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Scienze della Mente, Filosofia, Psicoterapia e Creatività

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Freud e l'avvenire (1936).

 

 di Thomas Mann 

 

In occasione del 50 anniversario della morte del grande scrittore tedesco(1875-1955), nonché dell'uscita della biografia di Hermann Kurzke ("Thomas Mann. La vita come opera d'arte", Mondadori, Milano, 2005),  pubblichiamo il testo della conferenza che Mann tenne il giorno 8 maggio 1936 e poi pubblicata col titolo originale di "Freud und die Zukunft".

Thomas Mann nacque a Lubecca nel 1875, trascorse l'infanzia nel clima freddo e compassato della sua famiglia, che faceva parte dell'aristocrazia commerciale della città. Disperso il cospicuo patrimonio con la morte del padre, Thomas, che fino ad allora era vissuto negli agi, dovette affrontare la lotta per la vita e si impiegò a Monaco presso una società di assicurazioni. Contemporaneamente iniziò la sua carriera letteraria, che non tardò a procurargli la celebrità. Perseguitato dal nazismo per i suoi ideali democratici ampiamente e sinceramente professati, ancor più per essere sposato ad una donna ebrea, dovette rifugiarsi all'estero e, durante gli anni della guerra, i suoi compatrioti migliori poterono ascoltare la sua voce ammonitrice dalla radio americana.

Thomas Mann, divenuto cittadino statunitense, mutò radicalmente le proprie convinzioni politiche rispetto all'epoca antecedente l'avvento al potere del nazionalsocialismo. Se nel primo periodo della sua carriera letteraria era stato assertore di un conservatorismo antidemocratico germanico, successivamente, l'assurdo nazionalismo gli svelò tutta la ipocrita irrealtà che un falso ideale di grandezza celava sotto mentite spoglie.

Mann nel 1929 fu insignito del premio Nobel per la letteratura, e tra le sue opere più celebri ricordiamo: I Buddenbrook (1901), Tristano (1903), Tonio Kroeger (1904), La morte a Venezia (1913), Confessioni di un cavaliere d'industria (1923), La montagna incantata (1924), Disordine e dolore precoce (1926), Mario e l'incantatore (1930), Le Storie di Giacobbe (1933).

In questo testo Thomas Mann traccia  il percorso di un'autobiografia intellettuale che dai filosofi della sua formazione (Schopenhauer e Nietzsche) approda a Freud ed alla psicoanalisi. L'interesse di questo scritto sta non solo nella testimonianza di uno scrittore geniale, che scandaglia le scaturigini filosofiche, spirituali e psicoanalitiche delle proprie opere letterarie, ma anche nell'accurata ricostruzione che Mann fa delle radici filosofiche dei concetti più  originali della teoria freudiana. 

                             

Signore e Signori,

che cosa giustifica il discorso celebrativo di un poeta in onore di un grande ricercatore? O, se mai gli sia lecito rivolgere l'obiezione della coscienza ad altri, che credettero dovergli affidare tale compito, come si giustifica che  una società di dotti, nel nostro caso una riunione accademica di psichiatri, inviti a celebrare con la parola il gran giorno del suo Maestro non uno dei suoi, un uomo di scienza, ma un poeta, uno spirito, quindi, che non poggia essenzialmente sul sapere, l’analisi, l’esame, la conoscenza, ma sulla spontaneità, la sintesi, l’ingenuo agire e foggiare e produrre, e può così tutt’al più diventare oggetto di utile conoscenza, senza adattarsi per natura e vocazione a suo soggetto? Si considera forse che il poeta – come artista e precisamente artista intellettuale – sia maggiormente chiamato a celebrare le feste dell’intelletto – e in generale a solennizzare le feste – che egli sia naturalmente uomo più festivo dell’indagatore, dello scienziato? O non intendo oppormi a questa opinione. E’ vero che il poeta s’intende di feste della vita; egli anzi s’intende della vita sotto il suo aspetto di festa. (Così per la prima volta viene leggermente e provvisoriamente sfiorato un motivo, a cui può toccar di sostenere una parte tematica in questa musica  dell’omaggio, che la mente andrà svolgendo questa sera). Ma il significato solenne di questo convegno è posto, secondo l’intenzione di coloro che lo vollero, forse piuttosto nella cosa stessa, nell’insigne e nuovo incontro di oggetto e soggetto, della materia conoscibile con lo spirito conoscente, - saturnale dell’inversione delle cose, dove l’indagatore e l’interprete del sogno diviene oggetto solenne di visionaria conoscenza per il sognatore -  e anche a questa idea non ho nulla da opporre; nulla, perché anche in essa si annunzia un motivo importante per il futuro sviluppo della sinfonia. Motivo che tornerà più compiutamente strumentato e più intelligibile, poiché, o io m’inganno di molto, o appunto l’unione di soggetto e oggetto, il loro confluire, la loro identità, l’intima visione nella misteriosa unità di mondo e io, destino e carattere, accadere e operare, nel segreto quindi della realtà come edificio spirituale, proprio questo, io vi dico, dev’essere l’alfa e l’omega di ogni iniziazione psicanalitica…

