La prima volta sul trono papale

  Il pontificato dei gesti
  L'attentato
  La lunga odissea
  Non cammina più
  E se non ce la facesse?
  L'antifisicità
  La risposta al male
  Non parla più
   

Il pontificato dei gesti

C’è un mito. Il mito dell’uomo Wojtyla intrepido e instancabile, poliglotta e creativo, senza paura e senza rimpianti. Un uomo che è diventato Pontefice di Roma ma che è riuscito a non farsi dominare dall’immagine del papato; piuttosto ha imposto la sua immagine al papato. Una volta c’era una netta separazione tra l’appartamento privato e quello pubblico del Palazzo apostolico. Giovanni Paolo II ha rotto questa separatezza: ha voluto ospiti in cappella e in sala da pranzo, ha ammesso giornalisti e fotografi. Ha mescolato pubblico e privato, personalizzando la scena pubblica e facendo anche della vita privata uno strumento di governo, o quantomeno di comunicazione con l’esterno. Seguendo il suo istinto di libertà, Wojtyla spezza il soggiorno estivo a Castelgandolfo con brevi vacanze di due settimane all’anno sulle Alpi. E diventa, così, il primo Papa ad accettare di essere fotografato in tenuta da sci o da escursionista. Il 26 agosto 1979, anniversario dell’elezione del suo predecessore, dopo la messa celebrata sulla piazza di Canale d’Agordo, sale sulla cima della Marmolada, a 3300 metri di altitudine, per benedire la statua di bronzo della Vergine delle Dolomiti. Cinque anni dopo, il 17 luglio 1984, un elicottero dell’esercito italiano porta il Papa sul ghiacciaio dell’Adamello. Giovanni Paolo II commenta l’avvenimento con il solito humour: “Forse qualcuno troverà scandaloso che un Papa si metta a sciare ma non c’è scandalo la dove c’è amicizia, semplicità e valori umani semplici”. Valori umani e semplicità, dunque. Lo dice lo stesso Pontefice quasi scherzandoci sopra. Ma le sue non sono solo parole prive di contenuto. Ben presto si trasformano in atti concreti, in discorsi pubblici, in prese di posizione scomode. Varsavia, 1979. Giovanni Paolo II è sul palco. Di fronte ad una folla sterminata. Con parole chiare e determinate lancia il suo messaggio. Un discorso politico reso esplicito anche dalla forza fisica con cui viene espresso. La stessa forza fisica che il Pontefice esprime mentre ascolta l’invocazione disperata di un minatore in Bolivia. È la sua presenza quasi una garanzia che il Papa è lì anche per difendere gli umili, per aiutare gli oppressi. Per stringerli in un caldo abbraccio come fa Wojtyla con una donna boliviana. Ma è in Nicaragua che si trova uno dei documenti più interessanti di questo pontificato dei gesti. Wojtyla incontra un esponente della teologia della liberazione, un ministro sandinista, Ernesto Cardenal, e lo rimprovera, esplicitamente. Severo e punitivo. Nell’isola di Gorèe in Senegal usa parole dure contro la schiavitù. In Sicilia, nello scenario maestoso della Valle dei Templi, minaccia gli uomini della mafia. Il giudizio di Dio, appunto. Parole e gesti di una fondamentale importanza per la nostra indagine. Si vedono, in quei gesti e in quelle parole, tutti i segni di un pontificato all’insegna della forza del vangelo, della caparbietà della missione, della potenza dell’apostolato. Ma, accanto ad essi, altri simboli hanno reso “rivoluzionario” il messaggio di Wojtyla. Gesti affettuosi, teneri abbracci, contatti fisici con i fedeli. Il suo sembra essere un apostolato della carezza, una liturgia dei gesti. “Papa Wojtyla ci ha costretti a leggere i suoi gesti come fossero omelie e a intendere le omelie alla luce dei suoi gesti”, ha scritto Luigi Accattoli in un suo libro. E le immagini che le televisioni ci hanno trasmesso, sembrano dimostrarlo. Riguardandole si vede Giovanni Paolo mentre sfiora con la mano i capelli della cantante che ha animato la celebrazione. Ma tra tutti i ricordi delle sue novità gestuali con le donne, il più bello ci riporta a Sidney, in Australia, il 26 novembre 1986, nello stadio del cricket: bacia in fronte la ragazza che ha tenuto il discorso di saluto tenendole la testa tra le mani; e, dopo quel bacio, prende per mano due ragazze in maglietta rossa, che fanno parte del coro, unendosi così ad una catena di trentamila persone che lega tutto il campo. Con loro si dondola e canta. Infine abbraccia le due più vicine stringendole al petto e poggiando una mano sui capelli a coda di cavallo. Un altro esempio, ancora più esplicito e significativo. Settembre 1985. Palasport di Genova. Giovanni Paolo II prende tra le mani il volto della ragazza che l’ha salutato a nome di 13 mila compagni e la bacia in fronte. La ragazza va dal Cardinale Siri che sta a due passi dal Pontefice, un gradino più in basso, e il severo arcivescovo ottantenne alza la mano e offre l’anello da baciare. Due modi contrapposti di intendere il rapporto con i fedeli e la stessa missione dell’apostolato. Wojtyla da una parte, Siri dall’altra. Il nuovo Pontefice di Roma e l’anziano, potentissimo porporato. Benny Lai, nel suo libro “Il Papa non eletto” ha riportato una conversazione confidenziale in cui il Cardinale Siri si esprime a proposito del comportamento eccentrico del Pontefice: “Molti si sono scandalizzati perché è andato a sciare sul Terminillo e sul monte Adamello. Io non mi sono scandalizzato perché ho detto: i Papi che verranno capiranno che questa è una cosa che non si deve fare”. Nessuno di noi sa immaginare cosa faranno i successori di Karol Wojtyla. A noi basta indagare su cosa ha fatto Giovanni Paolo II. Ma, intanto, a pochi anni dalla sua elezione, la storia avrebbe impresso una lacerante sterzata alla vita del Pontefice.

   
 
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