(tratto da Mozia, Una colonia fenicia in Sicilia, di J.I.S. Whitaker)

Parte I

CAPITOLO IV

I FENICI IN SICILIA - LE LORO COLONIE DI MOZIA, SOLUNTO E PALERMO

Parliamo adesso di quelli che possono chiamarsi i veri colonizzatori, che, come progenitori, vennero in Sicilia e vi fondarono colonie indipendenti o insediamenti, alcuni permanenti, altri solamente temporanei. I primi ad arrivare furono i Fenici, poi vennero i Greci.

E' sconosciuta ancora la data esatta della fondazione delle colonie fenicie in Sicilia; giudicando, comunque, da ciò che scrive Tucidide (1), che i Siculi si erano stabiliti nell'isola circa trecento anni prima dell'arrivo dei Greci, e che anche i Fenici la abitavano allo scopo di commerciare con i Siculi, possiamo azzardare di fissare tale data in un periodo tra l'undicesimo ed il nono secolo prima di Cristo. Fu probabilmente in quel periodo che, in parte come conseguenza della crescita della potenza ellenica che li costringeva ad abbandonare molte delle loro basi del Mediterraneo orientale, in parte per il loro innato amore per i viaggi e le imprese commerciali, i Fenici si spinsero verso occidente in cerca di nuove sedi per le loro basi di scambio. La Sicilia, come le isole più piccole di Malta (Melita), Gozo (Gaulos), Pantelleria (Cossyra), e Lampedusa (Lampas), si trovava in direzione della Spagna e dèll'Africa nord occidentale, e non era probabile che venisse trascurata senza un buon motivo. Al contrario, questa fertile isola possedeva attrazioni che erano irresistibili per quei marinai e commercianti avventurosi ed era di conseguenza più naturale che vi venissero. Sarebbe stato veramente strano se fosse avvenuto diversamente, considerando anche la breve distanza che esiste tra la Sicilia e la costa africana e la presenza di Pantelleria, inoltre, come base di appoggio tra le due.

Per quanto riguarda le origini delle comunità fenicie in Sicilia, alcuni studiosi pensano che quelle situate nella parte occidentale dell'isola, di fronte alla costa africana, fossero state derivazioni delle prime colonie nord africane, mentre quelle sorte nelle zone orientali erano colonie provenienti dalla stessa fenicia; mancano, comunque dati certi per questa supposizione ed è molto probabile che tutte le colonie in Sicilia fossero di diretta origine fenicia. In ogni caso, comunque, è fuori dubbio che le colonie fenicie in Sicilia risalgono al primo periodo fenicio, e non a quello di Cartagine, la quale non era stata ancora fondata quando le colonie siciliane erano già in pieno splendore.

Si sa che in un periodo particolare le colonie fenicie, in un modo o in un altro, occupavano una vastissima arca della costa siciliana e che i coloni vivevano in rapporti di amicizia con i precedenti abitanti dell'isola, avendo con loro rapporti commerciali pacifici, e non aspirando ad ulteriori espansioni territoriali né ad occuparsi degli affari dei popoli vicini. Non sembra che i Fenici abbiano posseduto colonie di grande importanza in Sicilia se facciamo eccezione, comunque, per le colonie nel nord ovest dell'isola; in ogni caso non c'è niente che lo provi. Molte basi, invero, erano probabilmente solo stazioni temporanee di commercio, o fattorie, che potevano essere facilmente trasferite da un luogo ad un altro secondo la necessità.

Molti luoghi della costa orientale e meridionale, sono stati considerati sede probabile dell'occupazione fenicia, alcuni per la loro posizione imporante ed attraente, altri per la supposta derivazione fenicia dei loro nomi; e, sebbene non vi sia in merito nessuna prova concreta, c'è ogni motivo per credere che molti di questi luoghi furono occupati dai Fenici o almeno visitati da essi per scopi conunerciali in qualche momento della loro storia. Un nome dato dai nuovi venuti ad un luogo o a un distretto senza denominazione metteva probabilmente radice e veniva adottato dalle generazioni successive.

All'arrivo dei Greci in Sicilia, i Fenici, come ci racconta Tucidide, "abbandonarono la maggior parte delle loro basi e andarono a vivere a Mozia, Soloeis, e Panormus, vicino agli Elimi, dopo che si erano uniti a questi, sia perché confidavano nella loro alleanza, sia perché da quella zona il viaggio tra la Sicilia e Cartagine è più breve (2)".

Il fatto che i coloni fenici erano restii a lasciare la Sicilia non è strano e le regioni esposte sopra il loro ritiro verso l'angolo nord occidentale dell'isola sono senza dubbio plausibili. E' vero che Cartagine a quei tempi, sebbene già Stato fiorente, non aveva ancora fatto sentire il suo potere in Sicilia, tuttavia le notizie della sua grandezza che andava rapidamente accrescendosi dovevano aver già raggiunto la Sicilia rendendo i suoi lontani parenti desiderosi di trovarsi vicini ad essa.

