PALERMO, Chiesa di S. Agostino: S. Guglielmo d'Aquitania.

Opera di Simone Wobrek (1566)

 

 

KASPAR ELM

 

 

CONTRIBUTI ALLA STORIA DEI GUGLIELMITI

 

 

Traduzione dell'opera

BEITRAGE ZUR GESCHICHTE DES WILHELMITENORDENS

BOHLAU VERLAG KOLN GRAZ 1962

 

 

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Elenco dei nomi, edifici sacri e luoghi (a cura di Paolo Piccinno)

INDICE

I. Introduzione

II. Guglielmo da Malavalle e il movimento eremitico toscano del XII e del XIII secolo

III. Le origini dei Guglielmiti (1157-1245)

1. Il periodo arcaico

2. L'adozione della Regola benedettina sotto Gregorio IX

3. Privilegi e costituzione giuridica dell'Ordine sotto Innocenzo IV

IV. La diffusione dell'Ordine dei Guglielmiti nei Paesi Bassi, in Francia, in Germania ed in Italia (1245-1461)

1. La Provincia francese

2. La Provincia tedesca

3. Sedi pianificate a nord delle Alpi

4. La Provincia toscana

V. Le diverse circostanze dello sviluppo

VI. L'Unione fra i Guglielmiti e gli Eremiti agostiniani (1256-1266)

VII. La costituzione dell'Ordine

VIII. L'Ordine dal XIV al XIX secolo

1. Attività e conseguenze

2. Declino

IX. Culto e leggenda di S. Guglielmo da Malavalle

X. Riassunto.

 

 

CAP. I

INTRODUZIONE

Dei numerosi nuovi Ordini sorti, fra lo stupore e la preoccupazione dei contemporanei, nell'XI e XII secolo in Francia e in Italia, quelli dei Cistercensi e dei Premonstratensi furono i più importanti e i più considerati. Dopo la loro fondazione si diffusero con estrema rapidità in tutta Europa, cosicché poterono occupare un posto accanto ai Benedettini e ai Canonici, che fino a quel momento erano stati ritenuti i veri rappresentanti della vita regolare. In questi mutamenti, verso il XIII secolo, i Cistercensi godettero più di altri Ordini il favore della Curia, che apprezzò attraverso ricchi privilegi la loro vasta attività ed i loro vivi sentimenti riformatori, tanto che nel Concilio Lateranense del 1215 elevò la loro forma organizzativa a modello di tutti gli altri Ordini. La formazione degli Ordini mendicanti, strutturati in modo totalmente differente, pose soltanto fine al ruolo guida di entrambi questi grandi Ordini, il cui rigorismo originario aveva perduto di incisività già alla fine del XII secolo. L'importanza di questi due Ordini raggiunse l'apice attorno al 1200, tuttavia agli inizi non sembravano far presagire nulla di particolare. Il convento di Citeaux, fondato da Molêsmes, e quello di Prémontré, situato nella foresta di Coucy, all'inizio del XII secolo non erano assolutamente fatti straordinari ed isolati. Essi sorsero assieme ad altre fondazioni in cui chierici, monaci e laici, come Robert von Molêmes e Norbert von Xanten, insoddisfatti della vita monastica e canonica del tempo, tendevano, attraverso l'ascesi eremitica, al rinnovamento della vera "vita religiosa", o cercavano di coniugare la predicazione e l'attività di cura d'anime con la povertà apostolica e la vita contemplativa. La serie di fondazioni eremitico-monastiche, che a partire dall'XI secolo trasformarono l'Europa, dalla Calabria alla Scozia, in una nuova Tebaide, ha inizio con le fondazioni di Romualdo, Pier Damiani e Giovanni Gualberti, e comprende, accanto ai numerosi eremi rimasti sconosciuti o dimenticati, gli eremi di Stefano von Muret, la grande cattedrale di Bruno da Colonia ed i conventi dei predicatori pellegrini Roberto di Arbrissel, Bernardo di Thiron, Vitale di Savigny e Giraldo di Salles. Sebbene la storia di questo movimento di rinnovamento monastico ed i suoi presupposti spirituali, politici ed economici siano stati studiati intensamente negli ultimi decenni, alcuni Ordini e Congregazioni, operanti soprattutto in Italia e non lontani da questo movimento per quanto riguarda il periodo in cui sono sorti e la loro spiritualità, sono stati quasi completamente ignorati. A queste comunità, che è possibile considerare come testimoni della forza ancora notevole del pensiero eremitico nei secoli XII e XIII, appartiene fra le altre, accanto alle congregazioni degli eremiti di Monte Vergine e di Pulsano, il dimenticato, pressochè sconosciuto Ordine dei frati eremiti di S. Guglielmo (Ordo Fratrum Eremitarum Sancti Wilhelmi). Esso sorse nella diocesi di Grosseto pochi anni dopo la morte del suo fondatore Guglielmo di Malavalle, avvenuta nel 1157, e un secolo più tardi si diffuse, in una "marcia vittoriosa", breve ma imponente, dalla Toscana ai Paesi Bassi, alla Francia e alla Germania fino alla Boemia e all'Ungheria. Nonostante la sua ampia diffusione nel XIII secolo, la storia di questo Ordine eremitico non è stata fino ad oggi ancora scritta. Gli stessi suoi membri cominciarono tardi a dedicarsi ad essa, e soltanto forzatamente. Solo nel 1587 uno di loro, il conventuale e successivamente priore della sede di Parigi, Samson de la Haye (morto nel 1594), scrisse il "Liber de veritate vitae et Ordinis divi Gulielmi quondam Aquitanorum et Pictonum principis", su cui si sono basati fino ad oggi tutti i commenti e le osservazioni sui Guglielmiti. In questo scritto polemico, per il quale utilizzò soltanto parte del materiale d'archivio a sua disposizione a Parigi, egli si ribellò ai tentativi di negare la nobile origine e l'elevata condizione sociale del patrono dell'Ordine, e di affermare l'autonomia dell'Ordine che da lui prende il nome. Le "absurdae fabulae" che de la Haye combattè nella sua "Apologia", divenuta nel frattempo rara, erano state divulgate soprattutto dagli Eremiti agostiniani, i quali dall'unione temporanea dei due Ordini avvenuta nel XIII secolo, trassero l'errata conclusione che i Guglielmiti non fossero che una congregazione del loro Ordine. In questa controversia Samson de la Haye si occupò soprattutto della "Chronica Ordinis Fratrum Eremitarum S. Augustini" del Sacrista papale Giovanni Panfilio (1581), apparsa a Roma nel 1589; ma la controversia continuò con asprezza anche nel XVII secolo. Essa diede origine, accanto ad altre pubblicazioni di minore importanza, alle uniche opere dedicate alla storia dei Guglielmiti. Con le argomentazioni sostenute da Samson de la Haye e con l'aiuto del priore della provincia monastica francese, il dotto ed imparziale bollandista Goffredo Henskens (1681), nel suo "Commentarius Historicus de Ordine Eremitarum S. Guilelmi", pubblicato nel 1658 negli "Acta Sanctorum" di febbraio assieme ad una "Vita di S. Guglielmo di Malavalle", riuscì a dimostrare meglio di Samson de la Haye la singolarità dei Guglielmiti e a far luce sull'intricata storia più antica degli eremiti agostiniani, avversari dei guglielmiti. Tuttavia sembra che i risultati del suo trattato non siano serviti praticamente a nulla, se si dà uno sguardo ai manuali ed alle enciclopedie pertinenti. W. Rein, G. C. A. Juten, L. Crick, J. Truttman e A. M. Burg hanno tuttavia in tempi più recenti operato alcune integrazioni in relazione ad alcuni conventi e gruppi conventuali, sebbene non abbiano quasi affatto preso in considerazione il contesto in cui si colloca l'intera storia dell'Ordine. Essi si accontentarono di cenni relativi all'indagine di Henskens, che per motivi di ordine apologetico si limitava soltanto alla rappresentazione dei rapporti fra i due Ordini in contrasto. Solo la "Storia del convento guglielmita di Marienthal in Alsazia" di A. M. Burg, pubblicata nel 1959, si occupa di un legame fra la storia dei conventi e quella dell'Ordine. Molti altri contributi, per lo più piccole ricerche difficilmente accessibili, riguardanti la storia dei singoli conventi, ignorano volutamente le comunicazioni dei Bollandisti, di per sè già avare di notizie, e considerano spesso patriarca dell'Ordine Guglielmo da Gellone o Guglielmo da Hirsau o addirittura il fondatore di Montevergine, quando addirittura non rinunciano, nel loro interesse prevalentemente rivolto alla storia e alla geografia della propria regione, ad inquadrare in un contesto più ampio la storia del rispettivo convento. Paradossalmente furono proprio i già menzionati eremiti agostiniani a dedicarsi, anche se non in modo obiettivo, alla storia dell'Ordine guglielmita. Una temporanea unificazione con loro ebbe come conseguenza il fatto che dal XIV secolo gli storiografi agostiniani avessero presente almeno questo episodio della storia dei Guglielmiti, senza peraltro che ciò significasse occuparsi intensamente dei Guglielmiti, travalicando così i limiti della storia del loro Ordine. L'interesse storico dei Guglielmiti stessi, risvegliatosi tardi e rimasto comunque debole, è più comprensibile se si considera anche la particolare situazione del loro Ordine. La povertà e la durezza che nei primi secoli della sua storia caratterizzavano la vita dell'Ordine, non offrirono alcuno spazio all'attività scientifica. Mentre nel XVI e nel XVII secolo i Benedettini, i Cistercensi, i Domenicani ed i Francescani scrissero, in maniera enciclopedica sì, ma anche con senso critico, la storia dei loro Ordini, all'Ordine eremitico dei Guglielmiti, in continuo declino, mancarono storici di rango che, come Luca Wadding o Fernando del Castillo, potessero scrivere annali come quelli su cui ancora oggi si basano gli storici dei Francescani e dei Domenicani: Samson de la Haye non trovò nè sostenitori nè successori di egual valore. Nel XIX secolo, allorchè la storiografia degli Ordini cominciò ovunque ad utilizzare il metodo critico, non ci fu più alcun guglielmita che studiasse a titolo di interesse personale la storia della propria congregazione, e che quindi ponesse rimedio alle omissioni dei secoli precedenti. Il sorprendente disinteresse dei Guglielmiti nei confronti della loro storia, anche se non può essere spiegato, può almeno essere capito in riferimento a come essa è stata trasmessa: soltanto una ricerca molto intensa, difficilmente attuabile in passato, avrebbe potuto consentire il reperimento del materiale necessario. Gli archivi della casa madre di S. Guglielmo a Malavalle (danneggiata da un incendio nel XII secolo, poco dopo distrutta quasi completamente da una alluvione e più di una volta "visitata" da pirati e dal popolo in tempi di guerra), naturalmente ricchi di informazioni per quanto riguarda le origini e lo sviluppo primitivo dell'Ordine, andarono perduti dopo la soppressione del convento nel XVII secolo, laddove ancora esistevano. La stessa sorte toccò agli archivi dei più antichi conventi italiani affiliati, che già nel XIII e nel XIV secolo furono allontanati dall'Ordine o meglio sciolti. I loro stessi nomi vengono spesso dimenticati, e sembra che ormai anche indagini, ancora più intense di quelle un tempo possibili, possano portare alla luce soltanto una certa quantità di piccoli residui della loro tradizione dispersa o distrutta. Fortunatamente al di là delle Alpi la tradizione dei conventi guglielmiti è stata in generale meglio tramandata. Qui si ordinò nel 1304, nell'ambito di un capitolo della provincia francese dell'Ordine, che i privilegi monastici più importanti dovessero essere riuniti e depositati nei conventi olandesi o francesi di Baseldonck, Walincourt e Bernardfagne. Mentre l'archivio del convento brabantino di Baseldonck fu gravemente danneggiato dalle guerre di religione del XVI e del XVII secolo, gli archivi degli altri due conventi, situati rispettivamente in Francia ed in Belgio, conservano materiale che consente di concludere che la decisione del capitolo almeno per un momento abbia avuto validità. Probabilmente nello stesso secolo si decise che anche a Parigi venissero raccolti, in un "Liber ordinis", importanti documenti dell'Ordine, come le Costituzioni, gli statuti e i privilegi. Se ne conserva una copia del guglielmita di Walincourt Johannes de Monte, fatta fra il 1486 e il 1506 (si tratta del codice 1124 della Biblioteca Municipale di Cambrai) ed è, assieme ad altri documenti specialmente parigini, fra le fonti della storia dell'Ordine che non sono state ancora fino ad oggi elaborate. Questi sforzi, sostenuti per motivi puramente pratici, e cioè per tenere insieme i documenti più importanti dell'Ordine e di preservarli dalla dispersione, non possono certamente sostituire la tenuta ordinata di un registro o la raccolta accurata delle decisioni di un Capitolo. E' vero che all'inizio del XIV secolo si è cominciato nella casa madre a raccogliere gli statuti dei Capitoli Generali, ma si trattò soltanto di un primo tentativo. Non risulta sia stata tentata la registrazione delle lettere della direzione dell'Ordine, cosa invece comune negli altri Ordini. Anche nelle province mancava un interesse costante a raccogliere i protocolli dei Capitoli, che, almeno nella provincia francese, venivano tenuti regolarmente: ragion per cui negli archivi delle singole sedi oggi è possibile rinvenire soltanto frammenti, conservati fra l'altro casualmente, di questi documenti ricchi di informazioni sulla storia dell'Ordine. Accanto agli archivi centrali citati, purtroppo solo della provincia francese dell'Ordine, rimangono gli archivi dei restanti conventi, i quali sono in parte perfettamente conservati e contengono una grande quantità di materiale di grande importanza spesso trascurato, se si considera la povertà delle fonti, ma che nella maggior parte dei casi riguarda il periodo tardo dell'Ordine; inoltre tale materiale d'archivio, nell'ambito della decentralizzazione crescente del XIV secolo, tratta per lo più di fatti d'importanza locale a scapito della storia dell'intero Ordine. Da questo materiale disparato ed ampiamente disperso, che solo in rari casi è stato consultato, si deve tentare di offrire un primo quadro, certamente da completare, della storia dell'Ordine dei Guglielmiti e, contemporaneamente, di un tipo particolare di monachesimo. Al di là del fine di un simile inventario, deve essere studiata con più precisione la posizione e la possibilità di condizionamento degli Ordini eremitici rispetto al monachesimo occidentale in relazione alla storia di questo Ordine eremitico relativamente poco importante. Ad una interpretazione sintomatica di questo tipo, l'Ordine offre presupposti favorevoli. Esso appartiene infatti alle poche comunità di eremiti dell'alto medioevo che riuscirono ad affermare la propria esistenza fino all'età moderna. La maggior parte dei numerosi eremi sorti nello stesso periodo, già dopo alcuni decenni, andarono in rovina e furono dimenticati. Altri rinunciarono, volontariamente o meno, alla costituzione di un proprio Ordine eremitico e si unirono ai Benedettini, ai Cistercensi o ai Canonici, nei cui Ordini tuttavia venne conservata l'esistenza delle loro case, ma non il modo di vivere originariamente eremitico. I superstiti hanno cercato di affermare non soltanto la loro autonomia, ma anche, come nel caso dei Guglielmiti, la loro spiritualità, fin dall'inizio anacronistica ed eremitico-ascetica, di fronte al modello di vita cenobitico dei Cistercensi e all'attività apostolica dei Francescani e dei Domenicani. Almeno all'inizio i Guglielmiti sono riusciti in ciò in contrasto coi piani della Curia: nel 1256 Alessandro IV si vide costretto a rinunciare alla loro incorporazione in un Ordine mendicante e ad indicare l'Ordine non più come "Ordo monasticum" come prima, ma come "Ordo eremiticus", cedendo così alle loro resistenze. Un atto, questo, che superò l'antica suddivisione canonica in "Ordo monasticus" e "Ordo canonicus", e che riconobbe, almeno dal punto di vista giuridico, una terza possibilità di "vita religiosa". Ciò non impedì certamente che la vita e la posizione dei Guglielmiti (che nel XVIII secolo difesero nuovamente con energia il titolo di Ordo eremiticus") nell'ambito del diritto canonico si adeguasse quasi obbligatoriamente all'evoluzione generale degli Ordini e che le loro Costituzioni acquisissero elementi del monachesimo cenobitico, specialmente di quello dei Cistercensi e dei Mendicanti. La resistenza opposta dai Guglielmiti alla totale assimilazione negli Ordini monastici e mendicanti è sintomatica della lotta per la propria affermazione che l'anacoretismo, ossia la prima e la più originale forma di "vita religiosa", ha dovuto sostenere in occidente con il monachesimo cenobitico. Il forte adattamento dei Guglielmiti al cenobitismo rivela l'esito di questa lotta, e mostra contemporaneamente come la vita eremitica avesse prospettive minime accanto al "fortissimum genus", sebbene la dura vita dell' "athleta Christi" fosse considerata anche nella letteratura monastico-ascetica come molto più elevata rispetto alla "vita communis". Al di là di qualsiasi significato sintomatico, un singolo caso come quello dei Guglielmiti non può chiarire esaustivamente la problematica posizione del movimento eremitico nel monachesimo occidentale. La contrapposizione fra "vita eremitica" e "vita coenobitica", così ricca di tensioni, alla quale si collegava in parte la polarità della vita attiva e di quella contemplativa, non viene più di tanto evidenziata nella varietà dei suoi aspetti dalla realtà storica dell'Ordine, ma emerge maggiormente dalla letteratura monastico-ascetica, come l'autore si propone di fare nell'ambito di un'indagine più approfondita.

 

