La prima volta sul trono papale

  Il pontificato dei gesti
  L'attentato
  La lunga odissea
  Non cammina più
  E se non ce la facesse?
  L'antifisicità
  La risposta al male
  Non parla più
   

Non parla più

Mercoledì, 1 febbraio 2005, in serata, il Papa viene ricoverato al Gemelli di Roma per una laringo-tracheite acuta. Il 6 febbraio appare alla finestra e recita l’Angelus domenicale e il 10 rientra in Vaticano con la papamobile. Passano pochi giorni e, il 24 febbraio, torna nelle stanze a lui riservate del Gemelli. Gli viene praticata la tracheotomia. Con forza di volontà eccezionale, domenica, 1 marzo, celebra la Messa e poi parla in due lingue con il cardinale Ratzinger. Il 6 marzo è alla finestra del 10° piano del Gemelli e benedice i fedeli che lo attendono, ma non parla. La domenica successiva, 13 marzo, dopo l’Angelus, saluta con la sua voce e torna in Vaticano. Cresce l’ansia per la salute del Papa. Il Vaticano in allarme. Il Pontefice sempre più debole. Il 20 marzo, domenica delle Palme, al termine della Messa, colpisce il leggio con un moto di stizza. È il 22 marzo, mercoledì, il Papa guarda il sagrato, si commuove e piange. Mai un Papa aveva osato tanto. Ma Wojtyla precisa: “Nessuno muore per sé, nessuno vive per sé”. Ma chi guiderà la Via Crucis? Venerdì, 25 marzo. Lo hanno visto in migliaia sugli schermi televisivi seduto di spalle nella cappella privata. Silenzioso e immobile ha seguito la cerimonia e, alla fine, ha sollevato il Crocefisso quasi a suggellare quel “Completo quello che manca nella mia carne ai patimenti di Cristo ... offro anch’io le mie sofferenze  .. perché il disegno di Dio si compia e la sua parola cammini tra le genti”. Il trono è deserto. I riti solenni della Basilica non gli appartengono più. È Domenica di Pasqua, 27 marzo: il Papa si affaccia alla finestra. Impartisce la benedizione Urbi et Orbi. Non parla. Si porta la mano alla gola con un gesto che vuole essere di scusa, quasi fosse sua la colpa del silenzio.  Un altro gesto. Un altro messaggio. Le condizioni del Papa peggiorano. Mercoledì, 30 marzo, gli viene applicato un sondino naso-gastrico per alimentarlo e, il giorno dopo, è colto da una forte febbre. “Insufficienza cardio-circolatoria renale, diminuzione della pressione, compromissione dei parametri biologici, perdita della conoscenza”. È il comunicato letto dal Joacquin Navarro-Valls, il portavoce del Vaticano. È una sentenza. 2 aprile 2005, ore 21 e 37 minuti. Tutto è compiuto. E ora, dopo questo lungo viaggio nello specifico di un pontificato controverso, un pontificato che ha regalato grandi temi sociali e forti contrasti ideologici, che ha scardinato tradizioni centenarie, ha alleviato le ferite dei sofferenti, ora non rimane che pensare al dopo, al futuro, al nuovo Pontefice di Roma. E a quali saranno i suoi difetti, i suoi meriti, le sue caratteristiche, la sua stessa nazionalità. Fra le tante incertezze, le forti strategie e i grandi interessi: i numerosi interrogativi. E la successione non sarà cosa semplice. Dopo Woityla, dopo Giovanni Paolo II, dopo l’ostinato di Dio, dopo l’Ultimo Crociato del Terzo Millennio, dopo il custode più rigido dell’ortodossia, dopo il polacco osannato dalle genti, dopo questo Pontefice carismatico che si è lasciato abbracciare dalle folle e baciare come fosse il Nuovo Messia, dopo tutto ciò: chi sarà il successore di Pietro?

   
 
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