La prima volta sul trono papale

  Il pontificato dei gesti
  L'attentato
  La lunga odissea
  Non cammina più
  E se non ce la facesse?
  L'antifisicità
  La risposta al male
  Non parla più
   

La lunga odissea

20 giugno 1981. Il Pontefice è costretto ad un nuovo ricovero, sempre al Policlinico Gemelli, per un nuovo intervento. Durante una trasfusione, resasi necessaria a causa della consistente perdita di sangue, il fisico del Papa ha contratto un’infezione, il Cytomegalovirus. È necessario intervenire. Pochi giorni di degenza. Passa l’estate in una non semplice convalescenza. A fine novembre il Pontefice è turbato. “Lo dobbiamo alla misericordia di Dio se non siamo morti” urla con una voce ancora ferma durante il suo pellegrinaggio al Santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza in Umbria. Ed è forse qui, o anche qui, che Wojtyla decide di non fare mistero della sua sofferenza e della sua malattia. “Vorrei farvi ora una confidenza: mi recherò al Policlinico Gemelli per sottopormi ad alcuni accertamenti diagnostici. Pregate per me”. Il 12 luglio del 1992. Durante l’Angelus il Papa avverte i fedeli riuniti per la preghiera che l’ospedale ancora lo aspetta. I sanitari hanno identificato un tumore al colon che deve essere asportato. Il 15 luglio viene effettuato l’intervento. La massa tumorale è benigna. Come mai prima d’ora, l’intimità del Pontefice diventa un fatto pubblico. Il corpo di Woityla, studiato e analizzato dai sanitari, viene esposto nelle sue più nascoste pieghe. Nulla viene taciuto all’opinione pubblica e alla tenace puntualità dei media. L’11 novembre 1993 Woityla, durante l’udienza ai membri della Fao nella sala delle benedizioni, cade e si fa male ad una spalla. La mattina del 29 aprile del 1994. Woityla è alla vigilia di un viaggio in Sicilia. Ma un incidente durante la notte… L’intervento va bene. Il Papa si riprende velocemente. Ma la degenza è lunga. A circa un mese dal giorno del suo ricovero, Giovanni Paolo II è ancora in ospedale e domenica 22 maggio…“Mi stanno esaminando fino in fondo all’organismo. Non sapevo nemmeno che esistessero tali organi e tali possibilità”. Passa più di un anno. Il fisico del Papa non desta preoccupazioni fino a quando, all’improvviso... Il Papa resiste, fa gli auguri al mondo. Ha dei disturbi visibili. La sua mano tremante sarà interpretata come un segno non certo positivo della sua condizione fisica. Chiede scusa e abbandona il balcone muovendosi verso l’interno della stanza. Successivamente si saprà che quei tremori sono dovuti al Parkinson. Ed è qui che inizia la lunga odissea. Quella delle immagini che fotografano il Papa nelle sue varie fasi di stanchezza, poggiato al bastone della Croce come ad un sostegno provvidenziale, o più in forma a contatto con la gente, mentre saluta, benedice, accetta le feste che intorno si stringono alla sua persona. O ancora mentre ha difficoltà a leggere per la mano che agita il foglio sotto ai suoi occhi. E la stanchezza si trasforma in vera e propria sonnolenza fino ad una delle non tante ma significative sequenze di una malattia che avanza e sembra minarlo duramente non solo nel fisico. Ma l’immagine che ha fatto il giro del mondo è questa: una mano che ferma l'altra, quasi di nascosto. Da questo momento scatta la folle corsa alla ricerca dei “sintomi” di Woityla. Viene scrutato da fotografi, operatori, telecamere, giornalisti e osservatori e, di conseguenza, dai fedeli in ogni suo gesto, in ogni ruga. E su tutto incombe l’anno del Giubileo. Nell’immagine di questo Papa rimane soprattutto il segno di una caparbietà invincibile che lo trascina tra le folle e i fedeli anche a dispetto del suo stesso corpo