Immagini della necropoli di Mozia

 

 

 

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Necropoli arcaica: due tombe scavate nella roccia che contenevano i vasi con le ceneri dei defunti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una tomba costituita da lastre di pietra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una tomba ad incenerazione formata da un blocco di pietra squadrato

 

 

(tratto da Mozia, Una colonia fenicia in Sicilia, di J.I.S. Whitaker)

Parte II

CAPITOLO VII

I CIMITERI MOZIESI

La prima Necropoli a Mozia (Fig. 27)

Nel Capitolo II è stata fatta menzione della scoperta a Mozia di una necropoli col sistema dell'incinerazione, chiaramente di un'epoca remota, la cui esistenza pare sia stata precedentemente sconosciuta o mai documentata. Tale scoperta è stata inaspettata perché si considerava il cimitero di Birgi, sulla terraferma, come l'unico luogo di sepoltura di Mozia.

Non vi può essere dubbio che il cimitero di Birgi era un luogo di sepoltura di Mozia, ma ora sembrerebbe che non sia stato l'unito appartenente a questa antica città e che esistesse sull'isola stessa un'altra necropoli, forse più antica.

La scoperta del cimitero sull'isola è stata fatta nel 1907, quando fu portato alla luce nel corso di alcuni scavi che si stavano eseguendo lungo la linea di fortificazioni a nord dell'isola. Ne venne esplorata una parte della misura di circa cinquanta metri di lunghezza per diciotto di larghezza.

Come è stato già ricordato, sembra probabile che questa necropoli isolana costituisse il luogo di sepoltura originario dei primi coloni fenici, nei giorni in cui Mozia era ancora una colonia relativamente piccola e che fosse stato abbandonato quando essa divenne più grande e la città si espanse, sicché dovendosi trovare un nuovo luogo per cimitero si scelse a tale scopo quello di Birgi, sulla terraferma.

Nel caso di una popolazione prospera ed in rapida espansione, come siamo portati a credere che fosse Mozia, con i limiti della sua arca edificabile, rigorosamente circoscritti dalle dimensioni ridotte dell'isola, la necessità di economizzare ogni centimetro disponibile di terra da adibire a costruzioni, sorretta anche senza dubbio da considerazioni di ordine sanitario, avrà spinto i Moziesi ad effettuare questo cambiamento di necropoli, mentre la scelta di Birgi come sede per il nuovo cimitero sarà venuta spontanea probabilmente per ragioni a cui si farà riferimento più avanti nel capitolo.

Come già affermato, la necropoli scoperta recentemente si trova sulla costa nord dell'isola, che in questo luogo particolare è costituita da una scogliera o sponda bassa e si addentra non solo sino al muro di cinta ma in realtà al di sotto e dall'altra parte di questo. Tale fatto, che è stato verificato scavando al di sotto del muro (1), dimostrerebbe che la necropoli è di data più antica ed esisteva prima della sua costruzione, che deve essere avvenuta in un periodo più tardo, possibilmente dopo che la località era stata abbandonata come cimitero e quando la colonia moziese era diventata sufficientemente importante da rendere necessario, o prudente, provvedere alla sua sicurezza innalzando fortificazioni. Forse tali mura difensive possono pure essere state costruite affrettatamente, in un momento in cui la colonia venne minacciata da un'invasione e in cui qualunque sentimento ci possa essere stato da parte degli abitanti riguardo alla santità del luogo delle loro sepoltura, questo dovette essere sacrificato per le necessità della guerra.

A giudicare, comunque, dal tipo e dalla costruzione delle mura in questo posto particolare, queste certamente non appartengono aipultimo periodo di Mozia, quando le fortificazioni furono di un ordine e di una fattura di gran lunga superiore, ma erano probabilmente di molto più antiche, risalenti forse al periodo in cui Mozia cessò di essere una semplice colonia e si sviluppò per la prima volta in città.

E' naturalmente possibile che Mozia, nei suoi primi giorni, abbia avuto una cinta muraria di limitate estensioni, ma sembra più probabile che fosse una città aperta e non avesse intorno fortificazioni di alcun genere in quel periodo.

Il carattere di alcune terraglie e di altri oggetti trovati nelle tombe di questa necropoli, di cui sarà fatta ulteriore menzione tra breve, indicherebbero che il cimitero appartenesse ad un primo periodo della storia di Mozia, mentre non vi può essere dubbio che questo luogo avrà continuato ad essere usato come luogo di sepoltura per un considerevole lasso di tempo. Oltre alle terraglie e agli altri oggetti di un'epoca antica trovati in alcune delle tombe, in questa necropoli si trovano anche oggetti di un periodo successivo, che erano stati probabilmente introdotti nella colonia dopo lo sviluppo del commercio e dei traffici tra Mozia e la Sicilia greca e quando Mozia aveva senza dubbio cominciato già a svolgere un ruolo attivo nel commercio.

Questa necropoli isolana è di un tipo rozzo e primitivo che si basava quasi esclusivamente, per quello che si può vedere al momento, sulla cremazione, sebbene siano stati trovati in una sua parte sarcofagi. Tale fatto potrebbe forse portare a concludere che la necropoli fosse stata abbandonata nel momento in cui i Fenici passarono da un tipo di sepoltura all'altro, e che fu a causa di questo cambiamento nella forma di sepoltura che i Moziesi decisero di cambiare necropoli. Sembra probabile che il cambiamento sia stato dovuto alla mancanza di spazio nell'isola, ma è interessante, allo stesso tempo, notare come siano stati pronti i Moziesi ad adottare, l'inumazione, o, si dovrebbe forse dire, a ritornare a questa, malgrado sia stata praticata per tanto tempo la cremazione.

Ciò fa sorgere il problema circa la possibilità che i primi coloni a Mozia abbiano dapprima inumato i loro morti, o seppellendoli in vani ricavati nella roccia lungo le scogliere o in tombe sotto terra, e che abbiano appreso solo più tardi dai Greci la pratica della cremazione. Sino ad oggi, comunque, non è stato trovato niente a Mozia per autorizzare tale supposizione, sebbene forse antiche tombe ad inumazione si potrebbero ancora reperire in alcuni luoghi dell'isola che non sono stati esplorati sufficientemente (2).

Pare che a Cartagine sia stata adottata la cremazione per la prima volta verso l'inizio del quarto secolo a.C., e dopo la conclusione della prima guerra punica di Dionisio, quando, in seguito alla sua disfatta alla fine di quella campagna, che era stata attribuita alla profanazione da parte dei soldati cartaginesi del tempio di Demetra e Persefone a Siracusa, Cartagine, desiderosa di propiziarsi quelle divinità, li ammise nel suo Panteon, e non solo istituì il loro culto tra la sua gente ma affidò l'incarico di praticarlo a sacerdoti greci (3). L'introduzione della cremazione a Cartagine è attribuita all'influenza di questi ultimi, e anche se continuò ancora ad essere in uso colà l'inumazione come forse la più popolare forma di sepoltura, entrambe furono a quanto pare praticate contemporaneamente (4).

Nel 1898 è stata scoperta a Cartagine un'interessante iscrizione punica, che commemorava forse l'erezione di due nuovi templi o santuari dedicati alle divinità fenicie Ashtoreth e Tanit, che alcune voci autorevoli suppongono corrispondere a Demetra e Persefone (5). Un aspetto non meno interessante di questa iscrizione è il fatto che la sua dedica si riferisca a Astoreth e Tanit come due divinità distinte, mentre di solito questi due nomi sono stati considerati riferentisi ad una sola e identica dea.

Qualunque possa essere il collegamento tra le suddette divinità, non vi è alcun dubbio sul fatto che il culto di Demetra e Persefone sia stato saldamente impiantato un tempo a Cartagine e sul fatto che questo sia stato osservato ancora fino ad un periodo molto tardo della vita di quella città. Lo stesso conio di Cartagine durante la prima età dei quarto secolo a.C. è sufficiente per dimostrare a quale livello era giunto questo culto.

Anche in epoca romana queste divinità saranno state ancora venerate con grande devozione a Cartagine con il nome di Cerere e Proserpina a giudicare dalla statua di Cerere e dai numerosi frammenti di altre statue ed opere architettoniche che rappresentavano o che erano collegate con quella dea che sono state trovate a Cartagine insieme ad una iscrizione romana che si riferisce al suo culto e sacerdozio (6).

Per il fatto che siano stati trovati tanti resti di statue, e soprattutto in una zona particolare, non è assurdo supporre che qui vi sia stato un santuario o dei santuari per il culto di Cerere e Proserpina e forse anche che gli edifici che erano stati originariamente eretti per le divinità fenicie saranno serviti in seguito per le divinità greche e romane.

Al tempo di Sant'Agostino apprendiamo che erano numerosi a Cartagine i santuari pagani, e quello di Tanit, o la Dea coelestis, come veniva chiamata, la dea protettrice della città, occupava un'arca considerevole con i suoi boschetti sacri e le corti racchiuse da portici, intorno alla statua centrale della divinità. Anche il fenicio Moloch aveva il suo tempio, con il nome di Saturno sebbene secondo Sant'Agostino, il culto di questa divinità era allora in declino (7).

Nel luogo in cui sono state scoperte le iscrizioni puniche e romane, si sono rinvenute numerose lampade di terracotta, sia puniche che greche, recanti l'emblema triangolare di Tanit, e tra queste parecchie ornate pure con un cesto carico di frutta.

