Il collezionista

(Racconto di Gian Cesare Marchesi)

Nell'emisfero meridionale del nostro pianeta c'e un Paese africano immerso nella calda umidità dei Tropici, accarezzato dalle onde di un Oceano Indiano dai colori smaglianti, cosparso di foreste lussureggianti e al tempo stesso drammaticamente infelice per le misere condizioni di vita che attanagliano ormai da lungo tempo la sua popolazione. Si tratta della Tanzania, una realtà nata dall'unione politica del territorio continentale del Tanganica con l'isola di Zanzibar e ancora intrisa dei ricordi storici delle migliaia di schiavi deportati in catene nelle piantagioni di cotone del Nuovo Mondo.

I suoi abitanti, generalmente ospitali e gentili, parlano lo Swahili, un idioma formato da un misto di dialetti bantù e di parole arabe, tedesche e inglesi, ereditate delle dominazioni coloniali che si sono succedute negli ultimi secoli. Allo sprovveduto visitatore straniero che, conoscendo solo qualche parola di questa lingua locale, apparentemente facile da imparare, apostrofa un qualsiasi indigeno con la tipica frase "Jambo Bwana, habari gani?" (Salute, signore, come va?), non viene distrattamente risposto con qualcosa di simile al nostro abituale: "Bene, grazie, e lei?", bensì con un'interminabile e colorito racconto sulle condizioni, non solo di salute, dell'interlocutore, su quella di sua sorella, di suo padre, del vicino di casa, del nonno e di quant'altri. Il tutto, mettendo in un inatteso imbarazzo il malcapitato forestiero, che deve necessariamente ritirarsi in buon ordine e ripiegare, dopo aver azzardato uno stentato: "Hapana Swahili, bwana" (Non parlo Swahili), sulla lingua inglese.

Agli ingressi di molte povere abitazioni, spesso costruite con un impasto di fango e di sterco, campeggia la scritta Karibu, che significa benvenuto e che testimonia il grande rispetto per l'ospite, chiunque esso sia e da qualsiasi parte venga.

In Tanzania ho trascorso una parte dei miei anni, conoscendo vari personaggi più o meno curiosi. Di uno di questi in particolare voglio ora ricordare alcuni episodi.

Si chiamava David Albert Murray ed era un Inglese vecchio stampo, approdato, non si sa come e quando, in quel remoto angolo di Paradiso perduto. Fisicamente simile all'attore David Niven, di mezza età, asciutto e con due baffetti biondastri, sembrava ancora portare sotto l'ascella sinistra il bastoncino degli ufficiali della Guardia di Sua Maestà britannica, nei cui ranghi aveva militato a lungo, combattendo nelle giungle del Sud Est asiatico, ad El Alamein e su tutti i principali fronti in cui si erano trovate a combattere le truppe "alleate". Mi aveva raccontato di essere stato da giovane studente, uno scavezzacollo, sempre pronto a compiere azioni plateali come, ad esempio, quella di essere salito una notte con un paio di amici sul culmine della cupola della cattedrale londinese di San Paolo per piantarvi l'Union Jack, il vessillo nazionale.

Bwana Murray era il capo del personale di una società multinazionale con sede nella capitale della Tanzania, Dar es Salaam ("il porto della pace") e nell'intervallo del mezzogiorno, sotto un sole cocente, scendeva nel piazzale antistante gli uffici, apriva il cofano della sua sgangherata Austin per cucinarsi qualcosa con un fornellino a gas sistemato alla bell'e meglio nel bagagliaio. Indossava sempre pantaloni corti color kaki con calzettoni bianchi fermati al polpaccio da alcuni elastici e calzava desert-boot di stampo coloniale. Al collo portava abitualmente un ascot dai colori ormai indefiniti.

Non parlava volentieri della sua vita, ma un giorno casualmente mi disse di essere stato sposato con una donna che si era presto separata da lui, restando in Gran Bretagna in compagnia di un paio di figli e di un altro uomo col quale si era successivamente accasata.

