|
Maria Ritter è psicoanalista dell'I.P.A e vive
a La Jolla in California (U.S.A.). Questo articolo è una
rielaborazione dell'intervento che l'autrice ha tenuto al panel "Warm
Ashes - Smoldering or Igniting?", tenutosi al 45.o Congresso
Internazionale dell'I.P.A. (Berlino, luglio 2007). La traduzione in
italiano è di Giuseppe Leo.
Abstract in English1:
Santayana’s statement (1906), “Those who cannot
remember the past are condemned to repeat it,” holds especially true
when the trauma involves overwhelming childhood experiences of
survival during WWII and its aftermath in Germany and everywhere
directly effected by this war. It is one of the most horrid collapses
of decency and civility in the history of human civilization.
This paper attempts to put words to a personal story
unearthed in my personal, analytic work. While my book, Return to
Dresden (2004), gives a reflective, subjective, and historical account
of my family’s history during and after WWII in Germany, including
years of refugee life and the survival of the fire bombing of Dresden,
the paper presents an effort to reflect on and understand the verbal
as well as the non-verbal memories, affects and associations within
the psychoanalytic framework – in particular as they relate to trauma,
analytic process, complicated mourning, adaptive defenses, and lack of
psychic integration. In order to illustrate these connections, the
actual text is quoted.
One particular form of early repression associated
with massive trauma, the silencing of the child voice, emerges as a
profound, life-long defensive response in the service of maintaining
the fragile organization of early ego development. The process of
silencing serves both, the managing of experienced terror as well as
the organizing of intra-psychic conflicts around shame, guilt,
aggression and masochism.
Within the therapeutic experience of being listened to,
the ability to verbalize memories and reconnect repressed and
distorted affect is restored. This process ultimately reclaims the
ability to listen to oneself, fosters self-analysis, and empathy.
I will be discussing the concepts of trauma and
reconstruction, ranging from Freud’s etiology of neurosis and affect
trauma theory to a more contemporary debate over the usefulness of
trauma work at all (Blum, Fonagy), including the popularization of
victimhood as a contemporary cultural defensive
phenomenon (Reisner, Laub and Lee).
Within this
discussion, the underlying feelings of shame and guilt emerge as
significant counter-transference reactions when the heaviness of
anti-Semitism and the generational guilt of a “child of the
perpetrator nation” enter the therapeutic relationship. Clinical
examples of working with a Holocaust survivor and a woman of
German/Jewish descent will follow.
Freud’s comments to Einstein (1932) on feelings of
powerlessness in the face of humans waging wars include the hopeful
yet desperate appeal to counteract and balance the destructive
instinct by creating affectional ties and promote empathic
identification with others. Surviving trauma means defying death and
re-claiming the broken pieces of life with others.
|
La onnipresenza ed il continuo ricordo del trauma.
|
L'iscrizione sotto la statua
dell'emaciato recluso nel campo di concentramento di Dachau così
recita:
Den Toten zur
Ehr, Den Lebenden zur Mahnung.
(In onore
del morto, un ricordo/avvertimento al vivo).
Essa ci fa
esaminare e ci fa piangere sulle "Ceneri Calde" della perdita e del
male. I milioni di morti ci ricordano di elaborare il lutto tra tutti
noi e di continuare ad ascoltare e a parlare.

Sono
profondamente grata ai miei colleghi per questa esperienza di
ri-membrare e di ricordare. Sono pienamente consapevole del fatto che
qualcuno tra di noi oggi non può parlare, oppure passerà un brutto
periodo nell'ascoltare questi temi carichi di angoscia e di
orrore. Avrò qualche difficoltà anch'io nel parlarne.

L'affermazione di Santayana (1906) <<Chi non può ricordare il passato
è condannato a ripeterlo>> è particolarmente vera quando il trauma
implica esperienze stravolgenti che si sono verificate durante la
Seconda Guerra Mondiale e subito dopo essa in Germania e in ogni luogo
direttamente coinvolto da questa guerra. E' stato uno dei più orribili
collassi della convivenza civile e della civiltà nella storia umana.
Sessant'anni dopo la caduta del Terzo Reich e la fine dei massacri
nazisti, ci incontriamo da psicoanalisti in questa città, tutti noi
"in esilio" dopo esperienze traumatiche nella Germania nazista. Siamo
qui per condividere, per dar nome, e per ascoltare l'impatto di un
tale orribile passato sulle nostre vite e sul nostro lavoro coi
pazienti. E' una mia speranza quella di creare un'opportunità di
dialogo e di riconciliazione, e di trasmettere coraggio
nell'ascoltarci e tollerarci gli uni con gli altri in un'epoca in cui
il ciclo della violenza e del trauma continua a perpetuarsi in molte
parti del mondo.
Poche
settimane fa, mentre ero in seduta con un paziente, ci fu qualcuno che
bussò forte alla mia porta. Quando aprii, scoprii che due grossi
poliziotti in piena uniforme mi aspettavano. Quello che vidi erano
distintivi luccicanti da sceriffo, stivali lucidi e scure uniformi che
mi bloccavano la strada. Istantaneamente, mi posi l'onnipresente
domanda auto-accusatoria: <<Cosa ho fatto questa volta?>>. Mi
aspettavo di essere arrestata o che mi fosse notificata qualche
citazione in giudizio - la mia risposta paranoica era alimentata da
una recente citazione in giudizio per una cartella clinica.
Si può
ben avere una simile risposta, ma per me questa scena scatenò un "déjà
vu" familiare, come un vecchio incubo che stava diventando reale.

Nel
1947 vivevo con la mia famiglia a Lipsia, nel settore sovietico della
Germania occupata. Da ragazza sedicenne ero a conoscenza di soldati e
di poliziotti che giungevano nelle vicinanze, spesso al mattino
presto, per prelevare e portar via persone ritenute sospette -
qualcosa che non si vuole mai più vedere ancora nella vita. Vivevamo
in un mondo spaventoso in cui i vicini si spiavano l'un l'altro, e le
autorità si presentavano solo per accusare e per punire - non per
proteggere. Ho spesso temuto che anche mia madre potesse
improvvisamente sparire o essere catturata al mercato nero della città
dove la gente scambiava beni con denaro. Le mie paure si erano già ben
interiorizzate, supportate da introiezioni culturali, religiose e
familiari, come ad esempio la paura delle streghe e dei fantasmi, del
fuoco e del buio, di "Butzemann" (orco), di "Knecht Rupprecht", del
Dio Onnipotente, del diavolo e di altre creature nascoste2.

