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Maschera ghignante di terracotta di tipo egizio rinvenuta nel tophet

 

 

 

 

 

 

 

 

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Statuetta femminile in terracotta con bambino, dal tophet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maschera femminile di terracotta, dal tophet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maschera femminile di terracotta di tipo egizio rinvenuta nel tophet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Corredo di una tomba della necropoli arcaica: tre vasi fenicio-punici e uno (il terzo da sinistra) che imita un vaso greco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Corredo tombale costituito da ceramica fenicio-punica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Corredo tombale costituito da ceramica fenicio-punica e da una statuetta di terracotta fenicia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Statuetta di terracotta fenicia, simbolo di fertilità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Frammenti di arule riproducenti sfingi alate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Teste di terracotta di tipo Bithia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Statuetta di terracotta di tipo Bithia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Testa di terracotta di tipo greco arcaico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Brocca fenicio-punica di terracotta con bocca a fungo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Particolare forma di vaso di terracotta "askos", a forma di animale, in questo caso bovino, usato per le offerte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Oscillum" di terracotta con testa di Gorgone a rilievo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un "askos" di terracotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Arula in terracotta con scena mitica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Arula in terracotta con lotta di leone e capride (?)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Protome femminile in terracotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Figurina frammentaria al tornio in terracotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Matrice fittile in terracotta

(tratto da Mozia, Una colonia fenicia in Sicilia, di J.I.S. Whitaker)

Parte II

CAPITOLO VIII

IL MUSEO DI MOZIA

VASI E TERRECOTTE

Come è stato per la maggior parte delle altre antiche popolazioni, così pure tra i Fenici, non vi può essere dubbio che l'uso di argilla asciugata al sole per l'edilizia oltre che per vasi di uso domestico deve aver ceduto il posto molto presto a quello dell'argilla cotta a forno. Nello stesso tempo, comunque, è probabile che come in Egitto, in Assiria e in Babilonia da parte dei Fenici continuò ad essere ancora impiegata l'argilla seccata ed indurita naturalmente per un po' di tempo dopo che era stata introdotta l'argilla cotta a forno e contemporaneamente ad essa.

Pare che in Siria siano stati usati in abbondanza dei mattoni seccati al sole o non cotti. Secondo il prof. Flinders Petrie (15) questi furono impiegati nella costruzione delle mura di fortificazione di Lachish in Palestina, che fu probabilmente fondata nel diciassettesimo secolo a.C. e similmente senza dubbio sono stati usati in altre città.

Pare che a Cartagine i mattoni non cotti siano stati impiegati comunemente, sia nella costruzione di abitazioni che nelle pareti di altri edifici. Nell'antica necropoli di Donimés si è trovato che alcune delle colonnine delle tombe sono state rafforzate con mattoni simili della nùsura di cm. 48 per cm. 32 per cm. 10.

A Mozia si trovano mattoni non cotti in grandissima quantità e parti dei bastioni delle fortificazioni sono costruite in gran parte con essi. Questi mattoni grezzi, come si possono chiamare, sono soprattutto di un'unica forma c,dimensione e nùsurano circa cm. 46 per cm. 28 per cm. 10. Il colore varia secondo la qualità dell'argilla di cui sono composti e nel Museo sono raccolti esemplari di diverse gradazioni di grigio, rossastro e giallognolo.

Occupandoci ora di terracotta fittile o modellata anche se i Fenici forse non eccelsero nella ceramica come in altre arti industriali, non vi può essere dubbio che produssero un'enorme quantità di ceramica e che svolgessero un intenso commercio cli questi oggetti con altre parti del Mediterraneo oltre che con paesi al di là di quel mare. Da Strabone (16) apprendiamo che insieme ad altra merce trasportavano recipienti di terracotta sino alle Isole Scilly a nord, in cambio di stagno ed altri metalli; mentre Scylax (1 7) ci dice che commerciavano in ceramica con gli indigeni della costa occidentale dell'Africa.

Può darsi che la qualità di ceramica prodotta in Fenicia non sia stata del tipo più pregiato, ma senza dubbio era di un genere ben adatto per tutti gli scopi domestici e probabilmente era superiore a molta della ceramica prodotta in quei tempi antichi.

Oltre a produrre, comunque, ed esportare ceramica propria, senza dubbio i Fenici importavano una gran quantità di ceramica dall'Egitto e dall'Assiria che era di una qualità superiore a quella prodotta da loro, e molta di questa veniva trasportata probabilmente con le loro navi commerciali in altre parti del Mediterraneo, favorendo così la diffusione di questo prodotto.

Si suppone che la Fenicia abbia appreso dai due paesi appena menzionati due branche importanti di questa arte industriale: una quella di dipingere la terracotta; l'altra, quella di smaltarla. La prima l'acquisirono forse dall'Assiria, l'altra dall'Egitto.

Nella produzione della ceramica le colonie della Fenicia nelle varie parti del Mediterraneo non saranno probabilmente state lente nel seguire l'esempio della madre-patria e quelle più importanti avranno avuto senza dubbio i loro forni di cottura e avranno prodotto propria ceramica elementare, importando probabilmente nel contempo dall'esterno articoli di qualità superiore.

A Mozia, come in altre colonie, si cominciò probabilmente a produrre ceramica quando essa si trasformò da semplice base commerciale dei primi tempi in una città di una certa importanza. Come è stato già detto (18) non mancano prove della manifattura di ceramica sull'isola, almeno di una qualità rozza. A Mozia si trova un'argilla di mediocre qualità, ma se ne trova in abbondanza di qualità superiore in un luogo vicino alla costa dell'attigua terraferma, da cui si estrae, anche ai giorni nostri, una notevole quantità di materiale che viene usato per produrre ceramica.

Sinora non pare che ci siano prove del fatto che sia stata prodotta della ceramica di migliore qualità a Mozia, ma può darsi che ne avremo presto, perché non è illogico supporre che l'arte della ceramica nell'isola, primitiva per quanto certamente sarà stata agli inizi, nel corso del tempo si sia potuta sviluppare e perfezionare man mano che la colonia cresceva di misura e la città veniva sempre di più sotto l'influenza greca.

