IMMAGINI DELL'EPOCA (1906 - 1919) NELLA QUALE J. I. S. WHITAKER ESEGUI' GLI SCAVI A MOZIA

 

 

 

 

 

 

 

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Scavi archeologici a Mozia. A sinistra Giuseppe Lipari Cascio

 

 

 

 

 

 

 

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Antonio Salinas a Mozia

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il capitolo che segue e i successivi contengono il resoconto delle ricerche archeologiche eseguite da J.I.S. Whitaker dal 1906 al 1919, prima della pubblicazione di "Mozia. Un città fenicia in Sicilia", pubblicato a Londra nel 1921.

Dopo tale data, come emerge dalla relazione di Gioacchino Falsone in appendice, J.I.S.Whitaker continuò le sue ricerche.

Parte II

CAPITOLO II

SOMMARIO DELLE RECENTI RICERCHE ARCHEOLOGICHE ESEGUITE A MOZIA

Nel capitolo IV della parte I è stata data una breve descrizione topografica dell'isola di Mozia che, con l'aiuto della carta e delle piante che la accompagnano, si spera che consentirà al lettore di seguire senza difficoltà il seguente breve sommario, quasi una traccia, degli scavi che sono stati recentemente intrapresi e si stanno eseguendo nell'isola.

Questo lavoro è stato iniziato nell'anno 1906 e, in ottemperanza alle leggi italiane, sotto la supervisione dello Stato, nella persona del Prof. Antonio Salinas, il defunto famoso Direttore del Museo Nazionale di Palermo, mentre la direzione locale dei lavori è stata affidata al Cav. Giuseppe Lipari-Cascio di Marsala che da anni si è dedicato con zelo e con il più vivo interesse alla ricerca archeologico in questa parte della Sicilia.

Sarebbe bene forse osservare qui tra parentesi che gli scavi di Mozia, sebbene iniziati sotto auspici favorevoli e coronati da notevole successo all'inizio, negli ultimi anni sono giunti ad un punto quasi del tutto morto a causa della guerra e le sue conseguenze, sicché l'opera necessariamente non è progredita con rapidità come avrebbe fatto in altre condizioni.

I risultati ottenuti, comunque non sono privi di incoraggiamento, come si può intravedere visitando l'isola ed il piccolo Museo locale che vi è stato costruito per la custodia degli oggetti di interesse più piccoli e mobili che sono stati trovati a Mózia e nelle sue vicinanze.

Il museo contiene un reparto dedicato soprattutto a Lilybaeum, da cui era stato acquisito parecchio materiale archeologico prima dell'inizio degli scavi di Mozia.

Tra i numerosi oggetti interessanti che si possono vedere in questo reparto ve ne sono alcuni i quali formano una collezione che appartiene alla città di Marsala, la quale, come nel caso della scultura arcaica e dell'iscrizione fenicia, di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, è stata depositata per il momento nel Museo di Mozia.

Tra questi oggetti è di rilevante importanza un pregevole vaso di marmo bianco, chiamato talvolta Il Vaso di Marsala, un tempo di proprietà della famiglia Grignani, da cui lo hanno acquistato le autorità della città di Marsala.

Questo vaso (Fig. 4) che è un bell'esempio di arte greca e serviva forse come urna cineraria (visto che vi sono stati trovati resti cremati) pare che sia stato scoperto in un angolo vicino all'attuale bastione di San Francesco a Marsala, che costituiva parte della necropoli di Lilybaeurn o uno dei suoi cimiteri. Il terreno apparteneva un tempo ai conti Grignani, dai quali fu infine acquistato da parte della città di Marsala. Nella chiesa del Carmine di Marsala si può vedere un sarcofago di un antenato di questa famiglia, chiamato Antonio Grignani, o Grignano, come veniva talvolta scritto il nome, datato 1474.

