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"Il disagio della civiltà" Sigmund Freud
descrive come la civiltà umana proceda attraverso limitazioni
poste sopra la libido e l'aggressività. E' questo un
processo messo in moto dall'insorgere di sentimenti di colpa
che sono soggetti ad un sempre crescente rinforzo quanto più
avanza la civiltà, accompagnati da una perdita di felicità
individuale. Nell'ambito di questo processo, l'inclinazione
umana all'aggressione rappresenta una minaccia particolare. La civiltà deve perciò mobilizzare tutto ciò
che è possibile per limitarla, cercando di farlo innanzitutto
attraverso le identificazioni con gli altri e le relazioni
intime. Venendo meno le limitazioni, comunque, l'aggressività
smaschera l'umanità nel rivelare la bestia selvaggia che
nasconde dentro. Freud indica gli orrori della storia fino alla
Prima Guerra Mondiale come prova dell'esistenza effettiva di
tale nozione e della presenza di una pulsione distruttiva. La
fatidica questione per la specie umana sembra essere se ed
in quale misura il suo sviluppo culturale avrà successo nel
padroneggiare il disturbo arrecato alla vita in comune da
parte dell'impulso umano all'aggressione e all'auto-distruzione. In più, Freud sottolinea che il genere
umano è avanzato fino al punto che "non avrebbe alcuna
difficoltà a sterminarsi l'un l'altro fino all'ultimo
uomo" (1930, 145). Ciò, egli osserva, aiuta ampiamente a
spiegare il disagio, l'infelicità ed il senso di ansietà
degli uomini.
Egli
comunque non fa commenti sul modo in cui la gente continuerà
ad essere influenzata dagli effetti traumatici della
miseria, dell'inquietudine e dell'ansietà che esistevano
dieci anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, la 'Ur-catastrophe'
del XX secolo. Freud era interessato alle basi antropologiche
della civiltà, alla battaglia tra Eros e la pulsione di
Morte. Egli non si interessa ai traumi collettivi ed alle
loro conseguenze per lo sviluppo culturale. Ad un certo punto,
comunque, egli accenna brevemente al tema, sebbene solo per
allontanarsene subito dopo: "Quantunque possiamo ritrarci
inorriditi da certe situazioni - di un galeotto
nell'antichità, di un contadino durante la Guerra dei
Trent'Anni, di una vittima della Santa Inquisizione, di un
ebreo in attesa di un progrom - è nondimeno impossibile
per noi identificarci a nostro modo con queste persone -
intuire i cambiamenti che l'originaria ottusità della mente,
un graduale processo che istupidisce, la fine delle speranze,
e metodi più crudeli o raffinati di narcotizzazione hanno
prodotto sulla loro capacità di recepire le sensazioni di
piacere e di dispiacere. Inoltre, nel caso della più estrema
possibilità di sofferenza, vengono messi in atto speciali
dispositivi di protezione della mente. Mi sembra vano
proseguire su questo aspetto del problema ancora" (1930,
89).

Possiamo
solo operare delle speculazioni sul modo in cui Freud avrebbe
scritto il suo lavoro Il disagio della civiltà all'indomani
delle catastrofi dell'Olocausto e della Seconda Guerra
Mondiale. Ci volle molto tempo prima che la comunità
psicoanalitica fosse nella posizione di poter descrivere ed
esaminare le conseguenze estremamente traumatiche di tali
catastrofi. Gli analisti si unirono ad altri studiosi
nel loro persistente stato di perplessità riguardante i
crimini dell'Olocausto, la strage su scala industriale del
popolo ebreo e di altre minoranze. Per tali motivi gli storici
hanno avuto bisogno di molto tempo per essere capaci di
identificare adeguatamente e di descrivere il nucleo centrale
del Nazionalsocialismo: la distruzione di massa di esseri
umani. Lo storico Dan Diner scrive: "Quello che ad un
primo sguardo appare essere un puro stato morale di
perplessità, ad un esame più attento mostra di essere una
fondamentale rottura molto più profondamente radicata.