Come è stato detto nel capitolo precedente quando si è parlato dei cimiteri moziesi, la maggior parte della ceramica trovata nelle tombe, sia sull'isola che a Birgi, ed anche quella trovata tra le rovine della città vecchia, è un tipo di prodotto piuttosto grezzo e non smaltato, che risulta o del tutto uniforme o decorato molto semplicemente con disegni lineari o geometrici dipinti sopra e che per le ragioni sopradette si può considerare come produzione locale. Oltre a questa ceramica, presumibilmente indigena, comunque, si trovano in certa quantità a Mozia altri manufatti di qualità superiore quali i vasi greci a figure o di mutazione greca, ceramica smaltata o levigata proto-corinzia e di altro tipo, che in mancanza di prove contrarie, si può supporre che sia stata importata dall'esterno.

Tranne i pochi esemplari che forse si potrebbero supporre appartenenti ad un'età preistorica ed altri che pare risalgano ad un periodo o meglio a periodi successivi alla distruzione di Mozia e che siano stati senza dubbio introdotti da successivi temporanei abitanti dell'isola, sembrerebbe che la ceramica del Museo di Mozia ricada in due divisioni o categorie naturali e possa essere articolata in prodotti indig eni o manufatti locali e in prodotti importati da altri paesi; ma entrambe le categorie, a loro volta, sono da suddividere in due categorie principali e cioè:

CATEGORIA I - Ceramica indigena o prodotta localmente

A. Ceramica non smaltata e non verniciata di qualità ordinaria o priva del tutto di decoro o decorata soltanto con un semplice disegno lineare o geometrico, dipinto sopra. Comprende tutti i vasi fittili usati per scopi domestici o per sepolture.

B. Articoli di ceramica e terracotta di una qualità simile alla precedente o di un tipo più grossolano, che comprende anfore ed altre, brocche e vasi di grandi dimensioni usati principalmente per conservare provviste, sia solide che liquide, come anche tubi per l'acqua e lo scarico e forse anche tegole piatte per i tetti delle case.

C. Piccoli articoli di terracotta di uso domestico, come pesi da telaio, pesi per reti da pesca, fusaioli e statuette fatte in maniera grossolana.

CATEGORIA II Ceramica importata

A. Vasi corinzi, proto-corinzi e greci antichi, tra i quali forse anche alcuni provenienti dalle ' isole dell'Egeo e possibilmente anche da Cuma.

B. Attica. Ceramica a figure nere.

C. Attica. Ceramica a figure rosse.

D. Ceramica attica verniciata di nero, o ad imitazione della ceramica attica.

E. Ceramica verniciata di nero del sud d'Italia e di altro tipo con decoro bianco, palmette, foglie d'edera e simili decorazioni.

F. Bucchero etrusco.

G. Ceramica egizia smaltata o ad imitazione della ceramica egizia.

H. Manici di anfore di Rodi con marchi.

I. Terracotta non smaltata.

Prima di segnalare dettagliatamente le sezioni di ogni categoria, si può affermare che la maggior parte della ceramica conservata nel Museo e che si suppone sia di produzione indigena o locale, proviene dalla necropoli del primo periodo scoperta nell'isola. Sinora é stato trovato relativamente poco di tale ceramica in altri posti, sia nell'isola di Mozia che a Birgi. Ciò forse non è strano, perché a parte il fatto che i cimiteri delle città antiche forniscono la maggior parte del materiale da studiare e costituiscono, per noi, di regola, la fonte principale per la conoscenza e la spiegazione della vita di tali città, a Mozia, invero, sono state fatte poche ricerche, tranne che nella necropoli e nelle immediate vicinanze della costa. Inoltre, sono state portate alla luce relativamente poche abitazioni e, tra le rovine di esse, anche se sono stati trovati numerosi frammenti e cocci di ceramica di una certa importanza, non si è scoperto che un solo vaso.

Nella necropoli di Birgi ci si sarebbe aspettati di trovare un numero maggiore di esemplari di tale ceramica locale, ma sfortunatamente pare che la maggior parte delle tombe portate ivi alla luce siano state violate in un periodo precedente e private completamente nella maggior parte dei casi del loro corredo.

Nel capitolo precedente, sui cimiteri di Mozia, è stato fatto un cenno di una certa ampiezza sulla ceramica trovata sia a Mozia che a Birgi e specialmente su quella rinvenuta nell'antica necropoli dell'isola, ceramica che è soprattutto di questo tipo. Alla conclusione del capitolo è stata data una dettagliata descrizione di alcune tombe e dei loro contenuto, insieme alle illustrazioni di alcuni gruppi di vasi trovati in situ, costituenti le sepolture a cremazione.

Comunque, qui verranno fornite altre illustrazioni che mostrano più chiaramente quanto siano vari e numerosi i tipi di ceramica moziese non smaltata conservati in quel Museo.

CATEGORIA I

Ceramica indigena o prodotta localmente

Suddivisione A. - (Fig. 72) Vari tipi di vasi, usati a Mozia come urne cinerarie, ed in cui sono stati trovati dei resti cremati. Tra questi vasi sembrerebbe che quelli più in uso per contenere le ossa e le ceneri dei morti siano state urne di forma sferica; possibilmente questo tipo di vaso sarà servito solamente ed esclusivamente a scopi funebri e non per usi domestici o di altro tipo.

Questi vasi sferici, che sono di color rosso mattone, di gradazione più scura o più chiara, oppure di colore giallognolo chiaro e solo occasionalmente biancastri (19), variano un po' nella misura ed i più grandi hanno di solito due manici mentre i più piccoli hanno un manico solo. Il foro della bocca dei vasi è sempre piccolo rispetto alle proporzioni del vaso, e così pure la base su cui poggiano. Sono spesso decorati con qualche disegno semplice, costituito o da linee, dritte o ondulate, o da un semplice disegno geometrico dipinto con il pennello intorno alla pancia ed ai margini del vaso; tale decoro, in alcuni casi, si estende al collo ed ai manici ed anche alla copertura o al coperchio dell'urna. Alcuni degli esemplari decorati in maniera più elaborata mostrano triglifi con metope adorne di clessidre.

Sebbene, come è stato già riferito (20), pare che siano stati trovati dei vasi simili a questi in alcune delle prime tombe siciliane come pure, forse, a Cipro ed altrove, non sembrerebbe sinora che sia stata trovata nessuna copia esatta di tale tipo in alcun'altra necropoli antica e perció possiamo essere giustificati se consideriamo queste urne sferiche come tipiche di Mozia.

