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C.E.e.S. "Commercio Equo e Solidale"
Lo slogan "Commercio Equo e Solidale" è stato lanciato
nel 1964 a Ginevra in occasione della conferenza dell'Unctad, e da allora
ha avuto inizio l'attività del Movimento del C.E.e S..
Alla base del Movimento vi è la convinzione che la povertà
dei paesi del sud del mondo è in gran parte legata ai meccanismi
del mercato internazionale orientato in pratica verso lo sfruttamento
e che, pertanto, per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni
sfruttate occorre garantire a queste ultime concrete opportunità
economiche e sbocchi commerciali che vanno ben oltre gli aiuti umanitari
i quali, seppure necessari come "pronto soccorso", paradossalmente
tendono, restando come uniche iniziative, a mantenere in vita le stesse
popolazioni quanto basta perchè continuino ad essere sfruttate.
Il Movimento del C.E.e S. si è quindi posta
la seguente domanda:
come garantire agli sfruttati e ai poveri del sud del mondo quelle opportunità
economiche e quegli sbocchi commerciali che possono contribuire alla loro
"autodeterminazione e liberazione"?
La risposta trovata è stata quella di incentivare la produzione
da parte degli artigiani e dei contadini del sud del mondo favorendone
la organizzazione e scavalcando quegli intermediari e quei grossisti che
impediscono agli stessi contadini e artigiani, quali "piccoli produttori
", di trarre dalle loro attività i margini di guadagno sufficienti
a garantire alle proprie famiglie una vita degna di esseri umani. 
Quanto sopra è stato concretamente tradotto dalle Associazioni
aderenti al Movimento del C.E.e S. acquistando prodotti alimentari
e manufatti artigianali direttamente dai contadini e artigiani quali "piccoli
produttori", organizzati in forma comunitaria e/o cooperativistica,
pagando direttamente loro il prezzo da essi stabilito e perciò
equo per loro stessi.
I prodotti così acquistati vengono venduti nei paesi ricchi adottando
un prezzo comprendente quello di acquisto (necessario per la materia prima
più il salario del "produttore" calcolato su base sindacale
e indicizzato) più diverse aliquote:
- per la formazione delle stesse imprese artigiane;
- per le spese di trasporto (importazione e distribuzione ai punti vendita);
- le spese di gestione per la vendita vera e propria degli stessi prodotti.
Il ricavato della vendita, al netto delle spese di gestione, viene totalmente
reinvestito nell'acquisto di altri prodotti.
Ciò, nell'insieme, determina quello che viene definito commercio
alternativo.
Chiaramente tutto ciò può essere attuato da associazioni
senza scopo di lucro e da cooperative. 
In alcuni casi, le Associazioni del C.E.e S. anticipano, con prefinanziamenti
su misura, il capitale occorrente a contadini e artigiani produttori per
acquistare il necessario ad avviare una impresa economica (come l' acquisto
di sementi e di materie prime per l'oggettistica), al fine di evitare
agli stessi produttori dipendenze finanziarie da capitalisti senza scrupoli.
In altre parole il Commercio Equo e Solidale vuole provare a costruire,
sia pure in scala ridottissima, rapporti economici improntati al rispetto
dei diritti umani di "tutti", alla solidarietà vera con
i poveri, alla trasparenza dell'attività economica e alla salvaguardia
dell'ambiente.
E infatti proprio in un'ottica di sviluppo globale si cura a che i prodotti
vengano realizzati nel rispetto dell'ambiente.
Chiaramente si tratta di una rivoluzione pacifica da attuare giorno dopo
giorno con un gesto apparentemente banale quale la spesa quotidiana.
Và infine sottolineato che il Movimento del C.E.e
S. punta a valorizzare quelle attività economiche che meglio
esprimono le tradizioni alimentari, artistiche e culturali di una zona
o di un'etnia, per rendere detto commercio non solo uno scambio economico
ma anche una reale comunicazione fra genti e culture diverse (Sudamerica-Asia-Africa-Centroamerica)
nel segno di una interdipendenza che valorizza la differenza come risorsa.
Forti di questi principi, a partire dagli anni '60 e '70, in Europa sono
nate numerose (sino ad oggi se contano 3000) botteghe del mondo che attuano
il commercio alternativo.
In Italia se ne contano circa 220 di cui 9 in Sicilia. 
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