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Signore
e Signori,
che cosa
giustifica il discorso celebrativo di un poeta in onore di un grande
ricercatore? O, se mai gli sia lecito rivolgere l'obiezione della
coscienza ad altri, che credettero dovergli affidare tale compito, come si
giustifica
che
una società di dotti, nel nostro caso una riunione accademica di
psichiatri, inviti a celebrare con la parola il gran giorno del suo
Maestro non uno dei suoi, un uomo di scienza, ma un poeta, uno spirito,
quindi, che non poggia essenzialmente sul sapere, l’analisi, l’esame,
la conoscenza, ma sulla spontaneità, la sintesi, l’ingenuo agire e
foggiare e produrre, e può così tutt’al più diventare oggetto di
utile conoscenza, senza adattarsi per natura e vocazione a suo soggetto?
Si considera forse che il poeta – come artista e precisamente artista
intellettuale – sia maggiormente chiamato a celebrare le feste
dell’intelletto – e in generale a solennizzare le feste – che egli
sia naturalmente uomo più festivo dell’indagatore, dello scienziato? O
non intendo oppormi a questa opinione. E’ vero che il poeta s’intende
di feste della vita; egli anzi s’intende della vita sotto il suo aspetto
di festa. (Così per la prima volta viene leggermente e provvisoriamente
sfiorato un motivo, a cui può toccar di sostenere una parte tematica in
questa musica dell’omaggio,
che la mente andrà svolgendo questa sera). Ma il significato solenne di
questo convegno è posto, secondo l’intenzione di coloro che lo vollero,
forse piuttosto nella cosa stessa, nell’insigne e nuovo incontro di
oggetto e soggetto, della materia conoscibile con lo spirito conoscente, -
saturnale dell’inversione delle cose, dove l’indagatore e
l’interprete del sogno diviene oggetto solenne di visionaria conoscenza
per il sognatore - e anche a
questa idea non ho nulla da opporre; nulla, perché anche in essa si
annunzia un motivo importante per il futuro sviluppo della sinfonia.
Motivo che tornerà più compiutamente strumentato e più intelligibile,
poiché, o io m’inganno di molto, o appunto l’unione di soggetto e
oggetto, il loro confluire, la loro identità, l’intima visione nella
misteriosa unità di mondo e io, destino e carattere, accadere e operare,
nel segreto quindi della realtà come edificio spirituale, proprio questo,
io vi dico, dev’essere l’alfa e l’omega di ogni iniziazione
psicanalitica…
In
ogni caso: che un poeta sia prescelto per la celebrazione di un
grande ricercatore, è tal fatto che può in certo modo testimoniare
di entrambi; entrambi ne sono caratterizzati. Ne emerge uno speciale
rapporto del festeggiato col mondo della poesia, della letteratura;
così come una particolare relazione del poeta, dello scrittore con
la sfera della conoscenza, dove al cospetto del mondo quegli appare
novatore e maestro; è inoltre notevole e singolare che tale rapporto
reciproco, tale accostamento rimanesse dalle due parti a lungo
inconscio, rimanesse nell’<<inconscio>>, in quella
regione dell’anima che lo spirito indagatore era particolarmente
chiamato a spiare, a rivelare, a conquistare all’umanità.
Gli stretti rapporti tra letteratura e psicanalisi sono ormai
da tempo noti alle due parti. Ma la solennità di quest’ora,
almeno secondo il mio modo di vedere e di sentire, sta nel primo
verificarsi di un pubblico incontro delle due sfere, nella
manifestazione di quella consapevolezza, nella sua aperta
confessione.