CAP. II

GUGLIELMO DA MALAVALLE

E IL MOVIMENTO EREMITICO TOSCANO DEL XII E XIII SECOLO

Mentre la storia dell'Ordine è stata nei sette secoli della sua esistenza scarsamente considerata, la vita del suo santo patrono, S. Guglielmo da Malavalle, è stata, nell'ambito e ancor più al di fuori dell'Ordine, oggetto di grande attenzione. A partire dal XIII secolo la pia fantasia dei suoi devoti ed il bisogno di prestigio dei Guglielmiti lo circondarono di un gran numero di leggende, la cui fioritura necessita di un capitolo a parte. Gottfried Heskens cominciò per primo, nel 1658, ad esaminare con uno sguardo critico questa tradizione leggendaria, allo scopo di giungere alla figura storica del Santo. Consultando nuovo materiale, si deve cercare di rendere più precisi i risultati da lui ottenuti e di delineare un quadro più chiaro di Guglielmo da Malavalle e della sua collocazione nella vita monastica toscana. Ciò è importante, dal momento che la sua esistenza rappresenta la forza e contemporaneamente la regola su cui era improntato il carattere eremitico dell'Ordine, e poichè solo con il riferimento allo sfondo della sua vita eremitica è possibile comprendere la tensione nei confronti del monachesimo cenobitico vissuta dai Guglielmiti soprattutto nel XIII secolo. Su Guglielmo da Malavalle e le origini dell'Ordine, che da lui prende il nome, riferisce in maniera dettagliata, ancorchè non attendibile dal punto di vista storico, la "Vita S. Guilelmi" di Teobaldo, diffusa in numerosi manoscritti fin dal XIV secolo e pubblicata nel 1658 da Heskens. La "Vita", scritta su iniziativa del priore della provincia francese dell'Ordine, ebbe origine probabilmente fra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV. Già nel 1324 a Parigi essa fu tradotta in francese quasi alla lettera. Dell'autore, che nel prologo della "Vita" si definisce come "peccator Thobaldus", non si sa praticamente nulla. Dal XIV secolo lo si è indicato come vescovo di Grosseto e di Poitiers, addirittura come arcivescovo di Canterbury, senza tuttavia che sia stata fornita alcuna prova in un certo qual modo sufficiente a sostegno di una tale ipotesi. La grande stima nei confronti di S. Bernardo e la dimestichezza con la letteratura dei Cistercensi portano a supporre che l'autore della "Vita" sia un cistercense appartenuto ad una delle grandi abbazie cistercensi del Belgio o dei Paesi Bassi, dal momento che le sedi della provincia francese si trovavano quasi esclusivamente nella cerchia di queste abbazie. L'autore stesso fa chiaramente capire di non appartenere all'Ordine dei guglielmiti, come invece si sarebbe potuto supporre. Egli motiva il fatto di essere lui, e non un guglielmita, a scrivere la "Vita" del patrono con la propria particolare devozione al Santo, grazie alla cui intercessione fu guarito da una malattia della pelle. Contemporaneamente adduce a sostegno di tale fatto la particolarità dell'Ordine, i cui membri preferivano - come egli afferma - dare notizia di cose importanti relativamente ad altri più che a se stessi, e preferivano essere molto riservati sul loro fondatore. La "Vita", che in gran parte attinge a fonti che non hanno assolutamente a che fare con Guglielmo da Malavalle, trasse le informazioni storicamente rilevanti sul Santo soprattutto da un "Libellus de vita patris visu et auditu percepta", che, secondo Teobaldo, fu scritto dal primo compagno del patrono dell'Ordine. Questa "Vita", più antica ed importante sia per la biografia di S. Guglielmo, sia per gli inizi dell'Ordine, nel 1658, quando Gottfried Heskens pubblicò negli Acta Sanctorum la sua revisione attraverso Teobaldo, non era più rinvenibile con conseguente rincrescimento dei dotti bollandisti. Nel medesimo secolo tuttavia, il gesuita belga Guglielmo de Waha-Baillonville (1690) scoprì il manoscritto di una "Vita di Guglielmo", che nel 1693, dopo la sua morte, fu pubblicato, provvisto di ampi commentari, a cura di Fr. d'Yserin. Contenuto e prologo di questa "Vita" fanno supporre che si tratti della biografia dei più antichi seguaci utilizzata da Teobaldo e a lungo cercata. Il rinvenimento di Wahas aveva valore minore di quanto questi ed il suo confratello d'Yserin potessero sapere. Il manoscritto in loro possesso, sul cui ritrovamento non forniscono alcuna indicazione, contiene infatti un manoscritto della "Vita" di Alberto simile a quella senese del XVI secolo. Aggiunte dalla "Vita" di Teobaldo, che modificano le asserzioni di Alberto sulle origini di Guglielmo e sulla sua vita prima della conversione, nel senso di una tradizione leggendaria dominante a partire dal XIV secolo, e che di conseguenza diminuiscono sostanzialmente il valore del manoscritto e la forza probatoria delle argomentazioni di Wahas che su di essa si basano. Un testo migliore della "Vita" è invece contenuto in un manoscritto del XV secolo, acquistato dai bollandisti dopo il 1837 per la loro biblioteca nuovamente costruita, e finora trascurato. Sebbene non si possa pretendere che questo manoscritto relativamente recente rappresenti l'archetipo della "Vita" di Alberto, si deve comunque tener presente che esso è perlomeno libero da quelle congetture false e fuorvianti contenute invece in entrambi i manoscritti di cui si è fatta menzione. Oltre a questo testo, sul quale ci siamo fondamentalmente dovuti basare, esiste una versione frammentaria, ma sostanzialmente più antica, della medesima "Vita", in un lezionario della cappella papale, il Codex lat. 755 della Biblioteca Nazionale di Parigi, scritto in Italia fra il 1255 e il 1279. Purtroppo a questo Codice, di grande valore in tale contesto, mancano, oltre al prologo, proprio le lezioni che riferiscono del soggiorno di Guglielmo in Italia e quindi le parti più importanti, dal punto di vista storico della "Vita", parti che avrebbero per lo meno potuto confermare la versione di Alberto garantita soltanto mediante Teobaldo. Nel XVII secolo si dà notizia soltanto di una revisione ancora più antica della prima "Vita", ossia il formulario "in festo S. Guilelmi" scritto dal priore Hugo von Antwerpen attorno al 1250, ma il manoscritto, giunto dal convento di Biervliet a Brugge nel XIV secolo, non è oggi più rintracciabile. Sono al contrario stati conservati altri testi liturgici del XIII e del XIV secolo riguardo ai quali, sebbene non diano informazioni dettagliate sulla vita di Guglielmo, è possibile concludere evidentemente che corrispondono alla rappresentazione della "Vita" precedente. Il prologo della "Vita" di Alberto, tramandato grazie al manoscritto della Bibliotheca Bollandiana, fa supporre che probabilmente la "Vita", la cui stesura era stata "iam per annos plurimos" fatta risalire ai "protodiscipuli" del Santo, abbia avuto origine verso la fine del XII secolo, probabilmente durante lo scisma che ha avuto luogo dal 1159 al 1180. Il suo autore, che non a torto si definisce poco istruito, non ha nè senso storico nè ambizioni letterarie, a differenza dell'autore della "Vita" più antica, che voleva essere per Guglielmo ciò che Sulpicio Severo fu per S. Martino di Tours. In modo semplice egli unisce - se è possibile giungere dalle versioni esistenti all'archetipo - alcune osservazioni e parole del maestro, rimastegli impresse nella memoria, insieme a una parte principale, cui segue, secondo uno schema tradizionale, un elenco di miracoli. Le sue osservazioni, presentate nella forma letteraria più semplice, si limitano quasi esclusivamente al periodo che va dall'Epifania del 1156 al febbraio del 1157, ultimo anno di vita del Santo, durante il quale Alberto lo assistette come "famulus et minister". Attraverso quello che egli in quei pochi mesi vide con i propri occhi, cercò di completare ciò che il maestro, chiuso e taciturno, solo raramente gli aveva confidato apertamente sulla sua vita fino ad allora. In tali circostanze non esistono i presupposti per un resoconto dettagliato ed utile agli storici. Il limitato valore di testimonianza della "Vita" risulta tuttavia solo in parte da tali condizioni. L'autore tace infatti anche laddove ci si dovrebbe attendere maggiori conoscenze, ad esempio sugli inizi della costituzione dell'Ordine. Bisogna quindi ammettere, se si considerano le fonti, che, nonostante l'utilizzo di nuovo materiale, si può soltanto ottenere una rappresentazione fuggevole della figura del fondatore dell'Ordine, rappresentazione che tuttavia, nella sua semplicità arcaica, è stata abbastanza forte da mantenere vivo nell'Ordine, attraverso i secoli, il principio eremitico. Alcuni anni prima dell'incontro con coloro che furono successivamente i suoi biografi, Guglielmo era sceso a terra a Pisa di ritorno da Gerusalemme. Anziché rimettersi in cammino per la propria patria, egli rimase nel contado di Pisa, dove si ritirò nella Silva Livallia, nella zona del Monte Pisano situata fra il Serchio e l'Arno, per vivere come eremita nell'isolamento di una "spelunca horribilis". Quando, dopo qualche tempo, si unirono a lui dei compagni, intraprese la costruzione di un "hospitale ad Dei venerationem et pauperum Christi refectionem" per la protezione e l'alloggiamento dei pellegrini che si recavano a Roma attraverso la Via Francigena. La decisione di vivere come eremita in Toscana non era inconsueta. Fino alla metà del XII secolo i Camaldolesi avevano fondato già numerose sedi in Toscana, di cui quattro, ossia S. Michele, S. Sevino, S. Stefano e S. Pietro, nei dintorni di Pisa e Lucca. Nello stesso periodo erano sorte numerose fondazioni dei Vallombrosani, di cui la maggior parte nelle diocesi di Pisa e Lucca. Nel XV secolo l'umanista milanese Andrea Biglia (1395-1435) poteva quindi a ragione definire la Toscana come patria degli eremiti. Ciò fu vero nel XII secolo soprattutto per il territorio del Monte Pisano fra Lucca e Pisa dove Guglielmo cominciò la sua vita da eremita. I "secreta loca et aspera", i "devii montes" di questa catena montuosa erano conosciuti fin dai tempi antichi come rifugio per eremiti. Già nel I secolo, molto prima dei Padri del deserto siriani ed egiziani, deve aver qui vissuto un presbitero di nome Antonius "absconsus in monte" con il suo discepolo Torpes, dando così vita ad una tradizione vivace nell'alto medioevo, che si suppone sia stata raccolta nel VI secolo da S. Frediano. "Sequestratus ab omnibus pompis huius seculi" ebbe così inizio questo "ire" nei boschi del Monte Pisano a vivere da eremita fino a quando, nel 560, egli fu nominato vescovo di Lucca, rendendosi benemerito nel suo episcopato. Non ci si deve quindi meravigliare se anche nell'VI secolo sul "Mons Eremiticus", come spesso il Monte Pisano veniva significativamente definito nel medioevo, sorgessero delle comunità eremitiche composte in parte da chierici che si ritiravano in isolamento per tedio della vita canonica condotta fino ad allora e per timore della precarietà del mondo di allora. Nel 1044 sorse ad esempio, nelle dirette vicinanze della Silva Livallia, in cui si era recato Guglielmo, l'eremo di S. Pantaleone, fondato da canonici che probabilmente erano in origine appartenuti al monastero di S. Frediano a Lucca; e circa un secolo più tardi sorse la cella del sacerdote Rustico, dove dal 1202 si riunirono, con l'approvazione del Papa, dei chierici-eremiti secondo l' "Ordo Eremitarum Ecclesiae et Cellae Rustici". I compagni, con i quali Guglielmo aveva intrapreso in questo luogo venerabile la costruzione del ricovero, non si erano conformati al suo rigore ascetico. Ben presto il loro zelo venne meno. Si opponevano ai suoi ordini e nè le esortazioni nè le punizioni erano in grado di condurli ad un serio cambiamento di vita. Al contrario schernivano e tormentavano il loro maestro a tal punto, che questi scelse uno di loro come suo successore e se ne andò. Sul Poggio al Pruno nei pressi di Volterra, Guglielmo cercò ancora una volta di costruire una comunità eremitica. E anche qui non ebbe maggiore successo. L'inospitalità del Monte Pruno era eccessiva. Le serpi piombavano sulla sua abitazione numerose come sciami di mosche e la rendevano inabitabile. Ciò non fu tuttavia la vera causa del suo insuccesso. L'invidia "pravorum hominum" e le resistenze dei giovani, che ben presto si erano riuniti attorno a lui, fecero fallire il progetto di condurre con ogni rigore un'esistenza da eremita. Dopo questa delusione, Guglielmo pensava di tornare nuovamente dai suoi seguaci nella Silva Livallia. Ma dovette ben presto riconoscere che i loro sentimenti non erano cambiati: essi lo allontanarono come in precedenza. Sfinito e scoraggiato dopo simili esperienze, Guglielmo non tentò più di migliorare gli eremiti ostinati. Per ordine di una voce celeste si recò sul Monte Petrito nella Maremma di Grosseto. Nelle vicinanze di Castiglione della Pescaia egli trovò, presso una famiglia non troppo agiata, quello che aveva offerto ai viaggiatori nella Silva Livallia: incoraggiamento, cure e guarigione. Dopo avere goduto della sua ospitalità, si trattenne per un breve periodo nella casa di Guido, che era chierico nella chiesa di S. Nicola a Castiglione della Pescaia. Una volta ristabilito, Guglielmo lasciò nel 1156 coloro che gli avevano dato ospitalità e si recò a Stabbio di Rodi, in una valle rocciosa distante 5 miglia da Castiglione della Pescaia che era attraversata soltanto in primavera e in autunno dall'Ampio, un modesto corso d'acqua. In questo luogo evitato da cacciatori e pastori, la cui desolazione viene significativamente definita dall'espressione "Malavalle", egli costruì un "mapale modicum et tugurium vile" con l'aiuto dei Lambardi da Buriano, vassalli della Curia Romana, e del sacerdote Guido. Fino al 10 febbraio 1157, giorno della sua morte, egli visse qui, dapprima solo, poi, dall'Epifania del 1156, con il suo discepolo Alberto, al quale, poco prima della sua morte, si aggiunse un secondo compagno di nome Rinaldo. Nell'isolamento di Malavalle, dove dopo la morte del Santo sorse la casa madre del suo Ordine, Guglielmo visse la forma di vita religiosa cui aspirava, senza dover temere la resistenza di compagni irragionevoli e più deboli. Il suo modo di vivere è semplice nel suo rigorismo e può essere delineato con pochi tratti. Si tratta sostanzialmente di esercizi e virtù come quelli delineati dall'agiografia e dalla letteratura monastico-ascetica a partire dal IV secolo, e che portano ad un livello di ascesi che merita di essere descritto e celebrato. Guglielmo digiunava ininterrottamente. Si nutriva di erbe crude, acqua e pane che gli veniva portato di quando in quando da alcuni fedeli di Buriano. Soltanto tre volte la settimana mangiava un piatto caldo e un po' di vino annacquato, razione che rimaneva uguale anche nei giorni festivi. Egli cercava di ridurre oltremodo la quantità di cibo e addirittura dell'acqua necessari alla sopravvivenza, allo scopo di non concedere nulla ai desideri del corpo. Al digiuno egli univa il lavoro manuale. Si sforzava di coltivare con le proprie mani il terreno arido e pieno di cardi e rovi intorno alla sua cella, nel tentativo di fare di questo lavoro un servizio a Dio e un'opera di penitenza attraverso l'elevata esperienza ascetica della preghiera costante. Fino a quando non morì, ovunque si trovasse e qualsiasi cosa facesse, egli mosse ininterrottamente le labbra in preghiera. Del riposo notturno, meritato dopo un tale lavoro quotidiano, egli faceva il coronamento della sua ascesi attraverso un ingegnoso sistema di autopunizione. Egli sceglieva per la notte un letto così duro e corto da non potersi stendere ed allungare. Il capo poggiava su un supporto di legno informe, mentre il corpo era torturato da vesti di crine e da una maglia di ferro indossata sulla pelle nuda. In questo modo si scorticò la pelle a tal punto, che le cicatrici e le schifose croste delle ferite suscitavano orrore e ribrezzo in chi lo guardasse. Il 10 febbraio del 1157, in pieno inverno, questa dura vita di penitenza finì. Guglielmo morì assistito dal suo discepolo e da un sacerdote di Castiglione della Pescaia che Alberto era riuscito ad andare a chiamare, come per miracolo, al di là di sentieri di montagna coperti di neve e gelati. Allorché il Santo nell'ora della morte chiamò a sua protezione i Santi del Paradiso e gli angeli di Dio, il suo volto perdette ogni pallore ed il suo corpo i segni della penitenza; per usare le parole della "Vita" di Teobaldo, dopo dolori e sofferenze il suo corpo divenne uguale a quello del Cristo trasfigurato. I pochi fatti tramandati da Alberto sul breve periodo intercorso fra lo sbarco a Pisa e la morte a Malavalle, mostrano come l'eremita abbia ricercato e percorso il cammino dalle forme di vita dapprima ancora cenobitiche a quelle degli anacoreti, caratterizzate dall'ascesi più rigida nella solitudine e nell'isolamento. Il nuovo arrivato dalla Terra Santa non aveva trovato evidentemente nè negli insediamenti degli Ordini eremitici, così numerosi in Toscana, nè nei gruppi eremiti del Monte Pisano, una vita religiosa che corrispondesse alle sue intenzioni. All'inizio aveva creduto di poter convertire al suo modo di vivere con l'esempio e l'insegnamento gli eremiti del Monte Pisano e del Monte Pruno, cioè riformando Ordini esistenti. Le esperienze di pochi anni lo avevano tuttavia fatto dubitare dell'esito dei suoi sforzi, ragion per cui aveva posto fine al tentativo di condurre con loro una "vita communis" di natura strettamente ascetica e se n'era andato deluso. Dopodichè, come Antonio e Benedetto, aveva abbandonato senza esitazione un luogo dopo l'altro, giungendo a privarsi anche della compagnia di persone amabili, pur di evitare che qualcosa potesse impedirgli di condurre la sua "vita religiosa". Questa forma di vita perseguita con tanta ostinazione è stata da Guglielmo stesso descritta in pochi "verba nuda tamen catholica et utilisssima" tramandati con profondo rispetto dal suo discepolo. La sua linea di pensiero è semplice e certamente priva di originalità: Guglielmo esigeva all'inizio della vita spirituale la presa di coscienza della propria bassezza e del proprio essere peccatore. Da ciò si doveva, mediante la rinuncia al possesso e allo scintillío del mondo, trarre l'unica conclusione possibile: l'ascesi in tutte le sue forme, cioè la fame, la sete, il lavoro e la sofferenza debbono mostrare il corpo, strumento del peccato e sede delle "otiositas, avaritia, vana gloria, lascivia, invidia et detractio", in tutti i suoi limiti, e dare spazio all'anima per servire tranquillamente Dio, quale valore ultimo, in contemplazione e preghiera. All'esigenza di ascesi esteriore corrispose quella di una disciplina interiore, ossia il vedere come dono di Dio senza brontolii "tribulationes et necessitates", il dominare la propria caparbietà e l'astenersi da qualsiasi critica al prossimo, soprattutto al clero. I meravigliosi effetti di un'esistenza condotta secondo queste regole, e cioè la forza di resistere alle tentazioni e agli attacchi del demonio e delle sue schiere, di guarire i malati e di divenire partecipe di visioni celesti sono, secondo Guglielmo, testimonianze dell'opera divina e non il frutto di una perfezione acquisita mediante l'ascesi. La vita degli eremiti di Malavalle, semplice nei suoi principi di base e nella pratica, ma radicale, ha poco in comune con la discrezione della regola benedettina o magari con la "laeta paupertas" dei Francescani. Come un "alter Elias", umile come Giobbe, come Antonio in lotta contro il diavolo ed i demoni, vestito come Paolo ed Ilarione, Guglielmo condusse una esistenza che in quasi tutti i suoi tratti trova corrispondenza nel "vir bonus" della "Vita" di Antonio, dello "Apophthegmata", della "Historia Lausica". L'impulso verso questa rigida e primitiva vita eremitica, Guglielmo non l'ebbe per la prima volta in Toscana. Stando alla "Vita" di Alberto, egli cominciò a vivere a Gerusalemme "more anachoretarum" come molti altri pellegrini occidentali, mentre secondo la "Vita" di Teobaldo, già prima del suo pellegrinaggio aveva appreso dagli eremiti del Poitou, la sua patria, l'impulso e il comando di fare penitenza e vivere da eremita, il che di conseguenza renderebbe giustizia alla grande diffusione del movimento eremitico francese nell'XI e nel XII secolo, se non fosse per la difficile tradizione e per le fonti che rendono incerta tale conclusione. È difficile dare una risposta alla domanda sui motivi per cui Guglielmo da Malavalle, a metà del XII secolo, rinnovò in arcaica semplicità la vita dei primi Anacoreti. Come dice la biografia, gli piaceva più fare che parlare. Da quanto emerge dalla "Vita" di Alberto, un motivo va ricercato nel passato del Santo, in un avvenimento di cui nessun'altra fonte, oltre alla "Vita" di Alberto, se ne dà notizia. Negli anni Quaranta del XII secolo, Guglielmo, che secondo Alberto discendeva da una nobile famiglia del Poitou, fu scomunicato, "adhuc tyrannus et impius, ut ipsement confessus est", da Papa Eugenio II. La colpa di Guglielmo doveva essere stata veramente grave se il Papa, durante il suo soggiorno in Francia, rifiutò al pentito l'assoluzione "ob ferocitatis suae pertinatiam". Soltanto dopo il suo ritorno a Roma il Papa prestò attenzione alle pressanti richieste di Guglielmo, che lo aveva seguito fino laggiù. Assolto dalla scomunica, Guglielmo intraprese il cammino della dura penitenza. Andò in pellegrinaggio in Terra Santa, accrescendo le fatiche del viaggio attraverso un'armatura che egli indossava direttamente sulla pelle. Dopo il suo ritorno intraprese assieme ai suoi cavalieri un viaggio di penitenza verso la Spagna, alla tomba dell'apostolo S. Giacomo, venerato con predilezione dal mondo cavalleresco. La sua penitenza trovò infine il suo coronamento nella conversione dal mondo della cavalleria e della guerra, dalla "militia damnosa", alla "militia dominica", alla dura vita di penitenza nella solitudine del Monte Pisano. La "Vita" di Alberto non riconduce tuttavia la conversione di Guglielmo soltanto alla volontà di penitenza, ma accanto ad essa evidenzia un ulteriore motivo che ad esso si intreccia e che fin dalle origini della Cristianità ha sempre determinato la rottura con il mondo e portato alla "conversio morum": il pensiero dell'imitazione di Cristo. Per seguire Cristo "sinceriter et humiliter", il nobile francese diede ascolto alle parole dette al giovane ricco e, come molti prima di lui, donò i suoi beni ai poveri. Per ordine di Cristo abbandonò la sua patria, il padre e la madre, sebbene Satana, nella persona del padre, cercasse di riportarlo indietro, e sebbene fosse tentato, anche dopo la sua conversione, di riprendere l'arte della guerra, per la quale nutriva una grande passione. Il perno dell'imitazione di Cristo, cui Guglielmo aspirava, non fu, come emerge dalle sue "Vite", la povertà del Salvatore povero e nudo; non fu la vita comunitaria delle comunità primitive raccolte attorno a Cristo e a Maria; nè tantomeno gli spostamenti del Salvatore per predicare ed insegnare. L'imitazione di Cristo consisteva per lui, evidentemente, nella stretta comunione, mediante l'ascesi e la penitenza, con il Salvatore sofferente, e nel tentativo, attraverso l'isolamento dal mondo e la solitudine, di divenire uguale al Salvatore abbandonato dai suoi amici ed imprigionato dagli sgherri. Questa forma di imitazione di Cristo era nel XII secolo certamente poco singolare, alla stessa stregua delle altre forme della "imitatio Christi" cui si è già accennato. Essa rientrava nel contesto del grande rinnovamento del movimento eremitico, accelerato non da ultimo proprio dal concetto di imitazione, di cui si è già parlato. La vita di Guglielmo da Malavalle si differenzia dalle origini di questo movimento per il fatto che non fosse un chierico o un monaco a tentare di realizzare in tutta la sua purezza ciò che era loro richiesto dalla loro condizione, ma un laico che, anzichè entrare in convento, cercava da solo di realizzare quella forma di vita religiosa che, fin dai tempi antichi, era ritenuta il grado più elevato dell'autosantificazione, cui solo monaci temprati potevano giungere. Lo slancio del laico verso la vita da eremita, verso il "modus vivendi sine dependentia ab alterius voluntate", rappresenta evidentemente uno dei molteplici sintomi del dinamismo religioso, crescente nel XII e nel XIII secolo, di ampi gruppi di laici, i quali non soltanto nelle eresie o in gruppi prossimi alla eresia, ma anche nel monachesimo di stampo eremitico (che dall'alto medioevo era in Occidente passato in secondo piano, ma che non era tuttavia stato dimenticato), cercavano quell'appagamento religioso e quell'introspezione che altrove non erano loro offerti. Questo slancio verso l'anacoretismo, strettamente collegato al complesso movimento religioso del XII e del XIII secolo, si espresse al di là delle Alpi in forme sublimi: ad esempio nel movimento religioso femminile, che soprattutto nei Paesi Bassi tornò ad ispirarsi all'istituto della clausura, mai totalmente dimenticato, facendolo rifiorire. In Toscana, dove l'incertezza politica e la crescente "commercializzazione" della vita potevano indurre in modo particolare alla fuga dal mondo e all'ascesi, si ebbe un aumento quasi tutto d'un tratto del numero degli insediamenti eremitici, peraltro non piccolo già nel secolo XI. Nei boschi del Monte Pisano, nella Garfagnana a nord di Lucca e nella malsana Maremma, fra Pisa e Grosseto, dove già nel primo periodo cristiano era stato gettato il seme del pensiero eremitico, sorse una vera Tebaide. Su un territorio proporzionalmente ridotto si affollarono eremitaggi di cui non è ancora stato possibile determinare esattamente nome e numero. I gruppi, piccoli e spesso soggetti ad un priore, vivevano all'inizio per lo più senza nessuna delle regole conosciute dalla tradizione e dalle esperienze ascetiche, che i documenti indicano come la "severa et stricta disciplina et regula eremitica". La forma di questa "severa disciplina", più che dagli archivi, emerge dalle "Vite" dei primi e preminenti rappresentanti del rianimato movimento eremitico toscano, fra i quali, accanto a Guglielmo da Malavalle, vanno ricordati specialmente Alberto da Montalceto (1151) e Galgano da Chiusdino (1181). La vita di Alberto da Montalceto é (come quella dei suoi contemporanei meno conosciuti Ranieri da Pisa (1160) e Alberto di Corsica (XII secolo)), caratterizzata dal legame fra l'inquieto peregrinare e l'isolamento eremitico, in cui, sotto l'influsso della devozione delle crociate, sembra ripetersi ancora una volta l'ascetico essere senza patria, tipico dell'alto medioevo. Contemporaneamente essa sottolinea ancora una volta, attraverso il suo costante passaggio da uno stadio del comportamento religioso all'altro, la tendenza a realizzare direttamente l'ideale della vita da eremita al di fuori della convenzionalità, ossia senza considerare gli Ordini esistenti e le comunità religiose. Come Guglielmo da Malavalle dopo la conversione, anche Alberto si recò in pellegrinaggio dapprima a Roma e al Santuario di S. Michele sul Monte Gargano, ed infine a Gerusalemme ed alla tomba dell'apostolo Giacomo. Solo dopo questo pellegrinaggio cominciò a vivere da eremita. Dapprima si unì ai Camaldolesi in Toscana, e poco dopo, stando alla sua "Vita", che risale al XIV secolo, si unì a Guglielmo da Malavalle. Presto tuttavia egli si rese nuovamente indipendente, allo scopo di vivere nelle vicinanze della sua città natale, il borgo di Montalceto nella valle dell'Ombrone, per 27 anni "patrum Aegyptiorum more". Poco dopo la sua morte, l'abbazia camaldolese di S. Salvatore della Berardengha incorporò la cella di Alberto ed i suoi compagni. Solo il fatto che da allora l'eremita sia stato venerato come un santo dell'ordine dei Camaldolesi ha permesso di conservare il suo ricordo. Galgano da Chiusdino era laico come Guglielmo e come Alberto, e come loro abbandonò il mondo dopo una vita fino ad allora sbagliata, un mondo in cui egli, quale membro dell'aristocrazia commerciale di Chiusdino, una cittadina nei pressi di Siena, aveva condotto un'esistenza sfrenata o perlomeno indifferente all'aspetto religioso. Nel 1180, all'età di 30 anni, spinto, secondo quel che si racconta, da una visione di S. Michele, si ritirò nella solitudine dell'alta valle del Merse, per vivere da eremita sul Monte Siepi. Subito dopo aver costruito una capanna e dopo aver affrontato alcune resistenze e tentazioni con severi esercizi ascetici, egli si rivolse alla Curia per ottenere, come si può ben immaginare, un'approvazione per la sua nuova vita. Alessandro III non solo esaudì la sua richiesta, ma - stando a quanto emerge dalla "Vita" scritta da Rolando da Pisa - gli diede anche le reliquie dei martiri Fabiano, Sebastiano e Stefano per una cappella rotonda costruita un poco più tardi sul Monte Siepi. La sua vita da eremita, che perfino nei dettagli corrispose a quella di Guglielmo, non durò a lungo. Il 3 dicembre 1181-1183 Galgano morì dopo aver invocato - secondo quanto riportato dalla "Vita" di cui è già stata fatta menzione - l'intercessione dell'eremita da Malavalle morto nel 1157. La sua tomba sul Monte Siepi divenne ben presto centro di un culto molto diffuso, che fu confermato nel 1185 da Lucio III, ma forse anche solo dal suo successore, con la canonizzazione dell'asceta. Quando era in vita, Galgano aveva attirato su di sè l'attenzione degli eremiti che, come ovunque in Toscana, anche nella valle del Merse erano numerosi. Dopo la sua morte, tuttavia, la sua vita ascetica ed i miracoli a lui attribuiti influenzarono così fortemente la sua cerchia di amici che attorno alla sua tomba sorse una comunità di eremiti che prese la sua vita a propria regola. Già dopo 10 anni circa dalla morte del maestro, alcuni di questi eremiti si unirono tuttavia ai Cistercensi provenienti dalla Francia, che sul Monte Siepi eressero una delle loro prime abbazie italiane, il Convento di S. Galgano, più tardi molto famoso, e che assieme agli eremiti agostiniani ed ai Guglielmiti mantennero vivo il nome del Santo. Il movimento eremitico toscano, di cui non è ancora possibile offrire una rappresentazione completa, raggiunse il suo culmine nella prima metà del XIII secolo. Accanto ai numerosi eremi che ebbero un'importanza soltanto locale, in questo periodo se ne misero in evidenza altri, che, dopo un inizio modesto, ebbero un'influenza al di là dei confini della Toscana, e addirittura al di fuori dell'Italia. Nello stesso periodo giunsero dal Monte Fano (nelle Marche) in Toscana degli eremiti, che dal 1231 si erano radunati attorno a San Silvestro Guzzolini e che da lui avevano preso il nome di Silvestrini. Nel 1233 sette importanti commercianti di Firenze abbandonarono le loro famiglie per vivere da eremiti sul Monte Senario nei pressi di Firenze e per dedicarsi interamente al culto della Madonna, ragion per cui essi e l'Ordine nato dalla loro piccola comunità furono chiamati "Servi di Maria", Serviti. Vent'anni prima dei commercianti fiorentini, Francesco d'Assisi aveva indossato l'abito da eremita ed aveva cominciato a vivere la "vita solitaria" presso S. Damiano. Nella primavera del 1208 egli pose fine a quella forma di vita che, come risulta da quanto detto prima, non era affatto inconsueta, essendogli stato affidato il compito di uscire e predicare pubblicamente la parola di Dio. Nel 1209 Innocenzo III ed i seguaci di Francesco cercarono di revocare la rottura con la "vita eremitica", che si era manifestata esteriormente nel fatto che il Santo aveva cambiato la veste da eremita, la cintola, il bastone ed i calzari con i vestiti dei contadini umbri. Il consiglio del Papa "ut ad vitam monasticam seu eremiticam diverteret", e le preoccupazioni dei confratelli "utrum inter homines conversari deberent, an ad loca solitaria se conferre", furono certamente inutili. I suoi stessi dubbi, che Chiara e frate Silvestro gli chiesero di chiarire in preghiera e che riguardavano la scelta fra il continuare a predicare ed il vivere in modo contemplativo in solitudine, non riuscirono a ricondurlo alla vita da eremita. Sebbene anche nei primi anni successivi alla fondazione e all'approvazione dell'Ordine fosse stato riconosciuto ampio spazio alla vita eremitica e Francesco avesse formulato nella "De religiosa habitatione in eremo" una specie di regola eremitica, ciò non può certo cambiare il fatto che almeno dal 1208 egli avesse davanti agli occhi scopi diversi da quelli degli eremiti di cui si è appena parlato. L'esteriore isolamento dal mondo cedette alla cura delle anime e alla vita fra i credenti e con i credenti, soprattutto nelle città. L'anacoretismo non fu più considerato in senso letterale come isolamento dal mondo, ma spiritualizzato e sublimato in uno stato di adorazione e di meditazione in raccoglimento, da cui doveva scaturire una forza dagli effetti spirituali: "Frater enim corpus est cella nostra et anima est eremita qui moratur intus in cella ad orandum Dominum et meditandum de ipso. Unde si anima in quiete non manserit in cella sua parum prodest religiosa cella manu facta". Il movimento eremitico toscano raggiunse il suo punto più alto con la fondazione degli Ordini dei Serviti e degli Eremiti Agostiniani, ma soprattutto con Francesco d'Assisi, che per un poco indossò l'abito da eremita. Questo culmine fu contemporaneamente anche un punto di svolta. Il nuovo ideale della perfetta povertà, e della mendicità ad essa collegata, privarono del fondamento di vita il movimento eremitico, che non poteva vivere di sole elemosine. La spiritualizzazione dell'ascesi e l'esaltazione dell'attività pastorale resero anacronistica la dura rinuncia al mondo, intesa in senso materiale, praticata da Guglielmo e Galgano sull'esempio dei Padri del deserto. Nonostante la vita eremitica in Toscana non avesse avuto fine, - e di ciò è prova la Congregazione degli eremiti di Monte Olivetti, accanto ad altri numerosi eremi tuttavia di scarsa importanza - non è possibile, a partire dalla metà del XIII secolo, parlare di movimento eremitico toscano. Pressato dalle decisioni del Concilio del 1215 e sotto l'influsso degli Ordini mendicanti, terminò il periodo migliore di questa spontanea vita eremitica. Non soltanto diminuì il numero degli eremi, ma anche gli Ordini eremitici sorti in Toscana cambiarono il loro modo di vivere. Come i Francescani ed i Domenicani, anche i loro membri si recavano nelle città a predicare e ad amministrare i Sacramenti. Solo i figli di Guglielmo e di Galgano insistettero per rimaner fedeli all'ideale dei loro fondatori. Gli uni lo fecero quale Ordine autonomo, gli altri cercarono di farlo, dopo che la loro casa madre ed una parte dei suoi membri già agli inizi della fondazione dell'Ordine era stata assorbita dai Cistercensi, in eremi di nuova costruzione per alcuni anni. Ma anche questi ultimi perdettero la loro autonomia, quando a metà del XIII secolo si unirono agli Eremiti Agostiniani.

 

 

 

 

 

 

CAP. III

LE ORIGINI DEI GUGLIELMITI (1157-1245)

I IL PERIODO EREMITICO ARCAICO

La formazione dell'Ordine dei Guglielmiti ebbe inizio dopo la morte di Guglielmo da Malavalle. Come anche i grandi eremiti e patriarchi di un Ordine, Romualdo e Bruno, egli stesso non aveva intenzione di fondare un Ordine. Ciò che egli lasciò in eredità ad Alberto e Rinaldo, suoi compagni nell'ultimo anno di vita, fu la modesta cella di Malavalle e l'esempio di un'esistenza ascetica, e non il compito di dare vita a un Ordine. Paradossalmente, tuttavia, fu proprio la sua severa rinuncia al mondo a trovare emuli e a far sì che presso la tomba del Santo sorgesse una comunità che divenne il primo nucleo dell'Ordine dei Guglielmiti. Le origini di questo Ordine sono avvolte, come nessun'altra epoca della sua storia, da un'oscurità quasi impenetrabile. La "Vita" più antica, quella di Alberto, il cui autore viene generalmente e a ragione considerato come il capo e l'organizzatore della prima comunità guglielmita, salvo pochi chiarimenti, non dice sorprendentemente nulla del periodo arcaico del suo Ordine. Solo dagli elenchi dei miracoli che seguono ad entrambe le "Vite" è possibile trarre qua e là notizie sul modo di vivere dei primi Guglielmiti. E' poi possibile completarle, in modo tuttavia insignificante, attraverso un abbozzo della primitiva storia dell'Ordine, inserito durante il XIII secolo nel prologo delle Costituzioni. Ulteriori ma certamente insufficienti fonti sono anche i documenti, scarsamente conservati, di quei conventi che nel XII e nel XIII secolo si unirono a quello sorto a Malavalle o ne accettarono la regola. La forza che condusse alla costruzione della piccola comunità presso la tomba del Santo, e che rese il convento di Malavalle più famoso dei numerosi eremi toscani sorti nel medesimo periodo, derivò dal nome e dai prodigi del Santo. Da Firenze, Siena, Orbetello, Grosseto e da altre città e luoghi della Toscana, già poco dopo la sua morte, molti fedeli si recavano a Malavalle per implorare aiuto e per ringraziare di miracolose guarigioni. Soprattutto i pastori della Maremma ed i marinai delle città costiere ritenevano il Santo protettore contro le intemperie ed il pericolo di naufragio; furono loro a diffondere la sua fama al di là dei confini della Toscana fino alle Marche, all'Umbria e al Lazio. Alla devozione rapidamente crescente del popolo dei fedeli seguì ben presto la conferma della Chiesa. Il suo culto ebbe dapprima inizio in alcune parrocchie nelle vicinanze di Malavalle. Così un chierico proveniente dal vicino Monte Orso, per riconoscenza per la guarigione dalle conseguenze di un incidente, promise "quod festum eius annuatim celebraret". Sotto il vescovo Martino da Grosseto, che per il Santo ed i suoi seguaci nutriva una particolare predilezione, il culto fu esteso fra il 1174 ed il 1181 all'intera diocesi di Orvieto. Alessandro III diede la sua approvazione, sebbene la disapprovasse, "ut beatum Guilelmum sanctorum adscriberet catalogo venerandum", di cui il vescovo Martino gli aveva fatto richiesta a Roma. Nel 1202 la venerazione di Guglielmo fu confermata da Innocenzo III, il che "de facto" equivaleva alla canonizzazione rimandata da Alessandro III. I credenti che, seguendo l'invito del Santo, avevano cambiato l'esistenza fino ad allora condotta, poco dopo la morte di Guglielmo si insediarono sotto il "minister et famulus" Alberto nelle celle singole di un oratorio sorto presso la tomba del Santo, allo scopo di vivere in isolamento una vita che assumesse come regola il Santo e le sue esortazioni tramandate da Alberto. Digiunavano sia in inverno che in estate, tutti i giorni della settimana ad eccezione della Domenica, ed indossavano una rozza veste di lana grezza, quale segno della loro povertà e della loro semplicità, portando il bastone quale indicazione della "vita eremitica". Persino in inverno rinunciavano alle calzature; solo quando lasciavano l'eremo ed andavano fra la gente indossavano calze e calzari per evitare di avvertire dentro di sè un falso orgoglio per il loro rigore particolarmente ascetico. Il carattere eremitico della loro comunità non si esprimeva tuttavia soltanto nell'impervia collocazione dell'eremo e nell'isolamento delle loro celle, ma anche nel continuo silenzio che, secondo quanto si può dedurre dalle Costituzioni o dalle regole di altri Ordini eremitici, veniva interrotto solo durante le funzioni comuni nella chiesa della tomba. Secondo l'esempio del patrono, gli eremiti provvedevano al proprio sostentamento attraverso il proprio lavoro. Già alcuni decenni dopo la sua morte, essi avevano trasformato in un fertile giardino la valle di Malavalle, dove fino ad allora pastori e cacciatori non si avventuravano a causa del suo suolo arido e del suo clima sfavorevole. Ai frutti del loro lavoro agricolo si aggiungevano le oblazioni e i doni votivi dei fedeli che numerosi andavano in pellegrinaggio alla tomba del Santo. Non sembra fosse inconsueto che i frati, quando soggiornavano nelle zone circostanti della Toscana, ricevessero elemosine da parte dei fedeli, per aumentare in questo modo le loro modeste entrate. La forma di vita dei Gugliemiti, che nei suoi tratti fondamentali non si differenziava molto dalla consuetudine di altri Ordini eremitici, fu probabilmente approvata attorno all'inizio del XIII secolo. A partire dal 1211, nelle bolle papali che trattano dei Guglielmiti, si parla di "Ordo" e di "Regula" di S. Guglielmo. Quasi due decenni dopo il Concilio Lateranense del 1215, che rese obbligatoria per i nuovi Ordini l'adozione di una delle antiche regole, l'osservanza dei Guglielmiti fu posta sullo stesso piano addirittura dell'antica e venerabile regola agostiniana. Il 5 dicembre 1232 Papa Gregorio IX concesse agli eremiti di Torre di Palma, nella diocesi di Fermo, di abbandonare la regola agostiniana fino ad allora seguita, e di seguire invece la "beati Willelmi regula, que artior esse dinoscitur". Il Papa quindi, all'inizio del XIII secolo, accordò alla regola guglielmita la stessa vincolatività giuridica della regola benedettina o di quella agostiniana. Quando e attraverso chi abbia avuto luogo il riconoscimento della regola dell'Ordine, non è però accertabile. Probabilmente già Alessandro III, che per primo acconsentì al culto del Santo, approvò il modo di vivere dei Guglielmiti come aveva probabilmente fatto con il suo concittadino senese, San Galgano, allorchè questi gli aveva fatto richiesta a Roma della convalida del suo "propositum". Il redattore del "Liber ordinis" di cui si è già fatta menzione, riteneva nel XV secolo che gli "Statuta ordinis" fossero stati deliberati sotto Innocenzo III e che fossero stati da questi ratificati. Si tratta tuttavia di una notizia isolata nella quale Innocenzo III viene scambiato per Innocenzo IV, che nel 1250 convocò un Capitolo generale dell'Ordine e ne approvò le decisioni. Sebbene non esista alcuna certezza sul momento esatto dell'approvazione, il periodo di svolta verso il XIII secolo è tuttavia il più probabile, poichè solo all'inizio di questo secolo gli eremiti, che fino ad allora si erano limitati alla casa madre, intrapresero la diffusione dell'Ordine. In pochi decenni sorse in Toscana, nel Lazio e nelle Marche un piccolo gruppo di conventi, i quali, o erano stati fondati da Malavalle, oppure avevano abbandonato la regola che fino ad allora avevano osservato, per seguire quella di S. Guglielmo. Fra i primi conventi guglielmiti, di cui nella maggior parte dei casi si conosce soltanto il nome, vanno annoverati quello di S. Angelus post lacum e quello di S. Wilhelmus de Acerona. A favore della loro antica appartenenza all'Ordine dei Guglielmiti, va considerato il fatto che Costituzioni dell'Ordine concedessero loro di visitare la casa madre di Malavalle, il che, secondo le Costituzioni, era riservato alle più antiche fondazioni affiliate. S. Angelo, di cui oggi rimangono ancora i ruderi, si trovava presso il Lago Albano, non lontano dalla Via Appia. Quando fu trasferito ai Guglielmiti, il convento poteva già contare su una storia più lunga: già nel 1116 era stato menzionato in una Bolla di Pasquale II. La scarsa tradizione non dice nulla sull'osservanza che veniva qui seguita prima dell'arrivo dei Guglielmiti, nè sulle circostanze che portarono in questo luogo gli eremiti provenienti dalla Toscana. E' probabile che il ricchissimo Savelli, che anche in seguito si dimostrò benefattore dell'Ordine, abbia reso possibile l'insediamento dell'Ordine nel Lazio. S. Guglielmo d'Acerona, che neppure esperti conoscitori della storia toscana seppero identificare, sorgeva fra S. Casciano e Acquapendente, sul confine della diocesi di Orvieto e Chiusi. Il "Patrocinium" del convento, che ben presto fu messo in ombra dai conventi di Mazzapalu e di Aquaorta, avvalora l'ipotesi che si trattasse di una nuova fondazione cui era stato possibile dare il nome del Santo, approvato come tale nel 1202, senza aver dovuto avere riguardo per un precedente "patrocinium", come invece era stato necessario in altri casi. Nel 1251 i priori dei più antichi conventi italiani sottoscrissero gli Statuti deliberati nell'ambito di un Capitolo Generale a Malavalle; alle firme dei priori di S. Angelo e di S. Guglielmo seguì la firma del priore di Teli. Probabilmente questo convento, allora il terzo in ordine cronologico, e che viene menzionato nel XV secolo in un elenco di conventi con il nome "de Cilo", è identico all'eremo di S. Maria de Tilio situato nella diocesi di Chiusi; eremo che nel 1276/77 fu adibito, assieme ad altre chiese e ad altri conventi, a pagamento di decime. Sulla storia di questo romitaggio si sa pochissimo, come pochissimo si sa degli altri due più antichi. Soltanto dalla successione delle firme di cui si è parlato è possibile concludere che questo eremo, come gli altri due, seguisse la regola guglielmita già prima del 1237, anno di fondazione dell'eremo di Mazzapalu, il quale segue al quarto posto. Al gruppo dei primi conventi guglielmiti toscani appartenne anche l'eremo di S. Antonius de Ardenghesca (o de Silvaiuncta), che Innocenzo III il 25 maggio 1211 con la Bolla "Solet annuere" prese sotto la protezione della cattedra di S. Pietro unitamente ai suoi occupanti, che in quell'epoca appartenevano al "Ordo S. Guillelmi". Alcuni anni prima, il 20 aprile 1206, il priore Bannerio aveva accettato "recipiens nomine Eremi ad honorem Dei et S. Antonii aedificatae" ampie donazioni di terre che i toscani Ardengheschi, i conti Uguccio Bernardini, Ranerius e Paganellus Ugolini ed i loro pari Ranerius Falsinelli e Borgese di Pari, avevano fatto agli eremiti. Che già nel 1206 si trattasse dei Guglielmiti non risulta dai documenti della donazione, ma è assolutamente probabile. Secondo la tradizione, tuttavia, S. Antonio non deve essere stato fondato appena all'inizio del XIII secolo, come invece consigliano le testimonianze documentali. La tradizione degli Eremiti Agostiniani, ai quali il convento guglielmita si unì ancor prima del 1251, colloca le sue origini piuttosto nel periodo arcaico nel monasticismo, ed indica come fondatore Blasio di Opima, un contemporaneo di Antonio Eremita. Sotto Onorio III, i Guglielmiti presero piede anche nelle Marche, senza tuttavia riuscire a mantenere qui nel tempo la loro posizione. Il 9 maggio 1224 il Papa concesse al priore ed ai restanti eremiti di S. Benedetto di Monte Favale, "ut regula B. Guglielmi, secundum quam sicut asseriris cupitis Domino famulari, ibi perpetuis temporibus observetur". L'eremo di S. Benedetto, situato nella diocesi di Pesaro, non era certamente una nuova fondazione dei Guglielmiti toscani. La sua denominazione fa supporre che in quest'eremo, prima del trasferimento ai Guglielmiti, si seguisse la regola benedettina, senza però che ciò sia sostenuto da prove più chiare. Prima del 1232, gli abitanti dell'eremo di Torre di Palma, situato nella diocesi di Fermo, si rivolsero a Roma chiedendo di potersi unire ai seguaci della regola di S. Guglielmo. Essi avevano deciso, "ad frugem artioris vitae" di abbandonare la regola agostiniana fino ad allora osservata, e di seguire una regola più severa, quale evidentemente era ritenuta quella guglielmita. Gregorio IX venne incontro alla loro richiesta ed incaricò il vescovo Filippo da Fermo (1229-50) di vigilare sul passaggio da una regola all'altra. Questi primi conventi, in parte situati lontano gli uni dagli altri, secondo la modesta tradizione, costituirono dapprima soltanto una vaga unione, tenuta insieme solo dalla comune osservanza. D'altra parte quest'ultima sembra essersi concentrata soltanto sull'ordinamento della vita all'interno del convento e non aver invece regolamentato l'organizzazione di un'unione dell'Ordine. Prima del 1248 non è possibile determinare le forme minime di una simile organizzazione in espansione, quali possono essere considerati l'ufficio di un superiore dell'Ordine ed il tenere Capitoli generali dell'Ordine. Questo fatto non esclude certamente che all'eremo di Malavalle spettasse una posizione particolare e che fra le singole case sussistessero determinati rapporti. Che questi non potessero essere stretti, emerge dal fatto che già prima del 1251 alcuni dei più antichi conventi guglielmiti avevano lasciato l'unione eremitica ed avevano aderito all'Ordine degli Eremiti Agostiniani. La forte autonomia dei singoli conventi guglielmiti viene poi sottolineata in maniera particolarmente chiara attraverso la posizione che la Curia assunse nei loro confronti. Fino al 1248 i papi si rivolsero nelle loro bolle soltanto ai conventi dell'Ordine posteriore e quando assicurarono ai Guglielmiti la protezione papale, non si rivolsero all'intero Ordine come invece dopo il 1248, ma sempre e soltanto ai suoi singoli componenti. Questa situazione arcaica, nella quale i conventi guglielmiti furono tenuti insieme non tanto mediante l'organizzazione, quanto piuttosto dalla comunanza di idee e soprattutto da una vita vissuta secondo il rigido esempio del patrono, durò circa un secolo. Il "periodo d'incubazione" straordinariamente lungo se confrontato con la storia dei Cistercensi o dei Francescani, non è certamente caratteristico soltanto dei Guglielmiti. Anche altri Ordini eremitici, come pressappoco i Certosini, riuscirono solo dopo molto tempo a costruire la propria organizzazione e a raggiungere una diffusione degna di nota. La ragione di questo singolare ritardo va vista non da ultimo nella particolare spiritualità di questo Ordine. La ricerca della solitudine, dell'abnegazione, del silenzio, e della preghiera, non insisteva naturalmente sull'espansione esterna, e non necessitava di un'organizzazione che si estendesse a tutti i conventi. Essa si realizzava innanzitutto nei singoli conventi, nelle celle degli eremiti. La vita determinata da tali principi permise o costrinse a mantenere relativamente a lungo l'autonomia della singola casa, e a conservare di conseguenza una situazione che caratterizzò il monachesimo occidentale fino a quando non si giunse alla creazione di forme organizzative centralizzate ad opera dei Cluniacensi e dei Cistercensi. Nell'Ordine stesso è stato ravvisato il motivo della lunga stagnazione nel suo sviluppo ed altrettanto nella sua particolare spiritualità. La durezza dell'esistenza condotta dai Guglielmiti è stata ritenuta responsabile soltanto della lenta crescita della comunità. La rigorosa severità della regola avrebbe cioè potuto indurre solo pochi "emulatores" ad unirsi alla vita degli eremiti. Nonostante l'orgoglio di questa "età d'oro" di rinuncia al mondo e di dura ascesi, alla fine del XIII secolo, quando l'Ordine aveva già numerose sedi in Italia e al di là delle Alpi, ci si rese certamente conto che la forma di vita originaria necessitava di un alleggerimento affinchè potesse svilupparsi un Ordine pieno di forza vitale, l' "Ordo Fratrum Eremitarum S. Wilhelmi".