 

In ogni caso: che un poeta sia prescelto per la celebrazione di un grande ricercatore, è tal fatto che può in certo modo testimoniare di entrambi; entrambi ne sono caratterizzati. Ne emerge uno speciale rapporto del festeggiato col mondo della poesia, della letteratura; così come una particolare relazione del poeta, dello scrittore con la sfera della conoscenza, dove al cospetto del mondo quegli appare novatore  e maestro; è inoltre notevole e singolare che tale rapporto reciproco, tale accostamento rimanesse dalle due parti a lungo inconscio, rimanesse nell’<<inconscio>>, in quella regione dell’anima che lo spirito indagatore era particolarmente chiamato a spiare, a rivelare, a conquistare all’umanità.  Gli stretti rapporti tra letteratura e psicanalisi sono ormai da tempo noti alle due parti. Ma la solennità di quest’ora, almeno secondo il mio modo di vedere e di sentire, sta nel primo verificarsi di un pubblico incontro delle due sfere, nella manifestazione di quella consapevolezza, nella sua aperta confessione.

Dicevo che le connessioni e le simpatie profonde sono rimaste a lungo ignote alle due parti. E noi sappiamo infatti come la mente che intendiamo onorare, Sigmund Freud, il fondatore della psicanalisi come terapeutica e metodo generale d’indagine, abbia percorso in perfetta solitudine e indipendenza, unicamente in qualità di medico e naturalista, l’aspro cammino del suo sapere, senza conoscere di quali mezzi la grande letteratura disponesse, atti a confortarlo e a rinvigorirlo. Egli  non ha conosciuto Nietzsche, dove scorgiamo il lampo frequente di anticipate intuizioni freudiane; non Novalis, i cui sogni e le suggestioni romantico-biologiche si avvicinano spesso in modo sorprendente alle idee analitiche; non Kirkegaard, il cui cristiano coraggio nelle regioni estreme della psicologia avrebbe dovuto destare in lui un profondo e utile interessamento; e certo neppure Schopenhauer, il creatore della malinconica sinfonia di una filosofia dell’impulso, tesa alla conversione e alla redenzione… Doveva esser così. Nella maggiore indipendenza, senza sapere di anticipazioni intuitive, egli doveva conquistare metodicamente la sua perspicua visione:  la forza d’impulso della sua ricerca è stata verosimilmente accresciuta da queste condizioni sfavorevoli, né mai si potrà scindere la solitudine dalla sua immagine piena di gravità – quella solitudine di cui parla Nietzsche, quando, nell’incantevole saggio <<Che cosa significano gli ideali ascetici?>> chiama Schopenhauer un <<vero filosofo>>, <<uno spirito che trova in sé il suo fondamento, un uomo e un cavaliere dallo sguardo ferreo, coraggioso di fronte a se stesso, che – solo – sa tenersi ritto e non si cura di capisquadra né di cenni dall’alto>>. Sotto la specie di questo <<uomo e cavaliere>>, di un cavaliere tra la morte e il diavolo, io sono avvezzo a considerare lo psicologo dell’inconscio, da quando la sua figura spirituale entrò nel giro del mio sguardo.