Dicevo
che le connessioni e le simpatie profonde sono rimaste a lungo
ignote alle due parti. E noi sappiamo infatti come la mente che
intendiamo onorare, Sigmund Freud, il fondatore della psicanalisi
come terapeutica e metodo generale d’indagine, abbia percorso in
perfetta solitudine e indipendenza, unicamente in qualità di medico
e naturalista, l’aspro cammino del suo sapere, senza conoscere di
quali mezzi la grande letteratura disponesse, atti a confortarlo e a
rinvigorirlo. Egli non ha conosciuto Nietzsche, dove scorgiamo il lampo
frequente di anticipate intuizioni freudiane; non Novalis, i cui
sogni e le suggestioni romantico-biologiche si avvicinano spesso in
modo sorprendente alle idee analitiche; non Kirkegaard, il cui
cristiano coraggio nelle regioni estreme della psicologia avrebbe
dovuto destare in lui un profondo e utile interessamento; e certo
neppure Schopenhauer, il creatore della malinconica sinfonia di una
filosofia dell’impulso, tesa alla conversione e alla redenzione…
Doveva esser così. Nella maggiore indipendenza, senza sapere di
anticipazioni intuitive, egli doveva conquistare metodicamente la
sua perspicua visione: la
forza d’impulso della sua ricerca è stata verosimilmente
accresciuta da queste condizioni sfavorevoli, né mai si potrà
scindere la solitudine dalla sua immagine piena di gravità –
quella solitudine di cui parla Nietzsche, quando, nell’incantevole
saggio <<Che cosa significano gli ideali ascetici?>>
chiama Schopenhauer un <<vero filosofo>>, <<uno
spirito che trova in sé il suo fondamento, un uomo e un cavaliere
dallo sguardo ferreo, coraggioso di fronte a se stesso, che – solo
– sa tenersi ritto e non si cura di capisquadra né di cenni
dall’alto>>. Sotto la specie di questo <<uomo e
cavaliere>>, di un cavaliere tra la morte e il diavolo, io
sono avvezzo a considerare lo psicologo dell’inconscio, da quando
la sua figura spirituale entrò nel giro del mio sguardo.

Ciò
accadde tardi; molto più tardi di quanto ci si potesse attendere
dalla generale affinità dell’impulso poetico e da quella
particolare della mia natura con questa dottrina. A tale affinità
concorrono principalmente due tendenze: in primo luogo l’amore del
vero, un particolare gusto del vero, un animo sensibile e recettivo
per il fascino e l’amarezza del vero, che si manifestano
soprattutto come eccitabilità e lucidità psicologica, così che il
concetto di verità quasi si scioglie in quello di psicologica
percezione e conoscenza; e secondariamente il gusto dell’infermità,
una certa affinità con essa, compensata dalla salute, e
l’esperienza della sua importanza produttiva.
Ma
l’amor del vero, l’amore intonato a sofferenza e moralismo per
la verità sotto specie di psicologia, ci viene dall’alta scuola
di Nietzsche, nel quale infatti troviamo patente la coincidenza di
verità e verità psicologica, di sapiente e psicologo: la sua
fierezza nella verità, il suo stesso concetto di probità e purezza
intellettuale, la sua coraggiosa malinconica consapevolezza,
l’esperienza di sé, la sua perizia di autogiustiziere, tutto ciò
ha origine psicologica, carattere psicologico, e io non dimentico
mai come dall’esperienza della passione psicologica di Nietzsche
uscirono rafforzate e approfondite le mie proprie disposizioni.
L’espressione <<nausea del sapere>> si trova nel
<<Tonio Kroeger>>.
Essa è certo di conio nietzschiano e la sua giovanile
malinconia ricorda l’elemento amletico della natura di Nietzsche
in cui la mia propria si rispecchiava – natura chiamata al sapere,
non propriamente per tendenza innata -. Son dolori e tristezze di
adolescenza questi di cui vi parlo, e che gli anni della virilità
hanno rasserenato e pacificato. Ma l’inclinazione a intendere
psicologicamente verità e scienza, ad adeguarle alla psicologia, a
sentire l’amor della verità psicologica come amor della verità
in generale e la psicologia come verità nel più vero e ardito
significato della parola – questa inclinazione che ben si deve
chiamare naturalistica e ascrivere all’educazione del naturalismo
letterario, perdura, come prima disposizione ad accogliere quella
scienza naturale dell’anima che porta il nome di psicanalisi.

