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Gruppo in pietra calcarea riproducente due leoni che azzannano un toro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Bassorilievo in arenaria con sfinge alata accasciata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Stele con figura umana frontale, dal tophet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Stele con figura maschile frontale gradiente, dal tophet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Stele in roccia calcarea con sfinge accovacciata, dal tophet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Stele con figura femminile salutante, dal tophet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Stele doppia con figure maschili gradienti, dal tophet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Stele con figura femminile e tamburello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Stele doppia in roccia calcarea con tavola-altare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Stele in roccia calcarea con "idolo a bottiglia", dal tophet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Divinità femminile in trono fiancheggiata da leoni, in roccia calcarea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Stele in roccia calcarea con figura maschile frontale, dal tophet

(tratto da Mozia, Una colonia fenicia in Sicilia, di J.I.S. Whitaker)

Parte II

CAPITOLO VIII

IL MUSEO DI MOZIA

Opere in pietra e marmo.

I Fenici, per quanto fossero abili nel tagliare la pietra e nell'uso ascia per tutti gli scopi pratici e utilitari, non erano evidentemente altrettanto competenti nell'uso dello scalpello né famosi per la produzione di lavori in pietra puramente ornamentali o decorativi. Pare che si siano dedicati soprattutto e quasi esclusivamente ad una ordinaria muratura in pietra su larga scala ed abbiano trascurato opere artistiche più piccole e più curate. Ciò sarà stato causato in parte, forse, dall'assenza o scarsezza nel loro paese di materiale adatto alla scultura, perché in Fenicia sembra che non si trovasse né marmo né arenaria; ma si potrebbe pensare che la ragione principale fosse stata la mancanza di gusto artistico personale ed inclinazione naturale da parte loro per un lavoro del genere.

Come nella madrepatria, così anche nelle colonie e nelle dipendenze pare che tale carenza sia stata generalmente evidente, anche se senza dubbio essa subì modifiche nel caso di quelle città o colonie che gravitarono nell'ambito di altre nazioni più sensibili all'arte.

Così a Mozia i primi coloni fenici volsero la loro attenzione probabilmente soltanto alla costruzione di semplici manufatti che venivano ritenuti sufficienti per il loro riparo e per altre esigenze, accontentandosi del materiale povero e rudimentale trovato sull'isola stessa; e per lungo tempo si accontentarono senza dubbio di edifici di tal genere semplici e primitivi e non videro la necessità di alcun miglioramento, meno di tutto da un punto di vista artistico.

Probabilmente ciò non accadde fino a quando i Moziesi non vennero in contatto con i Greci che vivevano in altre parti della Sicilia e modificarono in qualche modo le loro opinioni in proposito e gradualmente le proprie idee, sia nell'ambito delle costruzioni sia nell'architettura dei loro edifici sia anche per quanto atteneva l'abbellimento della città e delle loro abitazioni.

Da quel momento in poi ed anche dopo che Mozia era caduta definitivamente sotto il dominio di Cartagine, l'influenza greca senza dubbio prevalse in larga misura nell'ambito dell'architettura, oltre che in quello che era collegato con l'arte industriale. La stessa Cartagine, sappiamo, fu condizionata allo stesso modo dall'influenza ellenica durante l'ultimo periodo della sua storia. Pare che entrambe le città abbiano avuto una consistente popolazione greca residente.

Sfortunatamente Mozia non aveva una pietra sua, adatta per opere in muratura di qualità migiiore o per la scultura, sicché era obbligata ad importare dalla terraferma ciò che era necessario.

Il poros, o arenaria, tanto abbondante in alcune parti della Sicilia, che era il materiale impiegato per la scultura nei tempi antichi prima che entrasse nell'uso il marmo, non si trovava a Mozia o nelle immediate vicinanze ed ancora meno la pregevole pietra morbida come quella che si trova comunemente a Malta e si presta in maniera eccellente per opere ornamentali di piccole dimensioni.

Le cave più vicine che producono una buona qualità di arenaria sono quelle dei dintorni di Marsala e da queste Mozia otteneva probabilmente quello che le serviva, sia per le fortificazioni erette con i loro merli che per tutti gli edifici quali case di abitazione o altre costruzioni.

