Viaggio al centro della terra di Sardegna
Un libro che è anche un percorso turistico, archeologico e iniziatico
di Adriana Reginato
(recensione pubblicata su Il Mattino di Padova)
Un libro per le vacanze? No, una vacanza per un libro.
L'occasione giusta ci viene da una recente pubblicazione: La donna delle sette fonti di Antonio Diego Manca, (ed. Corbaccio), che ha anche goduto di una presentazione di successo nell'ambito della mostra Donne d'acqua di Abano Terme.
La storia, suggestiva e strutturata a più piani di lettura, è ambientata in Sardegna e, più precisamente, nell'oristanese. Scorre, è il caso di dirlo, a filo d'acqua, attraverso una serie di fonti, sorgenti, stagni e cascate, portando il lettore in atmosfere ancestrali, mentre il turista ha la possibilità di scoprire località per lo più sconosciute alle masse: squarci naturali freschi e ombrosi anche nell'affocato agosto, rifugi silenziosi e selvaggi per chi vuole staccare dal chiassoso tour de force delle pur splendide marine. Importante perché in questo viaggio ci si porti dentro il desiderio di percepire la sacralità delle acque, così come emerge dal libro di Manca, e dissetarsi - in tutta tranquillità - alle numerose sorgenti, le cui caratteristiche organolettiche sono ben conosciute dalla popolazione locale che accorre con taniche e damigiane per portarsi a casa il prezioso nettare della terra. Ma si può anche andare oltre all'approccio freschissimo del palato. L'adolescente protagonista del libro, Maria, non beve solo acqua, ma anche gli antichi insegnamenti che le vengono dati dalla sciamanica ìdonna delle sette fonti". E da ciò scaturiscono nuove forme di comunicazione, come quando la ragazza, riuscendo infine a spogliarsi delle costrizioni-convenzioni, si mette a parlare di sé con la cascata di Sos Molinos. Si tratta di un salto d'acqua di circa trenta metri nei pressi di Santu Lussurgiu, un accattivante paese abbarbicato dentro all'antico cratere di un vulcano: un posto proibitivo per i fanatici del telefonino, in quanto il segnale non arriva assolutamente. Anche solo il raggiungimento della cascata suggerisce la sensazione di sprofondare nel grembo di Madre Terra, in quanto si deve scendere uno stretto sentiero che porta in fondo alla forra dove, formando un laghetto, precipita la massa d'acqua. E' come entrare nella luce baluginante dei rosoni di una cattedrale: il rumore dell'acqua fa da organo sotto una selvaggia volta di rami e verzura che solo a tratti non escludono il cielo.
Maria, nel suo peregrinare in cerca di una crescita fisica e interiore, fa ìbaseî nell'abitazione della sua ìmaestraî, Tia Nanna, a S.Leonardo de Siete Fuentes, circa 700 metri d'altezza, (dove in realtà esiste un piccolo, ma confortevole albergo, quello delle sorelle Malica). E sono sette le fonti che, allineate, sgorgano da una parete rocciosa, traboccando tra antichi e maestosi alberi, o ìalbereî, al femminile, come ama chiamarle Manca, rifacendosi al dialetto sardo. Sorgenti miracolose queste di San Leonardo, assicurano gli oristanesi, e recenti analisi confermano le virtù terapeutiche a vantaggio di chi ha problemi di litiosi renali o di depurazione in genere. Esiste anche la versione in bottiglia, ma la soddisfazione di bere con le mani a coppa direttamente alla sorgente è impagabile.
Fra quelli indicati nel romanzo, il luogo in assoluto più selvaggio (ci si imbatte negli escrementi di cinghiale), più spettacolare (dai suoi oltre 1000 metri si gode la vista dello splendido mare di Santa Caterina di Pittinuri), più isolato (a stento ci si inerpica con una robusta auto), Elighes Uttiòsos, ovvero Lecci Gocciolanti: la sorgente è come dev'essere stata fin dalle origini, incontaminata, protetta da un boschetto che, se in stagione, fiorisce di ciclamini. Qui Maria approfondirà in vario modo, anche piantando un piccolo leccio, il suo legame con la propria terra, l'antica, indomabile Sardegna.
La testimonianza più preziosa e raffinata del culto legato alla Dea Madre la si scopre nel sito archeologico di Santa Cristina, ove un pozzo perfettamente conservato (I millennio a.C.) si impone per la sintesi tra architettura e archetipo, onde esprimere anche visivamente la sacralità di un rito di purificazione e rinascita: dal grembo oscuro ed umido della terra, una forma uterina e un canale vaginale riportano alla luce del sole. La stessa pianta del complesso (una forma circolare entro cui si estende una seconda forma, a pene) sottolinea il connubio con la terra che genera fertilità. Si raccomanda di visitare questo luogo estremamente suggestivo (dove Maria resterà sola con se stessa) di mattina presto, in modo da evitare, per quanto possibile, l'assembramento di turisti.
Lo stesso concetto di sacralità del pozzo sotterraneo torna pure nel vicino ipogeo della Chiesa di San Salvatore, degno di nota anche per i graffiti sulle pareti fatti dagli antichi prigionieri fenici.
Il libro porta anche ad altri incantevoli luoghi d'acqua, che formano il quasi misconosciuto sistema arterioso di una Sardegna affatto arida. A conclusione, un cenno a Cabras, dove Maria si reca a mangiare nella tuttora esistente trattoria di zia Belledda, rinomata per i piatti di pesce. Nel vicino stagno, una tra le più grandi riserve naturalistiche di questo tipo a livello europeo, la protagonista incontra i fenicotteri rosa, nei cui esile profilo Maria coglie il proprio. E davvero vale la pena di regalarselo questo spettacolo, come un colore d'alba dopo aver vissuto nella luce crepuscolare della magia.
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