La
seconda, dicevo, è il gusto dell’infermità, più precisamente
dell’infermità come mezzo di conoscenza; e questo ancora si
potrebbe derivare da Nietzsche, che ben sapeva quanto egli stesso
dovesse alla propria malattia, e ad ogni pagina sembra insegnare che
non vi è sapere alquanto profondo senza esperienza di malato e non
vi è perfetta salute se non passata per l’infermità. Si potrebbe
quindi far risalire a Nietzsche anche questo sentimento, se esso non
fosse strettamente congiunto con l’essenza dell’uomo
intellettuale in genere e particolarmente con quella del poeta, anzi
con l’essenza dell’intera umanità e di tutto quanto è umano,
di cui il poeta non è che un’espressione estrema. <<L’humanité>>
ha detto Victor Hugo, <<s’affirme par l’infirmité>>,
una parola che riconosce con altera schiettezza la delicata
costituzione di ogni elevatezza umana e culturale, la sua esperienza
dell’infermità. L’uomo
è stato chiamato <<l’animale malato>> per il peso
delle discordanze e il contrassegno delle difficoltà, imposte a lui
dalla sua posizione fra natura e spirito, fra bestia e angelo. Qual
meraviglia che dal lato della malattia sia riuscito all’indagine
di scrutare più profondamente nel buio della natura umana, che la
malattia, cioè la nevrosi, si sia rivelata un mezzo di
prim’ordine per la scienza antropologica?

Il
poeta dovrebbe esser l’ultimo a meravigliarsene. Lo dovrebbe
piuttosto stupire di avere scorto così tardi, nonostante così
forte disposizione generale e personale, i rapporti simpatici della
sua esistenza con la ricerca psicanalitica e con l’opera di Freud:
sol quando questa dottrina non era più da gran tempo unicamente una
terapeutica – accettata o combattuta – ma aveva anzi da molto
oltrepassato il campo puramente medico, assumendo l’aspetto di un
movimento universale, che parve abbracciare tutte le possibili
regioni dello spirito e della scienza: esegesi letteraria e
artistica, storia delle religioni e preistoria, mitologia, folklore,
pedagogia – ma cosa escluderemo?
- precisamente grazie al fervore di ampliazione e adattamento
degli adepti, che, intorno al nocciolo medico-psichiatrico, avevano
creato quest’aura di universali influssi. Sarebbe anzi esagerato
dire che io sia venuto alla psicanalisi, poiché essa venne a me.
Attraverso il benevolo interessamento che, per mezzo di suoi
singoli discepoli e rappresentanti, volle sempre testimoniare al mio
lavoro, dal Piccolo signor Friedemann fino alla Morte a
Venezia, alla Montagna incantata e al Romanzo di
Giuseppe, essa mi fece capire come io avessi qualcosa di comune
con lei, come io fossi a mio modo, per così dire, di casa, mi rese
manifeste, come del resto ben le si addiceva, le latenti subconscie
simpatie; e il mio studio della letteratura analitica mi permise di
riconoscere, foggiato a scientifica esattezza di pensiero e di
lingua, molto di quanto ebbi familiare fin dalla mia prima
esperienza intellettuale.

Permettetemi,
Signore e Signori, di proseguire un poco in questo stile
autobiografico e non biasimatemi se, invece di parlar di Freud,
parlo apparentemente di me! Parlar di lui, io quasi non oso. Di lui
non potrei sperar di dir niente di nuovo al mondo. Io parlo in suo
onore anche e precisamente quando parlo di me e vi narro come io
fossi, da impressioni giovanili decisive per il mio sviluppo,
profondamente e singolarmente preparato per la scienza che ci venne
da Freud. Più di una volta, in ricordi e confessioni, dissi quale
evento fortemente commovente, a un tempo, in meravigliosa
mescolanza, educativo e inebriante, fosse stato l’incontro con la
filosofia di Arturo Schopenhauer per l’adolescente che a lui, nel
suo romanzo dei Buddenbrook, volle erigere un monumento.