(Figg. 73 e 74) Numerosi tipi diversi di vasi più piccoli, la maggior parte dei quali si trovano nelle tombe attorno alle urne centrali contenenti i resti cremati, di cui probabilmente la maggior parte, se non tutti, anche se usati come abbiamo visto per le sepolture, saranno serviti anche, e probabilmente soprattutto, per scopi domestici o familiari di carattere generale. La maggior parte di questi vasi, - che possiamo chiamare "vasi d'arredamento" - si trovano più o meno abbondanti nelle tombe; altri sono meno comuni, mentre alcuni tipi si incontrano solo raramente. E' interessante trovare tra questi vasi prodotti localmente alcuni che sono evidentemente copie di articoli importati di qualità più pregiata. Ma questi esemplari si possono distinguere sempre per le pareti più spesse e la qualità più ordinaria, oltre che per il fatto che non sono smaltati né lucidati. Sembrerebbe che un certo numero di tali vasi siano caratteristici di Mozia, o piuttosto di Mozia e Cartagine, vale a dire dei cimiteri più antichi, ed anche forse della Sardegna (21).

Nel capitolo precedente è stata richiamata l'attenzione sull'analogia esistente tra la ceramica dei cimiteri moziesi e quella trovata nell'antica necropoli cartaginese di Dounimès, come pure, anche se in grado minore, con quella della necropoli punica di Dermech (22) un po' posteriore. Entrambi questi cimiteri cartaginesi sembrerebbero contemporanei alle nostre necropoli moziesi, mentre i cimiteri punici, più tardi, quali per esempio quelli di Aid-el-Kheraib e della collina di Santa Monica, differiscono da quelli moziesi, invece probabilmente hanno qualcosa in comune con la necropoli di Lilybaeum che è stata sinora poco esplorata.

Cosi, per esempio, le anfore fusiformi o dalla lunga coda, le urnes à queue dei Francesi (23); gli askoi (24), o vasi a forma di poppatoio; i vases à biberon francesi e gli unguentaria, tutti tanto frequenti nei cimiteri cartaginesi posteriori, e che sono quasi del tutto assenti nelle prime tombe moziesi sembrerebbero di comune reperibilità a Lilybaeum. Non pare comunque che qualcuno degli esemplari di vasi fusiformi di Lilibeo trovati sinora rechi qualche iscrizione, come accade invece in molti esemplari cartaginesi. Pare che l'unico esemplare di vaso con un'iscrizione fenicia che sia stato rinvenuto sinora in Sicilia sia una brocca trovata a Palermo parecchi anni fa e che in un primo momento fu conservata nella raccolta dei Collegio dei Gesuiti. Sfortunatamente, il vaso da allora è scomparso (25).

Tra i tipi di vasi che sembrerebbero caratteristici di Mozia e dei primi cimiteri punici, si possono menzionare i seguenti perché degni di nota in modo speciale:

(a) Un vaso allungato a forma di pera con un manico solo, che si restringe in alto verso una bocca trilobata; il manico è di notevole lunghezza e risulta rigato o scanalato.

(b) Un vaso a forma di bottiglia con un manico solo, con una bocca appiattita a forma di fungo; il suo manico è piccolo ed arrotondato.

(c) Un vaso a forma di bottiglia con un manico solo a fianchi retti e con una larga bocca concava, il suo manico è più grande.

Vi è un esemplare che sembrerebbe da collocare tra i due tipi menzionati per ultimi. Infatti il suo manico ed i fianchi risultano come nel tipo b, mentre la sua bocca è come nel tipo c.

I tre tipi predetti si trovano tutti in misure diverse variando in altezza (tra i 17 ed i 28 cm.) e anche un poco nel colore. Il vaso allungato a forma di pera, comunque, si trova quasi sempre dipinto internamente con un colore rossastro opaco, molto morbido al tatto, cosa che potrebbe dipendere da una notevole dose di olio presente nella mistura colorante. Solo occasionalmente questo tipo di vaso risulta privo di colore, ma non molto spesso.

I vasi a forma di bottiglia, tipo b, sono ricoperti pure di una pittura morbida ed untuosa, ma non di un colore uniforme in tutta la superficie come nel tipo precedente. Si trovano usualmente dipinti con bande scure su uno sfondo più chiaro.

Père Delattre, parlando di un pregevole, se non unico vaso scoperto da lui nel 1903, quando era in compagnia del defunto prof. Salinas di Palermo, allora in visita a Cartagine. menziona la mano vellutata e morbida, che nel caso di quel vaso in particolare era di un colore giallastro (26).

Oltre ai vasi di cui abbiamo finora parlato, trovati nelle tombe dell'antica necropoli di Mozia, ve ne sono altri di tipo diverso che sono stati rinvenuti dentro o vicino i sarcofagi trovati presso la porta a nord. Questi sono senza dubbio di un'età posteriore (Fig. 75).

Oltre a questi ve ne sono altri, anch'essi di età tarda, trovati nel cimitero, o meglio nel deposito dei resti di offerte sacrificali, rinvenuti di recente (Figg. 76 e 77).

Prima di concludere queste osservazioni sulla ceramica indigena più piccola, si può osservare che, anche se non sono state rinvenute nei cimiteri moziesi lampade, né puniche né greche, ne sono state trovate alcune di entrambi i tipi tra le rovine di edifici di Mozia.

Le lampade puniche bicorni che sono state trovate risultano di una ceramica di qualità grossolana e sono senza dubbio di produzione locale. Le lucerne greche sono di una ceramica verniciata di nero. Oltre a queste, sono state trovate alcune lampade romane, portate senza dubbio da abitanti dell'isola successivi alla distruzione di Mozia.

Suddivisione B. - Questo gruppo include tutti gli oggetti di terracotta più grandi conservati nel Museo di Mozia, quali anfore ed altri vasi di grandi dimensioni che, a quanto sembra, sono serviti soprattutto per contenere e trasportare liquidi e solidi, come acqua, vino, olio, miele, grano e datteri (Figg. 78 e 79). Il gruppo include anche tubi per l'acqua di scarico e tegole per i tetti delle case.

I numerosi esemplari di grandi anfore che sono stati recuperati dal fondo del mare intorno alle coste della Sicilia ci raccontano le storie di naufragi e di navi affondate, piene di merci e derrate, e di carichi perduti di vasi che senza dubbio costituivano un importante articolo di commercio (27).

Alcune delle grandi anfore sono fatte di un'argilla di buona qualità, simile a quella usata nella preparazione dei vasi più piccoli, mentre altre sono di qualità e fattura più grossolana.

Come è stato detto prima, non vi è dubbio che questa terracotta sia stata prodotta nella stessa Mozia; infatti sono state fornite prove della sua manifattura sul luogo dai resti trovati nell'isola durante le varie fasi della composizione e della preparazione.