Tale buona qualità di arenaria dei dintorni di Marsala apparentemente serviva anche per fare tutti i pezzi ornamentali in pietra usati a Mozia nelle costruzioni ma la maggior parte dei pezzi più piccoli di opere decorate conservate nel Museo di Mozia sono di altro materiale, come marmo, calcare e lava che saranno stati importati da altri posti più distanti. Nei pressi della città di Trapani si trova una pura arenaria bianca di qualità dura e questa pare che sia stata usata moltissimo nei tempi antichi come lo è adesso. E' nota col nome di pietra argentéria.

Per dare una spiegazione circa la scarsità di opere in marmo ornamentale ed in pietra trovate tra le rovine di Mozia si deve supporre che la maggior parte di ciò che era mobile è stato portato via dopo la distruzione della città o dai Greci come bottino di guerra o più tardi dai Cartaginesi o dai pochi Moziesi sopravvissuti, quando fondarono la nuova città di Lilybaeum.

I pochi pezzi catalogati sotto questa voce che si vedono nel Museo di Mozia sono probabilmente quelli sfuggiti all'attenzione nel passato per il fatto che erano rimasti sepolti ad una considerevole profondità sotto la superficie del terreno o forse semplicemente per il fatto che non erano stati considerati meritevoli di essere portati via.

I seguenti oggetti di pietra e di marmo conservati nel Museo possono essere ricordati perché degni di particolare attenzione:

(a) (Fig. 46) Tre blocchi cilindrici o tamburi di arenaria, con basi sporgenti ed in un caso anche con una sommità sporgente, il cui aspetto generale porterebbe a pensare che possano aver costituito degli altari o parti di altari. Nella forma, uno di questi assomiglia al più semplice dei due altari scoperti nel tempio di Hagiar Kim a Malta (3).

Una forma un po' simile di altare pare che sia stata di uso comune in Siria (4).

I blocchi misurano da m. 0,50 a m. 0,55 in altezza e da m. 1,35 a m. 1,70 nella circonferenza del tamburo. Pare che due di essi abbiano avuto basi rettangolari; il terzo base circolare; ma in tutti e tre i casi rimangono solo parti delle basi mentre sono scomparse del tutto quelle superiori, o tavole, che probabilmente un tempo esistevano.

Due dei blocchi sono stati trovati tra le pietre accatastate dai contadini dell'isola come muri di separazione. tra le loro proprietà; mentre il terzo si è trovato sul moletto nella costa orientale di Mozia dove era stato usato per anni come palo di ormeggio per le imbarcazioni!

(b) (Fig. 47) Un ampio fonte, scavato in un blocco di arenaria, che, a giudicare dal fatto che due lati risultano non lavorati o levigati, deve essere stato adattato ad angolo di una costruzione o un angolo formato da due muri.

Il fonte misura m. 0,60 di diametro e m. 0,40 di altezza. Manca della base o piedistallo. rivela tracce di stucco bianco di cui era un tempo rivestita. E' stata trovata a Birgi, vicino alla necropoli, e sarà forse servita per scopi religiosi.

(c) (Fig. 48) Un cono di marmo bianco che misura m. 0,70 di altezza e m. 0,90 di circonferenza alla base, assottigliandosi sino a m. 0,50 1verso l'alto dove vi è un coronamento. E' rotto in due punti ed è privo di una parte.

Il cono, molto probabilmente sacro, è stato trovato tra le rovine di una costruzione nella costa ovest dell'isola.

Anche una parte di un cono più piccolo, di un marmo di colore scuro, è conservata nel Museo.

(d) (Fig. 49) Un ceppo, ricavato da un unico blocco di arenaria, con un coronamento piramidale in cima. Misura m. 0,95 di altezza e m. 0,39 quadrati alla base, rastrellandosi sino a m. 0,20 nel punto di giunzione con il coronamento.

Il ceppo che non reca iscrizioni né emblemi, è stato trovato in un angolo formato dai muri di fortificazione vicini alle lunghe scale nell'est dell'isola. Nella parte superiore rivela tracce minime di colore rosso.

Un coronamento di arenaria, un po' simile, di forma piramidae, senza dubbio parte di un ceppo, anche se staccato, è stato trovato tra le rovine a Cappiddazzu.

