Intervista

Intervista di Carlo Carlucci

LA DONNA DELLE SETTE FONTI

Uno stregone pensa che tutti gli uomini sono dei folli: ognuno è immerso nel suo sogno che pensa sia la realtà. Anche lo stregone pensa di essere un folle, come tutti gli altri; solo che lui ne è consapevole e perciò non si prende troppo sul serio. (Don Juan)

(Carlucci) Vorrei farti questa prima domanda che riguarda il tuo arrivare alla scrittura cosiddetta creativa relativamente tardi e questo arrivare alla scrittura è allacciato poi a delle precedenti esperienze che ti hanno coinvolto direttamente e che riguardano il contatto con dei Medicine Men dell'America, e quindi con la visione del mondo e della Natura direttamente opposta a come stanno andando le cose almeno qui da noi in occidente e probabilmente ormai in tutto il mondo che si sta così rapidamente occidentalizzando. La domanda, lo capisco, è un po' complessa e riguarda praticamente due versanti: il versante della tua formazione come persona attraverso esperienze che sono state certamente non comuni e che forse oggi possono apparire comuni nella mistificazione del tutto.

(Manca) Una ventina d'anni fa ebbi la fortuna di conoscere un uomo - uno scrittore e Medicine Man Indiano americano - poi diventato negli anni un grande amico e insegnante. Un giorno, mentre ero da lui in California - abitava con la moglie e alcuni amici artisti in una foresta di cedri e querce piena di animali selvatici come puma, orsi e cervi - mi disse che dovevo scrivere un libro. In un primo momento mi disperai, pensavo fosse impazzito. Non avevo mai scritto nulla in Vita mia oltre a qualche lettera alla fidanzata o a mia madre, perciò scrivere era l'ultima cosa che mi passava per la testa. Invece lui insistette e insistette: "Devi scrivere un libro, devi scrivere un libro!?" Mi disse anche su che cosa scrivere: il soggetto riguardava la Terra. Io non avevo idea di cosa fare e per circa tre anni mi rifiutai di scrivere, anche perchè non sapevo che cosa scrivere. Finché un giorno incontrai un altro amico, uno scrittore italiano, e durante una passeggiata sulle colline intorno a Vicchio, nel Muggello, gli esternai la mia preoccupazione perchè questo amico indiano insisteva che io dovevo scrivere un libro. Gli dissi: "Non so che fare. Che devo fare?" Lui mi rispose: "Non ti preoccupare. Ci sono abbastanza grafomani nel mondo, non ti preoccupare. Scriverai quando sarà il momento. Pensa solo a ripulirti e a rimanere pulito, a ripulirti in modo da toglierti di dosso, dallo Spirito, tutta la zavorra, tutta la merda, tutte le stronzate e tutte le porcherie che hai accumulato nella tua Vita e forse, se avrai pulito abbastanza, qualcosa riuscirà a entrare e allora le storie ti arriveranno come sotto dettatura." Gli dissi: "Si eh! Fosse così facile." E lui :"Non ti preoccupare." E io non mi preoccupai più eccessivamente. Qualche mese dopo ero a cena con la mia figlia maggiore. Eravamo in una pizzeria e mentre stavamo mangiando mi venne in mente una poesia, ZAC, tutto d'un colpo, intera, completa. Siccome era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere, la scrissi su un tovagliolo di carta e per la prima volta in Vita mia ebbi fiducia, veramente fiducia in me stesso. Ascoltai questa voce che mi dettava o che mi raccontava o che mi cantava questa poesia e la scrissi senza starci tanto a pensare. Non era chissà che cosa, però era la prima cosa che mi veniva da dentro, senza filtri intellettuali e senza censure; così cominciai a scrivere pensando, credendo di fare il furbo, di iniziare a scrivere dalla parte più facile della scrittura, scrivendo poesie. "Così inizio dal facile...", pensai. Nella mia ignoranza non capivo che era una delle cose più difficili. Naturalmente, dopo aver scritto alcune poesie - brutte, devo dire - continuai. Volevo dare fiducia a questa parte di me che in qualche modo si voleva esprimere e fino ad allora non ne aveva avuto il coraggio, per paura del ridicolo, per paura di non sapere cosa dire, paura di non sapere come dirlo, paura di essere giudicato, paura...paura...paura...paura...paura. Scrivevo molto dalla testa, pensavo che dovevo creare poesie, che dovevo scrivere poesie e naturalmente erano tutte abbastanza brutte, finchè non mi tornarono in mente le parole di Carlo, del mio amico scrittore, e cercai sempre di più di scrivere solo quando