Olga Hainess

L'architettura organica ungherese*

La nascita dei pensiero organico si può far risalire, in epoca contemporanea, alla metà del XIX secolo, in particolare all'opera di due artisti, John Ruskin (1819-1900) e Willian Morris (1834-1896). Mentre il processo dell'industrializzazione procedeva a grandi passi, con il conseguente progressivo distacco dell'uomo dalla natura, Ruskin e Morris mettevano costantemente in risalto l'inscindibilità dell'arte dall'artigianato e l'importanza della preservazione della natura. Ruskin afferma che " ... non esiste altra strada che la sincerità verso la natura" e, in seguito, ribadisce l'esistenza dei legami fra le leggi strutturali delle costruzioni ed il regno vegetale. È a questo concetto che, nel decenni successivi, si richiamano movimenti anche molto diversi fra di loro, come lo stile Liberty, i filoni romantici nazionali, l'espressionismo tedesco e la "Scuola di Amsterdam".
In questo periodo, in Ungheria, dopo alcuni secoli di guerre contro gli invasori e di lotte intestine, dal 1867 (anno della riconciliazione con l'Impero Asburgico) in poi regna finalmente la pace. Un'importante occasione per interventi di modernizzazione del Paese è data dalla preparazione dei festeggiamenti del 1896, anno in cui l'Ungheria celebra i mille anni della sua esistenza. In questo periodo vi è un grande fervore in ogni campo della cultura. Si fanno vaste ricerche sull'arte e sulle tradizioni popolari, cercando con entusiasmo di definire l'identità culturale e nazionale del Paese. Béla Bartók e Zoltán Kodály, due dei maggiori musicisti contemporanei, percorrono il Paese in ogni direzione per raccogliere tutto il materiale possibile sulla musica popolare.
Due grandi personalità determinano le linee dell'architettura di questa epoca. Uno è Ödön Lechner (1845-1914) che, con i suoi molti seguaci, riesce, con i mezzi stilistici del Liberty, a creare una ricca decorazione ornamentale tipicamente ungherese. Sui loro palazzi viene portato ad un altissimo livello l'uso del mattone a vista e della maiolica variopinta. L'altro personaggio di spicco è il poliedrico Károly Kós (1883-1977). Anche la sua architettura, con le sue forme estremamente semplici ed essenziali, si basa sulle teorie inglesi ma con una forte influenza finlandese. Dai suoi edifici promana un effetto particolare, non tanto per le decorazioni esterne quanto, e soprattutto, per una loro spiritualità mutuata dall'architettura vernacolare.
Questo procedere dell'architettura subisce un subitaneo arresto con lo scoppio della prima guerra mondiale, il crollo della monarchia asburgica ed il disfacimento della stessa Ungheria (con il trattato di pace del Trianon del 1919 l'Ungheria, allora un po' più grande dell'Italia, perde circa i tre quarti del suo territorio a favore degli stati limitrofi). A partire dagli anni 30, la nuova architettura funzionale guadagna sempre più terreno, perdendo ogni carattere locale. Con la fine della seconda guerra mondiale, nel Paesi dell'Europa centro-orientale l'architettura continua ad impoverirsi, fino a diventare una semplice "architettura a dadi", con la maggioranza delle nuove costruzioni edificata con l'impiego di elementi prefabbricati. I tradizionali lavori artigianali scompaiono, sostituiti dalle macchine, ed anche nell'architettura si realizzano "edifici-macchine".
Negli anni 60 però, sia in Europa (Olanda, Germania e Paesi scandinavi) che in America, riaffiorano nuove esigenze e si rafforzano le tendenze verso un nuovo movimento organico. Imre Makovecz e György Csete per primi si oppongono all'ideologia materialista, alla negazione dello spirito umano, al modo di vivere monotono e meccanizzato, alla compressione dello slancio della libertà di pensiero e, soprattutto, all'"architettura a dadi", nata come conseguenza di un certo modo sociale e culturale di vita. A quei tempi, questo programma appare come ribellione politica, con tutte le conseguenze che questo comporta. Le tesi sostenute dalla loro architettura si basano sugli studi di Rudolf Steiner, le opere di F.L. Wright e la ripresa dell'eredità culturale di Lechner e Kós, un filo spezzatosi con la prima guerra mondiale. La loro meta è la creazione di un'architettura basata sulle tradizioni locali, sulla comprensione delle leggi della natura, sull'esaltazione del rapporto tra l'uomo e l'universo. Mentre György Csete percorre quasi solitario la propria strada, Makovecz è attorniato da tanti giovani, tiene corsi estivi e numerosi "master-class" per giovani architetti.
