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Psicoanalisi applicata alla Medicina, Pedagogia, Sociologia, Letteratura ed Arte

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 Frenis Zero  Publisher

       "PROCESSI DI RESILIENZA CULTURALE. CONFRONTO TRA MODELLI EURISTICI"

 

 

 

 di Mara Manetti*, Anna Zunino*, Laura Frattini*, Elena Zini* 

*Università degli Studi di Genova, Dipartimento di Scienze Antropologiche 



 

            

 

 

  

   

 

Rivista "Frenis Zero" - ISSN: 2037-1853

Edizioni "Frenis Zero"

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EDIZIONI FRENIS ZERO

 

Ultima uscita/New issue:

"Neuroscience and Psychoanalysis" (English Edition)

Edited by/a cura di: Giuseppe Leo Prefaced by/prefazione di: Georg Northoff                                            Writings by/scritti di: D. Mann               A. N. Schore R. Stickgold                   B.A. Van Der Kolk  G. Vaslamatzis  M.P. Walker                                                 Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Collection/Collana: Psicoanalisi e neuroscienze

Anno/Year: 2014

Pagine/Pages: 300

ISBN:978-88-97479-06-2

Prezzo/Price: € 49,00

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Vera Schmidt, "Scritti su psicoanalisi infantile ed educazione"

Edited by/a cura di: Giuseppe Leo Prefaced by/prefazione di: Alberto Angelini                                             Introduced by/introduzione di: Vlasta Polojaz                                                   Afterword by/post-fazione di: Rita Corsa

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Collana: Biografie dell'Inconscio

Anno/Year: 2014

Pagine/Pages: 248

ISBN:978-88-97479-05-5

Prezzo/Price: € 29,00

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Resnik, S. et al.  (a cura di Monica Ferri), "L'ascolto dei sensi e dei luoghi nella relazione terapeutica" 

Writings by:A. Ambrosini, A. Bimbi,  M. Ferri,               G. Gabbriellini,  A. Luperini, S. Resnik,                      S. Rodighiero,  R. Tancredi,  A. Taquini Resnik,       G. Trippi

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Collana: Confini della Psicoanalisi

Anno/Year: 2013 

Pagine/Pages: 156

ISBN:978-88-97479-04-8 

Prezzo/Price: € 37,00

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Silvio G. Cusin, "Sessualità e conoscenza" 

A cura di/Edited by:  A. Cusin & G. Leo

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Collana/Collection: Biografie dell'Inconscio

Anno/Year: 2013 

Pagine/Pages: 476

ISBN:  978-88-97479-03-1

 Prezzo/Price: € 39,00

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AA.VV., "Psicoanalisi e luoghi della riabilitazione", a cura di G. Leo e G. Riefolo (Editors)

 

A cura di/Edited by:  G. Leo & G. Riefolo

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Collana/Collection: Id-entità mediterranee

Anno/Year: 2013 

Pagine/Pages: 426

ISBN: 978-88-903710-9-7

 Prezzo/Price: € 39,00

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AA.VV., "Scrittura e memoria", a cura di R. Bolletti (Editor) 

Writings by: J. Altounian, S. Amati Sas, A. Arslan, R. Bolletti, P. De Silvestris, M. Morello, A. Sabatini Scalmati.

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Collana: Cordoglio e pregiudizio

Anno/Year: 2012 

Pagine/Pages: 136

ISBN: 978-88-903710-7-3

Prezzo/Price: € 23,00

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AA.VV., "Lo spazio  velato.   Femminile e discorso psicoanalitico"                             a cura di G. Leo e L. Montani (Editors)

Writings by: A. Cusin, J. Kristeva, A. Loncan, S. Marino, B. Massimilla, L. Montani, A. Nunziante Cesaro, S. Parrello, M. Sommantico, G. Stanziano, L. Tarantini, A. Zurolo.

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Collana: Confini della psicoanalisi

Anno/Year: 2012 

Pagine/Pages: 382

ISBN: 978-88-903710-6-6

Prezzo/Price: € 39,00

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AA.VV., Psychoanalysis and its Borders, a cura di G. Leo (Editor)


Writings by: J. Altounian, P. Fonagy, G.O. Gabbard, J.S. Grotstein, R.D. Hinshelwood, J.P. Jimenez, O.F. Kernberg,  S. Resnik.

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Collana/Collection: Borders of Psychoanalysis

Anno/Year: 2012 

Pagine/Pages: 348

ISBN: 978-88-974790-2-4

Prezzo/Price: € 19,00

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AA.VV., "Psicoanalisi e luoghi della negazione", a cura di A. Cusin e G. Leo
Psicoanalisi e luoghi della negazione

Writings by:J. Altounian, S. Amati Sas, M.  e M. Avakian, W.  A. Cusin,  N. Janigro, G. Leo, B. E. Litowitz, S. Resnik, A. Sabatini  Scalmati,  G.  Schneider,  M. Šebek, F. Sironi, L. Tarantini.