le cose arrivavano e allora mi mettevo davanti al foglio, la mattina, e aspettavo che arrivasse qualcosa; magari mi mettevo a disegnare o a fare origami e se arrivava qualcosa scrivevo e se non arrivava nulla non scrivevo nulla e andava bene così, ero contento. Poi piano piano le cose iniziavano ad arrivare e così ho scritto poesie e poi racconti, il mio primo romanzo, poi il secondo; ed è stato, ed è tuttora un viaggio, lo scrivere, pieno di gioia; sì, è qualcosa che mi dà una grande gioia, perchè in quei momenti mi sento veramente libero e posso spaziare in quella misteriosa immensità dentro di me che non conoscevo, che non sapevo di avere: non sapevo che esistesse questa grande immensità. E allora iniziai a vedere la bellezza della libertà che chiunque di noi può avere. Con l'immaginazione posso immaginare qualsiasi cosa e posso de-scrivere qualsiasi cosa la mia mente possa immaginare: le emozioni che provo in quel momento, le cose che vedo... Quelle immagini le metto in azione, poi, nelle mie storie. Ho sempre sognato di poter dipingere, mi sarebbe piaciuto molto fare il pittore, ma non so dipingere, non so neanche disegnare. Disegna molto meglio mia figlia Rosarosa che ha sette anni. Non so nè disegnare nè dipingere, ma adoro i colori e allora descrivo quello che vedo nella mia immaginazione. Quella sensazione di libertà è stata ed è tuttora la molla che mi spinge a scrivere. Una cosa importante che ho scoperto in tutti questi anni è l'importanza di avere una disciplina. Ero una persona molto indisciplinata, molto pigra, dormigliona e una delle prime cose che decisi di fare fu di prendere lo scrivere, o il mestiere di scrittore, molto seriamente, da professionista, ma dato che non lo ero, ero un povero amatore, dovevo incominciare da zero. Mi scelsi un orario di lavoro; in genere a quei tempi mi alzavo verso le quattro e mezza del mattino, scrivevo fino alle otto e mezza - nove e poi andavo a lavorare. Però lo facevo tutti i giorni; c'erano dei giorni che scrivevo una riga e c'erano dei giorni che scrivevo venti pagine, ma non era molto importante. Per me invece era molto importante che quello che scrivevo fosse veramente quello che mi veniva quasi come sotto dettatura: allora sentivo che andava bene. Voglio riparlare un momento di questa dimensione dello scrivere. In quelle poche ore della mattina, alla mattina presto, appena alzato, appena uscito dal letto, appena uscito dal sonno, la mente ancora fresca, abbastanza lucida, riposata, mi mettevo dei tappi nelle orecchie ed entravo in un mondo senza confini, senza limiti, dove tutto era possibile, tutto, tutto, tutto, tutto era possibile. Questo per me fu una scoperta di enorme importanza: questa grande libertà che avevo di poter scrivere tutto. La consapevolezza di poter scrivere di tutto, veramente di tutto. Questo è stato uno dei più grandi doni o una delle più grandi scoperte che io ho fatto. Entrare in questa dimensione per me è come entrare in una caverna, e quella caverna sono io stesso, è il mio SE', chiamiamolo come vogliamo. Divenni consapevole che questo mondo interiore era immenso, non aveva confini. Se aprivo gli occhi e guardavo il cielo, durante la notte o durante il giorno, ma soprattutto la notte, vedevo e mi immaginavo un universo immenso, sconfinato, infinito; la mia sorpresa fu che guardandomi dentro riuscivo a percepire molto di più questa immensità. Questo mi ha fatto avvicinare molto di più a me stesso e mi ha fatto avvicinare molto di più alla Terra; ma non è stato quello che mi ha spinto poi a parlare della Terra, a parlare dell'acqua, a parlare degli elementi, a parlare della Natura. Fino ad allora avevo sempre detto agli altri, e anche a me stesso, che amavo la Terra, che amavo gli animali, che amavo le altre persone, lo credevo sinceramente, ma non avevo idea di che cosa volesse dire veramente " amare". Finchè un giorno il mio amico indiano (si chiama Hyemeyohsts White Wolf Storm, autore del best-seller SETTE FRECCE) mi disse qualcosa. Devo fare una piccola premessa. In quel periodo stavo facendo una delle cose, una delle tante cose che Wolf mi aveva consigliato di fare come "warrior's tasks", come "compito del guerriero", per imparare.  

(Carlucci) Cioé come compiti di chi vuole intraprendere la via del guerriero, che non è altro che colui che lotta contro lo stato delle cose...  