Il vaso misura m. 0,70 di altezza e m. 0,42 di diametro alla bocca e fortunatamente si trova in ottimo stato di conservazione. Non è stato trovato con esso nessun coperchio, né ha la forma di un vaso che richiederebbe un coperchio; ma quando è stato scoperto, dato che serviva come urna cineraria, e come tale veniva usato, si dice che sia stato trovato con il piedistallo, o base, che essendo staccabile, venne rimosso e posto sulla sua sommità per coprire il suo contenuto.

Scrivendo su questo vaso nel 1824, Smyth ha detto: "La vedova del Conte Grignone (sic) è in possesso, tra le altre rarità di un vaso di alabastro (sic) superbo ed integro che permette molto volentieri agli estranei di vederlo; per quanto ne sappia le sono stati offerti mille dollari per questo vaso, ma lei dice che, non avendo bisogno di danaro, può tenersi il vaso".

Ritornando agli scavi di Mozia, dopo che furono completati i preparativi preliminari ed ottenuto il permesso necessario dal Governo, si iniziarono i lavori nell'aprile del 1906, dedicando la prima attenzione alle basse scogliere o ai pendii lungo la costa orientale dell'isola. La scelta della costa come punto di partenza forse fu dettata dalla ovvia importanza di ottenere dei dati ulteriori e più completi sulle rovine delle fortificaioni che erano state già scoperte intorno all'isola, prima di aprire nuovi orizzonti, per così dire, e iniziare un lavoro completamente nuovo più all'interno.

Procedendo verso sud lungo la costa orientale, furono fatte delle esplorazioni in vari luoghi lungo la linea delle fortificazioni, allo scopo di compiere accertamenti sulle dimensioni e l'importanza delle costruzioni in genere, e per deternúnare in particolare la questione della completa continuità delle mura difensive intorno all'isola, anche se su quest'ultimo punto vi fosse un po' di dubbio.

Oltre alle rovine di tali mura che sono state rinvenute là dove venivano eseguiti gli scavi, e che in alcune parti sono oggi ricoperti di bassi muri moderni in pietra, messi assieme in maniera approssimativa dai contadini, sono stati trovati numerosi resti di torri aggettanti e di bastioni a distanze ineguali oltre a due rampe di scale che portano dalle fortificazioni giù sino al mare. Adiacenti a queste scale sono state trovate le rovine di abitazioni, che un tempo erano forse posti di vedetta che si trovavano in un caso in cima e nell'altro caso ai piedi delle scale. In seguito saranno dati dei particolari dettagliati su queste scale e gli edifici adiacenti. Nel frattempo è bene osservare che per tutta l'intera linea di mura di fortificazione, e specialmente in alcune parti, vi sono prove che queste siano state rafforzate considerevolmente o restaurate in qualche periodo successivo alla loro costruzione originale.

Ciò, dopo tutto, non sorprende se si considera quali cambiamenti deve aver subito Mozia durante la sua storia. Nei primi anni della sua esistenza, quando era presumibilmente poco più che una stazione commerciale e veniva considerata come una semplice colonia temporanea, Mozia non aveva probabilmente protezione di sorta se non quella fornita dalla sua posizione insulare. In seguito, dopo che si vide che il luogo era adatto per le imprese commerciali e dopo che vi fu fondata una colonia permanente, intorno alla città saranno state edificate mura di tipo prinútivo; dopo che crebbe di importanza e dimensioni, le sue mura saranno state migliorate e rese più perfette. Ancora dopo, particolarmente quando Mozia era venuta sotto lo scudo protettivo di Cartagine, ne sarà derivata una revisione totale delle opere difensive e la città sarà stata trasformata in un baluardo che (l'esperienza aveva ammaestrato i suoi signori) era necessario se si dovevano mantenere la potenza e l'autorità punica in Sicilia.

Dopo l'esplorazione della linea costiera orientale si passò a quella meridionale, in cui si vide che le fortificazioni erano simili a quelle incontrate precedentemente, anche se non si trovarono più scale.