Murray conduceva una vita fatta di monotone giornate di lavoro e di meste serate abitualmente spese in compagnia di un'intera bottiglia di whisky. Poi, il mattino, se ne tornava puntualmente in ufficio sobrio e tranquillo come se nulla fosse successo. Non sembrava avesse compagnie femminili e, forse, gli bastava la domestica nera che accudiva saltuariamente alle sue esigenze quotidiane. Un uomo, nel complesso, apparentemente normale per quei tempi e per quei luoghi, dove si erano venuti a trovare insieme vari individui dal passato talvolta piuttosto oscuro. Un "bianco" che veniva rispettato per la sua competenza e per la disponibilità, a differenza di molti altri suoi compatrioti, a considerare gli Africani alla stessa stregua di qualsiasi altro essere umano.

Un giorno viaggiammo da Dar es Salaam a Nairobi a bordo di uno sgangherato turboelica dell'East African Airways e, più o meno sulla verticale del monte Kilimangiaro, entrammo nel bel mezzo di un violento ciclone. Il velivolo cominciò a ondeggiare pericolosamente, mentre gran parte dei passeggeri davano di stomaco e stringevano nervosamente i braccioli dei sedili. David A. Murray, impeccabile come sempre, chiese alla hostess di bordo di portargli una bottiglietta di whisky dietro l'altra e alla fine, completamente ubriaco ma senza mai lasciarsi andare a nessuna escandescenza, si addormentò sul sedile accanto al mio, ciondolando la testa a destra e a sinistra.

Superata più o meno fortunosamente la zona ciclonica, atterrammo finalmente all'aeroporto di Nairobi e io fui costretto a sorreggere il mio compagno di viaggio sino alla camera dell'albergo dove alloggiavamo. La mattina seguente, perfettamente in forma come al solito, era pronto a svolgere il compito per il quale ci eravamo recati in Kenya.

Pochi mesi dopo venne da me la sua domestica nera, dicendomi fra le lacrime che Bwana Murray era morto durante l'week-end, in ospedale, a causa di un violento attacco di cirrosi epatica, e che occorreva andare nella sua casa per raccogliere i suoi effetti personali e inviarli non si sapeva bene dove. Con la moglie di un altro collega ci recammo nel luogo indicato e cominciammo ad ordinare i vari oggetti sparsi un poco dappertutto: libri, riviste, bottiglie vuote di liquore, indumenti e semplici cose di tutti i giorni.

Poi, aprendo alcuni cassetti nella camera da letto, scoprimmo un'infinità di ricordi conservati gelosamente da tempo: biglietti usati della metropolitana di Londra, stemmi, guidoni e distintivi di vari club, centinaia di scatolette di fiammiferi e saponette di alberghi e di compagnie aeree, tappi di champagne guarniti di firme di sconosciuti compagni di occasionali baldorie, decine di scatole metalliche di tabacco da pipa, fotografie sbiadite e stropicciate di commilitoni delle seconda guerra mondiale, sottobicchieri di cartone con le scritte di varie marche di birra. Testimonianze di molti anni trascorsi nella solitudine e nel ricordo di giorni che, forse, erano stati per lui più felici.

Murray collezionava di tutto e, molto probabilmente, quando la sera si sedeva sul divano sgangherato con accanto solo la sua inseparabile bottiglia, trascorreva il tempo allineando e rimirando quegli oggetti, cercando così di sopportare le fitte del suo fegato ormai irrimediabilmente compromesso e attendendo che la nuova quantità di alcool ingurgitato gli consentisse finalmente di prendere sonno.

Aveva dignitosamente nascosto a tutti la sua malattia, come si confaceva a un perfetto gentleman britannico fedele alla sua privacy. Ed altrettanto dignitosamente se n'era andato, senza far rumore e senza disturbare nessuno. Era rimasta a piangere solo la sua domestica nera, ma per l'antica cultura africana, piangere, ridere, nascere e morire sono solo aspetti fuggenti di una realtà quotidiana immersa in un contesto ben più ampio, che supera lo spazio temporale di una vita umana per ricondursi a qualcosa di fatalmente immenso e imperscrutabile.

Cercammo, infine, di riempire al più presto un paio di bauli di cianfrusaglie, che facemmo inviare al Console di Gran Bretagna perché li facesse a sua volta recapitare a qualche erede di Bwana Murray, da rintracciare non si sapeva bene dove.

***

risali all'inizio della pagina