Ciò accadde tardi; molto più tardi di quanto ci si potesse attendere dalla generale affinità dell’impulso poetico e da quella particolare della mia natura con questa dottrina. A tale affinità concorrono principalmente due tendenze: in primo luogo l’amore del vero, un particolare gusto del vero, un animo sensibile e recettivo per il fascino e l’amarezza del vero, che si manifestano soprattutto come eccitabilità e lucidità psicologica, così che il concetto di verità quasi si scioglie in quello di psicologica percezione e conoscenza; e secondariamente il gusto dell’infermità, una certa affinità con essa, compensata dalla salute, e l’esperienza della sua importanza produttiva.

 

Ma l’amor del vero, l’amore intonato a sofferenza e moralismo per la verità sotto specie di psicologia, ci viene dall’alta scuola di Nietzsche, nel quale infatti troviamo patente la coincidenza di verità e verità psicologica, di sapiente e psicologo: la sua fierezza nella verità, il suo stesso concetto di probità e purezza intellettuale, la sua coraggiosa malinconica consapevolezza, l’esperienza di sé, la sua perizia di autogiustiziere, tutto ciò ha origine psicologica, carattere psicologico, e io non dimentico mai come dall’esperienza della passione psicologica di Nietzsche uscirono rafforzate e approfondite le mie proprie disposizioni. L’espressione <<nausea del sapere>> si trova nel <<Tonio Kroeger>>.  Essa è certo di conio nietzschiano e la sua giovanile malinconia ricorda l’elemento amletico della natura di Nietzsche in cui la mia propria si rispecchiava – natura chiamata al sapere, non propriamente per tendenza innata -. Son dolori e tristezze di adolescenza questi di cui vi parlo, e che gli anni della virilità hanno rasserenato e pacificato. Ma l’inclinazione a intendere psicologicamente verità e scienza, ad adeguarle alla psicologia, a sentire l’amor della verità psicologica come amor della verità in generale e la psicologia come verità nel più vero e ardito significato della parola – questa inclinazione che ben si deve chiamare naturalistica e ascrivere all’educazione del naturalismo letterario, perdura, come prima disposizione ad accogliere quella scienza naturale dell’anima che porta il nome di psicanalisi.

La seconda, dicevo, è il gusto dell’infermità, più precisamente dell’infermità come mezzo di conoscenza; e questo ancora si potrebbe derivare da Nietzsche, che ben sapeva quanto egli stesso dovesse alla propria malattia, e ad ogni pagina sembra insegnare che non vi è sapere alquanto profondo senza esperienza di malato e non vi è perfetta salute se non passata per l’infermità. Si potrebbe quindi far risalire a Nietzsche anche questo sentimento, se esso non fosse strettamente congiunto con l’essenza dell’uomo intellettuale in genere e particolarmente con quella del poeta, anzi con l’essenza dell’intera umanità e di tutto quanto è umano, di cui il poeta non è che un’espressione estrema. <<L’humanité>> ha detto Victor Hugo, <<s’affirme par l’infirmité>>, una parola che riconosce con altera schiettezza la delicata costituzione di ogni elevatezza umana e culturale, la sua esperienza dell’infermità.  L’uomo è stato chiamato <<l’animale malato>> per il peso delle discordanze e il contrassegno delle difficoltà, imposte a lui dalla sua posizione fra natura e spirito, fra bestia e angelo. Qual meraviglia che dal lato della malattia sia riuscito all’indagine di scrutare più profondamente nel buio della natura umana, che la malattia, cioè la nevrosi, si sia rivelata un mezzo di prim’ordine per la scienza antropologica?

Il poeta dovrebbe esser l’ultimo a meravigliarsene. Lo dovrebbe piuttosto stupire di avere scorto così tardi, nonostante così forte disposizione generale e personale, i rapporti simpatici della sua esistenza con la ricerca psicanalitica e con l’opera di Freud: sol quando questa dottrina non era più da gran tempo unicamente una terapeutica – accettata o combattuta – ma aveva anzi da molto oltrepassato il campo puramente medico, assumendo l’aspetto di un movimento universale, che parve abbracciare tutte le possibili regioni dello spirito e della scienza: esegesi letteraria e artistica, storia delle religioni e preistoria, mitologia, folklore, pedagogia – ma cosa escluderemo?  - precisamente grazie al fervore di ampliazione e adattamento degli adepti, che, intorno al nocciolo medico-psichiatrico, avevano creato quest’aura di universali influssi. Sarebbe anzi esagerato dire che io sia venuto alla psicanalisi, poiché essa venne a me.  Attraverso il benevolo interessamento che, per mezzo di suoi singoli discepoli e rappresentanti, volle sempre testimoniare al mio lavoro, dal Piccolo signor Friedemann fino alla Morte a Venezia, alla Montagna incantata e al Romanzo di Giuseppe, essa mi fece capire come io avessi qualcosa di comune con lei, come io fossi a mio modo, per così dire, di casa, mi rese manifeste, come del resto ben le si addiceva, le latenti subconscie simpatie; e il mio studio della letteratura analitica mi permise di riconoscere, foggiato a scientifica esattezza di pensiero e di lingua, molto di quanto ebbi familiare fin dalla mia prima esperienza intellettuale.