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Collana/Collection: Id-entità mediterranee

Anno/Year: 2011 

Pagine/Pages: 400

ISBN: 978-88-903710-4-2

Prezzo/Price: € 38,00

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"The Voyage Out" by Virginia Woolf 

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

ISBN: 978-88-97479-01-7

Anno/Year: 2011 

Pages: 672

Prezzo/Price: € 25,00

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"Psicologia dell'antisemitismo" di Imre Hermann

Author:Imre Hermann

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero 

ISBN: 978-88-903710-3-5

Anno/Year: 2011

Pages: 158

Prezzo/Price: € 18,00

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"Id-entità mediterranee. Psicoanalisi e luoghi della memoria" a cura di Giuseppe Leo (editor)

Writings by: J. Altounian, S. Amati Sas, M. Avakian, W. Bohleber, M. Breccia, A. Coen, A. Cusin, G. Dana, J. Deutsch, S. Fizzarotti Selvaggi, Y. Gampel, H. Halberstadt-Freud, N. Janigro, R. Kaës, G. Leo, M. Maisetti, F. Mazzei, M. Ritter, C. Trono, S. Varvin e H.-J. Wirth

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

ISBN: 978-88-903710-2-8

Anno/Year: 2010

Pages: 520

Prezzo/Price: € 41,00

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"Vite soffiate. I vinti della psicoanalisi" di Giuseppe Leo 

Editore/Publisher: Edizioni Frenis Zero

Edizione: 2a

ISBN: 978-88-903710-5-9

Anno/Year: 2011

Prezzo/Price: € 34,00

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OTHER BOOKS

"La Psicoanalisi e i suoi confini" edited by Giuseppe Leo

Writings by: J. Altounian, P. Fonagy, G.O. Gabbard, J.S. Grotstein, R.D. Hinshelwood, J.P. Jiménez, O.F. Kernberg, S. Resnik

Editore/Publisher: Astrolabio Ubaldini

ISBN: 978-88-340155-7-5

Anno/Year: 2009

Pages: 224

Prezzo/Price: € 20,00

 

"La Psicoanalisi. Intrecci Paesaggi Confini" 

Edited by S. Fizzarotti Selvaggi, G.Leo.

Writings by: Salomon Resnik, Mauro Mancia, Andreas Giannakoulas, Mario Rossi Monti, Santa Fizzarotti Selvaggi, Giuseppe Leo.

Publisher: Schena Editore

ISBN 88-8229-567-2

Price: € 15,00

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1. PREMESSA

La capacità di elaborare un progetto migratorio e di risolvere positivamente le sfide che questa scelta comporta qualifica la maggior parte, se non tutti, gli immigrati come persone che, almeno a livello individuale, si possono definire resilienti.

La letteratura sottolinea ampiamente gli ordini di difficoltà (viaggiare all’interno di un container, contrattare un lavoro senza avere il permesso di soggiorno, non poter contare su nessuna figura di riferimento…) che gli immigrati sono costretti ad affrontare e non considera, invece, le competenze individuali, di gruppo, di comunità e culturali che queste persone possiedono o divengono, col tempo, capaci di attivare. Inoltre, la popolazione immigrata, proprio per il fatto di iniziare ad affrontare le difficoltà nel momento in cui decide di emigrare, è indicata per studiare come e quando si sviluppano i processi di resilienza e come questi possano essere interpretati nell’ambito delle differenti culture.

Nel lavoro che segue si prenderà in considerazione il modo in cui il concetto di resilienza si è sviluppato nel tempo, con lo scopo di arrivare a formulare un modello che consideri i processi di resilienza propri degli immigrati.

2. IL COSTRUTTO DI RESILIENZA E LA SUA EVOLUZIONE STORICA

Il termine resilienza deriva dal latino resalio, iterativo di salio, che significa saltare, rimbalzare, per estensione danzare. Il vocabolo è stato coniato in fisica dei materiali per indicare “la resistenza a una rottura dinamica determinabile con una prova d’urto” (Devoto & Oli, 1971). A partire da questo significato, il termine viene utilizzato metaforicamente in differenti discipline. Nella letteratura psicologica il sostantivo indica la capacità umana di affrontare, superare e uscire rinforzati da esperienze negative (Grotberg, 1995). La resilienza è, dunque, il processo con cui alcuni individui, famiglie o gruppi, in situazioni di difficoltà, resistono a un evento negativo e mantengono il proprio senso di padronanza, attivando adeguate strategie di coping.

La resilienza non sembra costituire un talento che solo pochi possono possedere: la maggior parte delle persone pare, al contrario, ben equipaggiata, in termini emotivi, per superare le difficoltà. Le traiettorie della crescita psicologica risultano tuttavia molto diversificate e poco prevedibili (Bonanno, 2005). Non esiste, infatti, un singolo modo di conservare l’equilibrio a seguito di eventi avversi, ma piuttosto una serie di percorsi di resilienza multipli (Luthar, Doernbergher & Zigler, 1993): ciascuno possiede potenzialità diverse di resistenza alla pressione e può essere resiliente o vulnerabile a seconda delle circostanze. Questo sembra quindi un processo piuttosto comune, anche se raggiungibile attraverso una varietà di percorsi.

In un vecchio testo del 1974 Antony parla della Sindrome del bambino psicologicamente invulnerabile, facendo riferimento alla mitologia greca (Achille), germanica (Balder) e ad altri miti in cui l’invulnerabilità dell’eroe è legata all’intervento materno che, agendo sull’ambiente, ottiene per il proprio figlio una pseudo invulnerabilità. Esiste poi un secondo gruppo di miti dell’invincibilità in cui è l’eroe (Ercole) a creare la propria invulnerabilità tramite la fiducia in se stesso, seppur associata alla “négligence bienveillante de la mère” (pag. 531). Antony si chiede se esista un’immunità psicologica al rischio e allo stress o se ci sia, molto più semplicemente, una soglia allo stress più elevata per alcuni che per altri e se essa sia permanente o possa diminuire a causa dell’usura del tempo. A queste domande si può aggiungere il quesito se sussistano forme di resilienza/ invulnerabilità generiche o specifiche e quale sia il prezzo psicologico, biologico o sociale da pagare in cambio della capacità di sopravvivere alle avversità.