2. L'ADOZIONE DELLA REGOLA BENEDETTINA SOTTO GREGORIO IX

Il primo passo verso la costituzione di un vero e proprio Ordine lo fece Gregorio IX. I Guglielmiti lo celebrarono come il loro vero benefattore, come lo "structor vel fautor" dei loro conventi, e a torto, - come si vedrà - come colui che avrebbe addirittura diffuso la loro forma di vita fino ai confini della terra. In effetti i Guglielmiti godettero di una protezione sicura da parte di questo Papa. Sotto il suo pontificato, gli "iam dudum heremitice viventes" adottarono la regola benedettina al posto degli "Statuta S. Guilelmi" seguiti fino ad allora. Dopo l'antica tradizione dell'Ordine, risalente al XIII secolo, questa regola consentì loro di mitigare la durezza sperimentata fino ad allora, il "rigor pristinus", e di creare il presupposto per una reale diffusione. L'adozione della regola benedettina all'inizio del XIII secolo non fu certamente niente di strordinario. In applicazione del 13 canone del Lateranense del 1215, molte altre comunità religiose avevano abbandonato le regole ed i "Proposita" osservati fino ad allora, sostituendoli con una delle antiche regole monastiche. Questo cambiamento era molto spesso un atto formale privo di conseguenze per la vita delle comunità coinvolte. Nella maggior parte dei casi le Costituzioni stesse offrivano la possibilità di modificare la regola adottata, cosicchè l'antico modo di vivere poteva essere conservato. Dovette quindi essere di importanza decisiva per la vita dei Guglielmiti il fatto che questa via d'uscita fosse loro preclusa. Essi, infatti, non adottarono soltanto la regola benedettina, ma assieme ad essa anche le consuetudines dei Cistercensi. Queste tuttavia regolano i dettagli della vita monastica, della liturgia e dell'organizzazione dell'Ordine in maniera così precisa, da non lasciare pressochè spazio a particolarità qualora le si segua rigidamente. Un'ulteriore difficoltà nell'adozione di queste istituzioni emerge dal fatto che le forme organizzative della "Charta Caritatis" improntate ad un'unione monastica molto sviluppata, e le prescrizioni liturgiche del "Liber Ordinarius", attuabili solo da un grande convento, fossero fondamentalmente inadeguate a gruppi eremitici poco organizzati. Non ci si deve quindi meravigliare del fatto che poco dopo il 1238 si parlasse nelle Bolle papali non delle consuetudini cistercensi, bensì sempre e soltanto delle "Institutiones Ordinis S. Wilhelmi", nelle quali forse elementi delle consuetudini cistercensi si coniugavano con la tradizione della "Regula S. Wilhelmi" in una sintesi adeguata e rispondente alle tradizioni dell'ordine. Il passaggio dei Guglielmiti alla regola benedettina è indubbiamente collegato alla tendenza all'unificazione monastica che è possibile cogliere dal XII secolo; non lo si può tuttavia delineare come pratica e necessaria attuazione del 13 Canone del Lateranense. La decisione della Curia esprime al contrario un interessamento personale certo da parte innanzitutto di Gregorio IX, che molto presto fece la conoscenza dei Guglielmiti. Durante le sue legazioni in Toscana si era infatti trattenuto presso la tomba del Santo ed aveva concorso con mezzi propri alla costruzione della chiesa tombale, cosicchè lo si celebrava come il fondatore del cenobio di Malavalle. Il Papa, al quale non era sconosciuto lo spirito di Maria e di Rachele, non agì certamente solo per benevolenza personale. Egli sembra piuttosto aver ravvisato nello sviluppo dell'ordine guglielmita, una possibilità di sostenere con nuova forza il monachesimo benedettino allora particolarmente in difficoltà in Italia. Quest'opera, che accanto alle sue attività politico-religiose, ai suoi sforzi per lo sviluppo dell'ordine francescano, per l'ordinamento del movimento religioso femminile e per la costituzione degli Umiliati e delle confraternite penitenti, viene poco considerata, Gregorio aveva cercato di realizzarla mediante interventi disciplinari, l'acuita richiesta di tenere Capitoli Generali e l'abbozzo di nuove Costituzioni. Oltre a tutte queste misure si era rivelato efficace il fatto di appoggiarsi a nuovi Ordini e Congregazioni per una radicale realizzazione degli ideali monastici, ed il fatto di esortare alla riforma le antiche abbazie benedettine, allo scopo di far rivivere, grazie alla loro forza ancora nuova e vivace, l'antica stirpe dei Benedettini. Questa tendenza rilevabile nell'incremento dei Camaldolesi, dei Cistercensi e dei Florensi, fu determinante anche per l'aumento dei Guglielmiti. Attraverso la regola benedettina, l'ordine doveva essere sottratto al suo ristagno eremitico, e attraverso l'alleggerimento del suo modo di vivere doveva essere reso accessibile anche ad altri gruppi di persone. A tale scopo, nel 1237 il Papa trasferì all'eremo di Acerona il monastero benedettino di S. Maria de Mazzapalu, situato nella diocesi di Orvieto, con l'appoggio del cardinale cistercense Ranieri Capoccius. Il monastero, menzionato per la prima volta nel 1042, era in origine un priorato dell'abbazia del Santo Sepolcro di Aquapendente, che in seguito fu trasferito ai Vallombrosani. Tale monastero si era costruito nel XII secolo una posizione così importante ed autonoma, che, libero da collegamenti con la casa madre, non aveva preso parte al passaggio all'ordine eremitico dei Vallombrosani. Dell'antica importanza del convento non rimaneva nel XIII secolo più nulla: cattiva amministrazione, rinuncia all'immunità e povertà (al punto da non riuscire più ad acquistare stoffa per l'abito dei monaci) caratterizzano la situazione del monastero, tipica fra l'altro del mondo benedettino italiano del XIII secolo. Assolutamente giustificato fu quindi il fatto che il Papa non ritenesse più possibile la riforma del convento senza interventi esterni, e che l'affidasse ai Guglielmiti, che si adoperarono per riacquistare i beni del monastero alienati agli aristocratici ed ai comuni, e per ridare vivacità alla vita religiosa.

3. PRIVILEGI E COSTITUZIONE GIURIDICA SOTTO INNOCENZO IV

L'attività di rinnovamento del movimento benedettino italiano, iniziata con l'acquisizione di S. Maria de Mazzapalu, diversamente da quanto si era proposto Gregorio IX, presto fu di nuovo abbandonata. Solo nell'ultimo quarto del XIII secolo Onorio IV diede l'impulso a porre mano di nuovo a tale opera. Sotto il diretto successore di Gregorio , tuttavia, altri compiti subentrarono agli sforzi di riforma. Nel 1244, quando Innocenzo IV lasciò l'Italia per poter continuare più efficacemente da Lione la sua lotta contro Federico II, anche i Guglielmiti dai loro eremi toscani si misero in cammino verso l'Europa nord-occidentale, allo scopo di dare inizio qui, dove la Curia poteva contare su un forte partito antisvevo, alla vera costruzione del loro Ordine. Nel ducato di Brabante, nelle contee di Fiandra e Rethel, così come nelle diocesi di Liegi e di Muenster, essi fondarono in breve tempo una serie di conventi cui seguirono ben presto così tante sedi in Francia, Germania, Boemia ed Ungheria, che si rese necessario suddividere l'Ordine, che fino a quel momento era solo faticosamente esistito, in più province. Innocenzo IV ed il suo legato in Germania, Pietro da Albano, favorirono l'espanzione da essi determinata, mediante una serie di privilegi. Già al primo ingresso in Germania, il 28 luglio 1245, i Guglielmiti italiani, di fronte al vescovo Ludolf da Muenster, un rappresentante della causa papale, poterono appellarsi ai privilegi della Santa Sede. Da essi risultava che l'Ordine era stato approvato e che era andato in Germania "quod ordo ipsorum dudum fuit per sedem apostolicam approbatus et nunc est in Almaniam destinatus", come si legge in un documento, dell'I agosto 1245, del prevosto di Froendenberger, Menricus. Un anno dopo, il 30 aprile 1246, Innocenzo IV, da Lione, raccomandò il nuovo Ordine all'arcivescovo di Colonia Corrado von Hochstaden, pregando lui ed i vescovi suffraganei della sua diocesi di offrire particolare sostegno alle "personae humiles". Affinchè tuttavia la loro attività non si limitasse soltanto all'ambito di giurisdizione dell'episcopato fedele al Papa ed ai territori della nobiltà alleata, permise ai suoi protetti "quos frequentius inter excommunicatos morari contingat", di operare in territori interdetti e di frequentare scomunicati senza dover temere la semplice forma della scomunica che la volontaria, e non la necessaria frequentazione di persone scomunicate, aveva come conseguenza. Come già Gregorio IX ai Francescani e ai Domenicani, così Innocenzo IV, il 6 ottobre 1250, consentì ai Guglielmiti non soltanto di celebrare messe in determinate circostanze durante l'interdetto, ma anche di frequentare scomunicati e di accettarne perfino le elemosine ed il sostegno, allo scopo di assicurare la loro vita e l'esistenza delle loro case. Oltre a ciò, egli concesse al loro superiore il diritto di accogliere nell'Ordine come novizi individui colpiti da censura ecclesiastica, di assolverli da scomuniche e di liberarli da irregolarità, qualora si fossero dichiarati pronti a fare penitenza. Non fu solo la particolare situazione dovuta ai contrasti fra Impero e Papato a consentire all'Ordine di ottenere dal Papa raccomandazioni e privilegi per poter prender piede nel suo nuovo campo di azione. Nel Brabante e nelle Fiandre, nella Francia settentrionale, nella Renania e nell'Alsazia, dove l'Ordine in un primo momento si sforzò di creare delle sedi, la volontà dei Guglielmiti di fondare dei monasteri, e di ottenere a tale scopo l'appoggio dei credenti, si scontrò con le aspirazioni di molti Ordini, soprattutto con quelle dei Domenicani e dei Francescani. Con sospetto i due grandi Ordini mendicanti vigilavano soprattutto affinchè altri Ordini meno conosciuti, come i Guglielmiti, i Carmelitani o gli Eremiti Agostiniani, non sfruttassero, per così dire da parassiti, la grande stima di cui essi godevano, il che accadeva abbastanza spesso a causa della somiglianza eccessiva nell'aspetto esteriore, soprattutto nel modo di vestirsi. I Guglielmiti, che come i frati mendicanti indossavano tonache di lana non colorata per mostrare in tal modo di voler seguire "pauperes paupere Christum" - come confermava loro Innocenzo IV con una massima che dal XII secolo venne spesso citata nel movimento di povertà - incontrarono quindi la resistenza "quorundam religiosorum", tanto più che essi, anche in questo simili ai frati questuanti, fino alla fondazione di insediamenti stabili vennero più o meno assimilati ai mendicanti. Essi furono perciò costretti dai loro rivali a cambiare il loro abito e addirittura ad indossarne uno di diverso tipo. Contro una simile riduzione dei loro diritti - che risalivano fondamentalmente a Guglielmo stesso e che di conseguenza erano ben più antichi di quelli dei frati mendicanti - i Guglielmiti cercarono la protezione della Curia. Il 5 gennaio 1249 Innocenzo invitò quindi i vescovi tedeschi a difendere i Guglielmiti da tali coercizioni, qualora avessero girato per le loro diocesi o vi si fossero insediati, e confermò il loro diritto al proprio abito, che egli aveva fatto conoscere al clero fondamentalmente nella forma fissata sotto Gregorio IX: una tonaca non colorata, di lana, sandali e bastone, segno caratteristico degli eremiti. L'espansione dell'Ordine all'estero, lo sviluppo della sua organizzazione ed il consolidamento della sua posizione giuridica, che avevano avuto inizio sotto il Papa Gregorio IX, ma che fino all'entrata in carica di Innocenzo IV avevano fatto solo scarsi progressi, procedettero di pari passo. Nel 1249 si parla per la prima volta di un priore generale. Un anno dopo fu consentito a lui ed ai rimanenti priori dell'Ordine di rimuovere in un Capitolo generale le contraddizioni, contenute nelle Costituzioni, che avevano generato dei contrasti, e fu loro consentito di completarle ed adattarle il più possibile alle nuove esigenze. Per consolidare i rapporti dell'Ordine verso la Curia, per poterlo proteggere e sorvegliare, Innocenzo nominò un cardinale protettore, portando avanti così una prassi divenuta comune dal 1217, da quando cioè Francesco Ugo da Ostia aveva richiesto la sua speciale protezione. Nel 1266 fu insignito di questa carica l'arcivescovo Stefano Vancha von Gran, allora cardinale vescovo di Praeneste. Probabilmente però questi, già nel 1252, quando decise definitivamente di rimanere vescovo di Praeneste dopo un ritorno temporaneo all'arcivescovato di Gran, fu incaricato della "cura specialis" del giovane Ordine, incarico che dopo di lui fu assunto da Giacomo Savelli e da Benedetto Gaetani, i futuri papi Onorio IV e Bonifacio VIII. Innocenzo, dopo aver confermato, l'8 aprile 1248, al priore ed ai fratelli dell'"Heremus S.Guilelmi" l'adozione della regola benedettina avvenuta sotto Gregorio IX, e dopo averli nuovamente esonerati dall'"Observantia beati Guilelmi Statutorum", l'anno successivo portò a termine l'approvazione dell'Ordine, che si trascinava da oltre un secolo: con una grande Bolla sottoscritta da sette cardinali, l'Ordine venne riconosciuto come "Ordo monasticus secundum Deum et beati Benedicti regulam atque institutionem fratrum Ordinis sancti Guilelmi". La grande Bolla "Religiosam vitam eligentibus", che, a causa del gran numero dei diritti conferiti attraverso essa, si è soliti chiamare "Mare Magnum", non fu redatta per la prima volta nel 1249. A partire dal XII secolo già numerose comunità religiose ed Ordini monastici e di chierici erano stati approvati mediante questo privilegio collettivo. Il suo formulario, le cui singole disposizioni erano in parte già state fissate nell' IX secolo, consentiva infatti di soddisfare Ordini estremamente diversi, come i Cistercensi ed i Domenicani. Dei circa cinquanta singoli privilegi, la Curia doveva soltanto scegliere o modificare leggermente quelli che corrispondevano alle intenzioni delle comunità da approvare. Il privilegio riconosciuto ai Guglielmiti si adegua nei suoi tratti fondamentali al privilegio dei Cistercensi, divergendo da esso soltanto in alcuni punti. Oltre al privilegio di poter avere e, all'occorrenza, riscuotere le decime, ed al regolamento relativo alla scelta del priore generale, è soprattutto per i privilegi parrocchiali e per quelli di sepoltura che il privilegio dei Guglielmiti si differenzia da quello dei Cistercensi. Questi diritti, significativamente desunti dal privilegio dei Premostratensi, indicano le intenzioni della Curia: l'Ordine non doveva limitarsi ad una vita puramente monastica, ma servire alla cura delle anime dei credenti, alla "cura animarum". Questa tendenza risulta ancora più chiara dai privilegi "Promptum circa illa" e "Indulsisse dicimur", entrambi garantiti quasi contemporaneamente. Con essi Innocenzo IV permise ai Guglielmiti in Germania "iuxta datum a Deo donum scientie", su richiesta del clero, di predicare e di raccogliere le confessioni dei fedeli mandati loro dagli ecclesiastici competenti. Con ciò il Papa, nel 1250, anticipò per i Guglielmiti un ordinamento dei diritti della predicazione e della confessione, che, con la Bolla "Etsi animarum affectantes" del 21 novembre 1254, rese obbligatorio anche per gli Ordini mendicanti, suscitando così la riprovazione dei Francescani e dei Domenicani che fino ad allora erano stati molto più privilegiati. Già due anni prima, il 21 dicembre 1248, il Papa aveva attribuito ai Guglielmiti in Germania lo stesso diritto, che avevano i confratelli della Toscana, di utilizzare un altare portatile per la celebrazione della messa. Con questo "privilegio peculiare dei frati mendicanti", "culmine dei loro privilegi originari", i Guglielmiti ebbero la possibilità di celebrare gli uffici religiosi ancor prima di avere una dimora stabile, e laddove la loro povertà impediva loro di erigere altari fissi. Il primo secolo di esistenza portò i Guglielmiti - per quanto riguarda i loro privilegi e la loro posizione giuridica - dalle loro origini eremitiche in prossimità degli Ordini mendicanti. Malgrado ciò, ad Innocenzo, il forte promotore di questa evoluzione, il quale, con maggior diritto rispetto a Gregorio IX, può essere definito il padre dell'Ordine, non interessava certo raccomandare agli eremiti il concetto di povertà degli Ordini mendicanti. Al contrario egli affermò espressamente il loro diritto di accettare beni nella misura in cui questi pervenivano loro in modo lecito. Gli premeva evidentemente di più mobilitare le loro forze a favore della "utilitas animarum", senza certamente andare a violare in modo eccessivo i diritti del clero, che in quel periodo lottava sotto la giuda di Guglielmo di St. Amour contro i frati mendicanti. L'invio dell'Ordine nei territori legati dal punto di vista spirituale e secolare al Papa ed alla sua politica antisveva, fa presumere che egli vedesse nei guglielmiti degli alleati in lotta contro il suo nemico imperiale, contro il quale egli cercava di mobilitare tutte le forze della Chiesa e dei suoi Ordini. Un'indagine più precisa sulle sedi, e sull'attività dei Guglielmiti nel XIII e nel XIV secolo, mostrerà certamente che questi piani - qualora siano realmente esistiti - fallirono. I Guglielmiti, a parte alcune eccezioni, non divennero mai alleati della Curia, nè sotto il profilo della predicazione, nè sotto quello dell'azione politica, nè tantomeno divennero un Ordine dedito all'attività pastorale. La maggiore importanza delle loro origini eremitiche era troppo grande per volgerla del tutto nella direzione del comune sviluppo di un Ordine.

 

CAP. IV

LA DIFFUSIONE DELL'ORDINE DEI GUGLIELIMTI NEI PAESI BASSI, IN FRANCIA, IN GERMANIA E IN ITALIA (1245 - 1461)

Il Codice 1124 della Bibilioteca Municipale di Cambrai, scritto fra il 1486 ed il 1506 da Giovanni de Monte, oltre ad altri documenti relativi alla storia dell'Ordine, contiene un elenco dei monasteri dell'Ordine, compilato attorno alla metà del XV secolo. La scarsa statistica, che mette in fila soltanto i nomi delle sedi, risulta completa solo per quanto riguarda i conventi della provincia francese. Il suo redattore potè utilizzare a tale scopo due elenchi approvati poco dopo il 1290 nell'ambito di un Capitolo Generale, dei quali il più dettagliato enumera in successione cronologica i monasteri fondati fino ad allora al di là delle Alpi. Sono invece lacunose le notizie sui conventi italiani, ma soprattutto su quelli tedeschi. La scrittura e la localizzazione sono talmente rovinati ed errati, che in alcuni casi l'identificazione risulta impossibile. L'elenco ha inoltre l'inconveniente di aver fissato la consistenza dell'Ordine attorno alla metà del XV secolo. I monasteri andati perduti già nel XIII secolo vengono di conseguenza tralasciati, quelli fondati o progettati successivamente alla compilazione dell'elenco non vengono menzionati. Nonostante tali lacune, questo inventario dei conventi guglielmiti, l'unico finora, fu, secondo manoscritti dei monasteri di Aalst e Beveren, pubblicato da P. Sylvius, A. Miraeus e G. Heskens e più volte menzionato. Per una reale vista d'insieme, esso non può che essere un ripiego che necessita di integrazioni, di ampliamenti e di precisazioni. Per i conventi di alcuni territori si è già tentato di farlo con maggiore o minore successo. W. Rein ha raccolto i nomi dei monasteri turingio-sassoni non menzionati tranne quello di Weissenborn, senza tuttavia raggiungere la completezza. G.C.A. Juten e dopo di lui L. Crick tentarono di migliorare l'elenco della provincia francese nella misura in cui esso concerneva i conventi situati nei Paesi Bassi e in Belgio, il che però riuscì loro solo in alcuni casi. J. Truttman e A. M. Burg svolsero una ricerca sulla storia di alcuni monasteri alsaziani senza però considerarli nel loro legame con le rimanenti filiali dell'Ordine. F. Roth, J. Hemmerle ed F. Rennhofer hanno registrato negli elenchi dei monasteri dell'Ordine degli Eremiti Agostiniani quelle case guglielmite che appartennero a quest'Ordine a partire dal 1266. Questi tentativi intrapresi per un interesse di parte non sono in grado, così come non lo è l'elenco del XV secolo, di fare chiarezza sulla diffusione dell'Ordine. Quest'ultima, con la perdita di un archivio centrale dell'Ordine, può essere delineata soltanto attraverso l'analisi del materiale d'archivio conservato ed utilizzabile. Nella maggior parte dei casi queste fonti consentono di stabilire nome, periodo di fondazione e fondatore dei monasteri sorti a partire dal XIII secolo fra le Fiandre e la Boemia, fra la Vestfalia e la Toscana; non permettono tuttavia di delineare con la dovuta precisione il percorso della diffusione sorprendentemente rapida, mediante la quale il peso maggiore dell'Ordine fu trasferito dall'Italia verso l'Europa nord-occidentale. Ad esse manca la vivacità della rappresentazione e l'intimità della conoscenza delle persone, con cui Thomas von Eccleston racconta la partenza dei frati minori ed il loro arrivo in Inghilterra. Esse non hanno d'altronde neppure la precisione con cui la tradizione cistercense ha registrato i reciproci legami di dipendenza delle sue filiazioni, spesso molto ramificate, dal momento che nella maggior parte dei casi esse fanno riferimento soltanto alle sorti del singolo convento. Lo svantaggio rappresentato dal fatto di trarre da questo materiale poche informazioni sugli individui appartenenti all'Ordine e sul loro universo spirituale, ed in proporzione, molte informazioni sulla proprietà dei monasteri e sui loro negozi giuridici, viene compensato da altri vantaggi derivanti dalla natura di tali fonti. I documenti informativi per la storia patrimoniale, i libri delle mappe catastali, i registri degli interessi, ecc. forniscono un quadro dei presupposti concreti che nel XIII secolo consentirono ad un Ordine relativamente poco importante di prender piede, al seguito di rivali di gran lunga più attrattivi, come i Francescani ed i Domenicani, in territori che in genere fin dalla loro cristianizzazione erano attraversati da una fitta rete di istituzioni monastiche, nella quale ai ricchi monasteri ed alle ricche abbazie dell'alto medioevo seguirono nel XII secolo numerosi conventi dei Cistercensi e dei Premostratensi. Essi mostrano dove e in quali circostanze economiche una volontà perseverante, convinta della missione della propria comunità, e che non rifuggiva la rinuncia ascetica, potè ancora trovare un spazio vitale anche nel tardo periodo del monachesimo medioevale. A causa della pressochè totale mancanza di fonti sulla spiritualità dei Guglielmiti, si deve necessariamente cercare di ricostruire, a partire da questo materiale frammentario, dal tipo e dalla posizione dei conventi, dalla condotta di vita dei loro abitanti, dalle origini dei loro fondatori e dei loro benefattori, ciò che nel caso degli Ordini mendicanti, dei Cistercensi e dei Premostratensi emerge in maniera più diretta, e di gran lunga più "plastica" , dalle dichiarazioni e dai commenti dei fondatori degli Ordini, e dagli scritti dei loro membri: la spiritualità ed il volto dell'Ordine, che diedero ad esso quella particolare posizione fra i numerosi Ordini della Chiesa.