(Manca) In quel periodo studiavo (e insegnavo) Programmazione Neurolinguistica (PNL); tenevo dei corsi, facevo psicoterapia, avevo successo; ero stato intervistato da giornali e dalla radio e poi, proprio quando ero all'apice del successo Wolf mi disse: "Bravo, bene, ora fai una bella cosa: molla tutto, vattene a vivere in campagna, prenditi due oche e d'ora in avanti fino a nuovo ordine saranno loro le tue insegnanti. Molla tutto, qualsiasi insegnante o maestro, molla tutto. Le tue insegnanti saranno le oche." Siccome tutti i consigli che mi aveva dato nel corso degli anni erano sempre stati buoni e mi ero sempre trovato bene, mollai tutto, trovai nel giro di un mese una bellissima casa in campagna - bellissima nel senso che era circondata da boschi, nella zona c'era abbondanza d'acqua, a cento metri di distanza c'era un'incantevole cascata e davanti alla casa una vallata fertile e verdeggiante.  

(Carlucci) Vicino a dove era nato Giotto ...  

(Manca) Uhm, vicino a dove era nato Giotto. Proprio lì era nato, e in quelle valli era nato anche il Beato Angelico... Andai a vivere in questo posto con la compagna di allora, ancora per poco tempo e poi rimasi da solo con le due oche, poi vennero ancor altre due oche , poi dieci anatre, sette-otto gatti, conigli. Per un paio d'anni non capii cosa aveva voluto dirmi Wolf. Vivevo li, continuando a lavorare, aspettando che in qualche modo capissi qualcosa. In effetti le oche mi insegnarono molto, moltissimo devo dire. Una delle prime grandi lezioni che imparai da loro fu quella sulla pulizia. Notai che se lasciavo loro a disposizione abbastanza acqua, bastava anche un secchio, si lavavano tutti i giorni: erano pulitissime, bianche, immacolate. Questo mi colpì molto. L'altra cosa che notai era il loro senso del territorio: io ero convinto di avere due oche in casa mia, ospiti nel mio territorio, invece dopo un po' di tempo mi resi conto che in realtà ero io nel loro territorio e le oche ogni tanto mi concedevano molto generosamente di avvicinarmi a loro... Con tutti gli altri erano molto aggressive, come lo sono tutte le oche non addomesticate... Non cattive, aggressive. Non facevano entrare chiunque nel loro territorio, come invece facevo io che facevo entrare cani e porci nel mio; mi consideravo talmente poco che ero sempre disponibile per tutto e per tutti; dentro il mio essere, dentro di me entravano cani e porci, era una porta sempre aperta, non capivo più dove erano i confini. Loro mi insegnarono a essere più riservato, a rispettarmi di più, e, così, anche a rispettare gli altri, a rispettare anche i luoghi degli altri e a rispettare i limiti, i confini delle altre persone. Grandi insegnanti, le oche. Grandi guardiane. Un'altra delle cose che mi insegnarono è che loro sono proprio delle guardiane: sono le guardiane della Terra; infatti si nutrono di erba e di Terra, pascolano, mangiano la Terra, vivono della Terra. Sono così vicine alla Terra, sono così forti, così piene di energia, così piene di Vita... Konrad Lorenz, il famoso etologo, nel suo libro Das sogenannte B?se ( Il cosiddetto male - il titolo in alcune edizioni italiane- L'aggressività). Lorenz afferma che l'aggressività non è essere cattivi, essere crudeli: l'aggressività è la spinta alla Vita, è la spinta vitale - e sostiene che gli animali più aggressivi sono i lupi e le oche. Ma non perchè sono gli animali più cattivi: sono i più aggressivi, sono i più pieni di Vita. Delle oche mi colpì questa loro voglia di vivere, la loro pulizia e il loro sguardo. Uno sguardo diretto, dritto, freddo, aaah così pulito, così puro ... mi sarebbe piaciuto essere come loro un giorno, avere anch'io quello sguardo, guardare il mondo, guardare le altre persone con il loro sguardo... che bello! Che pulizia! Iniziai ad amare sempre di più la Terra, ma senza accorgermene; non c'era molta retorica in questo amore; avevo gli animali, avevo le oche che mi insegnavano, avevo un piccolo orto (che mi insegnava), avevo i conigli; tutti i giorni dovevo pulirli, togliere la merda, delle oche lo stesso, pulire la merda, dar loro da mangiare; i conigli li allevavo, poi anche li uccidevo e li cucinavo e li mangiavo. Ho seguito tutto il processo della Vita e della Morte, per quanto riguarda questo. Ho imparato molto, ho imparato a rispettarli, gli animali, e a rispettare me stesso. Un giorno mi svegliai alle cinque del mattino ed uscii fuori per dar da mangiare alle oche. Sotto casa c'era un campo immenso arato da poco ed era appena sorto il sole: dalla Terra sembrava che uscissero delle nuvole di vapore, come se respirasse. Mi resi conto di quanto la Terra fosse viva e affondai le mani dentro di lei, dentro le sue zolle; allora successe qualcosa di straordinario: provai una gioia così grande che mi misi a piangere. Fu un'esperienza molto bella e intensa, durata poi per due o tre giorni. Ma la cosa mi fece anche un po' spaventare perchè non sapevo cosa mi succedeva. Sentivo che quello che stavo provando era come un innamoramento - lo chiamo innamoramento perchè le poche volte in Vita mia che mi sono innamorato, mi sono innamorato di una donna e quel tipo di sensazione l'ho sempre collegata a una donna. Mi resi conto che la Terra mi amava , mi amava e non chiedeva niente in cambio. Non avevo niente da fare, non dovevo fare nulla per essere amato, se non esistere. Ero amato e basta. E' come se questo amore mi avesse riempito il cuore fino a traboccare: non avevo più bisogno di cercare amore nelle altre persone come avevo sempre fatto, come molti di noi fanno. In quel momento mi sentivo pieno, sazio, riempito. E per giorni e giorni sentii una gioia indicibile: fu un'esperienza meravigliosa. Raramente ne ho parlato, anche perchè era una cosa intima, personale e non volevo neanche, diciamo, sporcarla parlandone; raccontata in giro un'esperienza del genere può dar adito a stupide barzellette, però ora ne voglio parlare, perchè penso che raccontare queste cose sia importante. Da allora iniziai a sentire la sensazione di essere amato: non avevo più questo bisogno tremendo di vampirizzare nessuno, non sentivo più il bisogno di chiedere, chiedere, chiedere, chiedere... di andare sempre in giro in ginocchio a chiedere: "Amami, amami, voglimi bene... accettami..." Mi sentivo accettato e amato dalla Terra. Lei mi amava e non voleva niente in cambio: un'amore disinteressato, il suo.  

