Le domus de Janas

Nelle fiabe popolari sarde, la frequente presenza delle fate, chiamate fadas o janas, è da ricollegersi all’esistenza dei caratteristici pertugi scavati artificialmente nella roccia e denominati appunto domus de janas (case delle fate), ma conosciuti anche con altri appellativi quali furreddas , concas o conchaddas, precias o preccas. Queste strane cavità (se ne contano circa millecento sparse in tutta l’isola) hanno costituito per molto tempo un vero e proprio enigma archeologico. Troppo piccole per essere abitate da persone, nelle credenze popolari sono diventate le dimore di esseri fantastici molto simili ai Fairies della tradizione anglosassone. Infatti, la parola jana (che forse deriva da Diana, dea della luna) indica una creatura magica a metà strada tra le streghe e gli elfi.
Oggi gli studiosi ritengono che le domus de janas rappresentino il primo esempio di costruzioni funerarie in cui si esprime la capacità architettonica delle popolazioni prenuragiche. Si tratta, infatti, di sepolcri scavati nella roccia e riproducenti nella forma le abitazioni dei vivi. La loro funzione era quella di accogliere il defunto in un ambiente familiare e consentirgli, secondo le credenze comuni a quasi tutti i popoli antichi, di perpetuare la vita oltre la morte. Esse erano la sede di cerimonie e liturgie religiose che venivano compiute periodicamente insieme alla deposizione rituale dei pasti destinati agli estinti, a conferma della fede nella sopravvivenza. Nelle domus i corpi venivano deposti in posizione rannicchiata o supina, gli uni accanto agli altri, e spesso venivano dipinti di un colore ocra, che rappresentava il sangue, considerato elemento rigeneratore della vita. In molti casi, oltre all’abbigliamento che ne indicava la posizione sociale o professionale, i defunti portavano collane di carattere amletico costituite di pietre, ossa e denti di maiale che, secondo le primitive concezioni magico-religiose, avevano lo scopo di garantire l’immortalità. Accanto ad essi venivano deposte suppellettili, armi e statuette di marmo e basalto raffiguranti la Dea Madre. Questa, insieme al Dio Toro richiamato nei graffiti che ornavano le pareti della tomba, veniva invocata a protezione dei morti.