1. LA PROVINCIA FRANCESE

Il primo convento della provincia francese, la quale, a differenza di quanto il suo nome fa credere, oltre ad alcuni monasteri francesi comprendeva soprattutto insediamenti dell'Ordine in Belgio, in Olanda e nei territori renano-vestfalici confinanti, fu quello di Baseldonck, situato non lontano da (quello di) "s-Hertogenbosch"; esso ebbe origine da una comunità di eremiti alla quale, attorno al 1200 - stando a Coeverincz già nel 1195 - si erano aggregati alcuni Anacoreti che si presume avessero fino ad allora vissuto da eremiti a Monnikwinkel, a Papendijk ed in altre località del Brabante. Attorno al 1244-1245 questa comunità, sulla cui Costituzione e sulla cui Osservanza l'archivio conventuale, fortemente decimato nel corso dei tumulti religiosi del XVI secolo, non dà informazioni, si unì ai Guglielmiti probabilmente nella convinzione di poter conservare con questi la condotta di vita che fino ad allora avevano avuto. Il fondatore di questa comunità eremitica e successivo priore del convento guglielmita di Porta Coeli, fu Winand da Basilea. Dopo la sua morte fu sepolto nella chiesa del convento costruita già nel 1205, dando così al monastero di Baseldonck il suo nome: ciò è quanto si sa su questo eremita così importante per la storia primitiva dell'Ordine. Nel 1249 uno dei primi frati di questo convento, Hugo von Antwerpen, di cui si è già accennato quale autore dell' "Officium S. Wilhelmi", si recò nelle Fiandre assieme a sette confratelli, al fine di intraprendere la costruzione di un convento nel delta del Reno, fra Biervliet e Boeckhoute, convento che pose sotto la protezione della Madonna secondo l'uso originariamente cistercense acquisito poi dai Guglielmiti. Egli lo chiamò S. Maria de Wastina, facendo così comprendere in quali circostanze fosse stata attuata la sua fondazione: attraverso la coltivazione di aride fasce costiere e di terre, terreno alto ed arido lungo le coste del Mare del Nord, che erano state sottratte alla coltivazione dei litoranei fiamminghi, ormai cessata nel XII secolo. Ciò che il nome dice viene confermato dagli atti di donazione della donatrice, la contessa Margherita delle Fiandre, figlia di Baldovino di Costantinopoli. Per la costruzione dell'eremo, ella cedette agli eremiti circa cinque ettari di terreno incolto, ai quali nei decenni successivi aggiunse altre terre alte ed aride e ricoperte da brughiera. Dopo ripetute inodazioni, che raggiunsero le dimensioni maggiori e più pericolose nella cosiddetta "alta marea di (S.) Elisabetta" nell'inverno 1375-76, all'inizio del XV secolo i Guglielmiti abbandonarono il convento e le terre faticosamente acquisite ed ora in gran parte alluvionate, al fine di prendere in consegna una cappella di S. Antonio alle porte di Bruegges, presso la quale eressero un convento dopo poteva aver luogo una vita monastica tranquilla e soprattutto rivolta alla cura dell'anima. Poco dopo la fondazione, sembra che il numero dei conventuali di S. Maria de Wastina fosse così aumentato, da rendere possibile l'invio di due frati di nome Walter e Giuliano a Nivelles, dove, prima del 1270 in una casa borghese, cominciarono a costruire una filiale della loro casa madre, fino a quando Otto von Trazegnies, un vassallo della contessa delle Fiandre, non li aiutò ad erigere un proprio convento al di fuori della città, al posto dell'alloggio temporaneo; da allora tale convento portò il nome di S. Caterina. A tale proposito essi ebbero bisogno dell'autorizzazione da parte della signora della città, la badessa del convento di (S.) Gertrude, che proprio in quel periodo, d'accordo con il Capitolo di Liegi, aveva ordinato ai Serviti di lasciare la città, e che ora mostrava una scarsa propensione ad autorizzare l'insediamento dei Guglielmiti. Nonostante gli obblighi e le limitazioni fissate nel 1270 in un contratto stipulato dalla badessa e dal provinciale dell'Ordine, e che nel XV e nel XVI secolo portarono ripetutamente a contrasti fra le parti, i Guglielmiti riuscirono ad affermarsi a Nivelles per molto più tempo rispetto ai Serviti, dei quali essi acquisirono probabilmente gli edifici: soltanto nel 1789 il convento fu vittima, assieme alle altre opere spirituali sorte attorno ad esso, della secolarizzazione. Un anno dopo la questione di Nivelles, i frati di Wastina acquisirono ad Aalst una cappella dedicata a S. Ursmar, già nel IX secolo situata al di fuori della città, e che la tradizione riconduce a S. Ursmar, secondo abate di Lobbes e missionario del Brabante, che in questo luogo, nel corso di uno dei suoi viaggi missionari, si ritiene avesse costruito una cella. La cappella, dipendente probabilmente dalla ricca abbazia di Lobbes, situata nei pressi di Aalst, nel corso della sua storia era stata più volte distrutta e ricostruita. Attorno alla metà del XII secolo era stata infine restaurata dal conte Iwein da Aalst, dopo che nel 1128 Enrico di Normandia aveva raso al suolo la chiesa non protetta. L'atto di donazione con cui Margherita delle Fiandre ed il consiglio della città sancì nel 1268 il passaggio della cappella ai Guglielmiti, non dà notizie sullo stato della chiesa nel XIII secolo: è quindi probabile che a quel tempo la vita spirituale fosse totalmente estinta. I Gugliemiti rimasero soltanto un secolo e mezzo nel convento a Ursmarsmeersch, davanti al KATTEPOORT, dedicandosi soprattutto all'assistenza ai fedeli che andavano in pellegrinaggio alla loro chiesa conventuale. All'inizio del XV secolo, dopo ripetute devastazioni del monastero, si recarono in città, dove ancor prima del 1428 presero in consegna il ricovero di S. Maria Stella Maris che fino ad allora era stato gestito da terziari francescani. L'ingresso nel convento caduto in discredito sotto la guida dei terziari, fu l'inizio di una fioritura che raggiunse il suo culmine attorno al 1500. A questa vita spirituale, di cui si parlerà anche più tardi, prese parte vivacemente l'unica fondazione figlia dei Guglielmiti di Aalster, S. Trinità in Beveren. Nel 1461 il provinciale della provincia francese acquisì il convento. Era stato fondato come ricovero nel 1441 da Joost Vydt, divenuto famoso come fondatore del "culto dell'Agnello" ("ANBETUNG DES LAMMES") di Van Eyck, ed era stato ceduto ai fratelli dal riscatto dei carcerati. Questi tuttavia non erano riusciti, come i terziari, a porre rimedio alla decadenza ed alla trascuratezza. Gli eredi del fondatore si aspettavano dai Guglielmiti di Aalst un'esistenza osservante e caritatevole che rispondesse alle pie intenzioni del fondatore. Verso il 1278 Guglielmiti provenienti da Baseldonck, casa madre di Wastina, si recarono a Huybergen,, nel Brabante del nord, dove Arnoldo von Loewen e sua moglie Elisabetta, erede della signoria di Breda, avevano loro donato nel 1278 un oratorio e dei terreni per l'edificazione di un monastero. Nelle immediate vicinanze della nuova fondazione i Premostratensi, già all'inizio del XII secolo avevano fondato il monastero di Tongerloo, ed avevano dissodato e popolato numerose grandi proprietà terriere. I Guglielmiti di Huysbergen avevano portato avanti quest'opera, con la differenza tuttavia che essi avevano a disposizione molta meno manodopera e godevano di dotazioni più scarse rispetto ai Premostratensi. Pochi decenni dopo l'inizio della faticosa opera di dissodamento, i Guglielmiti furono all'incirca privati dai Premostratensi del loro lavoro, allorchè si tentò di contestare il loro diritto di proprietà e di indurli ad unirsi all'Ordine premostratense, il che potè essere impedito soltanto attraverso l'intervento della Santa Sede. Fra i più antichi conventi della provincia francese va annoverato quello di Vallis S.Mariae a Walincourt, nei pressi di Cambrai, il quale, al di là della cerchia dei promotori, fu fondato da S. Maria in Wastina. Già nel 1252 i Guglielmiti avevano intrapreso a Walincourt la costruzione di una chiesa e di un convento. Papa Innocenzo IV, il suo cardinale legato Pietro da Albano ed il vescovo di Cambrai vennero loro in aiuto con privilegi ed indulgenze, il che tuttavia non potè impedire che il parroco di Walincourt, per timore di una diminuzione delle sue entrate, si opponesse all'insediamento dei Guglielmiti, fino a quando nel 1254 il vescovo di Cambrai, su autorizzazione del legato papale, non riuscì a fare un accordo che lo risarcisse con una rendita annua della perdita di una parte delle oblazioni che gli sarebbero altrimenti state devolute. I Guglielmiti dovettero la possibilità di stabilirsi a Walincourt a Baldovino di Dours, signore di Walincourt, che donò loro nel 1255 quattro "mansus" nella foresta di "Transleto", ma che sicuramente già in precedenza aveva garantito, mediante delle donazioni, la costruzione della chiesa cominciata già nel 1252. Nel XIII secolo numerose donazioni da parte della nobiltà fiamminga, soprattutto dei signori di Esne, conti di S. Pol e Chatillo, andarono ad accrescere i possedimenti del monastero. Fra le diverse donazioni, sulle quali informa in modo dettagliato l'archivio del monastero, quasi completamente conservato, accanto alla cessione di un TERMINEI a Cambrai, è degna di nota l'acquisizione degli ospedali di Walincourt e di Villers-en-Cauchie nei pressi di Cambrai. I Guglielmiti dovettero l'ospedale S. Nicola di Walincourt, già menzionato in una bolla di Onorio III, alla famiglia dei fondatori, i signori di Walincourt, che lo donarono loro nell'anno 1356. L'ospedale di Villers-en-Cauchie fu loro ceduto nel 1271 da Baldovino di Avesnes col permesso della contessa Margherita delle Fiandre, dopo che il vescovo di Cambrai ed il priore generale dell'Ordine si erano dichiarati d'accordo. La sua dotazione non sembra aver corrisposto completamente ai desideri dei Guglielmiti, visto che nel 1307 il priore generale permise ai suoi abitanti di lasciare la casa qualora le sue entrate non avessero avuto un aumento. Nel 1261 frate Eberardo, un professo del convento di Walincourt, fondò nei pressi di Nieuwland, nelle Fiandre settentrionali, il "Locus Pacis", l'unica fondazione figlia degli eremiti di Walincourt. Qui trovò l'appoggio del conte Arnoldo di Guine, che con l'approvazione di Margherita delle Fiandre gli donò 67 "mensurae terrae". Margherita non si accontentò del beneplacito alla cessione del suo feudo, ma contribuì con generose donazioni, assieme ad altri aristocratici del suo territorio, alla costruzione del monastero, che nel 1274 era così avanzata, da consentire la consacrazione della sua chiesa. I Guglielmiti rimasero soltanto per due secoli nel convento, che dovette la sua esistenza soprattutto al loro lavoro di perfezionamento. Come i loro confratelli di Biervliet, attorno alla metà del XV secolo non ebbero più la forza di difendere il convento, esposto senza alcuna protezione sia alle maree che ai saccheggi di distaccamenti di soldati girovaghi. Nel 1457 essi si recarono ad Oudezeele, vicino a Cassel, dove presero un ricovero che tuttavia cedettero nuovamente nel 1468, quando Joost van Halewiin offrì loro migliori condizioni per l'edificazione di un monastero nella sua signoria di Peene: secondo i loro desideri, egli costruì una chiesa ed un edificio conventuale nelle vicinanze del suo castello a Peene, e accanto ad altre donazioni cedette loro anche il patronato sulla chiesa parrocchiale di Zuidpeene, nella quale egli fu sepolto nel 1472 ancor prima che la chiesa conventuale fosse terminata. Pochi anni dopo l'insediamento dei primi Guglielmiti nel Brabante e nelle Fiandre, nel territorio dell'abbazia di Stablo sorse in una vallata delle Ardenne, nei pressi di Ferrières, il monastero guglielmita di Bernardfagne. La storia di Bernardfagne, che molto presto fondò conventi anche in Francia e in Germania, non ebbe inizio con l'arrivo dei Guglielmiti. Essa risale alla metà del XII secolo, quando nella solitudine della vallata boscosa, disturbata solo raramente dai pellegrini che si recavano alle sorgenti di S. Remaclus, giunse "mansirunculae" un prete di nome Wericus, con alcuni compagni, per vivere da eremiti "seculum omne fugens". L'abate della confinante abbazia imperiale di Stablo confermò nel 1159 la donazione con cui Adelard von Roanne, un vassallo dell'abbazia, aveva reso possibile l'insediamento degli eremiti, e contemporaneamente aumentò la loro proprietà terriera di altri tre "mansen", per cui Wericus ed i suoi eventuali successori erano obbligati a versare all'abbazia un'esigua imposta. Oltre a ciò l'abate, un fratello del famoso Wibald von Stablo, determinò anche l'aspetto spirituale di questo eremo, ai cui abitanti egli impose di seguire la regola benedettina. Dopo la morte di Wericus, la "domus paupera de Bernafein", sorta in stretto collegamento spirituale e materiale con Stablo, e che probabilmente doveva il suo nome a Bernardo di Chiaravalle, morto pochi anni prima della fondazione, andò in rovina. Prima ancora di decadere, esso non riuscì a conservare neppure l'aumento del suo patrimonio originario dovuto al cavaliere Egidio von Xhoris; la sua donazione non sembra sia stata sufficiente a garantire durevolmente l'esistenza della piccola comunità eremitica. La "stèrilitè èternelle" delle Ardenne, rispondente quindi all'ideale eremitico, sembra avere, oltre a ciò, reso più difficile condurre un'esistenza distaccata dal mondo ed allo stesso tempo procurare i mezzi per ospitare e dare ristoro a viaggiatori e pellegrini. Nel 1220 il conte Teodoro di Walcourt, parente del secondo priore dei Cavalieri della Santa Croce, prima di partire per la Terra Santa, cercò di salvare la casa dalla completa decadenza consegnandola a Giovanni von Férot, che come rettore doveva occuparsi del monastero. Dopo la morte di questi, tutto ritornò come prima: già nel 1248 la "domus" si trovò nuovamente "proxima ruinae". Allo scopo di attuare finalmente un cambiamento, l'allora abate di Stablo, il vescovo Enrico di Liegi, il 13 gennaio 1248, chiamò a Bernardfagne dei Guglielmiti, che egli doveva aver conosciuto subito dopo la loro prima apparizione al di là delle Alpi tramite i suoi parenti fiamminghi e brabantini. Sotto l'energico priore Lamberto, i Guglielmiti, che il legato Pietro il 25 maggio 1248 prese sotto la protezione papale, riuscirono a riavere in senso vescovile la proprietà alienata, e ad acquisire, attraverso numerose donazioni da parte per lo più di beghine di Liegi, una situazione patrimoniale dapprima modesta, ma tuttavia sufficiente nel corso del XIV secolo. Nel 1287 poterono soddisfare il desiderio del vescovo Giovanni di Liegi ed inviare a Liegi nove conventuali che ad Avroy, davanti alle porte della città,, presero in consegna la "Domus de la Motte", edificata attorno al 1265 da Gerardo von Bierset, un cantore a S. Lamberto, quale casa per vecchi sacerdoti. Soltanto alla fine del XIV secolo il convento di Liegi, soggetto dapprima al priore di Bernardfagne, aveva superato le difficoltà inizialmente considerevoli nella casa dei preti abbandonata: attorno al 1365 la chiesa conventuale fu terminata, e nella seconda metà del secolo fu creata una condizione sufficiente di vita, con l'aiuto dei cittadini, ma soprattutto grazie alla benevolenza dei vescovi Giovanni di Arckel e Giovanni di Baviera. Già un anno dopo la presa in consegna dell'eremo di Bernardfagne, il suo priore Lamberto era riuscito a fondare a Louvergny, nei pressi di Reims, la prima filiale del suo convento. Il conte Giovanni I, che nel 1249 aveva assunto la signoria nella contea di Rethel dopo la morte improvvisa del fratello Ugo III, donò nello stesso anno all'Ordine, che gli doveva essere stato raccomandato dal suo alleato il vescovo Enrico di Liegi, una "Grangia" unitamente a terreno coltivabile, pascoli e diritti forestali nella signoria di Louvergny, vicino a Reims, cui lui e sua moglie tenevano particolarmente. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1252, il suo successore Gaucher assunse l'incarico di prendersi cura della "Domus Montis S. Wilhelmi", accrescendone le proprietà, grazie a numerose donazioni, a tal punto che i Guglielmiti concessero a lui ed ai suoi eredi il diritto esclusivo di baliato. Sotto la sua signoria, i Guglielmiti trasferirono nel 1260 il loro convento nei pressi di Aisne. Da allora, anzichè portare la denominazione di "Mons S. Wilhelmi" che fino a quel momento aveva avuto, si chiamò "S. Maria de Prato". I Guglielmiti di Louvergny erano con orgoglio coscienti di essere il primo ed il più antico monastero dell'Ordine nel regno di Francia, e trassero da tale fatto la pretesa, quale "mater et caput omnium domorum que de Ordine predicto fundate fuerint in regno Francorum", di poter convocare in capitolo i priori dei futuri conventi francesi, e di poter quindi assumere il ruolo di guida in una eventuale provincia francese dell'Ordine. La storia si svolse diversamente da quanto i Guglielmiti di Louvergny, nel 1253, al culmine della loro espansione, potevano prevedere. Dopo il 1253, l'Ordine si sviluppò molto rapidamente nei Paesi Bassi e nell'Impero Germanico, mentre il numero dei monasteri francesi rimase così basso, che non consentì di giungere mai alla costituzione di una propria provincia limitata al Regno di Francia, nella quale Louvergny avrebbe potuto assumere il ruolo di guida cui aspirava. A prescindere dal fatto che gli insediamenti fondati più tardi in Francia, quello di Montrouge e quello di Parigi, grazie alla loro posizione al centro del paese, sarebbero stati più adatti per tale funzione rispetto al monastero situato nelle Ardenne. I Guglielmiti provenienti da Louvergny si stabilirono a Montrouge, nei pressi di Parigi, ancor prima del 1258. Nel luglio di quell'anno acquistarono per 200 lire parigine una casa con sette iugeri di terra che il precedente proprietario, Raoul de Pacy, deteneva quale feudo del vescovo di Parigi. Già in precedenza avevano acquistato nello stesso luogo una cappella maccabea risalente al XII secolo, la quale rimase sotto la loro custodia fino alla soppressione del monastero nel XVII secolo, assieme alle reliquie degli "eroi" biblici in esso venerate. Nel medesimo secolo la proprietà terriera, inizialmente modesta, venne notevolmente ampliata mediante l'acquisizione di fondi, case e rendite a Montrouge, a Parigi e a Meaux (Seine-et-Oise), per cui ci si attendeva una continua crescita del patrimonio fondiario ed un'ordinata vita monastica. Già alla fine del XIII secolo questo sviluppo fu tuttavia interrotto. La causa di ciò fu il predominio della sede dell'Ordine sorta a Parigi nel 1297, verso la quale emigrò buona parte dei conventuali di Montrouge. Essa mise ben presto in ombra il piccolo monastero al di fuori della città, per cui i fedeli destinavano le loro donazioni ad essa e non più alla casa madre. Il convento di Parigi, ossia il più importante convento dell'Ordine in Francia, non era una nuova fondazione. I conventuali di Montrouge presero nel 1297 un convento situato presso le mura della città, non lontano dalla "Porte S. Babette", ed eretto da Frati di S. Mariae de Arego (un ordine di frati questuanti confermati nel 1257 da Alessandro IV secondo la regola agostiniana, e venuti a Parigi da Marsiglia), nel marzo del 1258, in una casa appartenuta fino ad allora all'Ordine dei Templari, con l'aiuto di Ludovico IX. Il concilio di Lione pose fine alla costruzione, appena cominciata, del convento e della sua chiesa. Esso condannò all'estinzione l'Ordine dei Serviti assieme ad alcuni altri piccoli Ordini mendicanti sorti dopo il 1215 - decisione alla quale poterono sottrarsi soltanto gli Eremiti Agostiniani ed i Carmelitani. Nonostante questa sentenza, i Serviti di Parigi - alla fine ormai solo il priore e due fratelli - rimasero in possesso del monastero protetto dalla casa regnante francese fino al 1297, dopodichè Bonifacio VIII, col consenso della Corona, lo cedette ai Guglielmiti, ai quali si unirono gli ultimi componenti dell'Ordine estinto. L'avvento dei Guglielmiti, che a causa dell'abito dei loro predecessori fino al XVII secolo furono chiamati Serviti ("BLANCS-MANTEAUX"), cambiò poco per quanto riguarda lo stile di vita del convento: le elemosine dei fedeli, i legati, in parte provenienti da famiglie al servizio della Corona e che si facevano seppellire nella chiesa del convento, crearono, stando a quanto risulta dal ricco archivio del convento, le condizioni favorevoli ad una vita conventuale, che si concentrava sulla cura delle anime, sulla liturgia e sullo studio, e che fece del monastero guglielmita di Parigi una delle filiali dell'Ordine più conosciute, anche se non più importanti. Come verso il sud, così l'espansione dell'Ordine prese le mosse, attorno al 1250, da Bernardfagne verso l'est. Nel 1252 i Guglielmiti giunsero a Dueren, che dal 1242 apparteneva allo Iueglich, dove a Duren il balivo ereditario Anselmo di Drove donò loro una casa situata di fronte alla "Porta di Filippo", che divenne base del monastero guglielmita "Paradies". La storia finora quasi sconosciuta del monastero deve essere nuovamente scritta alla luce del ritrovamento di numerosi documenti copiati attorno al 1640 dal domenicano F. J. Polius. Stando a questo materiale, significativo per la storia patrimoniale, le entrate del monastero, inizialmente molto scarse, nonostante l'aumento delle proprietà nel XIV e nel XV secolo, riuscivano a fatica a provvedere al mantenimento dei frati conventuali. Esse derivavano fondamentalmente da fondi, diritti e decime che i Guglielmiti di Dueren dovevano in primo luogo al conte di Juelich ed ai suoi feudatari. Nel 1296 il conte Walram di Kessel, imparentato con la casata di Juelich, e che nel 1273 aveva dato in pegno all'arcivescovo di Colonia la sua signoria di Grevenbroich, chiamò alcuni Guglielmiti del monastero nell'insediamento di Grevenbroich, situato nei pressi del suo castello. L'8 febbraio 1296 egli donò loro, in occasione della fondazione del loro convento, una cappella nella "munitio Bruyke" assieme ad un cortile ad essa relativo, e ad un "mansus" di terra a Barrenstein. Alla sua prima donazione, confermata nel 1299 dall'arcivescovo Wicbold di Colonia, seguì il 13 ottobre 1304 un podere ad Heyden vicino a Grevenbroich. Dopo la morte del conte, che non aveva figli e che aveva inteso la fondazione del convento come un'opera pia alla memoria, la sua signoria e con essa il convento guglielmita risultarono spettanti, in base ad una sentenza arbitrale del duca Giovanni di Brabante, a Gherardo di Juelich, che mirava ad estendere il suo territorio e che subito dopo l'acquisizione di Grevenbroich donò il convento guglielmita. Suo figlio, il duca Guglielmo I, che dal 1319 al 1328 risiedette a Grevenbroich, continuò l'opera del padre. Quando nel 1378 Grevenbroich smise di appartenere all'allora parrocchia di Allrath, e fu dichiarata circoscrizione parrocchiale a se stante, i Guglielmiti incorporarono la parrocchia di Grevenbroich. Da allora i priori del monastero furono parroci di Grevenbroich, elevata al rango di città nel 1305, i cui cittadini, accanto alla nobiltà, contribuirono al mantenimento del monastero mediante numerose, anche se più piccole, donazioni. Dueren e Grevenbroich non furono i primi ed unici conventi guglielmiti del territorio di confine renano-vestfalico. Già nel 1245, non appena Baseldonck si unì ai Guglielmiti, apparvero nella diocesi di Muenster i "nunc in Almaniam destinati" accompagnati da privilegi papali; nello stesso anno essi fondarono nel territorio paludoso e ricoperto da brughiera del distretto di Borken a Burlo il monastero "hortus Mariae", il secondo più antico monastero guglielmita a nord delle Alpi. A Burlo, un "locus desertus et invius", già nel 1220 un prete di nome Siffrido aveva eretto, con l'approvazione del vescovo Dietrich di Muenster, un oratorio, dedicandosi alla cura d'anime di coloro che fino ad allora avevano fatto parte delle parrocchie circostanti. Quando Siffrido "propter loci paupertamem et diffamiam" abbandonò la sua chiesa, questa fu ceduta da Ludolf di Muester alle (monache) cistercensi di Marienborn presso Coesfeld, che nel 1245 la vendettero al funzionario Goffredo von Oer. Grazie all'intervento del "magister" Meinricus, prevosto delle Cistercensi di Froedenberg, la chiesa tornò nel medesimo anno ai Guglielmiti, ai quali questo posto isolato sembrò adatto alla fondazione, previa autorizzazione del vescovo di Muenster, di un convento, che già nel XIII secolo, mediante donazioni da parte dei signori del luogo, fra cui quelli di Gemen, Bermentfeld e Dale, e mediante lavori di dissodamento e coltivazione, giunse ad avere considerevoli proprietà terriere che si estendevano in parte fino al basso Reno. Relativamente al vero fondatore di Burlo, il "magister" Meinricus, le fonti contemporanee tacciono. Soltanto un racconto recente e leggendario sugli inizi del convento di Froendenberg riferisce più cose sulle origini e sul mondo spirituale dell'"uomo di grande importanza per la storia della chiesa di Vestfalia". Stando ad esso, Meinricus fu canonico a Lubecca fino a quando, alla medesima stregua dei suoi fratelli o sorelle che servivano Dio come monaci di clausura o come (frati) laici, si ritirò a vivere in una cella isolata in Sauerland nei pressi di Scheda, cella dalla quale ebbe poi origine il convento delle monache cistercensi di Froendenberg. Un'affinità spirituale legò il "magister" al signore di Oer, che egli potè facilmente convincere a cedere la chiesa di Burlo, visto che neppure alla sua famiglia la religiosità eremitica era sconosciuta. Il convento di Burlo, nonostante si trovasse in una situazione economica favorevole, se confrontata con quella di altre fondazioni, fu molto meno importante, per la diffusione dell'Ordine, di altre case fondate nello stesso periodo nelle Fiandre e nel Brabante. Solo nel 1361 l'allora priore del convento eresse, su uno dei cinque poderi ad Eggerode e a Darfeld, che erano stati donati al convento nel 1351, la filiale "Vinea Mariae" a Klein-Burlo, che rimase ad esso soggetta fino a quando non riuscì a rendersi autonoma nel 1407, dopo un sufficiente ampliamento della sua proprietà. Non è tuttavia improbabile che già alla metà del XIII secolo sia partito da Burlo il tentativo di fondare una sede ad Holte, vicino ad Osnabrueck. Nel 1295 gli Eremiti Agostiniani giunti ad Osnabrueck nel 1287, vengono infatti menzionati in relazione ad un contrasto con il Capitolo di S. Johann Wilhelmiten (S. Giovanni Guglielmita). Il che porta a concludere che gli Agostiniani, giunti nel 1266 ad Holte, non fondarono un convento nuovo, come in generale si pensa, ma si insediarono in uno fondato dai Guglielmiti. Poichè Ludolf di Muenster, fautore dell'eremo, discendeva dalla casata dei conti di Holte, è molto probabile che sia stato lui a procurare al nuovo Ordine un'altra sede nelle vicinanze della sua residenza originaria.

2. LA PROVINCIA TEDESCA

I primi monasteri della provincia tedesca dell'Ordine, alla quale appartenevano gli insediamenti dell'Ordine in Germania,l in Boemia, in Stiria ed in Ungheria, ad eccezione di Burlo, Dueren e Grevenbroich, dovettero la loro esistenza innanzitutto ai Guglielmiti provenienti dai paesi confinanti ad ovest, che dal 1250 si erano spostati verso est e sud-est, dove avevano trovato un'accoglienza favorevole ed un volenteroso incoraggiamento. I monasteri di Marienpforte e di Graefinthal, situati nelle contee di Sponheim e di Blieskastel, indicano con la loro posizione l'origine dei loro primi abitanti, che provenivano dai vicini conventi della provincia francese. Il monastero di Marienpforte, nei pressi di Waldboeckelheim, citato per primo nel 1266, ed i cui archivi, a parte pochi resti, sono sparsi e andati perduti, è, stando al suo diritto di controllo su Graefinthal, il più antico dei due monasteri. Esso fu fondato dai conti di Sponheim, che anche in seguito contribuirono al suo mantenimento, e dovette al comune di Boeckelheim diritti che tuttavia non dovevano essere molto importanti, dal momento che, secondo un promemoria scritto nel 1804, molto tempo dopo la soppressione del monastero, non potè "mai condurre un solo capo di bestiame al pascolo sui propri fondi". La storia del monastero di Graefinthal, situato presso il confine lotaringio, nonostante la distruzione dei suoi archivi, avvenuta all'inizio del XV secolo, è molto più conosciuto di quello di Marienpforte. Sulla fondazione danno tuttavia notizia soltanto fonti tardive e leggendarie. Stando ad esse, il monastero risale ad un più antico eremo situato nelle foreste vicino Blieskastel, i cui abitanti veneravano un'immagine della Madonna oggi posta nella santa cappella della Crocifissione a Blieskastel; verso la metà del secolo, dei soldati avevano profanato questa immagine utilizzandola come bersaglio delle loro frecce e dalle ferite sulla statua di legno era uscito sangue che aveva miracolosamente guarito i ciechi e coloro che soffrivano di malattie degli occhi. La contessa Elisabetta di Blieskastel, guarita da una malattia degli occhi grazie alla sacra immagine, si pensa abbia fatto venire i Guglielmiti e li abbia indotti a costruire un convento affinchè prendessero in custodia l'immagine miracolosa e la preservassero da ulteriori profanazioni. Per quanto concerne la fondatrice, la leggenda ha indubbiamente un'origine storica. Il monastero dovette infatti la base della sua proprietà terriera, così come ad esempio il patronato sulla parrocchia di Blickweiler, alla contessa sepolta nel 1273 nella chiesa del monastero, la quale nel 1253, dopo il matrimonio con Rinaldo di Lotaringia, fu investita dal vescovo di Metz della signoria di Blieskastel. Si può quindi collocare la fondazione del monastero di Graefinthal attorno al 1253 e quella del monastero di Marienpforte qualche tempo prima. Da Marienpforte e da Graefinthal partirono ancora nel XIII secolo dei conventuali diretti nei vicini Rheintal e Lahntal, in Alsazia e in Brisgovia. Fra Rheindiebach e Bacharach essi fondarono nel 1287 "inter vespres et spinas" il convento di Windsbach, che, come quello di Marienpforte, è caduto totalmente nell'oblio. Nel 1428 il priore del convento ricondusse la fondazione della sua casa al martirio di un giovane vendemmiatore di Bacharach di nome Werner, assassinato il Venerdì santo del 1287, durante il cui processo di canonizzazione egli fu interrogato sulle origini del suo convento. Il conte palatino Lodovico II di Wittelsbach deve aver fondato il convento guglielmita nel 1289 nel luogo in cui gli assassini avevano sepolto il cadavere del ragazzo, e deve aver provveduto al mantenimento degli eremiti, quando era ancora in vita, attraverso numerose donazioni. Il piccolo convento, la "Domus S. Werneri", che, d'accordo con il fondatore, era soggetto alla giurisdizione del parroco di Bacharach, dopo la morte del suo fondatore fu donata dai suoi successori, assieme al diritto di patronato, alla parrocchia di Schnorbach, come il priore chiarì nel corso del suo interrogatorio. La "Domus fratrum ordinis S. Wilhelmi pontis S. Mariae virginis de Limburg", i cui frati conventuali a partire dal XIV secolo furono chiamati "WINDSBACHER", (abitanti di Windsbach) era, come si può dedurre probabilmente dal nome, una fondazione figlia del convento del corso medio del Reno. Prima del 1317 i WINDSBACHER andarono a Limburg, dove trovarono asilo dapprima provvisoriamente su di un'isola "off deme grint odder wet " con l'aiuto di Gerlach III di Limburg, che era succeduto nel 1312 a Giovanni I. La disagiata posizione sull'isola, dove il piccolo convento era esposto a frequenti inondazioni, indusse i suoi abitanti ad erigere, attorno al 1317, un nuovo convento in una posizione migliore davanti alla porta di Dietz. Dall'abbazia cistercense di Erbach, che dall'inizio del XIII secolo possedeva a Limburg dei terreni, essi acquistarono quale base per il nuovo convento alcuni poderi e giardini, per i quali dovettero pagare delle rate anche nel XV secolo. Grazie a donazioni e ad acquisti, il patrimonio del convento divenne già nel XIII secolo così grande, che le sue entrate erano in grado di assicurare un sufficiente tenore di vita ad un piccolo convento che contava da cinque a dieci membri. Nella svolta verso il XIV secolo i Guglielmiti si insediarono anche nella giurisdizione della città vescovili di Worms, Magonza e Spira, dove, sotto la protezione del fondatore rispettivamente delle abbazie di S. Ciriaco, di S. Albano e di S. Germano, condussero un'esistenza modesta e riservata sulla quale la tradizione, nella sua frammentarietà, riferisce molto poco. I guglielmiti di Worms, il cui convento si trovava di fronte alla porta di (S.) Martino nei pressi del ghetto degli ebrei, vengono menzionati per la prima volta il 28 settembre 1299, allorchè un cavaliere di nome Dirolf li prese in considerazione accanto ad altri religiosi nel suo testamento. Essi erano giunti già alcuni anni prima - fra il 1287 ed il 1290 - da Marienpforte a Worms, dove, dal convento di S. Ciriaco, avevano preso un'antica chiesa, quella di S. Remigio, alla quale era collegata una parrocchia appartenente al convento. I Remigini, come venivano chiamati i Guglielmiti dal nome della loro chiesa, qui si occupavano della "cura animarum" e godevano della benevolenza non soltanto dei cittadini, ma anche dei canonici del duomo e di S. Andrea, come è possibile dedurre da legati ed anniversari. Nel 1489 il piccolo convento era decaduto e non si avvertiva più nulla dell'attività dei monaci: il convento venne abbandonato, venne venduto e scomparve. La presenza dei Guglielmiti a Magonza è documentabile - dopo la menzione nel testamento di una vedova di Magonza - a partire dal 1364. Nel 1401 uno di questi documenti attesta che l'abate di S. Albano conferì ad un confratello la cappella situata a Steeg nei pressi di S. Goar. A parte alcune citazioni in documenti di scarsa importanza, queste sono le uniche notizie conosciute sulla storia del convento guglielmita di Magonza, che si trovava al di fuori della città, davanti alla Porta Nuova, e che diede il nome ad una piccola porta nelle mura della città, la "porticina di S. Guglielmo". La storia dei Guglielmiti di Spira, meglio conosciuta, ha inizio nel 1317, quando il decano ed il Capitolo di S. Germano trasferirono al padre provinciale della provincia tedesca, con l'approvazione del vescovo di Spira, la cappella di (S.) Marco, situata sulla riva del Reno, di fronte alla città, e che dal 1195 apparteneva alla fondazione. Poichè la cappella era decaduta "in spiritualibus et temporalibus", i canonici di S. Germano pensarono di trasferirla all'Ordine guglielmita, che promise di erigere in quel luogo un convento per 12 frati quale inizio di una riforma ispirata dallo Spirito Santo; il che non impedì loro di assicurare con un contratto i propri dirittti di parrocchia. Nonostante l'acquisto di proprietà in città, il convento fondato dai Guglielmiti su quello che in origine era il monastero di Mülhbach, vicino ad Eppingen, cadde ben presto in rovina, per cui nel 1470 la cappella di S. Marco dovette essere trasferita alla basilica di S. Pietro. Muehbach, casa madre dei Guglielmiti di Spira, apparteneva all'unione dei conventi guglielmiti alsaziani, a capo dei quali era il convento di Marienthal, situato presso Hagenau. Il fondatore e primo priore di questo convento, Alberto di Hagenau, che, grazie alla madre, era strettamente imparentato con la famiglia ministeriale sveva dei marescialli di Hagenau, verso la metà del XIII secolo si era ritirato nelle grandi foreste fra la Sauer e la Moder [Mosella], il Reno e le pendici dei Vosgi, che fin dall'epoca merovingia appartenevano al patrimonio reale, per vivere da monaco o da eremita nella solitudine ancora indisturbata dall'espansione territoriale. Nel 1256, assieme ad alcuni compagni, aveva cominciato, con l'approvazione del vescovo di Strasburgo, a costruire un piccolo convento sulla riva del Rotbach, un affluente della Moder, portandolo a termine l'anno seguente. Per la costruzione e l'arredamento del convento sua madre aveva donato 30 iugeri di terra del feudo del maresciallo del Palatinato degli Hohenstaufen [Svevi], che le era toccato dopo la morte dei suoi fratelli, i marescialli di Hagenau. Quando fra il 1256 e 1257 ella morì, i fratelli di Alberto trasferirono al convento i loro diritti all'eredità materna, con modeste limitazioni, dietro il pagamento di un indennizzo di 34 marchi d'argento, cosicchè fu assicurata l'esistenza alla fondazione. I primi documenti di Marienthal non dicono nulla dell'appartenenza di Alberto all'Ordine e dei suoi compagni. Soltanto più tardi, da una lettera del provinciale Lamberto emerge il fatto che il cavaliere deceduto nel 1260 apparteneva all'Ordine. Un atto di donazione del 1272, nel quale si dice che i Guglielmiti avrebbero scelto la chiesa di Alberto di Hagenau per fondare vicino ad essa una loro sede, fa presumere che Alberto abbia condotto la "vita eremitica" in un primo tempo da solo, e che soltanto più tardi si sia unito ai Guglielmiti. Il diritto di visitazione, esercitato nel XIII secolo sia da Graefinthal che da Marienpforte, chiarisce la provenienza dei Guglielmiti ai quali Alberto si unì in base ad esso, infatti, Alberto conobbe i Guglielmiti a Graefinthal o Marienpforte. La Sacra Foresta nella quale si ritirò il ministeriale svevo, spinto probabilmente dal declino della dinastia strettamente legata all'Alsazia ed al Palatinato di Hagenau, non era certo predestinata ad accogliere chi voleva vivere lontano dal mondo soltanto a causa della sua posizione. Secondo una tradizione antica e comune nell'alto medioevo, già Diodato, prima della fondazione del convento di Ebersmuenster, aveva vissuto da eremita in quel luogo selvaggio, e allora ancora primitivo, assieme ai due primi vescovi franchi di Strasburgo, Arbogast e Fiorentino. Durante tutto il medioevo questo modello non era rimasto privo di effetti, e poteva aver influenzato anche Alberto di Hagenau, in fuga dal mondo, ed i suoi confratelli guglielmiti, così come altri eremiti che qui si insediarono in via temporanea. Dopo la morte del fondatore, che, diversamente da Winand di Basilea o Wericus di Bernardfagne, può essere compreso più chiaramente, lo sviluppo del piccolo convento sembra aver progredito in maniera continua. Sebbene in un primo momento non sia possibile trarre alcuna conclusione da un aumento della sua proprietà, la capacità di fondare alla fine del secolo numerose filiali dimostra, tuttavia, la continuità e stabilità dello sviluppo e la vivacità della vita spirituale. Probabilmente nel corso del 1289, Enrico di Brettach donò ai Guglielmiti di Marienthal una cappella mariana a Muehlbach, nei pressi di Eppingen (Baden). Con questa donazione egli aveva l'intenzione di fondare un convento, visto che aveva contemporaneamente ceduto ai monaci beni immobili per il loro mantenimento. Il suo progetto potè tuttavia essere realizzato soltanto una volta che furono garantiti, con un contratto stipulato il 30 aprile 1290 fra i priori di Marienthal e Graefinthal ed il parroco di Eppingen, ed approvato dal vescovo di Spira, i diritti "di cura d'anime" del parroco. Il piccolo convento si rese ben presto indipendente da Marienthal, nel 1317 era soggetto ad un proprio priore, e nello stesso anno fu già in grado di inviare dei conventuali a Spira a fondare, come già si è detto, un "convento figlio". Le sue entrate, tuttavia, stando a quanto si può dedurre dai frammenti dell'archivio del convento, rimasero modeste. Esse si limitavano ai redditi dei beni ceduti loro in occasione della fondazione, e alle decime dei paesi di Obermuehlbach, di Niedermuehlbach e di Langenfeld. Nel XIV e nel XV secolo la chiesa del convento giunse ad essere piuttosto rinomata quale meta di pellegrinaggi mariani, cosicchè le elemosine e i doni votivi dei pellegrini divennero una significativa fonte di entrate; in particolare divenne méta di molti pellegrini una cappella intitolata a (S.) Odilio, eretta nel 1473 non lontano dal convento e consegnata alla loro attività pastorale. Circa dieci anni dopo la fondazione del convento di Muehlbach, esattamente nel 1298, i frati eremiti di Marienthal giunsero a Strasburgo. Una volta riconosciuti i diritti della competente parrocchia di S. Stefano, mediante un contratto confermato l'1 luglio 1298 dal vescovo Corrado di Strasburgo, essi intrapresero la costruzione del loro monastero nella KRUTENAU, allora ancora disabitata, davanti alle mura della città. Già l'8 marzo 1301 il vescovo ausiliario di Strasburgo, Iwan, potè consacrare il convento, in un primo tempo eretto solo provvisoriamente, assieme alla chiesa ed al cimitero. Per molto tempo si è pensato che la fondazione e l'arredamento del convento fossero dovuti soltanto al merito di Enrico di Muellernheim-Rechberg, che doveva averlo giurato in una crociata. Indagini più approfondite negli archivi evidenziano tuttavia il fatto che anche altre famiglie dell'alta aristocrazia alsaziana, come i langravi di Werde, sepolti nella chiesa del convento, e come i signori di Gerolseck e Flekkenstein, contribuirono in maniera significativa alla costruzione del convento e all'incremento delle sue entrate. A partire dal XIV secolo le loro dotazioni, per lo più ampie, vennero completate da una grande quantità di donazioni e di eredità, per lo più piccole, da parte di persone appartenenti a tutti i ceti cittadini, al patriziato e al popolo, sia al basso che all'alto clero. Fra le donazioni di maggiore importanza fatte al convento, ci fu anche il patronato della chiesa madre di Ehl, che era stata trasferita al convento nel 1326 "propter paupertamen mensae communis". Nel 1387 i Guglielmiti giunsero a possedere nello stesso luogo un convento che fino ad allora era appartenuto ad una comunità di beghine, che nello stesso anno era stata soppressa dal vescovo Federico di Blankenheim. Nonostante questa combinazione favorevole di circostanze, il monastero guglielmita di Ehl non ha mai avuto la forza necessaria per rendersi autonomo. Fino alla sua soppressione nel XVI secolo, esso rimase una "dépendance" del convento di Strasburgo. Probabilmente la situazione economica di quest'ultimo impedì di rinunciare al patronato di Ehl a favore della fondazione figlia. Come il monastero di Ehl, così anche quello di Marienbronn rimase a lungo dipendente dal priore di Strasburgo. Il monastero fondato nel 1182 da Goffredo e Corrado di Fleckenstein, era stato donato dalla famiglia dei fondatori ai Guglielmiti di Strasburgo già nel 1315, dopo che gli Agostiniani, che lo avevano abitato prima di loro, lo avevano abbandonato. Lo stretto legame con la casa madre è degno di nota anche per Hagenau, il più importante convento figlio di Marienthal oltre quello di Strasburgo. Il monastero fondato verso il 1311 davanti alla porta di Kieselsteig con l'approvazione dell'ordinario di Strasburgo e del competente parroco di S. Giorgio, potè in via amichevole distaccarsi dalla sua casa madre soltanto nel 1432 con l'approvazione del priore provinciale Giovanni Wahsmann. Già prima della costruzione del convento di Marienthal, che divenne capo degli insediamenti alsaziani dell'Ordine, quattro conventuali provenienti da Marienpforte avevano preso (su di sè) nel 1252 un monastero ad Oberried, ai piedi del Feldberg; questo monastero era stato costruito nel 1238 dalle monache cistercensi di Guenterstal con l'aiuto dei signori di Tengen. La desolazione del luogo e gli interminabili conflitti giuridici con l'abate di S. Gallen, feudatario dei fondatori, avevano indotto le Cistercensi a lasciare il monastero e a ritornare a Guenterstal. Per preservare il monastero abbandonato dalla rovina, e la chiesa da profanazioni, i cavalieri Ludovico di Munzingen e Corrado Schnewlin, ai quali nel frattempo era toccato il monastero di Oberried, pregarono i Guglielmiti di sistemarlo nuovamente e di istituire qui un loro convento. Essi appoggiarono i nuovi arrivati mediante la donazione di un'ampia zona boschiva per impedire così che il convento dovesse essere abbandonato per motivi economici. Ciononostante già dopo dieci anni i Guglielmiti lasciarono questo convento per fondare un nuovo convento a Friburgo, nel sobborgo di Schnecken. Il trasferimento dalla Foresta Nera nella Friburgo allora già ricca di conventi non avvenne volontariamente. Come in alcuni altri casi, fu causato da un'unione con gli Eremiti Agostiniani disposta nel 1256 dalla Curia. Quando otto anni più tardi quest'unione venne definitivamente revocata, e all'Ordine fu restituita la "Corona Mariae", i Guglielmiti non abbandonarono di nuovo il loro convento, la "Cella Mariae", costruito con l'aiuto di Adelaide di Attental, madre di uno dei loro conventuali. Soltanto Giovanni di Ursberg, che discendeva dal patriziato di Friburgo, tornò nell'antica sede di Oberried con alcuni confratelli. Sotto il suo priorato e sotto quello di Volkahrt, Giovanni e Rodolfo, suoi parenti, i frati di Oberried, sostenuti da ricche famiglie di Friburgo e dalla nobiltà del luogo, riuscirono ad ottenere terreni e diritti forestali a Thingen, Hofgrund e Buchheim; già prima del 1300, quindi, essi possedevano un notevole dominio fondiario il cui ordinamento giuridico ed economico venne stabilito nel 1296 nel DINGRODEL di Oberried. La sede di Friburgo, la cui chiesa conventuale venne consacrata nel 1288 dal vescovo ausiliario di Costanza, contrariamente alla sua casa madre di Oberried, dipendeva maggiormente dalle elemosine, dai legati e dagli anniversari che affluivano loro abbondantemente grazie agli abitanti della città, tanto più che essi, dalla fine del secolo, si occupavano dei fedeli nella periferia di Schnecken, su incarico del rettore della parrocchia di Muenster. L'aumento del numero di novizi provenienti dalle famiglie agiate della città, consentì ad entrambi i conventi di Breisgau di costruire, già alcuni decenni dopo la fondazione, conventi figli a Mengen e a Klingnau. il 10 febbraio 1282 il balivo, il consiglio e i cittadini della città asburgica di Mengen, donarono loro un podere al di fuori delle mura per la costruzione di un convento, cui essi garantirono tutti i diritti civili del cittadino. Soltanto dopo che la donazione fu perfezionata giuridicamente il 23 luglio 1287, sembra che sia stata intrapresa la costruzione del convento. Gli Asburgo, alla cui "regalis munificentie liberalitas" i Guglielmiti dovettero, in base a quanto riferito dal vescovo di Costanza, la loro sede di Mengen, contribuirono ad essa attraverso la donazione avvenuta nel 1304 della chiesa di S. Martino a Mengen, alla quale seguì nel medesimo anno la cappella, riccamente adornata, di Ruelfingen, proveniente dalla proprietà della nobiltà di Ruelfingen. A Klingenau i Guglielmiti trovarono in Walter von Klingen, strettamente imparentato con gli Asburgo, un generoso protettore. Il 26 giugno 1269 egli donò loro l'oratorio di Sion con tutti i suoi beni. Per il mantenimento dei conventuali del convento, che doveva essere costruito vicino all'oratorio, davanti alla città, egli destinò loro ogni anno entrate di 10 marchi d'argento, che dovevano loro pervenire da circa trenta poderi situati nel vicino territorio svizzero e del Baden. I due conventi non erano le prime sedi dell'Ordine ad est della Foresta Nera. Già nel 1250 Schwigger di Mindelberg aveva costruito ai Guglielmiti un convento nella fondazione di Augusta nei pressi di Bedernau, ed aveva donato loro la chiesa, la decima ed il mulino del villaggio. Queste entrate erano tuttavia molto scarse. Come risulta da una bolla papale, a causa della loro esiguità, i monaci quasi non riuscivano a dedicarsi alla preghiera corale e a fornire da mangiare e da bere ai fedeli che facevano loro visita. Era evidente che gli Eremiti Agostiniani, ai quali toccò il convento nel 1256, andassero a Mindelheim per poter agire meglio e con maggior sicurezza. Nello stesso anno i Guglielmiti giunsero nella Foresta Bavarese, dove, vicino a Waldmuenchen, con l'aiuto dei signori di Puedmersdorf, cominciarono a costruire un convento in un luogo che nei documenti viene chiamato "Collis Lapidum". La povertà e la inospitalità del luogo furono tuttavia eccessive anche per Guglielmiti pur nella loro modestia: già prima del 1255 andarono a Schoenthal per poter continuare fino al 1263 la vita del loro Ordine in circostanze più favorevoli (fino al 1263). Per gli abitanti del convento di Seemannshausen, secondo convento guglielmita della diocesi di Regensburg, fu più facile. Il decano della cattedrale di Regensburg, Enrico Seemann, dal quale il convento prese il nome, aveva acquistato il castello di Poellingkofen dai conti di Leonsberg e nel 1255 lo aveva trasformato in un convento guglielmita al quale aveva donato molti HUFEN [antica misura terriera] del patrimonio di famiglia e al quale seppe ottenere privilegi spirituali e temporali. Entrambi i conventi sorti nella diocesi di Regensburg furono per i Guglielmiti una tappa del cammino verso la Boemia, dove eressero i monasteri di Stockau (Pivonka) e di Ostrov. Il convento "Vallis S. Joannis de Bivonia", situato ad est dell'avvallamento di Furth vicino a Taus, e menzionato per la prima volta nel 1266, secondo la tradizione non fu fondato solo all'arrivo dei Guglielmiti. Una tradizione documentata a partire dal XV secolo fa risalire la sua fondazione al duca Bratislao III, che dopo il 1040 deve aver eretto la chiesa ed il convento per invocare sul luogo della sua vittoria su Enrico III la salvezza delle anime dei caduti. La leggenda celebra come uno dei primi abitanti del convento consacrato, secondo quel che si dice, dal vescovo Severo di Praga, un santo eremita di nome Coloman, cui deve essersi ispirata la "Vita" del famoso patrono dei pellegrini scritta nel XII secolo, che colloca il suo martirio a Stockerau, nell'Austria inferiore. Il secondo convento boemo, quello di Ostrov, presso Beraun, nella Boemia centrale, era una nuova fondazione, la cui realizzazione viene celebrata anche dalla leggenda. Nel 1260, alla vigilia della battaglia di Kroissenbrunn, Ulrico Lepus di Hasenburg sembra abbia lodato la costruzione del convento, e nel 1262 sembra abbia dato inizio ad essa con l'aiuto del re di Boemia e con l'approvazione del vescovo di Praga Giovanni von Drasic. Il luogo per il convento, arredato "maximis opibus", e che nel 1263 in presenza di molti proprietari terrieri boemi fu benedetto dal vescovo di Praga, fu stabilito, secondo la leggenda, dalla Madonna stessa. Ella apparve al fondatore e gli indicò il luogo in cui desiderava essere venerata dai Guglielmiti. Ancor prima del 1256 - non si sa esattamente quando - i Guglielmiti giunsero a Kaertnen. A Voelkermarkt, nel territorio dell'abbazia di S. Paolo nel Lavantal, essi intrapresero in un periodo non esattamente individuabile, la costruzione di un convento, appoggiati dal duca Ulrico III di Kaertnen che donò loro alcuni beni/terreni. Ben presto, tuttavia, lo sviluppo di questo nuovo convento venne modificato. In seguito all'unione disposta nel 1256, i Guglielmiti si unirono agli Eremiti Agostiniani, che sostennero con grande energia l'edificazione del convento da loro avviata. La stessa sorte dei Guglielmiti di Kaertnen toccò fondamentalmente ai loro confratelli che nel medesimo periodo avevano cominciato a costruire i loro monasteri in Ungheria, Pomerania e Brandeburgo. Nella maggior parte dei casi si viene a conoscenza della loro esistenza soltanto grazie alla Bolla "Ea quae iudicio", con la quale Clemente IV, dopo la fusione del 1256, chiarì le questioni sollevate. Nella tradizione dei conventi divenuti successivamente agostiniani, la breve appartenenza all'Ordine Guglielmita ha lasciato tracce dietro di sè soltanto in casi rari. I Guglielmiti ungheresi, di cui alla fine del XIII secolo nella cronaca rimata austriaca ancora si parla, avevano fondato un convento a Saros prima del 1256. Dopo il trasferimento all'Ordine agostiniano, nei documenti del convento si trova ancora il tipico titolo: "Ordo fratrum Villermitarum Sancti Augustini de claustro St. Stanizlay de Sarus". Solo più tardi si conosce dalla tradizione il nome del secondo convento guglielmita ungherese, quello di Komar. Come per Saros, non si conoscono nè il fondatore, nè il periodo di fondazione. Si può soltanto presumere che il primo cardinale protettore dell'Ordine, Stefano d'Ungheria, già prima della sua nomina a cardinale, abbia sostenuto i Guglielmiti, essendo egli stato, quale arcivescovo di Gran, nelle condizioni di farlo. Il convento Vallis S. Wilhelmi a Stettino, il convento dell'Ordine situato più lontano ad est, oltre al convento a Lippene, nella marca di Brandeburgo, fu menzionato per la prima ed ultima volta come convento guglielmita il 2 luglio 1253 in un atto di compravendita; le sue tradizioni sembra siano state portate avanti dagli Eremiti Agostiniani, che nel 1290 edificarono un monastero a Gartz a.O.. Il convento brandeburghese di Lippene venne citato nel 1266 nella bolla "Ea quae iudicio" di Clemente IV. La prima menzione significa contemporaneamente il definitivo ingresso nell'Ordine degli Eremiti Agostiniani. La sua storia successiva all'interno di quest'Ordine non è sconosciuta; sconosciute sono tuttavia le origini, come del resto accade per l'unico convento pomerano dei Guglielmiti. La storia del monastero di Weissenborn, sorto nello stesso periodo in Turingia, e che verso la fine del XIII secolo e all'inizio del XIV giunse a capo di una famiglia di conventi molto ramificata, si svolse in maniera di gran lunga più continuativa rispetto a quella dei monasteri della Germania orientale e dell'Ungheria. Il suo fondatore, il prevosto del convento delle suore agostiniane di Creuzburg, nei pressi di Eisenach, acquistò nel 1253 da feudatari dei margravi di Meissen la "villa" Weissenborn per la fondazione di un monastero per 13 persone dell'Ordine. I sei Guglielmiti che andarono ad abitare il convento provenivano da Bernardfagne. Già prima del loro arrivo, alcuni dei confratelli avevano tentato di fondare un convento a Weissenborn. Scandali e difficoltà a noi sconosciute avevano tuttavia fatto fallire questo tentativo, obbligando così i nuovi arrivati a "ristabilire la reputazione danneggiata del luogo e dell'Ordine", come risulta dall'atto di donazione. I Guglielmiti si sottoposero a questa prova con grande successo; non soltanto portarono il loro convento ad una fioritura spirituale e materiale, ma ben presto furono in grado di soddisfare i desideri dell'alta e della piccola aristocrazia, e di fondare dei conventi affiliati in Turingia, Meissen ed Assia. Da Weissenborn, essi giunsero fra il 1262 ed il 1280 a Weissensee i. Thuer, per occuparsi, su richiesta dei cittadini, di un lebbrosario per il quale il langravio Albrecht di Turingia si era procurato l'autorizzazione dell'arcivescovo di Magonza. Il 2 dicembre 1291 Enrico d'Assia acconsentì all'insediamento dei Guglielmiti a Witzenhausen, dove essi presero un convento vicino alla chiesa di S. Nicola, avuto per breve tempo dalle monache cistercensi di Anrode. Con l'aiuto del langravio, dell'aristocrazia del luogo - fra cui i signori di Hanstein, Boyneburg e Urslar-Gleichen - e dei borghesi più abbienti della piccola cittadina, il convento ebbe un grande sviluppo che gli procurò un benessere che solo raramente fu possibile riscontrare nei monasteri guglielmiti. Fra il 1282 ed il 1288 alcuni di loro andarono a Sinnershausen, dove Goffredo di Unterkatz ed il suo feudatario Bertoldo di Henneberg resero possibile l'edificazione del convento "Vallis Rosarum". Alcuni anni più tardi, nel 1299, Bertoldo donò loro il diritto di patronato sulla parrocchia di Wasungen, dove essi all'inizio del secolo costruirono un monastero. All'inizio del XIV secolo, li si trova a Muelversted, dove il signore di Salza li aveva chiamati. Nel 1331 Enrico di Orlamuende li invitò ad erigere un monastero nella sua città, il "novum forum" Orlamuende, presso la chiesa di S. Giacomo, ed essi lo fecero in breve tempo con l'aiuto dei conti di Orlamuende e dei signori di Eichenberg. Attorno al 1396 il conte Ernesto di Gleichen, la cui famiglia si era già resa benemerita nei confronti degli eremiti di Witzenhausen, con l'approvazione dell'arcivescovo di Magonza donò all'Ordine la cappella della Deposizione nei pascoli vicino a Graefentonna, per l'edificazione di un convento che, come il provinciale dell'Ordine ammise, doveva essere costruito secondo il volere del fondatore. Ernesto di Gleichen e suo figlio, che aveva il medesimo nome, nel 1405 trasferirono al piccolo convento, mai giunto ad avere una particolare importanza, il patronato delle parrocchie di Osttonna e di Graefentonna, consentendo così loro di diventare indipendenti. A parte piccole differenze, per tutte le case qui menzionate valse quanto disse il vescovo Otto di Wuerzburg nel 1337 del convento guglielmita di Wasungen: "habet reditus tenues et exiles immo severa premitur onere paupertatis". I Guglielmiti della Germania centrale, infatti, condussero una vita modesta. I redditi derivanti dai pochi MANSEN di terreno agricolo, le decime e le elemosine solo di rado erano sufficienti al mantenimento dei conventuali, cosicchè nei loro documenti le lamentele circa la povertà e lo stato di bisogno non cessarono sostanzialmente mai.