(Carlucci) Voglio interromperti un attimo, così, per un'idea nata da questo discorso che mi tocca come può toccare qualsiasi persona che ti ascolta o che più facilmente leggere quanto tu hai narrato qui ed è questa: il senso di bisogno, il senso di dipendenza che abbiamo dagli altri e che tu hai sentito liberato così, viene secondo te da che cosa? Da un tipo di educazione, da un tipo di civiltà, da un tipo di mondo a cui noi apparteniamo?

(Manca) Penso che noi siamo stati educati - dai nostri genitori, dalla scuola, dalla cultura da cui proveniamo - a non aver fiducia in noi stessi. Siamo stati educati ad aver paura, ad aver paura della Terra, della Natura, della selva, del bosco, delle cose selvagge (invece di imparare ad averne rispetto). Cerchiamo di addomesticare ciò che è selvatico perchè ci hanno insegnato a vedere la Terra, la Natura, come qualcosa di lontano da noi, di altro da noi di cui aver timore, qualcosa che sta altrove, in altri posti: io sto qui a Firenze e la Natura sarà in Sud America, sarà in Amazzonia, sarà in India, sarà in Africa, ma non qui. Mentre basterebbe andare a fare una passeggiata in un bosco e si è nella Natura; posso andare in Piazza Indipendenza e sedermi sotto a una bellissima albera di cedro del libano e lì sono con lei, sono con lei. Chiaro che c'è una grande differenza se sono lì o se sono seduto su una spiaggia solitaria o in cima a una montagna o in mezzo a un bosco. Però non siamo mai così lontani se vogliamo veramente. In genere siamo soltanto lontani da noi stessi. Sì, penso che ci abbiano educato ad essere lontani da noi stessi e ad essere lontani dalla Natura: non penso che ci sia alcuna differenza.  

(Carlucci) La storia di Maria è la storia di un viaggio. Il viaggio secondo te che cos'è Dov'è il viaggio? Finora ci hai parlato di viaggi, insomma, e questo spostamento, questa voglia ipnotica di viaggi, di turismo che cos'è, che cosa rappresenta? Che cos'è il viaggio?

(Manca) Io ho sempre pensato che sia importante viaggiare; infatti anche nei miei romanzi o nei miei racconti parlo sempre di viaggi. Il mio primo romanzo, Cuore d'Europa, parla del viaggio di due uomini attraverso l'Europa. Come dicono gli Indiani d'America fanno un Viaggio di Medicina, che viene intrapreso sempre per cercare qualcosa. Chi intraprende un viaggio sta sempre cercando qualcosa. Qualcuno sta cercando solo di divertirsi, un'altra persona sta cercando di conoscere altre persone perchè si sente sola, un'altra persona viaggia per conoscere altri luoghi, altri costumi, ma sempre si viaggia per conoscere. Il viaggio è di per SE' un conoscere: comunque le persone che viaggiano ne sanno un pochino di più di quelle che rimangono sempre ferme in un posto, perchè per forza di cose fanno più esperienze. Non c'è niente di male a rimanere sempre in un posto. Si può anche rimanere in un posto tutta la Vita, come fece il filosofo tedesco Kant, vivendo sempre nella sua piccola cittadina di K?nigsberg in Germania e fare dei grandi viaggi con la mente. Ma penso che il viaggiare sia importante soprattutto per prendere le distanze. Io penso che ci voglia, che sia molto importante prendere, acquisire un po' di distanza da dove siamo, o da dove abitiamo o dove siamo in quel momento dato nella Vita, in modo da poter  guardare con un po' più di oggettività alla nostra Vita e al nostro mondo.  