Permettetemi, Signore e Signori, di proseguire un poco in questo stile autobiografico e non biasimatemi se, invece di parlar di Freud, parlo apparentemente di me! Parlar di lui, io quasi non oso. Di lui non potrei sperar di dir niente di nuovo al mondo. Io parlo in suo onore anche e precisamente quando parlo di me e vi narro come io fossi, da impressioni giovanili decisive per il mio sviluppo, profondamente e singolarmente preparato per la scienza che ci venne da Freud. Più di una volta, in ricordi e confessioni, dissi quale evento fortemente commovente, a un tempo, in meravigliosa mescolanza, educativo e inebriante, fosse stato l’incontro con la filosofia di Arturo Schopenhauer per l’adolescente che a lui, nel suo romanzo dei Buddenbrook, volle erigere un monumento. L’intrepido coraggio della verità, che costituisce l’essenza morale dello scandaglio psicanalitico, mi era per la prima volta apparso nel pessimismo di una metafisica, che le scienze naturali avevano già fortemente temprata. Questa metafisica insegnava, in una cupa rivoluzione contro la fede dei secoli, il primato dell’impulso sullo spirito e la ragione, considerava la volontà come nucleo e fondamento essenziale del mondo, nell’uomo come nel resto del creato, e l’intelletto come secondario e accidentale, come servo e debole lume della volontà. Questo faceva, non per maligna opposizione all’umano, il tristo motivo delle odierne dottrine nemiche dello spirito, ma per il rigido amore del vero di un secolo che combatteva l’idealismo per l’idealismo. Così sincero fu questo diciannovesimo secolo, che volle con Ibsen riconoscere necessaria persino la menzogna, la <<menzogna vitale>>, ed è chiaro che vi è gran differenza tra il confermare la menzogna per doloroso pessimismo e amara ironia, mossi a ciò dallo spirito, e il farlo per odio dello spirito e della verità. Oggi  questa differenza non è per tutti evidente. Ora, lo psicologo dell’inconscio, Freud, è un autentico figlio del secolo degli Schopenhauer e degli Ibsen, che lo vide nascere a mezzo del suo corso. Come strettamente affine è la sua rivoluzione, per contenuto e anche per sentimento morale, a quella di Schopenhauer! La sua scoperta dell’enorme importanza dell’inconscio, dell’<<Es>>, nella vita psichica dell’uomo, apparve e appare alla psicologia classica, per cui si identificano coscienza e vita psichica, così scandalosa come era apparsa la dottrina della volontà di Schopenhauer a ogni filosofico credo razionalista e spiritualista.  In verità l’amante precoce del Mondo come volontà e rappresentazione si sente a proprio agio nel mirabile discorso di Freud che fa parte delle Nuove conferenze di introduzione alla psicanalisi sotto il titolo: Frazionamento della personalita' psichica.  Qui, la regione psichica dell’inconscio, dell’<<Es>>, è descritta con parole che ugualmente bene, con impeto uguale e insieme con lo stesso accento di interessamento intellettuale e di freddezza medica, Schopenhauer avrebbe potuto adoperare per il suo torbido regno della volontà.  <<La regione dell’”Es”>>, egli dice, <<è la parte oscura, inaccessibile della nostra personalità; il poco che ne sappiamo, l’abbiamo appreso studiando il travaglio del sogno e l’organizzarsi  del sintomo nella nevrosi>>. Egli la dipinge come un caos, una caldaia dalle esalazioni eccitanti. La suppone per così dire aperta dal lato dell’essere somatico, così da accogliere in sé i bisogni istintivi, che giungono in qualche suo ignoto substrato alla loro psichica espressione. Essa attinge  dagli istinti l’energia che la colma; ma non ha alcuna organizzazione, né si attiene ad alcuna intenzione unificatrice, ma alla sola sollecitudine di soddisfare i bisogni dell’istinto, obbedendo al principio del piacere. Non hanno qui alcun vigore le leggi logiche del pensiero, a cominciare dal principio di contradizione. <<Stimoli opposti sussistono l’un presso l’altro, senza annullarsi o diminuirsi reciprocamente, piuttosto associandosi in forme di compromesso sotto la dispotica economia coercitiva, che spinge alla scarica dell’energia…>>.