3. SEDI PIANIFICATE A NORD DELLE ALPI

Dopo la frenetica espansione che raggiunse il suo culmine nel 1250 e che improvvisamente si interruppe nel 1256, a nord delle Alpi, come mostra il panorama finora pervenuto, sorsero qua e là nelle vicinanze di fondazioni più antiche nuovi conventi guglielmiti. Questi insediamenti più recenti dovettero la loro edificazione più all'iniziativa dei singoli fondatori ed alle riflessioni materiali dei loro conventi madre, che non allo zelo religioso e alla volontà di espansione che fra il 1245 ed il 1256 avevano fatto sorgere ovunque monasteri guglielmiti. Che dopo la fine del XIII secolo il grande periodo dell'Ordine fosse terminato, lo dimostra, meglio di uno sguardo statistico comparativo, la crescente avversione dei Guglielmiti nel XIV e nel XV secolo, alla fondazione di nuovi conventi, nonostante venissero loro create condizioni relativamente favorevoli. Questa svogliatezza, che alla metà del XIII secolo, caratterizzata dallo slancio verso la fondazione in qualsiasi luogo di nuovi insediamenti, anche nelle peggiori condizioni, sarebbe stata impensabile, deve essere considerata già a partire dalla svolta verso il XIV secolo. Nel 1283 Giovanni von Oudenaarde dovette rinunciare ad un convento guglielmita nella sua signoria di Flobecque nello Hennegau, sebbene il 2 settembre 1283 mettesse a disposizione del provinciale della provincia francese i beni necessari. I suoi sforzi non ebbero successo. Nella tradizione dell'Ordine non si parla mai di un convento guglielmita a Flobecque. Alcuni decenni più tardi, nel 1310, Enrico di Henneberg e sua moglie offrirono all'Ordine la possibilità di edificare un monastero a Steinbach-Hallenberg, dove i Guglielmiti possedevano una chiesa già dal 1308, per consentire loro di vivere in quel luogo "quiete et libere". Anche la loro offerta non venne raccolta. Lo stesso accadde nel medesimo periodo all'abate di S. Bavo a Gent. I Guglielmiti non fecero uso della sua autorizzazione a costruire un monastero nella parrocchia di Hannekinswerve, presso Sluis, a lui soggetta. La causa del fallimento di questi piani non è certamente da ricondurre soltanto ai Guglielmiti. Molti fattori possono essere entrati in gioco. Non è quasi possibile chiarirli, dal momento che le notizie sulle fondazioni non realizzate, come si può ben capire, sono state tramandate solo in maniera sporadica e per lo più casuale. La situazione è diversa in alcuni casi risalenti al XIV ed al XV secolo. La ragione del fallimento va evidentemente ricercata nella rassegnazione e nel disinteressamento da parte dell'Ordine. Questo nel frattempo cercava soltanto, più che altro, di difendere la posizione raggiunta fino a quel momento, e non pensava più a fondare nuove sedi. Allorchè Guglielmo di Wachtendonck volle donare ai Guglielmiti di Dueren e Grevenbroich una cappella per l'edificazione di un convento per 6-8 frati, essi mostrarono scarsa propensione ad iniziare sulle "upper Heyden" [letteralmente: "alte alture"] la faticosa costruzione di un monastero. Con gli eremiti di Juelich fallì nello stesso secolo anche il tentativo di Giovanni I di Lauenburg e di suo zio Guglielmo IV e di Juelich, di fondare a Kuedderwoerde, nello Holstein, un piccolo convento nel quale i Guglielmiti avrebbero dovuto conservare ed onorare le reliquie di S. Uberto, cui gli abitanti di Juelich erano molto devoti. A Venceslao Snorbach da St. Hubert (S. Uberto) nelle Ardenne, incaricato della preparazione della fondazione, Giovanni di Lauenburg donò il 12 settembre 1495 la chiesa parrocchiale di Kueddenwoerde. Quando si trattò di inviare da Grevenbroich o Dueren alcuni Guglielmiti al convento per il quale Guglielmo IV, su richiesta degli abitanti di Lauenburg, aveva ottenuto la conferma, assieme a privilegi ed indulgenze papali, attraverso il suo procuratore di Roma, essi non furono evidentemente in grado di farlo, nonostante le molteplici richieste del loro signore. In seguito a ciò, il 17 gennaio 1497 Giovanni modificò la sua donazione; invece del convento guglielmita di S. Uberto che era stato pianificato, sorse un ospedale di cui si occuparono i frati dell'Ordine del Santo Spirito. Nel 1366 i Guglielmiti di Witzenhausen attribuirono alla mancanza di nuove leve, alla povertà del loro convento ed infine ai disordini che in generale caratterizzavano il paese, la responsabilità del fatto che non si sentivano in grado di fondare una sede nella contea di Bueddingen, sebbene Enrico III di Isenburg volesse creare loro i presupposti per la creazione di un convento presso la cappella di S Nicola a Buedingen. Nel 1427 i conventuali di Witzenhausen assecondarono tale richiesta. Quando infatti il vescovo di Paderborn chiese loro di ricostruire il monastero cistercense di Lilienthal a Detmold, distrutto nella faida EVERSTEINISCH, essi accettarono la sua richiesta. Già cinque anni più tardi, tuttavia, si pentirono di questa decisione presa "cum anxiis et doloribus", cosicchè portarono a termine la ricostruzione e lasciarono Lilienthal. Essi preferivano servire Dio altrove in modo più tranquillo e più ardente di quanto non fosse possibile - come essi dicevano - nell'ambito della difficile ricostruzione di quel luogo.

4. LA PROVINCIA TOSCANA

Mentre a metà del XIII secolo i Guglielmiti fondavano con grande slancio un convento dopo l'altro al di là delle Alpi, nel medesimo periodo, in Italia, il numero delle sedi diminuiva. Gli antichi eremi di S. Antonio, di Torre di Palma e di Monte Fabali, che appartenevano all'Ordine dall'inizio del XIII secolo, preferirono unirsi agli Eremi Agostiniani o ai Cistercensi, anzichè continuare a rimanere legati all'Ordine che dal 1245 era orientato prevalentemente verso il nord. Soltanto alla fine del XIII secolo, quando al di là delle Alpi l'espansione dell'Ordine cominciò ad arrendersi, cominciò nuovamente la sua diffusione in Italia. Prendendo antiche abbazie decadute, per lo più nel XII e nel XIII secolo, i Guglielmiti riuscirono a compensare le perdite e perfino ad aumentare il numero delle loro sedi. Nella quasi totalità dei casi si trattava di case situate nelle vicinanze di più antichi conventi guglielmiti, cosicchè anche alla fine del secolo l'Ordine era circoscritto alla Toscana e ai territori circostanti, il che giustifica la definizione di "Provincia Toscana" per l'intera provincia italiana dell'Ordine. Nel Lazio, dove già prima del 1251 i Guglielmiti avevano fatto il loro ingresso, la loro prima sede di S. Angelo fu sostituita con il convento, più grande, di S. Maria e S. Paolo. Fra il 1278 ed il 1282, l'allora cardinale diacono Giacomo Savelli, la cui famiglia aveva molti possedimenti vicino ad Albano, aveva cominciato la costruzione del monastero nel quale, nel 1282, aveva fatto entrare dodici monaci sotto la guida di un priore. Egli destinò al loro mantenimento i redditi derivanti da beni terreni che si trovavano ad Albano, nei pressi di Castel Gandolfo e nelle immediate vicinanze di Roma, sulla Via Appia. Proprio a Roma, già prima del 1268, l'Ordine aveva preso la chiesa di S. Balbina, sorta nel periodo tardo antico, ed il monastero benedettino ad essa annesso, che aveva anch'esso dei possedimenti sulla Via Appia, fra cui il famoso "Ager Florealis". Alla cerchia dei conventi situati nei pressi di Roma apparteneva probabilmente, già nel XIII secolo, l'eremo di S. Pietro de Palubrio, del quale si sa soltanto che si trovava 14 miglia a sud della città. Proprio all'influenza del cardinal Savelli i Guglielmiti dovettero la cessione fatta loro nel 1283, e cioè un anno dopo l'acquisizione del monastero presso il lago d'Albano, da parte del vescovo Gerardo di Sabina del monastero benedettino di S. Giovanni ad Argentella, situato a nord di Roma e sorto nell'VIII secolo; in questo modo essi posero fine alla sua decadenza. Il cardinale venne loro in aiuto attraverso donazioni tratte dal patrimonio della sua famiglia in Sabina, non senza assicurarsi, quale signore di Palombara e Castellione, il diritto di baliato sull'abbazia, la cui chiesa romanica è stata conservata. Più o meno nello stesso periodo, gli eremiti presero una chiesa situata molto più a nord, vicino a Corneto (Tarquinia), nella quale, fino allora, avevano provveduto all'attività pastorale dei preti secolari. Nel 1279 ai Guglielmiti della diocesi di Orvieto, che già nel 1237 da S. Guilelmo ad Acerona avevano riformato il monastero benedettino di S. Maria in Mazzapalu, si unirono i Benedettini di S. Pietro in Aquaorta. Il loro abate, Ambrogio, credette che il monastero "quod inter cetera monasteria esse consueverit in spiritualibus et temporalibus opulentum" nell'Ordine dei Guglielmiti potesse ricominciare una nuova vita, dopo essere stato mandato in rovina dalle circostanze (temporali) e dalla "malitia" dei vicini. All'abbazia di S. Pietro era collegato il diritto di patronato su S. Giovenale ad Orvieto. Attorno al 1300 i Guglielmiti tentarono di trasformare questo diritto in una vera "cura animarum". Non riuscirono tuttavia nel loro intento. In seguito la chiesa tornò ad essere gestita da preti secolari, e a tale proposito fu accordato all'abbazia soltanto un limitato diritto di essere consultata. Solo più tardi sembra che i Guglielmiti siano riusciti, oltre ai Francescani ed ai Domenicani, ad edificare ad Orvieto un convento "cum cura animarum", e a celebrare il "Divinum Officium" in S. Giovenale, dove ancora nel XIII secolo i Catari avevano officiato il loro culto eretico. I Guglielmiti italiani conobbero la crescita più significativa in Toscana, terra d'origine del loro Ordine. Qui essi riuscirono ad aumentare la consistenza dell'Ordine attraverso l'incorporazione o l'annessione di numerose abbazie situate nei dintorni della casa madre. Nel 1285 essi giunsero nei possedimenti dell'abbazia di S. Quirico, sorta nell'XI secolo, con l'autorizzazione del vescovo Roger di Massa e del loro benefattore Giacomo Savelli, nel frattempo elevato al soglio pontificio. Al momento del trasferimento ai Guglielmiti, l'abbazia era così rovinata, che in essa non dimorava un solo conventuale. Già nel 1243 Innocenzo IV aveva voluto rimuovere la situazione del convento, situato nelle vicinanze della città etrusca di Populonia, mediante l'ingresso di Eremiti Agostiniani toscani, ma non ci era riuscito. Nello stesso giorno in cui Onorio approvò la riforma dell'abbazia di S. Quirico, cedette ai Guglielmiti l'abbazia di S. Pancrazio al Fango, distante pochi chilometri dalla casa madre, il cui antico splendore si era estinto a tal punto, "ut ei a personis ipsius Ordinis omnino deserto desolationis irreparabilis immineret detrimentum ". L'abbazia, soggetta direttamente alla Curia romana, era sorta su un territorio che Ludovico il Pio [LUDWIG DER FROMME] il 19 dicembre 813 aveva donato all'abbazia di S. Antimo situata nei pressi di Montalcino, e fino all'XI secolo era rimasta soggetta all'abate di Antimo. Nel 1291 l'antica abbazia, annoverata fra i primi e più significativi monasteri benedettini, finì, assieme ai suoi possedimenti, diritti e conventi dipendenti, nelle mani dei Guglielmiti. Nel XV secolo i Guglielmiti si gloriavano ancora del loro patrimonio, che diede realmente motivo ad alcuni di affermare che l'Ordine potesse far risalire le sue origini fino all'epoca carolingia. Su iniziativa del cardinale di S. Nicola in Carcere Tulliano, il futuro Papa Bonifacio VIII, Nicola IV, mediante la cessione di questo importante convento imperiale, volle aiutare gli abitanti della casa madre, in gran parte distrutta da una catastrofe temporalesca, a trovare una nuova dimora. Essi dovevano trasferire la loro residenza e con essa la sede centrale dell'Ordine, a Castiglione della Pescaia, dove l'abate di S. Antimo possedeva una chiesa di S. Giovanni. I Guglielmiti, sebbene avessero essi stessi fatto richiesta di questo trasferimento, non fecero alcun uso dell'offerta della Curia: il luogo in cui il loro patrono aveva vissuto ed era morto era loro evidentemente troppo vicino perchè potessero abbandonarlo. Ai priorati dell'abbazia, che con tutti i suoi membri venne incorporata all'Ordine, appartenevano anche i due conventi di S. Bartolomeo de Sestinga e di S. Mato, nella vallata inferiore dell'Arno. S. Bartolomeo confinava, come il convento di S. Pancrazio preso già alcuni anni prima, direttamente con il territorio della casa madre di Malavalle, per cui alla fine del XIII secolo, attorno alla tomba dell'eremita, era sorto un vasto "territorio" spirituale.

 

CAP. V

LE DIVERSE CIRCOSTANZE DELLO SVILUPPO

Dopo aver affrontato a grandi linee l'espansione dell'Ordine, è evidente, come già accennato, che, a causa della situazione geografica ed economica dei conventi, della condizione sociale dei fondatori e della origine degli uomini dell'Ordine, ci si interroghi sulle circostanze in cui l'Ordine si sviluppò a partire dal XIII secolo, e che si studino a fondo i cambiamenti di fatto, a cominciare dal XIII secolo, dalla sua particolare impostazione, in origine eremitica. Nell'ultimo venticinquennio del XIII secolo, come già si è detto, i Guglielmiti portarono avanti, in Italia, la riforma delle abbazie benedettine toscane. Essi dovettero la possibilità di adempiere a tale compito, assegnato loro per primo da Gregorio IX, alla Curia, in particolare ai cardinali, ed in seguito papi, Giacomo Savelli e Benedetto Gaetani, i quali non persero occasione per promuovere l'Ordine. Entrambi i prelati motivarono la cessione dei monasteri, in gran parte soggetti direttamente alla Santa Sede, con la loro particolare "affectio" all'Ordine, che aveva avuto origine nel periodo in cui essi, come cardinali protettori, erano incaricati di assisterli in maniera particolare. Contemporaneamente essi richiamarono l'attenzione sulla qualità dell'Ordine a loro nota, ossia "religionis fervor, caritatis ardor et honestatis splendor", che potevano far sperare in una felice realizzazione della riforma. L'assistenza dei Papi, che si espresse anche in una particolare devozione a S. Guglielmo, liberò i Guglielmiti del peso delle preoccupazioni di ordine materiale che invece gravava sui loro confratelli al di là delle Alpi. Le abbazie da loro acquisite erano in generale ben dotate e possedevano una grande quantità di chiese, cappelle e ricoveri dipendenti da esse, anche se spesso, tuttavia, erano destinati ad altro uso e venivano mandati in rovina. In Italia, perciò, il compito dei Guglielmiti, nella maggior parte dei casi, consistette nel recuperare la grande sostanza patrimoniale messa assieme nei secoli, e nel farla fruttare. In tali circostanze, le nuove acquisizioni di terreni ebbero per i Guglielmiti italiani soltanto un ruolo secondario. Alla riforma dei conventi menzionati non fu collegata soltanto l'acquisizione di proprietà terriere, in sè degna di approvazione, bensì anche quella delle consuetudini delle antiche e venerabili abbazie. Ciò fu tuttavia per i Guglielmiti, come il tempo dimostrò, un cavallo di Troia. La plurisecolare formula benedettina fu infatti a lungo andare più forte della spiritualità eremitica e della volontà di riforma dei Guglielmiti. Il loro Ordine, costretto dalle condizioni economiche e sotto la spinta della tradizione, si adeguò ai Benedettini dando così inizio all'allontanamento dai conventi situati al di là delle Alpi, che andarono per un'altra strada. I monasteri fondati nel XIII secolo a nord delle Alpi, non si svilupparono in maniera così chiara ed uniforme come quelli della provincia madre toscana. Se anche in origine la Curia avesse avuto intenzione di fare dei Guglielmiti inviati verso il nord degli alleati attivi nella cura d'anime, dando così all'Ordine un'impostazione chiaramente determinata, bisogna considerare questo progetto come fallito, dal momento che il reale sviluppo della loro comunità prese tutt'altra direzione. I Guglielmiti nella loro espansione evitarono in generale le città, ambito della cura d'anime e di agitazione politica, cercando invece la solitudine, scopo di tutti gli eremiti. La trovarono nelle regioni non ancora toccate nel XIII secolo dallo sviluppo del territorio d'antico insediamento: nella zona costiera delle Fiandre, nelle Ardenne, nella Foresta Nera e nella Selva Turingia, ed infine nelle colonie orientali, in Pomerania, nel Brandeburgo, in Ungheria, ed in Boemia. Qui la vita non era certamente idilliaca. Solo mediante il duro lavoro e grandi sacrifici, gli eremiti, i monaci ed i conversi riuscirono ad edificare nelle regioni aride o incolte dei conventi che non dovettero essere abbandonati già dopo breve tempo. Così, ad esempio, gli inizi del loro convento di Biervliet, situato nelle Fiandre marittime furono così poveri, che i suoi primi abitanti, Ugo di Antwerpen e sette confratelli, non poterono festeggiare la fondazione del loro convento con vino o birra, ma soltanto con un sorso d'acqua, come la tradizione dell'Ordine riferisce molto concretamente. I monaci furono in grado di porre fine alla miseria iniziale del loro convento, fondato nel 1249 su terreni incolti da Margherita delle Fiendre, soltanto attraverso la lunga e faticosa coltivazione della loro proprietà terriera accresciuta nel corso del XIII secolo dalla donazione dei conti delle Fiandre; il che fino a quando la grande piena del 1376 non annientò il loro lavoro. Queste condizioni caratteristiche dei conventi situati nella zona costiera, sussistevano, in forma diversa, anche per una serie di conventi dell'interno. A Burlo, ad esempio, a partire dal 1267, i Guglielmiti incrementarono sostanzialmente le loro entrate soltanto mediante la coltivazione dello "ZWOLLSCHEN VENNS". Questa bonifica delle terre e la coltivazione che ad essa seguiva nell'ambito di un'amministrazione in proprio, che fu innanzitutto la più importante fonte di reddito dei conventi di campagna, vennero fondamentalmente realizzate dai conversi, i cui diritti e doveri venivano regolamentati dagli statuti dell'ordine sul modello dei Cistercensi. Numerose sedi sorsero nei paesi dell'interno, anche laddove altri religiosi non vedevano più alcuna possibilità di sopravvivenza a causa delle cattive condizioni del terreno e di donazioni troppo esigue. In molti casi, come ad esempio a Bernardfagne, i Guglielmiti presero degli eremi che potevano servire come base per l'esistenza di uno o due eremiti solamente, e non per un convento. Soltanto attraverso un duro sacrificio e la tenacia, essi riuscirono in questi casi a garantire almeno un minimo per l'esistenza. A tale proposito, accanto alla esenzione da determinati tributi, tornò loro utile la possibilità, già concessa nel XIII secolo dalla Curia e dall'episcopato, di accettare e raccogliere elemosine per il proprio mantenimento e per la costruzione dei conventi e delle chiese conventuali. E' evidente che i conventi sorti in tali circostanze non potevano essere grandi. Attorno al 1270 i conventi dell'Ordine contavano in media 5-10 conventuali, una frazione, quindi, dei tredici monaci che secondo l'antico uso monastico costituivano inizialmente un convento. Nessun convento dell'Ordine raggiunse mai il numero di quaranta conventuali che consentiva ai monasteri cistercensi di fondare delle sedi figlie. Sebbene i Guglielmiti ricercassero nel XIII secolo soprattutto l'isolamento, alcuni dei conventi sorsero nelle immediate vicinanze delle città; così fu a Parigi, Worms, Spira e Magonza. Nel XIV e nel XV secolo il numero di questi conventi di città aumentò, giacchè non era più possibile per i Guglielmiti conservare i loro conventi appartati e danneggiati da guerre o da catastrofi naturali; essi quindi li abbandonarono per andare a vivere all'interno delle mura delle città, come a Bruegges o Aalst. Neppure nei più antichi conventi di città, situati al di fuori delle mura di protezione, fu possibile sottrarsi all'influenza della vita cittadina. Poichè qui non era praticamente possibile vivere dei frutti del proprio lavoro manuale, le loro entrate consistevano in massima parte in elemosine, rendite ed oblazioni, come accadeva nei conventi di campagna. Questo modo di assicurarsi il mantenimento avvicinò i conventi cittadini agli Ordini mendicanti che si garantivano l'esistenza nello stesso modo. Non stupisce di conseguenza il fatto che i Guglielmiti, abbastanza spesso, venissero assimilati ad essi, sebbene la mendicità non fosse certo per loro di fondamentale importanza, come invece lo era per i frati questuanti; per loro, infatti, essa non aveva sostanzialmente altra funzione se non quella di incrementare i redditi derivanti dal proprio lavoro, dalle decime e da altri tributi similari. A Parigi, dove una persona beffarda come Ruteboefe già nel 1263 rammentava ai Guglielmiti solo in senso ironico la vita da eremiti di un tempo, il re Filippo IV rilevò chiaramente questa particolare funzione della mendicità per i Guglielmiti: "sont povres medians et n'ont point de propro, combien que leur ordre soit fondée sur propro". La cerchia di persone che rese possibile l'espansione dei Guglielmiti al di là delle Alpi era, per quanto riguarda la sua composizione, diversa e più variegata rispetto a quella che aveva appoggiato l'ordine in Italia, i cui componenti furono da ricercare quasi esclusivamente nella Curia. Conformemente alla caratteristica fondamentale dell'Ordine, eremitica e volta ad un'esistenza rurale, tale cerchia si componeva sostanzialmente di membri dell'aristocrazia. Oltre alla devozione personale ed ai numerosi rapporti casuali o genealogici, non sempre chiari, di cui si dirà più avanti, furono non da ultimo interessi di tipo economico che li portarono a sostenere l'Ordine. La grande nobiltà, fra cui la contessa delle Fiandre assieme ai suoi potenti pari e ai suoi vassalli, poterono incaricare i Guglielmiti, che erano senza pretese, della bonifica e della coltivazione dei territori che si trovavano ancora intatti nei loro possedimenti, e cioè più o meno le fasce costiere, senza dover temere che i loro insediamenti portassero ad un'eccessiva concentrazione di potere. In parte sulla base del libero prestito, i Guglielmiti si resero benemeriti nelle Fiandre della trasformazione, nel XII secolo, dei terreni comitali incolti, arginati certo, ma non ancora coltivati. Con questa coltura intensiva essi portarono avanti, sebbene in misura molto più ridotta e con molta meno manodopera, il lavoro intrapreso dalle grandi abbazie di S. Bavo e di S. Pietro a Gent, e, dopo di loro, dai Cistercensi. In alcuni casi, come ad esempio a Wasungen e a Mengen, il divieto esplicito di stabilirsi nelle città "LANDESHERRLICH" [cioè città sotto il dominio di un signore] , doveva impedire all'Ordine di trascurare l'attività agricola a favore della mendicità loro fondamentale consentita. Il proposito di far partecipare in certo qual modo l'Ordine ad una fase avanzata di sviluppo del territorio e di una utilizzazione più intensiva dei propri possedimenti, giocò certamente un ruolo importante anche per conventi ed abbazie come quelli di Stablo-Malmedy, di S. Germano, di S. Ciriaco e di S. Albano, che cedettero ai conventi dell'Ordine una parte della loro proprietà immobiliare in cambio di tributi, dal momento che l'iniziativa ed anche la necessità di una sua trasformazione e di un suo utilizzo più intensivo partirono proprio da loro. La maggior parte dei conventi guglielmiti dovettero tuttavia la loro fondazione ed il sostegno ricevuto non all'alta aristocrazia ed alla chiesa, bensì alla nobiltà minore. Quest'ultima fondò e promosse i conventi dell'Ordine come proprii conventi domestici, le loro chiese come sepolcri, i loro conventi come asilo per i figli minori, che qui, assieme ai figli di borghesi e contadini, potevano intraprendere la vita monastica senza una grossa dote. La semplicità dei Guglielmiti consentiva a questo ceto, che conduceva una vita di ristrettezze dal punto di vista materiale, collocato in una situazione precaria, fra un dominio territoriale in espansione ed il predominio economico delle città, di acquisire, mediante la donazione di pochi HUFEN [antica misura terriera], benemerenze simili a quelle che i signori ed i nobili dell'alto medioevo avevano potuto avere soltanto grazie ad ampie cessioni. Nel basso medioevo, nell'ambito dell'intero capovolgimento sociale ed in seguito al crescente trasferimento dei conventi nelle vicinanze dei centri abitati cittadini, si rafforzò il legame dell'Ordine con la borghesia, che contribuiva al mantenimento dei conventi attraverso numerose donazioni, anche se non sempre significative, e che mandava i figli come professi nei conventi dei Guglielmiti, dove essi, nel XIV e nel XV secolo, diedero, sotto l'aspetto corporativo, il colpo decisivo. Mentre in Italia lo sviluppo si risolse nell'adeguamento dei Guglielmiti ai Benedettini, nel nord, come risulta da un rapido sguardo d'insieme, l'Ordine seguì i Cistercensi non soltanto dal punto di vista temporale, ma anche per quanto riguarda molteplici tratti fondamentali. Assieme al "ramo" femminile dei Cistercensi, l'Ordine dei Guglielmiti appartiene alle comunità religiose che fecero l'ultimo, anche se debole, tentativo di fare della terra e dei rapporti agrari la base di un Ordine - mentre nel medesimo periodo la città ed i rapporti borghesi determinarono il carattere dei grandi Ordini del futuro. Le condizioni economiche, il limitato isolamento ed un'aristocrazia non più disposta o in grado di fare grosse donazioni, si collegarono alle intenzioni ascetiche dell'Ordine, portando ad una forma di vita che nella sua povertà e nella sua solitudine rurale - e non da ultimo attraverso il numero ristretto dei conventuali - rappresentò quello che altri Ordini eremitici più importanti poterono raggiungere soltanto mediante complicate sintesi di elementi eremitici e cenobitici: la combinazione della vita eremitica con le esigenze della vita comunitaria monastica. Non ci si può tuttavia non rendere conto che, al più tardi a partire dal XIV secolo, anche nel nord l'esistenza dei Guglielmiti perdette il suo carattere eremitico. La possibilità che i Guglielmiti, diversamente dai primi Cistercensi, ebbero davanti a sè di distribuire la loro proprietà, ed ancor di più le forme di guadagno ottenute mendicando e praticate inizialmente nel XIII secolo soltanto a scopo compensativo, annientarono di nuovo le condizioni favorevoli ad una vita eremitica cui erano giunti attraverso la propria volontà e molteplici circostanze di tipo economico. Il proprio lavoro manuale, la vita in solitudine e la meditazione diminuirono, senza però che subentrasse al loro posto l'attività degli Ordini mendicanti, totalmente diversa e collegata sostanzialmente alla città ed alle attività borghesi, e senza che la vita dei Guglielmiti giungesse ad un nuovo equilibrio.