(Carlucci) Come vedresti, come racconteresti, ri-racconteresti o ri-interpreteresti il viaggio dell'eroina del romanzo La donna delle Sette Fonti, il viaggio di Maria? Anche Maria compie una sorta di viaggio; come lo definiresti: iniziatico o non so...  

(Manca) Quello di Maria è un viaggio iniziatico. Tia Nanna, nel romanzo, fa compiere alcuni viaggi a Maria; le dice di andare   in alcuni posti ben precisi perchè le vuole far fare delle esperienze e questo viaggio non è solo un viaggio esteriore, nel senso che prende la macchina e se ne va in quei posti, ma è anche un viaggio interiore (perchè visiti alcuni luoghi dello Spirito...); un viaggio è sempre un viaggio anche interiore, qualsiasi viaggio. Ci spostiamo fisicamente, ma penso che ci spostiamo anche spiritualmente, nel senso che il nostro Spirito durante questo viaggio cambia. Come durante il viaggio mangiamo cibi diversi dal solito, anche spiritualmente ci cibiamo di altre cose, diverse da quelle cose di cui ci cibiamo normalmente. E queste cose ci arricchiscono.

(Carlucci) E allora, non potrebbe - simbolicamente o metaforicamente o in traslato - Maria, guidata da tia Nanna, rappresentare in fondo il viaggio che altrettanto simbolicamente   o metaforicamente hai intrapreso tu sotto una tia Nanna che invece era un Indiano di una riserva americana. Che analogie vedi? Lei aveva una malattia: era forse la malattia dell'essere, "la malattia mortale", come la chiamava Kirkegaard.

 (Manca) Sì, ci sono molte analogie naturalmente nella Donna delle Sette Fonti. La storia di Maria è anche la mia storia: anch'io ero molto malato, anch'io ero inquinato - lo sono abbastanza ancora - ma fu molto importante rendermi conto che ero malato, che ero malato nello Spirito, che stavo morendo; era grave la mia malattia, molto grave. Anche se tutti dall'esterno vedevano un Diego sano, ben pasciuto e forte, dentro ero molto malato. Non me ne resi conto subito. Quando ho iniziato a rendermene conto ho sentito la necessità impellente di curarmi, di fare qualcosa pur non sapendo cosa fare. Ho avuto la grande fortuna (perchè cercavo... è importante cercare) di trovare qualcuno che mi ha aiutato con le sue dritte, con i suoi consigli, con i suoi insegnamenti, a guidare i miei passi, a cercare di farmi vedere, di farmi vivere, non di dirmi cosa dovevo fare, ma di darmi delle dritte ogni tanto. Era come se dicesse: "Guarda, prova a fare così, prova a passare di qui."  E questo penso che mi abbia aiutato a salvarmi la Vita, la mia Vita spirituale (e anche fisica). Ma non c'è nessuna differenza: sarei morto molto prima di quanto morirò se non avessi seguito i suoi consigli. Il viaggio di Maria e il viaggio di Diego sono molto simili, è chiaro; ma un'altra cosa infatti che ho scoperto durante questo viaggio è che io avevo un'Antonietta dentro di me, (ho tante parti dentro di me), una parte che continuavo a mettere in secondo piano e a tenere segregata, una parte molto grande di me: era la mia parte creativa, la parte femminile dentro di me. L'ho chiamata Antonietta per darle un nome. Essendo nato maschio in un corpo maschile, cresciuto in una società come quella sarda e italiana e in generale occidentale, nella mia cultura era abbastanza disdicevole mostrare qualcosa di femminile; come maschio avrei fatto chissà quali brutte figure: piano piano decisi di rieducare e di curare questa mia parte. E ho iniziato a curarla andandomene a vivere il più vicino possibile alla Natura, andandoci a vivere il più vicino possibile stando tutti i giorni accanto a colei o a quella cosa chiamata Natura o Vita o Terra, dalla quale mi sentivo, e mi sento, così amato e che mi stava curando e guarendo. Mi sono reso conto solo dopo che avevo vissuto vicino alla Terra per qualche anno di quanto fosse importante viverci vicino. Per me è stato importantissimo vivere questa intimità con la Terra: prima era come se fossi innamorato di una donna che abita a Palermo mentre io vivo a Milano. Con la testa ci amiamo, ci sentiamo tutti i giorni, però lei è lontana, non ci vediamo tutti i giorni nell'intimità, non stiamo insieme fisicamente; mi resi conto allora che per amare veramente e per sentirmi amato devo avere un contatto con la persona amata, un contatto anche fisico; per me è molto importante.  