Un successo molto importante conseguito fu rappresentato dallo scavo che portò alla luce i resti di ciò che deve essere stata una pregevole porta situata nell'estremità meridionale, dell'isola, tracce che, menzionate nel capitolo precedente, erano state già osservate, sebbene, strano a dirsi, non ne era seguita l'esplorazione, né le sue rovine, trovate, nei dintorni erano state mai messe del tutto in luce.

Questa porta è fiancheggiata in entrambe le parti dai resti di ciò che un tempo deve aver formato importanti bastioni e torri, che insieme alle mura adiacenti erano forse sormontati da grandi merli, di cui si vedono porzioni negli enormi blocchi di pietra arrotondati nella parte superiore, i quali sono stati rinvenuti ai piedi delle mura in questa zona.

Dal momento che la porta a nord di Mozia sarà servita principalmente, se non interamente, per le comunicazioni su strada con la parte opposta di conseguenza può essere contrassegnata come la porta di terra a buon diritto, mentre la porta a sud, rivolta verso il mare, che serviva esclusivamente per il traffico marino, può essere considerata come la porta di mare.

Sullo stesso lato dell'isola, a non molta distanza verso ovest dalla porta sud, fu fatta poco dopo un'altra interessantissima scoperta, un canale fiancheggiato da entrambe le parti da banchine costruite ben solidamente, che portava dal mare all'entroterra ed un bacino d'acqua quadrangolare costruito artificialmente. Tale bacino, che in un primo tempo venne considerato di recente costruzione, o che non risaliva comunque a tempi remoti, sembrerebbe che sia stato un porticciolo interno, o cothon, che serviva probabilmente come rifugio per le imbarcazioni moziesi durante il brutto tempo, oltre che come bacino per riparare le navi quando si riteneva necessario.

Per molti anni è stato usato come salina, ed invero era noto comunemente come la Salinella, o piccola salina ed era collegata col mare per mezzo di uno strettissimo canale ampio non più di un paio di piedi ma che era sufficiente per lo scopo richiesto. Alcuni studiosi suppongono che questo bacino risalga al tempo del possesso di Mozia da parte dei Gesuiti, e che servisse allora come piscina, o vasca per l'allevamento dei pesci. Comunque, come si vede dal canale che lo collega col mare aperto, recentemente scoperto, qualunque sia stato l'uso di questo bacino in tempi più vicini a noi, senza dubbio avrà costituito un porto interno, costruito come pare nello stesso periodo delle forticazioni e delle altre costruzioni della zona.

Su ciò sembrerebbe che non ci sono dubbi. I blocchi belli e ben squadrati con cui sono costruite le banchine risultano identici per materiale e per fattura a quelli delle fortificazioni successive e delle altre costruzioni della città; mentre è ben chiaro che il canale sia stato ostruito di proposito, fatto che denuncia cosi una sua esistenza precedente all'assedio.

Continuando il giro dell'isola e volgendo verso il lato occidentale di Mozia, si può affermare che è stato fatto ben poco fino ad oggi nel campo delle esplorazioni oltre quanto è stato sufficiente ad eliminare ogni dubbio circa la continuità delle fortificazioni tutto intorno all'isola.

Per un tratto, comunque, di circa centoquaranta metri, da questa parte, le scogliere lungo la costa appaiono in parte distrutte o erose dall'azione dell'acqua sotto di esse, e così rimangono solo tracce di rovine delle fortificazioni in questa area. La maggior parte del materiale che costitituì un tempo queste fortificazioni è scomparsa, trasportata in altri luoghi senza dubbio per nuove costruzioni.

Di tanto in tanto lungo la costa occidentale sono stati trovati alcuni grandi blocchi di pietra ben squadrata, che devono aver fatto parte un tempo di importanti costruzioni, la cui entità sarà determinata dagli scavi futuri. In uno di questi luoghi lungo la costa occidentale si possono vedere le fondamenta di ciò che parrebbe essere stata un'altra porta, sebbene meno importante, con edifici, forse posti di vedetta, attaccati ad essa; ma prima di poterci formare un'opinione precisa su questi resti è necessario procedere ad ulteriori ricerche. Se ci fosse stata una porta in questo luogo, come sembra probabile, visto che queste rovine si trovano ad una certa altezza sopra il livello del mare, ci deve essere stata una strada, o più verisimilmente una rampa di scale che portava giù al mare; tuttavia, dato che la scogliera è stata crosa, è difficile dire cosa esisteva esattamente in questo luogo.