In Fenicia, come pure in altri paesi antichi, la prima forma di sepoltura era probabilmente ipogea, usando allo scopo cavità e grotte naturali dapprima, e poi (quando divennero di uso comune gli utensili e gli attrezzi in metallo), costruendo sepolcri artificiali, scavando cavità nella roccia viva o adattando caverne esistenti allo scopo richiesto. E ancora dopo i luoghi di sepoltura saranno stati eretti sepolcri in muratura o loculi sottoterra in cui la forma di seppellimento era comunque in tutti i casi quella dell'inumazione.

Secondo una fonte molto attendibile (8), i Fenici non avevano l'abitudine nel loro paese di bruciare i morti; ma pare che i loro coloni in altri paesi non abbiano avuto scrupoli religiosi su questo punto e non esitarono a scostarsi dal costume della madrepatria, se era il caso, né nel rispetto di questo o di altri riti e pratiche religiose.

Il metodo particolare di eliminare i resti dei morti invero dipendeva probabilmente in buona parte dalle condizioni locali prevalenti nel luogo. Così Mozia, dove l'estensione del territorio era limitata e dove il luogo di sepoltura doveva necessariamente essere collocato a non grande distanza dalle abitazioni, si ritenne senza dubbio opportuno, se non assolutamente necessario, per economia di spazio e per ragioni igieniche, adottare la cremazione a preferenza della inurnazione, e si seguì tale pratica sino a che la colonia non fu cresciuta tanto da rendere urgente un cambiamento di sede.

Si può desumere che lo spazio limitato a Mozia sia davvero stata la principale se non l'unica ragione perché ivi venisse adottata la cremazione, perché, come già dimostrato, pare che, allorquando fu effettuato il cambio di necropoli e cessò di essere importante l'economia di spazio, l'inumazione sia diventata subito la forma di sepoltura riconosciuta e praticamente l'unica, e così pare che sia continuato per tutto il resto della storia di Mozia. Il fatto è oltremodo interessante se si considera quanto i costumi e l'influenza greca erano penetrati a Mozia durante i suoi ultimi anni.

A differenza di quanto è stato notato a Cartagine (9), in Sardegna (10) e forse altrove, a Mozia non pare che le due forme di sepoltura siano state praticate contemporaneamente o siano andate fianco a fianco.

I pochi sarcofago trovati in una parte della necropoli isolana di Mozia non possono essere considerati come prova a favore di tale supposizione, mentre la pratica quasi esclusiva dell'inumazione che si vede chiaramente seguita a Birgi è evidentemente opposta a quella.

Il solo fatto, inoltre, che siano state trovate tombe che contengono entrambe le forme di sepoltura non basta poiché pare che sepolcri punici più antichi venissero spesso riaperti e servissero come sepoltura successive.

Non sembra che sia stata trovata prova alcuna di "strinamento", o bruciatura parziale del cadavere, che veniva praticata in alcuni paesi, né a Mozia né a Birgi, né alcun caso di imbalsamazione, pratica tanto seguita in Egitto. Né pare che sia esistita qui la pratica della scarnitura, o rimozione della carne dalle ossa prima della sepoltura, che esisteva in alcuni dei primi cimiteri siciliani.

Oltre ai pochi sarcofago di cui abbiamo già riferito che sono stati trovati nella necropoli isolana e che presumibilmente sono state tra le ultime sepoltura, si è rinvenuto anche un certo numero di sarcofagi nelle immediate vicinanze della porta a nord; ma questi probabilmente appartengono ad un periodo molto tardo della storia di Mozia, forse a quello del grande assedio, dopo che era stata tagliata ogni possibilità di accesso alla terraferma e al luogo delle sepolture.

La probabilità che queste tombe siano appartenute ad un periodo molto tardo è rafforzata dal fatto che si sono trovate due monete in uno dei sarcofagi. Come nel caso delle prime sepoltura cartaginesi, anche a Mozia un fatto notevole l'assenza di monete, non solo nella prima necropoli isolana, ma anche nel cimitero successivo sulla terraferma.

Verrà fatta ulteriore menzione di questi sarcofagi alla fine del capitolo quando si daranno alcuni particolari su di essi e sul loro contenuto.

Non sono stati trovati né a Mozia né a Birgi bare di legno né tracce 4i queste. Anche se pare che i sarcofagi in pietra siano stati usati esclusivamente in Siria nei primi tempi dei Fenici, sembra che in seguito siano venuti in uso in certa misura in quel paese le bare in legno; mentre a Cartagine sono stati trovati in grande abbondanza i resti di bare di tale genere insieme alle chiusure in metallo. Le bare puniche in legno pare che siano state quasi sempre dipinte di rosso. L'abitudine di dipingere le bare, comunque, non era destinata soltanto a quelle di legno, si sa che si estese anche in epoche successive ai sarcofagi di marmo e di pietra (11).

Tutti i sarcofagi incontrati sia a Mozia che a Birgi sono posti nella terra o nel sottosuolo roccioso a non grande profondità sotto la superficie.

Si potrebbe affermare che in nessun caso sono state trovate tombe poste in camere o loculi ricavati nella roccia viva come nella antica Fenicia, a Cartagine ed in altri luoghi. Ciò può essere spiegato dal fatto che il sottosuolo di Mozia e Birgi non è sufficientemente compatto da permettere la costruzione di tali camere. Ad una brevissima profondità dalla crosta rocciosa della superficie si trova un tufo cretaceo tenero che sarebbe inadatto allo scopo.

Se ci fosse stato anche un minimo strato di roccia solida, se ne sarebbe fatto uso per l'ipogeo. Nella colonia fenicia di Nora, nella costa meridionale dell'isola di Sardegna, dove esisteva una necropoli ad inumazione oltre che ad incinerazione, l'ipogeo del primo tipo si trovava soltanto a tre metri circa sotto la superficie del suolo. Sembrerebbe che infiltrazioni dal mare abbiano impedito la sepoltura ad una profondità maggiore (12).

Nelle vicinanze di Marsala, il sito dell'antica Lilybaeum, dove ad una considerevole profondità si trova una formazione rocciosa più solida, pare che la forma comune di sepoltura sia stata l'inumazione, e si trovano infatti camere sepolcrali in gran numero.

L'area immediatamente più interna rispetto all'odierna città di Marsala è particolarmente rocciosa, e Lilybaeum senza dubbio avrà avuto ivi uno o più sepoltura. Pare che uno spazio aperto e non coltivato che si trova oggi nei pressi del monastero dei Cappuccini, nel nord della città, sia disseminato di tombe. Sino ad oggi, comunque, non è stata eseguita nessuna esplorazione sistematica di questo luogo, anche se diverse tombe sono state portate alla luce in tempi diversi e dopo essere state private del loro contenuto sono state poi chiuse di nuovo.

Una di queste tombe, visitate recentemente dall'autore, è stata raggiunta attraverso un pozzo o sfiatatoio perpendicolare rettangolare della misura di m. 6,50 di profondità, con delle rientranze praticate lungo una delle pareti a mo' di gradini (13). La bocca, o apertura, del pozzo misurava m. 2,20 per m. 0,90. Alla base del pozzo era stata ricavata nella solida roccia di arenaria una singola camera sepolcrale il cui ingresso era formato da un'apertura di m. 1,43 di altezza per m. 0,70 di larghezza, mentre la camera stessa misurava m. 2,40 di lunghezza, m. 1,96 di ampiezza e m. 1,84 di altezza. Non è stata trovata nessuna lastra di pietra posta di fronte all'accesso alla camera.

Ciò che restava del corredo di questa tomba lasciava fuor di dubbio che il sepolcro era stato precedentemente visitato ed il suo arredo trafugato perché ad eccezione delle ossa di ciò che forse costituivano tre scheletri, non è stato trovato niente se non uguentaria ordinari di piccole dimensioni e pochi cocci di stoviglie di migliore qualità.

Un foro creato lateralmente nella roccia alla base del pozzo di questo sepolcro ha rivelato l'esistenza di un'altra camera tombale nelle immediate vicinanze.

Come a Cartagine, sembra che nelle tombe della necropoli di Lilybaeum vi sia una considerevole varietà, alcune hanno infatti una solo camera sepolerale mentre altre ne hanno due e perfino tre (14).

Nelle disposizioni sepolerali come in altri affari di pubblico interesse che riguardavano la città, senza dubbio Lilybaeum avrà seguito per lo più l'esempio di Cartagine e non è perciò sorprendente che venisse trovata una notevole somiglianza tra i cimiteri delle due città. Il territorio roccioso immediatamente vicino a Lilybaeum assomigliava apparentemente a quello intorno a Cartagine e permetteva la sepoltura sottoterra tanto diffusa tra i Fenici quando era possibile. Anche se come abbiamo già detto è stato fatto ben poco sino ad oggi riguardo agli scavi a Lilybaeum, quel poco realizzato è sufficiente a rivelare l'affinità tra i cimiteri, i riti e le pratiche funebri della più vecchia e più giovane delle città puniche. Naturalmente, le tombe trovate a Lilybaeum avranno qualcosa più in comune con quelle ,di una data corrispondente che con quelle dei cimiteri pù antichi di Cartagine (15).

Sebbene sia quasi impossibile fare un paragone tra gli ipogei dei primi cimiteri a Cartagine, come quelli di Douimés e Dermech, e le nostre prime tombe ad incinerazione di Mozia, è comunque interessante notare l'analogia, ed in taluni casi l'assoluta identità, che pare vi sia tra le stoviglie trovate in entrambe. A Mozia si trovano le copie esatte di alcuni tipi di vasi trovati in tombe cartaginesi più antiche. Si suppone che la data dell'antica necropoli di Douimès a Cartagine debba farsi tra il settimo ed il sesto secolo a.C., estendendosi possibilmente fino al quinto secolo (16); mentre il nostro primo cimitero moziese ad incenerazione, sebbene senza dubbio un po' più antico, continuò probabilmente ad essere in uso fino alla metà o anche la fine del settimo secolo a.C.

