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Scienze della Mente, Filosofia, Psicoterapia e Creatività

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CIVILTA', DISASTRI DELL'UMANITA' E MEMORIA COLLETTIVA.

 

 di Werner  Bohleber 

 

Werner Bohleber è psicoanalista a Francoforte sul Meno e presidente della "Frankfurt Psychoanalytical Society". E' 'editor' della rivista di psicoanalisi tedesca "Psyche". La traduzione in italiano del presente saggio è di Giuseppe Leo. 

                            for english version click here        

Ne "Il disagio della civiltà" Sigmund Freud descrive come la civiltà umana proceda attraverso limitazioni poste sopra  la libido e l'aggressività. E' questo un processo messo in moto dall'insorgere di sentimenti di colpa che sono soggetti ad un sempre crescente rinforzo quanto più avanza la civiltà, accompagnati da una perdita di felicità individuale. Nell'ambito di questo processo, l'inclinazione umana all'aggressione rappresenta una minaccia  particolare. La civiltà deve perciò mobilizzare tutto ciò che è possibile per limitarla, cercando di farlo innanzitutto attraverso le identificazioni con gli altri e le relazioni intime. Venendo meno le limitazioni, comunque, l'aggressività smaschera l'umanità nel rivelare la bestia selvaggia che nasconde dentro. Freud indica gli orrori della storia fino alla Prima Guerra Mondiale come prova dell'esistenza effettiva di tale nozione e della presenza di una pulsione distruttiva. La fatidica  questione per la specie umana sembra essere se ed in quale misura il suo sviluppo culturale avrà successo nel padroneggiare il disturbo arrecato alla vita in comune  da parte dell'impulso umano all'aggressione e all'auto-distruzione. In più, Freud sottolinea che il genere umano è avanzato fino al punto che "non avrebbe alcuna difficoltà a sterminarsi l'un l'altro fino all'ultimo uomo" (1930, 145). Ciò, egli osserva, aiuta ampiamente a spiegare il disagio, l'infelicità ed il senso di ansietà degli uomini.

Egli comunque non fa commenti sul modo in cui la gente continuerà ad essere influenzata  dagli effetti traumatici della miseria, dell'inquietudine e dell'ansietà che esistevano dieci anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, la 'Ur-catastrophe' del XX secolo. Freud era interessato alle basi antropologiche della civiltà, alla battaglia tra Eros e la pulsione di Morte. Egli non si interessa  ai traumi collettivi ed alle loro conseguenze per lo sviluppo culturale. Ad un certo punto, comunque, egli accenna brevemente al tema, sebbene solo per allontanarsene subito dopo: "Quantunque possiamo ritrarci inorriditi da certe situazioni - di un galeotto nell'antichità, di un contadino durante la Guerra dei Trent'Anni, di una vittima della Santa Inquisizione, di un ebreo in attesa di un progrom -  è nondimeno impossibile per noi identificarci a nostro modo con queste persone - intuire i cambiamenti che l'originaria ottusità della mente, un graduale processo che istupidisce, la fine delle speranze, e metodi più crudeli o raffinati di narcotizzazione hanno prodotto sulla loro capacità di recepire le sensazioni di piacere e di dispiacere. Inoltre, nel caso della più estrema possibilità di sofferenza, vengono messi in atto speciali dispositivi di protezione della mente. Mi sembra vano proseguire su questo aspetto del problema ancora" (1930, 89). 

 

Possiamo solo operare delle speculazioni sul modo in cui Freud avrebbe scritto il suo lavoro Il disagio della civiltà all'indomani delle catastrofi dell'Olocausto e della Seconda Guerra Mondiale. Ci volle molto tempo prima che la comunità psicoanalitica fosse nella posizione di poter descrivere ed esaminare le conseguenze estremamente traumatiche di tali catastrofi. Gli analisti si unirono ad  altri studiosi nel loro persistente stato di perplessità riguardante i crimini dell'Olocausto, la strage su scala industriale del popolo ebreo e di altre minoranze. Per tali motivi gli storici hanno avuto bisogno di molto tempo per essere capaci di identificare adeguatamente e di descrivere il nucleo centrale del Nazionalsocialismo: la distruzione di massa di esseri umani. Lo storico Dan Diner scrive: "Quello che ad un primo sguardo appare essere un puro stato morale di perplessità, ad un esame più attento mostra di essere una fondamentale rottura molto più profondamente radicata. L'evento storico di Auschwitz tocca strati di civile certezza sui requisiti basilari delle relazioni interpersonali. La distruzione di massa amministrata con pianificazione burocratica ed eseguita su scala industriale è stata il prodotto del  rifiuto di una civiltà i cui pensieri e le cui azioni sono guidati da una razionalità che presuppone un minimo di fiducia in anticipo... Una fiducia che si apre alla società nella regolarità sociale della vita e  della sopravvivenza è stata trasformata nel suo opposto: la distruzione di massa è stata certa- la sopravvivenza, comunque, è stata lasciata al caso" (Diner 1988, 7). 