L’intrepido coraggio della verità, che costituisce l’essenza
morale dello scandaglio psicanalitico, mi era per la prima volta
apparso nel pessimismo di una metafisica, che le scienze naturali
avevano già fortemente temprata. Questa metafisica insegnava, in
una cupa rivoluzione contro la fede dei secoli, il primato
dell’impulso sullo spirito e la ragione, considerava la volontà
come nucleo e fondamento essenziale del mondo, nell’uomo come nel
resto del creato, e l’intelletto come secondario e accidentale,
come servo e debole lume della volontà. Questo faceva, non per
maligna opposizione all’umano, il tristo motivo delle odierne
dottrine nemiche dello spirito, ma per il rigido amore del vero di
un secolo che combatteva l’idealismo per l’idealismo. Così
sincero fu questo diciannovesimo secolo, che volle con Ibsen
riconoscere necessaria persino la menzogna, la <<menzogna
vitale>>, ed è chiaro che vi è gran differenza tra il
confermare la menzogna per doloroso pessimismo e amara ironia, mossi
a ciò dallo spirito, e il farlo per odio dello spirito e della
verità. Oggi questa differenza non è per tutti evidente. Ora, lo
psicologo dell’inconscio, Freud, è un autentico figlio del secolo
degli Schopenhauer e degli Ibsen, che lo vide nascere a mezzo del
suo corso. Come strettamente affine è la sua rivoluzione, per
contenuto e anche per sentimento morale, a quella di Schopenhauer!
La sua scoperta dell’enorme importanza dell’inconscio,
dell’<<Es>>, nella vita psichica dell’uomo, apparve
e appare alla psicologia classica, per cui si identificano coscienza
e vita psichica, così scandalosa come era apparsa la dottrina della
volontà di Schopenhauer a ogni filosofico credo razionalista e
spiritualista. In verità
l’amante precoce del Mondo come volontà e rappresentazione si
sente a proprio agio nel mirabile discorso di Freud che fa parte
delle Nuove conferenze di introduzione alla psicanalisi sotto
il titolo: Frazionamento della personalita' psichica. Qui,
la regione psichica dell’inconscio, dell’<<Es>>, è
descritta con parole che ugualmente bene, con impeto uguale e
insieme con lo stesso accento di interessamento intellettuale e di
freddezza medica, Schopenhauer avrebbe potuto adoperare per il suo
torbido regno della volontà. <<La
regione dell’”Es”>>, egli dice, <<è la parte
oscura, inaccessibile della nostra personalità; il poco che ne
sappiamo, l’abbiamo appreso studiando il travaglio del sogno e
l’organizzarsi del
sintomo nella nevrosi>>. Egli la dipinge come un caos, una
caldaia dalle esalazioni eccitanti. La suppone per così dire aperta
dal lato dell’essere somatico, così da accogliere in sé i
bisogni istintivi, che giungono in qualche suo ignoto substrato alla
loro psichica espressione. Essa attinge
dagli istinti l’energia che la colma; ma non ha alcuna
organizzazione, né si attiene ad alcuna intenzione unificatrice, ma
alla sola sollecitudine di soddisfare i bisogni dell’istinto,
obbedendo al principio del piacere. Non hanno qui alcun vigore le
leggi logiche del pensiero, a cominciare dal principio di
contradizione. <<Stimoli opposti sussistono l’un presso
l’altro, senza annullarsi o diminuirsi reciprocamente, piuttosto
associandosi in forme di compromesso sotto la dispotica economia
coercitiva, che spinge alla scarica dell’energia…>>.

