lilibaeum, promontorio della Sicilia, fece sbarcare il suo esercito e tracciò i limiti del suo campo, iniziando da un pozzo, chiamato a quei tempi Lilybaeurn, che molti anni dopo avrebbe dato il suo nome ad una città costruita in quel luogo (10).

Più oltre, comunque, Diodoro ricorda in realtà la fondazione di Lilybaeum come se questa avesse avuto luogo successivamente alla distruzione di Mozia, con le seguenti parole: "Questa città (Lilybaeum) fu costruita dai Cartaginesi dopo che il Tiranno Dionisio ebbe distrutto Mozia: perché coloro che furono lasciati in vita dopo il massacro, dai Cartaginesi vennero sistemati a Lilibaeum (11).

Sono stati fatti dei tentativi per spiegare questa evidente contraddizione, e sono state formulate numerose congetture, alcune delle quali comprovate anche da prove scritte fornite da iscrizioni contemporaneo, riguardo a coloro che reabnente fossero i belligeranti in questa guerra (dal momento che ci deve essere stata una guerra in questo periodo, cioè 454 a.C.) (12).

Alcuni scrittori pensano che Diodoro, usando il termine Lilibetani si riferiva semplicemente ai Moziesi e che la guerra si era svolta tra Segesta e Mozia; ma, conoscendo i rapporti amichevoli che esistevano tra queste due città, e gli interessi comuni che le legavano assieme, si esita ad accettare tale interpretazione, dal momento che si può a mala pena immaginare che essendo in tale rapporto di amicizia abbiano potuto disputare per un problema di territorio vicino al fiume Mazaro, il quale costituiva il limite che separava dal loro comune nemico.

Altri scrittori, non senza ragione, sono giunti perfino a modificare il nome delle due parti avverse citate da Diodoro, e sono dell'idea che si trattasse di una guerra tra Mozia e Selinus o Selinus ed Agrigentum unite assieme; mentre altri sostengono ancora, anche loro su prove accettabili, che fu una guerra tra Segesta e la città sicana di Alicia.

Tutte queste ipotesi, sebbene nient'altro che congetture, si basano su buone fonti e sono degne di considerazione.

Il fatto che Sefinus abbia riportato una vittoria su un qualche nemico in questo periodo è provato da un'iscrizione, conservata adesso nel Museo di Palermo, che fu trovata dal Cavallari nel 1871 tra le rovine dei gran tempio di Apollo a Selinunte, sebbene non sia menzionato il nome del vinto (13). Il fatto che Agrigentum abbia riportato una vittoria su Mozia è reso quasi certo da ciò che scrive Pausania (14). Infine il fatto che in questo periodo Segesta e Alicia siano state in disaccordo sembra alquanto probabile per una iscrizione ateniese (15), che, sebbene mutilata ed in parte cancellata, con l'aggiunta di alcune parole è abbastanza comprensibile. Per quanto riguarda il passo di Diodoro, è facile da comprendere la sostituzione ad opera sua o del suo amanuense di .

La questione, invero, è alquanto complessa e con le scarse conoscenze che si hanno sugli eventi del periodo, si può a stento sperare di approfondirla in maniera soddisfacente. La maggior parte degli studiosi, comunque, pare che siano d'accordo nel considerare fuori questione il fatto che Lilybaeum, come città, possa essere stata impegnata in una guerra in questo periodo, mentre la possibilità che Diodoro abbia parlato di un popolo, non di fatto di cittadini di una città, ma abitanti del distretto, come una delle parti avverse in tale occasione, pare che si debba escludere per il fatto che egli espressamente abbia parlato di Città alludendo al contrasto ininterrotto che esisteva tra i belligeranti dopo che fu combattuta la prima battaglia.

Per riassumere, la sola conclusione, a cui si può giungere su questa faccenda è che vi sarà stata una confusione di nomi nell'affermazione di Diodoro su questa guerra, ma che in ogni caso non si intendeva nominare Lilybaeum come una delle parti in guerra, lasciandola una questione aperta per quanto concerne chi fossero realmente i belligeranti.

Freeman, parlando dello stato di guerra nella Sicilia occidentale (16), esamina rargomento in maniera esaustiva, e, sebbene non giunga a una conclusione soddisfacente sulla identità dei belligeranti a cui si riferiva Diodoro, osserva giustamente che apprendiamo due fatti rilevanti dalle notizie su menzionate che si riferiscono a questo periodo: primo, che Atene aveva cominciato a rivolgersi ad ovest, o comunque fu considerata incline a entrare in azione in Sicilia, venti anni prima della Guerra del Peloponneso; ed in secondo luogo, che Cartagine, in tale periodo, rimase apparentemente inattiva mentre una delle sue regioni dipendenti veniva sconfitta da una città o da diverse città greche.

