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La vidi
La vidi. La
vidi anche quella volta come sempre. Io ero là cazzo, ero là all’uscita
di quella cazzo di birreria sulla statale, il locale basso ad un piano,
l’insegna al neon viola enorme che si erge verticale sulla strada, come
quella di un distributore di benzina: “Il viandante perduto”,
lampeggiante, che introduce, invoglia a fermarsi
nel parcheggio fuori, grande, in terra battuta con la ghiaietta
scostata, ammonticchiata dai segni delle sgommate e dei parcheggi nervosi e
prepotenti delle Golf, delle Tigra e Punto Cabrio mollate alla rinfusa. L’unz-unz
rimbomba fuori dai vetri oscurati che circondano l’edificio, sembra un
grosso autogrill riadattato, e filtra dalla porta larga aperta sorvegliata
da due grossi energumeni in maglietta e jeans neri. Fuori dunette di ghiaia
e polvere mosse continuamente, calpestate e ricalpestate che si levano in
fumi tagliati dai fari delle auto e dalle figure che corrono, schiamazzano,
gomme che stridono, minigonne e tacchi che scricchiolano sulla ghiaia,
risate e bottiglie che si infrangono per terra. Frammenti smozzicati di
grida e cristoni, odore di canne, alcool e benzina e gomma bruciacchiata.
Magliette nere e teste rapate tranne il ciuffo impomatato, modello ananas,
cinture borchiate ed anfibi, abitini neri strecciati e labbra dipinte con il
contorno più scuro, trucchi pesanti circondati da capelli cotonati biondi,
neri, ma solo colori assoluti, niente sfumature. Questa era la notte, quindi
il divertimento. Ed io ero là, tra tutto questo, quando lei decise che doveva farsi una passeggiata sulla statale. Era parecchio sbronza, certo, anche un po’ sfatta, dopo una pasticchetta e tre cannoni. Ammetto che ero fuori anch’io cazzo, e che avevo contribuito non poco a stonarla. Ma cristo, volevo che mi notasse, mi piaceva veramente una cifra. Mi
ero preso una sbandata notevole, davvero grande. Da quando la avevo
conosciuta, lei forse non mi aveva notato, ma io mi ero subito innamorato di
lei, era la prima volta che mi succedeva di provare simili cose. Amavo il
suo modo flessuoso di muoversi, di parlare, il modo in cui si attorcigliava
i capelli quando era assorta, la gioia che provava nel sentirsi considerata
ed al centro dell'attenzione, la dolcezza dello sguardo. Quella sera aveva un vestitino a fiori corto e scollato dietro e delle calze nerissime sulle gambe tornite e nervose. Due tettine piccole provavano a forare l’abitino. Una massa di capelli scuri le circondava il volto piccolo, con le labbra carnose e gli occhi grandi, azzurri. E
sta stronza che fece? Fuori come un cammello si mise sulla linea di mezzo
della statale, facendo, diceva, l’equilibrista, e noi a ridere come
cretini e a guardarle le cosce che il vestitino scopriva mentre, con le
braccia alzate, seguiva la linea bianca, un piede davanti all’altro. E
allora arrivò la macchina. In quel punto la strada fa una larga curva, e
l’auto arrivava veloce, troppo. Sbandò: quasi ci acchiappò tutti e
invece prese lei in pieno sulla linea, a pochi metri dal fosso ed i campi.
Cazzo: l’impatto fu enorme, i fari la avvolsero, la illuminarono in modo
accecante, l'urlo della frenata e lei saltò in aria, bambolina di pezza gettata
da un bambino che si è stufato del giocattolo. Colpita da dietro, oltrepassò
la macchina in pieno, un volo di una decina di metri e l’impatto
sull’asfalto. Rimbalzò e rotolò sulla statale come se le ossa non le
avesse più. L’auto continuò la sua curva a velocità folle, stridio di
gomme e sparì davanti a noi. Restammo impietriti. Poi
la corsa disperata, le urla, il casino, chi ,cellulare alla mano, faceva il
113, il 118 ed i pianti. Io
arrivai per primo sul corpo riverso sulla strada. Non respirava né si
muoveva neanche più. Era
andata. Piansi, oh se piansi su di lei stringendola disperatamente tra le braccia, sentendo che lei non c’era più, che molle adagiava la sua testa tra le mie gambe, ed il corpo disarticolato, stava lì abbandonato, come di gomma. Mi staccò da lei solo il medico accorso con la pattuglia della polizia e l’autoambulanza per constatare che non c’era più niente da fare, niente, nulla al mondo avrebbe potuto farci qualcosa. Al mondo. A questo mondo. Fu allora, mentre a braccia venivo allontanato dai miei amici, scossi, che la rabbia, la disperazione mi assalirono pesanti, prepotenti. Fu allora che il mio destino venne segnato, ineluttabile, che decisi che invece, contro l’Universo, si poteva fare qualcosa. La
luce delle sirene illuminava la notte. Le auto ferme ed i cordoni arancione