sorretto e scorrazzato da una pedana mobile che attraversa la navata centrale della basilica di San Pietro. È l’immagine di quest’uomo, è l’immagine di questo “ostinato di Dio”. E la sua ostinazione lo porta all’anno duemila e agli impegnativi appuntamenti del Giubileo. Uno fra tutti: la Giornata Mondiale della Gioventù. Certamente il momento più concreto della tenera e caparbia fisicità del messaggio di Giovanni Paolo II. Una fisicità contagiosa che colpisce e coinvolge i giovani di tutto il mondo. Piazza San Pietro. Città del Vaticano. Roma. Anno del Signore 2000: l’inizio di un nuovo millennio. È un evento che difficilmente le cronache potranno dimenticare. Centinaia di migliaia di giovani provenienti da ogni parte del mondo si sono dati appuntamento nella Città Eterna per sfidare il caldo insopportabile e la stanchezza fisica ma soprattutto per stringere in un lungo abbraccio un anziano signore vestito di bianco. Eccolo: il Papa di Roma, il Santo Padre, Giovanni Paolo II. E lui non si tira indietro. Attraversa con la sua papamobile la marea umana e si lascia andare a questo contatto affettivo, fraterno, fisico. La visione d’insieme è veramente sconcertante. Ma il Papa sembra quasi non farci caso. Come se tutto ciò fosse normale. Come se fosse normale questa distesa sterminata di volti e bandierine. Dal palco, quasi un puntino in fondo, ben oltre la folla, parlando di se stesso….“Non ci vogliono stare”. Non è vero, sembrano gridare questi giovani festanti; non è vero che l’anziano pontefice sia vecchio e malato. Non è vero. Sembra la conferma definitiva di quanto il corpo del Papa, con il suo carisma, i suoi gesti affettuosi, la sua umanità sofferente, sia diventato comunicazione di fede e di speranza. Il Papa vorrebbe parlare, vorrebbe continuare ma i giovani sembrano impedirglielo. Hanno capito. Le parole non servono. “Il Papa, un giovane come noi”: una frase affettuosa per dire “siamo uguali”. Un Papa che ha fatto della sua presenza fisica uno strumento di comunicazione e di dialogo. È fatta. Sguardo a sguardo. Volto a volto. Corpo a corpo. La scintilla è scattata. Basta un coro, un saluto, un sorriso. Il resto non serve più nell’immensa spianata arroventata dal caldo e dall’emozione. Dopo quelle ore e quella intensa emozione il dialogo tra Giovanni Paolo II e la gioventù di tutto il mondo non si sarebbe più interrotto. E le immagini di quella giornata tornano ogni tanto nella memoria di molti nel loro doloroso contrasto con altre immagini e altre situazioni che ci mostrano il Papa in tutta la sua sofferenza fisica. Oltre la malattia, il calvario che, negli ultimi due anni, è diventato visibile, concreto, tangibile, sotto gli occhi di tutti, dei porporati, dei fedeli, dei media. Il 14 novembre 2002, durante la sua visita al Parlamento italiano, il Papa ancora cammina, seppure appoggiandosi al bastone. Durante i riti natalizi dello stesso anno si sposta usando la pedana mobile ma muove, comunque, qualche passo. Che le difficoltà di movimento siano diventate gravi lo capisce in occasione della settimana santa del 2003 quando compare la sedia meccanica che si alza e si abbassa permettendogli di raggiungere l’altare e celebrare la Messa restando però seduto. Nei mesi successivi fa qualche passo in pubblico ma da luglio a ottobre 2003 sembra condannato all’immobilità. Ciononostante Papa Wojtyla rispetta i programmi di viaggi apostolici prefissati. Spagna, Croazia, Banja Luka, Slovacchia. A Bratislava sono evidenti i problemi di linguaggio e da allora prende l’abitudine di lasciare ad un collaboratore la lettura di parti di discorsi o di interventi pubblici.

   
 
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