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LA STORIA DELLA
FAMIGLIA
Curiosare nel passato della propria famiglia è
un'idea che, prima o poi, sfiora un po' tutti. Certi anelano a nuove scoperte
nel tentativo di sfuggire ad una vita mediocre; altri, più semplicemente,
desiderano ricomporre i fili di una storia che li riconduca a se stessi
e che possa restare, anche per chi verrà dopo, come testimonianza
di un lungo e fertile cammino. Spesso, infatti, i personaggi che emergono
dalla nostra storia di famiglia sono figure sconosciute alle ricche edizioni
dei libri ufficiali; piccole api silenziose, pazienti formiche abilissime,
ma anonime tra gli anonimi; altre volte, invece, si rivelano, inaspettatamente,
veri e propri "personaggi"; avvocati, inventori, patrioti, dei
quali noi soli non conoscevamo gli stretti legami con i nostri antenati.
Non occorre, comunque, che esistano particolari segni di nobiltà
o distinzione sociale per far si che quella di famiglia sia una "vera"
storia, altresì è necessario che si conoscano alcuni punti
fondamentali oltre ai nomi e cognomi, come, ad esempio, la zona geografica
in cui gli avi sono vissuti (o, possibilmente, nati) e, nota questa assai
dolente, qualche data certa. Generalmente il primo passo consiste nel
tentativo, spesso deluso, di districarsi tra notizie lacunose o travisate,
fornite in fretta da nonni e zii distratti e un po' testardi, documenti
dimenticati in polverosi archivi semi-abbandonati, foto e dagherrotipi
in possesso di parenti più o meno stretti, che preferiscono glissare
elegantemente sull'argomento "prestito a scopo di ricerca".
Inoltre, accanto alla ricerca vera e propria, è importante comporre
gli elementi cronologici dei principali eventi storici, politici, religiosi
e sociali che si sono affiancati (a volte anche sovrapposti) al corso
fluido, e un po' indifferente, lungo il quale si sono snodati gli avvenimenti
familiari. Fondamentale è armarsi di tempo e robusta pazienza,
affinchè la ricerca sia il più possibile ricca di fonti
attendibili, oggettiva e veritiera; inoltre occorre fare attenzione alle
tradizioni orali familiari, che spesso si rivelano di dubbia veridicità,
e che possono essere fonte di imbarazzo e delusione. Se, ad esempio, nel
corso della ricerca dovesse "venire a galla" che il quadrisavolo
"feroce pirata" era in realtà un semplice marinaio dilettante,
divenuto in seguito onestissimo impiegato regio (per intendersi oggi diremmo
uno "statale"), non sarà necessario demolire ciò
che è stato un mito per almeno tre generazioni, ma sarà
sufficiente limitarsi a citare le due principali occupazioni del nonno
di nostro nonno: marinaio e impiegato. Chissà, forse qualcuno vorrà
leggere, nascosta tra le lettere di "marinaio" anche la parola
"pirata", pensando ad una pudica omissione, ma comunque nessuno
potrà negare che sia stata scritta la verità.
Quando, per la prima volta, nella famiglia Talevi si
parlò di origini e curiosità genealogiche, venne fuori proprio
una sgangherata storia di pirati, alla quale pare accennasse di tanto
in tanto l'eclettico nonno Silvio (definito un "martire della resistenza"
da quando, dopo aver eroicamente riparato un ferro da stiro, si era attirato
la simpatia di molte vicine, che gli rifilavano puntualmente i loro piccoli
elettrodomestici in panne!), ma a parte questa vaga notizia, non esistevano
prove reali di tale ascendenza. La stragrande maggioranza delle persone
interpellate riteneva che il cognome in questione derivasse da un soprannome
attribuito a un trovatello o figlio naturale (sulla falsa riga di cognomi
come Esposto, Proietti, dell'Angelo, ...) e che la narrazione fosse poi
stata resa più accattivante dalla comparsa di un fantomatico pirata,
senza una vera e propria collocazione storica. Tutto ciò non sembrava
convincente; ogni notizia in più, aggiunta da zie, ottuagenarie
ma baldanzose, rendeva sempre più pressante l'esigenza di un approfondimento.