fosforescente a proteggere l’autoambulanza ed il corpo sotto il lenzuolo
bianco. La polizia chiedeva informazioni, “la dinamica dei fatti”, bassi
singhiozzi ed abbracci tra di noi. Mi era passata la sbronza,
tutto. Decisi allora: mi allontanai, raggiunsi la macchina e velocemente ritornai verso casa. I miei erano fuori per il weekend. Aprii la saracinesca dell’autoofficina ed elettrauto. Come lei sa abitiamo sopra il posto di lavoro. Dentro c’era una Ferrari in riparazione, fiammante ma con dei problemi alla centralina elettronica. Ok, capisco: perché portare una Ferrari nell’autoofficina di un paesello come il nostro invece che impacchettarla e spedirla, per esempio, a Maranello? Ma vede: da tutta la regione ci portano i loro gioielli, e qua sono ricchi. E noi non abbiamo mai sbagliato. Dicono che noi abbiamo il “tocco” per la meccanica e l’elettronica, che per noi nulla è irrealizzabile o impossibile. Motori distrutti funzionano come appena usciti di fabbrica. Ci portano involucri vuoti di lamiera arrugginita e ripartono a bordo di fiammanti cacciatorpediniere della strada. La magia delle nostre mani che riporta alla vita ciò che era morto, che ricostruisce quello che era distrutto. Ma torniamo a noi. Tirai giù il motore della Ferrari, mi serviva molta potenza. Con qualche aggiustamento lo resi perfetto. Il mio tocco magico condito da molto, molto amore e la rabbia disperata, bruciante fortissimo che mi divorava, fecero il resto. Lavorai tutto il venerdì notte, il sabato e la domenica ininterrottamente. La domenica sera la macchina era pronta. Mi misi al centro della macchina che avevo creato ed azionai la leva che avrebbe acceso il motore ed innescato il processo. Ci furono lampi, fumo, stetti malissimo e, quando il fumo si diradò, uscii dalla gabbia. L’autoofficina era in ordine, la Ferrari pulita ed intera ben parcheggiata nel mezzo. Poi guardai fuori, il calendario e l’orologio da muro sopra il bancone degli attrezzi. Buio, venerdì, ore nove e trenta di sera. Ce l’avevo fatta, ma appena appena. Mi sentivo male. Presi la macchina e, con la tuta da meccanico e le mani e la faccia imbrattate di grasso, guidai come un pazzo fino alla birreria. Solite macchine, casino, unz-unz delle autoradio e del locale. Urla e risate. Inchiodai nel parcheggio e, senza neanche curarmi di chiudere la portiera, mi precipitai verso la statale. Li vidi subito, lontani che un po’ barcollando, un po’ abbracciandosi, scherzando si avviavano verso il curvane della statale. Lei in testa che giocava alla ballerina sul filo con la linea bianca di mezzeria. Corsi, urlai: ”Hei: porca puttana, smettila, fermati!!! Togliti da lì!” Facce stupite degli altri mentre li raggiungevo e superavo di corsa. Iniziai a sentire dietro me il rombo di auto già udito, acuto, ululante, terribile. Superai qualche commento ridanciano e stupito:” Guarda chi è: ma come cazzo ti sei vestito, non è carnevale!” Lei si girò a guardarmi con gli occhioni blu sgranati e poi niente: lo stridio di gomme, il botto ed il corpo che volò lontano. No!!! Porca puttana , vaffanculo, per pochi metri!!! Va bene. Mi allontanai correndo fino al parcheggio, ripresi la macchina e ritornai a casa ove ripresi tutto da capo. La Ferrari, il motore, l’autoofficina, la rabbia sempre più disperata, il nostro famoso tocco magico. In capo a due densi giorni completai da capo ciò che due giorni prima avevo appena finito. Distrutto, la domenica sera potevo di nuovo azionare la leva. Quando
il fumo si diradò, ero di nuovo al venerdì sera. Barcollavo come un
ubriaco. Ripresi
la macchina e ripartii. Questa volta non mi fermai al parcheggio del
“Viandante perduto”. Corsi lungo la statale ed inchiodai direttamente
davanti a loro, sollevando un polverone mentre accostavo al ciglio della
strada tra la sorpresa e le imprecazioni degli altri. Mi precipitai fuori e corsi verso di lei, già in mezzo, piccola, dolce funambula a fiori. E, Cristo! La stavo toccando, la stavo toccando questa volta, stavo afferrando un lembo della sua gonnellina quando lo spostamento d’aria gettò me a lato e lei parecchi metri indietro, a schiantarsi sull’asfalto della statale. Cazzo, cazzo!!! Mi rialzai e tornai verso la mia macchina. Sentivo le urla degli altri e distinguevo come in una nebbia i loro volti, vedevo la loro disperata corsa verso di lei. Come le altre volte. Qualcuno notò anche me: “Hei ma chi è quello, ma non è…” Non