 Voi lo vedete, Signore e Signori, sono queste le disposizioni medesime che, secondo la nostra esperienza attuale, possono molto bene invadere l’io, l’intero io della massa, precisamente grazie a una malattia morale, originata dall’adorazione dell’inconscio, dalla glorificazione della sua <<dinamica>> unicamente rivolta a sollecitare la vita, dalla sistematica glorificazione del primitivo e dell’irrazionale. Poiché l’inconscio, l’<<Es>> è primitivo e irrazionale, puramente dinamico. Non sa di valutazioni, né di bene e di male, né di morale. Non conosce nemmeno il tempo, non sa di alcun decorso temporale, di nessun mutamento dell’avvenimento psichico nel tempo. <<Stimoli appetitivi, dice Freud, che non hanno mai oltrepassato l’inconscio, ma anche impressioni che, respinte, furono sommerse nell’inconscio, sono virtualmente immortali, si comportano dopo decenni come avvenimenti recenti. Si possono riconoscere come appartenenti al passato, svalutare, spogliare della loro energia, sol quando affiorano alla coscienza attraverso la ricerca analitica. E in questo, egli aggiunge, consiste principalmente l’effetto salutare del procedimento analitico>>. Ci è quindi facile intendere come debba riuscire antipatica questa analisi delle profondità psichiche a un io, che, ubriacato da una religiosità dell’inconscio, è fatto preda egli stesso della dinamica del mondo infero. E’ cosa troppo evidente e spiegabile che un simile io non voglia saper nulla di analisi, che non gli si possa nominare il nome di Freud.

Ora, per quanto concerne l’io generalmente considerato, la situazione è quasi pietosa, propriamente inquietante. E' un piccolo posto avanzato, illuminato e vigilante dell’<<Es>> - press’a poco come l’Europa è una piccola, vigile provincia della grande Asia. L’io è <<quella parte dell’”Es”, che venne modificata dalla prossimità e dall’influsso del mondo esterno, disposta a ricevere lo stimolo e a difendersi, comparabile allo strato corticale, che circonda un grumolo di sostanza vivente>>. Una evidente immagine biologica. Freud usa generalmente una prosa di estrema evidenza, egli è un artista del pensiero come Schopenhauer e, come lui, uno scrittore europeo. Secondo Freud, la relazione con il mondo esterno è stata decisiva per l’io, che ha il compito di sostituirlo nei rapporti con l’<<Es>>, per la salute di quest’ultimo: poiché l’<<Es>>, senza alcun riguardo per questa sopraffattrice potenza esterna, nella sua cieca tendenza alla soddisfazione dell’istinto, non potrebbe sfuggire all’annientamento. L’io osserva il mondo esterno, ricorda, tenta onestamente di distinguere la realtà obiettiva da ciò che vi aggiungono le intime sorgenti dello stimolo. Comanda per incarico dell’<<Es>> le leve della motilità, dell’azione, ma, tra il bisogno e l’atto, frappone l’indugio della riflessione, durante il quale consulta l’esperienza, e possiede una certa superiorità regolatrice di fronte all’illimitata signoria nell’inconscio del principio di piacere, che egli corregge in nome del principio di realtà. Ma, ciò nonostante, com’è debole! Compresso tra l’inconscio, il mondo esterno e ciò che Freud chiama il <<super-io>>, la coscienza, egli conduce una vita alquanto nervosa e angosciata.  Quanto a dinamica, sta piuttosto male. Si fa prestare le energie dall’<<Es>> e ne deve generalmente servire gli scopi. Certo vorrebbe considerare se stesso come il cavaliere e l’inconscio come il cavallo. Ma molte volte è cavalcato dall’inconscio, e noi preferiamo semplicemente aggiungere ciò che Freud omette per amore di moralità razionale: che in questo modo alquanto illegittimo può, in qualche circostanza, andar molto lontano.