In letteratura non si riscontra un consenso riguardo alla possibile definizione della resilienza: non vi è accordo sul riconoscerla come un tratto piuttosto che come un processo o un risultato (Lecomte, 2002). Secondo il primo filone di ricerca essa può essere definita come un tratto di personalità e rappresenta la capacità individuale di adattarsi a circostanze variabili utilizzando un repertorio non rigido di possibilità comportamentali per giungere alla risoluzione dei problemi (Block & Block, 1980). Nel secondo caso, invece, il costrutto corrisponde al processo dinamico che permette l’adattamento positivo in risposta ad un’avversità significativa (Luthar, Cicchetti & Becker, 2000).

In quest’ultima ipotesi la resilienza si riferisce ad una classe di fenomeni caratterizzati da buoni risultati a dispetto di minacce serie per l’adattamento e lo sviluppo (Masten, 2001).

La mancanza di una precisa delimitazione operazionale del costrutto ha portato i ricercatori a identificare diversi pattern di fattori determinanti la capacità di resilienza, sui quali però non esiste a tutt’oggi un definitivo consenso. La resilienza a situazioni avversative appare dunque dipendere da una combinazione, cumulativa e interattiva, di fattori di rischio e fattori protettivi genetici (es. le predisposizioni), personali (es. le interazioni familiari) e ambientali (es. i sistemi di supporto sociale) (Rutter, 1999). In particolare, tra i fattori protettivi vengono considerati: l’intelligenza, le abilità sociali, l’autostima, il locus of control, l’empatia, la speranza, i legami supportivi, lo stile genitoriale, la salute mentale dei propri familiari, l’ampiezza e la qualità della rete sociale, i legami con adulti significativi e i rapporti positivi con le istituzioni (Garmezy, 1993; Werner 1993; Masten & Coatsworth, 1998). La presenza di un fattore di rischio può essere mitigato da uno di protezione e, in modo analogo, un elemento di protezione può allo stesso tempo rappresentarne uno di rischio.

Lösel, Bliesener e Köferl (1989) considerano che le ricerche sulla resilienza siano connesse a modelli di tipo transazionale e, più in generale, all’analisi dell’individuo come “a productive processor of reality”, non parlando tanto di assoluta o generale invulnerabilità quanto piuttosto di una relativa immunità a circostanze ed eventi stressanti. Nel loro modello il disturbo e la malattia sono il risultato di un bilanciamento tra fattori di rischio, che comprendono vulnerabilità e stressori e fattori protettivi. Da questo modello consegue che il senso dell’intervento psicosociale ed educativo consista nel rafforzare le risorse individuali dei bambini così come quelle sociali nei vari livelli dei sistemi ecologici.

In linea con questa prospettiva, i modelli mediazionali dello stress analizzati da Gore e Eckenrode (1996) considerano che i fattori stressanti e di rischio abbiano effetti congiunti e che i fattori di protezione possano moderare e/o mediare lo stress senza avere per questo funzione sommatoria.

Un’ulteriore distinzione viene operata tra fattori prossimali e distali: i primi influiscono direttamente sull’individuo, mentre i secondi sono mediati dai primi (Emiliani, 1995).

Recentemente, in letteratura si registra la tendenza a non focalizzarsi semplicemente sui possibili fattori di rischio, ma a rivolgere l’attenzione sulle variabili in grado di sostenere il percorso di sviluppo, mitigare l’impatto di eventi avversi e fronteggiare situazioni stressanti (Waller, 2001). In questo senso, la capacità di resilienza non può essere semplicemente definita come un’azione riparativa: essa origina da una frustrazione, ma può trasformarsi in opportunità, dando origine a cambiamento.

Il termine resilienza non fa inoltre riferimento a una qualità statica, quanto piuttosto a un processo attivo che si dispiega nella relazione dinamica fra la persona e il contesto (sociale, relazionale, istituzionale). Il soggetto ha un ruolo attivo nel modellare l’ambiente che lo circonda: seleziona e struttura le esperienze, che agiscono, a loro volta, nel senso di promuovere lo sviluppo del sé oppure di inibirlo (Bandura, 1999).

La capacità di resilienza non designa la semplice abilità di resistere agli eventi avversativi, ma definisce una dinamica positiva volta al controllo degli eventi e alla ricostruzione di un percorso di vita positivo (Vanistendael & Lecomte, 2000). La resilienza non è mai assoluta, totale, acquisita una volta per tutte, ma varia a seconda delle circostanze, della natura del trauma, del contesto e dello stadio di vita; si può esprimere in modo differente secondo le differenti culture (Manciaux, Vanistendael, Lecomte & Cyrulnik, 2005). Uno stesso evento, a seconda del momento in cui avviene, non avrà gli stessi effetti, poiché la persona, a seconda delle circostanze, è differente.