Il ritiro dei Fenici dalle colonie siciliane, diverse da quelle menzionate prima della zona nord occidentale dell'isola, fu probabilmente graduale, e avvenne presunúbilmente dopo che i Greci ebbero sopraffatto del tutto gli abitanti che li avevano preceduti stabilendo il loro dominio in tutta la zona orientale della Sicilia. Non si sa quando tale situazione abbia realmente preso corpo, ma vi sono motivi per credere che non avvenne prima della seconda metà del settimo secolo avanti Cristo (3).

Non si sa anche se le tre menzionate colonie fenicie erano già delle città importanti a quel tempo, o se lo divennero in seguito, dopo che i Fenici si concentrarono in questa zona dell'isola, il cosiddetto quartiere barbaro. Considerando comunque la vantaggiosa posizione di almeno due di queste sedi si può ragionevolmente desumere che esse erano tra i luoghi scelti per primi dai colonizzatori al loro arrivo in Sicilia, e che, come tali, godevano già di una certa importanza ai tempi in cui vi si concentrarono. Comunque, non ci può essere dubbio che dopo la loro occupazione, i Fenici avranno fatto dei loro meglio per rafforzare e consolidare la loro posizione nella Sicilia nord occidentale e che le tre regioni in questione si saranno sviluppate ulteriortnente ed avranno accresciuto la loro importanza. Il fatto stesso che erano divenute la sede di tutta la popolazione fenicia dell'isola avrà contribuito molto a ciò.

Sebbene non sappiamo nulla per certo, è più che probabile che in questo momento vi fosse qualche forma di alleanza tra i tre insediamenti. Tra i due della costa settentrionale sarà stato certamente così e, sebbene la colonia occidentale di Mozia fosse separata dalle altre due essendo a notevole distanza, presumibilmente facevano parte dell'unione.

A proposito della comprensione reciproca esistente tra i Fenici ed i loro vicini, gli Elimi, abbiamo una dichiarazione di Tucidide, e parrebbe che ci siano abbondanti prove dei rapporti amichevoli che regnavano tra i due popoli e della portata raggiunta dall'influenza fenicia almeno ad Erice. A Segesta l'influenza greca era senza dubbio in qualche modo più potente di quella fenicia, ma osiamo pensare, che non fosse di natura politica.

Ora resta da parlare un po' più in dettaglio dei tre grandi insediamenti fenici nel nord ovest della Sicilia dando una breve descrizione topografica di ogni luogo. Considerandole nell'ordine in cui Tucidide le ha nominate, cominceremo con Mozia, la colonia di cui invero si hanno più notizie, e che, a giudicare da ciò che leggiamo di essa, deve essere stata in un certo momento la colonia fenicia più importante in Sicilia.

In passato c'è stata molta controversia per quanto riguarda la sede di Mozia; alcuni scrittori la collocavano vicino a Capo Pachino, altri sull'isola delle Femmine, o sull'opposta terraferma vicino Sferracavallo e Capo Gallo, nella costa settentrionale. Altri ancora hanno supposto che si trovasse nella baia di Mondello, vicino Palermo; e, facendo confusione con i nomi, alcuni hanno persino supposto che fosse ad Agrigento. Uno scrittore, pur riconoscendo lo "Stagnone di Marsala" come baia di Mozia, ha preferito collocare il luogo preciso dell'antica città in quella che un tempo era la penisola nota come l'Aigithallos, l'attuale Isola lunga.

Forse è stato Pausania a portare molti fuori rotta, perché, descrivendo le offerte votive ad Olimpia (4), egli distintamente si riferisce a Mozia come se fosse vicina al promontorio di Pachino; anche qui vi è stata una confusione di nomi, essendo Motyca il luogo a cui Pausania senza dubbio si riferiva e non la Mozia fenicia.

Tra gli storici successivi che pare abbiano seguito lo stesso ingannevole errore di Pausania di confondere Mozia con Motyca vi è lo scrittore siciliano Fazello, che, nella sua pregevole opera pubblicata nel 1574 (5), enumera non meno di tre luoghi diversi come sede possibile di Mozia, nessuno dei quali, comunque, nello Stagnone di Marsala.

E' vero che Motyca vicino Pachino può anche essere stata colonia fenicia e che possibilmente sia stata distrutta da Dionisio in quella occasione di cui ci parla Diodoro, quando ci dice che il Tiranno ha attaccato ripetutamente i Cartaginesi a Siracusa prima di cominciare il grande assedio di Mozia (6).

Una spiegazione dell'errore di Pausania si potrebbe trovare negli scritti di Timeo, che continuò l'attento lavoro di Tucidide, come pure quelli dello storico Filisto (i lavori di entrambi erano esistenti ai tempi di Pausania) ma sfortunatamente nessuna delle due opere è disponibile. Della loro perdita, totale in un caso, parziale nell'altro, non possiamo sufficientemente dolerci, poiché ci lascia un vuoto tanto grande nella conoscenza degli eventi di quei tempi. Un'altra grave perdita per la storia è quella dell'opera di Antioco sulla Sicilia, anche se forse Tucidide ne ha fatto uso in qualche modo.