Naturalmente, esiste qualche differenza tra il materiale trovato nei luoghi di sepoltura cartaginesi e quelli moziesi e non sempre è mantenuta con precisione l'analogia tra i due. Così, per esempio, le urne a forma sferoidale usate per conservare i resti cremati, che si trovano frequentemente a Mozia, mancano invece a Cartagine; mentre d'altro canto le lucerne e i bruciatori di profumi trovati nelle tombe di quest'ultima mancano in quelle della prima. Ciò, comunque si può spiegare col fatto che le urne cinerarie di Mozia dalla forma particolare non erano necessarie per le sepoltura ad inumazione di Cartagine; mentre, d'altro canto, non vi era nessuna raison d'etre per le lucerne ed i bruciatori di profumi nei cimiteri moziesi, dove non erano possibili le camere sepolcrali.

Come è stato già affermato nella prima parte di questo capitolo, la parte del cimitero moziese scoperto di recente che è stato portato alla luce si trova fuori dalle vecchie mura di fortificazione della città ed occupa un tratto di terra tra queste e la linea costiera. Il muro di cinta in questa parte dell'isola si trova molto più rientrato dalla costa rispetto ad altre parti, dove, in molti casi, si erge quasi immediatamente dal bordo dell'acqua.

Ancora resta da accertare per quanto il cimitero si estenda nell'entroterra o al di là del muro, come pure rimane da vedere se si estenda molto dall'una e dall'altra parte della zona sino ad oggi portata alla luce in direzione est o ovest.

Non pare che sia stato possibile osservare un sistema fisso in questa necropoli circa le reali esequie dei morti, visto che la scelta dei sito e le caratteristiche della tomba venivano affidate interamente ai parenti dei defunti. Così non solo ci si imbatte in una grande varietà di tombe stesse, ma queste si trovano collocate a distanze diverse l'una dalraltra e a diversa profondità nel suolo o nel terreno roccioso.

Senza dubbio l'irregolarità della superficie del suolo in questo posto è responsabile per ciò in grande misura. Certamente a prima vista si è portati a credere che ci debba essere stato più di un solo strato, o ordine, di tombe specialmente perché in due o tre casi sono state trovate delle tombe poste immediatamente al di sopra e al di sotto l'una dell'altra. Questi casi, comunque, sono eccezionali e non possono essere considerati come prova dell'esistenza di due strati distinti di tombe appartenenti a periodi diversi.

Inoltre in questo cimitero si può trovare qualche stelae, in piedi in situ sopra la sua tomba, ma la maggior parte delle tombe è priva di stelae perché probabilmente esse sono state rimosse negli anni passati. Nelle immediate vicinanze sono state scoperte molte di queste stelae, o pietre tombali, altre se ne trovano tra il materiale che forma i rozzi muretti elevati dai contadini nei campi dei dintorni.

Tranne in pochi casi, le stelae trovate qui sono estremamente grezze e semplici essendo formate da piccoli blocchi verticali di arenaria appena sbozzata nelle dimensioni, di regola, che vanno da 25 a 35 centimetri di altezza, da 15 a 25 di larghezza, e di spessore, con linee incise o grattate sopra (una rappresentazione lineare, forse dell'aedes o edificio sacro). Sono state trovate alcune stelae raffiguranti baetyli, o singole o doppie, ma nessuna sino ad oggi con il baetylus triplo che si incontrava frequentemente in Sardegna, né ne sono state trovate con iscrizioni (17).

Fino a pochissimo tempo fa a Mozia non era stata trovata alcuna stelae che assomigli a quelle a disegni e guarnizioni che sono state scoperte in gran quantità a Cartagine, in Sardegna ed altrove; ma ne sono state rinvenute alcune nel cimitero scoperto di recente che pensiamo siano servite per la sepoltura di offerte sacrificali. Tra queste ve ne son alcune recanti la raffigurazione di divinità ed il simbolo del disco e della mezza luna (18).

Le tombe che contengono i resti cremati dei morti sono formate da ollae ed amphorae di terracotta di notevoli dimensioni o da bare a forma di cassa, che variano notevolmente per misura e fattura essendo in taluni casi ricavate scavando un singolo blocco di arenaria, in altri formata da semplici lastre di pietra appena poste assieme e coperte da un'altra lastra. Tra tutte predomina un poco per numero la prima forma menzionata, quella costituita da vasi di terracotta. (17)

E' stata - avanzata l'ipotesi che le tombe a cassa di pietra siano servite esclusivamente per la sepoltura dei maschi, e quelle con i vasi per le femmine, ma ciò non può essere perché talvolta nelle prime sono stati trovati articoli di ornamento femminile mentre le altre a volte, anche se raramente, contengono armi e strumenti da guerra.

Si è verificato una sola volta che siano stati trovati in questo cimitero i resti non cremati di un bambino in un vaso. Si troverà un accenno ulteriore su ciò alla fine del capitolo.

In alcuni casi manca in talune sepoltura l'urna cineraria centrale contenendo soltanto i recipienti accessori più piccoli; in questi casi i resti cremati sono stati posti in una piccola cavità ricavata nel suolo. Verrà mostrato più avanti nel capitolo un esempio di tale sepoltura.

Sia le sepolture formate da vasi che quelle in pietra sono poste a Mozia in locali e fosse scavate nel suolo o in cavità ricavate nella roccia quando questa era nel posto scelto per la tomba; di regola, non si trovano ad una grande profondità dalla superficie dei suolo. In entrambi i casi si trovano quasi sempre fornite di parecchi recipienti più piccoli in terracotta di diverse forme, posti intorno ad esse (19); sono rari i casi in cui manchino esempi di quest'ultimi.

Molte voci autorevoli suppongono che questi recipienti più piccoli posti attorno alle urne o bare centrali in cui erano i resti dei morti abbiano contenuto degli alimenti, sia solidi che liquidi, per gli estinti; non ci può essere dubbio infatti che esisteva la consuetudine di fornire cibo e bevande per i morti, usanza che in alcuni paesi continuò ad essere sempre praticata mentre in altri può darsi che l'uso, dopo un certo tempo, abbia cominciato ad essere considerato come una pura formalità ed infine si sia finito coi porre nelle tombe dei recipienti vuoti, che forse saranno stati usati dai defunti durante la vita.

Solo in un caso tra i numerosi vasi conservati nel Museo di Mozia è stata trovata una certa sostanza che si potrebbe supporre sia stata cibo di qualche genere. Il vaso in questione è una tama di Lilybaeum, ed il suo contenuto, che sembrava miele secco, all'analisi si è rivelato un composto di fosforo e carbonato di calce, con piccole tracce di ferro. Secondo il Dennis tra le stoviglie conservate nel precedente Museo Salnitriano di Palermo, di cui una parte è stata incorporata nel 1860 nell'attuale Museo Nazionale di questa città, esisteva un largo piatto ovale con figure, sul quale erano chiaramente visibili le vertebre di alcune specie di pesci incrostate sopra. Il Dennis ritiene che tali resti siano stati "i residui di un banchetto funebre" ma, se si suppone che il piatto è stato trovato in una tomba, con più probabilità sarà stato posto ivi di proposito con cibo per i morti. Pare che sia stato rinvenuto un altro caso di piatto con i resti di pesce ancora attaccati, a Tharros, in Sardegna (cfr. Patroni, Nora, p. 95).

A Cartagine sono stati trovati vasi che mostrano chiari segni del fatto che abbiano contenuto un tempo liquidi, mentre se ne vedono altri sigillati alla bocca accuratamente con tappi di argilla, senza dubbio allo scopo di prevenire la fuoruscita del contenuto (20)

. Sino ad, oggi non pare che siano state trovate tombe fenicie in Siria contenenti o mostranti segni che abbiano un tempo contenuto cibo o liquidi anche se pare che l'uso di fornire tali alimenti per i morti sia stato elemento in comune in Egitto e in Caldea (21).

Appare fuor di dubbio che in Siria esistesse la fede in una vita futura, insieme al culto dei morti; ed anche se era proibito tra gli Ebrei, sembra che questo culto sia stato seguito dai medesimi entro certi limiti (22). L'iscrizione sul famoso sarcofago di Eshmounazar, conservato ora nel Museo del Louvre a Parigi, dimostra quale timore avessero i Fenici che i loro resti venissero disturbati dopo la morte, ed indica la loro fede in un'esistenza futura.

I vasi centrali, o urne cinerarie, trovati a Mozia sono di vari tipi, e differiscono un poco tra di loro per misura e forma oltre che per i colori ed il decoro che, invero, è del tutto assente in alcuni esemplari. Anche quando la decorazione esiste, questa è di solito limitata a poche linee di un rosso scuro o un colore nerastro dipinto intorno alla pancia ed al collo del vaso, con l'aggiunta, in taluni casi, di un semplice disegno geometrico. La pittura di questi vasi non è, sempre, comunque, limitata ad un decoro lineare o a disegni geometrici soltanto. ma in alcuni casi si estende pure allo sfondo del vaso.

Il decoro geometrico sulla terracotta è stato probabilmente introdotto in Fenicia dall'Assiria, dove pare che questa pratica fosse molto diffusa. Sfortunatamente ci rimane ben poco, ai giorni nostri, di stoviglie della Fenicia vera e propria che potrebbero servire ad illuminarci sull'argomento e sull'industria della ceramica di quel paese in genere; ma pare che i pochi campioni o frammenti di stoviglie che provengono dalla Siria e che giustamente forse si possono ascrivere ai Fenici, siano decorati invariabilmente secondo i più antichi principi geometrici (23).