me ne curai minimamente, risalii in macchina e ripartii. Si ricominciava. Tornando mi guardai il volto allo specchietto retrovisore: ero irriconoscibile. Due orbite rosse al posto degli occhi, le guance scavate ed i capelli! Bianchi che mi cadevano a ciocche! Capii allora che il vero carburante della macchina erano la mia disperazione ed il mio amore per lei. Del resto nel processo che sovverte le leggi del tempo deve essere spesa dell’energia. La Ferrari era sempre lì, a disposizione, la benzina anche, chi piano piano si consumava, ero io. Ma non me ne fregava una sega. Ricominciai, tremante, tremante per il mio amore che due giorni dopo sarebbe morto, investito su una statale del cazzo. Per quanto avessi cercato di fare più in fretta, mi fossi spaccato, avevo di nuovo finito la domenica sera. Il tempo, minimo, per finire la macchina era quello, seppur sovraumanamente avessi tentato di fare prima. Azionai la leva e dopo strisciai verso la mia auto, che mi attendeva fuori della autooofficina, nella tiepida e profumata sera del venerdì. Questa volta feci davvero in fretta ed inchiodai addirittura davanti a lei che stupita e barcollante appoggiò addirittura le mani sul mio cofano. Il rombo dell’auto maledetta era fortissimo, poi la luce sul mio parabrezza posteriore e lo stridio dei freni della sbandata. Poi venne uno schianto forte, da dietro. Quando rialzai testa e mani dal volante mi resi conto che ero illeso!!! Alzai la testa in tempo per vedere le rosse luci posteriori dell’auto che si allontanavano. Mi girai e vidi dal lunotto posteriore il suo corpo gettato nella stessa maledetta, grottesca posizione di sempre! Il mio amore! Avevo fallito di nuovo. Sentii le urla degli altri e lo scalpiccio dei loro passi nella corsa verso di lei. Maledizione! Con le lacrime agli occhi accesi il motore, girai il volante e tornai verso casa. Non era di nuovo servito a nulla, ma forse stavo capendo. Mi
sentivo sempre peggio. Non riconobbi neanche il volto dello zombie riflesso
nello specchietto retrovisore e distolsi lo sguardo per la paura ed il
disgusto. Allora
decisi di chiamare lei. Le ho scritto perché è un giornalista ed ex compagno di università di mio fratello, pregandola di venire qua all’autoofficina di domenica pomeriggio, perché lei faccia da oggettivo testimone di questa storia. E la racconti. E perchè avevo bisogno di parlare con qualcuno. Ora lei mi vede: ho ultimato tutto e mi appresto per la maledetta ennesima volta a tirare la leva che mi farà tornare indietro. No! Non si allontani, il disgusto per la mia figura l’ha già superato ed in più non c’è pericolo, tranne che per me, non si allarmi. E mi raccomando, scriva tutto fino in fondo. So che anche questa volta non servirà a nulla. Non salverò il mio amore dalla morte ed un’altra parte di me se ne andrà, consumando la mia vita un altro po’. Ma vede: ho capito. Si è chiesto perché ci impiego sempre due giorni, due maledetti giorni, a costruire la macchina e non posso tornare indietro che di altri soli due dannati giorni? Il motivo è la legge di compensazione. Esiste una legge di compensazione nell’Universo, o la chiami legge di conservazione dell’energia o come diavolo vuole, legge che non si può violare purtroppo, neanche sfidando e vincendo le leggi del tempo. Mi sono reso conto di non poter interagire in nessun modo direttamente con quello che è già avvenuto per cambiarlo. Il flusso temporale non può essere alterato. Ma il modo di salvarla c’è: non si può prendere nulla, se non dandone l’equivalente in cambio. L’Universo, ad ogni tentativo, si prende la sua parte. In cambio si sta prendendo me, un pezzo alla volta. Quindi sta avvenendo uno scambio: la mia vita in cambio della sua, in una sorta di compensazione energetica, di bilancio. E, quando avrò finito di consumarmi allora lo scambio sarà avvenuto. Il mio amore, la mia rabbia sono l’energia di scambio. Allora probabilmente la passeggiata sulla statale del mio amore non sarà mai avvenuta ed io non sarò mai esistito, oppure a morire come un cretino sarò io, o chissà. Ma comunque il bilancio energetico del tempo, la sua entropia, saranno salvi. E, molto probabilmente, anche per lei tutto ciò non sarà mai avvenuto. O forse sì. No!
Non cerchi di fermarmi, quello che ho innescato è un processo
irreversibile. Solo un processo irreversibile può contrastarne un altro
tale, come la morte. Addio, o meglio a domenica, quando, ricevuto il mio biglietto, sarà di nuovo qua. Di nuovo ignaro dapprima e poi sconvolto, una domenica dietro l’altra per lei, a differenza che per me, sempre nuova e diversa.
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