Tra gli autori relativamente recenti pare che Cluverio, il quale scrisse nel 1619 (7), sia stato il primo a fissare il sito di Mozia sulla piccola isola ora chiamata San Pantaleo, che si trova immediatamente a nord di Lilibeo, l'attuale Capo Boeo, la punta più occidentale della Sicilia. D'Orville (8) e Houel (9) che scrissero nel secolo successivo pare che abbiano accertato l'identificazione di Cluverio.

Che quest'isola sia stata la sede di Mozia ci può essere poco dubbio se leggiamo ciò che scrive Diodoro (10), prima di Dionisio "che marciò da Siracusa verso Erice, non lontano dalla collina in cui si trovava la città di Mozia", e, in seguito, "all'arrivo di notte del generale cartaginese Himilco sulle coste di Selinus da cui, costeggiando il promontorio di Lilibeo, raggiunse Mozia sul far del giorno".

Le parole di Tucidide, quando allude al ritiro dei Fenici a Mozia, Soloeis e Panormus (11) "poiché da quella zona il viaggio dalla Sicilia a Cartagine è più breve", ci porterebbero a supporre che una delle località nominate da lui si trovasse all'estrema punta occidentale della Sicilia e costituisce una prova ulteriore a sostegno dell'attribuzione della sede di Mozia nell'attuale isola San Pantaleo.

Pare comunque che questa ipotesi sia stata generalmente accettata durante il secolo scorso. Il Capitano, in seguito Ammiraglio, Smyth, nella sua accurata opera sulla Sicilia, e più particolarmente sulla sua idrografia, pubblicata nel 1824 (12) parla a lungo di San Pantaleo nello Stagnone di Marsala e non pare che metta in dubbio il fatto che questa sia stata la sede dell'antica Mozia. Anche l'archeologo francese, il Duca de Luynes, pare che non abbia avuto dubbi al riguardo, quando scrisse una monografia sull'isola, intorno agli studi effettuati sul luogo dal famoso geologo, Professore Gory, da lui inviato colà nel 1853 (13). Più recentemente studiosi quali Freeman, Holm, Schubring, Fischer e Coglitore, scrivendo sulla Sicilia sono stati tutti concordi nel riconoscere l'isola di San Pantaleo come la sede di Mozia.

Alcuni autorevoli studiosi hanno pensato che l'isola di San Pantaleo sia troppo piccola per essere stata la sede di una città e colonia importante come Mozia. Comunque, la stessa Tiro si trovava su un'isola quasi della stessa estensione di San Pantaleo. E' vero che una parte di Tiro, quella più antica, era situata sulla adiacente terraferma, ma pare che l'isola di Tiro sia stata di gran lunga la parte più importante della città.

E' certamente possibile anche, per non dire probabile che gli abitanti di Mozia abbiano avuto industrie sulla terraferma siciliana di fronte al loro insediamento insulare, o forse anche sullo stesso capo sporgente di Lilybaeum, anche perché è difficile credere che questo non sia stato occupato da loro, dato che era proprio il tipo di luogo scelto di solito dai mercanti fenici per le loro basi commerciali.

Sappiamo che a nord avevano un passaggio rialzato o una strada che collegava l'isola con la terraferma (14), e che nelle immediate vicinanze del luogo cui questa strada conduce esisteva una importante necropoli, che può essere appartenuta soltanto ad una grande città come Mozia. Stentiamo a pensare che questa strada selciata possa essere stata costruita soltanto come via per la necropoli, ma più probabilmente serviva come mezzo di comunicazione e di traffico in genere con la terraferma; traffico d'altra parte per mezzo di veicoli provvisti di ruote, come si vede dai profondi solchi trovati nel marciapiede all'ingresso nord della città di Mozia. Così, è da supporre a ragione che, sebbene Mozia abbia sempre conservato indubbiamente il carattere di una città insulare, possa anche avere avuto edifici - fabbriche e magazzini - per il suo commercio e per le industrie sull'opposta terraferma. Può darsi che ci siano stati rapporti intensi tra Mozia ed il territorio circostante, che si estendevano sino alla stessa Erice. Inoltre si deve ammettere che non c'è niente, fino ad oggi, che dimostri tale situazione né sono stati trovati resti di importanti edifici da qualche parte nella zona di Birgi o da altra parte nella vicina terraferma.

La piccola isola in cui si trova Mozia, che ha poco più di due chilometri e mezzo di circonferenza, e che in nessuna parte supera i sei metri sul livello del mare, giace nel mezzo di una baia riparata o laguna, nota come lo "Stagnone di Marsala" dalla città omonima che ora occupa il sito o una porzione del sito dell'antica Lilybaeum.