Molte più terraglie di tipo geometrico sono state ritrovate in alcune delle isole del Mediterraneo orientale, come Cipro, Rodi, Thera ed altre con cui i Fenici avevano costanti rapporti di affari; senza dubbio una gran quantità di questi oggetti fu trasportata dai commercianti cananiti verso altre parti del Mediterraneo.

Alcuni esemplari di Cipro, senza essere identici, rivelano una certa somiglianza con le nostre stoviglie di Mozia, e con alcuni campioni delle prime tombe siciliane.

Le stoviglie trovate nelle antiche tombe siciliane sono di tale interesse da giustificare che venga fatta qui una breve digressione in modo tale da riferire ciò che è stato fino ad ora accertato su di esse con le ricerche archeologiche e per dire alcune parole sulle stoviglie decorate geometricamente in genere.

La maggior parte delle nostre conoscenze e delle informazioni sulle terraglie di questo tipo trovate in Sicilia sono senza dubbio dovute al professar Paolo Orsi la cui ricerca infaticabile e coscienziosa nelle province più orientali dell'isola è stata di grandissimo ausilio per l'archeologia in genere, e specialmente per lo studio della particolare branca dell'arte industriale della ceramica nota comunemente come il geometrico-siculo, su cui precedentemente si sapeva poco di positivo.

Pare che i primi cimiteri di quelle zone della Sicilia che sono stati studiati siano quelli di Mililli, Castelluccio, Monte Talbuto, Cozzo-Pantano, Plemmirio, Thapsos, Pantalica, Cassibile, Monte Finocchito, Licodia Eubea e Lentini.

Si potrebbe dire brevemente che i risultati dei lavori eseguiti in quelle zone dimostrano che la ceramica dei Siculi del primo periodo, o dei Siculi ed i Sicani, era costituita soprattutto da una qualità rudimentale dai colori brillanti, chiamata dall'Orsi geometrico-empestico che ha suscitato la curiosità degli archeologi perché prodotta da gente appena del periodo neolitico.

E' certamente possibile che tra i primi abitanti della Sicilia il principio del decoro geometrico fosse ab origine di nascita spontanea, perché non è innaturale immaginare che un decoro cosi elementare costituito da linee, vuoi rette vuoi curve, sia venuto loro in mente allo stesso modo come avvenne per le popolazioni orientali o per quelle di paesi tanto distanti quali Perù e Messico.

Pare che la ceramica un po' rudimentale del primo periodo sia stata seguita nel secondo periodo sicuro da un tipo di ceramica diverso, dalle forme nuove ed appena decorata dopo di che sia seguito un lungo periodo, della durata di più di due secoli, durante il quale non pare che siano stati fatti molti progressi da parte del vasaio siciliano nell'arte della ceramica.

Verso la fine del secondo periodo sicuro pare che sia avvenuto qualche segno di sviluppo come si vede in un vaso sorprendente trovato a Pantalica che potrebbe essere considerato come il punto di unione tra la ceramica del primo e secondo periodo sicuro con quella del terzo e quarto periodo; ma non fu prima di essere giunti in pieno nel terzo periodo che forse la vera ceramica geometrico-sicula, sempre lavorata con la ruota e decorata con colori non smaltati, entrò nell'uso generale, protraendosi fino al quarto periodo, e a poco a poco, e senza dubbio attraverso qualche influenza esterna, la stessa manodopera divenne più sviluppata e perfezionata.

Durante questi ultimi due periodi, anche se la ceramica senza dubbio continuò ad essere prodotta localmente in grandi quantità, a giudicare dagli esemplari di qualità superiore trovati in Sicilia, si può supporre che una certa quantità di questa ceramica più raffinata sia stata importata dall'esterno.

Il professor Orsi considera che lo sviluppo nella ceramica siciliana geometrica fosse dovuto probabilmente all'influenza greca e che la ceramica più perfezionata degli ultimi periodi siciliani fosse il prodotto della combinazione dell'arte indigena con quella esterna introdotta in Sicilia dai primi coloni greci.

Strano a dirsi, comunque, non sono state trovate quasi per niente tracce di tale ceramica nei luoghi delle città greche della Sicilia orientale, né si può giustificare in maniera esauriente lo sviluppo del suo carattere supponendo che questo particolare tipo di ceramica sia stato prodotto da vasai ed artigiani greci soltanto ed esclusivamente per commerciarlo con i Siculi.

E' molto possibile, per non dire probabile, che lo sviluppo in questa ceramica risalga ad un periodo, precedente l'arrivo dei primi coloni greci in Sicilia; e, anche se non abbiamo prove di quell'effetto, può darsi che tale sviluppo sia dovuto a commercianti greci che casualmente possono aver visitato la Sicilia prima che venissero effettuate delle vere e proprie colonizzazioni greche nell'isola, 0, forse ad un'influenza greca attraverso Cuma.

La questione che si presenta qui è se invece non è molto più probabile che la popolazione, o i commercianti che per primi hanno introdotto tale ceramica altamente sviluppata in Sicilia, siano stati i Fenici, i quali, come ci dice Tucidide, vivevano nell'isola allo scopo di commerciare con i Siculi precedentemente alla venuta dei Greci e che ci siamo azzardati a pensare, devono essere arrivati in Sicilia in un periodo tra l'undicesimo ed il nono secolo a.C. (24).

Si suppone che i Fenici abbiano copiato dagli Assiri nella manifattura della ceramica decorata geometricamente e si suppone anche che essi abbiano prodotto grandi quantità di tale ceramica per scopi commerciali, distribuendola per mezzo delle loro numerose imbarcazioni commerciali, per tutti i diversi paesi con cui avevano traffici anche oltre il Mediterraneo (25).

In testa tra i destinatari della ceramica fenicia saranno stati senza dubbio gli abitanti delle principali isole del Mediterraneo orientale, tanto vicine alla costa siriaca; i quali a loro volta, avranno copiato i Fenici ed infine, sotto l'influenza dell'arte greca superiore, avranno probabilmente superato i loro maestri nella perfezione della produzione della ceramica.

E' senza importanza considerare se i commercianti fenici abbiano portato i loro prodotti o quelli delle isole del Mediterraneo orientale con cui avevano traffici, o entrambi, verso paesi più distanti verso ovest, ed in Sicilia tra gli altri. Comunque sembra molto probabile che tramite quei commercianti in Sicilia pervenne per la prima volta una ceramica di uno stile ed un'arte più avanzata e con questa un impulso ed un incitamento per migliorare le sue manifatture locali.

Ciò tuttavia non modifica affatto l'opinione che i Siculi siano stati molto influenzati, particolarmente negli ultimi tempi, della civiltà ellenica.

Il fatto che la ceramica decorata geometricamente sia stata trovata in abbondanza in Sicilia e non in molti altri luoghi del Mediterraneo con cui si suppone che i Fenici abbiano avuto rapporti commerciali, si può giustificare concludendo che questi ultimi siano stati visitati in un periodo un po' più tardo, e poi, forse, dai Cartaginesi e non dai Fenici più antichi.

Senza dubbio la ceramica geometrica apparteneva agli antichi tempi fenici e non al successivo periodo punico. Così, è soltanto nelle tombe più antiche di Cartagine, e non in quelle successive, che sono state trovate alcune di queste terraglie, mentre pare che nessuna sia stata rinvenuta in Sardegna, a Malta e nelle altre piccole isole dove è abbondante la ceramica punica, ma sono minime o del tutto assenti le tracce dei Fenici più antichi.

A Mozia, dove tale ceramica è stata trovata in certa abbondanza, e comunque soltanto nell'antica necropoli sull'isola stessa, cadde in disuso probabilmente dopo la metà o la fine del settimo secolo a.C. Non se ne è trovata affatto nella ex-necropoli di Mozia, Birgi, sulla terraferma, né se ne è trovata a Lilybaeum, fondata dopo la caduta di Mozia.

Pare, invero, che la ceramica a decoro geometrico, dopo aver vissuto a lungo, sia del tutto scomparsa intorno alla metà del quinto secolo a.C.

A Mozia si trovano generalmente urne cinerarie fornite di un coperchio che ne serra l'apertura, e che è spesso costituito da un piccolo piattino o vassoio, o in mancanza, da un frammento rotto di ceramica, o a volte da una piccola lastra di pietra.

I piccoli vasi sussidiari o supplementari posti nelle tombe intorno alle urne centrali sono di solito circa mezza dozzina di numero, ma questo varia notevolmente. Infatti talvolta ne sono stati trovati fino ad undici in una sola tomba mentre, ma raramente, se ne trovano solo due o tre. Ciò si rivela contrario a quanto si nota nelle tombe dei più antichi cimiteri di Cartagine, come quello di Douimès, dove quasi sempre si incontra: un numero ed un tipo di vasi fissi o regolamentari (26). Allo stesso tempo si deve ammettere che è stato rispettato nella nostra antica necropoli di Mozia un certo rituale, infatti la maggior parte delle tombe contiene un vaso con un tappo a forma di fungo, uno a forma di pera, uno o due recipienti rotondi ed una o due piccole ciotole con la bocca larga.

Pare che anche in alcune delle tombe puniche trovate a Malta, le quali senza dubbio risalgono ad un'epoca posteriore del nostro cimitero moziese, sia stato rispettato un rituale fisso con numero, e tipo di vasi funerari determinati (27).

I vasi più piccoli trovati a Mozia assomigliano per composizione e fattura alle grandi urne centrali, anche se appaiono perfettamente semplici e senza decoro più frequentemente di quanto non lo siano queste ultime.

I vasi più piccoli sono per la maggior parte brocche ed anfore per contenere liquidi, come oenochoi, olpai ed aryballoi, o ciotole rotonde e larghi piatti adatti sia per liquidi che per solidi, di cui molti di foggia primiútiva e non comune.

