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la ragione e il dubbio

Il lamento, la morte, l'impegno civile nell'esperienza poetica di Giuseppe Zagarrio
di Beniamino Biondi

(…)
Credere: ancora dunque credere
con le mani serrate sull'anima violata
e invocare, è forse questo l'ingenuo segreto
per durare all'inganno, chi ci insegni
il vagabondo
sui bordi della strada l'attendere angoscioso
che dal pozzo risalga la morte e il montacarichi
la teoria dei volti sui cancelli serrati
della fabbrica inerte e se l'arcobaleno
rompa la nebbia e si alzi dalla fronte
offesa il giusto orgoglio o che un bambino rida
al porto della madre
che forse non importa
tanto credere, che valga a sollevarci contro
il male d'ogni feudo la legge del resistere
il nostro destinato negarci alla rinuncia.


(da: "Tra il dubbio e la ragione" Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1963)

Avviare un discorso - non esegetico, s'intende - ma quantomeno divulgativo e introduttorio all'opera poetica di Giuseppe Zagarrio è un'operazione complessa per molteplici ragioni. Innanzitutto oggettive, in quanto costretti a dovere rientrare entro lo spazio concessoci dalla redazione, inoltre perché vorremmo umilmente rifuggire dalle facili valutazioni che sovente si risolvono in elogio sperticato o in severa critica. Ci limiteremo pertanto a segnare un percorso ponendo in rilievo soltanto alcune più significative osservazioni che possano, anche solo orientativamente, indicarci gli estremi ideologico-letterari di un itinerario poietico densissimo e limitato a pochi versi, lasciando ai lettori un possibile giudizio od un eventuale approfondimento. Giuseppe Zagarrio nasce nel 1921 a Ravanusa, paese dell'entroterra agrigentino, ovvero in quell'area geoletteraria che egli stesso, in quegli anni dall'oscurantismo del dominio fascista e da un conformismo culturale tanto sussieguoso quanto ipocrita, matura le prime esperienze letterarie e subisce il fascino delle prime letture. Nel '43 si laurea in Lettere presso l'ateneo di Palermo e fino al '48 partecipa alle lotte dei contadini per l'appropriazione delle terre, trasferendosi nel '49 a Firenze, città che non abbandonerà mai più, per insegnare lettere italiane e latine nei licei. La produzione in versi di Giuseppe Zagarrio copre l'arco di appena un decennio, dal 1953 al 1963, anno nel quale pubblica "Tra il dubbio e la ragione", certamente la sua prova più matura e compiuta. Sono brevi e preziose plaquettes, tutte per i tipi di piccoli e benemeriti editori, che presentano una poesia meditativa e strutturalmente composta, raffinata, lontana tanto da sterili avanguardismi che da nostalgici recuperi, per cui fondato appare il sospetto che il loro autore preferisca volontariamente l'incantevole posizione del dilettante, polemicamente ai margini dell'industria culturale e delle mode compositive. Zagarrio opera in quell'area che dicevamo "contadina", con la presenza forte di temi quali la morte e il lamento, area che pur con diverse premesse ha prodotto la poesia di altri due notevolissimi nomi, lo sfortunato Mario Gori, nisseno, e l'agrigentino Antonino Cremona. E proprio la terra, intesa come categoria coscenziale ed elemento specifico, antropologicamente pregnante, di una entità etnica, rappresenta il fulcro della riflessione del poeta non solo nell'analisi della povertà quale fondamento logico del corso esistenziale od inconscia reazione alle contraddizioni socio-economiche della società capitalistica, ma anche nella meditazione sulla nascita dell'industrializzazione e la creazione di nuove infrastrutture che si allineano con i centri di mafia meridionali e del clientelismo politico, egemone ed omologante. A quella Sicilia che, per dirla con Sciascia, ha problemi da terzo mondo e soffre i nuovi come i vecchi mali Zagarrio sente di appartenere, sentimentalmente, e del resto tutta la sua scrittura si attua e realizza nella koinè letteraria dell'isola, quale prevalente ascendenza culturale, e perviene ad un naturale realismo che, nella seconda fase del suo sviluppo e con nuove, diverse proposte, non ricalca precedenti modelli ritardatari e frenanti, non conduce a sublimanti idealizzazioni liriche, culturalmente reazionarie, ma anzi vi si avverte un pathos profondamente calato nella storia, progressivo ma assolutamente non fideistico né positivistico. E se, come ci suggerisce lucidamente Theodor Adorno, la poesia è "unità processuale, risoluzione degli antagonismi che una qualunque opera d'arte ha necessariamente in sé", Zagarrio reagisce muovendosi tra il dubbio e la ragione, tra l'analisi di una condizione e la successiva, sofferta mediazione letteraria. Significativa è, a riguardo, la poesia "Il mio feudo" nella quale il poeta contrappone alla realtà socio-economica dei padroni agrari e dei latifondisti quella dei nuovi feudatari, primi fra tutti lo Stato e la Cassa del Mezzogiorno. Ciò che per i primi realisti meridionali era la furia e l'impeto della rivolta, per Zagarrio è la critica, non ironica, come sostengono numerosi esegeti, ma a nostro avviso scettica e pessimistica, rappresa e drammaticamente mossa. Una poesia civile, insomma, come quella che andava maturando nei medesimi anni Pasolini ma tanto distante da essa nei procedimenti e negli esiti quanto è distante la cultura settentrionale dalla cultura mediterranea. Per tali ragioni crediamo che Zagarrio non sia un poeta dell'immediato, ma ha costante l'esigenza di una forte mediazione culturale che rinnovi un progetto fissando in valori visivi, poetici, una materia cui egli stesso per primo attinge, non prevalendo sulla storia, ma essendo storia essa stessa. Se non vivessimo in tempi ambigui dove si ha l'impressione che la cultura si trovi ad oscillare violentemente tra sterile recupero e manieristica estremizzazione, sconvolgendo i naturali processi di svolgimento letterario e se alcuni dei nostri operatori culturali fossero realmente sensibili alle ragioni della cultura, ci parrebbe doveroso istituire un premio letterario a colui che ha rappresentato e rappresenta una delle più alte e coerenti voci della poesia siciliana contemporanea.

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