La prima menzione di Lilybaeum come città parrebbe essere quella fatta da Diodoro riferendosi alla guerra fatta da Dionisio il Vecchio contro i Cartaginesi poco prima della sua morte, quando dice che il Tiranno, dopo aver invaso il territorio cartaginese ed occupato di seguito le città di Selinunte, Entella ed infine Erice, a lungo assediò Lilybaeum, ma la forza del presidio in breve lo costrinse a levare l'assedio" (17).

Polibio non ci dice nulla dell'origine e dei primi giorni dlì Lilybaeum, ma ne fa un primo accenno soltanto quando questa era già una città fortificata in maniera egregia tanto da resistere agli attacchi dei Romani durante la prima Guerra Punica. Egli la cita diverse volte in seguito, comunque, riferendo in maniera molto dettagliata sui molti assedi cui resistette, alcuni dei quali, pare, di incredibile durata, dimostrando quanto la sua cittadella fosse praticamente inespugnabile.

Lilybaeum, per quanto fosse una città cartaginese, rimanendo sotto il dominio punico fino alla capitolazione finale ai Romani nel 241 a.C., ha avuto probabilmente quasi sempre una popolazione mista ed eterogenea che viveva entro le sue mura. Senza dubbio l'elemento greco, tra gli altri, era ben rappresentato e, a giudicare dalle molte indicazioni desunte da ciò che sino ad oggi è stato portato alla luce tra le sue rovine ed i suoi resti, pare che l'influenza greca in genere e carte greca in particolare siano pervenute a Lilybaeum ad un, grado veramente considerevole.

Anche la lingua greca, o un suo dialetto, sarà stata ivi parlata in una certa misura, tanto da suscitare la critica di Cicerone: "Si literas graecas Athenis, non; Lilybaei, latinas Romae non in Sicilia didicisses".

Come Lilybaeum, alla sua fondazione aveva ricevuto e dato ospitalità ai sopravvissuti di Mozia, così era destinata, più di un secolo dopo, ad aprire le sue porte e dare rifugio ai Selinuntini senza patria, perché nel 255 a.C. i Cartaginesi, sotto Asdrubale, dopo aver distrutto Selinunte per la seconda volta nella sua storia e rasa al suolo la città, trasferirono i suoi abitanti nella loro roccaforte nella Sicilia occidentale (19).

Anche se non era provvista di un porto paragonabile in un certo qual modo a quello di Panormus, Lilybaeum, comunque, grazie alla sua posizione di fronte alla costa africana, raggiungibile facilmente dalla stessa Cartagine, sarà stata considerata dai Cartaginesi molto più importante per loro della precedente città, e pertanto non avranno risparmiato alcuna fatica o danaro per renderla capace di resistere a tutti gli attacchi.

Oltre alla sua grande forza come città fortificata e la sua importanza militare, Lilybacum avrà posseduto tutti i requisiti di un centro sociale e commerciale grande e ricco, la sede della forza punica in Sicilia ed il luogo di incontro, come lo è stato in molte occasioni, di conferenze diplomatiche ed accordi tra i grandi rivali del tempo.

Negli anni successivi, divenuta possedimento romano, Lilybaeum avrà ancora continuato ad essere un luogo di considerevole importanza, e pare che il suo splendore sia stato mantenuto bene, perché Cicerone, che ne fu Questore nel 75 a.C., parla della città come di una "splendidissima civitas"(20).

Oggigiorno è possibile vedere tracce delle fortificazioni originali e del porto di Lilybaeum, sia sulla terra che sotto l'acqua, vicino alla spiaggia a nord ed a ovest dell'attuale città di Marsala, dove quella antica aveva il suo porto ed anche forse il suo centro commerciale. Il porto attuale si trova a sud della città, e sul lato opposto del promontorio. Oltre ai resti delle antiche mura di fortificazione si può ancora vedere una grande porzione del profondo fossato che proteggeva tali mura dalla parte della terra, o, meglio, dalle parti (dal momento che sembra che la città sia stata di forma quadrangolare), con due lati di fronte alla terra e due al mare.

La città vecchia forse copriva un'area molto più grande della moderna, perché, oltre alla superficie che costituisce il luogo della città attuale, pare che abbia occupato tutta l'ampia zona che si protende oltre verso il mare in direzione di Capo Boeo e la spiaggia, un tratto adibito ora in gran parte alla coltivazione, e che serve anche come zona di svago per gli abitanti di Marsala.