La terracotta di cui sono fatti i vasi, sia l'urna centrale più grande che i contenitori più piccoli, è, o di un rosso mattone o di un colore giallastro o biancastro opaco e non è smaltata.

Resta ancora da accertare se questa ceramica venisse prodotta sulla stessa isola o se venisse importata, ma dal momento che alcuni vasi sono di un tipo, per quanto sappiamo, che non si trova altrove, ed altri di un tipo che si ritrova anche a Cartagine (28), vi è ragione di credere che possa essere stata di manifattura locale o indigena. Il fatto che a Cartagine siano stati trovati esemplari identici di alcuni tipi non implicherebbe necessariamente che Mozia importasse tale ceramica da quel grande mercato; invero può essere stato il contrario cioè che Mozia abbia invece fornito Cartagine di quella particolare ceramica. A sostegno di quest'ultima teoria, si può osservare che, come è stato già affermato, la ceramica in questione è stata trovata soltanto nei più antichi cimiteri punici e non in quelli successivi che entrarono in uso dopo la caduta e la scomparsa di Mozia.

Che le lunghe anfore cilindriche fossero state prodotte a Mozia è stato provato dai resti numerosi di vasi di questo genere che sono stati trovati, nelle varie fasi della preparazione, nelle vicinanze di un forno vicino alla porta a nord (30), e non vi è alcuna ragione per dubitare che venissero prodotti qui altri oggetti di terracotta dello stesso tipo ordinario. Questa ceramica che appariva altamente utile, dopo tutto, era di un tipo che si adattava alla mentalità pratica del colono fenicio.

Ancora non è stato provato se l'industria della ceramica moziese comprendesse anche la produzione di una terracotta o ceramica smaltata, di tipo superiore anche se è molto probabile che sia stato così.

Nell'ultimo periodo pare che sia stata abbondante a Mozia una ceramica smaltata in nero, ma questa potrebbe essere stata importata dal sud dell'Italia continentale, in cui veniva prodotta ceramica di tal genere in abbondanza. Con una sola eccezione, e non ancora ben verificata, qui non sono stati tr'ovati nelle tombe a cremazione vasi greci figurati. Comunque in parecchie tombe sono stati reperiti vasi proto-coririzi, che ci permettono così di affermare che la necropoli doveva essere in uso tra il 750 ed il 650 a.C. Il fatto che a Mozia sia stata trovata ceramica di tipo più fine, più o meno abbondantemente, è una prova ulteriore degli scambi che devono esserci stati tra l'isola e la Sicilia greca, come probabilmente con la Magna Grecia ed altri paesi ancora più distanti. Nel caso della Sardegna, non è improbabile che molta ceramica trovata a Mozia e nel resto della Sicilia in genere, sarà stata importata dalla Campania per mezzo delle imbarcazioni commerciali fenicie o siculo-fenicie (31).

In molte tombe della necropoli, sia in quelle costituite da urne che nelle bare di pietra, oltre alle ossa e le ceneri dei morti, si possono trovare articoli di gioielleria, quali braccialetti, orecchini, anelli, spesso con lo scarabeo e grani di collane oltre ad amuleti e talismani di vari tipi, oggetti che senza dubbio appartenevano al defunto.

Sono stati trovati inoltre frammenti di gusci di uovo di struzzo con un disegno sopra di colore rosso. Nei vasi supplementari più piccoli non sono stati trovati gioielli né altri oggetti.

Sono state rinvenute alcune armi e frammenti di strumenti bellici, quali punte di alabarde e di lance, pugnali e coltelli, senza dubbio le armi preferite del defunto, dentro alcune tombe di pietra a forma di cassa o poste in ordine sparso sul suolo vicino le urne che contenevano probabilmente i resti di guerrieri.

Ciò pare sia contrario a quanto è stato osservato nella vecchia Fenicia, e particolarmente nella famosa necropoli di Sidone, in cui non è stata trovata una sola arma e neppure un solo frammento (32).

Nell'antica necropoli di Mozia sino ad oggi non pare che siano state trovate statuette o figure in terracotta.

In alcune tombe moziesi che appartengono presumibilmente al primissimo periodo della necropoli, sono stati trovati dei vasi rudimentali fatti a mano, non modellati con la ruota girevole, ed anche pezzi di salice lavorata, di ossidiana, frammenti di ramificazioni di corna di cervo, il teschio e le ossa di alcune specie di uccelli e di piccoli mammiferi ed anche conchiglie forate; relitti senza dubbio, di un passato preistorico.

Il fatto che si trovino oggetti così primitivi in questo cimitero moziese è molto interessante, dal momento che induce ad ipotizzare non solo la possibilità di un avvicendamento immediato e senza soluzione di continuità da parte dei coloni fenici con i primi abitanti dell'isola, chiunque questi siano stati, ma perché indica anche la possibilità che ci siano stati scambi e rapporti persino amichevoli tra i due popoli.

Si può qui ricordare che a quanto pare sono state trovate prove di abitazioni preistoriche nella vicina isoletta di Santa Maria (33), oltre che nell'opposta costa di terraferma, nella zona nota con il nome di Infersa. In quest'ultima zona vicino la costa, sono stati trovati i resti di ciò che sembrerebbe sia stato il pavimento di una casupola o di abitazione in caverna, tra i cui detriti sono stati rinvenuti frammenti di ceramica antica, pezzi di ossidiana e le ossa di vari animali. Gli abitatori delle caverne, come si sa, vivevano in larga misura di selvaggina e pesce, soprattutto crostacei e le loro abitazioni di conseguenza si trovavano lungo le coste del mare e i bordi dei laghi.

Pare che non vi sia stato un crematorio, o ustrinum, predisposto appositamente per bruciare i morti a Mozia, ma la pira veniva preparata in situ sul luogo di sepoltura, ovunque si ritenesse più adatto allo scopo. Qua e là, in varie parti della necropoli si vedono i segni del rogum che vi ha avuto luogo, infatti il terreno è coperto di resti di legno carbonizzati e di ossa calcinate. Talvolta si trovano dei pezzi di carbone nelle stesse tombe, ma questi sono stati probabilmente posti in esse di proposito come disinfettanti.

Esaminato nel complesso, il contenuto delle tombe di Mozia, a parte la ceramica non smaltata che abbiamo considerato di manifattura locale, si può dire che riveli una notevole affinità con il materiale che è stato trovato nelle antiche necropoli siciliane, ed in taluni casi, come è stato osservato dal professor Pace (34), esso sembrerebbe del tutto identico a quello. Gli articoli di gioielleria, gli amuleti e gli incantesirni, gli articoli in pasta di vetro e gli altri oggetti, presumibilmente di fattura orientale, ed anche i vasi proto-corinzi in terracotta, sono gli stessi di quelli trovati, a Fusco, vicino Siracusa, a Megara Iblea ed a Pozzo di Gotto, vicino Messina (35). Pare che il prof. Orsi abbia trovato in questo luogo, appena nominato, un caso di cremazione, l'unico scoperto da lui durante tanti anni di ricerca tra le prime necropoli.

Le tombe a cremazione che sono state sino ad ora scoperte ed esaminate nella necropoli di Mozia sono circa duecento di numero. I sarcofagi sono in tutto sette e si trovano l'uno vicino all'altro all'estremità occidentale del cimitero. Essi sono tutti di arenaria, appena lavorati e senza ornamenti. A giudicare dalle loro condizioni all'atto della scoperta, e dal contenuto, non c'è dubbio che saranno stati visitati precedentemente e privati del loro contenuto, interamente o, in parte.

Alla fine del capitolo verrà data una descrizione dettagliata di questi sarcofagi e di quelli trovati vicino alla porta a nord oltre che di alcune tombe a cremazione.

Nel frattempo, e prima di parlare della successiva necropoli di Mozia a Birgi, sulla terraferma, si può rilevare con certezza, senza tema di smentita, che l'antico cimitero trovato a Mozia costituisce una delle scoperte più importanti ed interessanti che siano state ancora fatte in rapporto con la colonizzazione fenicia in Sicilia.

E' una delle poche reliquie monumentali che ci restano dei primi coloni fenici, di quei Fenici indipendenti. che vennero e vissero in Sicilia, non solo prima che Cartagine assumesse il predominio su tutti i suoi consanguinei in quell'isola, ma forse prima che la stessa Cartagine perfino esistesse; considerando inoltre quanto siano scarse le vestigia, il valore di questa scoperta non può essere sopravvalutata.

Come è stato notato prima in questo capitolo, sembrerebbe che tale antico cimitero fornisca una indicazione, se non la prova, di una successione ininterrotta dei Fenici rispetto agli abitanti più antichi della Sicilia, di cui si sa tanto poco e che costituisce, per così dire, un anello di collegamento tra i due popoli, suggerendo anche la possibilità che siano esistiti rapporti tra di loro.

Può darsi che quando la necropoli sarà studiata interamente ed il contenuto delle sue tombe sarà analizzato con cura, queste forniranno dal punto di vista cronologico ulteriori ed importanti dati e sveleranno i diversi nùsteri relativi alla storia dei Fenici in Sicilia. Nel frattempo ciò che è stato trovato a Mozia è sufficiente a dimostrare che, contrariamente all'opinione accettata da alcuni scrittori, le imprese commerciali fenicie e le loro attività in Sicilia, in un certo tempo, sono state ben lungi dall'essere trascurabili e si sono estese probabilmente alla maggior parte dell'isola.