L'isola, come si può vedere nella cartina alla fine di questo volume, è più o meno di forma circolare, tranne che per uno svilupppo abbastanza rettilineo nella zona occidentale e, per una certa ampiezza, anche in quella meridionale. La superficie del suolo è una pianura ondulata, un poco elevata al centro e verso l'estremità nord, con depressioni nelle zone orientali e sud occidentali.

Attualmente numerosi muri di pietra, bassi ed irregolari, limitati da siepi di cactus, dividono l'area in campi di diversa forma e misura, mentre gruppi di alberi di olive e di mandorle con isolati carrubi ed altri alberi resistenti, probabilmente nati spontaneamente, aggiungono un tocco pittoesco e vario al panorama. La terra, che è fertilisirna e produce ancora abbondanti raccolti di grano, un tempo era rinomata per la qualità del suo vino e dei suoi fichi. Il sottosuolo è composto di tufo tenero e friabile di un intenso colore giallastro, mentre la superficie esterna in alcune zone è costituita da roccia calcarca abbastanza dura.

Fino a poco tempo fa si trovava ancora nell'isola un piccolo casale (insieme ad una piccola chiesa che esiste ancora ai giorni nostri) dato in affitto agli agricoltori proprietari dei poderi in cui era stata divisa la terra dalle autorità della città di Marsala nel diciottesirno secolo. La piccola chiesa presenta un affresco di scarso valore artistico in cui si vede il villaggio colpito da una tromba marina nell'anno 1857, una calamità, comunque, da cui non derivò nessun effetto fatale, grazie, come si afferma, all'intercessione della Santa Vergine e del Bambino!

La baia interna di Mozia è protetta ad ovest, o lato mare, da una lunga isola pianeggiante, ora chiamata Isola Lunga, o Isola Grande, che forse un tempo era collegata con la terraferma nella sua estremità a nord, formando così una penisola nota anticamente come la Aigithallos. Adesso è separata da un canale ampio circa cinquecento metri.

L'attuale Isola Lunga pare che un tempo sia stata suddivisa, possibilente con canali artificiali o letti di saline, in tre porzioni, chiamate rispettivarnente Borrone, Favilla, e Longa, ognuna delle quali costituiva quasi un'isola essa stessa. Sembra anche che il nome bizantino Cerdinisi sia stato applicato alle ultime due assieme, anche se in data relativamente recente. Smyth, comunque, si riferisce a loro come "Cernisi e Favilla, due piccoli isolotti bassi e lunghi, collegati da saline, e difesi dai Saraceni predatori per mezzo delle torri di Villa Alta e Cernisi (15)".

Oltre Mozia e la lunga lingua di terra ora nota come Isola Lunga, nello "Stagnone" si trovano anche due altri isolotti, uno molto più piccolo di Mozia, chiamato Santa Maria, o, per dargli il suo nome completo, Santa Maria di Valverde, l'altro solo uno scoglio, chiamato "La Scuola", su cui è stato costruito un lazzaretto o ospedale di quarantena, finora, comunque, mai usato a tale scopo.

Lo "Stagnone", così chiamato da stagno, un bassofondo o acquitrino, misura circa undici chilometri di lunghezza, vale a dire, da Marsala a sud alla sua estrema punta nord a San Teodoro (16), dove si trova il canale che separa rlsola Lunga dalla terraferma l'ampiezza della baia nella sua parte più ampia è di circa tre chilometri, o quasi due miglia. L'ampiezza del suo sbocco meridionale al mare, tra Marsala e l'isola Lunga, è di circa duemila e quattrocento metri.

La maggior parte di questa baia interna è poco profonda, mediamente non più di tre o quattro piedi, ma un canale abbastanza ampio di acqua più profonda lo percorre un po' tortuosamente per una parte, ed è usato da chiatte e battelli che si recano allo "Stagnone" allo scopo di caricare il sale prodotto nelle numerose saline della zona. In alcune parti della baia questa stessa profondità d'acqua di tre o quattro piedi non viene affatto raggiunta, e quando c'è bassa marea e l'acqua è, come la chiamano barcaioli e pescatori, "secca", letteralmente asciutta, opposta, a '"piena", la navigazione diventa difficile.

Tra le spiagge settentrionali di Mozia e l'opposta terraferma l'acqua è particolarmente bassa; vi si vedono chiaramente sotto la superficie dell'acqua i resti dell'antica strada selciata o molo che un tempo collegava le due spiagge. E' invero così poco profonda l'acqua qui, che i carri la percorrono costantemente su e giù tra l'isola e la terraferma. Poiché non c'è nessun imbarcadero adatto per tutta la costa di Birgi, questo sistema di transito è più vantaggioso rispetto al viaggio con la barca.