La resilienza permette di superare le difficoltà, ma non rende invincibili gli individui, né è una caratteristica presente nel corso di tutta la vita (Anaut, 2003): essa dipende da una convergenza di variabili che a volte si verifica e altre volte invece viene a mancare. Le persone resilienti non sono, quindi, invulnerabili nel senso di risultare completamente immuni alle avversità: piuttosto sono individui che trovano in se stessi, nelle relazioni umane, nei contesti di vita gli elementi e la forza per superare le difficoltà. Solo pochi individui appaiono resilienti in tutte le sfere di vita, mentre per tutti gli altri tale capacità può essere osservata soltanto in specifiche aree (Luthar, 1997).

3. I LIVELLI DI RESILIENZA

3.1. Individuale

I primi studi sulla resilienza (Anthony, 1974; Garmezy & Rutter, 1983) sono orientati a comprendere il processo mediante il quale i bambini che hanno sperimentato situazioni di difficoltà attivano strategie utili a risolvere positivamente gli eventi stressanti. Lo studio longitudinale svolto da Werner (1989) sull’isola di Kauai permette di individuare alcune caratteristiche tipiche dei bambini resilienti. Essi appaiono attivi, autonomi, di buon carattere, capaci di stabilire rapporti positivi con gli altri, di prendersi cura dei più deboli e di mettere a frutto le proprie abilità. Questi bambini sembrano inoltre caratterizzati da un buon livello di autostima e dalla convinzione di poter decidere del proprio destino. Dal lavoro emerge anche come i ragazzi, che hanno sperimentato situazioni di deprivazione affettiva, siano capaci di stabilire legami significativi con gli amici e con alcune figure parentali sostitutive in grado di fornire loro cure e sostegno. I bambini resilienti sanno infatti gestire le crisi, trovando, al di fuori della loro cerchia familiare, relazioni protettive in grado di integrare le carenze vissute all’interno del nucleo (Masten, Best & Garmezy, 1990).

3.2. Familiare

Un secondo livello di analisi è indirizzato a comprendere quali famiglie possano definirsi resilienti.

Quest’area di studi analizza in particolare quei nuclei costretti ad affrontare malattie improvvise (es. infarti, ictus), croniche o invalidanti (es. Alzheimer, diabete) ed eventi critici di altro genere (es. separazione e divorzio).

La resilienza familiare indica l’abilità familiare di rafforzare le competenze utili a risolvere positivamente le sfide della vita. McCubbin e McCubbin (1988) la descrivono come l’insieme delle caratteristiche,delle dimensioni e delle proprietà che permettono alle famiglie di resistere allo stress nell’affrontare il cambiamento e di superare le situazioni di crisi.

In letteratura si sottolinea come le condizioni critiche rafforzino sia il senso di unità familiare sia quello di valore e di competenza. Ma quali sono gli stili e i percorsi che rendono possibile questo processo? Il Modello Circonflesso del Funzionamento Familiare, sviluppato da Olson, Candyce e Douglas (1989), identifica tre caratteristiche imprescindibili per lo sviluppo di comportamenti adattivi: 1) la coesione, che facilita il senso di appartenenza e il riconoscimento dell’individualità; 2) l’adattabilità, che permette di bilanciare la flessibilità e la stabilità familiare; 3) la comunicazione, che deve essere chiara, aperta e significativa.

McCubbin e Patterson (1983), nel modello ABCX, sottolineano come la percezione, da parte della famiglia, degli stressori originari implichi non solo la loro comprensione, ma anche la consapevolezza delle risorse attivate dal nucleo. Per essere in grado di rispondere alle sfide, le persone devono saper attribuire significato agli eventi, destrutturandoli e ristrutturandoli secondo il proprio schema cognitivo.

L’evento diviene, in questo modo, comprensibile, giustificabile ed affrontabile mediante la realizzazione di piccoli obiettivi di volta in volta ritenuti attuabili.

Patterson e Garwick (1994) definiscono tre livelli che è necessario prendere in considerazione nello studio del processo di riadattamento familiare ad una situazione difficile: i significati situazionali, l’identità familiare e il punto di vista familiare sul mondo. I significati situazionali corrispondono al modo in cui i membri della famiglia parlano tra loro delle condizioni stressanti. Le persone elaborano significati nuovi sia rispetto agli eventi problematici sia rispetto alla loro abilità familiare di gestire la fatica.

L’identità familiare si riferisce al modo in cui le famiglie percepiscono se stesse. Questi modi si riflettono nella sua struttura (chi fa parte della famiglia) e nel suo funzionamento (le relazioni che legano i membri uno all’altro). Il punto di vista della famiglia sul mondo corrisponde, infine, all’interpretazione che i membri del nucleo danno della realtà esterna e agli obiettivi che la famiglia si pone. Occorre tenere presente che quest’ultimo è il più astratto dei tre livelli di significato e che, per molti nuclei familiari, può non essere facile elaborare una visione condivisa del mondo.

L’orientamento che la famiglia mostra nei confronti del mondo ha il suo fondamento nella cultura della quale il nucleo fa parte. Ad esempio, la dimensione che Patterson (2002) definisce controllo condiviso varia considerevolmente a seconda dei gruppi culturali considerati e, in particolare, in relazione al fatto che essi valorizzino l’importanza dell’autonomia individuale o della fatalità cui gli individui devono soggiacere.

Nel definire la capacità di accettare e superare le sfide propria di un gruppo familiare, Walsh (2002) sottolinea l’importanza di tre fattori: 1) i sistemi di credenze che consentono alla famiglia di elaborare un insieme integrato di valori, individuando obiettivi e sogni per il futuro; 2) i pattern organizzativi che implicano flessibilità, senso di coerenza, capacità di utilizzare risorse sociali ed economiche e di attivare reti di comunità; c) i processi comunicativi che devono essere chiari e consentire la condivisione delle emozioni.