E' difficile dire se tale attività fosse grandemente sviluppata prima della venuta dei Greci in Sicilia; forse non fu così, e può darsi invero che in quei primi giorni sia stata soltanto nello stadio iniziale. Comunque sia, l'argomento principale che è stato addotto contro l'importanza dell'attività commerciale fenicia in Sicilia, cioè l'assenza o scarsezza nei cimiteri siciliani più antichi di oggetti da attribuire senza dubbio alla manifattura o al commercio fenicio, anche ammettendo che in una certa misura sia vero, può essere a stento considerato come determinante o convincente, vedendo che, ad eccezione, forse, degli oggetti in metallo, le esportazioni fenicie in Sicilia saranno consistite forse soprattutto in oggetti deperibili, che potrebbero non avere lasciato tracce (36).

Per quanto riguarda gli oggetti in metallo, inoltre, quanto sono scarsi i luoghi riconosciuti in maniera inconfutabile come colonie fenicie o come loro basi commerciali che rivelano resti di tale genere ai giorni nostri! Perfino a Mozia, nonostante i molti secoli in cui essa visse come città rigogliosa, rimane relativamente poco oggi di tali oggetti in metallo. Si potrebbe perfino andare oltre affermando quanto sia stato trovato poco nella stessa Fenicia!

D'altro canto in molto di ciò che è stato rinvenuto a Mozia oltre che in alcuni dei primi cimiteri siciliani, in quegli oggetti di tipo indubbiamente orientale e probabilmente di produzione orientale stessa trovati nelle tombe, abbiamo una prova quasi certa dei commercio che un tempo deve essere esistito tra l'isola e le altre parti del Mediterraneo, un commercio che, soltanto i Fenici potevano effettuare, confermando così l'affermazione di Tucidide riguardo al fatto che essi avrebbero occupato stazioni intorno a tutta la costa siciliana per scopi commerciali.

Particolari di sette tombe ad inumazione, costituite da sarcofago, trovati nell'antica necropoli di Mozia

N. 1. Un sarcofago scavato in un singolo blocco di arenaria, che misura all'esterno m. 1,74 di lunghezza, m. 0,54 di larghezza e m. 0,54 di altezza. Pare che il coperchio era originariamente composto di due lastre, ma una delle due è ora in frammenti.

Entrambi i due lati longitudinali del sarcofago hanno due piccoli fori rotondi traforati o trapanati che li attraversano, uno verso la testa, l'altro verso il piede a circa 10 centimetri al di sotto dei bordo superiore.

Orientamento: E. ed O.

Contenuto: Oltre ai resti di uno scheletro, due piccoli vasi di argilla giallastra ordinaria non smaltata.

N. 2. Un sarcofago formato da due pezzi di arenaria ricavati da altrettanti blocchi separati, con un coperchio anche in due pezzi.

Misure esterne: m. 2,03 per m. 0,58 per m. 0,44.

Orientamento: E. ed O.

Contenuto: Oltre i resti di uno scheletro, questa tomba conteneva un lekythos greco decorato in nero, il cui soggetto pare che rappresenti il combattimento di Ercole con un leone; la parte superiore del vaso reca un disegno a foglia di edera. Oltre questo vaso decorato vi erano i frammenti di un vaso ordinario non smaltato.

N. 3. (Fig. 31) Un sarcofago formato da due pezzi, ricavati da blocchi separati di arenaria, con un coperchio pure in due pezzi.

Misure esterne: m. 1,94 per m. 0,57 per m. 0,40.

Orientamento: E. ed O.

Contenuto: Oltre ai resti di uno scheletro, la tomba conteneva un Kylix smaltato di nero e due vasi ordinari non smaltati di un colore giallastro, di cui uno con delle linee rosse tutt'intorno.

N. 4. Un sarcofago costituito da due pezzi ricavati da blocchi separati di arenaria, con un coperchio pure in due pezzi.

Misure: m. 1,98 per m. 0,54 per m. 0,37.

Orientamento: E. ed 0.

Contenuto: Nulla.

N. 5. Rimane solo un frammento di questo sarcofago poiché pare che la maggior parte della tomba sia stata distrutta costruendo il muro di fortificazione nei pressi del quale è stato trovato, o forse quando si è riconosciuto quel muro in un periodo successivo.

Orientamento: E.N.E. e O.S.O.

N. 6. Un sarcofago formato da un unico blocco di arenaria, mancante di una estremità. La parte che rimane misura m. 1,10 per m. 0,59 per m. 0,27. Pare che il coperchio della tomba sia stato formato da una lastra semicircolare, che copriva soltanto una piccola parte del sarcofago, probabilmente la testa.

Orientamento: N.E. ed S.O.

Contenuto: Nulla.

N. 7. Questo sarcofago è quasi interamente in pezzi.

Orientamento: N. e S.

Particolari di dodici tombe ad inumazione, costituite da sarcofago, trovate vicino la porta a nord

Di queste tombe otto sono state trovate immediatamente fuori le fondamenta delle mura di fortificazione adiacenti alle torri avanzate orientali, di cui sette si trovano l'una vicino all'altra fianco a fianco in fila, mentre la restante un po' isolata è più all'interno.

Questi sarcofago, quando sono stati scoperti, erano tutti più o meno danneggiati e non contenevano nient'altro che i resti di scheletri, i quali, in alcuni casi, erano non meno di tre ed in un solo caso anche quattro tutti assieme nella stessa tomba.

I sarcofagi pare che siano tutti composti di lastre separate di arenaria poste assieme: nessuno di essi pare ricavato da blocchi singoli o doppi.

Entro la linea di fortificazione, pochi metri più ad ovest e ad un livello un po' più alto, sono stati trovati altri quattro sarcofagi, composti allo stesso modo di lastre di arenaria separate, tenute assieme. Oltre ad un unico scheletro, ognuno conteneva ninnoli, soprattutto collane per oltre ad alcuni vasi comuni non smaltati, forse di un periodo relativamente tardo; uno conteneva anche due monete.

Nel capitolo seguente verrà fatta un'ulteriore menzione del contenuto di queste tombe, quando si parlerà di oggetti di vetro.

Particolari di alcune tombe ad incinerazione o vasi sepolerali trovati nell'antica necropoli di Mozia

Le sepolture sono formate da fossi scavati nella roccia o nel tufo, talvolta nel terreno libero, con urne di terracotta o casse di pietra poste in essi per contenere i resti cremati; sono di solito accompagnate da diversi contenitori di terracotta più piccoli che sono posti intorno ad esse. Di tanto in tanto, ma molto raramente, non si trova l'urna centrale o la bara in pietra ed in questo caso i resti cremati si trovano collocati in un piccolo fosso del terreno e, a breve distanza, i vasi sussidiari.

N. 1. Il vaso centrale, o urna cineraria contenente resti cremati presenta due manici di forma sferica con una piccola base piatta ed una bocca piccola. E' fatto di terracotta ordinaria non smaltata di colore biancastro opaco, tendente al rossastro verso l'alto, ed è decorato con diverse linee sul nero dipinte tutto intorno, soprattutto nella parte più alta, mentre intorno alla pancia del vaso è dipinto un disegno geometrico nerastro. Non è stato trovato nessun coperchio o forma di copertura. Msure: alto m. 0,38, circonferenza massima m. 0,97. Intorno ad esso si trovavano sette vasi più piccoli consistenti in:

A. Un vaso a forma di bottiglia con un manico solo e la parte superiore a forma di fungo; è di terracotta non smaltata di un colore rossastro che diventa più scuro verso l'alto e con un'unica linea nera dipinta tutt'intorno.

B. Un contenitore rotondo con un manico solo di argilla ordinaria rossastra.

C. Un altro contenitore dalla forma simile, ma più piccolo e di argilla biancastra.

D. Una piccola brocca con un solo manico senza beccuccio, di argilla biancastra.

E. Un vaso ancora più piccolo, dal colore simile, con una base appuntita.

F. Una piccola ciotola appiattita con i lati retti, di argilla rossastra.

G. Un vaso con tre beccucci ed un solo manico di ceramica colore giallastro di buona qualità, con strisce per tutta la lunghezza nere e marrone, lievemente smaltato. Probabilmente questo vaso proviene da Cuma o dal sud d'Italia ed è stato senza dubbio importato dalla Magna Grecia.

N. 2. (Fig. 32) L'urna centrale è una grande olla senza la parte superiore, contenente resti cremati. Intorno ad essa si trovano tre vasi più piccoli di terracotta ordinaria non smaltata, cioè:

A. Un vaso a forma di bottiglia con la parte superiore a forma di fungo.

B. Un vaso a forma di pera.

C. Un piccolo recipiente rotondo col coperchio rotto.

Accanto alla olla è stata trovata una grande punta di lancia di ferro. Questo è l'unico esempio sinora incontrato di un'arma trovata in un luogo diverso dalla sepoltura in cassa di pietra.

N. 3. Il vaso centrale che contiene i resti cremati è un'anfora con la bocca coperta da un piatto di terracotta che si adatta perfettamente all'orifizio. Il vaso è di argilla ordinaria rossastra ed è privo di decorazioni. Intorno ad esso si trovavano cinque contenitori più piccoli, cioè:

A. Un vaso a forma di bottiglia con un solo manico con la parte superiore a forma di fungo, di argilla rossastra.

B. Un recipiente rotondo con un manico solo.

C. Un altro vaso simile rotondo.

D. Una piccola brocca.

E. Un piccolo vaso con due manici di colore giallastro, di ceramica più pregiata, con linee nere e marrone intorno ed un po' smaltata. Si tratta di un oggetto importato probabilmente dalla Magna Grecia.