(Carlucci) Per te nell'arco della tua esperienza, diciamo, così diversa da quella che generalmente viviamo in Occidente, a partire da un certo punto hai iniziato a fare certe esperienze. La domanda naturalmente ? la vexata questio di tanti migliaia di anni: che cos'è la Vita e il senso della Vita; naturalmente come ti sarai accorto non ti faccio delle domande semplici e le faccio doppie: come può questo senso esprimerlo uno scrittore?  

(Manca) Io penso che il senso della Vita sia viverla. Abbiamo avuto un grande dono dal Grande Spirito, o chiamamolo Universo, Dio, Tao... chiamamola come vogliamo, abbiamo un grande dono: la Vita che viviamo. Innanzitutto viviamo. Tout court. Di questo penso che dovremmo ringraziare tutti i giorni il cielo, la Terra, l'Universo, ringraziare soprattutto. Io penso che pregare sia soprattutto ringraziare. Poi uno dice: "Ah che Vita di merda, la Vita è dura, che tristezza..." Sono d'accordo che la Vita è dura: ci sono le bollette da pagare, c'è da lavorare e fare dei sacrifici, ci sono le malattie... la Vita è dura, sono d'accordo; ma che sia triste, no. La tristezza è un optional. Io posso scegliere, come persona libera, come vivere la mia Vita, prendendomene naturalmente tutta la responsabilità e tutte le conseguenze. Posso scegliere, da persona libera, di vivere la mia Vita sorridendo, per esempio alla Vita o di scegliere una Vita degna di essere vissuta. Io penso che il senso della Vita è quello di viverla, come ho detto, di viverla in tutte le sue sfumature. Se qualcuno mi domandasse: "Mi potresti consigliare qualcosa di tutte le cose che ha imparato nella tua Vita?" risponderei che ho imparato a vivere la Vita con passione, accettando tutto ciò che mi offre, tutte le sue sfide. La Vita è il giorno e la notte, il bello e il brutto, il freddo e il caldo, le tegole che mi cascano sulla testa, il tizio che mi pesta il piede in autobus, la donna che mi ha baciato la prima volta e il sorriso di un bambino, è tutto. Tutto quello è la mia Vita, è la mia esperienza. Questa è la Vita e per me quello è il senso; almeno per quanto mi riguarda non ci vedo sensi occulti, se non il vivere, proprio il vivere sta  per vivere.  

(Carlucci) Come lo può esprimere uno scrittore questo senso, se è questo che vuole esprimere o che cosa deve esprimere?  

(Manca) Se vuole, uno scrittore o un poeta può usare varie forme. A me piacerebbe farlo accennando a queste cose, dando come dei piccoli suggerimenti; non penso che sia compito di uno scrittore dire, dare risposte,   bensì piuttosto fare domande, far nascere domande nelle altre persone. Io non ho risposte tra l'altro. Io penso che se uno scrittore o un'artista lascia parlare quella parte più alta di SE', o il suo SE' più profondo, la parte più intima di SE', la parte più vera, la parte più selvaggia, se lascia spazio a questa parte, io penso che riesce a comunicare veramente con il SE' più profondo del lettore o della lettrice. Questa parte di noi (chiamiamola SE' Superiore) non parla un linguaggio accreditato: il linguaggio di questa parte di noi è sempre rivoluzionario, perchè mette a nudo quelle che sono le magagne della società in cui vivi, mette a nudo le magagne dell'autore stesso e spesso l'autore ne ha paura.  

(Carlucci) Un critico scrittore, Pederiali, nel recensire il tuo libro come breve e anche acida conclusione ti ha accusato  di una scrittura piatta non evocativa; ora il critico scrittore intende riferirsi al lavoro che fanno molti giovani scrittori, e non giovani, su problemi di stile, su un'espressività che lo può contraddistinguere e siccome credo che tu sia in grado di sopportare qualsiasi attacco, volevo sapere che cosa ne pensi su questo punto. E' un punto che può sembrare tecnico, ma forse tu puoi risolvere bene la questione senza farlo scadere su una piccola diatriba tra letterati. Te lo voglio leggere un momento: " Al romanziere " mancata la capacità di trasformare tutte queste suggestioni in vere emozioni. La storia della guarigione di Maria e la scoperta della salute e della Vita sono raccontate con un linguaggio piatto che raramente coinvolge il lettore.?  

(Manca) E' molto facile per qualunque autore suscitare emozioni, facili emozioni. Non era né il mio compito né la mia intenzione durante la scrittura de 'La Donna delle Sette Fonti' suscitare emozioni di qualsiasi genere. Ho cercato semmai in tutto il romanzo di dare suggestioni, leggere suggestioni, non volevo suscitare chissà quali emozioni (io vengo dalla scuola degli HAIKU...). Nel romanzo volevo soprattutto comunicare delle cose.  