Voi
lo vedete, Signore e Signori, sono queste le disposizioni medesime
che, secondo la nostra esperienza attuale, possono molto bene
invadere l’io, l’intero io della massa, precisamente grazie a
una malattia morale, originata dall’adorazione dell’inconscio,
dalla glorificazione della sua <<dinamica>> unicamente
rivolta a sollecitare la vita, dalla sistematica glorificazione del
primitivo e dell’irrazionale. Poiché l’inconscio,
l’<<Es>> è primitivo e irrazionale, puramente
dinamico. Non sa di valutazioni, né di bene e di male, né di
morale. Non conosce nemmeno il tempo, non sa di alcun decorso
temporale, di nessun mutamento dell’avvenimento psichico nel
tempo. <<Stimoli appetitivi, dice Freud, che non hanno mai
oltrepassato l’inconscio, ma anche impressioni che, respinte,
furono sommerse nell’inconscio, sono virtualmente immortali, si
comportano dopo decenni come avvenimenti recenti. Si possono
riconoscere come appartenenti al passato, svalutare, spogliare della
loro energia, sol quando affiorano alla coscienza attraverso la
ricerca analitica. E in questo, egli aggiunge, consiste
principalmente l’effetto salutare del procedimento analitico>>.
Ci è quindi facile intendere come debba riuscire antipatica questa
analisi delle profondità psichiche a un io, che, ubriacato da una
religiosità dell’inconscio, è fatto preda egli stesso della
dinamica del mondo infero. E’ cosa troppo evidente e spiegabile
che un simile io non voglia saper nulla di analisi, che non gli si
possa nominare il nome di Freud.

Ora,
per quanto concerne l’io generalmente considerato, la situazione
è quasi pietosa, propriamente inquietante. E' un piccolo posto
avanzato, illuminato e vigilante dell’<<Es>> -
press’a poco come l’Europa è una piccola, vigile provincia
della grande Asia. L’io è <<quella parte dell’”Es”,
che venne modificata dalla prossimità e dall’influsso del mondo
esterno, disposta a ricevere lo stimolo e a difendersi, comparabile
allo strato corticale, che circonda un grumolo di sostanza
vivente>>. Una evidente immagine biologica. Freud usa
generalmente una prosa di estrema evidenza, egli è un artista del
pensiero come Schopenhauer e, come lui, uno scrittore europeo.
Secondo Freud, la relazione con il mondo esterno è stata decisiva
per l’io, che ha il compito di sostituirlo nei rapporti con
l’<<Es>>, per la salute di quest’ultimo: poiché
l’<<Es>>, senza alcun riguardo per questa
sopraffattrice potenza esterna, nella sua cieca tendenza alla
soddisfazione dell’istinto, non potrebbe sfuggire
all’annientamento. L’io osserva il mondo esterno, ricorda, tenta
onestamente di distinguere la realtà obiettiva da ciò che vi
aggiungono le intime sorgenti dello stimolo. Comanda per incarico
dell’<<Es>> le leve della motilità, dell’azione,
ma, tra il bisogno e l’atto, frappone l’indugio della
riflessione, durante il quale consulta l’esperienza, e possiede
una certa superiorità regolatrice di fronte all’illimitata
signoria nell’inconscio del principio di piacere, che egli
corregge in nome del principio di realtà. Ma, ciò nonostante,
com’è debole! Compresso tra l’inconscio, il mondo esterno e ciò
che Freud chiama il <<super-io>>, la coscienza, egli
conduce una vita alquanto nervosa e angosciata.
Quanto a dinamica, sta piuttosto male. Si fa prestare le
energie dall’<<Es>> e ne deve generalmente servire gli
scopi. Certo vorrebbe considerare se stesso come il cavaliere e
l’inconscio come il cavallo. Ma molte volte è cavalcato
dall’inconscio, e noi preferiamo semplicemente aggiungere ciò che
Freud omette per amore di moralità razionale: che in questo modo
alquanto illegittimo può, in qualche circostanza, andar molto
lontano.

Ma
la descrizione di Freud dell’<<Es>> e dell’Io non è
appunto la descrizione Schopenhaueriana di <<volontà>>
e <<intelletto>>, una traduzione psicologica di quella
metafisica? E chi, avendo ricevuto da Schopenhauer gli ordini
metafisici, abbia inoltre gustato presso Nietzsche i dolorosi
fascini della psicologia, come avrebbe potuto non essere invaso da
un senso di cosa già nota e familiare, quando, incoraggiato da
coloro che già vi erano domiciliati, per la prima volta girò lo
sguardo nelle regioni psicanalitiche?