Nel Museo si trovano molti tipi diversi di lunghe brocche cilindriche con la base a punta, non fatte quindi per stare in posizione verticale. Tali vasi variano nelle misure da m. 1,10 a m. 0,72 di lunghezza e da m. 0,83 a m. 0,47 di circonferenza nella parte più ampia. Taluni hanno colli e manici lunghi, altri colli brevi e manici piccoli. Due vasi hanno dei manici piccoli posti molto in basso nel vaso e sono di un tipo non comune. Sono stati trovati nell'isolotto di Santa Maria e sfortunatamente sono molto danneggiati. La scanalatura che si trova intorno ad alcune delle anfore era probabilmente fatta per poter tenere il vaso più saldamente e per evitare che scivolasse dalle mani di qualcuno, oppure sarà stata praticata per poterle legare assieme con corde in funzione del loro trasporto e non solo per decorazione.

Nella raccolta vi sono quattro tipi diversi di anfore più basse e più rotonde. Misurano da m. 0,65 a m. 0,45 di lunghezza e da m. 1,25 a m. 0,90 di circonferenza.

Tali anfore sono generalmente fatte di un tipo di terracotta di qualità migliore e sono più rifinite di quelle cilindriche.

Tra le rovine della Casa dei Mosaici sono stati scoperti tre grandi pithoi che sono stati lasciati in situ. Due di essi sono più grandi del terzo e misurano sino a m. 4,50 di circonferenza, mentre il terzo è limitato a m. 3. Sfortunatamente sia il collo che le parti superiori dei tre vasi sono rotti, ma certamente l'altezza di essi non potrà essere stata inferiore di almeno un metro.

Nell'antico cimitero di Mozia è stato trovato pure un altro vaso di proporzioni abbastanza grandi, con dei resti cremati all'interno. Adesso si trova conservato nel Museo, ed è di un tipo apparentemente qui non comune. Infatti è l'unico nel suo genere che è stato trovato sinora. Ha quattro piccole sporgenze ai fianchi, che fungono da manici, e misurano m. 0,78 di altezza e m. 1,80 di circonferenza nel punto più ampio (Fig. 80).

In merito ai tubi cilindrici di terracotta per l'acqua ne sono stati trovati due tipi, entrambi tubolari e apparentemente basati sullo stesso principio per quanto riguarda il sistema di collegamento. Variano, comunque, notevolmente in quanto a dimensioni, uno misura infatti m. 0,77 d lunghezza e m. 0,20 di diametro, mentre l'altro misura m. 0,38 di lunghezza e m. 0,09 di diametro.

Per quanto riguarda i tubi aperti per canalette e di scolo, ne sono stati trovati numerosi esemplari, apparentemente tutti dello stesso tipo semicilindrico, assieme ad esemplari di grondaie concave ad angolo retto, con un foro nel mezzo per fare defluire l'acqua sotto terra.

Per quanto riguarda le tegole piatte per i tetti, o tegulae, se ne trovano molti frammenti anche tra le rovine delle case. Sono di due tipi, uno con basse flange ampie sui due lati opposti, l'altro con flange verticali stretti. L'unico esemplare intatto, che è del primo tipo, misura cm. 63 per cm. 54 per cm. 3. La qualità della terracotta usata per le tegole varia. Infatti in talune è più fine che in altre, e ciò porterebbe a supporre che alcune sono state importate mentre altre sono di manifattura locale.

Alcune tegole recano impresso un marchio o delle lettere, senza dubbio il marchio del fabbricante. Il più comune pare che sia la rosetta ma ve ne è uno che mostra la testa di un cane (Fig. 81).

Pare che tegole di terracotta per i tetti siano state impiegate abbondantemente in Grecia nei tempi antichi, quando nelle costruzioni si usava molto il legno. Sembra che molti templi ed edifici di una certa importanza siano stati ricoperti in questa maniera. Il tempio di Hera ad Olimpia pare che possegga l'esempio più antico conosciuto di copertura in terracotta.

Suddivisione C. - Questo gruppo comprende i piccoli oggetti senza decoro trovati tra le rovine di Mozia che si suppone siano stati prodotti sull'isola. Sono soprattutto articoli di uso domestico, come pesi per telaio e per reti da pesca.

Non è facile dire se i fusaioli di terracotta che sono stati trovati sull'isola abbiano fatto parte di collane primitive, e siano vestigia di un'età preistorica, come è stato riferito nella prima parte di questo capitolo, o se erano semplicemente fusaioli o pesi per le reti come la grandezza di alcuni potrebbe indurre a pensare, ma nell'uno o nell'altro caso sembra probabile che fossero stati prodotti sulla stessa isola.

Si potrebbe supporre la stessa cosa a proposito di alcune statuette fatte a mano in maniera molto grossolana (Fig. 82), destinate possibilmente ad immagini o idoli da venerare, trovate nell'isola, e che dovrebbero essere incluse senza dubbio in questa categoria.

I pesi da telaio (Fig. 83) trovati a Mozia sono molti e di vario genere. Sono per lo più di terracotta, ma ne esistono alcuni di pietra e di marmo. Essi presentano varie forme e misure, ma predomina, comunque, quella di piramide tronca. Alcuni sono di forma circolare, altri quadrata e pochi di forma conica.

Molti pesi recano un marchio o un'impronta di qualche tipo, alcuni sono marcati con una matrice, mentre altri sono contrassegnati con linee trasversali ricavate imprimendo dei piccoli punti, ed in uno o due casi si nota impresso sopra un intero volto umano. Può darsi che questi non siano di produzione locale, ma di importazione.

Nella raccolta si trovano quattro esemplari a forma di piramide tronca, due dei quali sono attaccati assieme dimostrando così che non erano evidentemente finiti. Sono stati trovati accanto a ciò che sembrerebbe un forno per la cottura e forniscono una prova quasi certa del fatto che questi pesi da telaio venivano prodotti in questo luogo.

Naturalmente non si trovano tracce di pesi di legno che saranno stati usati a Mozia, ma presumiarno che siano stati dell'antico tipo verticale (28).

Intanto vi può essere poco dubbio sul fatto che l'industria tessile sia stata praticata e sia stata fiorente a Mozia, e, a giudicare dal gran numero di pesi da telaio che sono stati rinvenuti per tutta l'isola, dobbiamo concludere che venisse praticata su larga scala.

Diodoro, parlando del bottino che i Greci si portarono via dopo la presa di Mozia fa una speciale menzione sugli indumenti ricchi e costosi che costituivano una voce importante di quello (29).