Il territorio limitrofo a questa parte della linea costiera siciliana è molto piatto tendendo ad elevarsi negli altopiani dell'entroterra con un pendio graduale e molto leggero; non è visibile da Mozia nessuna altura di rilievo più vicina di quella del Monte Erice, l'attuale Monte San Giuliano, che, elevandosi a picco sul mare a nord, costituisce un vistoso punto di riferimento.

Al largo, verso ovest, si trovano Aigousa e le sue isole sorelle, Phorbantia e Hiera, le Egadi, note adesso col nome di Favignana, Levanzo e Marettimo, al largo delle quali, nel 241 a.C., fu combattuta la grande battaglia navale tra i Romani ed i Cartaginesi che pose fine alla guerra per il possesso della Sicilia, e lasciò l'isola sotto il dominio della potenza romana.

Ritornando a parlare della baia di Mozia, è molto verosimile che siano avvenuti dei cambiamenti nel rapporto terra-acqua lungo questa costa dai tempi dei Fenici, come ad esempio, la formazione del canale che ora esiste tra l'attuale Isola Lunga e l'opposta riva di San Teodoro, nonché il riempimento dei canali che forse un tempo suddividevano l'isola. E' probabile che altri cambiamenti siano intervenuti lungo la costa della terrafertna vicino a Marsala, ma non pare che il livello del fondo dello Stagnone, o quello delle sue isole, sia stato minimamente alterato da quei tempi, o che abbia avuto luogo colà qualche sollevamento o sprofondamento di terra come ritengono gli esperti.

A sostegno di ciò si può affermare che le fondazioni delle fortifìcazioni di Mozia e delle altre costruzioni lungo la costa dell'isola si trovano poste ad un livello in cui verrebbero collocate se venissero costruite oggi. I gradini di una scala che conduce giù al mare, ad est dell'isola, scoperti nel corso di scavi recenti, dimostrano ciò chiaramente, e, insieme alle altre costruzioni sulla costa, forniscono una prova che ci perinette di sostenere che il livello dello Stagnone e delle sue isole oggi è il medesimo di quello dell'antichità.

D'altro canto, è ugualmente probabile, ed invero quasi certo, che la profondità del mare in questa baia interna, il cosiddetto Stagnone, era di gran lunga superiore un tempo di quanto lo è adesso. Ciò appare evidente non soltanto per indizi di carattere generale quali un graduale deposito di fango o l'affluenza di melrna e sabbia dal mare aperto, che hanno impedito, tra le altre cose, l'accesso con imbarcazioni nei precedenti attracchi, ma anche per la scoperta di pesi da telaio, cocci di stoviglie, frammenti di coma ed altre ossa, insieme a calcinacci, probabilmente il prodotto della spazzatura e gli scarti della cucina, ad una considerevole profondità al di sotto dell'attuale livello del mare. Questo materiale di risulta è stato trovato ai piedi della rampa di scale di cui ho parlato prima, alla profondità di m. 1,26 sotto il livello del gradino più basso delle scale, cioè, sotto lo strato di fango e di detriti accumulati che formano l'attuale fondo del mare in questa zona.

Sembra del tutto probabile che piccoli battelli e forse anche imbarcazioni di discrete dimensioni fossero in grado, nei tempi antichi, di accostarsi a questa scalinata e giungere sino al gradino più basso che si trova quasi al livello della superficie dell'acqua. Certamente non lo potrebbero fare oggi, e neppure avvicinarsi nel raggio di parecchi metri, a causa dell'attuale acqua bassa.

Cè poco da dubitare invero sul fatto che lo Stagnone sia stato gradualrnente strozzato e la profondità delle sue acque di conseguenza sia diminuita considerevolmente a causa del costante deposito di sabbia, ed alghe provenienti dal mare esterno, la cui crescita durante i molti secoli è diventata così rigogliosa e invadente, da aumentare di molto le difficoltà della navigazione. E' vero che in alcuni punti si trovano delle vere secche ed alcuni scogli, ma queste sono relativamente poche ed il principale ostacolo per la navigazione in queste acque è costituito da banchi di alghe che si estendono, in masse dense, per la maggior parte della baia.

Che lo Stagnone debba essere soggetto a questo inconveniente non è cosa sorprendente se si considera che esso è praticamente una baia bloccata dalla terra, probabilmente con afflusso e riflusso d'acqua ineguale, a causa della diversa ampiezza delle sue due bocche o vie d'uscita; è da aggiungersi a tale considerazione che può contribuire non poco al fenomeno un altro fattore. Si tratta di un fenomeno peculiare, o condizione del mare, che si verifica spesso al largo delle coste meridionali della Sicilia, comunemente noto come marobia, in occasione del quale le più basse profondità dell'acqua vengono rimescolate e grandi quantità di alghe, fango e sabbia vengono trascinate verso terra dal mare aperto. Il fenomeno è probabilmente dovuto ad un contrasto di venti, ad una certa distanza al largo, che provoca un temporaneo momento di quiete bonaccia, sebbene venga poi seguito di solito da una burrasca. La parola marobia può darsi,che derivi da mare e ubriaco, o "mare ubriaco" dal particolare movimento dell'acqua durante il verificarsi del fenomeno, o da mare e rubra, con riferimento alla sfumatura rossastra che il mare assume in tale momento per l'accumulo di alghe agitate dal mare. Una descrizione ottima ed esauriente del marobia è stata fatta dallo Smyth (17).

