(Articolo di Amedeo Tullio in "Mozia, Una colonia fenicia in Sicilia", di J.I.S. Whitaker, edito dall'Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti di Palermo nel 1991)

Scavi archeologici a Mozia

Appunti per una possibile storia

 

Una delle più grandi imprese dell'archeologia siciliana è certamente lo scavo di Mozia. L'esplorazione sistematica di questa importantissima "colonia fenicia" ebbe, però, un concreto avviamento solo agli inizi del Novecento con gli scavi di J.I.S. Whitaker.

Tra i centri urbani di un certo rilievo attestati in Sicilia, "MTW" (questo è il nome fenicio della colonia) è tra le ultime oggetto di ricerca degli archeologi. Pur essendo stato identificato il sito fin dal XVII secolo, dal celebre umanista Filippo Cluverio (Sicilia antiqua, Lugduni Batavorum 1619), e pur avendone trattato vari altri studiosi (Massa nel 1709; Houel nel 1782; De Luynes nel 1855; Holm nel 1858; Schubring nel 1866; Polizzi nel 1877 e Coglitore nel 1883-84), i primi approcci diretti con il terreno furono di modestissima entità.

Nel 1779 il Principe di Torremuzza, custode delle Antichità del Val di Mazara, rinvenne la famosa stele con l'iscrizione che parla di "Matar il vasaio".

Nel 1793 ebbero luogo i rinvenimenti cui si riferisce la corrispondenza autografa tra Mons. Airoldi, successore del Torremuzza, e il Barone Rosario Alagna, "sovrintendente" della provincia di Trapani. In queste lettere, custodite nella Biblioteca comunale di Palermo si parla di due reperti eccezionali, dei quali tuttavia non si indica con precisione il luogo o i luoghi di rinvenimento.

Scavi furono patrocinati dalla Commissione di Antichità e Belle Arti di Sicilia nel 1865, nel 1869 e nel 1872, ma di essi si hanno solo notizie frammentarie riportate in studi di F.S. Cavallari (1875).

Un incontro frettoloso e non certo felice con il terreno di Mozia fu, infine, quello di Heinrich Schliemann, il celebre scopritore di Troia. Lo studioso, invitato dal Ministro della Pubblica Istruzione R. Bonghi, si fermò nell'Isola appena quattro giorni per ripartirne insoddisfatto, sospendendo lo scavo come si legge nel "diario" recentemente riscoperto presso la Biblioteca Gennadius di Atene e pubblicato dallo Isserlin (1974). E' questa, infatti, l'unica testimonianza scritta, dato che lo Schliemann si era limitato a menzionare Mozia, solo incidentalmente, nell'edizione dello scavo di Micene (1879).

Tanta carenza d'interessi, che si può inquadrare nella predilezione dell'archeologia "eroica" per le opere classiche o comunque monumentali, ha fatto sì che a Mozia si conducessero pochi di quegli scavi "di recupero" che hanno violentato un po' tutte le città e, fatte le debite proporzioni, si può dire che fin dall'inizio gli scavi condotti nell'Isola di S. Pantaleo sono stati "scavi-documentazione" e il merito di ciò va proprio al Withaker, vero iniziatore che, grazie ad innate capacità, impostò l'archeologia moziese con criteri innovativi ancor oggi validi.

Paradossalmente dunque fu lo scarso interesse degli studiosi a salvare Mozia, la cui indagine fu avviata, come abbiamo detto, agli inizi del nostro secolo dal rampollo di una facoltosa famiglia inglese trapiantatasi in Sicilia, J.I. Spatafora Whitaker (1850-1936).

Non più giovanissimo, questo illustre archeologo "dilettante" nel 1906 avviò le ricerche che lo videro impegnato fino al 1927 e con le quali furono delineati quasi tutti i "temi" dell'archeologia moziese, e, a parte l'abitato, tutte le aree monumentali ancora oggetto di indagini. Basterà per ciò confrontare una recente aerofotogrammetria dell'Isola (cfr. p. 441) con la piantina pubblicata dal Whitaker.

I risultati di questa prima fase delle indagini (1906-1919) furono pubblicati in un'opera (Motya. A Phoenician Colony in Sicily, London 1921) ancora oggi insuperata e ritenuta, non a torto, "una pietra miliare nel campo degli studi punici" (Falsone).

Se, infatti, è doveroso segnalare l'inadeguatezza della documentazione grafica e fotografica, l'opera è nel complesso valida per le felici intuizioni dell'Autore; e se la metodologia adottata nelle indagini non è ortodossa, nè poteva esserlo, la quasi naturale predisposizione del Whitaker a leggere la terra ha guidato in ogni momento le sue scelte operative.

