| Il movimento dell'architettura organica ungherese si esprime
attraverso le opere di Imre Makovecz, che si basano sulle teorie di Frank Looyd
Wright, Bruce Goff, Herb Green, Alvar Aalto e soprattutto sulle idee antroposofiche
ed euritmiche di Rudolf Steiner. Un'architettura che nasce da presupposti internazionalisti
ed affonda le proprie radici nella cultura tradizionale ungherese. Simboli
della cultura (il tulipano presente nella tradizione turca), simboli animali
(il falco), simboli religiosi (la luna ed il sole), simboli umani (le finestre
adoperate come occhi), vengono utilizzati e reinterpretati in chiave nuova
ed innovativa. |
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| Nell'architettura organica ungherese, oltre alla radice intemazionalista,
si inserisce una componente storica dove risulta determinante l'apporto di
architetti come Kós Károly ed Ödön Lechner. Le opere
di Makovecz costituiscono un elemento di congiunzione e di sovrapposizione
tra modernità e tradizione. La forma dei suoi edifici non ricalca i
principi classici della geometria euclidea, ma attraverso una rilettura e reinterpretazione
attingono al ricco bagaglio simbolico della tradizione ungherese, perseguendo
un connubio tra passato e presente. L'utilizzo di un materiale particolarmente
conosciuto nel panorama nazionale come il legno, conferisce agli edifici un
aspetto tradizionale, in un contesto sociale moderno ed in rapida trasformazione.
Il richiamo alla natura è un elemento costante nelle realizzazioni di
questo architetto: aperture contornate da disegni naturali (forme di rami ed
alberi), disegni di foglie, simboli di vita che riconducono all'aspetto più
selvaggio dell'architettura. Lavorando intorno ai segni ed ai simboli dei motivi
ornamentali della tradizione popolare, Makovecz scopre le particolari caratteristiche
della simmetria che la spirale genera sul piano e nello spazio, demarcando
superfici complementari, uguali e contrapposte, dove con riferimenti asimmetrici
vi è anche richiamo al movimento. Egli sottolinea il rapporto che lega
segni e concetti anche dimenticati dalla vita dell'uomo. Una metafora della
vita e della morte in cui l'architettura diventa strumento di comunicazione
che va oltre i tradizionali canoni stilistici. Nella progettazione dell'Auditorium
Stephaneum (in costruzione) dell'Università Cattolica di Piliscsaba,
Makovecz riprende i motivi dell'architettura classica e rinascimentale, dove
il disegno delle torri, oltre a ricordare le torri campanarie in legno della
pianura ungherese, riportano nelle facciate i motivi dominanti del classicismo
(Piranesi e Francesco di Giorgio Martini). L'Auditorium
è un complesso architettonico il cui nucleo è contornato da alberi
non più in legno, ma in cemento armato, con una sostanziale rilettura
del binomio tempo-materia. L'apporto di questo architetto ha prodotto un elemento
di differenziazione metodologica ed ha realizzato una frattura storica con
quella che è universalmente riconosciuta come l'epoca dell'architettura
moderna. La radice etnica nelle sue opere è meno visibile e profonda
rispetto ad un tempo, anche se rimangono tuttora visibili, spero per altri
anni ancora (alcune delle sue opere presentano un stato di fatiscenza e di
abbandono), i lavori che hanno permesso la nascita di una corrente architettonica
e culturale di notevole spessore artistico, progettuale e culturale. |