E
l’esperienza gli apprese come questa conoscenza reagisse nel modo
più vigoroso e caratteristico sulle precedenti impressioni, se dopo
un tale spettacolo venivano rinnovate. Con quale diverso animo, dopo
aver indugiato presso Freud, rileggiamo, alla luce delle sue
indagini, un lavoro speculativo come il grande saggio di
Schopenhauer Sull’apparente premeditazione nel destino del
singolo!
E
qui, Signore e Signori, io sto per additare l’intimo e più
segreto punto di contatto tra il mondo filosofico di Schopenhauer e
quello naturalistico di Freud; nel saggio a cui fu già accennato,
miracolo di penetrazione e di chiaroveggenza, troviamo questo punto
di contatto. Ecco in breve l’idea misteriosa che Schopenhauer vi
svolge: appunto come nel sogno la nostra propria volontà recita,
senza averne alcun sentore, la parte del destino inesorabilmente
obiettivo, tutto ha origine in noi e ognuno è l’occulto direttore
di scena dei propri sogni, così anche nella realtà, questo grande
sogno, che un unico essere, la volontà stessa, sogna con tutti noi,
i nostri destini potrebbero essere il prodotto del nostro intimo,
della nostra volontà, e quindi ciò che appare accaderci, noi
stessi propriamente lo predisporremmo. Io riassumo molto
insufficientemente, Signori; in verità, negli sviluppi
dell’opera, si spiegano una grandissima forza di suggestione e la
possente ampiezza dell’ala. E non solo la psicologia del sogno, a
cui ricorre Schopenhauer, ha carattere spiccatamente analitico, ma
non manca neppure l’argomento e paradigma sessuale; l’intero
complesso delle idee è a tal segno un annuncio delle concezioni
dovute all’indagine del fondo psichico, a tal segno una loro
anticipazione filosofica, da esser presi da stupore! Poiché,
ripetendo ciò che dissi in principio, nel mistero dell’unità di
mondo e io, essere ed accadere, nello scorgere, in ciò che è
apparentemente obiettivo e accidentale, la premeditazione psichica,
credo di riconoscere l’intimo nocciolo della dottrina analitica.
Mi
viene ora in mente una proposizione che un accorto, ma piuttosto
ingrato virgulto del tronco freudiano, C. G. Jung, formula nella sua
importante introduzione al libro dei morti del Tibet: <<Il
vedere come cio' mi accada è tanto più immediato, più
sorprendente, più efficace e quindi più pervasivo dell’osservare
come io lo faccia >>. Proposizione ardita, anzi
stravagante, che indica molto chiaramente con quanta tranquillità,
in una determinata scuola psicologica, vengano oggi considerate
cose, che Schopenhauer sentiva ancora come enorme pretesa ed
<<esorbitante>> rischio del pensiero. Questa frase che
strappa al <<fare>> la maschera
dell’<<accadere>>, sarebbe pensabile senza Freud? Mai
e poi mai! Essa gli deve tutto. Grave di presupposti, non è
comprensibile e non avrebbe neppur potuto essere formulata, senza
tutto ciò che l’analisi ha accertato e messo in luce sui lapsus
della parola e dello scritto, sull’intera regione dello sbaglio,
sullo scampo aperto dalla malattia, sull’impulso di autopunizione,
sulla psicologia del caso sfortunato, in breve sulla magia
dell’inconscio. Ma sarebbe stata ugualmente impossibile questa
frase concisa, senza Schopenhauer e la sua ancora inesatta
speculazione, che pur sgombrava la via con i suoi sogni audaci.