Queste
rigide direttive superegoiche sia interne che esterne erano ben
programmate nella coscienza collettiva della cultura nazista al tempo
in cui ero nata.
La vista
dei poliziotti alla mia porta ed il percorso diretto verso i miei
sentimenti di colpa, capaci di farmi sentire impotente, erano il
frutto di un passato 'programmato', la mia reazione
fisiologico-emozionale che è cresciuta sempre più tenue nel corso
degli anni, anche se mai del tutto estinta. Tali reazioni
post-traumatiche sono familiari alla maggioranza dei sopravvissuti ad
un trauma.
Ritornando ai poliziotti alla mia porta, alla fine ho udito uno di
loro chiedere: <<Qualcuno in questo appartamento ha chiamato il 9113
?>>. Io li fissavo e mi sorpresi a scusarmi di qualcosa che non avevo
fatto, e quindi tornai dal mio paziente che non aveva alcuna idea di
quanto fossi sconvolta. Il mio panico e il mio senso di colpa
immediati rappresentavano un altro percorso per me ben familiare
rivolto al mio passato di vergogna collettiva per i peccati dei miei
'padri e madri' nella Germania nazista. Sebbene io fossi una bambina
piccola durante la guerra, crescendo sono stata tormentata dal
rendermi conto che persino i membri della mia famiglia avessero
partecipato alle atrocità della guerra, che avessero sostenuto il
Fuehrer e che il prezzo che noi tutti pagavamo era quello di non
avere alcun diritto di parola. Il nostro destino era stata la nostra
punizione. Simili reazioni di colpa collettiva e correlata allo status
di sopravvissuti non sono proprietà solo di un'epoca o di una
nazionalità come è stato dimostrato dalla comunità coreana dopo il
massacro al "Virginia Tech" di Blacksburg (negli U.S.A.) nell'aprile
2007.
|
Il silenzio del bambino ed il
recupero del linguaggio. |
Forse
l'espressione tedesca "Es
hat mir die Sprache verschlagen"
(restai ammutolito) sarebbe un modo migliore per descrivere gli
effetti successivi ad un trauma grave, la risposta di shock che
consiste nel non essere capace di parlare allo scopo di organizzare
l'esperienza. Tale era l'esperienza di noi "Kriegskinder"4
, di noi bambini durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale nel 19455
. Nella seguente esperienza di colpa collettiva e di vergogna
nazionale durante il risveglio del dopo guerra, noi bambini non
ponevano domande.

Un
recente articolo sulla "San Diego Union-Tribune" (Domenica, 20 maggio
2007) diede il benvenuto al maestro tedesco Christoph Eschenbach per
un concerto con la "Philadelphia Orchestra". Esso conteneva i seguenti
commenti sulla sua storia personale:
<<E' nato
a Breslau, in Germania (ora Wroclaw, in Polonia) durante la Seconda
Guerra Mondiale. Sua madre morì alla sua nascita; suo padre,
musicologo ed anti-nazista, fu costretto ad arruolarsi nell'esercito
tedesco e morì sul fronte russo. Sua nonna e la sua bisnonna morirono
di malattia mentre cercavano di mettere in salvo il giovane Christoph.
Quando finì la guerra, l'allora orfano di cinque anni era così
traumatizzato che non riuscì a parlare per quasi un anno. Quando
cominciò le lezioni di pianoforte, la musica divenne la sua
salvezza>>.
Queste
esperienze hanno conseguenze che influiscono pesantemente sulla vita a
vari gradi di intensità nello sviluppo della capacità di tollerare gli
affetti, o, per meglio dire, lanciano una sfida a molti di noi a
vivere ed a lavorare con un disturbo post-tramatico da stress. E' un
dilemma condiviso da molti dei nostri pazienti e dei nostri colleghi.
Comunque, il conquistare la consapevolezza ed il trovare l'espressione
verbale da parte del bambino che si è messo in silenzio può aprire la
strada ad una migliore comprensione delle risposte difensive come ad
esempio il bisogno di mantenere ed idealizzare la sofferenza di fronte
all'aggressività, alla colpa ed alla vergogna. In breve, il trauma
deve essere ri-detto in parole. Con parole mie:
<<"Certamente abbiamo ricevuto ciò che abbiamo meritato" diceva mio
nonno dopo la guerra, ed io gli credevo. L'espressione del suo viso
quando guardava fuori dalla finestra denunciava amarezza ed una
solenne rassegnazione di fronte alla punizione di Dio ed alla pietà
per tutti noi. Per molti anni ho pensato che la mia storia non fosse
di alcuna importanza alla luce della sofferenza di milioni di vittime.
Allora un giorno, mi divenne chiaro che non è importante entrare in
competizione per lo status di vittima con coloro che sono vissuti
attraverso il loro trauma, ma piuttosto celebrare la vita che è stata
lasciata, una storia di un sopravvissuto alla volta - una persona alla
volta, una lacrima alla volta>>
(pag. XV
e 104).
Fu in
terza classe che vidi per la prima volta un tremolante filmato in
bianco e nero sulla liberazione di Auschwitz come parte di un
programma scolastico di de-nazificazione. Non avevo alcuna idea di
cosa stessi vedendo, ma ricordo le persone dal viso emaciato e dagli
gli occhi scavati che indossavano dei vestiti a strisce e che mi
guardavano dietro il filo spinato. Ero così terrorizzata che volevo
chiudere gli occhi. L'insegnante non faceva commenti su ciò che
stavamo vedendo, ed io non feci nessuna domanda a mia madre. Ciò che
avevo visto era troppo orribile per far delle domande a chiunque, ma
sapevo che il mio popolo aveva commesso tali crimini e che quella
visione era parte di una punizione. Solo più tardi, da adulta, visitai
il campo di concentramento di Dachau e comincia ad afferrare
l'enormità di queste atrocità e l'ideologia malvagia che c'era dietro
tali azioni. Quel giorno persi qualsiasi fede.