3.3. di Comunità

La comunità resiliente viene definita come una collettività in grado di sviluppare azioni per rafforzare la competenza individuale e di gruppo al fine di affrontare e gestire il corso di un cambiamento sociale e/o economico (Castelletti, 2006). Questa competenza consiste nel rispondere efficacemente alle avversità che sfidano il proprio ambiente fisico e sociale, raggiungendo nel contempo un livello di funzionamento migliore rispetto alla condizione precedente l’evento critico e mostrandosi capace di ritrovare un equilibrio dopo la situazione di crisi. Può inoltre essere definita come l’esito di un processo che non origina esclusivamente nel momento in cui si verifica l’evento critico, ma che dipende anche dalle modalità con cui la comunità si prepara ad affrontare le situazioni avverse (Kendra & Wachtendorf, 2003).

Promuovere la resilienza in una comunità implica valorizzarne le conoscenze, le competenze, i valori, la cultura, in modo tale che questi possano rappresentare una risorsa nel fronteggiare le difficoltà e nell’adattamento alle diverse circostanze (Manyena, 2006). Lo spostamento è quindi da un’ottica in cui la focalizzazione è sulle carenze, sui bisogni e sulle vulnerabilità della comunità a una visione delle potenzialità creative e delle risorse presenti in essa. A questo proposito, uno dei modelli più completi è quello proposto da Sarig (2001) che considera la compresenza di: a) senso di appartenenza alla comunità; b) controllo sulle situazioni di crisi; c) atteggiamento di sfida agli eventi negativi, riletti come opportunità; d) prospettiva ottimistica, in cui le avversità sono considerate come temporanee e come occasione di rinnovamento; e) competenze utili ad affrontare e superare le difficoltà; f) valori e credenze condivisi che rinforzano l’identità e i legami interni alla comunità nei momenti di crisi; g) sostegno sociale, fornito da reti e organizzazioni formali e informali. Clauss-Ehlers e Lopez-Levy (2002) pongono invece l’accento in modo particolare sulla cultura di comunità. I valori, le norme, i sistemi di significato costituiscono fattori di resilienza capaci di favorire la consapevolezza, il senso di comunità e quindi la partecipazione alle azioni collettive in caso di eventi critici.

Quando le comunità sono resilienti sono in grado di reagire e di modificarsi in rapporto alle pressioni provenienti dall’esterno che ne sollecitano le strutture e le risorse. Secondo Prati (2006) la complessità degli eventi critici affrontati dalla comunità richiede una lettura in ottica ecologica, dal momento che nella valutazione del livello di resilienza della comunità dovrebbero essere tenuti in considerazione non soltanto i fattori interni alla comunità, ma anche quelli esterni (rapporti con altre entità sociali e politiche). La valutazione della resilienza sociale di una comunità non può quindi che essere letta in una prospettiva di macro-livello, che consideri come imprescindibili elementi di analisi gli aspetti politici, sociali ed economici che incidono sulla vita della comunità.

Indagare i processi di resilienza analizzando l’interazione e le transazioni tra i diversi livelli coinvolti può costituire un primo passo per costruire una governance attiva (Olsson et al., 2004) che consenta di affrontare la continua sfida rappresentata dall’incertezza cui il sistema deve far fronte nel suo percorso evolutivo.

3.4. Culturale

La letteratura sul tema ha centrato l’attenzione sui fattori protettivi e di rischio tipici delle società e della cultura occidentale, enfatizzando quindi da un lato il ruolo degli aspetti individuali e relazionali che caratterizzano l’idea di benessere propria delle popolazioni dei paesi sviluppati (scolarizzazione, forti legami familiari, relazioni di coppia stabili, rispetto delle norme, etc.) e, dall’altro, sottovalutando quegli aspetti sociali e culturali che permettono di comprendere i diversi modi in cui differenti popolazioni in differenti contesti costruiscono comportamenti resilienti (Ungar, 2004).

Questa difficoltà di decentramento culturale fa sì che siano ancora relativamente pochi gli studi che prendono in considerazione i fattori contestuali e ambientali della resilienza. Portando la questione al limite estremo, si potrebbe arrivare a mettere in dubbio la possibilità di utilizzare il concetto stesso di resilienza in Paesi in cui le risorse disponibili sono significativamente diverse da quelle del mondo occidentale.

Le ricerche condotte all’interno dell’IRP (International Resilience Project, 2006) sottolineano l’importanza degli aspetti culturali e contestuali della resilienza, mostrando come di fronte alle stesse avversità culture diverse adottino differenti strategie.

In linea con queste premesse, Ungar (2008) ritiene necessaria una riflessione su alcuni aspetti: 1) la resilienza si caratterizza sia per dimensioni aspecifiche sia per aspetti culturalmente e contestualmente determinati; 2) i diversi fattori che compongono la resilienza influenzano in modo differente i comportamenti delle persone, a seconda della cultura e dell’ambiente in cui tali comportamenti si verificano; 3) i fattori che contribuiscono alla resilienza sono interconnessi in modo peculiare in rapporto alle dimensioni culturali e di contesto; 4) il modo in cui le tensioni che si creano tra gli individui e la cultura di appartenenza vengono risolte influenza la specificità della relazione tra i fattori che caratterizzano la resilienza.