(e) Stele - Come è stato già riferito nel capitolo precedente, quando si parlava dei cimiteri moziesi, sono state trovate nell'isola moltissime stele, la maggior parte delle quali, comunque, erano di un tipo primitivo e semplice e di gran lunga diverse dalle stele decorate in maniera elaborata ed in molti casi recanti iscrizioni, che sono state trovate in alcuni cimiteri punici a Cartagine ed anche in Sardegna e a Lilybaeum.

Queste semplicissime pietre tombali - perché possiamo certamente chiamarle così - senza dubbio appartengono ad un periodo antico di Mozia, mentre altre che sono state trovate nel cimitero rinvenuto recentemente, o come crediamo, deposito dei resti delle vittime sacrificali e che recano figure, appartengono senza dubbio ad un periodo più tardo.

La Fig. 50 mostra alcune delle stele più semplici ed antiche che si trovano comunemente a Mozia. Sono formate da piccoli blocchi verticali di arenaria che misurano di regola da m. 0,25 a m. 0,35 di altezza e da m. 0,15 a m. 0,20 di ampiezza e circa lo stesso in spessore, recanti incise alcune linee che rappresentano senza dubbio le aedes, o edifici sacri ed in alcuni casi con baetyli semplici o doppi. La maggior parte di queste stele semplici o primitive sono state trovate o all'interno o vicino allarga della necropoli del primo periodo a Mozia.

Le Figg. 5I, 52 e 53 mostrano alcuni tipi di stele più tarde con decorazioni scoperte di recente. Tre di esse recano figure che senza dubbio vogliono rappresentare delle divinità, probabilmente Astarte o Tanit. Altre tre, che sono state trovate recentemente, recano il simbolo di quest'ultima dea. Le stele variano da m. 0,30 a m. 0,70 di altezza e m. 0,25 a m. 0,40 di larghezza. Altre due mostrano quello che evidentemente doveva essere un volto umano con la barba. Un'altra, di misura più piccola, mostra il globo e la falce di luna. La maggior parte delle stele sono di arenaria o calcare, ma una, molto grande, che quando era integra non sarà stata meno di un metro di altezza, è di lava. Quest'ultima stele è stata trovata nel mare, di fronte alla porta a nord.

A differenza della maggior parte di stele piuttosto elaborate che sono state trovate a Cartagine ed altri luoghi punici, nessuna delle stele reperite sinora a Mozia reca iscrizioni. Evidentemente al tempo di Mozia non era ancora entrata in uso la pratica di redigere iscrizioni su queste pietre, né pare che sia diventata comune anche a Lilybaeum, o almeno durante il suo primo periodo.

La sezione del Museo di Mozia che riguarda Lilybaeum possiede tre piccole stele che provengono da un cimitero di quella città e che, anche se assomigliano alla notissima stele di Lilybaeum (5) la quale è ora conservata nel Museo di Palermo, per il fatto che rappresentano un sacerdote o un uomo pio in abiti fenici, sono anch'esse prive di iscrizioni.

La più grande delle tre stele misura m. 0,18 di altezza, m. 0,11 di larghezza e m. 0,4 di spessore. Le altre due che sono di dimensioni simili misurano m. 0,13 di altezza, m. 0,10 di larghezza e m. 0,3 di spessore. La Fig. 54 mostra due delle stele di Lilybaeum.

(f) (Fig. 55) Una statuetta in pietra calcarea rappresenta una divinità femminile, probabilmente Cibele o Rea, la grande dea greca della terra, seduta tra due leoni, animali a lei sacri.

Sfortunatamente mancano la testa ed il collo della figura ed anche una considerevole parte dei corpi dei leoni che sono seduti accosciati; ma si può supporre che, quando era intatta, la statuetta misurasse m. 0,24 di altezza, m. 0,23 di larghezza e m. 0,13 di spessore. E' stata trovata tra le rovine di alcuni edifici a Mozia nel 1909.

Nel disegno la statuetta è un po' simile ad un pezzo più grande, scolpito nell'arenaria, che è conservato nel Museo dì Palermo. Anche quest'ultimo pare che rappresenti una divinità femminile, forse Iside, che è priva allo stesso modo della testa e del collo; ma la figura in questo caso, invece di trovarsi tra due leoni è seduta tra due sfingi alate e vestite. L'esemplare di Palermo è stato trovato a Solunto e, allo stato attuale, un po' mutilato misura, inclusa la base su cui poggia, m. 0,77 di altezza, m. 0,76 di larghezza e m. 0,64 di spessore (6).