Mettere
in silenzio il bambino serve sia a favorire una rimozione funzionale
di impressioni visive ed uditive spaventose sia a stabilire lo stadio
dei conflitti attorno all'aggressività organizzata in modo nevrotico
ed alle inibizioni. Il trauma influenza il processo dello sviluppo
dell'io che viene a combinarsi coi problemi della regolazione e della
tolleranza degli affetti.
Ancora
oggi sono in corso di pubblicazione testimonianze di sopravvissuti
all'Olocausto e di altri sopravvissuti alla guerra, sia negli U.S.A.
che in Germania. Essi continuano a trovare una voce - persino dopo 60
anni. I motivi per questo ritardo sono molteplici. Sono convinta che
tra i tedeschi sopravvissuti alla guerra è dovuta prima morire una
generazione di genitori e di nonni prima che le loro ammonizioni
potessero venire disattese e fosse abbandonato il silenzio. Porre
delle domande a costoro avrebbe significato frugare nelle loro ceneri
calde di distruzione, e forse alimentare di nuovo il loro fuoco di
odio e dolore. E, cosa più importante, è rimasto poco tempo per
raccontare la storia.
Non molto
tempo fa avevo frugato tra le mie ceneri calde quando mi dedicai al
training analitico. Uno degli analista che mi intervistavano mi
chiese: <<Come queste esperienze della sua infanzia la hanno
influenzata come terapeuta?>> . Spinta da questa domanda, pensai alla
mia esitazione e vergogna quando in passato avevo lavorato con
pazienti ebrei ed alla mia preoccupazione per il loro transfert e per
il mio controtransfert. Essi mi vedevano come un'altra donna della
Gestapo, o una vecchia signora benevola con un accento tedesco, non
così dissimile da quello dei loro familiari più anziani, o ancora come
una vera 'freudiana' - dato il mio accento? Talora i pazienti ebrei
condividevano con me le loro reazioni, in altre occasioni se ne
andavano va dal mio studio dopo che avevano conosciuto la mia storia
in Germania.

Qualche
anno fa, un uomo anziano, un sopravvissuto ad un campo di
concentramento, si sedette nel mio studio inviato dallo psichiatra
della clinica che pensava che noi avremmo costituito una buona
"coppia" (analitica). Si presentò porgendomi i suoi documenti
ufficiali del campo di concentramento e sperava che io potessi
leggerli e tradurglieli. Il guardarli fece battere il mio cuore
all'impazzata e la mia voce iniziò a tremare non appena iniziai a
leggere per lui. Eccoci, eravamo un "Haeftling"(internato) ebreo ed
una figlia di un perpetratore nella stessa stanza. Ero pienamente
consapevole, per quanto difficile fosse per me provarci, che non
potessi mai pienamente comprendere l'enormità delle sue perdite, della
sua personale agonia, dell'estinzione della sua famiglia e del restare
senza una casa dopo gli anni del campo di concentramento. In modo
piuttosto singolare, egli si sentì capito da un'altra persona, me,
anch'essa immigrata, come affermò al nostro primo incontro.
Nel 1945,
quando egli era un ragazzo di 15 anni a lungo separato dai suoi
genitori, un tedesco nel campo di concentramento aveva risparmiato la
sua vita. Il mio paziente disse: <<Conclusi che non tutti i tedeschi
erano malvagi. C'era stato almeno un tedesco buono!>>. Raccontandomi
la sua storia carica di perdite insormontabili, mi aveva ricordato, in
modo inconscio, del mio popolo che aveva commesso tali atrocità, ancor
di più quando mi porse i suoi documenti di identità di Buchenwald con
un suo ritratto dal volto emaciato. C'era l'evidenza dell'agonia di
fronte a me. Guardavo a quel ritratto fotografico e rabbrividivo. Mi
riportò indietro alle immagini che avevo visto sullo schermo in terza
elementare. Nonostante il profondo abisso che c'era tra noi due,
durante i pochi mesi successivi egli mi faceva partecipare alla sua
lunga storia di vita fatta di sofferenze, di sentimenti di terrore e
di sintomi fisici cronici. Egli viveva col timore di essere ancora
perseguitato, nonostante tutti questi anni in cui era vissuto in un
Paese attento ai diritti umani, sicuro e rispettoso della libertà
religiosa. Un vicino lo stava citando in giudizio per un conflitto su
una proprietà ed egli era diventato depresso. Quando gli dissi che la
paura di perdere la proprietà e la casa gli potevano far ritornare
sentimenti di terrore che egli aveva provato nella Germania nazista,
cominciò a piangere sommessamente. Non potevo trattenere le lacrime.
Aveva bisogno di raccontare a me ed io avevo bisogno di tollerare
tutto ciò. Stavamo entrambi seduti in silenzio ed io ascoltavo le sue
parole ed i suoi silenzi. C'era quiete nella stanza.
Sentivo
che c'era un fragile ponte tra noi due, ed un barlume di
riconciliazione proprio dal fatto di essere insieme. Comunque, nel
profondo avevo paura della sua rabbia, di un inesplicabile rifiuto o
di una rappresaglia che egli potesse sfogare su di me in quanto
rappresentante del popolo tedesco. Ero commossa e sorpresa dai miei
potenti sentimenti di compassione, di profonda vergogna e di colpa.
Per me, non c'era alcuna via di scampo dai fatti, dai ricordi e dai
sentimenti tristi; sapevo che ci sarebbe voluto del tempo e delle
lacrime per lavorare con quelli miei6 .
Cominciai a scoprire nella mia analisi personale la sottostante
confusione attorno alla sofferenza al servizio del diniego della
rabbia e le mie distorsioni riguardo alla colpa individuale e
collettiva.

Molti
autori indicano l'importanza cruciale del contro-transfert nel lavoro
analitico.
Tra
di loro Volker Friedrich (1999) enfatizza l'importanza di analizzare
il contro-transfert, e tutte le proiezioni che si verificano l'uno
sull'altro al fine di ampliare la capacità di tollerare il dolore
psichico e l'ansietà ed approfondire la comprensione degli individui
discendenti della seconda e terza generazione, sia che discendano da
sopravvissuti sia dai perpetratori dell'Olocausto. Friedrich fa questo
commento:<<Riconoscere Hitler in noi è difficile per lo psicoanalista
tedesco>>. E' questo un orrendo compito che prende tutta una vita?7
Laub e
Lee (2003) affermano che il trauma <<libera l'istinto di morte creando
uno stato di defusione istintuale e di disinvestimento libidico>>, un
processo che conduce ad un fallimento della connessione empatica
all'epoca della traumatizzazione.