Non si può dire se la rinomata tintura, o rosso di Tiro, venisse ottenuta anche sull'isola ed usata per colorare il tessuto ivi prodotto, ma è molto probabile che avvenisse così, dal momento che il Murex, sia il M. trunculus che il M. brandaris, non è affatto raro in questa parte dei Mediterraneo, e sulle spiagge della stessa Mozia. Anche il Burcinum (ß. lapillus), un altro mollusco che produce colore, pare che sia abbondante lungo le coste siciliane. Una delle isole Egadi, Phorbantia, l'attuale isola di Levanzo, sembra che sia stata chiamata a volte anche con il nome di Buccina.

CATEGORIA II

Ceramica importata

Veniamo adesso alla seconda categoria principale, quella che cornprende tutta la ceramica del Museo che si può supporre sia stata importata dai Moziesi, dato che non risulta prodotta nell'isola, né esistono ragioni sufficienti da consentirci di supporre il contrario. Questa ceramica include tutti gli oggetti smaltati, lucidati o verniciati, di un unico colore o decorati, che esistono nella raccolta, la maggior parte dei quali, almeno per ora, può essere considerata di origine greca o del sud d'Italia. Essa comprende anche alcuni oggetti di terracotta non smaltata né lucidata, diversi dai vasi, che, sino a prova contraria, devono essere considerati come oggetti di importazione.

Non si può ancora dire se gli scavi futuri a Mozia potranno provare che alcuni di questi oggetti, nelle forme più semplici, siano stati prodotti sull'isola, ma non è improbabile che si rivelerà così, considerando che in altre parti della Sicilia si sono trovati esempi di un'arte della ceramica locale ben sviluppata. Tra questi si possono ricordare la bella ceramica a rilievo che sembra sia stata prodotta senza dubbio a Centuripe, oltre alla ceramica decorata che proviene da altre parti della regione etnea ed anche alcuni vasi di Lipari, uno dei quali, conservato nella raccolta del Liceo Mandralisca di Cefalù, rappresenta una scena tipica della costa siciliana, cioè una vendita di tonno (30). Tutti questi esempi sono di tipo molto più avanzato rispetto alla ceramica rudimentale nota come geometrico-sicula, prodotta dai primi abitanti della Sicilia, livello di produzione, che, secondo un'opinione diffusa, l'arte del ceramista siciliano non avrebbe superato.

A stento, comunque, si può accettare che, con tutti i pregevoli esempi di arte della ceramica greca classica costantemente davanti agli occhi - perché molta di questa ceramica sarà stata importata nell'isola o direttamente dalla Grecia o attraverso l'Italia continentale - il ceramista siciliano si sia accontentato di stare a guardare e non abbia tentato di dar corpo ad una produzione almeno somigliante a quella realizzata dalle città greco-italiche del sud della penisola. Sembrerebbe, inoltre, che alcuni ceramisti siciliani abbiano avuto l'abitudine di visitare le regioni su nominate, e di aver mantenuto rapporti costanti con esse. Senza dubbio ceramica ad imitazione di quella classica greca sarà stata prodotta su larga scala in alcune delle città del sud d'Italia e da qui esportata verso tutti i porti vicini a costo minimo; ma, anche ammettendo ciò, si può ancora azzardare l'ipotesi che, per quanto lo sviluppo dell'arte della ceramica industriale non sia stato generale o diffuso largamente per tutta la Sicilia, questa può lo stesso essere stata introdotta in alcune zone, specialmente le più orientali, dove sarà fiorita per un considerevole periodo.

Cosi anche a Mozia, sebbene situata nella parte occidentale della Sicilia, è probabile che vi sia stato un rapporto diretto e costante con il continente per mezzo delle navi fenicie, e che gli abitanti di quella colonia così importante e prospera, dipendente, per tutto quel che riguardava l'arte, dall'influenza che veniva esercitata ampiamente dall'elemento greco ivi residente, possano aver fatto propria e praticata la nuova branca della ceramica qualitativamente migliorata.

Comunque, fino a quando non sarà confermato che sia effettivamente avvenuto uno sviluppo del genere nella ceramica moziese, nel Museo la classificazione della ceramica importata sarà la seguente:

Suddivisione A. - Ceramica corinzia o proto-corinzia, ed altra di epoca remota, che comprende forse esemplari delle isole dell'Egeo e possibilmente anche di Cuma.

Vi sono numerosi esempi di tale ceramica che vengono dalle prime tombe a cremazione della necropoli di Mozia, ma nessuno da Birgi (Figg. 84, 85, 86 e 87).

Come già affermato, la presenza di tale ceramica antichissima nelle tombe a cremazione della necropoli di Mozia ci permette di fissare la data del cimitero tra il 750 ed il 650 a.C., ma per tutto quello che sappiamo, potrebbe essere stato già in uso parecchio tempo prima, e può aver continuato a rimanere in uso per un certo tempo ancora, o possibilmente sino alla fine del settimo secolo.

Suddivisione B. - Attica. Figure nere su sfondo rosso.

Vi è solo un esemplare di tale ceramica nel Museo proveniente dall'antica necropoli di Mozia, ma ve ne sono altri provenienti dal cimitero di Birgi, e ne sono stati trovati molti frammenti tra le rovine di Mozia (Figg : 88, 89 e 90). L'esemplare proveniente dalla necropoli di Mozia è stato reperito in uno dei pochi sarcofago trovati in quel cimitero, del quale abbiamo supposto si tratti di una delle ultime sepolture effettuate in quel luogo.

Suddivisione C. - Figure rosse su fondo nero. Nessun esemplare di tale ceramica proviene dalla antica necropoli di Mozia, ma ne sono stati trovati molti a Birgi oltre che tra le rovine sia di Mozia che di Birgi (Figg. 91 e 92).

Suddivisione D. - Attica ed imitazione di ceramica attica verniciata di nero. Ne è stato trovato un solo campione, un pregevole kylix intatto, nell'antica necropoli di Mozia, in un sarcofago insieme ad altri due vasi di produzione locale non smaltata.

Moltissimi esemplari di questa ceramica sono stati trovati nella necropoli di Birgi e tra le r0vine di Mozia, anche se per lo più in cocci (Fig. 93).

Suddivisione E. - Ceramica dell'Italia meridionale verniciata di nero, e ceramica decorata con linee bianche, foglie d'edera, palmette ed altri decori simili, inoltre piatti per il pesce e rhyta o corni per bere (Figg. 94, 95, 96, 97 e 98).