Armati di un taccuino e di tanta, santa, pazienza, cominciarono, sistematicamente,
le interviste agli ultimi superstiti della famiglia che appartenevano
alla celeberrima "classe di ferro". I pochi cenni storici e
alcune date, soprattutto di morte, erano quasi tutti del XX secolo, o,
al massimo, dell'ultimo ventennio del XIX, e partivano proprio da quel
vago sentore di pirateria, poi rivelatosi inesistente. Grazie ad alcuni
documenti, disponibili presso lo stato civile del comune di Ancona, cominciammo
a "scavare" nella vita dei nostri antenati.
In un certo senso si può dire che il bisnonno
Silvano (foto), nato
nel 1851 e morto nel 1925, grande esperto di pesci e lenze, un po' di
spirito piratesco l'avesse davvero. Dopo gli anni della gioventù,
in cui s'era dato alla vita marinaresca più con lo spirito di chi
vuole esplorare il mondo fuori di casa che con vere intenzioni di fare
il marinaio, nel 1875 era stato assunto, in prova, nella allora "Società
Italiana per le Strade Ferrate Meridionali", impiego presso il quale
rimase poi definitivamente fino al 1910, anno del suo pensionamento. Dal
suo foglio matricolare (rinvenuto solo grazie ad una ricerca particolarmente
complicata, nonchè alla perplessa cortesia di due funzionari delle
ex Ferrovie dello Stato) e dalle note, apposte negli anni al suo margine,
scopriamo che si trattava di un lavoratore assai attivo ed ingegnoso,
tutt'altro che pignolo, ma intelligente e creativo, cosa piuttosto scabrosa
in un'epoca in cui la burocrazia e l'assoluto rispetto delle regole erano,
letteralmente, il pane quotidiano. Ogni seppur minima variazione alla
norma veniva quantificata in una penale da sottrarsi alla paga giornaliera,
ma spesso, per fortuna, qualche creazione ingegnosa era ripagata con piccoli
premi che pareggiavano i conti. Certo non dovette trattarsi di una persona
dal carattere docile se, come documenta ancora il foglio matricolare,
rifiutò comunque di partecipare ad una conferenza in materia di
servizio, che riteneva affatto inutile, e si rese responsabile dei "viaggi
abusivi" di un operaio, nonostante ciò gli costasse l'intera
paga di un giorno di lavoro. Insomma, Silvano era, a suo modo, un pirata
della burocrazia. Ma da dove veniva? Abbiamo già detto che era
nato nel 1851, ad Ancona, e della sua famiglia si sa che aveva sicuramente
tre sorelle, Leonilde, Arsilia, Annunziata, ed un fratello più
piccolo, Alessandro, di cui si conosce solo la data del matrimonio. Il
padre, Vincenzo, era stato anche lui marinaio per breve tempo e viveva,
con la moglie Marianna Borgognoni (detta Elena) ed i figli, sotto la giurisdizione
ecclesiastica della parrocchia di S. Giovanni Battista; era nato nel 1815,
primo di una serie di sei tra fratelli e sorelle, da Giovanni Talevi e
Marianna Signorini che, dalla zona extraurbana delle Grazie, si erano
trasferiti a quella di Montagnolo, dove era nato Vincenzo, poi più
giù, verso la città, dove il lavoro era più agevole
e disponibile. In realtà la famiglia Talevi, o Tallevi, come appare
da alcuni documenti, era già originariamente collocata nella zona
detta del Montagnolo (dal latino "Montis Angeli", dove si trovava
e si trova, appunto, la chiesa di S. Michele Arcangelo) dove aveva vissuto
sin dalla metà del XVI secolo, per circa sette generazioni, prima
di trasferirsi alle Grazie e poi, come già detto, verso la zona
Piano S. Lazzaro - Borgo Pio.