L'evento storico di Auschwitz tocca strati di civile certezza
sui requisiti basilari delle relazioni interpersonali. La
distruzione di massa amministrata con pianificazione
burocratica ed eseguita su scala industriale è stata il
prodotto del rifiuto di una civiltà i cui pensieri e le
cui azioni sono guidati da una razionalità che presuppone un
minimo di fiducia in anticipo... Una fiducia che si apre alla
società nella regolarità sociale della vita e della
sopravvivenza è stata trasformata nel suo opposto: la
distruzione di massa è stata certa- la sopravvivenza,
comunque, è stata lasciata al caso" (Diner 1988,
7). 
Il
pensiero storico deve aprirsi fino all'aspetto traumatico di
questa esperienza di collassamento della civiltà. Incluso
nel trauma estremo è il potere della distruzione del
significato, che ha riguardato la natura del pensiero storico
stesso. Parlando in generale, la storiografia è una strategia
culturale portata a conferire agli eventi un significato
storico ed a ordinarli nel più ampio contesto significativo
del passato e del presente. Rispetto all'Olocausto ed alle
altre catastrofi con genocidi, comunque, gli storici sono
occupati dalla questione di come l'esperienza autentica
collettiva possa essere adeguatamente registrata, in modo tale
che l'orrore dell'esperienza ed il fatto storico del
trauma, estremamente brutale e privo di senso, non venga
inglobato da categorie storiche in cui il carattere traumatico
dell'evento si dissolva. Come può la trasformazione del
passato dalla modalità del ricordo e della memoria in quella
della comprensione scientifica trovare il suo posto in un
tempo in cui l'accesso alla testimonianza diretta sta
scomparendo insieme alla generazione delle vittime e dei
perpetratori? Come si può andare incontro al pericolo quindi che
ciò che è stato traumatico venga normalizzato e che
venga snaturata la specifica natura del Nazional-Socialismo? 
Queste
sono le questioni a cui gli storici cercano di rispondere ed a
cui gli psicoanalisti possono dare un sostanziale contributo.
La minaccia posta dalla normalizzazione è favorita da
specifici meccanismi di difesa a cui noi tutti siamo soggetti
quando veniamo a contatto con simili traumi estremi - come
vittime, come spettatori, come ascoltatori, o come studiosi. Nel seguito
vorrei quindi brevemente riassumere cosa sappiamo nell'ambito
della psicoanalisi delle traumatizzazioni e dei loro effetti
tardivi: 1.
La realtà traumatica annienta le difese dell'Io e le sue
risorse adattative, ed inevitabilmente causa un senso di
disperazione, ansia automatizzata, ed una regressione a funzioni
arcaiche dell'Io. L'ansia rompe lo scudo psichico ed inonda
l'organismo con quantità ingestibili di stimoli, facendo
piombare l'Io in uno stato di completa disperazione. L'evento
orribile irrompe nella vita umana. Lo stimolo estremo annienta
la struttura psichica del significato, e produce un'angoscia
automatica inesprimibile. Il trauma ha la tendenza a ripetersi
in 'flashbacks', incubi, e sintomi. Tale ripetizione ha il
carattere di ciò che non è compreso e che irrompe in
profondità, ma essa è anche il tentativo dell'Io di
afferrare e di venire a patti con l'incomprensibile.
L'individuo traumatizzato cerca di addomesticare e di
mitigare l'autentico trauma dandogli un nome ed
inserendolo in un comprensibile sistema causale di azioni. E'
paradossale che il trauma sia in effetti casuale ed estraneo,
eppure per quanto esso rimanga estraneo sarà rivissuto e
ritornerà sotto forma di improvvise ripetizioni senza essere
compreso. Poiché, in generale, gli uomini non possono vivere
senza spiegazioni, cercano di attribuire al trauma un
significato individuale e di storicizzarlo in tal senso.