 

CAP. VI

L'UNIONE FRA GUGLIELMITI ED EREMITI AGOSTINIANI ( 1256-1266)

Gli anni dal 1245 al 1256 furono densi di avvenimenti e rappresentarono per l'Ordine un periodo non soltanto di rapida crescita, ma anche di tensioni interne e di minacce dall'esterno. Com'era facilmente prevedibile, già poco dopo l'espansione al di là dei confini della Toscana, emersero disaccordi ed opposizioni al nuovo sviluppo, che tuttavia non furono in un primo momento così forti da distruggere l'unità dell'Ordine. Ad una reale minaccia circa l'esistenza autonoma dell'Ordine quale "Ordo eremiticus" si giunse soltanto nel 1256, nell'anno, quindi, in cui i Guglielmiti raggiunsero il loro culmine, ed in cui, contemporaneamente si concluse la prima grande ondata di espansione. Questa minaccia, ossia la fusione nell'Ordine degli Eremiti Agostiniani, formato nel 1256, aveva la sua origine soltanto in minima parte nelle difficoltà interne all'Ordine. Essa proveniva dalla Curia, dove in quell'anno il cardinale diacono di S. Angelo in Pescheria, Riccardo Annibaldi, cercava di portare a termine molto energicamente le disposizioni volte alla riorganizzazione del movimento eremitico italiano, ed iniziate molto tempo prima. Nel corso della diffusione dell'Ordine al di là delle Alpi, già attorno al 1250 fu possibile notare segnali di disordine ed accenni di una divisione, nel momento in cui emerse che la guida dell'Ordine a Malavalle non era più in grado di mantenere il controllo sulle nuove sedi e di impedire evoluzioni particolari che minacciavano l'unità dell'Ordine. Ciò risulta chiaramente dal fatto che l'11 ottobre 1250 essi si videro costretti ad invocare, attraverso l'intervento di Innocenzo IV, l'aiuto dell'episcopato tedesco contro i tentativi separatistici che provenivano da "Ordinis fugitivi et alii qui eorum fratres se nominant" e che condussero alla fondazione di conventi che si sottraevano alla generale Osservanza, e che si rivolsero all'Ordine "vilipendium, infamiam et scandalum", come accadde a Weissenborn attorno al 1250. Il pericolo della discordia non incombeva soltanto nel nord, dove poteva essere visto tutt'al più come fenomeno concomitante all'impetuosa espansione; esso fu molto più forte in Italia, patria dell'Ordine. Qui furono gli antichi eremi ad opporsi al nuovo corso che insisteva per la centralizzazione e l'espansione, dal momento che evidentemente davano poca importanza al fatto di rinunciare alla loro autonomia, a malapena limitata dall'accettazione della regola di Guglielmo, ed al fatto di assoggettarsi ad un priore generale. Già nel secondo venticinquennio del XIII secolo S. Antonio di Ardenghesca e l'eremo di Torre di Palma, che avevano aderito alla regola guglielmita rispettivamente nel 1211 e nel 1232, abbandonarono l'unione dell'Ordine. Verso il 1251 si costituì attorno a S. Benedetto di Monte Fabali una congregazione a sè o, più probabilmente, una frazione dell'Ordine, al cui vertice era un priore generale, come risulta da una bolla di Innocenzo IV indirizzata il 27 agosto 1251 al "Generali heremi S Benedicti de Monte Fabali ac ceteri priores et fratres heremitae Ordinis S. Guilelmi". Il convento di Monte Fabali non ritornò nell'unione dell'Ordine, ma rimase indipendente dalla casa madre; i suoi abitanti vennero designati in una bolla di Alessandro IV del 9 aprile 1256 come "Fratres Eremitae de Fabali", senza che si facesse notare altro della loro appartenenza agli altrettanto citati guglielmiti. Poco più tardi essi si unirono all'Ordine cistercense, dopo che nel 1253, al culmine della crisi, avevano pregato il Capitolo Generale dei Cistercensi di accoglierli, e dopo che erano stati giudicati da una commissione dell'Ordine degni di essere accettati. Nel 1254 le agitazioni raggiunsero il culmine. I frati dell'Ordine si videro costretti ad ottenere nell'ambito della Curia la destituzione di Giovanni, che fino ad allora era stato il loro priore generale. In un Capitolo Generale a A. Guglielmo, cui prese parte un priore domenicano, quale rappresentante del cardinale di S. Sabina, incaricato del Compromesso, si ebbero le dimissioni del priore generale e fu eletto quale nuovo priore generale frate Guberto, che il vescovo di Forlì, su autorizzazione di Innocenzo IV, confermò ed insignì della carica. I retroscena di questo contrasto, che emergono soltanto dai registri papali, e di cui invece non si fa parola nella tradizione dell'Ordine, rimangono a noi sconosciuti. I priori generali Giovanni e Gubertus hanno evidentemente esercitato il loro ufficio solo per breve tempo, e sembra siano stati più che altro esponenti di gruppi contrapposti che non vere e proprie guide dell'Ordine, come furono invece senza dubbio i loro successori Guglielmo (circa 1260-169), Lamberto (circa 1269-1273), Marco (circa 1273-1279) e Raniero (morto el 1298). In quel periodo così critico per l'unità dell'Ordine, morì nel 1254 Innocenzo IV. La sua morte diede al cardinale Riccardo Annibaldi, nipote di Alessandro IV, la possibilità di attuare il piano, da lungo tempo preparato, per l'unificazione degli eremi e delle comunità eremitiche, molto numerose in Italia, e di porre fine contemporaneamente alle spiacevoli divisioni all'interno dell'Ordine dei Guglielmiti. Il 15 luglio 1255, in nome di Alessandro IV, egli ordinò ai priori dei Guglielmiti e degli eremiti di Monte Fabali, da questi separati, di inviare due rappresentanti per ogni convento con delega di voto da parte dei loro confratelli, ad un'udienza a Roma ancora da stabilire in maniera precisa. Lo stesso invito fu rivolto ai priori di molta altre congragazioni religiose italiane, che in parte erano comunità eremitiche ormai soltanto di nome: i Brettinesi, i Zambonini e gli Eremiti Agostiniani toscani, che, proprio come i Guglielmiti, erano giunti ad uno spiccato sviluppo organizzativo. I Brettinesi traevano il loro nome di "Fratres Eremitae de Brettino" dalla località di Brettino nei pressi di Fano, nella marca di Ancona, dove all'inizio del XIII secolo molti credenti si erano riuniti attorno ad una chiesa dedicata a S. Biagio, per seguire -dal 1228 secondo la regola agostiniana - Cristo povero in perfetta povertà come i Francescani. Già alcuni decenni dopo la fondazione, il gruppo, originariamente eremitico, predicando e mendicando si diffuse al di là dei confini delle Marche, dove, attorno alla metà del secolo, contava più di quaranta sedi. I Zambonini veneravano come fondatore Giovanni Bono, il quale, nato a Mantova nel 1168, da ragazzo abbandonò la sua patria ed andò come giullare in giro per il mondo, fino a quando, nel 1208, non si convertì andando a vivere come "peccator eremita" una vita di penitenza e di rinunce presso S.Maria di Budriolo, vicino a Cesena. Mentre egli fino alla sua morte visse la maggior parte del tempo da eremita, i suoi seguaci, che dal 1255 seguirono la regola agostiniana, girarono per la Lombardia e la Romagna predicando e mendicando come i Francescani ed i Brettinesi. Diversamente da quanto accadde ai Brettinesi, la tensione fra le intenzioni eremitiche del fondatore e la pratica apostolica degli anni successivi condusse a "multiplices contestationes et discordiae", cioè ad uno scisma dell'Ordine, al quale fu possibile porre fine soltanto con uno compromesso in cui Lanfranco da Milano fu eletto priore generale. In contrapposizione a questi gruppi di eremiti, per quanto riguarda gli Eremiti Agostiniani di Toscana si trattava di gruppi di eremiti non omogenei ed indipendenti gli uni dagli altri, e che risalivano in parte agli Eremiti Canonici dell'XI e del XII secolo. Solo nel 1244 essi erano stati riuniti in un unico Ordine secondo la regola agostiniana, e nel 1256 contavano più di 70 case, cosicchè erano il più importante dei gruppi convocati dal cardinale Riccardo. Quando, nell'aprile del 1256, i rappresentanti dei gruppi eremitici citati si riunirono in S. Maria del Popolo, venne loro presentato lo scopo del raduno, che non era stato ancora formulato in modo preciso nella bolla d'invito. Il cardinale, in nome del Papa, esortò gli eremiti a sciogliere le congregazioni in cui fino ad allora si erano riuniti, e ad unirsi in un unico Ordine. Dopo discussioni la cui vivacità si può soltanto immaginare, gli eremiti aderirono al progetto papale di unificazione: era sorto il nuovo Ordine degli Eremiti Agostiniani. Come conclusione del capitolo, Alessandro IV emanò, il 9 aprile 1256, la bolla "Licet ecclesiae catholicae", nella quale vennero riportate le conclusioni dell'assemblea e venne approvato il nuovo Ordine. Le donominazioni dei singoli gruppi di eremiti e congregazioni usate fino ad allora, vennero sostituite da quella comune di "Ordo Fratrum Eremitarum S. Augustini", tutte le Osservanze in vigore fino ad allora furono dichiarate nulle, e al loro posto fu riconosciuta come regola generalmente vincolante la regola agostiniana e Costituzioni proprie formulate poco più tardi. Affinchè l'unità giuridica fosse completa, tutti i privilegi conferiti ai singoli gruppi furono trasferiti all'intera unione. Per manifestare l'unità anche verso l'esterno, al posto dei diversi abiti dei vari Ordini, che, a causa della loro somiglianza con quello dei frati minori, avevano dato luogo a confusione e a contrasti, subentrò un unico abito: la "cuculla nigra cum zona cincta". Al vertice del nuovo Ordine subentrò colui che fino ad allora era stato il priore generale dei Zambonini, Lanfranco da Milano, il quale tuttavia non fu eletto dall'assemblea; fu la Curia a conferirgli questo incarico. Gli vennero riconosciuti ampi poteri, di includere nella unione le case non presenti alla riunione in S. Maria del Popolo, e di vincere eventuali resistenze mediante punizioni imposte dalla chiesa. Al suo fianco era il cardinale Riccardo Annibaldi, il vero promotore dell'unificazione, al quale Alessandro IV trasferì il protettorato sull'Ordine e tutti i poteri che competevano al cardinale protettore dei Francescani, in questo caso ad Alessandro IV stesso. Con questa unificazione, fino ad allora mai avvenuta, la Curia perseguiva diverse finalità. Essa volle condurre ad unità e ad un chiaro ordinamento il gran numero di eremi e di comunità eremitiche, che popolavano l'Italia ed i territori ultramontani seguendo regole differenti e consuetudini differenti per quanto riguardava la condotta di vita e l'abito, e volle porre fine alle loro discordie nella compagine di un unico Ordine: "sic appareat distincta diversitas, ut non sit confusio indescreta...sed singula queque certum proprii modi Ordinem sortiantur". Contemporaneamente la Curia volle portare a compimento un'altra tendenza già emersa nella storia delle congregazioni unite. Essa si propose di fare dei gruppi eremitici un Ordine di semplici pastori d'anime, nel quale la vita lontano dal mondo doveva assolutamente passare in seconda linea di fronte alla opere della vita apostolica, compiti questi, che al Papa ed all'esperto cardinale Riccardo Annibaldi, in un periodo di disordine e di sovvertimento politico e religioso, dovevano sembrare più urgenti ed utili rispetto alla tensione alla salvezza personale. In base all'esempio degli Ordini questuanti - la cui forma organizzativa divenne il modello dello sviluppo organizzativo dell'Ordine degli Eremiti Agostiniani - dalle pecore "erranti " doveva nascere un gregge, e da deboli gruppi doveva costituirsi un esercito compatto quale arma "ad hostiles spiritualis nequitie impetus conterendos", come viene felicemente detto nella bolla "Licet ecclesiae catholicae". A tale scopo provvidero direttamente una serie di disposizioni emanate dopo la conclusione delle assemblee di unificazione, che promossero l'attività pastorale mediante privilegi, che prescrivevano il trasferimento dei conventi di campagna nelle città, e che richiedevano una rigida pratica della povertà. Con tali pretese in contrasto con la pratica fino ad allora tipica di una parte degli eremiti, la Curia, stando alla testimonianza dello storico agostiniano Giordano von Quedlinburg, destò fra gli eremiti disordine e contrasti. In ciò potevano sentirsi solidali con i Carmelitani, che alcuni anni prima, sotto Simone Stock, avevano dovuto adeguare la loro regola eremitica agli incarichi pastorali - disposizione questa che anche i Serviti eseguirono e che i Camaldolesi temettero, nel momento in cui chiesero alla Curia l'approvazione della loro autonomia e della condotta di vita tenuta fino ad allora. Mentre i Zambonini, i Brettinesi e gli Eremiti Agostiniani, come i Carmelitani ed i Serviti, si rassegnarono a questo nuovo sviluppo ed in seguito cercarono di difendere il più possibile molto della loro identità, e nel nuovo ordine pastorale, di creare all'eremitismo una dimora per vie traverse ed in forma diversa, i Guglielmiti opposero energicamente resistenza. A quel tempo dovevano già aver saputo che con l'adesione a tale unione, con l'accettazione di una denominazione d'Ordine a loro estranea e con la perdita del loro abito, della loro regola e delle loro Costituzioni, avrebbero rinunciato alla storia vissuta fino ad allora, all'eredità di Guglielmo di Malavalle. Una rottura, questa, che la rinuncia alla proprietà comune dell'Ordine, decisa nell'ambito dell'assemblea di unificazione, ed il fatto che, se per Zambonini e Brettinesi questa decisione significava soltanto una conferma della pratica di povertà fino ad allora seguita, per gran parte degli insediamenti guglielmiti essa avrebbe determinato la perdita dei presupposti materiali per il loro modo di vivere eremitico-contemplativo. Già una volta, nel 1243, erano stati minacciati da questo pericolo, tuttavia quella volta erano sfuggiti al cambiamento del loro modo di vivere ed alla perdita della loro indipendenza. Quando infatti nel 1243 Riccardo Annibaldi, su incarico di Innocenzo IV, in una prima fase del progetto di unificazione realizzato nel 1256, aveva unito un gran numero di gruppi di eremiti che vivevano in Toscana secondo la regola agostiniana o senza alcuna regola particolare, alla congregazione già menzionata degli Eremiti Agostiniani, e lo aveva messo al servizio della "cura d'anime", i Guglielmiti erano stati espressamente esclusi dell'assemblea avente anch'essa luogo a Roma. Anzichè l'unificazione o lo scioglimento, Innocenzo IV aveva allora evidentemente ritenuto auspicabile l'addestramento dell'Ordine guglielmita. Il Papa, tuttavia, non aveva voluto liberare l'Ordine dei compiti pastorali. Su richiesta del clero universale, egli aveva ordinato ai Guglielmiti di adempiere ai doveri pastorali e di tenersi pronti, anche se non in linea di principio, tuttavia di volta in volta, per il servizio nella vigna del Signore. Quando, dopo la morte di Innocenzo IV, l'influenza di Riccardo Annibaldi cominciò ad aumentare nell'ambito della Curia, e le difficoltà interne misero a repentaglio l'unità dell'Ordine, non si ebbe più riguardo per la particolare evoluzione dell'Ordine guglielmita, sebbene Alessandro IV, con la sua entrata in carica, lo avesse ancora riccamente privilegiato. Nel 1256 i rappresentanti dei Guglielmiti non furono in grado di sottrarsi alle pressioni della Curia e dell'assemblea di unificazione. Anche se riluttanti e titubanti, come essi nel 1266 chiarirono, aderirono tuttavia in maniera giuridicamente vincolante all'unione, che dovette portare con sè un grande mutamento per quanto concerne il modo di vivere che fino ad allora li aveva contraddistinti. Subito dopo il Capitolo di S. Maria del Popolo, non appena presero coscienza del significato dell'unificazione, essi tentarono di revocare la loro adesione e di annullare la sanzione papale nella bolla "Licet ecclesiae catholicae". Già dopo quattro mesi questi tentativi furono premiati. Il 22 agosto 1256 Alessandro IV, con la bolla "Licet olim", dimise i Guglielmiti dall'unione e permise loro di conservare lo "status" d'ordine di prima, e cioè di continuare a vivere secondo la regola benedettina e le Costituzioni del loro Ordine "in solito habitu". Nello stesso periodo furono liberati dall'onere di tutti i tributi e fu loro consentito di conservare la proprietà comune e di incrementarla "contraria consuetudine vel statuto...non obstante". Otto giorni dopo questa concessione - di cui non sappiamo in quali circostanze sia stata ottenuta dalla Curia - il Papa conferì, in un certo qual modo come ultimo sigillo, il privilegio "Religiosam vitam eligentibus", che, in modo finora unico nella cancelleria papale, confermava l'Ordine non più come "Ordo monasticus", ma come "Ordo eremiticus". Una definizione, questa, che rompeva con la tradizionale suddivisione degli Ordini in "Ordo monasticus" e "Ordo canonicus", e che, a partire dal XII secolo, tenendo conto della crescente molteplicità degli Ordini, riconosceva una terza possibilità, l'Ordine eremitico. L'Ordine era salvo. Nonostante la ritrattazione, la decisione di adesione promulgata nella bolla "Licet ecclesiae catholicae" non mancò di produrre i suoi effetti. Fra il 1256 e il 1266, in Germania, i conventi di Bedernau, Schoental, Seemannshausen, Weissenborn, Waldboeckleheim, Oberried, Wilhelmsthal, Lippene ed Holte si unirono al nuovo Ordine, e li seguirono i conventi boemi ed ungheresi di Ostrov, Stockau e Komar, mentre le case francesi, olandesi ed italiane non tennero conto della bolla. Una parte di questi conventi, per lo più ancora in fase di sviluppo, dall'annessione all'Ordine agostiniano e dal trasferimento nelle città ad essa collegato, sembra si aspettasse dei vantaggi, altri rinunciarono alla propria indipendenza soltanto coercitivamente e dopo aver opposto resistenza. Ancora nel 1263, sia il convento di Schoenthal che quello di Seemannshausen, entrambi della diocesi di Regensburg, contrariamente alle esplicite proteste dei loro abitanti e per iniziativa del provinciale agostiniano Guido Salanus, furono costretti alla fusione dal vescovo di Regensburg Leo Thundorfer, (il) commissionario di allora e rappresentante dei diritti degli Eremiti Agostiniani. Con il consenso dei Francescani e dei Domenicani, consultati nell'ambito della valutazione dei rapporti giuridici, il vescovo si richiamò alla bolla "Licet ecclesiae catholicae" senza attribuire alcun valore giuridico alla sua revoca. Allo scopo di porre fine a questa incertezza giuridica e di impedire che scissioni mettessero in pericolo la sostanza dell'Ordine, il vertice di quest'ultimo si rivolse ripetutamente alla Curia, chiedendo di affermare anche nella pratica il privilegio, accordato nel 1256, di poter rimanere nel "solito statu". Alessandro IV ed il suo successore Urbano IV rinnovarono di conseguenza le bolle "Licet olim" e "Religiosam vitam eligentibus", vietarono tassativamente l'apostasia di singoli membri e la caduta di interi conventi verso l'Osservanza più facile, la "levior pugna" degli Eremiti Agostiniani. L'abuso di Guido Salanus consentito da Leo Thundorfer sembra avesse portato la tensione fra i due Ordini a tal punto, che nella Curia si affermò la convinzione che un'ulteriore proroga della questione avrebbe potuto generare "redivivae contentionis". Clemente IV perciò, nel 1266, invitò entrambe le parti a Roma, affinchè chiarissero definitivamente il loro contrasto, ed affidò al cardinal Savelli l'attuazione del processo in cui Giovanni di Linsen e Guido Salanus, dal 1256 priore provinciale degli Eremiti Agostiniani, rappresentarono rispettivamente i Guglielmiti e gli Eremiti Agostiniani. Le trattative non condussero, in un primo momento, ad alcun risultato, poichè i Guglielmiti contestavano la legittimità della procura del priore generale Guido Salanus, il quale esigeva assolutamente per sè il diritto di rappresentare i conventi guglielmiti incorporati nel suo Ordine. Il Papa cercò di giungere ad un risultato, incaricando il cardinale Stefano d'Ungheria, cardinale protettore dei Guglielmiti, di trovare un compromesso. L'esito di tale compromesso, che fu concordato fra i due cardinali protettori Stefano d'Ungheria e Riccardo Annibaldi, venne notificato ed approvato da Clemente IV nell'agosto del 1266. In base ad esso, i tre conventi, molto spesso citati, di Marienpforte, Weissenborn ed Oberried, dovevano essere restituiti all'Ordine guglielmita, mentre tutti gli altri conventi oggetto di contrasti dovevano rimanere all'Ordine agostiniano qualora si trovassero nel "regnum Alemaniae et Ungariae". I conventuali dei tre conventi, che dopo la fusione avevano abbandonato i voti o che nel frattempo si erano recati in un altro monastero agostiniano, fino ad un determinato momento furono lasciati liberi di decidere se ritornare o meno all'interno dell'Ordine guglielmita. Per porre fine una volta per sempre alla lotta fra i due Ordini, la Curia privò i priori generali di qualsiasi possibilità di revisione attraverso l'imposizione di un "silentium perpetuum". Lo stesso scopo aveva il divieto tassativo di metter piede, "praetextu unionis vel aliqua causa", nei quattro conventi in discussione, e di ammettere professi provenienti da uno dei due Ordini. Oltre alla comminazione di censure ecclesiastiche e di una forte ammenda, i conventi contesi dovevano essere considerati come pegno, nel senso che i Guglielmiti sarebbero stati privati dei tre conventi menzionati e gli Agostiniani dei rimanenti, qualora si fossero resi colpevoli di una violazione della disposizione papale. L'esito delle trattative del 1266 fu sfavorevole ai Guglielmiti. Non va tuttavia delineato come ingiusto o come un impedimento allo sviluppo dell'Ordine. Sotto Guido Salanus, che a quel tempo era ancora provinciale della provincia tedesca, i conventi guglielmiti annessi, che nel 1256 erano ancora agli inizi, avevano avuto un rapido sviluppo. In parte erano stati esentati per quanto riguarda l'adattamento, disposto dalla Curia, degli Agostiniani all'attività pastorale, ed erano stati trasferiti in città vicine. In questi casi l'investimento personale e materiale degli Eremiti Agostiniani era stato talmente grande, che la restituzione dei conventi contesi sarebbe stata una pretesa ingiusta nei loro confronti. Obiettivamente, tuttavia, quella dei Guglielmiti non fu una vera e propria perdita di sostanza, dal momento che i conventi perduti erano più che altro delle succursali molto lontane che non sarebbe stato opportuno mantenere più a lungo, e che avrebbero soltanto accelerato il processo di dissoluzione dell'Ordine nella dispersione, già di per sè grande, dei conventi. Le trattative del 1266 portarono ad una chiara e durevole separazione dei due Ordini affini per quanto riguarda la loro origine. Contemporaneamente stabilirono l'autonomia dell'Ordine guglielmita ed il suo carattere eremitico-monastico, che fino ad allora, nonostante il riconoscimento come "Ordo eremiticus" non era ancora stato assicurato in maniera definitiva. Una volta superato questo pericolo che minacciava l'esistenza dell''Ordine, venne alla luce il contrasto, già evidenziato, fra il ramo italiano dell'Ordine e quello ultramontano, che cominciarono ad allontanarsi l'uno dall'altro, se non in linea di principio, per alcuni sviluppi particolari. Tale contrasto ebbe una chiara ripercussione nelle Costituzioni, il cui sviluppo giunse a termine nel 1271, alcuni anni dopo la delimitazione ed il consolidamento della stabilità esterna.

 