Sono state rinvenute tredici generazioni di questa famiglia
e, sempre cercando di padre in figlio, si è risaliti al 1515 circa,
nonché, cosa più importante, al capostipite che ha dato
origine al cognome; ma attenzione: vera e provata che sia la fedeltà
degli atti per ciò che riguarda questa specifica ricerca, ciò
non significa che tali documenti, e la ricerca stessa, possano essere
considerati validi per tutti coloro che oggi, residenti ad Ancona, nelle
Marche o altrove, si chiamino Talevi. Esistono forse dei lontani legami
con alcuni di essi, ma certamente molti nuclei possono essersi formati
autonomamente. Vediamo come, analizzando una delle parti più interessanti
della ricerca, quella che riguarda l'origine del cognome. Secondo la corrente
linea di pensiero di eminenti linguisti, il cognome Talevi, con le sue
forme originarie o derivate (Tallevi, Tallevo, Talleva, Talei, Taleo,
Talea, Diotallevi, Diotalleva, ecc.), é diffuso quasi esclusivamente
nelle Marche, soprattutto nella zona di Pesaro e del Montefeltro, di Ancona
e Falconara Marittima, con qualche piccolo gruppo sparso nel Lazio, in
Umbria e in Liguria, di derivazione quasi sicuramente marchigiana. Talevi,
in particolare, è la forma aferetica derivata dal nome proprio
teoforico gratulatorio "Dio ti allevi", con cui venivano battezzati
i bambini che si desiderava idealmente affidare alle cure divine (generalmente
per problemi legati al parto e alla salute della madre, non perché
abbandonati o malaticci). Ora provate ad immaginare: per quanto si possa
essere trattato di una formula decisamente originale, è probabile
che siano stati molti i neonati battezzati così e, inoltre, come
per tutti i nomi, anche in mancanza della motivazione primaria che gli
ha dato origine, esistono periodi storici e luoghi in cui si venne a creare
una sorta di "moda ad imitazione", agevolata anche dalla presenza,
all'incirca nel XV secolo, di una nobile famiglia romagnola ,della quale
alcuni componenti portavano appunto il nome di Diotalevo. Nonostante la
particolarità, dunque, è provato che verso la fine del '500
esistevano, nella contrada di Montagnolo, almeno due bambini, entrambi
originari del Montefeltro, di sesso maschile che, pur non intercorrendo
tra loro legami di parentela, portavano questo nome e che, successivamente,
diedero origine a due distinte discendenze di Talevi tra Montagnolo e
Posatora. L'uno si rivelò poi essere proprio quell'antenato dal
quale presero il nome gli attuali discendenti di Silvano, mentre l'altro
era figlio di tale Giulio da Casteldurante (attuale città di Urbania,
provincia di Pesaro-Urbino).
Partendo dagli attuali Talevi e risalendo indietro con
Silvano, Vincenzo, Giovanni, Andrea (di cui si conserva, presso l'Archivio di
Stato di Ancona, la firma autografa in un registro del censimento napoleonico)
e
cosė via, dopo lunghe e meticolose ricerche si arriva alla decima generazione,
quella di Francesco Diotalevi, nato nel 1607 dal capostipite Dittaleva (forma
abbreviata che sta per Diotialleva) e da sua moglie Margherita. Quest'ultima (n.
1573) era figlia di Pierfrancesco da Urbino e la sua unione con Dittaleva (n.
1578), che oltre Francesco vide la nascita di almeno altri otto figli tra maschi
e femmine, era forse giā stata progettata, secondo gli usi dell'epoca, dalle famiglie
degli sposi, strettamente legate da interessi economici. Il padre di Dittaleva,
infatti, Giovanni Maria da Tornā, lavorava come fornaio con tale mastro Romeo,
socio di Pierfrancesco. Non solo: donna Polonia (o Apollonia), moglie di Giovanni
Maria, era anch'essa originaria del Montefeltro, essendo nata verso la metā del
XVI secolo da Cristoforo di Gradara, ed č probabilmente proprio a lei che si deve
la scelta del nome di battesimo Dittaleva (riproduzione dell'atto di battesimo
di Dittaleva conservato presso l'Archivio Parrocchiale di S. Giovanni Battista
ad Ancona). 
Giovanni Maria, suo marito, aveva invece origini differenti: veniva da "Tornā",
abbreviazione antica e ormai desueta che indicava la cittā di Tornata (provincia
di Cremona), situata proprio in quell'area padana dove, grazie ai disboscamenti
precoci, giā a partire dal XIII secolo avevano preso piede le colture cerealicole
e dove ancora nel XVI secolo l'arte di fare il pane costituiva una tradizione
importante. Assieme ad un folto gruppo di mastri artigiani lombardi, di cui pare
ci fosse grande necessitā a metā del '500 nel territorio marchigiano, anche Giovanni
Maria di Stefano, fornaio da Tornā, partė con la semplice speranza di una vita
onesta, serena ma, soprattutto, prolifica. E in questo, almeno, possiamo dire
con certezza che non sia stato deluso.
©
1999-2003 Gabriele Talevi. Tutti i diritti riservati. Data ultima revisione:
Gennaio 2003. |