Queste storicizzazioni retroattive sono il più delle volte
ricordi di copertura (ricordi schermo). Se tali ricordi di copertura possono essere
riconosciuti come tali e l'autentica o più vera storia
ricostruita, allora la temporalità può essere ri-aperta e le
dimensioni del futuro, del presente e del passato possono
interagire dialetticamente (Baranger u.a. 1988). 
2.
Sappiamo che in casi di estrema traumatizzazione tale processo
di integrazione e di storicizzazione del trauma spesso
fallisce. I cosiddetti 'disastri dovuti all'uomo' , come
l'Olocausto, la guerra, la persecuzione etnica, e la tortura,
perseguono lo scopo di annichilire l'esistenza storica e
sociale dell'essere umano. Integrare l'esperienza traumatica
in una narrazione sovraordinata non è quindi possibile in un
atto idiosincratico; invece, necessita, oltre ad un
ascoltatore empatico, anche un discorso sociale sulla verità
storica degli eventi traumatici come anche delle sue negazioni
e della difese protettive contro di essa. Le vittime sono
contemporaneamente testimoni di una particolare realtà
storica. Il riconoscimento delle cause e delle responsabilità
è di fondamentale importanza per ripristinare la cornice
interpersonale e portare con ciò alla possibilità di
un'adeguata comprensione del trauma. Solo in questo modo la
minacciata comprensione del Sé e del mondo può essere
rigenerata. Se le tendenze difensive dominano nel confronto
sociale con un evento traumatico, le vittime spesso si sentono
isolate e paralizzate, cosa che nuovamente minaccia il loro
senso di sicurezza, rendendoli esposti a ritraumatizzazioni, o
condanna loro al silenzio poiché non si possono aspettare
alcuna comprensione. Qui
incontriamo la complessa relazione tra esperienza traumatica e
conoscenza. Laub e Auerhahn (1993) hanno descritto che è
nella natura del trauma difendere la psiche dalla conoscenza,
dato che esso eccede e danneggia la capacità umana di
integrarlo. L'individuo traumatizzato innalza una difesa
contro la conoscenza del trauma, poiché ha terrore della
ri-stabilita, ma fragile integrazione psichica. I ricordi
comunicati riguardanti il trauma sono in molti casi non le
stesse esperienze realmente disturbanti, in cui abitano il
terrore, un inspiegabile disgusto ed orrore, un insopportabile
timore, un senso di impotenza e di disperazione. Il venire a
contatto con essi minaccia l'individuo traumatizzato con
l'essere nuovamente sopraffatto. Spesso altri aspetti
dell'evento globale prendono il loro posto, funzionando come
ricordi di copertura per l'esperienza realmente traumatica.
Tale evitamento del confronto con l'esperienza traumatica ha
luogo non solo tra coloro che sono stati direttamente
traumatizzati, ma anche tra tutti coloro che hanno partecipato
al trauma - come perpetratori, spettatori, o piuttosto più
remoti testimoni storici. In tutti loro il confronto
retroattivo col trauma produce massicci sentimenti di paura,
dolore, rabbia, vergogna, e colpa, contro cui viene innalzata
una difesa per evitare il contatto con esso. Per proteggere
noi stessi dal confrontarci con questi affetti, evitiamo di
conoscere. Non voler conoscere non è solo una chiusura
passiva della percezione, ma anche un rifiuto attivo. In tal
modo il ricordare ed il dimenticare sono ripetutamente e
dinamicamente intrecciati. Inoltre, il ricordo di particolari
eventi può essere usato per reprimere altri aspetti
traumatici della realtà. Quindi, ne risultano molteplici
combinazioni di difese e di ricordi, che vanno dall'attiva
soppressione e dal completo oblio fino alla conoscenza
differita, ai ricordi di copertura, ai 're-enactments'. In
questo modo, l'incapsulamento affettivo, l'elaborazione di
fantasie ed il riconoscimento della realtà storica delle
catastrofi collettive sono interconnessi non solo nella
memoria individuale, ma anche in quella collettiva e nel
confronto politico con essa. La volontà e la capacità di
ricordare si mescola con la resistenza a ciò. 