La statua risulta cava parzialmente nella parte posteriore ed è difficile dire se ciò sia stato fatto per ridurne il peso, cosa che non sembra improbabile, o possibilmente per permettere ai sacerdoti di compiere qualche trucco durante le cerimonie religiose. Secondo il prof. Salinas (7), il motivo era proprio questo, visto che la statua era indubbiamente destinata al servizio religioso in una chiesa.

Il fatto che le sfingi fossero alate e vestite è interessante e tende a confermare ciò che abbiamo appena detto dei Fenici i quali pur copiando in larga misura degli Egiziani non resistevano a volte ad adottare l'arte e le idee assire di preferenza o perfino a cancellare un loro stile se fosse stato reputato necessario. Pare che le sfingi alate non si incontrino frequentemente in Egitto mentre sembra che sia del tutto sconosciuta in quel paese una sfinge vestita (8).

(g) (Fig. 57) Due piccoli blocchi di arenaria morbida, recano scolpita a bassorilievo la figura di una sfinge, una di profilo e l'altra di tre quarti. Le misure della prima sono cm. 17 di altezza per cm. 20 di larghezza e dell'altra, cm. 21 di altezza per cm. 15 di larghezza. La prima è stata trovata tra le rovine vicino alla porta a sud.

Un terzo piccolo blocco di arenaria del Museo reca scolpita pure una sfinge, ma è molto consumato e la figura è molto indistinta.

Come è stato affermato prima, pare che i Fenici abbiano copiato sia dagli Egiziani che dagli Assiri nell'utilizzare la sfinge come decoro, e specialmente dagli ultimi perché sembra che quelli rappresentassero le loro sfingi alate ed erette piuttosto che nella posizione couchant degli Egiziani. Anche i loro scarabei recavano generalmente la sfinge alata.

Tra gli altri stemmi ed emblemi convenzionali di uso comune presso i Fenici, oltre a quelli collegati alla religione, come per esempio le figure di divinità e gli oggetti legati al culto, si possono ricordare il toro, il leone, la palma, i fiori di loto e di melograno, la foglia d'edera e rosette di varie forme.

(h) (Fig. 58) Un pezzo di arenaria reca scolpita una testa di leone, che costituiva probabilmente la grondaia per l'acqua piovana appartenente a qualche edificio importante. Misura cm. 30 di lunghezza per cm. 25 di larghezza. Grondaie simili sono state trovate vicino a Siracusa e particolarmente nei pressi del fiume Ciane, da cui le acque sacre venivano convogliate per mezzo di tubature fino ad un luogo noto come il "Cozzo di Scandurra", nel quale venivano tenute delle feste in particolari occasioni (9).

Un'altra testa di leone scolpita, mostrata nella stessa figura, è di marmo e misura cm. 24 per cm. 14.

(i) (Fig. 59) La testa di una statua o busto femminile, circa la metà della grandezza naturale, scolpita in marmo, di buona fattura ellenistica rappresenta probabilmente una dea. E' stata trovata sulla linea costiera di Mozia nel 1907.

(j) (Fig. 60) Un piatto circolare poco profondo, o vassoio, di marmo scuro, lievemente concavo, con un beccuccio da una parte e tre piccoli manici sporgenti, su due dei quali è incisa una foglia di edera. Il piatto misura m. 0,23 di diametro. E' stato trovato tra alcune macerie di costruzioni a Birgi.

(k) (Fig. 61) Un piccolo blocco di arenaria che misura m. 0,40 per m. 0,30, che probabilmente faceva parte di qualche decoro architettonico, e mostra un disegno a spirale scolpito.

(l) Diversi frammenti di colonnine scanalate, sia in marmo che in arenaria, che servivano probabilmente da piedistalli per conche o altri vasi che si trovavano all'altezza di circa un metro dal suolo.

A Selinunte sono state trovate basi di pietra, o piedistalli, decorate, insieme ad una grande conca circolare molto poco profona che sono adesso conservate nel Museo di Palermo.

(m) (Fig. 62) Tra le rovine di Mozia, specialmente di case di abitazione, sono stati trovati numerosi blocchi cilindrici o tamburi di arenaria con una concavità ricavata in una estremità e di misure diverse che vanno da mezzo metro ad un metro di altezza per uno o due metri di circonferenza.