(Carlucci) Forse è quello che ho scritto io del libro, e cioé che il tono era quello di un apologo. Il tono dell'apologo non è piatto o volutamente piatto: è un tono distaccato. Penso che volevi dire proprio questo...  

(Manca) Sì, distaccato, perchè scrivo pensando che tra i lettori ci saranno delle ragazze e dei ragazzi che leggeranno queste cose e non volevo suscitare in loro delle emozioni che li facessero o piangere o ridere o incazzare; no, non era quello il mio scopo. Disseminate nel romanzo ci sono informazioni che volevo comunicare ai giovani lettori e alle giovani lettrici e ho pensato che uno dei modi migliori e meno noiosi per comunicarle sia in forma romanzata.  

(Carlucci) Dei progetti non si deve parlare perchè Innanzitutto essi si volatilizzerebbero, tuttavia puoi dirmi in breve se ci sono questi progetti e quali sono.  

(Manca) E' chiaro che ci sono dei progetti. Il primo progetto è che voglio continuare a vivere il più a lungo possibile. Sono molto attaccato alla Vita; voglio vivere anche se non ho più paura della Morte da tanti anni, però voglio vivere, vivere, vivere, vivere, perchè è così bella la Vita, è così bella... Questo è il mio primo progetto. Il secondo progetto è che voglio continuare a scrivere. Ho tanti racconti dentro alla mia testa, ci sono un sacco di cose dentro di me, fuori di me, che vogliono essere raccontate, cantate. Ho voglia di farlo, mi dà molta gioia il farlo, mi fa sentire vivo ed è questo che voglio continuare a fare nel mio futuro. Farlo molto di più di quello che sto facendo ora - se ora posso dedicare tre ore al giorno allo scrivere, vorrei dedicarci otto ore al giorno, dieci ore. Non voglio essere uno stakanovista, mi dà gioia quando lo faccio, sto bene quando lo faccio, ? bello quando lo faccio, mi diverto quando lo faccio. Questi sono i miei progetti per il futuro. Poi naturalmente stare con le mie figlie, fare l'amore, stare con i miei amici, viaggiare, ridere, piangere, vivere...vivere, vivere.  

(Carlucci) Che rapporto c'è tra il pensare e il vivere?  

(Manca) Mi fai sempre delle domande molto facili... Molti pensano di vivere e non vivono. Vivono solo dentro alle loro teste, dentro alla loro mente. Pensano di vivere, ma non sperimentano, non fanno esperienza della Vita; moltissime persone purtroppo si barricano dietro alle mura spesse delle loro paure, delle nostre paure, dei nostri pregiudizi, io ne faccio parte, sono uno di quelli che si barricava - e spesso si barrica tuttora - dietro alle paure, dietro ai pregiudizi, dietro ai pensieri, soprattutto negativi. Pensieri negativi sono per me quelli che portano le persone a sminuirsi, a disamarsi, a non stimarsi, a sottostimarsi, ad avvelenarsi, a intossicarsi - spesso questo lo fa il pensiero. Il vivere non passa solo attraverso il pensiero; il vivere è una cosa più globale. Il pensiero passa attraverso la mente del cervello, invece io penso che il vivere passi attraverso la mente del corpo. Il corpo fisico è un cervello: è una mente di sostanza. Il cervello (la materia cerebrale) non capisce cose come la luce. La luce non entra nel cervello: essa stimola l'occhio e al cervello vengono trasmessi solo impulsi elettrochimici, non una luce. Il cervello non sta vedendo la luce, sta solo vedendo i codici elettrochimici; in altre parole, sta ascoltando un linguaggio di luce. Il cervello, per lo stesso motivo, non capisce il suono, non può udire, non può sentire (avere sensazioni cinestesiche). Potete togliere la parte superiore del cranio umano e suonarci dentro o illuminarlo con una luce. Non può udire, non può vedere e non ha alcuna percezione: in altre parole, il cervello, di per sé, vive in una specie di caverna buia e protetta. Mentre dormiamo, la mente del corpo si sveglia e questo è ciò che noi chiamiamo il "sognare". Quando siamo svegli, di giorno per esempio, la nostra mente del corpo dorme.Mentre la notte dormiamo, la mente del corpo è sveglia.

(Carlucci) Ancora una domanda difficile. Se tu dovessi affrontare il tema della Morte in un libro, come lo affronteresti?