E' stata trovata tanta ceramica di questo tipo a Mozia ed a Birgi che non si può fare a meno di pensare che una parte sia stata prodotta in Sicilia, se non addirittura a Mozia (31).

Suddivisione E. - Bucchero etrusco.

Sinora è stato trovato un solo esempio di questa ceramica nell'antica necropoli di Mozia ed un altro in quella di Birgi (Fig. 99).

Suddivisione G. - Ceramica egiziana o imitazione di faenza egiziana smaltata.

E' stato trovato un solo esemplare di tale tipo, un pregevole alabastron blu-verdastro, in una tomba dell'antica necropoli di Mozia (32).

Sembrerebbe che questo vaso, di cui è stata data una descrizione nel capitolo precedente, sia il solo esempio di questa ceramica smaltata proveniente dalla Sicilia di cui si abbiano notizie.

Di origine egiziana, questo miscuglio di terracotta e vetro, perché di questo si tratta, veniva prodotto in abbondanza a Cameiros, nell'isola di Rodi e possibilmente in altre zone del Mediterraneo orientale, ma non pare che sia stato molto frequente più ad ovest.

Suddivisione H. - Anfore di Rodi con manici incisi.

Una sola di queste anfore è stata trovata a Mozia. L'incisione di cui è dotata è di forma rettangolare ed oblunga.

Anche se paiono essere poco comuni a Mozia, nel Museo dell'isola sono conservati manici con incisioni che provengono da Lilibeo. La maggior parte pare che siano di Rodi, con timbri rettangolari di diversi artefici, mentre altri hanno impressioni circolari con il simbolo comune della rosa o del melograno.

Oltre a questi manici che provengono indubbiamente da Rodi, ve ne sono altri nel Museo, anch'essi con marchi circolari, ma di una qualità di argilla inferiore e con impressioni delineate meno chiaramente. Questi potrebbero essere di produzione siciliana (33).

Suddivisione I. - Articoli ornamentali di terracotta non smaltata, come statuette o figurine, maschere, dischetti ed altre opere in rilievo.

Le figure 100 e 101 mostrano alcuni oggetti del genere che sono stati trovati a Mozia ed a Birgi e sono conservati nel Museo. Tra questi vi è un disco con impressa una testa di Medusa, che è possibilmente quella cui si riferisce il barone Alagna quando dice che è stata trovata nel 1793 (34).

Non pare che siano state trovate sinora statuette nell'antica necropoli di Mozia, e solo poche ne sono state trovate a Birgi. Un certo numero è stato rinvenuto tra le rovine di edifici e sparse nel suolo a Mozia, ma si sono trovate soprattutto le teste staccate delle statuette (35).

A Mozia sono stati rinvenuti numerosi resti di piedistalli, o colonnine di terracotta, ma si tratta per lo più di Frammenti. Anche se, come è stato già accennato, sono stati trovati anche resti di piedistalli del genere in marmo e pietra, quelli di terracotta sono molto più numerosi. Essi sono per lo più rivestiti con stucco o con un colore a calce di una tinta giallo pallida.

Sono stati trovati anche numerosi frammenti di ciò che sembrerebbero dei larghi lavabi circolari di qualche genere, forse dei fonti battesimali, o che saranno stati collocati su piedistalli, come quelli appena menzionati. Questi frammenti recano impressi dei disegni, in bassorilievo, più artistici (Fig. 103).

Per lo stile e la fattura di questi manufatti e per il fatto che a Mozia non sia stata trovata la matrice di nessuno di essi, si è indotti a concludere che si tratti di opere di importazione, ossia non prodotte sull'isola; anche se la ragione addotta, da sola, non sarebbe una prova sufficiente, dal momento che le matrici (o cilindri) erano probabilmente molto poche di numero.

Di non minore importanza, tra gli oggetti di terracotta decorati, rinvenuti a Mozia vi sono le arulae le quali, anche se non si tratta di un prodotto fenicio, sembrerebbe comunque che siano state abbondanti a Mozia. Sembrerebbe anche che le arulae siano state un prodotto tipico dell'Italia e della Sicilia greche.

Dall'aspetto di altari minuscoli, generalmente di forma rettangolare ed oblunga, aperti in basso, cavi all'interno e decorati con una cornice incisa in rilievo, le arulae pare che volessero rappresentare degli altari: così il nome arula che è stato loro attribuito è senza dubbio appropriato. Sono chiamati anche arulette e arette.

Non è molto chiaro ancora lo scopo di queste arulae tuttavia non vi può essere dubbio che sia stato di natura religiosa, perché pare che esse venivano usate nei riti e nelle cerimonie funebri oltre al fatto che venivano poste in santuari o in simili luoghi sacri, quali offerte di ex voto. Talvolta pare che siano state usate anche nella stessa costruzione di una tomba (36); senza dubbio venivano usate più spesso per il decoro esterno dei sepolcri. Dai moltissimi resti, in taluni casi rinvenuti in frantumi, si potrebbe arguire che le arulae, dopo avere svolto il loro scopo nelle cerimonie funebri, venivano infrante di proposito ed i loro cocci venivano sparsi nel terreno circostante.

Oltre ad essere state trovate nei luoghi di sepoltura e nei santuari, le arulae, comunque, si trovano anche in case di abitazione (37). Non è facile dire se si trovassero colà perché, come pensano alcuni, usate come piedistalli o basi per sostenere statuette o altri oggetti; ma pare che alcuni esemplari siano stati trovati con una depressione circolare sulla superficie superiore, la qual cosa potrebbe forse portarci a supporre che siano stati usati per tale scopo (38).

Nessuna delle arulae trovate a Mozia, comunque, 0, per quanto ne sappiamo, in altre parti della Sicilia, rivela questa depressione sulla superficie superiore.

Difficilmente potremmo prendere in considerazione la teoria sostenuta da alcuni archeologi che le arulae abbiano fatto parte di decori architettonici. Si è ritenuto che i fori, i quali attraversano i due lati di alcune arulae di dimensioni più grandi (39), siano stati fatti allo scopo di farvi passare dentro una sbarra allo scopo di poter così bloccare diversi pezzi assieme come fregio; ma sembra molto più probabile che i fori siano stati praticati come ventilatori, per mitigare il grado del calore durante il processo di cottura nel forno come pure, forse, per dare la possibilità di sollevare e trasportare le arulae in maniera più agevole con entrambe le mani. I fori, che sono di solito fatti in modo irregolare, sono di forma più o meno circolare e misurano da cm. 4 a cm. 6 di diametro. Pare che si trovassero soltanto in alcune arulae più grandi e non negli esemplari più piccoli che si potevano sollevare e tenere facilmente con una mano. Le arulae di Mozia sono tutte di dimensioni modeste e prive di fori, mentre li hanno alcuni degli esemplari siciliani conservati nel Museo di Palermo, che sono più grandi.