Tamburi simili sono stati trovati a Selinunte, e potranno esisterne possibilmente altri altrove, ma, per quanto ne sappiamo, non ne sono stati segnalati in altre parti.

Non è chiaro lo scopo di tali tamburi. Il prof. Salinas, si dice, era dell'opinione che essi abbiano avuto la funzione di accogliere la pioggia che cadeva dai tetti, visto che i tamburi erano collocati ai piedi degli edifici, immediatamente sotto le grondaie. La congettura non appare assurda e a prima vista sembra che offra una spiegazione esauriente.

Ad un esame più attento, comunque, si vedrà che molti tamburi hanno la base della concavità rivestita di cemento e, in taluni casi, non solo di cemento ma anche di ferro.

In considerazione di ciò, sebbene sia anche possibile che il rivestimento con tale amalgama sia stato posto nella cavità dei tamburi per prevenire l'erosione graduale dell'arenaria ad opera del gocciolio dell'acqua, tuttavia si è indotti a modificare l'opinione accettata precedentemente e a considerare che i tamburi siano serviti più probabilmente per macinare il grano, forse, 0, come sembra ancora più probabile, per polverizzare o frantumare qualche sostanza dura.

(n) Pestelli e Mortai - Ne sono stati trovati parecchi a Mozia in pietra dura o marmo. Sono soprattutto di aspetto così rudimentale e primitivo da indurre a considerarli come appartenenti a tempi preistorici.

(o) (Fig. 63) Un pezzo di lava di forma conica che núsura circa m. 0,40 di altezza per circa m. 1,30 di circonferenza alla base, che probabilmente faceva parte di una macina per frantumare il grano o altre sostanze. E stata trovata tra le rovine di Mozia.

(Fig. 64) Pezzi di lava che venivano usati senza dubbio per macinare il grano, consistenti nelle molatrici che dovevano essere tenute con la mano e le lastre piatte su cui veniva macinata la sostanza. Le molatrici sono di forma oblunga, modellate in modo tale da poter essere tenute saldamente con la mano, e presentano varie misure.

Alcuni pezzi molto sinúii che provengono da Hissarlik sono conservati nel Museo di Bologna cui sono stati donati da Schliemann.

E' possibile che i pezzi di lava fossero stati anche usati per levigare i pavimenti delle case. Tali pezzi si trovano in abbondanza per tutta l'isola e sono stati probabilmente importati o dall'isola di Pantelleria, l'antica Cossyra, o dalle isole Eolie dove la lava è abbondante.

(p) Pezzi di calcare ben levigati da una parte che venivano probabilente usati per lucidare selciati e pavimenti. Dalla grande abbondanza di tali levigatori per pavimenti e dai resti di pavimentazioni a mosaico e in cemento trovati tra le rovine di Mozia, non vi può essere dubbio che vi si usasse in notevole quantità tale tipo di pavimentazione.

(q) (Fig. 65) Una lastra di arenaria di m. 0,69 per m. 0,48 su cui è il simbolo che rappresenta o una palma o probabilmente un fiore di loto. E' stata trovata tra le rovine presso la porta nord ed apparteneva probabilmente a qualche parte del suo decoro.

(r) Una lastra di arenaria che misura circa m. 0,60 per m. 0,45 sulla quale è scolpita la maggior parte di un piede umano, che formava probabilmente la base di una statua colossale dal momento che il piede misura m. 0,36 di lunghezza. La pietra ha un lieve decoro ai lati. E' stata trovata in un campo sul lato sud-est dell'isola. Anche se è stata compiuta una ricerca accurata nelle immediate vicinanze, non sono stati trovati altri pezzi che avrebbero potuto far parte della statua.

(s) (Fig. 66) Una piccola lastra di arenaria recante inciso un simbolo che rappresenta una palma.

ISCRIZIONI SU PIETRA 0 MARMO

Le poche iscrizioni conservate nel Museo di Mozia, che non siano quelle menzionate nel Capitolo I di questa parte, sono le seguenti.