(Manca) Se dovessi affrontare il tema della Morte in un libro, lo affronterei cercando soprattutto di non terrorizzare le persone. Alcuni anni fa ero in Germania sulle montagne della Bassa Baviera insieme a degli amici e amiche, Falcon, Osprey, Impala, Drago, i miei amici cosiddetti "indiani". Ero là con loro, arrivato dall'Italia da qualche ora, in mezzo a quelle bellissime montagne , in mezzo alla Natura, stupende foreste di abeti, mucche da tutte le parti, molto bello, circondato da amici e amiche che mi volevano bene, insomma stavo molto bene. A un certo punto arriva una telefonata: era mia sorella che piangeva: "C'è mamma che sta malissimo, forse non supererà la notte, crediamo che stia morendo. Torna subito." (Mia madre era stata ricoverata d'urgenza in ospedale per un ictus.) Scoppiai a piangere, stetti male. Dovevo assolutamente prendere il primo treno per l'Italia, solo che erano le cinque del pomeriggio e il primo treno per Milano partiva solo alle undici di notte. Fino alle undici di sera questi amici mi hanno preso con loro, mi hanno avvolto dentro a una "coperta di Medicina" e mi hanno portato con loro nel bosco. Ricordo soprattutto le parole del mio amico Falco,: "Non piangere," mi disse, "non essere triste. Ricordati che la Morte è la sorella gentile della Vita. Death si the gentle sister of life ," mi disse. Mi sembravano solo parole, molto belle, ma solo parole, ma lui mi fece capire in quel momento come la Vita e la Morte siano due facce della stessa medaglia e che bisogna accettarle tutte e due. Vedendomi affranto si arrabbiò con me e mi disse: "Cosa vuoi, che tua madre viva fino a cento anni e che ancora soffra e stia male? Sta morendo: questo appartiene alla Vita, accettalo." Io, come la maggior parte di noi che viviamo in Italia, in Europa, nel mondo occidentale in genere, forse in tutto il mondo, siamo stato educati a vedere la Morte come qualcosa di macabro, spaventoso, di terrorizzante. E chiaro che lo è, anche. Lo può essere, soprattutto quando si soffre. Quando si soffre è il dolore che spaventa molto, il dolore spaventa tutti, me per primo. Però non accettare il dolore e la sofferenza significa anche non accettare la Vita e chi ha paura di morire ha paura anche di vivere. E chi ha deciso di vivere pienamente la Vita non può farlo se non accetta anche la Morte. Carlos Castaneda, in uno dei suoi libri faceva dire al vecchio stregone Don Juan : "Non conosco sopravvissuti." Infatti non conosciamo nessuno che sia sopravvissuto alla Morte, tutti dobbiamo morire: sia quelli che la Morte la accettano che quelli che non la accettano; sia quelli che della Morte hanno paura sia quelli che non ce l'hanno; quelli ai quali la Morte è indifferente... tutti dobbiamo morire. E' una delle poche certezze che abbiamo. Perciò perchè vivere nel terrore e nella paura i pochi anni che la Vita ci ha donato? Io penso che se tratterò ancora una volta il tema della Morte, voglio comunicare ai lettori che si può affrontare la Morte in tanti modi. Per quanto mi riguarda voglio vivere fino all'ultimo istante della mia Vita volendo vivere. Vorrei condividere un'esperienza che ho avuto alcuni anni fa nel nord della California. Ero in una foresta a ore e ore di macchina dall'ultimo villaggio abitato, durante una cerimonia in mezzo alla neve, senza mangiare da sette o otto giorni. Le due insegnanti e guerriere che tutti i giorni di continuo mi mettevano alla prova, un giorno mi parlarono della Morte. Mi fecero fare una cosa strana: mi portarono dentro in casa, aprivano la porta di una stanza, mi facevano entrare e poi dicevano: "Ora sei in questa stanza e sei vivo, sei vivo nel mondo della Vita sulla Terra; ora attraversa questa porta e nascerai in un altro mondo, nel mondo dello Spirito; poi mi facevano girare di nuovo e dicevano: Adesso sei nel mondo dello Spirito: attraversa questa porta e nascerai alla Vita, nascerai sulla Terra." Non usarono mai la parola Morte, usarono solo la parola passaggio oppure la parola nascita. Entravo in un nuovo mondo, nascevo in un nuovo mondo e preferisco pensare a questo passaggio, a questo rito di passaggio chiamato comunemente Morte, come a una nuova nascita: nascita in un'altra dimensione, in un'altra Vita, chiamiamola così... in un altro mondo. Nella mia Vita ho avuto la fortuna di fare quest'esperienza e da allora la Morte mi spaventa molto meno. Diciamo che l'ho accettata. Accettare la Morte mi fa apprezzare molto di più la Vita e quello che ho ora, qualsiasi cosa sia quello che ora ho. Ora vivo e quando arriverà il mio momento di nascere nel mondo dello Spirito, lo farò con gioia perchè avrò vissuto.

Firenze 3 marzo 1999