La mattina del 25 Aprile 1945, o giù di lì.

(Racconto di Gian Cesare Marchesi)

Ho trascorso tutto il periodo del secondo conflitto mondiale a Sondrio, dove abitavo con la famiglia e dove facevo del mio meglio per frequentare la locale scuola elementare. Soprattutto negli ultimi anni della guerra, la città era quotidianamente sorvolata da stormi di bombardieri anglo-americani diretti verso le aree industriali e i grandi agglomerati urbani del Nord Italia e spesso qualche velivolo si staccava dalla formazione per fare un giretto anche sopra la mia città, lasciando cadere qualche grappolo di confetti esplosivi o qualche raffica di mitraglia. Della contraerea italiana non se ne parlava neppure e il segnale che ci faceva correre tutti quanti nei rifugi, più o meno di fortuna, era dato dalle sirene che ululavano a qualsiasi ora del giorno e della notte. Credo di aver frequentato in quegli anni più lezioni nei rifugi che non in vere e proprie aule scolastiche.

Sondrio è una città circondata da montagne e la vita quotidiana ai piedi delle Alpi non era in quegli anni per nulla facile, per via della stessa povertà di base delle popolazioni "indigene" e per una certa legnosità che queste mostravano nei confronti dei "forestieri". E forestieri erano tutti coloro che erano giunti in Valtellina da pochi anni, vuoi per motivi di lavoro o perché "sfollati" dalle grandi città a seguito delle vicende belliche. Ricordo in particolare quella volta che mia madre ed io ci fermammo ai bordi di un sentiero per raccogliere alcune castagne che avevamo trovato nel corso di una passeggiata. Avevamo appena preso qualche esemplare quando un'anziana contadina, sbucata all'improvviso da non si sa dove, ci scrutò per qualche istante, e con un tono di estrema generosità ci disse: "Prendete, prendete pure. Tanto noi le diamo ai maiali!".

Ma se fra tessere annonarie, "borsa nera" e incursioni aeree varie, in quegli anni la vita in Valtellina non era certamente comoda per nessuno, lo era ancora meno attorno alla metà di Aprile del 1945. Veniva infatti dato per certo l'imminente transito lungo tutta la valle di ciò che restava del contingente della Wehrmacht in Italia, nonché del manipolo di fedelissimi della Repubblica di Salò che scortavano Mussolini e la sua compagna, l'altrettanto famosa Claretta Petacci. Secondo alcune voci, tutti quei fuggitivi volevano riparare nella vicina Svizzera, aprendosi un varco nelle strette maglie della gendarmeria elvetica grazie anche alla disponibilità di più o meno leggendari tesori che - si diceva - avessero trafugato da banche, gioiellerie, chiese e musei di tutto il Centro e il Nord Italia.

In effetti, con la liberazione di Bologna del 21 Aprile 1945, le truppe alleate si erano ormai aperte la strada verso l'intero Nord Italia e tre giorni prima Mussolini aveva cercato inutilmente di ottenere ospitalità per sé e per i suoi dalle autorità svizzere. Così, la sera del 25 Aprile lasciò Milano per Como e due giorni dopo, travestito da militare tedesco, tentò ugualmente la fuga in Svizzera a bordo di un camion. La sua colonna giunse sino a Dongo, sulla sponda occidentale del Lago di Como, dove fu fermata dai partigiani. Mussolini e Claretta Petacci furono subito riconosciuti e il giorno 28 uccisi a raffiche di mitra a Giulino di Mezzegra.

In ogni caso, proprio qualche giorno prima, alcuni militari "repubblichini" avevano sistemato un paio di cannoni anticarro nei punti strategici di Sondrio, quasi a dimostrazione di una forza alla quale tuttavia ormai nessuno più credeva, nonostante la perseverante pubblicità della stampa di regime. Conservo ancora la copia di un settimanale molto diffuso in quegli anni, che nell'edizione del 15 Aprile mostrava una copertina illustrata con la seguente didascalia:

"Durante una violenta azione in una piazzaforte della Prussia orientale un reparto del Battaglione Mussolini partecipa con le armi in pugno a furiosi combattimenti che infliggono gravi perdite alle formazioni bolsceviche".

E soltanto due settimane più tardi lo stesso settimanale, che con perfetto tempismo si era premurato di modificare temporaneamente la denominazione della sua storica testata, avrebbe così presentato la sua nuova immagine di copertina:

"Continuano alla Corte Straordinaria d'Assise di Milano i processi contro i criminali fascisti".

Ma di tutte queste faccende "da grandi" io, allora scolaro delle elementari, ci capivo ben poco. Quei cannoni piazzati in città e che vedevo così da vicino per la prima volta, mi trasmettevano sensazioni non prive di compiacimento per chi stava difendendo ancora quella Patria di cui mi avevano così a lungo parlato le maestre. Si trattava comunque di sensazioni che non servivano a mitigare le paure causate dalle sirene degli ormai continui allarmi aerei. Allarmi cui solitamente seguivano bombardamenti e mitragliamenti a bassa quota e al termine dei quali, con la classica incoscienza dei ragazzi, sfuggivo al controllo di mia madre per avventurarmi nelle strade o nei campi alla ricerca di bossoli di rame caduti dal cielo. Prezioso materiale che poi rivendevo a uno straccivendolo per qualche decina di centesimi, necessari per acquistare a mia volta in cartoleria le biglie di vetro e le figurine colorate. Mia madre, poveretta, si sgolava a chiamarmi dalla finestra e chiedeva a gran voce ai vicini se per caso non mi avessero visto in giro da qualche parte. Poi, al rientro a casa, qualche sano scapaccione non me lo toglieva nessuno.