Sono stati trovati recentemente anche i resti di ciò che parrebbe sia stata un'altra piccola porta che conduce alla città nella parte orientale dell'isola e vicina all'attuale punto d'attracco. Ma, come nel caso della porta occidentale appena ricordata, fino a che non sarà condotta una ricerca più approfondita, si può dire ben poco su questa porta orientale.

A giudicare, comunque, da ciò che è stato portato alla luce sino ad oggi, sembrerebbe che Mozia, oltre alle due porte principali, l'una a nord e l'altra a sud, aveva altri accessi minori ad est e ad ovest; ma allo stato attuale non è facile dire se erano di uso pubblico o riservati soltanto alla guarnigione.

Procedendo ancora nel giro dell'isola, giungendo sulla costa settentrioale, ma prima di giungere alla porta a nord di cui si è già parlato, è stata fatta recentemente l'importante ed interessante scoperta di una necropoli, la cui esistenza era prima sconosciuta o non era stata registrata. La scoperta di tale necropoli è stata del tutto inaspettata perché si era finora pensato che il solo cimitero di Mozia fosse quello trovato sull'opposta terraferma di Birgi, dove sono stati rinvenuti negli anni passati sarcofagi e frammenti di tombe in gran numero da parte dei contadini nel corso del loro lavoro.

Sembra probabile che la necropoli che è stata portata ora alla luce e si basa sulla cremazione, ed è evidentemente di una età tarda, sia stato il cimitero originario dei prinú colonizzatori fenici; e fu soltanto dopo che la colonia crebbe quantitativamente e divenne necessario fruire di tutta l'arca per le abitazioni, che l'antica necropoli fu abbandonata e si fece ricorso a Birgi che offriva terreno più adatto alle esigenze di una città che si espandeva rapidamente.

Non si può valutare abbastanza rimportanza di tale recente scoperta, perché, come ben si sa, è nei cimiteri che bisogna cercare per essere informati sulle città e comunità antiche; l'acquisizione di tali dati ed informazioni è doppiamente preziosa nel caso di una città come Mozia, di cui sono superstiti poche testimonianze o, piuttosto, diremmo, sfortunatamente cosi poco ci è stato tramandato dalla storia.

Un'altra scoperta molto interessante fatta ancor più recentemente nell'isola è quella di un cimitero che sembrerebbe essere stato adibito alla sepoltura dei resti soprattutto di animali domestici, forse le vittime delle offerte sacrificali. Il luogo di questo cimitero, che si trova sulla costa settentrionale, un po' più a ovest della prima necropoli di cui si è appena parlato, è stato comunque esplorato fino ad oggi soltanto parzialmente; in atto non si può dire niente di preciso a suo riguardo. Si parlerà ancora di questo cimitero in capitolo successivo.

In quanto alla porta nord, recentemente sono state eseguite opere, interessanti, non solo nel mettere in luce la porta stessa con i suo bastioni difensivi e le costruzioni adiacenti, ma anche scavando la strada che si spinge nell'entroterra fino ad un luogo noto generalmente col nome di Cappiddazzu, che si trova a circa cento metri dalla porta. La direzione di tale strada, come è stato accertato sino ad ora, è quasi esattamente nord-sud, e se si dovesse trovare che continua in linea retta sino alla parte opposta dell'isola, com'è probabile, porterebbe alla porta a sud o verso le sue immediate vicinanze. Comunque si può azzardare la supposizione che questa strada costituiva una delle principali arterie della città forse la sua via principale, e se fu così si è giustificati nel supporre che nella zona dovevano trovarsi alcuni degli edifici più importanti di Mozia. In realtà sono già stati portati alla luce a circa cento metri a sud della porta, le fondamento ed altri resti di ciò che sarà stato qualche edificio di considerevole importanza, ma sino a che ropera di scavo non sarà portata ancora oltre, non si potrà dire niente di positivo su di essi.