Meno nota la prosecuzione delle indagini (1921-1927) sia perché meno consistenti, ma soprattutto perché inedite. Di esse abbiamo notizie dal giornale di scavo manoscritto dello stesso ricercatore (cfr. Falsone 1981) e in cui si avverte lo stesso entusiasmo e la stessa vitalità della prima fase delle indagini.

Una breve ripresa delle indagini sul, terreno si ebbe nel 1930 quando, con un finanziamento dello stesso Whitaker, Pirro Marconi ampliò lo scavo in località "Cappiddazzu" (pianta n. 5), asportando tra l'altro parte dell'abside di una basilichetta bizantina.

Questo scavo, purtroppo, rimase inedito per la prematura scomparsa dello Studioso.

Dal 1955 in poi, con il contributo di numerosi specialisti italiani e stranieri, hanno ,avuto inizio regolari scavi scientifici che sono andati incrementandosi ed hanno fatto sì che gli scavi di Mozia divenissero un punto di riferimento nel campo degli studi fenicio-punici. La prima serie organica di interventi sul terreno si deve ad una missione archeologica inglese diretta da B.J. Isserlin. Questa missione, patrocinata dalle Università di Oxford, Leeds, Londra, Fairleigh Dickinson (N.J.) e Sidney, ha operato nel 1955, nel 1961-65 e nel 1968-70, a Porta nord (pianta, n. 3), a Porta sud (pianta, n. 13), nel Santuario di "Cappiddazzu" (pianta, n. 5) e principalmente nel Kothon (pianta, n. 12), che è stato possibile interpretare definitivamente come bacino di carenaggio (cfr. Bibl.). A queste indagini hanno preso parte alcuni dei più qualificati specialisti di archeologia orientale.

Una significativa presenza sul terreno di Mozia fu pure quella di Pierre Cintas, il noto scavatore di Cartagine, che nel 1962 fece alcuni saggi nel tophet (pianta, n. 9).

Dal 1964 una missione congiunta dell'Istituto di Studi del Vicino Oriente dell'Università di Roma e della Soprintendenza Archeologica della Sicilia Occidentale, allora dirette rispettivamente da Sabatino Moscati e da Vincenzo Tusa, ha effettuato numerose indagini in vari settori dell'antica città (pianta, nn. 5, 7, 9). A partire dal 1974 la missione si è avvalsa anche della collaborazione del Centro di Studi per la civiltà fenicia e punica diretto da Antonia Ciasca, che ha affrontato lo scavo della cinta muraria (pianta, n. 1).

I lavori di questa missione congiunta, che si è avvalsa di numerosi specialisti, sono stati puntualmente pubblicati nella serie Mozia I-IX (Roma 1964-1978).

Pur non riguardando direttamente le strutture urbane di Mozia vanno qui ricordate anche le ricerche di archeologia subacquea condotte da Miss Honor Frost della British School at Rome negli anni Settanta e che hanno portato, tra l'altro, alla scoperta della ormai celebre liburna, che è l'unica nave da guerra punica finora nota.

Una nuova e più intensa fase di indagini ha avuto inizio nel 1977, quando la Cattedra di Antichità Puniche dell'Università di Palermo ha intrapreso lo scavo della cosiddetta area 'K' e 'K-est' (pianta, n. 6), con la direzione sul campo di Gioacchino Falsone e Antonella Spanò Giammellaro. Questo scavo tuttora in corso ma già illustrato da numerose relazioni preliminari, ha portato tra l'altro alla scoperta della celebre statua marmorea che ha destato tanto interesse presso gli studiosi di scultura greca di tutto il mondo e sulla quale si è svolta un'importante "giornata di studio" (cfr. Bibl.).

Nel 1985 l'Istituto per la Civiltà fenicia e punica del Centro Nazionale delle Ricerche ha effettuato, con la direzione di Enrico Acquaro, una campagna di scavi nell'area della cosiddetta "casa dei mosaici" (pianta, n. 15) (cfr. Bibl.).

Le ricerche sul terreno proseguono tuttora intensamente. In collaborazione con la nuova Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Trapani, operano attualmente a Mozia sia il Centro per la civiltà fenicia e punica dell'Università di Roma sia la Cattedra di Antichità Puniche dell'Università di Palermo.

Dal 1987, infine, la stessa Soprintendenza di Trapani ha ripreso gli scavi nell'area urbana con la direzione di Maria Luisa Famà.

Tanto fervore di scavi, accompagnati dalle relative pubblicazioni, fanno ben sperare in un futuro ancora migliore per l'archeologia moziese, sicché alle idee confuse o generiche di un tempo si sono sostituite le certezze scientifiche ed una sempre più organica conoscenza dell'antica Mozia. L'Isola di S. Pantaleo è veramente diventata quel centro di studi vagheggiato da J.I.S. Whitaker.