Alexander
e Margarete Mitscherlich (1975) descrivono la perdita dell'ideale del
super-io della nazione tedesca a seguito della caduta del Terzo Reich.
Questa perdita venne sperimentata come una ferita narcisistica
massicci e potenzialmente maligna.
In
riferimento ai concetti di Freud di lutto e di melanconia e della
perdita dell'ideale dell'io, gli autori affermano che, al fine di
evitare la loro svalorizzazione dopo la Seconda Guerra Mondiale, i
tedeschi collettivamente si distaccarono dai crimini effettivi
commessi come nazione. La voce più contemporanea del libro di Daniel
J. Goldhagen, "I volonterosi esecutori di Hitler: i tedeschi comuni e
l'Olocausto" (1996), ci fa capire qualcosa.
Chi
stava mettendo ordine in questo caos? Come generazione successiva
fummo lasciati dietro le rovine, ma vivi. Messi a confronto con le
questioni tormentose di chi sapesse cosa e chi facesse cosa senza
risposte chiare, molti di noi scivolarono in un masochismo ed in un
odio nazionale con un silenzio imposto dall'esterno oppure, più
spesso, auto-imposto che ha portato ad una sentenza a vita di
espiazione e di amnesia volontaria. In questo modo, la sofferenza
poteva assumere un'espressione eroica e stoica, addirittura
giustificata come uno scopo nobile in se stesso. al prezzo, comunque,
di una depressione cronica espressa nel pathos e nella melanconia. Ciò
sarebbe servito all'elevazione di un sé sminuito e, come nella mia
famiglia, ci avrebbe dotati di una opportunità di sfida a soffrire
'bene' ("ad immagine di Cristo"), nonostante la disillusione della
nostra fede in Dio e la perdita di fiducia nella guida dei più anziani
della nostra comunità religiosa.
Io non
avevo molto a che fare con tutto ciò oppure sì? Sembrava che i miei
genitori avessero pagato con perdite e con la disfatta la loro
partecipazione ed il loro sostegno all'ideologia di Hitler, ed io ero
nata in modo innocente in questa confusione spaventosa, vivendo col
dilemma della sconfitta nazionale, della colpa collettiva e della
vergogna personale. Che io avessi davvero molto a che fare con
tutto ciò lo scoprii dolorosamente lungo tutta la mia vita. La mia
eredità di pezzi frammentati comprendeva fatti storici incompleti,
segreti familiari e la perdita di membri della famiglia che
conoscevano la verità, in contrasto con i tesori, cui ero molto
affezionata, della mia grande cultura. Elaborare il lutto della
de-idealizzazione dei miei genitori li rese più umani; non avevo avuto
più tempo per difenderli nelle loro buone intenzioni.
Quel che
successe a noi figli della Seconda Guerra Mondiale non includeva solo
la perdita di persone significative, di case o di comunità, ma anche
portò alla perdita traumatica dell'"oggetto interno buono" ed a quella
di un Superio benigno. R. Schaeffer (1960) parla dell'importanza di un
Superio capace di amare e che è amato dato che esso rappresenta i
residui di un contatto emozionale al genitore o all'ideale del
genitore.
Mantenendo un tale contatto permette di evitare sentimenti di totale
abbandono e rifiuto (Freud, 1939, p. 139; R. Schaeffer (1960, p. 180).
Ho
concluso che una tale assenza di un Superio protettivo e capace di
conforto avviluppato in un tono culturale, sadico ma sommesso, di
punizione e di uccisioni abbia contribuito ad un'assenza di
rappresentazioni positive del sé e dell'oggetto e, ancor più, abbia
determinato un'incapacità di organizzare, afferrare e persino
ricordare il trauma8 . L'esprimere ed il
sentire empatia sono il risultato dell'auto-riflessione e di
un'esperienza di compassione. Il mondo in cui vivevamo era un mondo
rotto per tutti noi, per i membri della nostra famiglia, per gli
anziani e per gli insegnanti molto più a lungo di quanto non fosse
ufficialmente durata la guerra. Il lamentarsi degli orrori divenne un
processo spirituale e personale. Ecco un esempio di empatia
sacrificale di fronte alla realtà ed al controllo imposto dal senso di
dignità.
Ho un
ricordo molto nitido della mia famiglia seduta attorno al tavolo da
pranzo nel 1947 durante la "Hungersnot"9 ,
quando chiedevo più pane e mio fratello quattordicenne mi diceva: <<Se
io non ho fame, allora nemmeno tu ce l'hai>>. La compassione
giunse nelle nostre vite quando i pacchi della "American Care"
arrvarono con il cibo vero, coi giocattoli e con le note scritte piene
di gentilezza.
Questa
perdita di reciprocità e di sicurezza esistenziale continua ad essere
vera per molti sopravvissuti alla guerra, specialmente per quelli che
erano bambini, che vivono con un senso di passiva anticipazione di una
prossima catastrofe. Laub e Auerhahn (1998) parlano di "vivere in un
tempo preso in prestito ad uno stato di esecuzione estesa" (p. 379).
Una paura
di un'"esecuzione estesa"(Laub e Auerhahn, 1998) cominciò a
tormentarmi quando le Forze Alleate arrivarono a bombardarci e ad
ucciderci a Dresda nel 1945 allo scopo di aiutarci a liberarci dalle
malvagità del regime totalitario di Hitler. Persino dopo che la guerra
era finita ricordo che a Lipsia ci si sedeva fuori dalle case e si
aspettava la Bomba Atomica che ci avrebbe prossimamente colpiti. Al
confronto con queste paure l'attesa di una seconda venuta di Cristo,
annunciata dalle fanfare di trombe nel cielo (come mi si diceva al
catechismo) era veramente un pensiero confortante. Io mi
chiedevo: <<Sono state queste le più severe punizioni per noi, oppure
sono stati atti di empatia?>>.
L'aggressività era giustificata come un male necessario e la realtà
era sentita come fuori dal controllo di ciascuno. Sono arrivata alle
seguenti conclusioni.