Questo potrebbe condurre a ripensare alla centralità attribuita a determinate norme e comportamenti considerati come elementi cardine di un buon adattamento. I percorsi che conducono al benessere possono in realtà essere molti e diversificati, in rapporto al contesto e al tempo in cui essi hanno luogo. Se è vero infatti che alcuni concetti possono essere considerati aspecifici e quindi presenti in tutte le culture (p.e. autostima, self-efficacy, supporto sociale, partecipazione), non si può non considerare che la loro importanza nella definizione della resilienza può variare in rapporto al contesto e al tempo. Un aspetto come la coesione di comunità, per esempio, non riveste pari importanza nel determinare resilienza nelle comunità in cui essa è un valore fondante e in quelle dove il fatto di condividere un destino comune non risulta aspetto rilevante per l’identità delle persone. Allo stesso modo è difficile valutare quali fattori possano effettivamente aumentare la resilienza e ci si può chiedere se il fatto di rinforzare alcuni aspetti a scapito di altri che in realtà sono più rilevanti per la cultura in questione non crei, paradossalmente, problemi di adattamento.

Considerare gli aspetti contestuali della resilienza, confrontandoli con quelli connessi ad altre culture e ad altri contesti e valutando l’influenza di ognuno di questi aspetti sul benessere di specifiche popolazioni, consentirebbe quindi di ottenere una migliore comprensione dei processi di salute e di rischio che caratterizzano la nostra e le altre società (Arrington & Wilson, 2000) La resilienza è un costrutto culturalmente sensibile e richiede quindi premesse e metodologie che consentano di cogliere appieno la ricchezza delle specificità culturali: passo necessario dovrebbe essere quello di scoprire le differenze, piuttosto che disconoscere le peculiarità proprie delle altre culture applicando ad esse concetti e valori in uso nel contesto occidentale.

Va tuttavia rilevato che, nonostante si stia sempre più facendo strada la consapevolezza del ruolo degli aspetti culturali nello sviluppo della resilienza, gli strumenti di misura finora utilizzati non sono adeguati alla rilevazione delle dimensioni di specificità culturale.

E’ tuttavia solo indagando le esperienze di stress e quindi la resilienza all’interno di uno specifico contesto che è possibile comprendere realmente le condizioni di rischio e i fattori protettivi che entrano in gioco nell’affrontare situazioni di difficoltà.

4. RESILIENZA E IMMIGRAZIONE

Dalla letteratura riguardante la resilienza emerge come questa competenza e la possibilità di non ammalarsi o rimanere intrappolati in percorsi di disagio sia frutto di un bilanciamento tra fattori di rischio e fattori di protezione; alcuni di questi sono generici, mentre altri risultano più specifici del percorso migratorio.

Le ricerche molto spesso confermano la relazione positiva tra integrazione e benessere psicosociale.

Ciò non è comunque sempre valido per tutti i soggetti in tutti i contesti d’immigrazione e per qualsiasi gruppo di minoranza etnica. Bisogna infatti tenere conto della molteplicità dei fattori individuali e socio-culturali legati alla posizione sociale del gruppo di appartenenza (Phinney et al., 2001). L’individuo interagisce all’interno del gruppo o della cultura con la quale si rapporta, al fine di costruire e/o mantenere la propria identità sociale. Alcuni aspetti dell’acquisizione, del mantenimento e del patteggiamento dell’identità possono costituire condizioni di tutela o di rischio peculiari dei percorsi migratori. L’identità etnica rappresenta un costrutto complesso e multidimensionale e può essere concettualizzata come l’insieme di atteggiamenti, sentimenti e percezioni del livello di aggregazione ed appartenenza verso il proprio gruppo etnico, cui si aggiungono atteggiamenti positivi e negativi verso le interazioni ingroup/ outgroup (Ting-Toomey et al, 2000).

Ne consegue che, laddove il soggetto è in grado di attribuire un valore alla propria appartenenza, il senso di identità etnica può costituire tutela ed essere uno dei fattori che contribuiscono a favorire la resilienza delle persone immigrate. Quando invece il gruppo minoritario è fortemente stigmatizzato, il legame con il proprio gruppo e la propria cultura può interferire con il senso di autostima e di self-efficacy costituendo elemento di rischio.

I processi di negoziazione identitaria sono stati descritti da Cross e Strauss (1998), che trattano il concetto di everyday function dell’identità che si esprime nei processi di: buffering (l’atto di proteggere se stessi dalla minaccia alla propria identità), bonding (l’attaccamento alla propria cultura che allevia il senso di stress psicologico), bridging (l’empatia verso il modo di vedere dei membri di un’altra cultura), code switching. (funzione adattativa che permette di alleviare temporaneamente le percezioni negative degli altri tentando di apparire come un membro dell’ingroup). Lo stress delle persone migranti è rilevante finché non si adottano misure adeguate di coping per affrontare la situazione problematica e alleviare la situazione stressante che, se prolungata, può portare a bassi livelli di autostima e di soddisfazione di vita e, in casi estremi, a forme più o meno gravi di disagio e malattia.

Un fattore potenziale di rischio per i gruppi culturali minoritari è l’aumento della discriminazione sociale percepita. Sebbene la ricerca in questo campo sia ancora limitata, i livelli di discriminazione razziale percepita possono aumentare (Branscombe & Ellemers, 1998; Van Laar, 2000) e tale condizione si collega con l’incremento di situazioni depressive (Verkuyten, 2004).