Un paio di giorni prima del famoso 25 Aprile, attorno a quei cannoni - che in ogni caso non ricordo avessero mai sparato un solo colpo - non si vide più alcun servente. Tutti i militari erano misteriosamente e improvvisamente scomparsi, forse dopo di aver reso inoffensivi i loro gingilli e trasferite chissà dove le relative munizioni.

Quei pochi giorni trascorsero in un'atmosfera eccezionalmente tranquilla: nessun aereo alleato nel cielo e quindi nessun allarme; nessun "passo dell'oca" nelle strade e nessuno schiamazzo notturno dei soliti tipacci della "Muti". La gente comune appariva stranamente frettolosa e silenziosa e il traffico nelle strade sembrava essere ancora più modesto del solito. Ricordo che tutte le sere mio padre si appartava in una stanza ben isolata per ascoltare, a volume bassissimo, i comunicati radiofonici di Radio Londra, preceduti sempre da tre lugubri rintocchi di campana che facevano gelare il sangue soltanto a sentirli. Mio padre, dunque, qualcosa doveva pur sapere, ma non mi aveva anticipato nulla, forse per il timore che mi lasciassi scappare qualche confidenza con i miei compagni di giochi e che potessi inconsciamente fornire ai fascisti sufficienti motivi per attuare pesanti ritorsioni. E mia madre, ligia alla consegna, pure taceva.

Infine, la mattina del 25 Aprile (credo cadesse in quell'anno di mercoledì), mia madre non mi svegliò come al solito per ricordarmi di andare a scuola. Ma anche mio padre, stranamente, quel giorno non si era recato al lavoro. Benché il sole fosse ormai alto nel cielo, i miei genitori avevano tenute ben chiuse le persiane di casa e sembrava che stessero in ascolto o in attesa di qualcosa di indefinito che senz'altro sarebbe dovuto succedere. Tutt'intorno c'era uno strano silenzio. Nessun rumore veniva dalla strada e dal cortile retrostante la casa non saliva il solito vociare delle comari che accudivano i panni o degli artigiani che svolgevano le loro abituali attività. Nulla di tutto ciò: un silenzio quasi da domenica mattina, e senza neppure l'abituale suono delle campane.

Ricordo che, incuriosito e un poco impaurito da quella strana atmosfera, mi avvicinai a una finestra per cercare di osservare la strada, che mi apparve completamente deserta. Poi, inaspettatamente, vidi un uomo quasi raggomitolato su sè stesso che camminava frettolosamente come un'ombra fuggente, rasentando i muri delle case, quasi stesse cercando di nascondersi da qualcosa e da qualcuno. Lo seguii per un poco con lo sguardo, sino a quando non scomparve dietro l'angolo del successivo isolato. Un fascista in fuga? Un impenitente nottambulo? Un poveraccio che cercava d'urgenza un medico? In quel momento non mi fu possibile saperlo.

Poco dopo, dalle strade adiacenti comparvero alla spicciolata alcuni uomini che procedevano con grande circospezione, rasentando anch'essi i muri delle case, vestendo abiti sporchi e sdruciti, così come sporchi e malcurati erano i loro visi. Nelle mani brandivano armi leggere di tutti i tipi: pistole di fabbricazione italiana o tedesca, vecchi moschetti modello 91 con la baionetta inastata, fucili mitragliatori inglesi con il caricatore simile a una padella, mitra Beretta, vecchi schioppi da caccia, ma anche coltellacci e falcetti da boscaiolo. Alcuni di loro portavano sulle spalle grossi zaini da montagna e qualcuno portava in capo un elmetto del regio esercito, mentre altri indossavano cappelli da Alpino, alquanto malandati.

Non capivo bene chi fossero quegli uomini, anche se mi ricordavano un poco una triste scena a cui avevo dovuto forzatamente assistere qualche settimana prima. Durante uno dei soliti rastrellamenti in montagna, i "repubblichini" avevano catturato alcuni partigiani e, senza tante formalità, li avevano passati subito per le armi. Poi ne avevano trasportato le misere spoglie in città e le avevano allineate sul pavimento di un vasto salone, "invitando" l'intera popolazione a constatare quale sarebbe stata la fine di tutti coloro che non avessero dimostrato cieca fedeltà al regime. Nonostante la giovane età, fui anch'io costretto ad assistere a quel triste spettacolo e vidi per la prima volta le figure, seppure evidentemente molto malridotte, di quelli che i fascisti definivano "banditi".

