Di notevole interesse scientifico ed applicativo è l’insieme di tecniche dette di restauro elettronico o “virtuale”, cioè tutte quelle operazioni svolte tramite l’ausilio di alcuni software di elaborazione delle immagini che, partendo dalla riproduzione in formato digitale di un documento originale (sia essa un affresco, una tela, una tavola o una miniatura), permettono di arrivare ad una nuova immagine del documento, totalmente o parzialmente ripristinato (Restauro virtuale 1994). Lo scopo principale del restauro elettronico consiste quindi nel riprodurre l’aspetto visivo che un’opera d’arte verrebbe ad avere in seguito ad un eventuale intervento di pulitura o di restauro.

I vantaggi che derivano da questo tipo di operazione sono essenzialmente di due tipi:

  • mentre il restauro tradizionale si pone come obiettivo il consolidamento dello status presente del documento e la prevenzione da successive alterazioni, il restauro virtuale – intervenendo esclusivamente sull’immagine digitalizzata e non sul documento fisico – permette di ottimizzare la leggibilità dell’opera senza ricorrere ad interventi traumatici o non reversibili sull’originale, e questo indipendentemente dalla sua tecnica esecutiva, dal supporto su cui è stato creato e dal suo stato di conservazione. Si profila quindi la possibilità di attenuare parecchio il dilemma-conflitto brandiano tra conservazione dell’originale nella sua autenticità e ripristino delle condizione di leggibilità (ANTINUCCI 1997, p. 126), rispondendo così ad una esigenza auspicata già dal Cavalcaselle;

  • altro indiscutibile vantaggio consiste nel simulare alcune operazioni di restauro al fine di fornire strumenti e materiale che aiutino il restauratore vero e proprio nella pianificazione dell’intervento e nella stima del tipo di risultato finale ottenibile.

Da ciò sembra emergere chiaramente una duplice funzione o ruolo del restauro elettronico rispetto a quello tradizionale:

  • da un lato esso si pone come esperienza parallela – ma in nessun caso in contrasto nè in contraddizione – alle metodologie “fisiche”, consentendo di realizzare tutti quegli interventi che, per motivi diversi, si rivelano impossibili per il restauro vero e proprio: pulizia cromatica, ripristino di lacune su parti particolarmente danneggiate, recupero di segni occultati, abrasi o cancellati, potenziamento di segni deboli, lettura di informazioni non perfettamente visibili ad occhio nudo. Il restauro virtuale, permettendo di ripristinare quelle informazioni che con le tecniche ordinarie si rivelano ormai irrecuperabili, deve quindi intervenire laddove il restauro tradizionale non può procedere e, di conseguenza, deve essere visto non come una tecnica in opposizione, ma come un apporto integrativo, un aiuto per la lettura storico-artistica e per la ricerca storica e filologica (CHIRICI 1999);

  • in secondo luogo, per queste procedure di tipo “virtuale” si configura un ruolo più direttamente coinvolto nei tradizionali interventi di restauro, fornendo elementi conoscitivi utili, prima che il restauratore intervenga con pennello, colori o solventi sull’opera pittorica da restaurare. Un possibile tipo di applicazione è, ad esempio, quello di proiettare sull’intero dipinto le modifiche cromatiche apportate dal restauratore in un tassello di pulitura, in modo tale da consentire di compiere decisioni più meditate sul procedere dell’intervento. In questo caso si parla di “restauro guidato”.

Queste tecniche sono ancora in fase di sviluppo, anche se i risultati fin qui ottenuti sono decisamente incoraggianti. Sperimentazioni in questo campo sono state operate, ad esempio, dal Dipartimento di Ingegneria Elettronica dell’Università degli Studi di Firenze nell’ambito delle attività svolte per il “Progetto Strategico UFFIZI” del CNR (CAPPELLINI 1993), oppure, per restare nel campo della miniatura, dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze su di una serie di manoscritti membranacei ivi conservati. Tali esperienze, in particolare, hanno consentito di sviluppare alcune problematiche di estrema rilevanza:

  • messa a punto di tecniche di tipo puntuale, al fine di rimuovere gli effetti di viraggio cromatico causati da patine di sporco o da altri fenomeni di degrado che hanno agito sull’opera;

  • studio dell’applicabilità di funzioni di stima ed inversione del processo di degrado indotto dalle patine o da altri fenomeni fisici, tramite opportuni strumenti matematici come gli algoritmi di regolarizzazione o i filtri (di Wiener, ecc.);

  • studio di tecniche di rappresentazione, recupero ed interpolazione delle informazioni lacunose a partire da zone limitrofe.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, un ruolo importante rivestono le tecniche di interpolazione e quelle di sintesi e di sovrapposizione di tessiture ad immagini acquisite. La tecnica dell’interpolazione, particolarmente utile per integrare piccole lacune o crepe, consiste nel ripristinare le zone lacunose con pixel che assumono un valore cromatico medio fra quelli individuati nelle zone limitrofe. Un esempio è costituito dalle tre immagini sottostanti, dove possiamo vedere come dall’opera originale (in questo caso si tratta di un particolare della Morte di Adamo del ciclo delle Storie della Vera Croce di Piero della Francesca, Arezzo, chiesa di San Francesco) si sia giunti all’individuazione automatica delle crepe e successivamente all’integrazione mediante interpolazione.

 

                    Da: CAPPELLINI, Rimozione delle crepe.

 

La simulazione delle tessiture è invece importante al fine di ottenere delle simulazioni realistiche dell’immagine finale restaurata. Lo scopo finale è quello di riprodurre l’aspetto visivo che l’opera verrebbe ad avere a restauro effettuato, anche tenendo conto di eventuali perturbazioni dell’intensità e della saturazione dei colori, dovute al tipo di superficie con la quale si ha a che fare. L’aspetto più importante rimane comunque il fatto di lavorare nella massima libertà di azione, poichè si opera su di un’informazione a carattere digitale che, in quanto tale, può essere modificata, duplicata, ripristinata ecc., senza conseguenza alcuna per l’originale. I tentativi di intervento non solo possono essere diversi, ma anche successivamente modificati. Lavorando in tal senso possono così cadere alcune delle norme più vincolanti del restauro stesso: reversibilità, compatibilità e minimo intervento.

Nel corso di alcune esemplificazioni di restauro elettronico effettuate sulle miniature dell’Archiginnasio, è capitato di affrontare un’altra problematica rilevante: si trattava, infatti, di dover trasportare nella posizione originaria porzioni di immagini rimaste impresse nella carta a fronte della miniatura, a causa di fenomeni di trasmigrazione del colore.                                                                                                                                                       

 

La procedura non è di per sè di poco conto, poichè richiede di risolvere problemi di collimazione geometrica e di equalizzazione cromatica tra le immagini (Tecniche di acquisizione 1998). La collimazione geometrica richiede una procedura informatica che stimi automaticamente le trasformazioni proiettive tra coppie di immagini dovute ai diversi punti di vista delle riprese; questa tecnica utilizza punti caratteristici comuni individuati in entrambe le immagini per posizionare nel modo più oggettivo possibile un’immagine sull’altra. La collimazione prodotta con questo metodo è molto buona, rimane tuttavia una discontinuità cromatica tra i contributi delle due foto, che non rende ancora del tutto soddisfacente il risultato ottenuto.

 

Questi aspetti colorimetrici sono stati risolti tramite appropriate procedure di equalizzazione cromatica.

 

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© Diego Galizzi 2000-2001