Le attività e le posizioni degli individui sono limitate dal loro contesto storico e sociale e allo stesso tempo sono continuamente rinegoziate. La varietà di identità disponibili per una persona è indirizzata da particolari competenze (es. linguistiche), valutate differentemente a seconda dello status degli individui e dei gruppi inseriti in una determinata società (Pavlenko, 2006). Per gli immigrati, la negoziazione dell’identità coinvolge un processo che permette di definire se stessi e individuare gli ambienti in grado di promuovere e supportare la definizione di sé. Il linguaggio è spesso utilizzato per trovare una propria identità e la scelta della lingua può esser utile nel dare senso alla preferenza di alcune identità rispetto ad altre. Gli elementi costitutivi dell’identità etnica non sono né semplici né unidimensionali. Gli individui infatti, possono mantenere identità multiple e costruire varie combinazioni che permettano loro la gestione di ambienti differenti. Capire queste complessità e varietà può essere altamente significativo per l’attuazione di politiche pubbliche che siano mirate alla risoluzione di problematiche specifiche causate dall’interazione di vari gruppi culturali.

Sono tuttavia pochi gli studi che indagano le possibili connessioni tra resilienza e caratteristiche etniche. Tra questi, alcune ricerche sulle reazioni a condizioni di difficoltà familiari e stress effettuate su un campione di adolescenti di cultura anglosassone e di cultura ispanica che evidenziano differenze tra gruppi etnici nell’esposizione al rischio e nelle modalità di fronteggiamento delle difficoltà (Barrera et al., 2004).

García Coll et al. (1996) propongono un modello di sviluppo in cui lo status socio-economico, la cultura, la struttura familiare, l’etnia e l’esposizione a situazioni di discriminazione si configurano quali elementi del contesto ecologico.

In una ricerca di Zimmerman et al. (1999) emerge come i fattori spesso si intreccino a creare situazioni di difficoltà. Nel caso specifico, l’esposizione degli immigrati a condizioni di deprivazione economica o a difficoltà di ordine sociale connesse al proprio status di immigrati sembra contribuire ad aumentare il senso di impotenza e di immodificabilità rispetto alle proprie condizioni di vita e a diminuire la capacità di resilienza. Secondo questi autori non avrebbe quindi senso studiare la resilienza degli individui se non connettendola in modo significativo alle condizioni del contesto socio-economico in cui essi si trovano a vivere.

In linea con questi risultati, uno studio sulla resilienza effettuato su una popolazione di giovani afroamericani ha dimostrato l’effetto protettivo sulla salute del sentimento di controllo rispetto alla dimensione socio-politica (Zimmerman et al., 1999). La sensazione di esercitare un qualche tipo di controllo e di azione sulle dinamiche sociali e politiche del proprio contesto di vita si configura come un efficace mediatore degli effetti negativi legati a deprivazioni connesse allo status socioeconomico.

Secondo Belgrave et al. (2000) la possibilità di sperimentare sentimenti positivi su di sé, sulla propria cultura e sul proprio gruppo etnico promuove resilienza e si correla ad un aumento di comportamenti positivi (p.e. rendimento scolastico) e alla diminuzione di quelli negativi (p.e. uso di sostanze o comportamenti sessuali a rischio). Identità etniche forti appaiono quindi come fattori protettivi a fronte di situazioni di stress. Allo stesso modo, legami significativi con il Paese di origine sembrano funzionare come mediatori di tensioni e disagi nelle condizioni di difficoltà e fatica connesse all’esperienza di migrazione, così come lo sviluppo di strategie di coping appare fortemente influenzato dai significati attribuiti dal contesto culturale ai fattori di stress e alle modalità di reazione a esso (Clauss-Ehlers, 2008).

È evidenziato dalla più recente letteratura come molti immigrati sperimentino situazioni stressanti mentre tentano di adattarsi al nuovo ambiente culturale: tra gli ostacoli le difficoltà linguistiche, le pressioni verso l’assimilazione, la separazione dalla famiglia, le esperienze di discriminazione ed acculturazione legate a conflitti famigliari intergenerazionali (Hovey, 2000). Questi stressori hanno un influenza negativa sulla qualità di vita e sulla salute psico-fisica soprattutto degli individui di recente immigrazione (Berry, 1998; King et al., 2005; Veling et al., 2006).

Recentemente, la letteratura sulla resilienza ha considerato i fattori contestuali che influenzano lo sviluppo della resilienza e delle strategie di coping tra i giovani (Clauss-Ehlers, Yang & Chen, 2006). Questi autori hanno evidenziato, nei loro studi sullo stress e la resilienza, come una forte identità etnica e di genere sia predittiva di comportamenti resilienti in risposta a situazioni stressanti, implicando la potenziale importanza della resilienza culturale nelle strategie di coping per alcune popolazioni.

Recenti ricerche indicano come una percentuale significativa di individui immigrati, di fronte ad una situazione particolarmente critica, possano andare incontro a traumi psicologici profondi o dimostrare alti livelli di resilienza e capacità risollevarsi migliorando la propria condizione fisica e psichica (Steel, Silove, Phan & Bauman, 2002; Turner et al., 2003). Alcuni autori (Seligman, 1991; Snyder, 2000) segnalano come alcune variabili favoriscano l’adjustment in situazioni stressanti, ed è possibile documentarne gli effetti nelle situazioni interculturali reali e potenziali. In generale, gli individui che esprimono alti livelli di ottimismo e la speranza di poter modificare ed influenzare gli eventi che li riguardano, hanno la percezione di poter raggiungere un cambiamento e mostrano livelli maggiori di resilienza in situazioni di stress (Carver, 1998).