CAP. VII

LA COSTITUZIONE DELL'ORDINE

La Costituzione dell'Ordine guglielmita è incentrata sulla regola benedettina, sulle Costituzioni dell'Ordine e sul diritto regolare. Dei primi due elementi della Costituzione, che devono essere trattati, la regola benedettina ebbe per la pratica dell'Ordine l'importanza minore. Il prologo delle Costituzioni la esalta come opera di un autore ispirato e come legame che unisce molti Ordini, tuttavia le attribuisce, per quanto concerne l'Ordine in sè, una modesta vincolatività. Essa assomiglia piuttosto alla casa del Padre celeste nella quale, eventualmente, sarebbero pronte molte stanze, ossia diverse Osservanze. Come anche i buoni cristiani che non osservassero tutti i precetti del Vangelo potrebbero in ogni caso essere ritenuti seguaci del Verbo, così anche ai professi della regola benedettina avrebbero potuto presentarsi molte possibilità di seguirla. Queste sono le riflessioni con cui viene motivato il fatto che per quanto riguarda l'Ordine, contrariamente a quanto accadde ai fondatori di Citeaux, non si trattò di seguire alla lettera la regola benedettina, quanto piuttosto di riservarsi il diritto alla scelta e all'integrazione. La visione Guglielmita della sequela della regola benedettina, si riflette nelle Costituzioni, "consuetudo maiorum nostrorum approbata que est optima legum interpres". Le consuetudini, fino ad ora nè conosciute nè analizzate, si trovano in numerosi manoscritti provenienti dalla Francia, che si rifanno tutte ad un archetipo che fu redatto nel 1340 nell'ambito di un Capitolo provinciale tenuto ad Aalst ad uso della provincia francese dell'ordine, e che venne notificato in molteplici esemplari ai conventi della provincia. Le loro parti fondamentali relative all'intero Ordine vennero approvate nel 1271 nell'ambito di un Capitolo generale a Malavalle e, assieme alle integrazioni che seguirono nel corso del tempo, restarono in vigore fino alla caduta dell'Ordine. Esse stesse sono il risultato di lunghi sforzi e contrasti che ebbero fine soltanto nel 1271 una volta delineata la sua identità esteriore ed affermata l'autonomia dell'Ordine. Lo sviluppo costituzionale che emerge dalla storia delle Costituzioni, ebbe inizio prima del 1237 con l'acquisizione delle consuetudini cistercensi disposta da Gregorio IX, con le quali venne sostituita la regola guglielmita seguita fino ad allora. Già prima del 1250 emerse l'impossibilità di coniugare queste consuetudini con le esigenze dell'Ordine. Esse divennero una "materia discriminis" che cominciò a minacciare l'"unanimitas" e l'"uniformitas". Per evitare questo pericolo e per favorire la crescita dell'Ordine attraverso un'adeguata Costituzione, Innocenzo IV il 30 dicembre 1250 convocò i priori dell'Ordine ad un Capitolo che ebbe luogo a Malavalle nel giorno di Pentecoste del 1251, e che deliberò sulla rielaborazione delle "Institutiones Ordinis S. Guilelmi". I risultati di queste discussioni non ebbero validità per un lungo periodo. Già dopo alcuni anni le Costituzioni oggetto di revisione nel 1251 vennero nuovamente contestate. Urbano IV, il 17 febbraio 1264, dovette di conseguenza dare l'incarico di modificare ancora una volta le Costituzioni dell' Ordine, dal momento che non avrebbero più potuto essere osservate "sine scandalo" nella loro forma di allora. Al fine di giungere ad una soluzione definitiva ed inoppugnabile, nell'ambito di una Capitolo convocato da Urbano IV, una commissione formata da tre priori fu incaricata di elaborare una nuova versione della Costituzioni. Quando nel 1267 questa commissione presentò il suo progetto all'esame del Capitolo generale, il lavoro svolto "non sine magnis laboribus atque curis" si dimostrò troppo complicato per poter essere giudicato su due piedi dal Capitolo riunito. Si rimandò quindi la decisione definitiva circa la sua accettazione al Capitolo successivo, per dar modo ai priori di verificare accuratamente nel frattempo la proposta. L'esito fu negativo, la nuova Osservanza venne respinta da quasi tutti i priori come inattuabile. Soltanto il priore generale Lamberto, che nei Paesi Bassi si era reso benemerito della diffusione dell'Ordine come priore di Bernardfagne ed in seguito come provinciale, riuscì ad evitare la discordia incombente a causa delle costituzioni, ed a fare in modo, quale "sancte uniformitatis ac disciplinae zelator", dopo numerosi viaggi attraverso l'Italia, la Germania e la Francia, e dopo diversi colloqui con tutti i membri "moderans et coaptans secundum conditiones et personarum, locorum et temporum modernorum", che il progetto del 1271 venisse accolto, dimostrandosi in tale occasione, secondo il giudizio dei contemporanei un vero "indigator mediocritatis aureae". Il risultato di questo compromesso, ossia le Costituzioni che abbiamo davanti a noi, consiste in due parti fondamentali: un ampio "Liber Ordinarius" ed una raccolta di statuti. Il "Liber Ordinarius", a sua volta suddiviso in due parti, in oltre cento capitoli regola il ciclo liturgico giornaliero ed annuale, e stabilisce l'ordinamento interno dei singoli conventi nonchè i compiti e gli uffici dei loro abitanti; è quindi la regola della vita conventuale. Esso corrisponde fondamentalmente alle "Ecclesiastica Officia Cistercensi". Oltre che per alcune disposizioni diverse, esso si differenzia da questi per via dell'ampliamento del calendario delle festività e di alcune modifiche che adattano le funzioni previste per un monastero cistercense, più grande, alle esigenze dei più poveri e piccoli conventi guglielmiti. Inoltre contiene una serie di disposizioni che derivano dall'"Usus Conversorum" e dagli "Instituta Generalis Capituli apud Cistercum", e che appaiono nel "Liber Ordinarius" come un corpo estraneo, sebbene regolamentino, con qualche eccezione, funzioni interne del convento, specialmente i compiti dei conversi. La seconda parte delle Costituzioni, molto più autonoma, consiste negli statuti dei Capitoli generali dell'Ordine. I primi undici capitoli di questa raccolta di statuti, della quale l'undicesimo è composto da dodici ampie sezioni, sono il risultato dei Capitoli generali dal 1251 al 1271. Dopo il 1271 vennero aumentate, come era accaduto alle Costituzioni dei Cistercensi e dei Domenicani, attraverso degli statuti, che, dopo la ripetuta approvazione attraverso il Capitolo generale, conseguirono come parte delle Costituzioni forza di legge. Degli statuti deliberati dopo il 1271 sono tuttavia rimasti conservati soltanto dei frammenti. Nonostante che i protocolli del Capitolo fossero stati depositati presso la casa madre di Malavalle, sembra si sia omesso di conferire a tali decisioni una generale vincolatività giuridica mediante una procedura regolare. Solo nel 1340 il priore generale Simone cercò, in un Capitolo di riforma memorabile per la storia dell'Ordine, di annullare queste omissioni, e di raccomandare i più importanti statuti fino ad allora formulati quale parte delle Costituzioni vincolante per tutte le province. Dopo quest'ultimo atto legislativo concernente l'intero Ordine, vennero in seguito emanati degli statuti provinciali, non più, però, degli statuti dell'Ordine vincolanti in modo generale. Come era accaduto nel 1340 nel Capitolo di Pentecoste a Malavalle, nel 1687, in un Capitolo della provincia francese, la sola a quel tempo ancora esistente, sotto la presidenza del priore generale Nicola Presseux de Hautregard (1686-1719), furono raccolte le più importanti delibere delle sedi francesi, che nel 1715 furono pubblicate dall'allora provinciale Benedetto Bourgoy nello "Statutum Universale sive compendiosa costitutionum collectio Ordinis S. Guilelmi". Gli statuti più antichi, che nella loro sostanza non vennero modificati dalle decisioni successive, regolamentavano in primo luogo la struttura dell'Ordine ed i poteri delle sue istanze, dei priori e dei Capitoli. Essi presero il posto delle disposizioni della "Charta Caritatis", della quale possiamo supporre che fosse stata ripresa dai Guglielmiti assieme alle rimanenti parti costitutive delle Costituzioni cistercensi. La carica di priore generale, la cui elezione ed i cui poteri sono determinati nel terzo capitolo degli statuti, spettava quale speciale privilegio al priore della casa madre di Malavalle. Assieme a queste due cariche, egli ricopriva anche quella di priore provinciale della provincia italiana dell'Ordine. La sua elezione competeva ai priori di quest'ultima provincia e non, come ci si sarebbe dovuti attendere, a tutti i priori dell'Ordine. Quale concessione al convento di Malavalle, che aveva nel priore generale anche il suo nuovo priore, bisogna comprendere che, accanto ai priori italiani, avevano diritto di voto anche i chierici della casa madre. Il priore generale veniva eletto a vita sotto la presidenza del priore più anziano della provincia italiana secondo la maniera elettorale della regola benedettina, e le disposizioni del privilegio "Religiosam vitam eligentibus". Egli poteva tuttavia deporre anzitempo la sua carica, che assumeva direttamente dopo l'elezione, senza dover ottenere alcuna particolare approvazione da parte della Santa Sede, oppure essere esonerato qualora avesse commesso gravi violazioni. In base alle costituzioni del 1271, in corrispondenza delle sue tre cariche, egli aveva un triplice potere. Come priore generale aveva una serie di poteri esecutivi che tuttavia, già nel 1271 furono straordinariamente limitati da quelli delle altre istanze dell'Ordine, e che in seguito vennero ulteriormente ristretti. Gli competeva la conferma dell'elezione dei priori provinciali. Gli veniva espressamente vietato di intervenire negli ambiti di competenza degli altri superiori dell'Ordine al di là dei propri. Gli era così severamente proibito di dare una qualsiasi disposizione che eccedesse i poteri relativi alla sua carica contro la volontà del priore o dei conventuali, qualora soggiornasse in un convento che non fosse il proprio. D'altra parte ai membri dell'Ordine il ricorso a lui o al Capitolo generale era stato reso così difficile, che l'accesso ai vertici dell'Ordine sembra fosse praticamente fuori discussione. Nei casi difficili, gli competeva ulteriormente l'esercizio del potere punitivo, qualora non fosse riservato alla Santa Sede o al Capitolo generale. In un Capitolo generale da lui presieduto assieme ad altri, in caso di parità di voti, il suo voto era decisivo; assieme alle definizioni del Capitolo disponeva anche di questioni di denaro che riguardavano l'intero Ordine. Nella provincia italiana questa sfera di competenza relativamente ristretta venne ampliata mediante i poteri del padre provinciale, di cui si parlerà ancora in seguito. Come priore della casa madre aveva i diritti, non poco importanti, che spettavano al priore come all'abate negli Ordini monastici. Come tale, tuttavia, rispondeva anche ai priori dei due conventi figli più antichi, quello di S. Angelo e quello di S. Guglielmo de Acerona. A questi competeva non soltanto il diritto di controllo sul suo convento, bensì avevano anche la possibilità, nel periodo intercorrente fra i Capitoli, di ordinare la sua destituzione, qualora si fosse reso colpevole di gravi offese alla fede, ai costumi ed alle regole, e si fosse ribellato a molteplici richiami. L'istanza dell'Ordine, alla quale sia il priore generale che tutti gli altri priori dell'Ordine erano soggetti ed alla quale dovevano rispondere, era il Capitolo generale. Esso era costituito dai priori dell'intero Ordine, ciascuno rappresentante dei conventi a loro soggetti, e da tre chierici della casa madre, la quale anche nell'ambito del capitolo generale sapeva difendere i propri diritti. I membri del capitolo generale si riunivano ogni due anni nella settimana dopo Pentecoste a Malavalle, "cum teneamur domum sancti Gulhelmi ubi caput est Ordinis prerogativa qualibet reveri", per discutere sotto la presidenza di un collegio composto dal priore generale, dai priori provinciali e da due definitori per ciascuna provincia. Il capitolo, che soltanto in caso di inobbedienza (da parte) della casa madre poteva essere tenuto in un luogo diverso, aveva il compito ed il diritto, di vegliare sulla "salus animarum", e di provvedere alla "observatio sancte regule et Ordinis", componendo cioè i conflitti di ordine giuridico fra i priori, richiamando e punendo i superiori dell'Ordine dimentichi dei propri doveri, controllando i visitatori nominati dai capitoli provinciali, predisponendo misure contro abusi, trattando questioni finanziarie riguardanti l'intero Ordine, chiedendo conto, infine, al priore generale e destituendolo eventualmente dalla sua carica. Questi ampi poteri, che furono coronati dal potere legislativo, facevano del capitolo generale, secondo il volere delle Costituzioni, l'istanza dell'Ordine presso la quale risiedeva la sovranità più alta. La Costituzione del 1271 presuppone la suddivisione dell'Ordine in province, e le istituzioni dei priori provinciali e dei capitoli provinciali. Nel primo capitolo costituente a S. Guglielmo, che ebbe luogo nella Pentecoste del 1251, si poteva già fare i conti con una provincia toscana ed una ultramontana. Questa bipartizione dell'Ordine sembra sia stata mantenuta almeno nei primi decenni della seconda metà del secolo. Sebbene nelle bolle papali già attorno al 1250 si parli dei frati in Francia, Germania ed Italia, sembra che soltanto più tardi - la data precisa è sconosciuta - si sia giunti alla suddivisione della provincia ultramontana in una tedesca ed in una francese, visto che fino al 1290 i conventi al di là delle Alpi appartenevano ancora ad un gruppo omogeneo, e che soltanto a partire dal 1301 è possibile documentare la carica di un provinciale in Germania. La carica del priore provinciale, eletto a vita dai priori della provincia, veniva, esattamente come quella del priore generale, limitata dagli ampi poteri del capitolo provinciale. Il capitolo formato dai priori e dai rappresentanti dei loro conventi, si svolgeva ogni due anni in un luogo stabilito dai definitori, per cui nella provincia settentrionale ci si atteneva di solito all'ordine cronologico in cui erano stati fondati i conventi, tralasciando tuttavia quelle case che non si erano sviluppate in modo tale da rispondere alle esigenze di una simile riunione. Il suo regolamento interno come anche la modalità di elezione del provinciale erano esplicitamente simili a quelli rispettivamente del capitolo generale e del priore generale, con l'eccezione, tuttavia, che i definitori del capitolo provinciale avevano in più, rispetto a quelli del capitolo generale, il diritto di nominare i visitatori dei singoli conventi, e di dare il permesso alla predicazione pubblica. Nonostante la responsabilità di fronte al capitolo provinciale, la carica del priore provinciale - nella provincia italiana quella del priore generale - era, oltre a quella del priore conventuale, di maggiore importanza per la vita quotidiana del convento. Il titolare di questa carica (priore provinciale), eletto non a vita, ma soltanto per due anni, era, nel periodo fra un capitolo e l'altro, "de facto" l'unica istanza superiore raggiungibile, tanto più che già nel XIII secolo l'appello al priore generale ed al capitolo generale vennero sempre più limitati. Il priore provinciale, a causa della notevole lontananza dalla casa madre, non era competente soltanto per le questioni di danaro generali della provincia, ma, come mostrano numerosi documenti, si occupava anche dei negozi giuridici dei conventi, qualora si trattasse di questioni di particolare importanza come la fondazione di nuovi conventi o il regolamento della attività pastorale parrocchiale. A lui spettava il diritto di giudicare a titolo definitivo sulla nuova fondazione di conventi e sull'accettazione di membri di altri Ordini. Oltre a ciò, egli aveva secondo la norma la possibilità di impedire ai priori eletti di entrare in carica ed ai professi di entrare definitivamente nell'Ordine, dal momento che in entrambi i casi spettava a lui la conferma. Il suo potere sanzionatorio, che comprendeva il diritto di scomunica, riguardava i numerosi casi che si sottraevano alla decisione del priore, ma che tuttavia non erano soggetti alla competenza del capitolo e del priore generale, in altre parole, quelle mancanze o violazioni non rare, che non si potevano liquidare come semplici negligenze, nè si potevano annoverare fra i delitti morali o monastici. Il controllo sulla disciplina monastica e la scoperta di eventuali colpe dipendevano da lui certamente soltanto in secondo luogo. Era compito dei visitatori citati con particolare rispetto nelle Costituzioni. Essi visitavano i conventi dell'Ordine tutti gli anni, allo scopo di controllare, seguendo una procedura fissata nelle Costituzioni, la gestione del priore ed il comportamento dei conventuali. I visitatori, che rispondevano al capitolo generale, venivano generalmente nominati dai definitori del capitolo provinciale, e potevano, qualora emergessero discrepanze fra loro ed i conventuali chiamati in causa nella valutazione della situazione di un convento, invocare l'autorità del priore provinciale affinchè decidesse. Questa modalità di nomina dei visitatori non era tuttavia generale, un'altra possibilità richiama l'attenzione su elementi degli statuti dei quali si dovrà parlare in seguito. La Costituzione dell'Ordine guglielmita, a prima vista, sembra assolutamente moderna, ed infatti contiene elementi costitutivi delle Costituzioni dei Domenicani non soltanto dal punto di vista materiale, bensì anche dal punto di vista letterale. Ciononostante da uno sguardo più approfondito emerge il fatto che non soltanto il "Liber Odinarius", il quale regola la liturgia ed il sistema dei conventi, ma anche le disposizioni degli statuti contengono elementi cistercensi. Totalmente in contrasto con le consuetudini dei Domenicani, aventi in parte un'origine cistercense, sono state fatte grandi concessioni nelle Costituzioni dei Guglielmiti alla particolare dignità della casa madre e con ciò all'aristocratico principio di successione di Citeaux. S. Guglielmo è il "caput Ordinis" ed il luogo di riunione del capitolo generale, ed i suoi conventuali potevano esercitare un'influenza non poco significativa sull'elezione del capo dell'Ordine e sulle delibere del capitolo generale. Il suo ordinamento conventuale aveva per tutti gli altri conventi dell'Ordine un significato normativo. Così, ad esempio, la disposizione dei posti a sedere di tutte le adunanze venne fissata secondo l'uso di Malavalle. Del tutto cistercense, oltre al forte risalto dato all'anzianità fra i conventi della provincia, è la suddivisione, mantenuta qua e là, dell'Ordine in filiazioni, che riuscì ad affermarsi anche in contrasto con la suddivisione provinciale. Come era concesso alle più antiche filiali di Malavalle di visitare la casa madre, sebbene secondo le forme costituzionali più moderne ciò spettasse ai visitatori nominati dal capitolo provinciale, anche altre case avevano, secondo una buona consuetudine cistercense, il diritto di ispezionare le loro fondazioni figlie e, in particolari casi, addirittura di deporre il loro priore. Per quanto riguarda la stabilità del sistema di filiazione, è indicativo il fatto che il priore di un convento non potesse provenire, come invece accadeva per i Domenicani, da un convento qualsiasi, bensì dovesse essere almeno professo di un convento figlio, se non era già professo del convento di cui doveva essere eletto a priore. Di conseguenza nelle Costituzioni si trovano i termini arcaici "paterprior" o "prior matris ecclesiae", sebbene le funzioni di questi uffici, a parte poche eccezioni, fossero svolte dalle rimanenti istanze dell'Ordine. Ciò corrisponde alla medesima tradizione per cui la vita del singolo convento, la vita dell'Ordine realmente guglielmita, ha un taglio monastico. Il priore eletto a vita dalla riunione dei membri del convento e confermato in carica dal provinciale, anche se con limitazioni, riveste ampiamente il ruolo dell'abate. Verso l'esterno egli rappresenta i confratelli per quanto riguarda i negozi giuridici, con il sostegno per lo più di un procuratore, verso l'interno è responsabile della formazione del convento e della salute dell'anima dei suoi abitanti, per cui gli viene riconosciuta una grande quantità di diritti di punizione e di condono. Nelle sue mani, anche se con l'approvazione del provinciale, professano i voti i monaci, e a lui, e non al superiore dell'Ordine, promettono solennemente obbedienza, un'obbedienza rigidamente controllata. Il conventuale, dopo la sua professione, rimane, secondo il principio della "stabilitas", legato per tutta la vita al suo convento di professione dei voti, ed il priore è eleggibile soltanto nella cerchia dei professi del convento, in casi particolari anche dei conventi figli. Anche di fatto il conventuale abbandona solo molto raramente il convento d'origine. Il che avviene per lo più per motivi di studio o in missioni particolari, amenochè non si tratti di un trasferimento per ragioni disciplinari, nel qual caso, tuttavia, il priore del convento madre conserva la responsabilità ultima per il membro punito del suo convento. Nel congiungimento delle più antiche forme costituzionali monastiche, e di quelle domenicane più recenti, è possibile vedere non solo uno dei più frequenti adeguamenti alla Costituzione degli Ordini mendicanti, bensì anche una conseguenza dei contrasti che a partire dalla metà del XIII secolo portarono a sempre nuove rielaborazioni delle Costituzioni. Come queste evidenziano, a tale proposito era in gioco la possibilità di influenzare la direzione dell'Ordine. La cerchia conservatrice dei conventi italiani, la casa madre di Malavalle in primo luogo, tentava di affermare la propria posizione all'interno dell'Ordine attraverso l'accentuazione degli elementi monastici della Costituzione, in particolare del sistema di filiazione. I numerosi conventi sorti, spesso nel medesimo periodo, nei Paesi Bassi, in Germania e in Francia, vedevano nella forma democratica della Costituzione capitolare uno strumento più adatto a rappresentare i loro interessi. Per ottenere un'influenza sulla direzione dell'Ordine che corrispondesse alla loro vera importanza, essi dovettero insistere per la realizzazione della suddivisione provinciale, la convocazione del capitolo ed il rafforzamento della posizione del priore provinciale, dal momento che soltanto questi elementi garantivano un diritto di essere consultati nell'ambito del vertice dell'Ordine. Per gli stessi motivi, fecero in modo che al capitolo generale competesse un potere relativamente grande e che venisse contenuta l'influenza dei più antichi conventi figli italiani sulla casa madre; soltanto così le province ultramontane poterono affermare i loro interessi presso il priore generale eletto dai loro confratelli italiani, e contrastare le aspirazioni spesso egoistiche delle grandi abbazie toscane. D'altra parte, in base a considerazioni simili, i Guglielmiti italiani dovettero con accortezza fare in modo che l'influenza degli ultramontani sul capitolo generale non aumentasse, tentando, inutilmente, di raggiungere tale scopo mediante decisioni quali "ut domus Ordinis in regnis Francie et Alamanie habite et habende uno provinciali sint contente". Queste tensioni fra i due gruppi dell'Ordine, allontanatisi l'uno dall'altro nel corso del XIII secolo per alcune circostanze, aumentarono nel XIV secolo a tal punto da portare alla fine ad un'autonomia quasi totale delle province settentrionali. Soltanto attraverso delle concessioni alle province ultramontane il priore generale e la provincia italiana -"benigna semper et facilis in dandis libertatibus"- poterono per il momento ancora impedire la scissione dell'Ordine. Ai capitoli provinciali fu consentito di formulare degli statuti aventi forza di legge, che tuttavia non dovevano essere in contrasto con gli statuti generali nè mettere a repentaglio l'unità dell'Ordine. La posizione dei provinciali si rafforzò per il fatto che i monaci da loro destituiti non potevano essere riaccolti dal priore generale, e che fu reso impossibile qualsiasi ricorso ai vertici dell'Ordine, per cui alla fine il potere ultimo di assoluzione all'interno dell'Ordine poteva essere esercitato solamente in capitoli generali ai quali prendevano parte rappresentanti ultramontani. Quello che le concessioni non ottennero dovettero sortirlo rigide punizioni per placare l'"omnis adversum nos frementium impetus et redivivus litigorum strepitus". Nonostante le sempre ricorrenti comminatorie contro le cosiddette "conspirationes", a lungo andare non fu più possibile eliminare l'aspirazione all'autonomia delle province ultramontane. A metà del XIV secolo essa raggiunse il suo culmine dopo che il priore generale Simone, nell'ambito del capitolo di riforma del 1340 aveva ancora una volta tentato di esortare "ad reformandam malitiam", e di procedere contro le "conspirationes ruinosae" con preghiere e punizioni. Nel 1343 le provincie ultramontane eliminarono il più forte vincolo di dipendenza. Col permesso di Clemente VI si liberarono in quell'anno dell'obbligo di chiedere la conferma da parte del priore generale per il priore provinciale. Il papa trasferì questo diritto al priore della più antica casa della provincia. In questo modo veniva fondamentalmente realizzata l'autonomia delle province. Da allora non si sa più nulla di capitoli generali generalmente vincolanti nella patria dell'Ordine. Già prima di questo privilegio la Curia aveva preso in considerazione il processo di progressiva indipendenza delle province ultramontane. Giovanni Colonna, incaricato da Bonifacio VIII della protezione dell'Ordine, nel 1303 delegò le sue funzioni, nella misura in cui andavano a punire le case d'oltralpe, all'abate di S. Pietro a Gent, giustificando ciò con l'impossibilità di dedicarsi ai frati delle province ultramontane a causa della grande lontananza. Una volta interrotta la continuità dei cardinali protettori e dei conservatori nella prima metà del XIV secolo, nel periodo seguente e per i medesimi motivi, la Curia nominò conservatori dell'Ordine gli abati di S. Giacomo di Liegi e di S. Aubertus di Cambrai. Al più tardi a partire dal 1463, l'autonomia delle province francese e tedesca, preparata in tal modo (molteplice), fu completa. Da quel momento spettò ai priori provinciali, nella loro provincia, la funzione della carica di priore generale nel frattempo giunta ad essere priva di importanza, così come, in corrispondenza di ciò, i capitoli provinciali assunsero i compiti del capitolo generale, che già dalla seconda metà del XIV secolo non era stato più convocato. Le due province di Francia e Germania, le cui guide nel corso del tempo, al pari del vertice italiano dell'Ordine, furono ben poco in grado di conservare l'Ordine e l'incolumità delle loro province, fino al XVII secolo coesistettero con gli stessi diritti. Al più tardi a partire dal 1630 le ultime case della provincia tedesca, decimata dalla Riforma e dalle sue conseguenze, dipesero dal priore dei Guglielmiti francesi, cosicchè poco prima della caduta dell'Ordine, la sua unità venne ancora una volta ristabilita.

 

CAP. VIII

L'ORDINE DAL XIV AL XIX SECOLO

Il distacco dall'unione da parte delle comunità eremitiche italiane dei Guglielmiti e lo sviluppo della propria Costituzione, posero fine al periodo storicamente più importante della storia dell'Ordine. Nei secoli fino alla sua caduta esso visse all'ombra degli avvenimenti storici, senza venire più incluso nei piani dei vertici ecclesiastici, e senza più influenzare il corso della storia della Chiesa. Con l'uscita dalla Grande Unione del 1256, i suoi membri avevano rinunciato ad un'attività efficace verso l'esterno quale quella manifestata dall'Ordine degli Eremiti Agostiniani a partire dal XIII secolo. Scienza, cura d'anime e attività politica al servizio della Curia, di cui l'ordine eremitico di un tempo si era reso benemerito, rimasero per loro compiti di importanza secondaria. Invece di ciò, essi si concentrarono sull'adempimento di obblighi specificamente monastici quali quelli definiti dai concetti di "oratio, contemplatio" e "caritas". La vita dell'Ordine, determinata da tali esigenze, si realizzava naturalmente ai margini della vita pubblica, il suo vero luogo erano il coro ed il convento. A partire dal XIV secolo, quindi, la vita dell'ordine fu la vita dei numerosi singoli conventi. Mentre questi guadagnarono in autonomia, l'ordine in sè come tutt'uno perdette sempre più importanza. Questa tendenza immanente al suo carattere venne favorita ulteriormente dal fatto che la guida dell'Ordine soltanto raramente tentò di determinare la storia dell'Ordine e di contrastare la crescente autonomia dei conventi. Nel XV secolo, come è già stato detto, si infranse l'unità dell'Ordine. Da quel momento non ci fu più una sede centrale dell'Ordine che avrebbe potuto portare le singole case ad un agire comune. Al suo posto subentrarono i superiori provinciali, che cercarono faticosamente di evitare che l'autonomia dei singoli conventi si risolvesse in un completo distacco dall'Ordine o addirittura in anarchia. In tali circostanze la storia dell'ordine mancò di unitarietà; dalla fine del XIV secolo in poi essa non è altro che la storia dei singoli conventi. E' impossibile ed inutile seguirla dettagliatamente. Per quanto riguarda ciò che segue, quindi, non può che trattarsi di ripercorrere la generale tendenza evolutiva dei conventi fino alla loro decadenza, e di descrivere la loro attività ed i suoi effetti, il declino ed i tentativi di riforma.

1. ATTIVITA' E CONSEGUENZE

L'occupazione fondamentale dei Guglielmiti, ossia la preghiera, si realizzava nel ritmo fisso delle ore canoniche. Per amor suo, "ad officia divina celebranda", era stata fondata nel XIII secolo la maggior parte dei conventi, e la sua attuazione regolata rappresentò, come insegnano gli statuti del capitolo provinciale e di quello generale, il segno più sicuro per la disciplina e per l'Ordine interno della vita conventuale. Proprio laddove non si sapeva più nulla dell'attività dei Guglielmiti, anche dopo la soppressione dei conventi, perdurò nella leggendaria tradizione la forte impressione esercitata sulla popolazione vicina da parte della preghiera dei monaci, praticata giorno e notte con puntualità e continuità. La preghiera corale e la liturgia che venivano regolate secondo le disposizioni precise del "Liber ordinarius", non determinavano solamente la vita interna del convento, ma rappresentavano anche una delle più importanti funzioni sociali dell'Ordine. Aristocrazia, borghesia e contadini si attendevano dai membri dell'Ordine preghiere per sè ed intercessioni per i loro defunti, ed erano pronti a contribuire alla sicurezza materiale dei membri dell'Ordine, come denotano le numerose donazioni in memoria, gli anniversari, i libri funebri e le comunità di preghiera. Contemplazione e meditazione, che sono strettamente legate al concetto di Ordine eremitico, si sottraggono ancor più della preghiera all'accertabilità. Ad esse manca la forma istituzionale che la preghiera ha trovato nel "Divinum officium", e la precisa tradizione documentale mediante la quale i numerosi obblighi di preghiera dei singoli conventi sono giunti a noi. Il dato della vita contemplativa è tuttavia garantito abbastanza spesso. La Chiesa stessa, dalla fine del XIII secolo celebra ripetutamente questa caratteristica dell'Ordine e cerca, come risulta dalla bolla "Sicut ex tua" di Onorio IV, di assicurarla mediante i suoi privilegi "commodum pacis et quietie solacium" quali fondamenta della vita contemplativa - l'esistenza contemplativa dei Guglielmiti non ha tuttavia sortito effetti tangibili dal punto di vista storico. Esiste a malapena un commento che consenta di parlare in modo preciso e specifico della maniera in cui si realizzava presso di loro la forma più introversa della vita religiosa. Nelle loro biblioteche il numero di scritti ascetico-omiletici non era ridotto, se si considerano i resti ed i cataloghi conservati. Si andava dalla classica letteratura dei Padri agli scritti dei mistici tedeschi, fino alle opere di Gherardo di Zutphen e di Tommaso di Kempen. Non sembra tuttavia che essi siano riusciti ad arricchire la letteratura mistico-ascetica anche soltanto di un'unica opera. Secondo un'antica tradizione monastica, accanto alla preghiera ed alla contemplazione, i membri dell'Ordine si dedicavano alle opere della "Caritas", soprattutto alla cura dei malati ed all'alloggiamento di pellegrini e senzatetto. Entrambe le attività, il cui legame con l'anacoretismo è caratteristico della spiritualità apostolica del XII e del XIII secolo, venivano già esercitate nel primo periodo dell'Ordine. Già Guglielmo stesso aveva edificato in Toscana un ricovero (HOSPITAL) "ad Dei venerationem et pauperum Christi refectionem". Seguendo il suo esempio, i Guglielmiti nel XIII e nel XIV secolo presero (su di sè) degli ospizi, fra i quali quelli situati a Weissensee, Villers-en-Chouchie, Walincourt, Elsne, Avroy e Beveren, ed asili nei quali viaggiatori e pellegrini potevano cercare riparo, come accadde a Bernardfagne, dove nel 1248 i Guglielmiti portarono avanti l'opera intrapresa dall'eremita Wericus a metà del XII secolo. Il culto mariano, tipico per i Guglielmiti così come per i Cistercensi, e che risale al fondatore ed emerge dai nomi dei suoi conventi, dal calendario delle feste e dagli emblemi dei sigilli, favorì questo tipo di ospitalità, dal momento che presto molte chiese dell'Ordine divennero luoghi di pellegrinaggio di importanza regionale, e che l'alloggiamento e la cura delle anime dei pellegrini nei conventi visitati più frequentemente, come ad esempio a Marienthal, Muehlbach, Bernardfagne e Louvergny, divennero quasi il compito principale dei monaci. L'alloggiamento di viaggiatori e senzatetto, però, nel corso del secolo diminuì. Lo sviluppo delle città e la sicurezza delle strade posero fine, in generale, al sistema di senodochii ed all'attività sociale dei Guglielmiti. Poveri e girovaghi innanzitutto cercavano ancora asilo da loro ed erano ospiti, questi, solo raramente benvenuti. Infine si rinunciò ad assistere simili "vreemder travanten end brootbidders" [vagabondi, forestieri e affamati] che durante il giorno dimoravano nel ricovero, ma verso sera andavano a zonzo per le osterie, come risulta drasticamente da un documento del convento di Beveren. Al contrario venivano accolte nella comunità persone più anziane, per lo più abbienti, alle quali venivano garantiti vitto ed alloggio in cambio di determinate prestazioni. Essi si assoggettavano al controllo del priore e costituivano una parte della comunità conventuale. Questo "sistema di commensali", comune anche nel più antico monachesimo, consentiva in alcuni casi all'Ordine, chiuso rispetto al mondo, un accesso alla vita letteraria ed artistica che altrimenti gli sarebbe rimasto precluso. I Guglielmiti di Liegi si gloriarono così di aver ospitato il celebre Sir John Manderville, che viaggiava per il mondo, dal 1343 alla sua morte, avvenuta il 17 novembre 1372, e di averlo sepolto nella loro chiesa. La fama diffusa ampiamente in Europa di questo uomo d'avventura e scrittore fecero della sua tomba nella chiesa guglielmita e degli oggetti da lui lasciati in eredità - fra cui una maglia della catena di S. Guglielmo - curiosità generalmente visitate ed ammirate. I Guglielmiti di Beveren accolsero nel 1684 il pittore Adriaan de Munck, il quale, in cambio di vitto ed alloggio, rappresentò su numerose tavole la leggenda di S. Guglielmo. Ad un simile accordo i confratelli di Aalst dovettero i dipinti dell'altar maggiore al pittore storico e ritrattista Pieter Thys (1624-77), discepolo di van Dyck. L'attività pastorale alla quale la Curia aveva voluto inutilmente ottenere l'adesione dei Guglielmiti attorno alla metà del XIII secolo, giocò più tardi solamente un ruolo secondario, sebbene il privilegio di poter predicare e raccogliere confessioni su richiesta e con l'approvazione del clero - privilegio garantito da Innocenzo IV nel 1250 - fosse stato a più riprese ampliato nel corso del XIII e del XIV secolo. Nel 1295 Bonifacio VIII aveva così consentito di far esercitare l'attività pastorale parrocchiale nelle chiese cedute all'Ordine, dopo che a partire dalla metà del XIII secolo era stato loro permesso di accettare patronati ecclesiastici e le entrate ad essi collegate. Nonostante l'estensione del diritto di cura di anime grazie a Clemente IV, che consentì l'assoluzione in tutti i casi non riservati al pontefice, la "cura animorum" dei Guglielmiti rimase fondamentalmente costante attività pastorale direttamente nell'ambito del convento oppure nelle parrocchie incorporate al convento. A tale proposito si trattava soprattutto di spiccata attività pastorale locale. Laddove i Guglielmiti si insediavano nelle vicinanze delle città, il che accadde alla fine del XIII secolo per quanto riguarda alcuni conventi di nuova edificazione o trasferiti, si adattavano pacificamente al sistema parrocchiale esistente, come emerge da numerosi contratti fra i Guglielmiti ed il clero parrocchiale secolare. Laddove, come ad esempio in Alsazia, si giunse, nel XIII e nel XIV secolo, a contrasti fra i Mendicanti ed il clero secolare a causa dell'attività pastorale, i Guglielmiti si ritirarono disposti a venire ad un compromesso allo scopo di lasciare soltanto agli Ordini mendicanti la lotta. La cura delle anime era per loro veramente meno importante che per i frati mendicanti, che qui ravvisavano il loro vero campo d'azione. Del modo di vivere monastico-contemplativo dei Guglielmiti era caratteristico il fatto che preferissero forme di attività pastorale indiretta: non esisteva quasi convento che non legasse a sè una confraternita e che in questa maniera non chiamasse a sè i credenti, anzichè andar loro dietro. In molti luoghi, ad esempio a Strasburgo, Klingnau, Limburg, Nivelles ed Aalst, i Guglielmiti si prendevano cura sempre indirettamente anche di beghine e monache di clausura, senza tuttavia che dalle comunità femminili soggette alla loro protezione si fosse sviluppato un secondo Ordine, come ad esempio era accaduto per i Cistercensi ed i Francescani. Lo studio universitario in genere strettamente collegato all'attività pastorale, non è stato assolutamente trascurato nell'Ordine guglielmita, tuttavia non è stato in alcun modo promosso sistematicamente, sebbene si fosse coscienti del fatto che ciò fosse necessario "propter bonum commune et honorem dei et Ordinis augmentandum". L'Ordine, al quale Innocenzo IV nel 1250 disse che possedeva il "donum scientiae", aveva in sè i presupposti favorevoli alla costruzione di un sistema accademico di studi. Già poco dopo l'insediamento a Montrouge, alcuni dei suoi membri studiarono presso la facoltà di teologia dell'Università di Parigi. Al fine di facilitare lo studio a questi componenti dell'Ordine, il 18 luglio 1297 Bonifacio VIII trasferì all'Ordine il convento dei Serviti situato in Rue des Parchemins. Si trovava nelle vicinanze del Temple, e solamente a poche centinaia di metri dalle lezioni e dalle case di studio sull'altra riva della Senna. Ai "fratres studentes in theologica facultate" veniva così risparmiato il grande tragitto fra Montrouge, oggi situato nella periferia (Banlieue), ed il centro della città, secondo l'espresso desiderio del pontefice. Per offrire un'ulteriore facilitazione, nel 1334 il re Filippo IV consentì di aprire un passaggio attraverso le mura delle città situate vicino alla parte posteriore del convento, cosicchè la strada più lunga, attraverso la porta di S. Babette, divenne superflua e divenne possibile percorrere la via più corta per il Quartiere Latino. Queste premesse, in sè favorevoli, non diedero vita, come invece il Papa si era aspettato, ad alcuna vita di scienza e di studio. Al contrario, sebbene la vita religiosa, secondo il parere del re Filippo, non meritasse alcun biasimo, e la provincia francese facesse grandi sforzi per garantire materialmente gli studi, nel 1340, ad uno degli ultimi capitoli generali a S. Guglielmo a Malavalle, ci si dovette lamentare del fatto che lo studio della teologia a Parigi fosse "damnose et irreligiose neglectum". Contemporaneamente si tentò di porre rimedio a ciò. In base a direttive della Curia, il capitolo generale decise di porre mano alla riforma della loro casa di Parigi. Tali sforzi mostrarono nella seconda metà del XIV secolo un certo successo. Si riuscì a superare, anche se per poco tempo, la decadenza in cui versava il convento. Oltre al priore generale Simone, resosi benemerito della riforma dell'intero Ordine, la figura trainante fu il priore Giovanni, il compagno proveniente da Parigi (morto nel 1403). Egli aveva i presupposti favorevoli, era "magister" di teologia, provinciale della provincia francese, ed era probabilmente l'unico membro dell'Ordine a possedere la dignità di vescovo. Egli potè così mobilitare le forze dell'Ordine e guadagnare, attraverso la sua influenza, l'appoggio della corona e dell'episcopato all'obbedienza avignonese, al fine di porre il suo convento su una solida base dal punto di vista materiale. Egli riuscì, tra l'altro, a portare a termine la costruzione della chiesa conventuale intrapresa nel 1253 dai Serviti con l'aiuto di Luigi il Santo. Il 31 ottobre 1397 potè egli stesso consacrare la nuova costruzione in presenza del sovrano ed assistito dai vescovi di Auxerre, Chartres e Chalons. Alla sicurezza materiale della casa, emersa dal completamento dell'edificazione della chiesa, corrispose una certa fioritura della vita spirituale di cui Giovanni di Genossia stesso, che appartiene ai pochi "magistri" dell'Ordine, dà testimonianza. Tale fioritura, tuttavia, non comportò in alcun modo che il convento parigino dei Serviti (WEISSMAENTEL = mantelli bianchi) giocasse un ruolo paragonabile a quello dei celebri studi generali degli Ordini mendicanti, o che rivelasse teologi di grande valore. Dopo la morte del priore Giovanni, la vivacità spirituale dei Guglielmiti diminuì sempre più. E' vero che come associazione studentesca essi rimasero, fino alla loro soppressione nel 1618, membri dell'università, tuttavia non risulta praticamente nulla di una partecipazione creativa alla vita spirituale di questa. La situazione degli eremiti di Parigi era, con alcune sfumature, caratteristica anche dei rimanenti conventi dell'Ordine. Nel XV e nel XVI secolo si trovano nei registri di immatricolazione delle università di Friburgo, di Colonia, di Erfurt e di Loewen i nomi di numerosi eremiti provenienti da conventi tedeschi ed olandesi per i quali, tuttavia, vale quanto già detto per i loro confratelli studenti a Parigi. Il dedicarsi alle scienze non andò oltre lo studio passivo. Da nessuna parte è possibile accertare (l'esistenza di) "magistri" insegnanti di prestigio o addirittura rappresentanti di una propria dottrina teologica. Al contrario, i Guglielmiti che studiavano a Colonia dovettero lasciarsi deridere nelle "Epistolae obscurorum virorum" a causa delle loro scarse capacità scientifiche. I conventi diedero, per quanto riguarda i loro giovani professi, soltanto uno scarso impulso ad un'attività di studio realmente intensiva. Laddove non si trascurò assolutamente l'attività spirituale, sembra che in linea di principio essa sia stata svolta in maniera tutt'altro che erudita. Nonostante tutte le esigenze programmatiche di intensivizzazione dello studio teologico, si ritenne, come mostrano i resti delle loro biblioteche, l'acquisto e la lettura della letteratura ascetico-contemplativa più sensate delle summe e dei trattati colti di teologia - e men che meno se ne favorì la formulazione. L'eredità delle origini eremitiche, la tendenza alla contemplazione ed alla propria autoformazione religiosa, anche per quanto riguarda i Guglielmiti, come per altri Ordini meditativi, è possibile abbiano suscitato un'avversione, spesso più istintiva che cosciente, nei confronti dell'erudizione e della formazione razionale, ed aver determinato una maggiore stima per la "sapientia" acquisita in altri modi. L'impressione prevalente di un atteggiamento poco scientifico dei Guglielmiti viene certamente corretta dal fatto che, nel XVI secolo, in alcuni conventi si sviluppò una vivace attività spirituale che tuttavia scaturiva significativamente da propositi più pedagogici che scientifico-teologici. Soprattutto nei Paesi Bassi ed in Alsazia, dalla fine del XV secolo e sotto la spinta dell'umanesimo e della "Devotio moderna" ci si dedicò con maggior energia rispetto ad un tempo allo studio ed all'insegnamento del latino, del greco e dell'ebraico. L'aristocrazia e la borghesia, i cui figli frequentavano le scuole dell'Ordine (aperte anche all'esterno), seppero apprezzare queste aspirazioni fino a quando nell'Impero Germanico la Riforma non pose fine ad esse, e nei Paesi Bassi esse non furono soppiantate, nel XVI e nel XVII secolo, dai collegi dei Gesuiti e dai loro nuovi metodi d'insegnamento. Fra i conventi olandesi i cui professi, nel XV e nel XVI secolo, furono in parte istruiti presso le scuole dei frati (FRATERHERRENSCHULEN) di Deventer, Emmerich e Wesel, godevano di particolare considerazione soprattutto i conventi di Baseldonck e di Aalst a causa delle capacità filologico-pedagogiche dei loro conventuali. Nel XVI e nel XVII secolo emersero da essi alcuni uomini che, grazie ai loro studi storici e filologici, meritarono di essere assimilati ai "Viri illustres" dell'Ordine, il che evidentemente non significa che i loro nomi siano sopravvissuti nel tempo anche al di fuori dell'Ordine. Il più celebre membro del convento di Baseldonck fu l'amico di Macrobio, Simone Pelgrom (circa 1507-72), famoso ai suoi tempi. Terminato il periodo scolastico presso i "Frati della vita comunitaria" a 's-Hertogenbosch, egli entrò ben presto nell'Ordine guglielmita: nel 1539 fu eletto priore del convento di Baseldonck, e nel 1557 superiore della provincia francese dell'Ordine. In entrambe le cariche egli acquistò grandi meriti. Si dedicò alla ricostruzione del convento trasferito nel 1542 a 's-Hertogenbosch, e con maggior energia si dedicò alla riforma dei conventi della sua provincia religiosa, cosicchè lo si potè definire "reformator Ordinis". Egli si fece tuttavia un nome non - come già anticipato - come superiore dell'Ordine, bensì come filologo e storico. Ancor prima della sua elezione a priore, scrisse un libro di testo in latino molto usato nelle scuole del XVI e del XVII secolo, dal titolo "Synonymorum silvae in usum eorum, qui compositioni student epistolarum" e poco dopo la "Descriptio originis urbis silvae ducensis", tradotta in olandese dal suo confratello Giacomo van Oudenhoven (morto nel 1690) nel 1629. Il suo traduttore, anch'egli appartenente in origine al convento di Baseldonck, non fu inferiore a Pelgrom nè per capacità nè per interesse storico. L'Ordine potè tuttavia gloriarsi di meriti simili a quelli acquisiti da Pelgrom con la storiografia del Brabante, solamente con sentimenti contrastanti. All'inizio del XVII secolo Giovanni van Oudenhoven aveva rinnegato il suo credo e nel 1626, dopo studi teologici all'università di Leiden, era stato ordinato predicatore riformatore ad Aalburg. Pietro von den Bosche (1561-1640), un contemporaneo più anziano di Oudenhouvens, si guadagnò una certa stima attraverso i suoi studi sulla storia dell'Ordine. Egli proveniva da Aalst e dopo gli studi (universitari) a Loewen, entrò nel convento guglielmita della sua città natale, del quale fu eletto priore nel 1626. Con le sue opere sulla storia dell'Ordine, su uno scritto sulle origini dell'Ordine andato perduto e con la biografia di S. Guglielmo, pubblicata nel 1626, egli portò avanti l'attività letteraria che nel convento di Aalst, già nel primo quarto del XVI secolo, aveva raggiunto il suo culmine. A quel tempo, presso la scuola la cui esistenza è documentata già nel XV secolo, insegnò una serie di membri dell'Ordine i quali, con la loro formazione letteraria, seppero creare un'atmosfera che non solo fece progredire il sapere e l'insegnamento, ma portò anche alcuni rappresentanti del primo umanesimo olandese a ricorrere all'ospitalità dei Guglielmina aperti ai loro interessi. Fra questi ci fu il tipografo Dir Martens, probabilmente già educato alla loro scuola, "d'erste letterdruckere van Duitschlant, Vrankereyke ende dese Nederlande" [= il primo tipografo di Germania, Francia e Paesi Bassi], come egli fu definito sulla sua lapide originaria. Il colto tipografo, che aveva infatti fra i primi reso famosa nei Paesi Bassi la stampa di libri, e che dall'ultimo quarto del XV secolo, prima a Loewen poi ad Antwerpen, aveva stampato fra gli altri numerosi scritti di Erasmo, dal 1529 al 1534 trascorse gli ultimi anni della sua vita nel convento dei Guglielmiti. Egli lasciò loro in eredità non soltanto una parte delle sue stampe invendute, ma anche lo stimolo a dedicarsi come i FRATERHERREN alla stampa di libri ed alla tipografia. Già prima che Martens fissasse il proprio domicilio presso i Guglielmiti, uno dei primi umanisti di Antwepen, Cornelius de Schrijver (1482-1558), amico di Erasmo e divenuto famoso con lo pseudonimo di Graphaeus, prese parte "velut socius charusque sodalis" agli studi e ai dialoghi dei Guglielmiti colti. In un "Carmen" al patrono dell'Ordine, il "Maso Alustensis", cita le ragioni del suo attaccamento al convento di Aalst. Egli loda la disciplina conventuale, generalmente riconosciuta, della casa, la quale fa presumere la severità ascetica delle origini, ed il fervore degli studi che non si limitarono alla lingua latina, ma si dedicarono anche alle "fontes salubres" del greco. Il vero stimolo, la "dulcedo" e "voluptas", consistevano per Graphaeus, autore di poesia bucolica, nella serenità di questo contesto che aveva le proprie radici non in un'attitudine letteraria, bensì nella contemplazione spirituale dei monaci. L' "Encomium" di Cornelius Graphaeus ha un valore particolare, in quanto opera di un uomo che percepì le debolezze della Chiesa e della vita dell'Ordine, e che nel 1520, nella prefazione agli scritti di Jan Pupper van Goch, non ebbe timore di accusare l'Ordine di aver sbarrato più che aperto il cammino verso Dio. Le simpatie di Cornelius Graphaeus, che, a causa della sua aperta critica, attirò su di sè il rimprovero per eresia e venne costretto nel 1522 alla ritrattazione, non rimasero senza ripercussioni; esse furono a tal punto condivise da suo fratello Jan, che questi entrò nel 1543 nell'Ordine e da allora visse come conventuale ad Aalst. Jan, che, come suo fratello, fu influenzato da Erasmo, aveva fino ad allora stampato ad Antwerpen soprattutto opere di scienze naturali. Egli possedeva buone conoscenze del greco e dell'ebraico, che dopo il suo ingresso tornarono molto utili alla vita culturale del convento. Come il suo collega di corporazione Dirk Martens, egli lasciò in eredità al convento, in base agli statuti dell'Ordine, la sua biblioteca ed i suoi manoscritti latini e greci. La biblioteca del convento, sviluppatasi in questo modo, come quasi tutte le altre testimonianze della vita spirituale dei Guglielmiti di Aalst, subì danni allorquando il convento divenne preda delle fiamme durante le guerre di religione. Anche i resti ed i beni in seguito nuovamente acquisiti possono però dare un'idea degli interessi e dell'erudizione dei monaci. Oltre a classici come Naevius, Terenzio, Cicerone e Seneca, essi conservavano le opere di importanti umanisti come Petrarca ed Erasmo. In Alsazia, dove il convento di Strasburgo aveva una fama simile a quella di Baseldonck ed Aalst, i Guglielmiti trovarono in Giacomo Wimpfeling un amico ed un sostenitore particolare. Già da giovane aveva difeso a Friburgo la maggiore antichità dell'Ordine guglielmita dagli attacchi degli Eremiti Agostiniani, impegolandosi in tal modo in una controversia che più tardi coinvolse numerosi contemporanei eruditi fino a quando non fu infine portata di fronte all'imperatore ed al Papa. Wimpfeling teneva in gran conto i conventi dei Guglielmiti a Friburgo e a Strasburgo, dove in seguito soggiornò spesso, cosicchè al suo seguace J. Sturm, nel 1505, nell'opera "De Integritate", egli credette di poter raccomandare, fra i numerosi Ordini stabilitisi a Strasburgo, accanto ai Certosini ed ai Gerosolimitani (JOHANNITER), soltanto i Guglielmiti. Qui, nel silenzio e nella solitudine degli eremi ricondotti nel XV secolo alla rigida Osservanza, egli poteva aver colto qualcosa della dolcezza della vita eremitica che egli stesso, anche se per motivi diversi da quelli che avevano spinto gli eremiti dell'XI e del XII secolo, aveva voluto intraprendere nella Foresta Nera. Wimpfeling ravvisava nella condotta di vita dei Guglielmiti tratti della vera "vita monastica", la cui degenerazione ad ignoranza, arroganza ed abbandono morale egli attaccò con durezza ed eloquenza instancabile. L'alta stima di Wimpfeling, attraverso la quale è possibile gettare una luce sugli albori della storia dei Guglielmiti, venne confermata dai suoi contemporanei Geiler von Kaysersberg, Girolamo Gebweiler e Martino Butzer, i quali lodarono e stimarono il "modus vivendi", la pace e la tranquillità della vita dei Guglielmiti e la sua "quietum et pulchrum eremitotium". Come questo quadro d'insieme denota, l'attività pastorale, lo studio, il ricovero e la cura dei malati ebbero un'importanza effimera per la spiritualità dei Guglielmiti. Essi dovettero passare in seconda linea di fronte alle esigenze per le quali l'origine e la denominazione dell'Ordine erano un programma: rinuncia, isolamento, preghiera e meditazione. Nonostante tutti gli indebolimenti e le concessioni, rimasero questi i veri compiti ed i tratti caratteristici più importanti dell'Ordine. Nella povertà della condotta di vita continuò a vivere la severa ascesi delle origini, nel silenzio, il "Desertum", nell'immutato esercizio del "Divinum Officium" la preghiera e la meditazione. Le grandi esigenze di questo ideale religioso trovarono ammirazione e comprensione laddove esse vennero realmente attuate, laddove invece la condotta di vita si allontanò molto da esse, lo scandalo e le critiche, proprio per la grandezza dell'ideale, furono ancora più intensi. Non deve perciò meravigliare il fatto che i sintomi della decadenza, del crollo e del disfacimento siano più chiari delle tracce della vita quodidiana dell'Ordine, più o meno consapevole del proprio dovere.