Propongo
che per la generazione dei sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale,
specialmente per i "Kriegskinder", il compito sia quello di
comprendere la propria aggressività, distorsioni e le scissioni
provenienti dagli impulsi aggressivi che hanno disorganizzato tutte le
funzioni dell'io. L'intensità del male testimoniato dal mondo esterno
si è aggiunto alla distorsione degli impulsi di rabbia del mondo
interno grazie o all'onnipotenza o al diniego. Le "introiezioni
naziste", di cui Volker Friedrich (1999) parla, rappresentano gli
atteggiamenti inconsci come anche la vergogna silenziosa e la colpa
associate alle introiezioni culturali dei genitori. La rabbia repressa
si tramuta in odio di sé e masochismo.
Propongo
anche che noi "Kriegskinder" abbiamo bisogno di espandere la nostra
capacità di tollerare e di provare empatia per il dolore degli altri,
come nel mondo d'oggi questo è richiesto ai sopravvissuti
dell'Olocausto ed alle vittime del terrorismo. Abbiamo bisogno di
gestire la nostra ansietà e le risposte post-traumatiche che saranno
sicuramente risvegliate quando ascoltiamo l'altro. Le risposte di
vergogna e di colpa sono dei paraocchi che ci tengono lontani dal
notare e dal vedere. Comunque, senza i residui e la presenza di un
Superio che dà amore e sostegno è difficile vedere e far fronte alle
atrocità umane. Il dono della compassione e dell'accettazione, non
necessariamente del perdono, offre un ponte per recuperare l'amore per
se stessi.
Quindi,
l'analisi del proprio contro-transfert diventa cruciale nella
formazione di ogni analista con una storia personale traumatica quando
lavora con le vittime di traumi. E' all'interfaccia con la comune
traumatizzazione che l'identificazione e l'obiettività diventano
permeabili e la neutralità è una sfida dolorosa, come quando si lavora
con la rabbia ed il transfert negativo di un paziente o quando si
ascolta la ricostruzione del trauma. Quest'ultima è una modalità di
organizzare i fili dei ricordi in un'organizzazione gestibile dell'io.
|
La voce del trauma |
|
La guarigione dal trauma è un
processo tanto personale quanto universale e rimando
all'abbondante letteratura per ulteriori considerazioni. Il mio
proposito è stato quello di rivisitare i luoghi posti in
Germania ed in Polonia e di ri-raccontare la mia storia in parole
ed in riflessioni. Scrivere sul trauma è qualcosa di molto simile
allo stesso processo analitico, in cui le parole e le associazioni
fluiscono, intrecciate con elementi di racconti di storie, di
ricordi e di sentimenti emergenti, di conflitti inconsci, di sogni
poetici e di simboli enigmatici. L'affettività ed i movimenti
difensivi forniscono il significato, mentre nutrono una
ri-creazione di un'organizzazione conscia per le esperienze del
passato e del presente. E', comunque, l'unica esperienza
interpersonale che consiste nel parlare, nell' ascoltare e nell'
interpretare l'analisi del processo che permette al contenuto di
avere importanza. L'ascolto da parte dell'analista testimonia una
realtà che nel tempo si è incisa, si è congelata o distorta
e sommersa, ma ora ha una possibilità di cambiare.
Anziché parlare della guarigione
dal trauma, voglio condividere coi lettori due passaggi per
dimostrare il modo in cui parla il trauma. Dapprima il lettore
ascolterà la voce da adulta di mia madre in una lettera che
scrisse il 23 febbraio 1945, dieci giorni dopo che eravamo
sopravvissuti al bombardamento di Dresda, contrapposta alla mia
voce riguardante lo stesso evento, cercando di raccogliere
frammenti di memoria ed emozioni spuntate 50 anni dopo. La
ricostruzione di mia madre delle sue esperienze traumatiche è
contrassegnata da uno stile telegrafico del resoconto, uno sforzo
di organizzare proprio cosa è successo a noi tutti. E' la
voce dello stordimento e dello shock svuotato di ogni affetto.
La mia voce infantile che
ricorda è molto più viscerale e frammentata, vicina al processo
primario. Espressi verbalmente e poi scrissi questo testo al tempo
presente, in inglese anziché in tedesco. A volte ho inserito dei
residui di parole familiari e simboliche. Mi sono persino sorpresa
a scivolare in immagini poetiche come per afferrare grazie
alla forma artistica delle parole, presa in prestito da versi e da
musiche, qualcosa a cui la mia voce adulta potesse connettersi e a
cui potesse contribuire. Comprendo questo flusso come una
ricostruzione di ricordi che ha un qualcosa di regredito, che
attacca le emozioni, un tempo soffocate, al linguaggio nel lavoro
analitico. Entrambe le voci sono frammentate e mostrano una
significativa assenza di affetto al momento della ricostruzione.
La mia ricostruzione è stata
letta in inglese, sebbene a volte delle parole tedesche
venivano ad esservi associate(*).
Un brano della lettera tradotta
di mia madre, scritta a Dresda di notte, il 13 febbraio
1945:
<<... Allora un nuovo allarme.
In fretta giù per le scale! Pensavamo che il mondo stesse per
finire. La prima incursione aerea non era nulla a confronto con
questa. La casa oscillava avanti e indietro e prese fuoco. Non
c'era una casa che non fosse incendiata --- su e giù per la
strada... fumo, fumo. In un ingresso il nostro primo riparo. Ma
anche quella casa stava bruciando, ci stringemmo tutti insieme.
Oma e Liddy cercarono ancora una volta di uscire, ma subito
ritornarono indietro. Oma e Liddy giacciono a terra, completamente
esausti. Liddy disse: "Stiamo tutti andando incontro alla morte
qui". Il fuoco venne giù per le scale, tutto era in fiamme,
la porta d'ingresso della casa, tutto. Oma in modo composto stava
avendo un attacco di cuore, era così blu. Liddy soffocava, ma non
potevo essere loro di alcun aiuto. Ognuno soffocava o bruciava. Io
fui tenuta sveglia solo dai bambini che dicevano: "Mamma,
sei ancora viva?" Con le mie ultime forze, al mattino presto,
cercai di rompere la porta della casa incendiata. Ci riuscii. I
bambini fuori--- Ruth fuori. Maria era interamente avvolta dalle
fiamme, le spensi col mio cappotto --- usciti. Tutti gli altri
erano morti". (Ritter, p. 84)10
.
La mia voce della stessa notte
di Dresda:
(Brani) <<Corro verso la porta
aperta, mia madre... faccio un passo--- il fosforo mi dà fuoco.