Le persone immigrate che hanno un buona qualità di vita sono anche resilienti verso le situazioni problematiche, escono da queste ancora più rafforzate e, sostanzialmente, vivono in maniera più positiva. Tuttavia, Chernoff (2002) ha notato che, mentre le risorse positive di coping (relazioni significative, spiritualità, orgoglio etnico e senso di coesione comunitario) possono aiutare a preservare la salute psichica di comunità minori, il rischio di malattie mentali resta comunque a livelli molto elevati.

Esiste, inoltre, un fattore che potremmo definire  congruenza/ incongruenza tra le culture, che può facilitare o intralciare la possibilità di superare le difficoltà connesse all’inserimento in una nuova società. A questo proposito in letteratura le ricerche sono scarse e gli studi di Hofstede (1980) hanno segnalato le differenze tra le culture, senza però considerare i problemi che possono sorgere al momento dell’impatto di una nei confronti dell’altra.

La resilienza si configura quindi come un processo in cui interagiscono caratteristiche individuali, background culturale, valori, status socio-economico, appartenenza etnica, definendo in questo modo la relazione della persona con l’ambiente in cui essa vive.

Nella tabella 1 sono stati riportati gli indicatori di rischio e i fattori di protezione per i diversi livelli dell’ecologia della persona immigrata. In questo campo, gli studi sulla resilienza sono, ad oggi, carenti. Le future ricerche avranno il compito di esplorare meglio come l’interazione tra i diversi livelli contribuisca a promuovere o ostacolare lo sviluppo della resilienza dei soggetti immigrati.

Questa tematica appare di particolare interesse per la realizzazione di programmi preventivi e l’impostazione di progetti scolastici. Molti, anche se non tutti gli elementi che possiamo individuare tra i fattori di protezione, possono divenire il focus di percorsi specifici di sviluppo di competenze correlate, come ovvio, a percorsi di benessere per i vari livelli dell’ecologia della persona.

 

 

Tab. 1: Fattori di influenzamento sui comportamenti resilienti nelle situazioni di immigrazione

LIVELLO FATTORI DI RISCHIO FATTORI DI PROTEZIONE
Individuale

Esperienza di migrazione; assenza del permesso di residenza; contatto e rapporti con condizioni di emarginazione e delinquenza; comportamenti antisociale; senso di alienazione o ribellione.

 

Capacità di problem solving e abilità intellettuali; autostima; self-efficacy; senso di responsabilità; senso di identità etnica; riconoscimento di identità multiple o sovraordinate; competenze linguistiche.

 

Familiare

Scarso monitoraggio o supervisione familiare; genitori distanti, non coinvolti, inesistenti; regole familiari non chiare, svalutate o conflittuali con la cultura di accoglienza.

 

Per i bambini e gli adolescenti rapporto intimo e di fiducia con almeno un adulto; per gli adulti presenza di alcune figure significative di supporto e/o di un partner significativo; riferimenti affettivi nel paese di origine; gruppo familiare in grado di interagire con le istituzioni del paese di accoglienza.

 

Gruppo dei pari

Amici coinvolti in comportamenti a rischio; isolamento e/ o appartenenza a gruppi emarginati.

 

Presenza di almeno un amico intimo; possibilità di stabilire relazioni di supporto significative anche con persone del paese ospitante o con persone di altri gruppi etnici.

 

Scuola

Transizioni scolastiche; processi di emarginazione; fallimenti scolastici; basso coinvolgimento scolastico.

 

Esperienze scolastiche positive; presenza di un insegnante di riferimento; integrazione effettiva nel gruppo scolastico.

 

Ambiente di lavoro

 

Orario di lavoro lungo; lavoro in nero; inadeguatezza del salario.

 

Diritti riconosciuti; garanzie sindacali.
Comunità

Basso stato socioeconomico; scuola inadeguata (dal punto di vista ambientale/logistico e dell’impostazione dei programmi); abitazione in un quartiere svantaggiato e degradato; comunità disorganizzata; alta mobilità; assenza di strutture di accoglienza.

 

Appartenenza ad una comunità supportiva (nel paese di origine e/o nel paese di accoglienza); legami della famiglia con altre istituzioni e organizzazioni (anche di tipo etnico e identitario); presenza di strutture di accoglienza; comunità che favoriscono la partecipazione.

 

Politica ed economia

 

Leggi con norme compiacenti o permissive, eccessivamente restrittive o punitive e non chiare.

 

Programmi e politiche di accoglienza e integrazione.

 

Cultura

Incongruenza e distanza relativamente ad alcuni parametri delle culture, riconosciuti da Hofstede (2001): individualismo/collettivismo, vicinanza/distanza dal potere, mascolinità/femminilità, orientamento nel tempo a lungo/breve termine, fuga/accettazione dell’incertezza.

 

Senso di identità culturale; vicinanza e congruenza tra culture relativamente ad alcuni parametri delle culture, riconosciuti da Hofstede (2001): individualismo/collettivismo, vicinanza/distanza dal potere, mascolinità/femminilità, orientamento nel tempo a lungo/breve termine, fuga/accettazione dell’incertezza.

 

 

 

 

 

 

 

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