Oltre ai lavori effettuati recentemente alla porta nord è stato anche esaminato l'antico terrapieno, la strada che collega l'isola con la terraferma. Si vuole qui ricordare che i resti di questa strada sono stati distrutti dagli stessi Moziesi all'inizio del grande assedio di Mozia nel 397 a.C., per essere poi ricostruiti da Dionisio; oggi si vedono ancora chiaramente sotto la superficie dell'acqua, particolarmente quando è bassa; infatti, anche se non vi può essere una marea vera e propria nel Mediterraneo, vi è certamente una considerevole variazione nel livello delle acque, e nello Stagnone è talvolta molto marcata, raggiungendo fino i due piedi o più (1).

Pare che il terrapieno non corresse in linea perfettamente retta tra l'isola e la terraferma, ma si arrotondasse un po' verso ovest lasciata la costa dell'isola continuando così per un po' prima di assumere un andamento retto verso nord. I contadini che vivono nella zona si recano costantemente dalla terraferma all'isola con i loro carri su questa strada, o piuttosto lungo questa, dove il fondo è più sabbioso e liscio che sulla strada; in nessuna parte l'acqua in genere è profonda più di due o tre piedi.

La lunghezza di tale strada, da spiaggia a spiaggia, era di circa mille e cinquecento metri, con un'ampiezza di dieci metri. Oggigiorno si possono ancora vedere di tanto in tanto uno o due tratti delle sue fondamenta ed una considerevole quantità del materiale che le costituiva si trova oggi sotto lo strato di sabbia che ricopre qui il fondo del mare. Al di sotto dello strato di sabbia si trova uno spesso strato di argilla e fango; rompendone la crosta lo scandaglio penetra per oltre due metri senza raggiungere roccia solida. L'argilla o fango è di un colore nerastro e di odore penetrante, dovuti entrambi, senza dubbio, alla vegetazione marina decomposta dei secoli passati.

La strada, o meglio ciò che deve averne costituito il fondo, sembrerebbe essere stata costruita soprattutto con blocchi e lastre di roccia marina naturale, sebbene si possano ancora vedere in un tratto diversi blocchi squadrati i quali fanno ipotizzare che quando la strada era intatta nella sua costruzione sia stato impiegato molto materiale lavorato. Il fondo della strada è ben conservato per tutto un tratto del suo percorso, anche se in alcune parti è mancante e lo è del tutto in altre. In due tratti è chiaro che il materiale della strada è stato tolto per permettere il passaggio di piccole imbarcazioni.

Ad eccezione dell'apertura della strada che conduce all'interno dalla porta nord, la sola esplorazione degna di nota che è stata recentemente eseguita e che non interessa la spiaggia o le sue vicinanze, consiste nello scavo delle rovine di alcune costruzioni sul pendio sud-orientale dell'isola. Qui sono stati trovati i resti, soprattutto fondamenta di muri e marciapiedi, di ciò che forse sono state una o due case di una certa importanza, appartenenti alle classi più alte e che a quanto pare risalgono al tempo in cui l'arte greca era già penetrata nella colonia e vi si era impiantata stabilmente.

In un angolo è stata scoperta un'interessante pavimentazione in mosaico, che è del tutto composta da ciottoli naturali di svariati colori, che illustrano animali di varie specie; il tutto è circondato da un bordo ornamentale formato anch'esso di ciottoli naturali.