N. 4. L'urna centrale con i resti cremati è un vaso con due manici di forma rotonda, la base piatta, una bocca piccola e privo di coperchio. E' di terracotta rosso pallido, decorata con linee rette dipinte intorno alla parte superiore ed inferiore della pancia tra le quali porta delle larghe linee ondulate dipinte verticalmente, simili alle linee ondulate che si trovano dipinte sui manici. Misure: m. 0,34 di altezza e m. 0,97 di circonferenza. Intorno all'urna centrale vi sono cinque vasi più piccoli, cioè:

A.Una piccola brocca dalla bocca molto larga di argilla rossa, dipinta con linee sul nero orizzontali e verticali.

B. Un piccolo vaso aperto, o tazza, di argilla rossa, dipinto in maniera simile.

C. Una piccola ciotola, con i lati retti di argilla rossastra, e con linee leggere.

D. Un recipiente rotondo di argilla rossastra ordinaria.

E. Un vaso a forma di bottiglia, con la parte superiore piatta, in cocci.

N. 5. (Fig. 33, lato destro) Una sepoltura che mostra i resti cremati posti in una lieve depressione sulla nuda terra e non in un'urna o in una bara di pietra. Accanto ai resti cremati si trovava il solito accompagnamento di piccoli vasi, cioè:

A. Un piccolo vaso a forma di bottiglia, con la parte superiore a forma di fungo, in argilla ordinaria.

B. Un vaso a forma, di pera di argilla ordinaria.

C. Un piccolo recipiente rotondo come sopra s'è detto.

D. Una piccola ciotola dalla bocca larga con due manici.

E. Un'altra ciotola dalla forma simile, ma di vasellame più pregiato, senza dubbio importato da fuori.

N. 6. (Fig. 33, lato sinistro) Una tomba formata da lastre di arenaria poste assieme e lavorato in maniera molto sommaria, con una lastra dello stesso tipo grossolano come coperchio. Intorno sono stati trovati cinque piccoli vasi, cioè:

A. Un vaso a forma di bottiglia dalla parte superiore appiattita di materiale non smaltato, privo di coronamento.

B. Un vaso a forma di pera, non smaltato.

C. Un recipiente rotondo. c.s.

D. Una piccola brocca.

E. Una piccola ciotola dalla bocca larga con due manici di un materiale più pregiato, probabilmente importata.

N. 7. (Fig. 34) Una sepoltura formata da una grande olla, che misura m. 0,40 di altezza per m. 1,05 di circonferenza, composta da una qualità di terracotta di tipo ordinario, in cui sono stati trovati i resti non cremati di un bambino. Manca una parte della bocca del vaso; senza dubbio era stata rotta di proposito per consentire il passaggio del corpicino intatto. Al di sopra della sepoltura è stata trovata una semplice stele di arenaria. Questo è il solo caso di resti non cremati che siano stati trovati in un vaso in tale necropoli. Intorno alla olla vi erano sei piccoli vasi sussidiari, cioè:

A e B. Due piccoli aryballoi proto-corinzi.

C. Una brocca con tre beccucci ed un manico solo, di terracotta gialla.

D. Un piccolo vaso panciuto con la parte superiore piccola ed un manico solo.

E. Una tazza di terracotta nerastra.

N. 8. Una tomba di pietra a forma di cassa tagliata da un unico blocco di arenaria, con una lastra grossolana e non lavorata come coperchio. Misure: m. 0,46 per m. 0,31, e m. 0,25 di profondità.

Oltre ai resti cremati dentro la bara, intorno sono stati trovati i seguenti vasi, tutti di terracotta non smaltata, cioè:

A. Un oenochoe.

B. Un vaso a forma di bottiglia dalla parte superiore appiattita.

C e D. Due piccoli contenitori rotondi.

E. Una piccola ciotola dalla bocca larga.

F. Un piccolo vaso per olio.

G. Un piccolo vassoio.

N. 9. (Fig. 35) Una piccola bara a forma di cassa, ricavata da un unico blocco di arenaria, che misura m. 0,20 e m. 0,30 di profondità, con un coperchio quadrato, che si adatta esattamente alla bocca della bara.

Oltre ai resti cremati dentro la bara vi erano quattro vasi di un materiale non smaltato, cioè:

A. Un vaso a forma di bottiglia con la parte superiore appiattita.

B. Un vaso a forma di pera.

C. Un piccolo recipiente rotondo.

D. Una piccola ciotola dalla bocca larga, con i lati retti.

Tra i resti cremati sono stati trovati anche un ciondolo d'argento ed alcune perline, sia d'argento che di un composto di vetro, senza dubbio parti di una collana.

N. 10. (Fig. 36) Una tomba formata da lastre irregolari di pietra di arenaria tenute assieme come una cassa e coperte da un'altra lastra di pietra irregolare. La tomba misura m. 0,30 nella parte alta ed è profonda m. 0,60. Non sono stati trovati i piccoli vasi intorno alla tomba, ma vi era vicina un'urna piuttosto grande che apparteneva probabilmente ad un'altra sepoltura. Dentro alla bara e tra i resti cremati è stata trovata una miniera di tesori, consistente nei seguenti pezzi, cioè:

A. Un alabastron smaltato del solito colore blu-verdastro, che misura cm. 1 1 di altezza per cm. 12 di circonferenza, su cui sono dipinte le figure di antilopi e piante comuni (vedi frontespizio) (53).

B. Due scarabei.

C. Un anello d'argento con un altro scarabeo impresso.

D. Altri tre anelli d'argento.

E. Numerose perline di vario genere, senza dubbio parti di una collana.

F. Diversi piccoli pezzi di bronzo.

Un cimitero per i resti di offerte che sono state immolate

Nella primavera del 1919, in seguito alla scoperta di un numero considerevole di stele in un campo nei pressi della costa nord dell'isola, situato a circa duecento metri ad ovest dell'antica necropoli incontrata prima, sono state eseguite delle ricerche che hanno consentito di portare alla luce un altro cimitero, uno, comunque, di un carattere insolito e che sembrerebbe diverso da qualunque altro cimitero di cui si ha notizia. Sembrerebbe invero che sia stato non un cimitero ordinario per la sepoltura di esseri umani, ma piuttosto uno dedicato soprattutto alla sepoltura dei resti di animali domestici, ma anche, in una certa misura, di bambini che, se è consentito azzardare un'opinione, erano stati vittime di offerte sacrificali alle divinità pagane.

Il fatto che siano stati trovati qui i resti di bambini escluderebbe la teoria che il cimitero sia servito per la sepoltura di bestiame e animali sacri.

Fino ad oggi sono state portate alla luce circa centocinquanta sepolture. Un terzo di queste è stato esaminato da anatomisti competenti, con il risultato che, anche se non è possibile determinare il contenuto di molte di esse, si è trovato che un certo numero appartengono a bambini in tenerissima età, anche se la maggior parte sono di giovani animali domestici e altri, come per esempio agnelli e capretti, vitelli, cani e gatti ed in un caso di una scimmia. Sembrerebbe che predominino i resti di ruminanti.

Le tombe sono costituite da urne o vasi singoli, per la ma ggior parte chiusi da un coperchio di terracotta, ma talvolta solo da una'pietra, e si trovano internate alla profondità di circa mezzo metro soltanto dall'attuale superficie del terreno. I vasi si trovano soprattutto in posizione verticale, a non grande distanza l'uno dall'altro, e non sono accompagnati da vasi più piccoli intorno.

In alcuni casi, nei vasi, non sono stati affatto trovati resti cremati, il che si potrebbe attribuire al fatto che i vasi nel tempo siano stati privati del loro contenuto.

Il materiale incenerito trovato nella maggior parte delle tombe è in molti casi così polverizzato da rendere impossibile la determinazione del contenuto. Ciò è probabilmente dovuto all'intenso grado di calore cui è stato sottoposto.

Le urne trovate in questo cinùtero sono soprattutto olle o anfore sia ad un manico solo che a due manici della misura che va dai 20 ai cm. 30 di altezza e dai cm. 50 ai cm. 70 di circonferenza. Sono stati trovati anche alcuni vasi più grandi che misurano fino a cm. 35 di altezza e. cm. 85 di circonferenza. Alcuni tipi di vasi trovati non erano stati rinvenuti precedentemente a Mozia.

In questo cimitero ed in particolare in una sua parte si trovano molte stele. La maggior parte di esse, comunque, non sono in posizione verticale, sibbene giacciono inclinate sul suolo, come se fossero state fatte cadere di proposito, o, come sembra più probabile, rovesciate dall'aratro, nel corso di lavori agricoli.

In alcuni vasi sono state trovate alcune monete ed in due o tre casi alcuni piccoli pezzetti di bronzo e ferro.

Nessuna delle monete è di data anteriore al quinto secolo a.C. dimostrando così che questo cimitero appartiene ad un periodo tardo della storia di Mozia. Invero, era probabilmente di istituzione punica perché sappiamo quanto i Cartaginesi siano stati inclini a fare sacrifici per i loro dei.

Pare comunque che il costume di sacrificare i bambini, per lo più bambini appena nati e spesso i primogeniti, che era una pratica un tempo comune a Cartagine, sia stato un po' modificato in un periodo successivo con la sostituzione di animali domestici o di tipo inferiore al loro posto ed ancora più tardi, si suppone, con l'erezione di semplici monumenti di pietra (54). Quest'ultima innovazione potrebbe forse spiegare il fatto che siano state trovate tante stele in questo luogo, e sarà interessante se altre ricerche serviranno a confermare la supposizione (55).

Considerando che la natura delle sepolture non comportava la necessità di molto spazio, non vi sarà stata alcuna restrizione riguardo al suo uso, anche fino agli ultimissimi giorni di Mozia.