3.
Le traumatizzazioni estreme eccedono la capacità psichica
dell'individuo traumatizzato di elaborarle mentalmente,
arrivando ad essere intrusive nella vite dei loro figli e
quindi creando specifici conflitti generazionali. Questo è
stato studiato in maniera più precisa innanzitutto attraverso
il trattamento psicoanalitico di bambini figli di
sopravvissuti dell'Olocausto. Tra i genitori che cercarono
delle difese contro la massiva traumatizzazione, ci furono
quelli che negarono o disconobbero le proprie esperienze
traumatiche, ed i loro bambini inconsciamente registrarono
quello che era stato sofferto, elaborarono degli indizi con la
loro immaginazione, e agirono queste fantasie nel mondo
esterno. I bambini vivevano in due realtà: quella propria e
quella della storia traumatica dei loro genitori. Questi
processi di identificazione della seconda generazione dei
sopravvissuti all'Olocausto sono stati intensamente studiati e
descritti. Ora riassumerò i loro caratteri più importanti: a)
L'identificazione non ha luogo solo con la figura o le
qualità del padre o della madre, ma è invece un 'pattern' di
identificazione con una storia che precede i figli. Faimberg
(1986) caratterizza questo 'pattern' di identificazione come
"télescopage", un incastrarsi tra di loro delle tre
generazioni. b)
Il bambino si identifica in un modo totale con i suoi
genitori, ma questa identificazione è anche imposta a lui dai
genitori quando essi hanno bisogno del figlio per la
regolazione del loro precario equilibrio narcisistico.
Fintanto che la storia di un altro è proiettata sul bambino e
questi si identifica con essa, il bambino sperimenta un
sentimento di alienazione in parte del suo Sé. Queste
identificazioni non possono essere assimilate nel Sé ed al
contrario vengono a formare un corpo estraneo. Abraham e Torok
si riferiscono a ciò col termine di "identificazione
endocriptica" (1979). c)
E' un'identificazione inconscia che, comunque, non deriva
dalla rimozione, ma piuttosto dall'empatia diretta con
l'inconscio, o da esperienze di un oggetto genitoriale,
ridotte al silenzio. Si può caratterizzare ciò o come un
segreto oppure come un "fantasma" (Abraham,
1991) che si è installato nell'inconscio dinamico del
bambino. I propri sentimenti ed azioni si rivelano come presi
in prestito e come parte in realtà della storia dei genitori. 4.