Il pensiero storico deve aprirsi fino all'aspetto traumatico di questa esperienza di collassamento della civiltà. Incluso nel trauma estremo è il potere della distruzione del significato, che ha riguardato la natura del pensiero storico stesso. Parlando in generale, la storiografia è una strategia culturale portata a conferire agli eventi un significato storico ed a ordinarli nel più ampio contesto significativo del passato e del presente. Rispetto all'Olocausto ed alle altre catastrofi con genocidi, comunque, gli storici sono occupati dalla questione di come l'esperienza autentica collettiva possa essere adeguatamente registrata, in modo tale che l'orrore dell'esperienza ed il fatto storico del trauma, estremamente brutale e privo di senso, non venga inglobato da categorie storiche in cui il carattere traumatico dell'evento si dissolva. Come può la trasformazione del passato dalla modalità del ricordo e della memoria in quella della comprensione scientifica trovare il suo posto in un tempo in cui l'accesso alla testimonianza diretta sta scomparendo insieme alla generazione delle vittime e dei perpetratori? Come si può andare incontro al pericolo quindi che  ciò che è stato traumatico venga normalizzato e che venga  snaturata la specifica natura del Nazional-Socialismo? 

 

Queste sono le questioni a cui gli storici cercano di rispondere ed a cui gli psicoanalisti possono dare un sostanziale contributo. La minaccia posta dalla normalizzazione è favorita da specifici meccanismi di difesa a cui noi tutti siamo soggetti quando veniamo a contatto con simili traumi estremi - come vittime, come spettatori, come ascoltatori, o come studiosi. Nel seguito vorrei quindi brevemente riassumere cosa sappiamo nell'ambito della psicoanalisi delle traumatizzazioni e dei loro effetti tardivi:

1. La realtà traumatica annienta le difese dell'Io e le sue risorse adattative, ed inevitabilmente causa un senso di disperazione, ansia automatizzata, ed una regressione a funzioni arcaiche dell'Io. L'ansia rompe lo scudo psichico ed inonda l'organismo con quantità ingestibili di stimoli, facendo piombare l'Io in uno stato di completa disperazione. L'evento orribile irrompe nella vita umana. Lo stimolo estremo annienta la struttura psichica del significato, e produce un'angoscia automatica inesprimibile. Il trauma ha la tendenza a ripetersi in 'flashbacks', incubi, e sintomi. Tale ripetizione ha il carattere di ciò che non è compreso e che irrompe in profondità, ma essa è anche il tentativo dell'Io di afferrare e di venire a patti con l'incomprensibile. L'individuo traumatizzato cerca di addomesticare e di mitigare  l'autentico trauma dandogli un nome ed inserendolo in un comprensibile sistema causale di azioni. E' paradossale che il trauma sia in effetti casuale ed estraneo, eppure per quanto esso rimanga estraneo sarà rivissuto e ritornerà sotto forma di improvvise ripetizioni senza essere compreso. Poiché, in generale, gli uomini non possono vivere senza spiegazioni, cercano di attribuire al trauma un significato individuale e di storicizzarlo in tal senso. Queste storicizzazioni retroattive sono il più delle volte ricordi di copertura (ricordi schermo). Se tali ricordi di copertura possono essere riconosciuti come tali e l'autentica o più vera storia ricostruita, allora la temporalità può essere ri-aperta e le dimensioni del futuro, del presente e del passato possono interagire dialetticamente (Baranger u.a. 1988). 

 

2. Sappiamo che in casi di estrema traumatizzazione tale processo di integrazione e di storicizzazione del trauma spesso fallisce. I cosiddetti 'disastri dovuti all'uomo' , come l'Olocausto, la guerra, la persecuzione etnica, e la tortura, perseguono lo scopo di annichilire l'esistenza storica e sociale dell'essere umano. Integrare l'esperienza traumatica in una narrazione sovraordinata non è quindi possibile in un atto idiosincratico; invece, necessita, oltre ad un ascoltatore empatico, anche un discorso sociale sulla verità storica degli eventi traumatici come anche delle sue negazioni e della difese protettive contro di essa. Le vittime sono contemporaneamente testimoni di una particolare realtà storica. Il riconoscimento delle cause e delle responsabilità è di fondamentale importanza per ripristinare la cornice interpersonale e portare con ciò alla possibilità di un'adeguata comprensione del trauma. Solo in questo modo la minacciata comprensione del Sé e del mondo può essere rigenerata. Se le tendenze difensive dominano nel confronto sociale con un evento traumatico, le vittime spesso si sentono isolate e paralizzate, cosa che nuovamente minaccia il loro senso di sicurezza, rendendoli esposti a ritraumatizzazioni, o condanna loro al silenzio poiché non si possono aspettare alcuna comprensione.