Su questa striscia di terra aperta, non lontano dalla spiaggia nella regione occidentale di Marsala, fuori delle sue mura, si trova la chiesetta di San Giovanni Battista, eretta sopra una grotta sbozzata nella roccia, in cui si dice che sia vissuta e morta la Sibilla Cumana, le cui spoglie sarebbero sepolte in questo luogo. In questa grotta si trova una sorgente d'acqua in un piccolo pozzo; si dice che le sue acque dessero il dono della profezia a coloro che le bevevano. Ancora oggi il luogo è considerato sacro ed è mèta di visite da parte della gente di Marsala alla vigilia di San Giovanni.

Questa sorgente viene generalmente considerata il pozzo a cui fa riferimento Diodoro, parlando dello sbarco dei Cartaginesi, sotto Annibale, a Lilybaeum nel 409 a.C. (21) Si crede che sia il pozzo celebre tra gli antichi con il nome di Lilyba, che esisteva molto tempo prima della fondazione di Lilybaeum, e che si pensa abbia dato il nome sia al promontorio che alla città.

Vicino al punto estremo del promontorio, l'attuale Capo Boeo, si possono vedere i resti di ciò che sembrerebbe una porta e torri poste avanti.

Gli altri bastioni e le altre fortificazioni che si vedono oggi intorno all'odierna città di Marsala risalgono al periodo normanno, anche se in tempi successivi, durante l'occupazione spagnola si rese necessario ripararli e rafforzarli ulteriormente. Durante tale periodo, o negli anni 1574 e 1575, alla scoperta dell'esistenza del vecchio porto di Lilybaeum, Carlo d'Aragona, allora Grande Ammiraglio di Sicilia, fece ostruire l'ingresso del porto con una barriera o un argine artificiale di roccie come precauzione contro una possibile invasione per mare da questa direzione (22).

Questa non è stata la prima volta in cui l'ingresso dell'antico porto sia stato ostruito, perché i Romani tentarono, si ricorderà, anche se invano, di bloccarne l'accesso, all'assedio di Lilybaeum nel 259 a.C. (23).

Ancora oggi sotto l'acqua è possibile vedere tracce di ciò che pare sia stato un molo o frangiflutti al largo della punta meridionale dell'Isola Lunga. Si estendono in direzione sud verso Capo Boeo e i pescatori ed i barcaioli dello Stagnone ne parlano come parte del muro romano.

Anche se senza dubbio di gran lunga superiore a quello di Mozia nei suoi ultimi giorni, a stento mai il vecchio porto di Lilybaeum può essere stato giudicato perfetto, tanto che indusse i Cartaginesi a costruire un porto a Drepano. Sembra certo che tale porto sia stato realizzato con l'intenzione di rafforzare la posizione di Cartagine come potenza marina e di assicurarle una base navale adatta sulla costa nord occidentale della Sicilia, visto che quella di Lilybaeum non era considerata sufficiente a tale scopo.

E' davvero un gran peccato che non siano state eseguite ricerche archeologiche sistematiche sul luogo di Lilybaeum, visto che, ad eccezione dei pochi scavi resi operanti alcuni anni fa dal Cav. Lipari, sotto la guida del professor Salinas, poco o niente è stato fatto nel campo della ricerca archeologica in questo luogo che, come diversi altri in Sicilia, è praticamente intatto, e si rivelerebbe così un campo veramente interessante di lavoro.

Sarebbe specialmente interessante per lo studente delle antichità fenicie e puniche, se si giudica dal poco che è stato già scoperto tra le rovine della vecchia città e nella sua necropoli, e molto si potrebbe apprendere che si rivelerebbe d' inestimabile valore riguardo non solo alla stessa Lilybaeum, ma anche alla nostra isola di Mozia, ed invero a tutta la storia dei Fenici in Sicilia.

Considerato che Lilibeo prese il posto di Mozia e ne continuò in qualche modo l'attività, non sarebbe troppo aspettarsi che la maggior parte della sua storia, che è attualmente un libro sigillato per noi, sarebbe così rivelata e portata alla luce.

NOTE

(1) Diod., XIV, 64.

(2) Ib., XV, 74.

(3) Diod., XIV, 48 e 51.

(4) S. Agostino, Confessioni undicesima nota.