Nel trattamento psicoanalitico dei bambini della generazione
dei perpetratori del Nazionalsocialismo in Germania abbiamo
visto che simili meccanismi della trasmissione
transgenerazionale delle traumatizzazioni storiche sono
analogamente all'opera. I figli dei perpetratori sono anche
diventati detentori di un segreto, derivante dal patto di
silenzio che essi hanno intuito e che inconsciamente è
entrato in loro attraverso l'identificazione. Ma in questo
caso altri segreti ed una storia differente hanno pervaso
silenziosamente, eppure tirannicamente, la realtà psichica
dei discendenti. Le storie non dette, tenute in silenzio
producono il più grande effetto intergenerazionale. Il legame
tra i bambini ed i loro genitori spesso ha reso necessario che
essi non facessero domande sul tabù dei loro genitori ed al
contrario lo rispettassero. La conseguenza è stata una
scissione tra l'immagine che il bambino ha del padre e quella
di lui come perpetratore. Quest'ultima è stata negata o
disconosciuta, risultandone una compromissione dell'Io ideale
e del Super-Io. L'incapacità di fare domande ha danneggiato
la formazione transgenerazionale dell'identità come anche la
capacità di questi bambini di internalizzare in maniera
critica ideali e valori e, successivamente, di essere capaci
nella vita futura di discutere in maniera critica e aperta
dell'epoca nazista e dei valori e degli ideali con i propri
figli (la terza generazione). Fondamentalmente
è stato dopo il 1968 che i membri della seconda generazione
in Germania cominciarono a lanciare pesanti attacchi contro la
generazione dei padri ed a mettere a nudo il loro
coinvolgimento col regime nazista. L'illusione, durata una
vita intera, di questa generazione, che spesso si è
presentata come fatta di vittime, era quella di diventare
visibile e che le vittime reali ed i crimini perpetrati su di
esse dovevano essere salvate dall'oblio. Ciò coinvolgeva
l'intrecciarsi del lavoro della memoria coi meccanismi di
difesa. A questo punto una linea di demarcazione spesso
divenne visibile: il confronto pubblico con la generazione dei
padri spesso si arrestò al livello della propria famiglia, i
cui tabù vennero rispettati. Ciò che questa generazione
perse di vista fu la riflessione sulla propria storia, che non
era completamente assorbita all'interno delle identificazioni
con la generazione dei genitori. La storia degli uomini di
questa generazione che da bambini veramente sperimentarono il
Nazionalsocialismo e la guerra è rimasta una terra incognita,
scotomizzata fino ad oggi. Ci sono certamente svariate ragioni
perché questa generazione fosse a stento capace di dar voce
alle proprie esperienze. Il silenzio ed il rifiuto della
generazione dei perpetratori di assumersi le proprie
responsabilità e di parlare dei propri atti ha portato molti
membri della generazione seguente ad identificarsi con questo
compito. Quindi, un rimandare a tempi futuri emerse nei
compiti di questa generazione. Alla vista della sofferenza
delle vittime reali, comunque, molti membri della seconda
generazione hanno mantenuto il silenzio sulle proprie
esperienze, così che essi non sono stati capaci di parlare
della propria storia e delle proprie traumatizzazioni. Questa
generazione sta avendo ancora difficoltà derivanti dalle
ombre dei loro genitori ad assimilare la propria esperienza
in una specifica identità individuale e generazionale. E' da
poco che i membri di questa generazione, che oggi hanno dai 60
ai 70 anni, hanno incominciato a ricordare ed a parlare delle
proprie esperienze da bambini durante la guerra. Ho
delineato in questo articolo alcune importanti scoperte nello
studio del trauma, del ricordare e della memoria collettiva -
come anche dei particolari conflitti generazionali coinvolti -
al fine di dimostrare quanto a lungo le catastrofi collettive
modellano una civiltà e quanto spesso esse lo fanno in un
modo particolare, sotto la superficie più che in un discorso
aperto alle generazioni a venire. La ricostruzione di un
trauma collettivo e la messa a nudo della rimozione e della
negazione non hanno luogo lungo una linea dritta, ma, al
contrario, percorrono il loro corso più per ondate con alti e
bassi. La volontà e la capacità di ricordare e le difese
contro tali ricordi sono intrecciate tra di loro. Attraverso
l'emergere ripetuto ed improvviso dei fatti la storia
collettiva deve essere elaborata sempre più in modo
discorsivo e pubblico, fino a che la verità venga
riconosciuta. Qui al lavoro troviamo una complessa struttura
di relazioni tra individui spesso in competizione e ricordi
collettivi di vari gruppi sociali, e quei ricordi che sono
stati ufficialmente autorizzati dal regime. Essi si possono
rinforzare a vicenda, ma la resistenza collettiva o la
soppressione da parte del regime possono anche ostacolare - se
non proprio distorcere o addirittura distruggere - la
capacità dell'individuo o di minoranze sociali di
ricordare. |
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