Da quanto detto, e tenendo presente il lasso di tempo che è trascorso da quando Dionisio portò la sua flotta nella baia di Mozia, si deve convenire che è del tutto naturale, che alcune modifiche abbiano avuto luogo nelle profondità di queste acque; ma, come ho spiegato, il cambiamento sembrerebbe causato da un processo della natura graduale e perfettamente normale, e non, come è stato immaginato da molti, ad opera di un improvviso sconvolgimento vulcanico. Se si fosse verificato ciò, anche la stessa isola di Mozia avrebbe subito le sue conseguenze insieme alla baia che la circonda.

A confutare la teoria caldeggiata da Fischer (18) che sin dal terzo secolo a.C. la costa di questa parte della Sicilia si deve essere elevata di circa cinque metri, sarà sufficiente fare notare che la parte più alta di Mozia è di poco più di cinque o sei metri sopra il livello del mare ai nostri giorni, mentre le altre isole dello "Stagnone" raggiungono appena questa altezza, e, secondo tale teoria, queste isole non avrebbero potuto esistere in quel periodo!

Per concludere, è della massima importanza essere in grado di stabilire con quasi certezza il fatto che, qualunque cambiamento sia avvenuto nella configurazione della Sicilia nei tempi più remoti, non può avere avuto luogo negli ultimi ventitrè secoli, o, almeno dai tempi di Mozia, nessun innalzamento né sprofondamento almeno in questa parte di costa.

Ci rimane ora da far riferimento alle origini ed alla derivazione del nome Mozia, sebbene sia difficile, per non dire impossibile, dire per certo quale possa essere stato, o non fare altro che congetture per quanto riguarda la sua etimologia. Comunque, pensiamo che vi sia poco dubbio sulla radice fenicia, o al massimo semitica, del nome. Troviamo il nome mot nei Frammenti di Philo di Biblo, quando parla della creazione del mondo e si riferisce alla teoria concepita da scrittori precedenti in merito alla formazione e allo sviluppo dell'universo. Se la parola mot in ebreo significa "materia originaria" o, secondo Philo, "melma", o "putrescenza di secrezione acquosa", il termine potrebbe essere stato facihnente applicato a ciò che comunemente è noto come "fanghiglia", o, in senso più lato, a qualunque riva depressa ricca di vegetazione marina, e quindi ad un'isola come Mozia che si eleva tanto poco sul livello del mare ed è posta nel mezzo di una secca coperta di alghe.

Alcuni scrittori riferiscono la favola di una donna chiamata Mozia che aveva rivelato il nome di Eryx che era stato colui che aveva razziato il bestiame di Ercole (19), e che a titolo di ricompensa per questo servizio, aveva avuto attribuito il suo nome all'isola; la figura della testa di una donna che si trova impresso in alcune delle monete di Mozia è stata prodotta come prova a sostegno della teoria che questa è la origine del nome dell'isola. A tale osservazione comunque, si può attribuire poca importanza, perché la testa femminile può ugualmente, e forse con maggiore probabilità essere stata quella di Astarte, o di qualche altra dea.

Altri, a buon diritto, cercano la derivazione dei nome nella parola ebrea motua, che significa telaio, ed argomentano che il nome è stato dato in conseguenza del fatto che gli abitanti dell'isola erano esperti tessitori. Senza dubbio la tessitura deve essere stata una attività molto diffusa a Mozia, a giudicare dal gran numero di pesi da telaio trovati sull'isola, ed è perciò possibile che questa sia stata la vera etimologia del nome.

La seconda delle tre grandi colonie fenicie nel nord ovest della Sicilia, seguendo l'ordine in cui sono citate da Tucidide, fu Soloeis, o Solous, come la chiamavano i Greci, e Soluntum i Romani; entrambi i nomi pare che derivassero dalla parola semitica sela, "la roccia" o, secondo alcuni, "la città della roccia".

La sede di questa colonia è su una bassa collina che si trova a sud est rispetto alla baia di Palermo e a non più di circa nove miglia da questa città, l'antica Panormus, la sua colonia-sorella ai tempi dei Fenici. Tale collina guarda la baia di Palermo da una parte e quella di Termini dall'altra, e si trova tra il più alto Monte Catalfano a sud ovest e Capo Zafferana a nord est, il ben delineato promontorio che forma il corno sud orientale del golfo di Palermo.