Qui incontriamo la complessa relazione tra esperienza traumatica e conoscenza. Laub e Auerhahn (1993) hanno descritto che è nella natura del trauma difendere la psiche dalla conoscenza, dato che esso eccede e danneggia la capacità umana di integrarlo. L'individuo traumatizzato innalza una difesa contro la conoscenza del trauma, poiché ha terrore della ri-stabilita, ma fragile integrazione psichica. I ricordi comunicati riguardanti il trauma sono in molti casi non le stesse esperienze realmente disturbanti, in cui abitano il terrore, un inspiegabile disgusto ed orrore, un insopportabile timore, un senso di impotenza e di disperazione. Il venire a contatto con essi minaccia l'individuo traumatizzato con l'essere nuovamente sopraffatto. Spesso altri aspetti dell'evento globale prendono il loro posto, funzionando come ricordi di copertura per l'esperienza realmente traumatica. Tale evitamento del confronto con l'esperienza traumatica ha luogo non solo tra coloro che sono stati direttamente traumatizzati, ma anche tra tutti coloro che hanno partecipato al trauma - come perpetratori, spettatori, o piuttosto più remoti testimoni storici. In tutti loro il confronto retroattivo col trauma produce massicci sentimenti di paura, dolore, rabbia, vergogna, e colpa, contro cui viene innalzata una difesa per evitare il contatto con esso. Per proteggere noi stessi dal confrontarci con questi affetti, evitiamo di conoscere. Non voler conoscere non è solo una chiusura passiva della percezione, ma anche un rifiuto attivo. In tal modo il ricordare ed il dimenticare sono ripetutamente e dinamicamente intrecciati. Inoltre, il ricordo di particolari eventi può essere usato per reprimere altri aspetti traumatici della realtà. Quindi, ne risultano molteplici combinazioni di difese e di ricordi, che vanno dall'attiva soppressione e dal completo oblio fino alla conoscenza differita, ai ricordi di copertura, ai 're-enactments'. In questo modo, l'incapsulamento affettivo, l'elaborazione di fantasie ed il riconoscimento della realtà storica delle catastrofi collettive sono interconnessi non solo nella memoria individuale, ma anche in quella collettiva e nel confronto politico con essa. La volontà e la capacità di ricordare si mescola con la resistenza a ciò. 

3. Le traumatizzazioni estreme eccedono la capacità psichica dell'individuo traumatizzato  di elaborarle mentalmente, arrivando ad essere intrusive nella vite dei loro figli e quindi creando specifici conflitti generazionali. Questo è stato studiato in maniera più precisa innanzitutto attraverso il trattamento psicoanalitico di bambini figli di sopravvissuti dell'Olocausto. Tra i genitori che cercarono delle difese contro la massiva traumatizzazione, ci furono quelli che negarono o disconobbero le proprie esperienze traumatiche, ed i loro bambini inconsciamente registrarono quello che era stato sofferto, elaborarono degli indizi con la loro immaginazione, e agirono queste fantasie nel mondo esterno. I bambini vivevano in due realtà: quella propria e quella della storia traumatica dei loro genitori. Questi processi di identificazione della seconda generazione dei sopravvissuti all'Olocausto sono stati intensamente studiati e descritti. Ora riassumerò i loro caratteri più importanti:

a) L'identificazione non ha luogo solo con la figura o le qualità del padre o della madre, ma è invece un 'pattern' di identificazione con una storia che precede i figli. Faimberg (1986) caratterizza questo 'pattern' di identificazione come "télescopage", un incastrarsi tra di loro delle tre generazioni.

b) Il bambino si identifica in un modo totale con i suoi genitori, ma questa identificazione è anche imposta a lui dai genitori quando essi hanno bisogno del figlio per la regolazione del loro precario equilibrio narcisistico. Fintanto che la storia di un altro è proiettata sul bambino e questi si identifica con essa, il bambino sperimenta un sentimento di alienazione in parte del suo Sé. Queste identificazioni non possono essere assimilate nel Sé ed al contrario vengono a formare un corpo estraneo. Abraham e Torok si riferiscono a ciò col termine di "identificazione endocriptica" (1979).

c) E' un'identificazione inconscia che, comunque, non deriva dalla rimozione, ma piuttosto dall'empatia diretta con l'inconscio, o da esperienze di un oggetto genitoriale, ridotte al silenzio. Si può caratterizzare ciò o come un segreto oppure come  un "fantasma" (Abraham, 1991) che si è installato nell'inconscio dinamico del bambino. I propri sentimenti ed azioni si rivelano come presi in prestito e come parte in realtà della storia dei genitori.