Ma la descrizione di Freud dell’<<Es>> e dell’Io non è appunto la descrizione Schopenhaueriana di <<volontà>> e <<intelletto>>, una traduzione psicologica di quella metafisica? E chi, avendo ricevuto da Schopenhauer gli ordini metafisici, abbia inoltre gustato presso Nietzsche i dolorosi fascini della psicologia, come avrebbe potuto non essere invaso da un senso di cosa già nota e familiare, quando, incoraggiato da coloro che già vi erano domiciliati, per la prima volta girò lo sguardo nelle regioni psicanalitiche?

E l’esperienza gli apprese come questa conoscenza reagisse nel modo più vigoroso e caratteristico sulle precedenti impressioni, se dopo un tale spettacolo venivano rinnovate. Con quale diverso animo, dopo aver indugiato presso Freud, rileggiamo, alla luce delle sue indagini, un lavoro speculativo come il grande saggio di Schopenhauer Sull’apparente premeditazione nel destino del singolo!

E qui, Signore e Signori, io sto per additare l’intimo e più segreto punto di contatto tra il mondo filosofico di Schopenhauer e quello naturalistico di Freud; nel saggio a cui fu già accennato, miracolo di penetrazione e di chiaroveggenza, troviamo questo punto di contatto. Ecco in breve l’idea misteriosa che Schopenhauer vi svolge: appunto come nel sogno la nostra propria volontà recita, senza averne alcun sentore, la parte del destino inesorabilmente obiettivo, tutto ha origine in noi e ognuno è l’occulto direttore di scena dei propri sogni, così anche nella realtà, questo grande sogno, che un unico essere, la volontà stessa, sogna con tutti noi, i nostri destini potrebbero essere il prodotto del nostro intimo, della nostra volontà, e quindi ciò che appare accaderci, noi stessi propriamente lo predisporremmo. Io riassumo molto insufficientemente, Signori; in verità, negli sviluppi dell’opera, si spiegano una grandissima forza di suggestione e la possente ampiezza dell’ala. E non solo la psicologia del sogno, a cui ricorre Schopenhauer, ha carattere spiccatamente analitico, ma non manca neppure l’argomento e paradigma sessuale; l’intero complesso delle idee è a tal segno un annuncio delle concezioni dovute all’indagine del fondo psichico, a tal segno una loro anticipazione filosofica, da esser presi da stupore! Poiché, ripetendo ciò che dissi in principio, nel mistero dell’unità di mondo e io, essere ed accadere, nello scorgere, in ciò che è apparentemente obiettivo e accidentale, la premeditazione psichica, credo di riconoscere l’intimo nocciolo della dottrina analitica.

 

Mi viene ora in mente una proposizione che un accorto, ma piuttosto ingrato virgulto del tronco freudiano, C. G. Jung, formula nella sua importante introduzione al libro dei morti del Tibet: <<Il vedere come cio' mi accada è tanto più immediato, più sorprendente, più efficace e quindi più pervasivo dell’osservare come io lo faccia >>. Proposizione ardita, anzi stravagante, che indica molto chiaramente con quanta tranquillità, in una determinata scuola psicologica, vengano oggi considerate cose, che Schopenhauer sentiva ancora come enorme pretesa ed <<esorbitante>> rischio del pensiero. Questa frase che strappa al <<fare>> la maschera dell’<<accadere>>, sarebbe pensabile senza Freud? Mai e poi mai! Essa gli deve tutto. Grave di presupposti, non è comprensibile e non avrebbe neppur potuto essere formulata, senza tutto ciò che l’analisi ha accertato e messo in luce sui lapsus della parola e dello scritto, sull’intera regione dello sbaglio, sullo scampo aperto dalla malattia, sull’impulso di autopunizione, sulla psicologia del caso sfortunato, in breve sulla magia dell’inconscio. Ma sarebbe stata ugualmente impossibile questa frase concisa, senza Schopenhauer e la sua ancora inesatta speculazione, che pur sgombrava la via con i suoi sogni audaci. Questo è forse il momento, Signore e Signori, di una solenne, breve polemica con Freud. Egli dunque non ha particolare stima della filosofia. L’amor di esattezza del naturalista gli consente difficilmente di considerarla come una scienza. Egli le rinfaccia di darsela a bere sulla propria attitudine a fornire un’immagine del mondo perfettamente coerente, di esagerare il valore conoscitivo delle operazioni logiche, di credere magari all’intuizione come fonte del sapere e di abbandonarsi addirittura a tendenze animistiche, dando fede alla magia della parola e all’influsso del pensiero sulla realtà. Ma vi è qui veramente una esagerazione del proprio valore da parte della filosofia? Da che altro mai è stato mutato il mondo se non dal pensiero e dal suo magico strumento, la parola? Io credo che effettivamente spettino alla filosofia la priorità e la superiorità sulle scienze fisiche, e che il metodo e l’esattezza servano il suo disegno nella storia dello spirito. Si tratta sempre alla fine del quod erat demostrandum. La mancanza di premesse della scienza è cosa della morale o dovrebbe esserlo. Vista alla luce dell’intelletto, essa è verosimilmente quello che Freud chiama un’illusione. Spingendo le cose all’estremo, si potrebbe dire che la scienza non ha mai fatto una scoperta a cui non fosse stata autorizzata e avviata dalla filosofia.