(a) (Fig. 67) Una iscrizione in greco arcaico su una lastra di arenaria della misura di m. 0,43 per m. 0,31 per m. 0,14 che è stata trovata tra le macerie di alcuni sarcofagi nella necropoli di Birgi. Sebbene incompleta, è stato possibile decifrare, o meglio ricostruire l'epitaffio che è stato reso così:

L'iscrizione è apparentemente una minaccia contro la profanazione della tomba, sia nel caso che vi si introducesse un altro corpo o nel caso che si fosse rimosso quello che vi era già deposto. Alcune delle lettere rivelano lievi tracce di una colorazione rossa (10).

(b) (Fig. 68) Questa iscrizione pure in greco arcaico, è in uno stato ancora più frammentario della precedente, dato che mostra solo cinque lettere. E' un blocco di arenaria della misura di m. 0,85 per m. 0,37 per m. 0,31 ed è stata trovata pure nella necropoli di Birgi (11).

(c) (Fig. 69) Una iscrizione araba su un piccolo pezzo di calcare scuro, a cui è stata data la forma che si vede nella figura e che misura m. 0,18 per m. 0,10 per m. 0,5. Pare che l'iscrizione sia presa dal Corano e può essere resa nel modo seguente: "Nel nome di Dio misericordioso e pietoso. Ogni vita deve avere il sapore della morte. Si otterrà la ricompensa soltanto nel giorno della resurrezione". (Corano, Susa III, N. 182) (12).

(d) (Fig. 70) Una iscrizione fenicia che proviene da Lilybaeum. Questa iscrizione che è su un piccolo coccio di pietra con una bordura decorata nella parte superiore è stata tradotta dal prof. Gregorio Ugdulena così: "Magnae Thanith et domino nostro, Baal Hammon, quod novit... rth filius R...." Sembrerebbe un'iscrizione votiva in onore delle due principali divinità fenicie (13).

ISCRIZIONI SU PIOMBO

Tra le iscrizioni conservate nel Museo di Mozia se ne trovano due su sottili lastre o rotoli di piombo che si dice siano state trovate nella necropoli di Lilybaeum nel nord dell'attuale città di Marsala. Le iscrizioni sono incise in maniera un po' grossolana con uno strumento appuntito ed appaiono per lo più, se non tutte, in caratteri neo-punici. Ancora non sono state tradotte ma saranno probabilmente del solito tipo comminatorio che si trova tanto spesso nei sepolcri. Iscrizioni simili su piombo sono state trovate frequentemente negli antichi cimiteri della Grecia e d'Italia (Cfr. Andollent, Defixionum tabellae, Parigi, 1904) (14).

 

NOTE

(3) Cfr. Perrot et Chipiez, op. cit., III, 304, Fig. 229.

(4) Ibid., Fig. 191.

(5) Cfr. Corpus Ins. Semit., N. 139, Tav. 29; Perrot et Chipiez, op. cit., III, 308, Fig. 232. Questa stele che è di una pietra calcarea bianca e misura m. 0,37 di altezza per m. 0,22 di larghezza, è stata trovata in un luogo vicino al vecchio porto di Lilybaeum chiamato Il Timpone di S. Antonio. Reca una delle solite iscrizioni votive puniche, rivolte da parte di un certo Hanno, figlio di Adonbal, al Dio supremo Baal-Arnmon.

(6) Serradifalco, Antichità della Sicilia, V. 66, tavola LXI. Questa tavola è stata riportata da Perrot e Chipiez, ma per errore come luogo del ritrovamento è stato dato Selinunte al posto di Solunto.

(7) A. Salinas, Relazione R. Museo Palermo, 1873, p. 39.

(8) Perrot e Chipiez, op. cit., III, 426.

(9) F.S. Cavallari, Supp. Topografa di Siracusa.

(10) Cfr. Prof. E. Gabrici, "Selinunte e Mozia - Frammenti epigrafici", Not. Scavi, 1917, pp. 347 e 348.

(11) Cfr. Prof. E. Gabrici, loc. cit.

(12) Cfr. Amari, Le epigrafi Arabiche di Sicilia, paragrafi I, p. 131, N. XLI, tav. XI, Fig. 3.

(13) Cfr. A. Salinas, Rassegna Archeologica Siciliana, p. 8 (Palermo 1871).

(14) Una descrizione dettagliata e un'immagine dei suddetti rotoli di piombo provenienti da Lilybaeum sono date in un'opera pubblicata di recente dal marchese Antonio De Gregorio (Studi Archeologici Iconografici, Palermo, 1917).