In un altro capitolo si daranno ulteriori informazioni sia delle rovine scavate nella zona chiamata Cappiddazzu, sia anche di quelle abitazioni. Nel frattempo è presumibile che, giacché l'opera esplorativa penetra sempre più nell'isola, saranno trovati molti edifici simili che portano i segni dell'influenza greca. Fino ad oggi non sono stati rinvenuti resti di templi greci a Mozia, pare che ci siano ragioni per credere che siano esistiti templi del genere nell'isola sebbene il brano di Diodoro(2) che è stato tante volte citato a sostegno di tale supposizione non possa essere accettato come testimonianza conclusiva della loro esistenza, dato che i templi delle divinità che erano venerate allo stesso modo dai Greci e dai Fenici possono essere stati patrimonio di questi come di quelli. Considerando, comunque, il numero non irrilevante di Greci che siamo portati a credere vivessero a Mozia, è naturale credere che essi abbiano avuto loro luoghi di culto, oltre a quelli Fenici, ed è possibile che alcuni siano stati usati anche dai Fenici, allo stesso modo come i luoghi sacri ai Fenici saranno stati usati dai Greci.

Sembra fuori dubbio, anche se non si può dire sino a quale punto, che tra i due popoli vi sia stata una certa tolleranza reciproca e perfino un consenso favorevole in materia religiosa.

I rapporti tra Greci e Fenici prima e tra Greci e Cartaginesi dopo, sono stati senza dubbio intensi, e pare anche che le due razze, pur se spesso in cattivi rapporti, specialmente nella seconda fase, siano vissute talora in armonia tra di loro, assimilando l'una dall'altra ciò che sembrava giusto o vantaggioso alla propria gente. Cosi non è strano trovare, sia in altri campi, quali le arti e le industrie, come in quello religioso che ogni nazione era disposta ad accettare e, fino ad un certo limite, conformarsi con le idee e le abitudini dell'altra.

Oltre alle ricerche che sono state eseguite di recente nella stessa Mozia si sono anche iniziati scavi nella contigua terraferma a Birgi, dove, come abbiamo detto prima, i Moziesi avevano avuto certamente una importante necropoli, e dove, di tanto in tanto negli anni passati, sono stati portati alla luce i resti di tombe, soprattutto da parte di contadini nel loro lavoro agricolo.

Sono state fatte anche delle ricerche superficiali nella vicina isoletta di Santa Maria, sebbene, sino ad oggi, con risultati mnodestissimi.

Pare strano che non siano state ancora trovate tracce di occupazione fenicia né su questa né sull'isola più grande nota come l'Isola Lunga. Anche se forse non una occupazione vera e propria, ci saremmo aspettati di incontrare qualche indicazione che dimostrasse almeno l'abitudine da parte dei Fenici di frequentazioni di queste isole, e di aver fatto affari o avuto rapporti con i loro abitanti, dal momento che si può a stento credere che esse siano state del tutto disabitate ai tempi di Mozia. E' proprio difficile capire come questi luoghi, che distano pochi minuti di mare da Mozia, non siano stati utilizzati dai Moziesi, all'espandersi della loro città, come abitazioni per la popolazione eccedente.

Nei prossimi capitoli saranno forniti i risultati del lavoro archeologico che è stato eseguito sia a Mozia che a Birgi, insieme alle illustrazioni delle scoperte più interessanti ed importanti.

Nel frattempo, ed in conclusione, si può osservare che le conoscenze e le informazioni ottenute dalle ricerche eseguite recentemente a Mozia tendono a sciogliere ogni dubbio che ci possa essere stato finora sul fatto che questa isola sia stata la sede dell'antica città fenicia.

Si è dimostrato che la baia senza sbocco sul mare, nota oggi col nome dello "Stagnone di Marsala", corrisponde perfettamente alla descrizione del porticciolo di cui hanno parlato gli antichi scrittori, mentre sono ancora visibili i resti del terrapieno che un tempo collegava l'isola alla terraferma a silente testimonianza della precisione delle affermazioni di quegli scrittori.