(5) Coglitore, Mozia, pp. 174-180. Cf. Padre Amato (MS. diciottesirno secolo, Bib. Com. Palermo) e Pirri (Sicilia Sacra, 1733, 11, 883 segg.). L'atto di Re Ruggero, che decretava o ratificava la donazione al monastero Basiliano di Marsala, emesso nel 1130, menziona non soltanto l'isola di San Pantaleo, ma anche il suo methocum o grangia e la sua salina. Le prime due parole si riferiscono probabilmente al piccolo villaggio, con le sue case coloniche, che senza dubbio esistevano nell'isola a quei tempi, come in epoche successive, e non ad una chiesa, come afferma il Coglitore, anche se è probabile che vi fosse già una chiesa dedicata a San Pantaleone a quei tempi, e che faceva parte della borgata. La parola methocum viene resa correttamente con "villaggio' mentre la parola grangia potrebbe adattarsi alle case coloniche che si trovavano probabilmente lì. La nostra parola inglese "grange" ha senza dubbio la stessa provenienza.

(6) Il nome Pantaleimon, letteralmente "tutto campo", fu dato all'isola probabilmente perché a quei tempi essa era praticamente disabitata e di fatto coperta di erba che le dava l'aspetto di un vasto campo verde. Anche oggi tale nome sarebbe certamente appropriato, perché, ad eccezione di un piccolo gruppo di costruzioni è lasciata a campi. Guardandola da lontano si staglia come una piacevole macchia verde tra le acque blu dello Stagnone e fa da gradevole contrasto alle monotone saline della terraferma e dell'Isola Lunga al di là di essa. Secondo alcuni scrittori è stato pensato che la derivazione del nome sia "tutto porto" riferendosi ai dintorni dell'isola; mentre altri suggeriscono come probabile "tutta misericordiosa".

(7) Secondo il Coglitóre (Mozia, p. 177), San Pantaleone fu un medico di Nicomedia, nato nel terzo secolo dell'era attuale, che fu chiamato dall'imperatore Massimiliano tra i medici della sua corte. Egli fece a corte conoscenza del prete cristiano Hermolaus, e, coltivando la sua amicizia, fu infine battezzato da quello. La gelosia da parte degli altri medici di corte fece denunziare Pantaleone come cristiano, che venne torturato e decapitato nell'anno 303.

La chiesa commemora questo santo il 28 luglio. Esiste, o esisteva un tempo, una cappella dedicata a San Pantaleone nella chiesa del Collegio dei Gesuiti a Palermo.

Nel Museo Nazionale di Palermo si può vedere una piccola pittura su legno, che rappresenta San Pantaleone con San Tommaso. La data del quadro è 1699 ed il nome dell'autore viene dato come Simone Monaco. E' difficile dire se questo è il quadro del santo che si dice si trovasse prima nel Museo Salnitriano dei Gesuiti, o in un altro. Il Registro del Museo Nazionale dice soltanto che è stato acquisito per acquisto.

(8) Perfino oggi, anche se l'antico nome di Motya sta a poco a poco venendo in uso nella forma italiana di Mozia, alcuni, anche se, contadini della zona, la chiamano San Pantaleo o San Pantaliuni, la versione siciliana del nome del santo.

 

(10) Diod., XIII, 54.

(11) Diod., Frag., XXII, 10.

(12) Vide ante, Capitolo V.

(13) Cf. F.S. Cavallari, Sulla top. di talune città Greche in Sicilia, p. 55; A. Holm, Iscriz. trovata nel Tempio Grande di Selinunte, "Bull. Com. Ant. Sic., N' 4, pp. 27-34; A. Salinas, Relaz. R. Mus. Pal., pp. 50, 51, Tav. 2.

(14) Paus., V. 25, 2.

(15) Koehler, Mittheilungen des deutscben archaologischen Instituts in Athen, 1870, p. 30. Una lettura, completamente diversa è suggerita da Droysen (Athen und der Westen vor der Sicilianischen Expedition, Berlin; 1882), che suggerisce un'alleanza tra Segesta ed Alicia!

(16) Freeman, Hist. Siciliy, >II, 338 ed Appendice XXXII.

(17) Diod., XV, 73.

(18) Cicero in Divinatio Q. Caecilium, c. 12.

(19) Diod., Frag., XXIV, I.

(20) Cicero, Verr., V, 5.

(21) Diod., XIII, 54. Sebbene la parola sia stata resa nell'originale "pozza" da alcuni traduttori e sebbene nelle vecchie carte si veda un tratto di terra paludosa un poco a sud di Lilybaeum, che in realtà esiste ai nostri giorni, non sembra che ci sia ragione valida per credere che il luogo in cui il generale cartaginese cominciò a delimitare il suo accampamento non sia quello su menzionato, presso la sorgente sacra nella chiesa di San Giovanni.

(22) G.M. Columba, I porti antichi della Sicilia, pp. 45-46.

(23) Diod., Frag., XXIV, I.