4. Nel trattamento psicoanalitico dei bambini della generazione dei perpetratori del Nazionalsocialismo in Germania abbiamo visto che simili meccanismi della trasmissione transgenerazionale delle traumatizzazioni storiche sono analogamente all'opera. I figli dei perpetratori sono anche diventati detentori di un segreto, derivante dal patto di silenzio che essi hanno intuito e che  inconsciamente è entrato in loro attraverso l'identificazione. Ma in questo caso altri segreti ed una storia differente hanno pervaso silenziosamente, eppure tirannicamente, la realtà psichica dei discendenti. Le storie non dette, tenute in silenzio producono il più grande effetto intergenerazionale. Il legame tra i bambini ed i loro genitori spesso ha reso necessario che essi non facessero domande sul tabù dei loro genitori ed al contrario lo rispettassero. La conseguenza è stata una scissione tra l'immagine che il bambino ha del padre e quella di lui come perpetratore. Quest'ultima è stata negata o disconosciuta, risultandone una compromissione dell'Io ideale e del Super-Io. L'incapacità di fare domande ha danneggiato la formazione transgenerazionale dell'identità come anche la capacità di questi bambini di internalizzare in maniera critica ideali e valori e, successivamente, di essere capaci nella vita futura di discutere in maniera critica e aperta dell'epoca nazista e dei valori e degli ideali con i propri figli (la terza generazione).

Fondamentalmente è stato dopo il 1968 che i membri della seconda generazione in Germania cominciarono a lanciare pesanti attacchi contro la generazione dei padri ed a mettere a nudo il loro coinvolgimento col regime nazista. L'illusione, durata una vita intera, di questa generazione, che spesso si è presentata come fatta di vittime, era quella di diventare visibile e che le vittime reali ed i crimini perpetrati su di esse dovevano essere salvate dall'oblio. Ciò coinvolgeva l'intrecciarsi del lavoro della memoria coi meccanismi di difesa. A questo punto una linea di demarcazione spesso divenne visibile: il confronto pubblico con la generazione dei padri spesso si arrestò al livello della propria famiglia, i cui tabù vennero rispettati. Ciò che questa generazione perse di vista fu la riflessione sulla propria storia, che non era completamente assorbita all'interno delle identificazioni con la generazione dei genitori. La storia degli uomini di questa generazione che da bambini veramente sperimentarono il Nazionalsocialismo e la guerra è rimasta una terra incognita, scotomizzata fino ad oggi. Ci sono certamente svariate ragioni perché questa generazione fosse a stento capace di dar voce alle proprie esperienze. Il silenzio ed il rifiuto della generazione dei perpetratori di assumersi le proprie responsabilità e di parlare dei propri atti ha portato molti membri della generazione seguente ad identificarsi con questo compito. Quindi, un rimandare a tempi futuri emerse nei compiti di questa generazione. Alla vista della sofferenza delle vittime reali, comunque, molti membri della seconda generazione hanno mantenuto il silenzio sulle proprie esperienze, così che essi non sono stati capaci di parlare della propria storia e delle proprie traumatizzazioni. Questa generazione sta avendo ancora difficoltà derivanti dalle ombre dei loro genitori  ad assimilare la propria esperienza in una specifica identità individuale e generazionale. E' da poco che i membri di questa generazione, che oggi hanno dai 60 ai 70 anni, hanno incominciato a ricordare ed a parlare delle proprie esperienze da bambini durante la guerra.

Ho delineato in questo articolo alcune importanti scoperte nello studio del trauma, del ricordare e della memoria collettiva - come anche dei particolari conflitti generazionali coinvolti - al fine di dimostrare quanto a lungo le catastrofi collettive modellano una civiltà e quanto spesso esse lo fanno in un modo particolare, sotto la superficie più che in un discorso aperto alle generazioni a venire. La ricostruzione di un trauma collettivo e la messa a nudo della rimozione e della negazione non hanno luogo lungo una linea dritta, ma, al contrario, percorrono il loro corso più per ondate con alti e bassi. La volontà e la capacità di ricordare e le difese contro tali ricordi sono intrecciate tra di loro. Attraverso l'emergere ripetuto ed improvviso dei fatti la storia collettiva deve essere elaborata sempre più in modo discorsivo e pubblico, fino a che la verità venga riconosciuta. Qui al lavoro troviamo una complessa struttura di relazioni tra individui spesso in competizione e ricordi collettivi di vari gruppi sociali, e quei ricordi che sono stati ufficialmente autorizzati dal regime. Essi si possono rinforzare a vicenda, ma la resistenza collettiva o la soppressione da parte del regime possono anche ostacolare - se non proprio distorcere o addirittura distruggere - la capacità dell'individuo o di  minoranze sociali di ricordare.

 

   

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Responsabile Editoriale : Giuseppe Leo

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