Questo è forse il momento, Signore e Signori, di una solenne, breve
polemica con Freud. Egli dunque non ha particolare stima della
filosofia. L’amor di esattezza del naturalista gli consente
difficilmente di considerarla come una scienza. Egli le rinfaccia di
darsela a bere sulla propria attitudine a fornire un’immagine del
mondo perfettamente coerente, di esagerare il valore conoscitivo
delle operazioni logiche, di credere magari all’intuizione come
fonte del sapere e di abbandonarsi addirittura a tendenze
animistiche, dando fede alla magia della parola e all’influsso del
pensiero sulla realtà. Ma vi è qui veramente una esagerazione del
proprio valore da parte della filosofia? Da che altro mai è stato
mutato il mondo se non dal pensiero e dal suo magico strumento, la
parola? Io credo che effettivamente spettino alla filosofia la
priorità e la superiorità sulle scienze fisiche, e che il metodo e
l’esattezza servano il suo disegno nella storia dello spirito. Si
tratta sempre alla fine del quod erat demostrandum. La
mancanza di premesse della scienza è cosa della morale o dovrebbe
esserlo. Vista alla luce dell’intelletto, essa è verosimilmente
quello che Freud chiama un’illusione. Spingendo le cose
all’estremo, si potrebbe dire che la scienza non ha mai fatto una
scoperta a cui non fosse stata autorizzata e avviata dalla
filosofia.

Chiudiamo
la parentesi. Permettetemi di indugiare ancora un momento, non senza
scopo, con Jung, che si giova di preferenza – come gli avviene
anche in questa prefazione – dei risultati analitici per offrire
alla nostra comprensione un ponte dal pensiero occidentale alla
esoterica orientale. Nessuno ha come lui così rigidamente formulato
l’affermazione di Schopenhauer e di Freud, che <<il datore
di ogni cosa data è in noi – una verità, che, nonostante la sua
evidenza nelle più grandi come nelle più piccole cose, pure non è
mai conosciuta là, dove troppo spesso sarebbe tanto necessario,
anzi indispensabile, conoscerla>>. Egli crede che un grande
rivolgimento e numerose vittime siano forse necessarie, perché il
mondo appaia come <<dato>> dall’essere psichico; poiché
l’essere animale nell’uomo rifiuta di sentirsi il fattore di ciò
che gli è dato. In verità l’Oriente si è in ogni tempo
dimostrato più forte dell’Occidente nel soggiogar la natura
animale, e non dobbiamo quindi stupirci di apprendere che, secondo
la sua sapienza, anche gli Dei appartengono a quelle <<cose
date>> che hanno origine dall’anima e son tutt’una con
lei, immagine e luce dell’anima umana. Questo sapere che, secondo
il libro dei morti, viene comunicato al defunto lungo la via, è per
lo spirito occidentale un paradosso, che ripugna alla sua logica;
poich’essa distingue soggetto e oggetto e rifiuta di lasciar
questo perdersi in quello o da quello sgorgare. A dir vero, la
mistica europea conobbe simili fantasie, e Angelo Silesio ha detto:
<<Io
so che Dio non può vivere un attimo
senza
di me:
se
io mi anniento, egli deve necessariamente
render
l’anima>>.
Ma,
in generale, una concezione psicologica di Dio, l’idea di una
divinità, che non fosse puramente <<data>>, assoluta
realtà, ma una cosa sola con l’anima e a lei legata, sarebbe
insopportabile alla religiosità occidentale che finirebbe col
perderci il suo Dio. E tuttavia religiosità significa precisamente
vincolo, nella Genesi
si parla di un <<patto>>, che vincola Dio e l’uomo, la
cui natura psicologica ho tentato di rendere nel romanzo mitico Giuseppe
e i suoi fratelli. Permettete dunque che io vi parli di questo
mio lavoro – esso ha forse qualche diritto di esser nominato
nell’ora dell’incontro solenne tra la fantasia letteraria e la
sfera psicoanalitica-. Abbastanza notevole – e forse non per me
soltanto – che in esso domini appunto quella teologia psicologica
che l’erudito attribuisce all’iniziazione orientale: questo
Abramo è in certo modo il padre di Dio.
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