Chiudiamo la parentesi. Permettetemi di indugiare ancora un momento, non senza scopo, con Jung, che si giova di preferenza – come gli avviene anche in questa prefazione – dei risultati analitici per offrire alla nostra comprensione un ponte dal pensiero occidentale alla esoterica orientale. Nessuno ha come lui così rigidamente formulato l’affermazione di Schopenhauer e di Freud, che <<il datore di ogni cosa data è in noi – una verità, che, nonostante la sua evidenza nelle più grandi come nelle più piccole cose, pure non è mai conosciuta là, dove troppo spesso sarebbe tanto necessario, anzi indispensabile, conoscerla>>. Egli crede che un grande rivolgimento e numerose vittime siano forse necessarie, perché il mondo appaia come <<dato>> dall’essere psichico; poiché l’essere animale nell’uomo rifiuta di sentirsi il fattore di ciò che gli è dato. In verità l’Oriente si è in ogni tempo dimostrato più forte dell’Occidente nel soggiogar la natura animale, e non dobbiamo quindi stupirci di apprendere che, secondo la sua sapienza, anche gli Dei appartengono a quelle <<cose date>> che hanno origine dall’anima e son tutt’una con lei, immagine e luce dell’anima umana. Questo sapere che, secondo il libro dei morti, viene comunicato al defunto lungo la via, è per lo spirito occidentale un paradosso, che ripugna alla sua logica; poich’essa distingue soggetto e oggetto e rifiuta di lasciar questo perdersi in quello o da quello sgorgare. A dir vero, la mistica europea conobbe simili fantasie, e Angelo Silesio ha detto:

 

<<Io so che Dio non può vivere un attimo

 senza di me:

se io mi anniento, egli deve necessariamente

render l’anima>>.

 

Ma, in generale, una concezione psicologica di Dio, l’idea di una divinità, che non fosse puramente <<data>>, assoluta realtà, ma una cosa sola con l’anima e a lei legata, sarebbe insopportabile alla religiosità occidentale che finirebbe col perderci il suo Dio. E tuttavia religiosità significa precisamente vincolo,  nella Genesi si parla di un <<patto>>, che vincola Dio e l’uomo, la cui natura psicologica ho tentato di rendere nel romanzo mitico Giuseppe e i suoi fratelli. Permettete dunque che io vi parli di questo mio lavoro – esso ha forse qualche diritto di esser nominato nell’ora dell’incontro solenne tra la fantasia letteraria e la sfera psicoanalitica-. Abbastanza notevole – e forse non per me soltanto – che in esso domini appunto quella teologia psicologica che l’erudito attribuisce all’iniziazione orientale: questo Abramo è in certo modo il padre di Dio. 

 

 

 

 

 

      

(fine prima parte)
Nota editoriale: la seconda parte di questo testo, verrà pubblicata in un successivo numero di "Frenis Zero" dedicato ai rapporti tra psicoanalisi e letteratura del '900.

   

Nota iconografica: le foto delle opere che illustrano questa pagina sono tratte dalla mostra parigina "Mélancolie. Génie et folie en Occident" (Galeries nationales du Grand Palais, 13.10.2005 - 16.01.2006).