Sto andando a fuoco!... Le mie calze prendono fuoco, rapidamente
intorno a me, lingue arancioni, grido... Brucio come una torcia...
Mia madre corre verso di me, prende il suo cappotto e mi avvolge
con esso strettamente tutt'intorno.. le fiamme sono finite...
caldo... non più così male. Fuori per strada, in piedi insieme. Un
vecchio cammina... non so chi sia. La nonna e zia Liddy non sono
con noi...La luce del giorno si sta intensificando; stiamo
camminando... per le strade. Camminando su rottami, corpi là...
fumo e ceneri, un cavallo morto... non vedere. Arancione, non più
tempesta di fuoco. Asfalto caldo, le scarpe sono appiccicate,
lasciate lì. Tutti noi camminiamo nel parco... gli alberi
bruciano, tronchi carbonizzati.... E' buio per giorni... Dicono
che le mie ferite stanno finalmente meglio quando chiedo qualche "Wurst"...
Ridono di ciò... "Eri molto malata in quei giorni">>. (p. 82, 83)
Così, mia madre mi ha salvato la
vita, e lei fece lo fece ancora, in seguito, nel campo profughi e
quando ci condusse fuori dalla zona sovietica. In entrambe le
nostre storie, Anna ed io contavamo sulla presenza delle nostre
madri per mantenere un legame emozionale tanto fragile quanto
rassicurante. La ricostruzione non solo implica il cercare e
scoprire fatti ed eventi passati, ma richiede una valutazione
soggettiva delle proprie associazioni, dei ricordi, delle emozioni
e dei conflitti in presenza dell'altro. Ciò che non può
essere messo in parole verrà ad essere ri-agito ("re-enacted") nel
transfert e sentito nel controtransfert, ma può essere osservato e
tollerato, in condizioni di sicurezza, insieme nell'esperienza
analitica.
Questo processo permette di
ri-organizzare una mente caotica e ferita nel contesto di una
relazione importante e di recuperare, con un senso di speranza,
delle "rappresentazioni di oggetti buoni".
In senso evolutivo e
retrospettivo, quel periodo di trauma condensò la mia esperienza
di precoce idealizzazione della figura materna in una combinazione
conflittuale di gratitudine per avermi salvato la vita, di rabbia
per il dolore e di deprivazione per ciò che io ritenevo fosse di
sua responsabilità, passando per l'idealizzazione, e un sentimento
prematuramente realistico di rassicurazione che su di lei si
potesse sempre contare. Comunque, questo ebbe luogo in un clima di
silenzio oppressivo circa il perché tutto ciò fosse accaduto, chi
ne avesse la responsabilità, e circa cosa serbasse il futuro - con
la rara eccezione del commento di mio nonno secondo cui noi tutti
"meritavamo" tutto ciò. Le lezioni della storia affidano a noi
analisti una storia traumatica le cui ceneri calde dobbiamo
condividere con un altro. Condividere in presenza dell'empatia è
il primo passo verso la riconciliazione.
|
Caso clinico: rompere il
silenzio |
|
Un caso clinico illustra il
dilemma tra ricostruzione e riorganizzazione di un io una
volta frammentato con mancanza di coerenza emozionale nel
trattamento di una donna quarantenne. L'atteggiamento di
rifiuto da parte della sua madre tedesca ad aprire i propri
ricordi e le proprie emozioni non permetteva alla figlia di
costruire un mondo interno sicuro e ricco. Il negarle le sue
storie di guerra e di sopravvivenza ad essa l'aveva
impoverita. Il bisogno della mia paziente di conoscere la
storia della sua famiglia, quella di suo padre ebreo
americano, la lotta per la sopravvivenza di sua madre nella
Berlino del 1945, e il ritrovare una sorellastra della madre,
tutto ciò divenne il lavoro basilare da fare per conoscere se
stessa. Il suo profondo desiderio di conoscere meglio la sua
nonna berlinese 'Omi', una donna con cui si poteva
identificare, avventurosa ed energica, consentirono la
realizzazione del suo desiderio di affermazione e di
separatezza. Le sue scoperte concernenti il proprio
mondo interno la condussero a rappresentazioni de sé e
dell'altro più complete. Una connessione empatica era stata
recuperata non solo con sua madre, ma anche con me attraverso
il processo del transfert. Scoprire la sua storia mi servì
alla comprensione della mia storia. Le mie paure di perderla,
proprio come sua madre temeva l'abbandono di sua figlia, erano
al servizio di un'importante funzione di chiarire
l'individuazione senza l'abbandono.
|
|
Note conclusive |
|
I commenti di Freud
(1932) ad Einstein sui sentimenti di impotenza di fronte
alle guerre che gli uomini intraprendono includono
l'appello pieno di speranza, eppure anche disperato di
contrapporsi e di bilanciare l'istinto distruttivo creando
legami affettivi e promuovendo l'identificazione con gli
altri. Sopravvivere al trauma significa sfidare la morte e
ri-chiamare i pezzi rotti della vita con gli altri. La
ricostruzione sfida la distruzione. L'analisi è un atto
congiunto di sfida nei confronti degli impulsi distruttivi
tanto esterni quanto interni al servizio della loro
comprensione e della loro integrazione, con la speranza di
ri-stabilire i legami affettivi nei confronti degli eventi
e degli oggetti significativi. Sane identificazioni
frenano le spinte dal basso. Comprendere e gestire
l'aggressività è stato uno dei più difficili compiti nel
mio viaggio personale e professionale e, lo so bene, nella
guarigione di altri sopravvissuti. Il dilemma di vedere la
rabbia che si manifesta nella violenza catastrofica mentre
si prega "liberaci dal male" mi ha reso difficile, e lo
ipotizzo per qualsiasi altra persona con una storia di
trauma, umanizzare ed organizzare gli elementi roventi
degli impulsi aggressivi.
La
frase proverbiale "Reden
ist Silber, Schweigen ist Gold"
(parlare è argento, il silenzio è d'oro) potrebbe sembrare
un consiglio per l'analista alle prime armi. Per
l'analizzando, comunque, è sia nell'argento (il parlare)
che nell'oro (il silenzio) che il processo analitico
inizia a far luce. Questo processo diviene interpretabile
grazie alla testimonianza dell'analista; il vostro ascolto
verso di me oggi è parte di quell'esperienza. Il processo
del ri-cordare permette l'integrazione e, secondo
Santayana, offre un'alternativa necessaria alla
proverbiale 'condanna a ripetere'. La nostra speranza come
psicoanalisti è quella di riscrivere, in modo leggermente
differente, la frase di Santayana: "Coloro che non possono
ricordare il passato sono condannati a ripetere in
analisi".