Pare che il luogo preciso della città di Solous fosse stato sul pendio sud orientale della collina, e non sulla vetta, anche se a breve distanza da essa. La città quindi era protetta nei versanti nord e nord ovest, ed inoltre, trovandosi vicina alla cima della collina deve avere avuto una posizione dominante. Erano stati probabilmente eretti degli avamposti e delle fortificazioni in cima alla collina, ed anche tutto intorno, tranne forse quel fianco in cui il pendio ripido rendeva tale precauzione non necessaria. Ciò comunque non è altro che congettura, dal momento che non si vedono tracce di mura o fortificazioni al giorno d'oggi. Invero in questo luogo non sono stati trovati resti fenici di alcun genere; quelli che sono stati trovati sono romani; le strade pavimentate, gli edifici, le cisterne e le altre rovine sono tutte romane, o romane modificate dall'influenza greca. Pare che i Greci abbiano occupato Solous soltanto per un brevissimo periodo, nel 396 a.C., quando la città, si dice, fu fatta cadere per tradimento nelle mani di Dionisio. Fu poco dopo ripresa dai Cartaginesi, ed infine venne in possesso dei Romani quando conquistarono Palermo.

E' ignota la data della scomparsa di Solous dalla storia, ma è presumibilmente da collocare prima dell'occupazione normanna della Sicilia, dal momento che non vi è traccia di essa nei documenti dell'epoca. Nulla rimane oggi a indicare il luogo dell'antica colonia fenicia tranne che le rovine romane cui accennavo, anche se sembra che sia stato conservato il nome originario, ed un moderno villaggio di pescatori che è sorto sulla costa a sud est della collina di Solous, porta il nome di Solanto, senza dubbio preso dal nome più antico.

A giudicare dalla sua posizione, è difficile credere che Solous sia stata mai una base di commercio, ma serviva probabilmente come avamposto di qualche altra colonia sulla vicina costa, o forse anche di Palermo stessa, anche se più distante. In ogni caso si suppone a ragione che avesse avuto una rada o un porto abbastanza vicino dall'una o dalraltra parte della collina. Vicino l'attuale villaggio di Porticello, a sud est di Solous, una piccola baia offre buone possibilità di ancoraggio.

Dopo il ritiro dei Fenici a nord ovest della Sicilia, Solous rimase il loro possedimento più orientale nell'isola, e come tale, sarà stato fortificato ancora più, allo scopo di resistere ad ogni assalto ostile.

Giungendo ora a Panormus, la moderna Palermo e capitale della Sicilia, anche se il nome con cui era generalmente nota nei tempi antichi è greco, non c'è ragione di credere, anche un solo istante, come si è supposto, che la città sia di origine greca, o che non sia stata del tutto fenicia dall'inizio. Il suo vero nome fenicio appare incerto: si è accennato ai nomi di Machanatho o Machanat, e di Mackoshibim, come pure a quello di Ziz, ma non c'è prova la quale dimostri che uno di essi in particolare sia il nome giusto, e sino ad oggi la questione deve rimanere insoluta.

Di Panormus ai tempi dei Fenici si sa ben poco, meno, probabilmente, di quanto si sa di Mozia; ma il luogo è stato presumibilmente scelto da questi astuti colonizzatori per i suoi porti naturali rinomati ed eccellenti e per i vantaggi che offriva ai loro commerciali. I porti di Panormus, la "Tutta porto" erano infatti proprio ciò di cui abbisognavano i Fenici, ed erano probabilmente, come afferma Diodoro (20), i migliori ed i più convenienti che essi occupavano in tutta la Sicilia. Allo stesso tempo, comunque, non c'è prova la quale dimostri che Panormus sia mai stata di grande importanza ai tempi dei primi Fenici in Sicilia, o che sia stata, in qualche modo, l'equivalente della roccaforte occidentale di Mozia. Fu solo in un periodo più tardo, dopo la caduta di Mozia e lo sviluppo della potenza cartaginese in Sicilia, che Panormus divenne la base principale del dominio punico nelrisola, sebbene anche allora, Lilybaeum, che seguì a Mozia, fu sempre il baluardo principale dello Stato e la sede dei rapporti diplomatici tra Roma e Cartagine.

La sede di Panormus nei tempi antichi era evidentemente molto diversa da quella attuale e sono di particolare rilevanza i cambiamenti intervenuti in questo luogo particolare nel rapporto tra mare e terra (21).

L'attuale porticciolo chiamato "La Cala" è tutto ciò che rimane di due porti che esistevano qui una volta dall'una e dall'altra parte della lunga e stretta lingua di terra che si protende sul mare, su cui si trovava la parte principale della città vecchia.

Queste due insenature, o bracci di mare, a giudicare dalle antiche carte e dalle descrizioni che ne abbiamo, un tempo, ed almeno sino al XIX secolo, dovevano addentrarsi per un tratto considerevole all'interno. Dopo tale data pare che siano state riempite a poco a poco, o di proposito, o, come sembra più probabile, come ho riferito prima, ad opera di depositi di detriti trascinati a valle dai torrenti che vi si riversavano dalla fertile vallata dell'Agro palermitano, la cosiddetta Conca d'Oro. L'attuale porto di Palermo è in un altro luogo, nell'estremità nord della città, sotto Monte Pellegrino, l'antico Ercta, che un tempo fu la roccaforte di un campo cartaginese sotto Amilcare, che aveva come porto la piccola baia che si trova ai suoi piedi a nord, l'attuale Mondello.