 

(dal comunicato stampa della mostra:

 

This exhibition has been organised by the Réunion des musées nationaux of France and the Staatliche Museen of Berlin, with the support of the Picasso Museum of Paris.
It will be on show at the Neue National Galerie in Berlin, from 16 February to the 7 May 2006.

No mental state has so occupied the Western mind as melancholy; going to the heart of the problems that preoccupy us today - from history to philosophy, from medicine to psychiatry, from religion to theology, from literature to art. Melancholy, traditionally the cause of suffering and folly has also, since antiquity, been considered one of the elements in the temperaments of those marked for greatness, in our heroes and geniuses. Its description as a sacred illness implies a certain duality and melancholy is still mysterious even though today, with its new name of depression, there is a medico-scientific approach to it. The iconography of melancholy is extraordinarily rich and it is therefore not surprising that it is history of art that has been in the forefront of the establishment of a new approach to the cultural history of this saturnine malaise.

The exhibition will offer the public a glimpse of these little-known riches by showing over 250 works divided into eight themes (Melancholy in Antiquity / The devil’s pool; The Middle Ages / The children of Saturn; The Renaissance / The anatomy of melancholy; The age of enlightenment / Light and shadow; The eighteenth century / The death of God; The romantics / The naturalisation of melancholy / The Angel of History; Melancholy and Modern Times), constants and variations on this sacred theme.  From Attic stele to contemporary works, from Dürer to Ron Mueck via La Tour, Füssli, Goya, Friedrich, Delacroix, Rodin, Van Gogh, Munch, De Chirico, Picasso and others this exhibition emphasises the vital role played by melancholy on the different forms of artistic creation throughout Europe.

 

Visitor Information

Hours
Open every day, except Tuesdays, from 10 a.m. to 8 p.m., Wednesdays from 10 a.m. to 10 p.m. (Ticket office closes 45 minutes before closing time).
Closed on 25 December.

 

Admission
Open all day.

  • without bookings: full price € 10, concession € 8
  • with bookings: full price € 11.30; concession price, € 9.30.
  • unlimited fast-track access with the Sésame card.
    Click here
    for further information.

Click here for further information about concession and free admission (French).

 

Bookings and ticket sales
In France

  • FNAC, Carrefour, Auchan, Géant, Galeries Lafayette, Bon Marché, Virgin Mégastore, BHV, Printemps-Haussmann 
  • by telephone 0.892.684.694 (€ 0.34 per minute)
  • by Internet: click here

Outside France

  • tel.: + 33 1 41 57 32 28
  • Belgium: Fnac or tel.: 0900 00 600
  • Switzerland: Fnac Geneva

 

 

Audioguide
French, €5 ; Sésame cardholders €4.

 

Curator
Jean Clair, general curator, director of the musée Picasso, Paris.

 

Exhibition Design
Hubert Le Gall.

 

Publications

  • Exhibition catalogue, under the direction of Jean Clair, 504 pages, 380 illustrations of which 300 in colour, €59, coedition RMN /Gallimard, distributed by Sodis, available in RMN bookshops.
  • Le Petit Journal des grandes expositions, by Hélène Prigent, 16 pages, 30 colour illustrations, RMN, €3.50. Available only at the Galeries nationales du Grand Palais and by subscription.
  • Mélancolie. Les métamorphoses de la dépression, by Hélène Prigent, 160 pages, 200 illustrations, €13,90, coedition RMN /Gallimard, distributed by Sodis, available in RMN bookshops.

 

Access
Metro: lines 1, 9 and 13; stations Champs-Elysées-Clemenceau or Franklin-Roosevelt
Bus: 28, 32, 42, 49, 72, 73, 80, 83, 93

 

Related events

  • lectures, concerts and films at the Auditorium of the Galeries nationales du Grand Palais
  • guided tours (in French). Book here.

 

Credits
Conception, design and production of the exhibition website: Mosquito

 

Press Contacts

Exhibition
Florence Le Moing
Réunion des musées nationaux
Tel. + 33 (0)1 40 13 47 62 - Fax + 33 (0)1 40 13 48 61
Press kit (French only)

Publications
Annick Duboscq
Réunion des musées nationaux
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