Alcuni anni fa il mio fratello maggiore mi diede una
piccola spilla con un ritratto di mia madre risalente a
quando aveva un anno di età. I suoi bei occhi
esprimevano meraviglia, innocenza e speranza. Era nata a
Berlino nel 1903. La spilla in qualche modo aveva
continuato a parlare attraverso gli anni del
disastro: fughe, fuoco e cenere, vita da rifugiati,
carestie, morte, musica e sollievo. E' il residuo
oggi di una presenza, che rievoca l'innocenza della
vita e la resilienza dello spirito umano. |
| |
|
|
|
|
|
NOTE
del traduttore:
(*) Al
Congresso dell'I.P.A. del 2007 l'autrice ha letto al pubblico i
testi da lei indicati, e l'autrice aggiungeva questa precisazione:
<<Dato che la mia lingua madre è il tedesco, ne ascolterete ancor
più la componente affettiva nella mia voce e nel modo in cui leggo
il testo>>.
|
|
NOTE dell'autore:
(1) Una
precedente versione di questo articolo è stata presentata ad un
seminario presso l'Istituto e la Società Psicoanalitica di San
Diego il 26 marzo 2004 con i dottori Haig Koshkarian e Robert
Nemiroff come discussants. Le seguenti persone vi hanno
contribuito con le loro idee e coi loro utili suggerimenti:
Marky Reynolds, Dr.
Michele Stewart, Dr. Winfried Ritter, Dr. Gay Parnell, and Dr.
Robert Tyson.
(2) Si veda
"Der Struwwelpeter", 1844, del Dr. Heinrich Hoffmann (1809-1894),
uno psichiatra con un particolare interesse per la
psichiatria infantile. Freud molto probabilmente conosceva bene
questo libro. Io ne ricordo chiaramente il testo e le immagini.
(3) Il "911"
è il numero di telefono nazionale per le emergenze.
(4) Con il
termine "Kriegskinder" in questo contesto vengono definiti i
bambini nati prima e durante la Seconda Guerra Mondiale i quali
sono stati esposti ai traumi della guerra e sono sopravvissuti. Le
loro esperienze hanno lasciato delle cicatrici fisiche ed emotive
di vario grado di reattività nel loro funzionamento mentale, in
relazione all'età ed alle costellazioni sia esterne che interne
(M. Ritter).
(5) Si veda
il "Tagungsreport:
Die Generation der Kriegskinder und ihre Botschaft
fuer Europa sechzig Jahre
nach Kriegsende, 14.04.2005 – 16.04.2005,
Frankfurt, Germany". La conferenza fu frequentata da 600
esperti e testimoni e si focalizzò, tra le altre cose,
sull'intento di fermare il silenzio della generazione dei genitori
chiamando per nome le atrocità. Il dialogo non intendeva creare un
modello di "competizione tra le vittime". Gli effetti della guerra
sui bambini venivano descritti coi seguenti elementi: essere
cresciuti "presto nella vita", alte aspettative verso se stessi di
funzionare in modo indipendente, sentimenti di colpa ed incapacità
di chiedere ai genitori cosa fosse accaduto allora, una "fiducia
primaria" disturbata, ed un'identità fragile. Tali elementi sono
stati trasferiti alla generazione successiva dei sopravvissuti.
(6) Si veda anche Ritter, M.
"Return to Dresden", The Mitzvah, p. xxiii.
(7) Si noti la recente presa
di posizione ufficiale della "American Psychoanalytic Association"
nel condannare la tortura. <<In quanto organizzazione di
psicoanalisti che hanno dedicato le loro vite ad aiutare la gente
ad annientare gli effetti del trauma nelle loro vite, l'ApsaA
protesta energicamente contro ogni tortura, includendo ogni
tortura somministrata ed approvata dal governo nei confronti di
persone detenute. La tortura degrada chi la subisce e chi la
somministra. Gli effetti di tale degradazione fisica e morale, lo
sappiamo, sono trasmessi alle famiglie ed ai discendenti tanto
delle vittime quanto dei perpetratori>> (si veda il sito web dell'ApsaA).
(8) <<Si può arrivare a
tal punto da credere che l'opacità del trauma (...) vale a dire,
nei miei termini, la sua resistenza alla significazione ---
sia allora ritenuta responsabile dei limiti del ricordare>> (Jacques
Lacan).
(9) "Hungersnot" significa
carestia.
(10) <<...Dann
neuer Alarm. Schnell runter! Wir dachten, die Welt geht unter. Da
war der erste Angriff gar
nichts
gewesen. Das Haus schwankte hin und her und brannte. Kein Haus
brannte nicht – die ganze Strasse
auf und
ab….Qualm, Qualm. In einem Hausflur, erster Schutz. Aber das Haus
brannte auch, wir kauerten
uns
zusammen. Oma und Liddy versuchten nochmal raus, kamen aber
wieder...Oma und Liddy legten sich
hin,
voellig erschoepft. Liddy sagte, hier gehen wir zugrunde. Das
Feuer kam die Treppe herunter, alles
brannte,
die Haustuer, alles. Oma hat wohl gnaedigerweise einen Herzschlag
gehabt, sie war ganz blau.
Liddy
ist erstickt, ich sah es und konnte nicht helfen. Alles erstickte
oder verbrannte. Ich selbst wurde nur
durch
der Kinder Fragen,”Mutti, lebst du noch?” wach gehalten. Mit
letzter Kraft gegen Morgen versuchte
ich die
brennende Haustuere aufzureissen. Es gelang. Die Kinder raus –
Ruth raus, Maria brannte
lichterloh, loeschte sie mit meinem Mantel aus – raus.
Alles andere tot….>>
(Ritter, M. Personal letter).
|
|
|
BIBLIOGRAFIA:
|
Adelman, A. (1995) Traumatic
Memory and the Intergenerational Transmission of Holocaust
Narratives. Psychoanalytic Study of the Child, 50:343-367.