Come conseguenza, dopo i cambiamenti politici intervenuti nel Paese, vengono costituiti da questi nuovi architetti diversi studi privati, alcuni sulla scia di Makovecz, altri alla ricerca di una propria individualità. I problemi che questa nuova generazione di architetti sente di dover affrontare non sono più quelli del socialismo, ma quelli di un capitalismo incontrollato, calato quasi improvvisamente sull'economia ungherese. Sono i problemi della società consumistica, tutta basata sull'"usa e getta", sulla ripetizione degli errori già commessi dalle società occidentali, sul comportamenti irrazionali che possono condurre il mondo in una situazione di estremo pericolo. Anche questi nuovi architetti, come già fecero ai loro tempi i membri della "Scuola di Amsterdam", lavorano in vista di un mondo diverso; ai loro edifici attribuiscono anche l'importante funzione di educare la società e di aiutarla a trasformarsi ed a migliorare. In essi è grande il desiderio di consolidare la vita familiare e sociale dei piccoli centri abitati, con la creazione di sedi socio-culturali e la rivitalizzazione dei loro nuclei antichi. Essenziale, nei loro progetti, è il rapporto con l'ambiente e con le tradizioni locali, nonché la profonda conoscenza delle esigenze che lo stesso committente è spesso incapace di esprimere compiutamente.
L'architettura organica non è uno stile con formule già preparate ed adattabili ad ogni compito. t piuttosto una continua ricerca tesa a trovare la soluzione più adatta in ogni occasione, soluzione che, di volta in volta, richiede naturalmente materiali, colori, forme e caratteri sempre diversi, che devono combinarsi armoniosamente con ambienti e tradizioni differenti. Il risultato auspicato è una costruzione radicata in un determinato luogo, che si possa usare a lungo senza necessità di continue trasformazioni. La scelta del materiale non è quindi legata a criteri rigidi. Di solito, vengono largamente impiegati legno, pietra e mattoni. Molto limitato risulta invece l'impiego del cemento armato. Ultimamente si è diffusa l'usanza di impiegare pietre e mattoni ricavati da demolizioni di altri edifici. Una siffatta progettazione, che prende in considerazione ogni minimo particolare, ha stimolato grandemente la ripresa di tradizioni artigianali e la formazione di maestranze altamente qualificate che imparano di nuovo quello che veniva tramandato dalla tradizione del costruire con il legno e con i mattoni.
Negli anni di progressivo abbandono del sistema socialista, si è notata una grande spinta verso lo sviluppo e la diffusione di questa architettura. L'alto livello degli edifici realizzati ed una risonanza internazionale crescente hanno orientato sempre di più i committenti verso questa scelta. E anche vero che questa architettura, nella quale l'espressione di una ideologia e di una sua propria spiritualità prevalgono sul semplici segni stilistici esteriori e sui criteri speculativi, è ancora circondata da incomprensione e perplessità. Malgrado ciò, questa corrente dell'architettura ungherese è riuscita a creare modi espressivi che agiranno positivamente nel secolo che sta per cominciare.


* Tratto da Costruire in Laterizio, n. 69(1999), p. 2-3. Nella rivista vengono presentati lavori di alcuni giovani architetti "organici" ungheresi (Támás Nagy e László Vincze, dello studio "Axis"; Dezsó Ekler, dello studio "Ekler Kft"; Attila Túri, del "Triskell").