A Mozia sono state trovate moltissime arulae tra le macerie di abitazioni e di altre costruzioni, la maggior parte in uno stato più o meno rovinato, mentre poche sono ben conservate. Non pare che ne siano state trovate sinora nell'uno o nell'altro cimitero. Sembra che le arulae trovate a Mozia siano per lo più dello stesso tipo, di forma rettangolare ed oblunga, con bordure sporgenti sia sopra che sotto, con disegni che riproducono scene di caccia e combattimenti tra animali o tra creature mitologiche, come grifoni e centauri, tra i quali i prinù sono più diffusi. Invero, sulle arulae non si incontrano spesso i centauri, anche se questi sono associati con i sepolcri e rappresentati, da Virgilio, come abitanti presso le porte delle Regioni Infernali (40).

Alcune hanno disegni sia sul fronte che nella parte posteriore, altre solo sul fronte, mentre altre ancora non mostrano disegni di alcun genere, sibbene hanno solo dei bordi decorati (Figg. 104 e 105) (41). Non ne è stata trovata nessuna sinora che mostri decori su tutti e quattro i lati, come quelle trovate in Calabria (42), né come si è già detto, ne sono state trovate a Mozia alcune uguali per dimensioni a quelle rinvenute in altre parti della Sicilia, di cui sono conservati alcuni esemplari nel Museo di Palermo, i quali misurano tra cm. 30 e cm. 36 di lunghezza. Non pare che nessuna delle arulae di Mozia misuri più di 23, 25 cm. di lunghezza. In molti casi sono interamente ricoperte, anche nella cavità interna, con un - colore a calce, di solito di tonalità crema o grigia, ma sono stati trovati anche molti altri esemplari che non rivelano tracce di tale colorazione. L'argilla di cui sono fatti varia considerevolmente, infatti è talvolta rossastra, giallognola o grigia e solo occasionalmente anche nerastra.

Anche se ancora non sono state trovate a Mozia matrici di arulae e vi possa essere un po' di dubbio sul fatto che siano state importate da fuori, almeno in un primo momento, tuttavia è abbastanza possibile che nel corso dei tempo si cominciarono a produrre questi oggetti di terracotta in rilievo sa'isola stessa.

La data delle arulae di Mozia, naturalmente, non può essere successiva al quinto secolo a.C., o agli inizi del quarto secolo, quando la colonia cessò di esistere.

Pare che le arulae di tale tipo, forse una delle forme più antiche usate, siano state trovate solo in Sicilia e nell'estrema porzione meridionale della penisola italica, e vi può essere soltanto un po' di dubbio sul fatto che l'idea e l'uso di questa ceramica decorata abbia avuto origine tra i coloni greci della regione su menzionata e costituisse una particolarità di quel paese. Non pare comunque che si trovino arulae di questo tipo nella stessa Grecia, anche se è stata trovata a Delfi un'altra forma, probabilmente successiva; né abbiamo conoscenza della loro presenza altrove, infatti anche quelle trovate vicino a Rorna e nelle zone più a nord del sud d'Italia sono apparentemente di un tipo diverso e più tardo.

In Sicilia la produzione di arulae pare che abbia subito considerevoli cambiamenti nel corso del tempo, come si vede in un pregevole esemplare che raffigura un toro attaccato da un leone, conservato adesso nel Museo di Siracusa, in cui si nota uno stadio di sviluppo avanzato (43).

Adesso si potrebbe fare menzione di un'altra arula siciliana che merita una nota speciale. E' un'arula di grandi dimensioni che è stata scoperta a Selinunte il 5 maggio 1905, ed è conservata adesso nel Museo di Palermo (Fig. 106). Comprese le bordure sporgenti, misura cm. 54,75 di lunghezza, cm. 32 di larghezza e cm. 46 di altezza, ed ha dei fori circolari del diametro di cm. 9 attraverso le pareti di ogni lato. La superficie superiore non è perfettamente piatta, come nella maggior parte delle arulae, ma presenta i bordi ripiegati verso l'alto sul fronte e ai due lati, formando, per così dire, un vassoio in alto. Sembrerebbe che sia stata costruita per essere posta contro una parete, infatti la parte posteriore risulta senza la bordura sporgente del fronte e dei lati.

Nonostante lo stato alquanto mutilato in cui si trovava quando è stata scoperta, il prof. Gabrici, verso il quale sono in debito per una sua fotografia, è riuscito a restaurare questa arula per buonissima parte, e anche se la parte superiore del soggetto rappresentato, incluse le teste delle sue due figure sia ancora mancante, rimane abbastanza da portarci a credere che queste due figure possano aver rappresentato Aurora e Cefalo. Come è stato suggerito dal prof. Pace (44), è abbastanza possibile che in questo interessante rilievo possiamo avere una riproduzione, su scala ridotta, del soggetto di una delle grandi metope del tempio F di Selinunte, sfortunatamente perduto. Tale supposizione, non considerando lo stile dell'opera, è resa più plausibile raffrontandola con un'altra arula conservata nel Museo di Palermo, la quale rappresenta una quadriga che è una riproduzione di un disegno su una metope nel tempio C di Selinunte.

Questa grande arula selinuntina è apparentemente dello stesso tipo del pregevole esemplare scoperto dal prof. Orsi a Rosarno, l'antica Medma (45), che, come afferma il prof. Rizzo, nella sua eccellente monografia sull'argomento (46), oltre ad essere in se stessa un pregevole esempio di arte plastica greca, pare che sia il solo esemplare sinora conosciuto in cui è possibile riconoscere con ogni grado di certezza una derivazione da una tragedia greca, cioè la Tyro di Sofocle.

L'arula stessa, un autentico piccolo altare di terracotta, misura m. 0,73 di lunghezza, m. 0,32 di larghezza e m. 0,52 di altezza, rappresenta la vendetta di Tiro e la sua liberazione per opera dei suoi gemelli Pelia e Neleo. Per quanto il disegno dell'arula di Medma fosse notevolmente danneggiato, è stato possibile ricostruirlo, grazie al fatto che si è trovata la sua matrice fortunatamente in alcuni scavi precedenti effettuati a Rosarno.

