La prima volta sul trono papale

  Il pontificato dei gesti
  L'attentato
  La lunga odissea
  Non cammina più
  E se non ce la facesse?
  L'antifisicità
  La risposta al male
  Non parla più
   

La prima volta sul trono papale

È il 22 ottobre del 1978. Karol Wojtyla appare in Piazza San Pietro per celebrare la messa di inaugurazione del suo pontificato. Sembra pienamente investito della missione affidatagli da Dio. Ha la serenità di un attore che ha già imparato la parte. La piazza è piena di gente, circa duecentomila persone. Ci sono le teste coronate, le autorità mondiali, i principi regnanti. Ci sono i patriarchi e i capi delle Chiese cristiane. Ma, soprattutto, c’è il mondo. Guardandolo alla Tv via satellite, credenti e non credenti di centinaia di paesi assistono al rito solenne con il quale la Chiesa di Roma eleva un uomo alla dignità suprema trasformandolo in un monarca risplendente simile agli imperatori di Bisanzio. Per la prima volta Wojtyla siede sul trono. Quando sfumano le note dell’antica litania dei santi, fra nubi di incenso che avvolgono l’altare, il primo cardinale diacono, Pericle Felici, si avvicina al nuovo Papa per deporre sulle sue spalle il sacro pallio, una stola di lana bianca su cui sono intessute piccole croci nere, l’emblema del potere papale. Felici pronuncia la formula di investitura. Amen ripetono i 117 cardinali di Santa Romana Chiesa. Poi si alzano e si avviano fino a formare una lunga fila per baciare l’anello del Papa in segno di obbedienza. Giovanni Paolo II li abbraccia tutti fraternamente… anche il Papa si inchina stringendo l’anziano primate di Polonia in un forte abbraccio. Questo gesto e la particolare attenzione manifestata in pubblico per Wyszynski, sono un segnale. Questo segnale lanciato al mondo nel lontano ottobre del 1978 potrebbe essere un filo rosso attraverso il quale leggere e interpretare tutto il pontificato di Giovanni Paolo II. Nel libro di Marco Politi e Carl Bernstein, Sua Santità. Giovanni Paolo II e la storia segreta del nostro tempo, edito da  Rizzoli è scritto: “ Da quel momento Giovanni Paolo II diventa il padrone assoluto dell’uso dei simboli “ E noi andremo proprio alla ricerca di quei simboli fino ad arrivare, se possibile, all’identificazione e al racconto del simbolo per eccellenza, di ciò che ha trasformato il Papa anziano di oggi nell’icona della sofferenza. Ma intanto, torniamo a quel 22 ottobre del 1978 ricordando le sue parole: “Fratelli e sorelle, non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà ... Aiutate il Papa ... Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo”. “Aiutate il Papa” e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera. Ecco qualcuno che davvero tuona come l’araldo di Dio, qualcuno che vuole far uscire la Chiesa dal complesso di inferiorità di fronte al mondo, qualcuno che vuole scuotere le fondamenta del mondo stesso. “Non abbiate paura. Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”. Giovanni Paolo II parla con una consumata scansione ritmica misurando le pause, interrompendosi nei momenti di applauso. “Non abbiate paura. Cristo sa cos’è dentro l’uomo. Solo lui lo sa”. Le parole del pontefice passano come una scossa elettrica. E questa scossa elettrica, sintomo di una comunicazione diretta e immediata, non si sarebbe mai interrotta per i successivi 26 anni, da oggi, a ritroso, fino a quel 1978. In quei giorni si è intuito cosa sarebbe stato quel Papa per l’umanità intera. Quando si esauriscono le ultime note del Te Deum Karol Wojtyla, il supremo pontefice, non riesce a stare fermo. A grandi passi, con i paramenti svolazzanti, afferra il pastorale come un bastone da pellegrino e attraversa rapidamente il sagrato sotto gli occhi stupefatti dei cardinali. Non è l’andatura composta di un ecclesiastico abituato a percorrere i corridoi dei seminari: è la falcata di un montanaro. Non si piega alla folla, la domina. Benedice i pellegrini. Stringe mani, bacia bambini... Poi torna al centro del sagrato. Fissa il suo sguardo sulla folla in delirio e, brandendo il pastorale con entrambe le mani come una spada, traccia un energico segno di benedizione. Ma chi è veramente questo porporato polacco arrivato all’improvviso a sconvolgere la prassi millenaria della tradizione vaticana? Chi è Karol Wojtyla? Cosa intende fare? Come vuole guidare la Chiesa di Roma nell’ultimo quarto del XX secolo?  Che il suo atteggiamento sia diverso, più moderno e più disinvolto, lo si è capito subito e lo testimoniano anche i documenti relativi ai primi anni del suo pontificato. Giovanni Paolo II è di fronte alle telecamere per un messaggio “Urbi et Orbi”. Immagini impensabili per altri pontefici. Immagini certamente inconsuete. Ha scritto Luigi Accattoli nel suo libro “Karol Wojtyla, l’uomo di fine millennio”, pubblicato dalle edizioni San Paolo: “Giovanni Paolo II ha modificato l’immagine papale, staccandola dal bronzo e dal latino che i predecessori avevano amato o sopportato e l’ha avvicinata al sentimento della comune umanità”. Queste parole del vaticanista del Corriere della Sera ci portano direttamente verso una pagina incredibile se vista con gli occhi di allora: quella che racconta il Wojtyla carismatico, ovvero quella stupefacente macchina di energia che sembra trasformarlo in un mito.

   
 
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