Ancora non è stata accertata l'intera area del cimitero perché sono stati scavati sinora due soli fossati di saggio (Figg. 39 e 40), con uno intermedio che li collega; ma sembrerebbe che la sua estensione dalla scogliera verso l'intemo sia determinata da alcuni muri costruiti grossolanamente, le cui fondamenta sono state trovate alla dìstanza di circa venti metri dalla medesima.

Vicino alle mura di fortifìcazione adiacenti alla scogliera è stata trovata una piattaforma un po' rialzata che misura circa sei metri quadrati, che sarà servita possibilmente come altare su cui venivano sacrificate le offerte; ma non vi è alcuna prova di ciò, ed è allo stesso modo possibile che la piattaforma abbia fatto parte delle fortificazioni.

Tra breve saranno fatte qui altre indagini e allora si potrà venire a sapere molto di più su questo interessante cimitero..

NOTE

(1) Per poter meglio verificare tale fatto, è stata temporancamente rimossa una piccola parte del muro e ricollocata poi nel suo posto originario.

(2) Molto recentemente sono stati trovati alcuni resti umani non cremati in un certo luogo alla profondità di circa due metri sotto la superficie, insieme ad un piccolo pezzo di lamina d'oro ed alcuni frammenti di guscio di uovo di struzzo.

(3) Diod., XIV, 63 e 77.

(4) Pare che anche ad Hadrumeto sia stata praticata la cremazione (cfr. Delattre, Nécropole de Sant-Louis, 1896, p,. 80).

(5) R.P. Delattre, Carthage: Nécropole punique voisine de Sainte-Monique, février 1898, pp. 5 e 6, Fig. 7.

(6) Il Museo Nazionale di Torino possiede un'interessante scultura di Cartagine che rappresenta una dea la quale tiene un canestro di frutta in una mano. E' indubbiamente di fattura greca e rappresenta chiaramente Cerere.

(7) Sant'Agostino, Confessioni, III, 1.

(8) Cfr. Perrot et Chipiez, Hist. de l'art dans l'antiquité, 111,- 197. Secondo il Delattre, comunque (op. cit., 1896, p. 80), si sono trovati esempi di cremazione a Sidone.

(9) Cfr. R.P. Delattre, op. cit., janvier 1898, p. 5.

(10) Cfr. G. Patroni, Nora, Colonia Fenicia in Sardegna, p. 60 ' Secondo il Prof. Patroni, tra i Sardo-Fenici era praticata la cremazione, e, per un certo periodo, questa coesistette con l'inumazione. Mentre a Cartagine pare che la cremazione sia entrata in uso con l'adozione del culto delle divinità greche ed in conseguenza dell'influenza dei greci, questo non può essere il caso in Sardegna, dove pare che sia penetrata poco o niente l'influenza greca. La necropoli ad incenerimento a Nora non rivela affatto tracce di arte o costumi ellenici, mentre le numerose stelae raffigurate che sono state trovate in Sardegna sono precisamente fenicie nel carattere.

(11) Un sarcofago di arenaria, ricavato da un unico blocco, che è stato trovato a Girgenti nel 1830, e si trova adesso conservato nel Museo di Palermo, è dipinto di rosso internamente e mostra tracce di varie colorazioni all'esterno.

(12) G. Patroni, op. cit., p. 46.

(13) Dato che le rientranze erano appena sufficienti a permettere l'appiglio del piede, per la discesa era stata preparata una scala di legno.

(14) MM. Merlin et Drappier (La nécropole punique d'Ard-el-Kberaib à Carthage, 1909) danno alcuni particolari interessanti circa le camere sepolcrali nella necropoli punica di Ard-el-Kheraib a Cartagine insieme ad una pianta eccellente che mostra le diverse posizioni in cui si trovano le camere nei pozzi. Pare che siano state trovate anche delle tombe puniche a pozzo a Malta e Gozo in gran quantità. Assomigliano più o meno a quelle trovate a Cartagine e Lilybaeum e probabilmente risalgono allo stesso periodo.

(15) Siamo in debito con Père Delattre dei Pères Blancs per le conoscenze preziose e le informazioni riguardo i luoghi di sepoltura di Cartagine. Grazie alle ricerche instancabili ed accurate che sono state da lui eseguite durante lo scorso quarto di secolo, sono state portate alla luce parecchie tombe di quei cimiteri ed il ricco materiale che vi è stato trovato dentro ha accresciuto di molto l'interesse dei già famoso Museo Lavigerie di San Louis a Cartagine. Precedentemente alle ricerche di Père Delattre pare che sia stato conosciuto relativamente poco circa i luoghi sepolcrali di Cartagine ma adesso siamo in grado di paragonare il contenuto delle tombe puniche più antiche con quelle più tarde, fino ai tempi dei Romani, e ciò è di grandissimo interesse.

(16) R.P. Delattre, op. cit., janvier 1888, p. 5.

(17) La venerazione dei baetyli, o pietre sacre personificanti divinità, costituiva una caratteristica importante della religione fenicia, e la raffigurazione del dio o anche della casa del dio era venerata come il dio stesso. Così era anche nei tempi più antichi quando le montagne con le loro grotte e i fiumi e con le loro sorgenti avevano tutti le loro divinità ma venivano adorati come divinità stesse.

La parola baetiylus deriva dal greco che a sua volta viene dall'ebraico Beth-el, o "la casa del dio".

(18) E' difficile dire con certezza che cosa rappresenti realmente questo simbolo che si incontra tanto frequentemente nell'arte decorativa fenicia. Può forse rappresentare la luna in due delle sue fasi o anche il disco può indicare il sole. O, ancora, può darsi che il disco rappresenti la terra, o qualche altro corpo astrale di cui Astarte era la dea come lo era della luna. La dea-luna era considerata come la Natura stessa e la mezzaluna che la circonda potrebbe essere intesa come la sua rappresentazione nel suo carattere di protettrice e custode dell'universo.

(19) In un caso soltanto, sino ad oggi è stata trovata una tomba con la bara di pietra e con i vasi accessori posti all'interno di questa.

(20) R.P. Delattre, op. cit., avril-juin 1898.

(21) Niente forse può superare la cura e i provvedimenti presi per il conforto ed il benessere dei morti che si vede in un sepolcro scoperto di recente vicino Tebe, dove, oltre ai corpi mummificati dei suoi occupanti, racchiusi in casse sontuose, si può vedere un'intera serie di mobili da casa, insieme alla fornitura più abbondante di cibo e bevande di ogni genere sufficienti per mesi, se non per anni! Oltre ai molti recipienti di carni di diversi tipi, conservate e salate, insieme a pane ed altri cibi vegetali in abbondanza, è stata trovata una raccolta di manoscritti su papiri straordinariamente ben conservati.

Questa tomba eccezionale, che è stata scoperta dalla Missione Archeologica italiana, sotto il patrocinio del Re d'Italia, a Devi-el-Medinet, vicino Tebe il 16 gennaio 1906, fa pensare che essa sia l'ultirno luogo di riposo di Kha, sovrintendente delle opere della necropoli Tebana e di sua moglie Mirit ed è forse da ascriversi al sedicesimo secolo a.C. Si trova conservata adesso nella sezione egiziana del Museo Archeologico di Torino.

(22) Cfr. Perrot e Chipiez, op. cit., III, 140 seq.; Deuteronomio XXVI, 14.

(23) Cfr. Perrot e Chipiez, op. cit., III, 672 seq.

(24) Vide ante, Parte I, capitolo IV.

(25) Strabone, libro III, V, § 11; Scyiax, Periplus § 112.

(26) Cfr. R.P. Delattre, op. cit., avril-juin 1898, p. 28.

(27) Zammit, Report, Valetta Museum at Malta, 1913-14, p. 28.

(28) Cfr. R.P. Delattre, Carthage: La nécropole punique de Dounimès, pp. 13, 14, Fig. 21 e 24.

(29) G. Patroni, Nora, p. 92, tavole XIV e XV.

(30) Vide atite, Parte II, Capitolo IV.

(31) Cfr. G. Patroni, op. cit., p. 154.

(32) Perrot e Chipiez, op. cit., III, 205.

(33) Cfr. A. Holm, op. cit., Appendice, "Prehistorie Age".

(34) Cfr. Professor B. Pace, op. cit., p. 444.

(35). Cfr. Professor P. Orsi, "Necropoli del Fusco", in Notizie di Scavi, 1893 e 1895; "Megara-Hyblaea", in Monumenti Ant. dei Lincei, I; Necropoli Sicula a Pozzo di Gotto, Castroreale (Me) 1915.

(36) Cfr., Prof. G.M. Columba, op. cit., p. 8 e segg., Prof. B. Pace, op. cit., p. 444.

omissis

(53) La specie di antilope dipinta sul vaso è probabilmente il Bubal, una delle poche antilopi note agli antichi e a cui hanno accennato Erodoto ed altri scrittori. Un tempo era diffusa in Egitto ed in Arabia, ma pare che oggi non esista più nel primo paese.

(54) Cfr. Ph. Berger, La Phénicie, p. 26.

(55) Il prof. Flinders Petrie (Abydos, II. 9) documenta di aver trovato centinaia di piccole spirali di argilla bruciata in un luogo che sembrerebbe sia servito da focolare per le offerte bruciate in uno dei templi di Abydos, nell'Egitto Superiore, ed ha senza dubbio ragione quando ritiene che questi pezzi di terracotta costituissero una rappresentazione convenzionale di alcuni oggetti votivi, forse i quarti anteriori o le zampe di una pecora. Dalla descrizione data del luogo, questo non può certamente essere stato soltanto un luogo di discarica dal momento che non sono stati trovati qui né rifiuti ordinari né frammenti di stoviglie rotte e l'area era delirnitata accuratarnente da una fila di mattoni.