Figure molto simili a quelle stavano appunto avventurandosi furtivamente sotto le finestre di casa mia, e mio padre mi disse infatti che si trattava di alcuni partigiani isolati, scesi armati dalla Val Malenco, dalla Val Màsino e dalle montagne che circondavano la città.

Compresi più tardi che mio padre conosceva bene quella gente, avendo per anni fatto da "staffetta" fra i loro vari distaccamenti abbarbicati sulle montagne, portando notizie e messaggi che soltanto una persona come lui poteva recapitare, sfruttando la "copertura" del suo stesso lavoro di funzionario pubblico, che lo autorizzava a spostarsi indisturbato da una località all'altra.

Mio padre si muoveva lungo quelle strade in sella a una vecchia motocicletta, ormai quasi tenuta insieme con il filo di ferro e che aveva il fanale anteriore debitamente semi oscurato da due strisce di carta nera. Il veicolo era stato fabbricato parecchi anni prima dalla BSA, un'industria la cui sigla - come mi aveva detto un giorno ridendo il mio genitore - poteva anche essere letta come: "Bisogna Saper Andare, Anche Senza Benzina".

Ma nonostante tutte quelle ristrettezze e grazie alla sua professione, poteva considerarsi un privilegiato, in quanto aveva la possibilità di ricevere una razione quasi sufficiente di carburante e anche qualche parte di ricambio essenziale. In ogni caso la "generosità" del regime si limitava a malapena alla fornitura di ciò che poteva servire per i suoi spostamenti "di servizio", mentre per tutto il resto la famiglia si doveva adattare alle condizioni generali del momento: pane nero, margarina, surrogati vari e, quando andava bene, l'immancabile "borsa nera".

Non si era ancora attenuata la mia sorpresa della discesa dei partigiani dalle montagne circostanti, quando improvvisamente si udirono giungere dal fondo della strada, strani assordanti rumori. Timorosi di ciò che potesse realmente accadere, i miei genitori ed io osservavamo quel poco che ci era possibile vedere attraverso le stecche delle persiane ancora ben chiuse, e dopo pochi minuti, finalmente capimmo le ragioni di tanto frastuono.

Si trattava di un'intera colonna militare che si avvicinava, in perfetto assetto di marcia, preceduta da due o tre camionette di un modello che mi era del tutto sconosciuto e formata da un nutrito drappello di uomini che indossavano una strana divisa militare, linda e ordinata da sembrare appena uscita dalla sartoria. Gli uomini erano perfettamente inquadrati, equipaggiati di tutto punto e visibilmente ben nutriti e curati. Dietro di loro, una piccola colonna di autoblinde, carri armati e altri veicoli militari. Una parata quindi in piena regola, priva soltanto dell'abituale pubblico plaudente ai bordi della strada.

A poco a poco le persiane delle case si spalancarono e gli abitanti non ebbero più timore ad affacciarsi alle finestre, dando perfino inizio a qualche applauso. I nuovi arrivati salutavano con ampi gesti la popolazione, mentre quelle parvenze di fantasmi mal vestiti e male armati, che prima si erano timidamente inoltrati nelle strade deserte, se ne stavano ora silenziosi lungo i marciapiede, con un atteggiamento che non si capiva bene se fosse di gioia, di commozione, di stanchezza o di invidia. Dal campanili della chiesa principale risuonavano intanto sonori scampanii che si disperdevano festosi nell'aria.

"Quelli che abbiamo visto ora", mi spiegò allora mio padre, "sono i reparti partigiani scesi dalla vallata di Livigno, dove i Tedeschi e i fascisti, per via del naturale isolamento di quella zona impervia e dei rischi a cui potevano andare incontro, non sempre riuscivano ad avventurarsi, e dove gli aerei alleati hanno sempre trovato spazi sufficienti per paracadutare con successo armi, munizioni, viveri, istruttori, veicoli militari e qualsiasi altra cosa".

Improvvisamente compresi anche da dove proveniva quella "seta" di paracadute che mia madre aveva ultimamente usato per confezionare alcuni capi d'abbigliamento per tutti noi, e sulla cui origine mi aveva sempre invitato a non fare domande.

Due giorni dopo la "liberazione", unendomi ad un gruppo di ragazzi più grandi di me, partecipai al saccheggio di ciò che era rimasto di decente all'interno del palazzo della Gioventù Italiana del Littorio. Io ero fra i più piccoli della banda, per cui dovetti rispettare le dovute "precedenze" e mi toccò quale bottino soltanto un arco da tiro a segno, ovviamente privo della necessaria corda. Fu così che, appena dopo, vennero utilizzate anche quelle funi del paracadute alleato che mia madre aveva giudiziosamente conservato da qualche parte, perché: "Non si sa mai, potrebbero sempre servire a qualcosa".

Era il 25 Aprile 1945, o giù di lì, e da quel giorno in poi la popolazione ricominciò a riversarsi senza più alcun timore nelle strade e nelle piazze, inneggiando alla riconquistata libertà, sfogando talvolta antichi rancori e attuando perfino qualche personale vendetta, rinverdendo opinioni politiche da tempo represse, vantando meriti reali o soltanto presunti e comunque sperando in una rapida rinascita dell'intero Paese.

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