I numerosi resti di fortificazioni e le altre costruzioni che sono state trovate in situ, non solo provano la preesistenza di una città saldamente fortificata, che si estendeva per tutta l'isola, ma offrono anche una prova del feroce assedio che la città deve avere sostenuto, oltre che delle. misure precauzionali adottate dagli abitanti a loro difesa. Il materiale usato per tali costruzioni e lo stile vario dell'architettura sono una prova della costante crescita ed espansione della primitiva colonia fenicia, e dei suo sviluppo graduale da semplice base commerciale in città grande ed importante che doveva infine essere destinata a diventare il baluardo e la roccaforte principale della potenza punica in Sicilia.

La vetustà di Mozia è attestata dal materiale trovato nella necropoli del suo primo periodo, oltre che da varie caratteristiche delle sue rovine; mentre la prova della importanza e prosperità raggiunte dalla città in quello che si può chiamare il secondo periodo, è fornita dai numerosi resti delle costruzioni più recenti e da ciò che è stato trovato nella necropoli successiva di Birgi. Tali due cimiteri, oltre a fornirci dati cronologici di enorme valore, ci aiutano a ricostruire la storia di Mozia e ci permettono di forrnarci delle idee circa le varie fasi attraverso cui la colonia è passata prima di raggiungere il suo stato finale di città ricca e prospera.

Oltre a stabilire, praticamente al di là da ogni dubbio l'identità di Mozia, la recente ricerca ha ulteriormente confermato l'opinione che l'influenza greca sia stata dorninante in questa città, non soltanto nei periodi in cui regnava la pace tra Greci e Fenici, ma anche in altri momenti quanclo le due potenze erano in aperto conflitto tra di loro.

A parte ciò che ci è stato detto da Diodoro (3), cioè che alcuni Greci abbiano combattuto come soldati dei Cartaginesi durante l'ultima terribile lotta di Mozia, e la menzione dei templi e santuari greci nell'isola, di cui abbiamo già parlato in questo capitolo, entrambi importanti di per sé, negli edifici e nelle opere architettoniche della città si trovane, prove evidenti che l'arte e le abitudini elleniche vi abbiano dominato. Infatti l'unica abitazione privata di una certa importanza che è stata sino ad oggi portata alla luce a Mozia è chiaramente greca nello stile e nell'architettura, mentre i tratti più recenti delle mura di fortificazione e le altre costruzioni, apparentemente dello stesso periodo, mostrano anche essi segni inequivocabili di influenza greca. I resti di terrecotte greche sono numerosi sia a Mozia che a Birgi, e le sole iscrizioni in cui ci siamo imbattuti sino ad oggi nella necropoli di Birgi sono in greco arcaico.

Non è sorprendente, dopo tutto, che l'influenza greca sia penetrata sino a tal punto a Mozia se si considera la facilità tipica dei Fenici di intraprendere rapporti e relazioni commerciali con altri popoli, e quanto l'influenza ellenica sia stata sentita profondamente perfino a Cartagine, tanto da portare alradozione del culto delle divinità greche e di provvedere alla presenza di un sacerdozio greco per regolar quel culto (4).

 

NOTE

(1) Smyth (op. cit., p. 228), parlando dello Stagnone, fa riferimento ad una marea incerta che si nota qui; egli dice che procede da tre quarti di miglio a un miglio e mezzo all'ora, a seconda dei venti e talvolta ha una crescita ed una dirninuzione da dieci a venti pollici, ed anche più se vi sono venticelli freschi, dal momento che questa è influenzata ma non regolata dalla luna. Secondo un attento studio e le ricerche eseguite anni fa da una Commissione nominata appositamente per indagare sulle condizioni fisiche dello Stagnone, è stato valutato che qui il flusso medio della marca oscilla tra 20 e 25 cm., sebbene talvolta raggiunga fino a 50 cm. (Lo Stagnone di Marsala, Relazione dei Sig.ri Bullo, Carazzi, Lo Bianco e Vinciguerra, 1899.)

(2) Diod., XIV, 53.

(3) Diod., XIV, 53.

(4) Ib., XIV, 63 e 77.