Anche se non erano rare a Mozia, non pare che siano state trovate delle arulae a Cartagine o in qualche altra località fenicia o punica del Nord Africa, né sappiamo di alcune di esse trovate in Sardegna.

Evidentemente i costumi ed i prodotti greci non si erano diffusi ancora a Cartagine quando era in uso questo primo tipo di arula, mentre non pare che la Sardegna sia stata grandemente influenzata in qualche periodo dalla cultura ellenica, malgrado avesse rapporti con l'Italia greca.

Fu dovuto probabilmente ad una mancanza di rapporti con i Greci e all'assenza di influenza greca che la Sardegna, per quanto nelle epoche neolitica ed eneolitica possedesse una cultura superiore a quella della Sicilia, non fece in un periodo successivo grossi progressi nella sua civiltà con la stessa rapidità di quest'ultima, dove si può dire che l'influenza greca abbia regnato incontrastata (47).

E' vero che alcuni dei disegni trovati sulle arulae sono soggetti artistici preferiti dai Fenici, ma sono pure diffusi in altri paesi orientali. Per esempio, quello di un toro attaccato dai leoni pare che sia diffuso più ampiamente per tutto il Mediterraneo e l'Est (48).

Sembra che la colonia greca di Caulonia in Calabria abbia fornito sinora un quantitativo di arulae più numeroso di ogni altro luogo antico, ma ne sono state trovate molte anche a Crotone e Locri, altre città del Bruzio, ed evidentemente la zona sarà stata un centro importante per la produzione di questo particolare oggetto.

Secondo il prof. Orsi, queste prime arulae abbracciano almeno un secolo di sviluppo cronologico o un periodo che va dalla metà del sesto secolo alla metà, o forse anche la fine, del quinto secolo a.C., e sono chiaramente ioniche di carattere (49).

NOTE

(15) Prof. W.M. Flinders Petrie, Tell el Hesy (Lachish) p. 21.

(16) Strabone, 111, V, 3.

(17) Scylax, Periplus, 112.

(18) Vide ante, Parte II, Capitolo IV.

(19) Il colore dipende in larga misura dalla cottura della ceramica.

(20) Vide ante, Parte II, Capitolo VII.

(21) Un vaso raffigurato nell'opera di Patroni su Nora in Sardegna (tavola XV) assomiglia molto da vicino, se non è invero identica, ai vasi di Mozia con la parte superiore a forma di fungo.

(22) Vide ante, Parte II, Capitolo VII.

(23) I vasi fusiformi, a giudicare dal fatto che si incontrano in tanta abbondanza in tutti i cimiteri punici posteriori, sembrerebbe che venissero impiegati specialmente per scopi funebri. Servivano probabilmente per contenere liquidi, e senza dubbio erano tenuti con la mano in posizione verticale quando venivano portati al sepolcro e deposti in un angolo o contro una parete della camera.

(24) L'askos è forse chiamato così per la sua rassomiglianza nella forma all'otre, o pelle di capra, usato comunemente nel sud d'Europa per portare i liquidi, specialmente olio.

(25) Cfr. Cor. Ins. Sem., N. 133, p. 1 XXVII.

(26) R.P. Delattre, Une visite à la necropole des Rafs, 1906, p. 42.

(27) Molti vasi del genere sono stati trovati di tanto in tanto nell'attuale porto e nelle strade di Marsala, oltre che nelle acque più profonde dello Stagnone.

(28) Una buona illustrazione di uno di questi pesi primitivi è data nel British Museum Guide to the Iron Age, p. 139, Fig. 128.

(29) Diod., XIV, 52.

(30) Cfr. Prof. P. Orsi, Roem, Mitteil., XIII, 305 segg., XXIV, 59 segg.; Prof. B. Pace, Arti ed artisti della Sicilia antica, pp. 134-143; Prof. G.M. Columba, I Porti della Sicilia, p. 26. Un bel campione di un kissybion di Centuripe è conservato nel Museo Nazionale di Palermo, e frammenti di altri esemplari si trovano nel British Museum.

(31) MM. Merlin e Drapier, scrivendo della ceramica smaltata pesantemente che è stata trovata nei cimiteri posteriori di Cartagine, dicono che proviene dali'Italia meridionale o dalla Sicilia (La nécropole punique d'Ard-el-Kheraib, 1909).

(32) Vedi frontespizio del volume.

(33) Cfr. B. Pace, "Bolli fittili dell'antico Lilibeo", Not. Scan., 1919, p. 351.

(34) Vide ante, Parte II, Capitolo I.

(35) Forse qui, si può fare menzione di una statua di terracotta di notevoli dimensioni che si trova conservata nel Museo di Mozia. E' di una figura femminile seduta, che voleva evidentemente rappresentare la Dea Madre (Fig. 102). Misura m. 0,45 di altezza, m. 0,22 di larghezza, e m. 0,22 di profondità ed assomiglia un poco ad una figura di questa dea mostrata da Perrot et Chipiez (op. cit., 111).

(36) Cfr. Prof. P. Orsi, Not. Scavi, 1917, p. 115.

(37) Cfr. P. Orsi, Caulonia, p. 114.

(38) Cfr. E. Douglas van Buren, "Terracotta Arulae", Mem. Am. Acad. Rome, 1918, p. 3.

(39) Jatta, Cat. Mus. Ruvo, p. 47.

(40) Aneid, VI, 286.

(41) Un frammento di un'arula della raccolta, che si dice sia stato trovato a Mozia, mostra ciò che sembrerebbe una parte di un volto umano, ed un decoro non rinvenuto in altri esemplari.

(42) Cfr. Prof. P. Orsi, Caulonia, p. 109.

(43) Cfr. E.D. van Buren, op. cit., tavola XVI.

(44) B. Pace, Arti ed artisti della Sicilia, p. 53.

(45) P. Orsi, "Scavi di Calabria", Not. Scavi, 1913, p. 55; ibid., 1917, p. 39.

(46) G.E. Rizzo, "Tyro" - Bassorilievo fittile di Medma, 1918.

(47) Cfr. A. Taramelli, La necropoli neolitica di Aughelu Ruju, Mon. Ant. Lin., 1090; P. Orsi, Sepolcri Protosiculi di Gela, p. 34.

(48) Cfr. Th. L. Shear, "A Sculptured Basis from Loryma - Am. Jour. Arch., 1914, p. 285.

(49) Prof. Orsi, Caulonia, p. 113.