Anonyma. (2003) Eine Frau in Berlin.Eichhorn Verlag, Frankfurt am
Main.
Arlow,
J.A. (1985) Some technical problems of countertransference. PQ,
54:164-175.
Brenner, C. (1982). The Mind in Conflict. New York: Int. Univ.
Press.
Blum,
H. (1994). Reconstruction in Psychoanalysis. Madison, CT: IUP.
Blum,
H. – Fonagy, P. Debate. (2003). IJPA Discussion Group, Bulletin
N0.573.
Blum,
H. (2003). Psychoanalytic Controversies. IJP 84: 497-513.
Bodenstab, J. (2004) Under Siege: A Mother-Daughter Relationship
Survives the Holocaust. Psychoanalytic Inquiry, 24, #5: 731-751
Boxer, Sarah. (2002). Authors as Patients: Analysts Read Between
Their Lines. The New York Times, Wednesday, March 13, 2002.
Freud, A. (1962). Comments on psychic trauma.
In Furst (1967), pp. 235-245.
Freud,
S. (1914) Erinnern, Wiederholen und Durcharbeiten. Fischer Verlag,
Gesamtausgabe, X: 126-136.
Freud,
S. (1917).
Introductory lectures on psychoanalysis. (Part III). General
theory of the neurosis. Standard Edition, 16, 241-496.
Freud, S. (1919). Introduction to psychoanalysis and the war
neuroses. Standard Edition, 17, 205-210.
Freud, S. (1920). Beyond the Pleasure Principle, S.E., 18: 7-64.
Freud,
S. (1923). Das Ich und das Es, Fischer Verlag, Gesamtausgabe,
XIII: 235-289.
Freud,
S. (1932). Warum Krieg? GW, 16: 13-27.
Fischer Verlag, 1999.
Freud, S. (1937-1939). Analysis Terminable and Interminable. S.E.,
23: 211-253.
Freud, S. (1937). Constructions in analysis. S.E., 23: 255-269.
Freud, S. (1939). The Man Moses and the Monotheistic Religion.
S.E., 23:255-269.
Freud, S. (1939). Moses and Monotheism. New York: Vintage Books,
1955.
Friedrich, V. (1999). The Internalization of Nazism and its
effects on German Psychoanalysts.
Psychoanalytic Quarterly 68:155.
Froehlich, E. (Hrsg.). (2005). Als die Erde brannte. Knaur
Taschenbuch Verlag
Fonagy, R. (1999). The Process of Change and the Change of
Processes: What can Change in a ‘Good Analysis.’ Keynote Address
to the Spring Meeting of Division 39 of the American Psychological
Association, New York, April 16, 1999.
Grubrich-Simitis, I. (1984). From Concretism to Metaphor –
Thoughts on Some Theoretical and Technical Aspects of the
Psychoanalytic Work with Children of Holocaust Survivors.
Psychoanal. St. Child, 39:301-319.
Goldhagen, D. (1996). Hitler’s Willing Executioners: Ordinary
Germans and the Holocaust, Vintage Book, USA.
Hirsch,
H. (2004) Schweres Gepaeck. Koeber Stiftung, Hamburg.
Herbst, J. (1999) Requiem For a German Past. The University of
Wisconsin Press.
Katan,
A. (1961). Some Thoughts about The role Of Verbalization In
Childhood.
Psychoanalytic Study of the Child, 16: 184-188.
Kent, M.
(2003) Eine Porzellan-Scherbe im Graben. Scherz Verlag, Bern.
Kris, E.
(1956). The
recovery of childhood memories in psychoanalysis. PSOC, 11:54-88.
Krystal, H. (1978) Trauma and affect. Psychoanalytic Study of the
Child.33: 81-116.
Laub,
D. and Lee, S. (2003). Thanatos and Massive Trauma: The Impact of
the Death Instinct on Knowing, Remembering, and Forgetting. JAPA,
51/2: 433-464.
Laub, D.
And Auerhahn, N. (1989).
Failed Empathy – A Central Theme in the Survivor’s
Holocaust Experience. Psychoanalytic Psychology, 6:377-400.
Laub,
D. (1998). The Empty Circle: Children of Survivors and the Limits
of Reconstruction. Japery. Psychoanal. Assn., 46:507-529.
LeDoux, J. (2002). The Synaptic Self. NY: Peguin Books.
Lorenz,
H. (2005) Kriegskinder. Ullstein Buchverlage, Berlin.
Mitcherlich, A. and Mitcherlich, A. (1975). The Inability to
Mourn. Muenchen: R. Piper& Comp.Verlag.
Ornstein, A. (2004) My Mother’s Eyes, Holocaust Memories of A
Young Girl. Emmis Books, Cincinnati, OH
PDM
Task Force (2006). Psychodynamic Diagnostic Manual. Silver
Springs, MD: Alliance of Psychoanalytic Organizations.
Poland, W. (2000). The Analyst’s Witnessing and Otherness. JAPA,
48/1: 17-34
Reisner, St. (2003). Trauma: The Seductive Hypothesis. JAPA, 2003,
52/2: 381-414.
Reich, A. (1951) On Countertransference. In Psychoanalytic
Contributions. New York: Int. Univ. Press, 1973, pp. 136-154.
Ritter, M. (2004). Return to Dresden. Jackson, Miss: The Univ.
Press of Miss.
Rothstein, A. edit. (1986) The Reconstruction of Trauma, Madison:
IUP, Inc.
Schaeffer, R. (1960). The Loving and Beloved Superego in Freud’s
Structural Theory. Psychoanal. St. Child, 15:163-188.
Stern, M. M. (1968), Fear of Death and Trauma. Int. J.
Psycho-Anal. 49: 457-461.
Santayana, G. (1906) Reason and Common Sense, first Volume of The
Life of Reason, New York: Dover, 1980.
Schlesinger, Herbert J. (2003). The Texture of Treatment,
Hillsdale, NJ: The Analytic Press.
The
San Diego Union-Tribune, Sunday, May 20, 2007, section, E, 4 and
7.
Time
Magazine, January 17, 2005, The Importance of Resilience, p. A52.
Tagungsbericht:
Die Generation der Kriegskinder und ihre Botschaft fuer Europa
sechzig Jahre nach Kriegsende. Lu
Seegers, reporting, Frankfurt, 14.04.2005-16.04-2005
|
|