Anche se l'attuale porto di Palermo non è proprio il migliore della Sicilia, la sua baia è certamente bellissima, per cui potremmo dire che in bellezza rivaleggia, sé non supera, quella di Napoli.

Vicino alla sua punta meridionale si trova la collina rocciosa in cui un tempo si trovava Solous a guardia, per così dire, degli accessi alla sua città-sorella, e frontiera orientale della Sicilia fenicia.

Come nel caso di Solous, anche qui a Panormus tutte le tracce della città fenicia sono scomparse, non rimane un solo edificio, neanche una pietra, che possa essere detta con certezza fenicia. Tutto è stato spazzato dall'ondata assalitrice e dai sempre diversi domini a cui l'isola è stata sottoposta. Panormus è stata la patria temporanea, in successione, di Fenici, Cartaginesi, Greci, Romani, Saraceni e Normanni e anche di popoli successivi che a turno si sono fermati qui per poi andare via senza lasciare, tranne nel caso dei Saraceni e dei Normanni, se non poche tracce della loro presenza.

NOTE

(1) Tucid., VI, 2.42.

(2) Tucid., VI, 2.

(3) Freeman (History of Sicily, vol. I, p. 246) dice: "Il ritiro definitivo dall'est, nord e sud e la definitiva occupazione unicamente delle zone a nord-ovest possono essere avvenuti soltanto nella seconda metà del settimo secolo avanti Cristo", ed è dell'opinione che sia Imera che Selinunte, fondate nella seconda metà del settimo secolo a.C., esistevano già all'epoca del ritiro definitivo. Entrambe queste comunità, per la loro vicinanza al territorio fenicio, costituivano per esso una continua minaccia, soprattutto la seconda, la cui area si potrebbe supporre per varie ragioni che mai i Fenici si sarebbero trattenuti dall'occupare a quel tempo se non fosse stata già nelle mani dei Greci. D'altro canto, comunque, sarebbe giustificato supporre che i Fenici in quel periodo non avessero alcun desiderio di fondare altre colonie, e, inoltre, possano aver considerato che, avendo una roccaforte ed un emporio come Mozia, situata così convenientemente per i rapporti con Cartagine, un'altra occupazione sarebbe stata superflua. Holm (Cesch. Siciliens) colloca il loro ritiro tra il 700 ed il 650 a.C.

(4) Paus., V, 25.

(5) Faz., De rebus siculis, I.

(6) Diod., XIV, 9.

(7) Cluv., Sicilia antiqua cum minoris insulis ei adjacebtibus, V, 251.

(8) D'Orville, Sicula, 1764.

(9) Houel, Voy. pict. Sicile etc., 1782.

(10) Diod., XIV, 9.

(1 1) Tucid., VI, 2.

(12) Smyth, Sicily and its Islands.

(13) De Luynes, Rerberches sur l'emplacemente de l'acienne ville de Motye.

(14) Diod., XIV, 48.

(15) Smyth, op. cit., p. 236.

(16) Nell'anno 249 a.C., durante la prima guerra Punica, fu eretto un forte a San Teodoro per opera del console L. Junio, come base delle operazioni contro Lilybaeum; si pensa che le rovine del forte forimino parte della torre che si vede ai giorni nostri.

(17) Smyth, op. cit., p. 224.

(18) Theo. Fischer, Beitrage zur phys. Geogr. der Mittelmeerlander, besonders Siciliens, Leipzig, 1877, pp. 11 seqq.

(19) Un distretto situato a poche miglia dall'attuale città di Trapani e sotto il monte di San Giuliano è noto ancora oggi come Campo d'Ercole, anche se oggi l'origine del nome non pare che sia nota, come pare che neanche lo fosse alla fine del diciottesimo secolo. Houel, scrivendo nel 1782 (Voyages pictoresque des iles de Sicile, Malte et Lipari, I, 16) e descrivendo il suo viaggio da Trapani a Marsala dice: "On passe près le champ d'Hercule, lieu où l'on croit encore aujuord'hui que Hercule lutta contre Eryx et gagna un royaume, en tuant ce monarque qui avait fait del ses états le prix de la victorie".

(20) Diod., XXII, 14.

(21) Come a Mozia, tali cambiamenti non sono stati causati da azione vulcanica, ma sono il prodotto di un graduale processo naturale, con la differenza, comunque, che mentre a Mozia la trasformazione è stata effettuata a causa di depositi di fango provenienti dal mare aperto, a Panormus è da attribuirsi principalmente, se non interamente, a depositi alluvionali trascinati con la corrente dall'entroterra.