2. IL DECLINO

Nella loro lunga storia, i Guglielmiti poterono veramente vivere la loro vita religiosa sulla base delle disposizioni della Costituzione approvata nel 1271 soltanto per pochi decenni. Già all'inizio del XIV secolo si affievolì, come in altri Ordini religiosi, la vita spirituale ancora celebrata dai Papi alla fine del XIII secolo - e contemporaneamente ebbe inizio la dissoluzione della Costituzione "esterna" appena fissata. La disciplina e l'ordinamento dei conventi perdettero in tale misura in vincolatività, che i capitoli dell'Ordine fra il 1271 ed il 1340, si videro ripetutamente costretti ad esigere per ogni convento l'edificazione di un carcere ed a comminare pene draconiane contro le condotte maggiormente criminali. L'affievolimento della "essenza" interiore non si manifestò solamente in tali sintomi grossolani. Altrettanto significative erano le insistenze dei monaci allo scopo di ottenere un alleggerimento della rigida condotta di vita, insistenze alle quali Clemente IV andò incontro allentando gli obblighi del cibo e del digiuno, e garantendo una facilitazione nei rapporti con il mondo esterno. Questa tendenza, che certamente il Papa benedettino promosse soltanto senza volerlo, non potè arrestarla neppure il priore generale Simone, energico e desideroso di riforme. Sebbene nell'ambito del capitolo generale del 1340 egli avesse tentato di metter da parte le tensioni interne e con il medesimo fervore i segni delle indisciplinatezze monastiche, non potè fare a meno, come il Papa, di fare concessioni alle province d'oltralpe: d'accordo con il capitolo generale, egli dovette permettere ai "Fratres de Francia et Alemania" di mangiare al di fuori dei loro conventi senza osservare le prescrizioni altrimenti vigenti. La richiesta del priore generale di "inhaerere vestigiis patrum antiquorum" potè avere qua e là, come ad esempio a Parigi, effetti vivificatori che tuttavia, per quanto riguarda la questione dell'Ordine e della disciplina monastica, non portarono al ripristino della semplicità ascetica e della concordia fraterna; al contrario, la disciplina dell'Ordine venne ulteriormente alleggerita mediante dispense, l'unità dell'Ordine venne alcuni anni più tardi interamente compromessa. Ciò non impedì che a questo primo tentativo di riforma non seguissero sforzi simili. Nel XV secolo, periodo della generale riforma della chiesa e dell'Ordine, in numerosi conventi si operò per il rinnovamento dell'antica Osservanza. A ciò diede inizio, come per altri Ordini, il Concilio di Basilea. Il concilio, al quale i Guglielmiti erano rappresentati da un "magister Goffridus", dopo aver confermato il 2 settembre 1435 i privilegi e la proprietà dell'Ordine e dei suoi conventi tedeschi, francesi ed italiani, ordinò un mese più tardi ai cardinali legati di conferire al "Generalis Ordinis S. Guillermi in Alamania" gli stessi pieni poteri di riforma dell'Ordine conferiti ai prelati dei Benedettini e dei canonici regolari. Il 26 settembre 1437 i padri conciliari incaricarono tre priori dell'Ordine, fra cui Enrico Bischof, priore di Burlo, della riforma dei conventi guglielmiti delle diocesi di Colonia e Cambrai, di gran parte, quindi, delle case della provincia francese. Già nel 1434 Enrico Bischof aveva cercato, con l'appoggio del priore di Windesheim e del vicario foraneo di S. Ludgeri di Muenster, ed in contrasto con i suoi confratelli, di riformare il convento a lui soggetto; non aveva avuto successo, ma ciò non impedì al Concilio di affidargli il compito di riforma entro limiti più ampi. Nel medesimo anno il priore provinciale della provincia tedesca, (il) priore di Strasburgo Giovanni Wahsmann, venne ancora una volta incaricato della riforma della provincia a lui soggetta. Al suo fianco il Concilio pose come collaboratori e consiglieri Giovanni Rode, il celebre abate riformatore di S. Mattia a Treviri, ed Alberto, priore della certosa di Christgarten nei pressi di Noerdlingen. L'effetto della riforma animata dal Concilio di Basilea non fu grandissimo. Nel decennio successivo al Concilio vennero quasi ovunque prese delle misure al fine di migliorare la situazione interna ed esterna dei conventi. Nonostante l'appoggio proveniente da Bursfelde, Treviri e Windesheim, non si giunse però ad un generale rinnovamento dell'Ordine, e della sua vita religiosa, come quello vissuto dall'Ordine benedettino nelle sue congregazioni di riforma. Presto si ristabilì in numerose case riformate l'antica situazione. Così, ad esempio, il priore di Graefinthal, destituito a causa del suo cambiamento di vita, tornò dopo poco tempo ad esercitare la sua carica. Ad Aalst il priore Joost Vanderhagen, che nel 1447 aveva chiesto a Roma direttive per una riforma del suo convento, incontrò la resistenza di quasi tutte le case belghe: nel 1448 fu eletto ad Aalst un nuovo priore. Simile era la situazione a Burlo. Il priore incaricato dal Concilio della riforma dei conventi situati nelle diocesi di Colonia e Cambrai dovette capitolare, per quanto riguarda la riforma della sua stessa casa, di fronte alle resistenze dei conventuali. Appoggiato dal vescovo di Muenster, il convento, già alcuni anni dopo il Concilio di Basilea, si diede da fare, con successo, per essere accolto nell'Ordine cistercense. L'iniziativa, finalizzata alle aspirazioni di riforma che abbracciarono tutto il XV secolo, scaturiva, come possono mostrare alcuni esempi, non soltanto dal Concilio, ma anche dalla Curia e dai suoi legati, da membri dell'ordine desiderosi di riforma, da signori ed autorità cittadine. Già nel 1451/52 Nicola di Cues, nel corso dei suoi grandi viaggi di legazione, cercò di riformare i Guglielmiti olandesi attraverso i priori delle certose di Heerne e Dueren, proposito, questo, al quale egli fu probabilmente condotto dal suo accompagnatore, Dionigi il Certosino. Cinquant'anni dopo, il 10 novembre 1502, il legato papale Raimondo di Gurk, su richiesta del langravio Guglielmo II d'Assia, incaricò gli abati benedettini di Bursfelde e Breitenau della riforma del convento di Witzenhausen, che già a metà del secolo era andato in rovina. A tale proposito essi dovettero attirare membri dell'Ordine già riformati e garantire al convento, nella positiva evoluzione dei loro sforzi, le stesse libertà e gli stessi privilegi che già competevano agli altri Guglielmiti dell'Osservanza. Il legato revocò espressamente gli statuti ed i privilegi emanati in generale o in particolare per i Guglielmiti dai Papi Paolo II e Sisto IV. Quasi contemporaneamente, il 4 luglio 1499, il duca Guglielmo di Weimar chiamò in aiuto il vicario dell'Ordine e priore di Wasungen Enrico Udonis, in relazione alla riforma del convento di Orlamuende, dopo che i suoi tentativi di riforma, intrapresi nel 1494 con l'appoggio del parroco di Kahla e del consiglio cittadino di Orlamuende, erano falliti. Già il suo predecessore, il duca Guglielmo III, in base alla dispensa dall'ordinamento regionale del 1460, nel quale i ceti della Turingia avevano deciso una riforma generale dei conventi, aveva insistito più volte per il rispetto dell'Osservanza nei conventi guglielmiti del suo territorio. Egli si appoggiò ai gruppi già ricondotti a quel tempo all'Osservanza, quando nel 1465 egli incaricò il vicario dell'ordine Matteo Wolf, priore di Sinnerhausen, della riforma di Orlamuende. I riformatori, particolarmente attivi in Turingia, sembra non abbiano esitato a sollecitare anche con la violenza, l'introduzione della vita osservante, come ad esempio nel caso di Weissenborn, dove nel 1471 il priore venne arrestato e condotto via. Come in Turingia, anche nella Germania meridionale i tentativi riformatori dei Guglielmiti furono appoggiati dalle autorità regionali o dai magistrati delle città. Con l'inserimento di laici in qualità di procuratori, essi tuttavia andarono spesso oltre l'appoggio offerto dai vicari dell'Ordine desiderosi di riforma, come, ad esempio, a Mengen, dove il priore Jakob Wahsmann contrastò fortemente l'inserimento di un capo cittadino di una classe. Anche dopo la riforma, in relazione alla quale divenne evidente, soprattutto in Alsazia ed in Turingia, un livello sorprendentemente basso del sentimento religioso, la situazione dell'Ordine non cambiò. Nonostante la riforma cattolica con più forza praticata nel XVI secolo, in molti conventi ci si comportò in seguito in modo così immorale, che l'ambiente esterno, divenuto particolarmente critico dopo la Riforma, dubitava del diritto dell'Ordine dei Guglielmiti all'esistenza. Gli abusi divennero tali, che nel XVI e nel XVII secolo nei Paesi Bassi emerse da parte cattolica l'incitamento a porre fine all'indegna vita dei Guglielmiti, ad assoggettare l'Ordine alla giurisdizione dei vescovi o addirittura a scioglierlo completamente, affinchè attraverso la condotta di vita non venisse cagionato ancor più male ai Guglielmiti, poichè "totus iste Ordo ita languet, et plurima scandala inde proveniant neque personas habeant ut disciplina monastica restitui possit". Le richieste di soppressione dell'Ordine furono sollevate nel 1620 e nel 1625 con particolare vigore dal vescovo di 's-Hertogenosch, Nicola Zoes, che, assieme al legato papale (p.155) di S. Severino, era stato incaricato da Paolo V della riforma dell'Ordine e dell'attuazione nella sua diocesi delle decisioni del Concilio di Trento. A risultati simili erano giunti i suoi predecessori, ossia il vescovo Gisbert Masius (dal 1594 al 1614) ed il nunzio apostolico a Bruxelles, Ascanio Gesualdo (1615-17), che, con le loro esortazioni alla riforma, anzichè miglioramenti, avevano suscitato ostinazione ed insubordinazione. L'incitamento da parte di Zoes allo scioglimento dell'Ordine fu determinato,data la fondatezza delle sue lagnanze, dal desiderio di utilizzare le proprietà dei conventi dei Guglielmiti della sua diocesi per l'edificazione dei seminari prescritti dal Concilio di Trento. A tale proposito egli potè richiamarsi al consenso dei suoi confratelli, dei vescovi di Gent e Bruegge, dal momento che anch'essi, dalle loro circoscrizioni, avevano riferito soltanto cose negative sui Guglielmiti "fere indocti et saepe defectuosi". Nonostante questa concordia, le richieste della Curia non vennero accettate. L'Ordine dei Guglielmiti continuò ad esistere. Contro i sintomi di decadenza che diedero motivo, anche in seguito, ad ammonimenti e a richieste di riforma da parte dell'episcopato belga e di quello olandese, così come da parte dei nunzi papali, nel XVII secolo si ridestarono nell'Ordine stesso delle forze che insistevano per la reintroduzione dell'Osservanza. Nell'ambito dei capitoli generali si cercava di raggiungere tale scopo attraverso la richiesta dello svolgimento regolare di capitoli, attraverso l'incoraggiamento e la selezione cosciente dei novizi e non da ultimo attraverso severe comminatorie. Due statuti di riforma a noi tramandati, l'uno per il convento di Bernardfagne, l'altro per i conventi di Friburgo, Mengen e Klingnau, mostrano i sintomi del declino contro cui nel XVII secolo fu necessario combattere, e quali alte pretese i riformatori fossero pronti ad avanzare. Gli sforzi di riforma del XVII secolo raggiunsero un certo culmine sotto il priore generale Nicola de Presseux de Hautregard (1638-1719). Con mezzi propri egli appoggiò la ricostruzione di alcuni conventi belgi, e tentò di ingiungere nuovamente l'Osservanza ai suoi confratelli mediante una rielaborazione delle Costituzioni dell'Ordine. E' quasi superfluo dire che anche tali tentativi fallirono. I conventi sopraffatti dalla mediocrità, dalla povertà e da cattive abitudini non poterono più sviluppare una nuova vita, e non fu più possibile mettere a tacere le lagnanze a causa della decadenza dei costumi. Dopo tali insuccessi la lotta per la vita giusta e per l'adempimento dell'Osservanza venne condotta con sempre minor vigore, cosicchè da allora non si potè più parlare di seri tentativi di riforma. I fenomeni di decadenza, contro i quali la Curia, l'episcopato, i signori territoriali ed i capitoli dell'Ordine si diressero sempre nuovamente a partire dal XIV secolo, nel tentativo di rimuoverli attraverso rigide disposizioni ed ancor più rigide comminatorie, fino alla caduta dell'Ordine furono sempre gli stessi e naturalmente non furono limitati ai Guglielmiti. Le loro cause vanno non da ultimo certamente ricercate nei capovolgimenti spirituali e sociali del tardo medioevo. Non è tuttavia possibile dimostrare che tale processo fu favorito ed accelerato, per quanto riguarda i Guglielmiti, dalle particolari caratteristiche dell'Ordine e dalle condizioni delle sue case. I piccoli conventi tipici dell'Ordine guglielmita, i quali nel tardo medioevo spesso non consistevano che di due o tre frati, offrivano condizioni ottimali per una vita eremitica in senso primitivo, ammesso che i conventuali avessero un serio desiderio di realizzare tale ideale. Per soggetti mediocri e poco convinti, la vita in una piccola comunità portava tuttavia con sè pericoli troppo grandi. Diversamente da conventi più grandi, dove la liturgia praticata in comune, i controlli reciproci e lo zelo preservavano il singolo membro dell'Ordine dall'adempimento eccessivamente frettoloso della sua vita religiosa, qui incombevano costantemente l'appiattimento, l'indisciplinatezza e l'allontanamento dalla vita religiosa. L'Ordine, infatti, non è sfuggito nel suo tardo periodo all'antico paradosso della vita eremitica, secondo il quale la solitudine e l'isolamento, i più efficaci strumenti della salvezza personale, possono molto facilmente divenire le cause della decadenza morale e religiosa. Oltre a ciò, fu soprattutto la povertà ricevuta come un'ipoteca dal periodo più antico ed accelerare la caduta dell'Ordine e l'appiattimento della sua spiritualità. Nel XII e nel XIII secolo la povertà veniva salutata quale stimolo ad un'esperienza particolarmente ascetica, più tardi, invece, fu avvertita come un peso che impediva all'Ordine di adoperare le proprie forze per cose che in parte presupponevano sicurezza materiale. La creazione di biblioteche, la costruzione ed il mantenimento di un sistema accademico erano, in tali circostanze, impossibili a lungo andare anche laddove esistevano presupposti in sè favorevoli. Gli sforzi dei conventi riuniti in capitolo a Walincourt nel 1337, al fine di assicurare finanziariamente lo studio universitario a Parigi attraverso contributi comuni, fallirono alla fine per la povertà dei conventi, e non solo per lo scarso interesse scientifico dell'Ordine contemplativo. Ancor più della rinuncia a tali istituzioni pesò il fatto che dal punto di vista del "primum vivere", tutte le attività nella maggior parte dei conventi dovessero essere rivolte ad incrementare le entrate ed a garantire il sostentamento, cosicchè per la vita realmente monastica rimaneva ben poco spazio. Conseguenze simili derivavano dal fatto che nel tardo medioevo la maggior parte dei novizi provenivano da famiglie borghesi e contadine dei dintorni dei conventi. La "stabilitas loci" non consentiva di mandare da un convento all'altro come monaci mendicanti i figli dei cittadini ed i contadinelli, rendendo così impossibile il distacco dalle loro famiglie e dall'intreccio con l'ambiente familiare, e la loro apertura all'ARCANUM dell'isolamento eremitico. Al contrario, invece di abbandonare per amore di Cristo il padre, la madre ed i fratelli sull'esempio del loro patrono, essi cercavano di ritornare alle loro famiglie ed ai loro amici terreni. Di conseguenza era continuamente necessario mettere in guardia contro tali deviazioni, intimare agli eremiti di tenersi lontani dalle feste dei loro parenti ed amici e di astenersi dall'organizzare gozzoviglie nelle loro celle. Il venir meno della vita religiosa venne favorito ed accelerato dal dissolvimento dell'organizzazione dell'Ordine e dalla decimazione della stabilità esterna, fenomeni questi, le cui cause son già state chiarite altrove. Laddove non esisteva alcuna guida e quindi necessariamente alcuna sorveglianza ed alcun controllo, tutte le forze di buona volontà a lungo andare si avvilirono, come risulta da documenti di quei conventi che rinunciarono all'appartenenza ormai soltanto nominale all'Ordine, e si unirono ad altri Ordini monastici meglio organizzati. Il declino ebbe inizio in Italia prima e più rapidamente rispetto a quanto accadde al di là delle Alpi. Già all'inizio del XIV secolo, quando la Curia venne trasferita ad Avignone ed i papi non poterono più dedicare ai conventi italiani la stessa cura che avevano garantito loro Onorio IV e Bonifacio VIII, lo zelo riformatore dei Guglielmiti perdette in forza e vigore. Nei vincoli della tradizione benedettina, sotto la spinta dei Comuni e dell'aristocrazia, la vita religiosa nelle abbazie incaricatesi della riforma ricadde al livello di un tempo. Le abbazie celebri, specialmente quelle di S. Antimo e di S. Maria de Mazzapalu, ribadirono la loro immunità ed i loro privilegi, intendendo in tal modo crearsi prerogative che non potevano certo andare d'accordo con l'appartenenza ad un Ordine. L'abate di S. Antimo, ad esempio, affermò il diritto di accogliere novizi senza consultare il priore generale, di fondare con i propri poteri conventi, chiese e ricoveri, e di esercitare la funzione di vicario permanente dell'Ordine. Più caratteristico di questi singoli diritti era il fatto che i capi degli antichi conventi mantenessero il titolo di abate, sebbene le Costituzioni si fossero vantate del fatto che la povertà e l'umiltà dell'Ordine non consentivano di dare un tale titolo ai superiori dei conventi. Nel contrasto con gli abati, che spesso, come a S. Antimo, provenivano dalle famiglie abbienti della Toscana, la carica di priore generale perdette in dignità e, sotto le pressioni esercitate contemporaneamente dalle case ultramontane, in aiuti ed autorità. Di fronte a tale debolezza dei vertici dell'Ordine, non deve meravigliare il fatto che l'Ordine, dalla fine del XIV secolo, si trovasse in completo dissolvimento, e che della desolata situazione dei conventi guglielmiti italiani siano state tramandate notizie più che altro sporadiche. Solamente nel XV secolo, tuttavia, l'Ordine sopportò in Italia perdite realmente radicali. Già nei primi decenni di questo secolo i Guglielmiti rinunciarono al convento di S. Paolo fondato da Giacomo Savelli presso il lago Albano. Esso tornò con i suoi possedimenti alla famiglia del fondatore e, pervenuto nel frattempo ai Borgia, nel 1492 venne ceduto da Alessandro VI ai Girolamiti che ne rimasero in possesso fino alla fine del XVIII secolo. Alla fine del XV secolo i Silvestrini presero l'abbazia di S. Giovanni ad Argentella. Già nel 1373 il livello della vita religiosa era sceso a tal punto, che Gregorio IX dovette incaricare l'abate di S. Lorenzo al Verano di riformare il convento. Probabilmente nel medesimo periodo fu sottratto all'Ordine anche il convento romano nei pressi di S. Balbina. Esso fu affidato e fu vittima di un abuso che da sempre aveva recato grandi danni alla vita monastica. A metà del secolo Papa Pio II inflisse duri colpi ai Guglielmiti toscani. Nel 1462 soppresse l'abbazia di S. Antimo e conferì i suoi possedimenti alla diocesi di Montalcino di recente fondazione. Nel medesimo anno trasferì agli Eremiti Agostiniani di Siena l'abbazia di S. Bartolomeo, la quale in passato era stata a lungo legata a S. Antimo. Nel 1458 il Papa aveva consegnato S. Pancrazio al cardinale Francesco Piccolomini, il quale poco dopo donò questa abbazia ai già citati Eremiti Agostiniani. Ci volle ancora un secolo perchè anche la casa madre dell'Ordine decadesse. Nel 1564 la sua proprietà e gli edifici andati in rovina vennero affidati al conte Bartolomeo Conchino da Pio IV, con l'approvazione del granduca Cosimo I di Firenze. Il figlio del conte, Giovanni Battista, non risparmiò fatica per restaurare l'antico convento, cosicchè dal 1604 esso potè ancora una volta vivere una nuova fioritura come convento agostiniano sotto l'eremita agostiniano Giovanni di S. Guglielmo. Una volta perduta la casa madre, la vita dell'Ordine in Italia si spense. Attorno al 1600 non c'erano più Guglielmiti in Italia. Soltanto nella fedele devozione del popolo, nel nome di chiese e confraternite continuò a vivere il nome ed il ricordo di S. Guglielmo di Malavalle. Nelle province d'oltralpe la dissoluzione ebbe inizio in tutta la sua forza non prima del XV secolo. Qui l'incapacità delle guide dell'Ordine di conservare l'unità dell'Ordine e di garantirne la fedeltà alle regole, fece sì che una serie di conventi, sia di propria iniziativa, sia su iniziativa delle autorità temporali e spirituali, cercasse di unirsi ai grandi Ordini monastici. Il 18 marzo 1448 i Guglielmiti di Gross-Burlo e Klein-Burlo a Borken si unirono ai priorati cistercensi di Isselstein, Zybekeloe e Wermond, appartenenti alla filiazione di Kamp. Tale annessione, avviata già nel 1444, trovò il vivo consenso del vescovo Enrico di Muenster, dal momento che nell'ambito della scarsa sorveglianza da parte dei superiori dell'Ordine, era soltanto dall'esterno che si poteva sperare in una riforma del convento caduto in rovina dall'inizio del secolo. Tali aspettative non vennero deluse. I conventi vennero riformati e gli edifici di Gross-Burlo interamente rinnovati sotto il priore Hinrik Vornodeken (tale dal 1469 al 1484). Certamente la "paupertas loci" deplorata già nel XIII secolo, non consentiva alcuna sicurezza di base per quanto riguarda la situazione materiale del convento, cosicchè, nonostante tutti gli sforzi dei monaci,nel XVI secolo si ritornò all'antica situazione. Nel 1482 abbandonarono l'Ordine anche i Guglielmiti di Strasburgo sotto il loro priore Jakob Messinger. Con il consenso del vescovo Roberto di Strasburgo e del Consiglio della città, essi vollero tentare di giungere nell'Ordine cistercense ad una riforma della loro casa. Diversamente da quanto accadde a Gross-Burlo e Klein-Burlo, la loro decisione di luogo più elevato non trovò alcuna approvazione definitiva. Nel 1490 i Guglielmiti, per ordine della Curia, dell'imperatore e del vescovo Alberto di Strasburgo, dovettero tornare nuovamente nell'Ordine: "i Guglielmiti, dunque, sono diventati nuovamente Guglielmiti". Oltre un secolo più tardi questa vicenda si ripetè nel convento di Sion, nelle vicinanze di Klingnau. Nel 1540 l'allora priore del convento, Hans Noettlich, dopo la sua elezione ad abate della confinante abbazia cistercense di Wettingen, aveva "de facto" incorporato ad essa il proprio convento. Questa tacita integrazione nell'Ordine cistercense venne tuttavia nuovamente revocata nel 1610 su iniziativa dei rimanenti conventi guglielmiti della Germania meridionale, del governo austriaco e del nunzio papale in Svizzera. Diversamente dal caso di Klingnau e di Strasburgo, la fusione dei Guglielmiti di Grevenbroich e dei Cistercensi fu di lunga durata. Il 22 maggio 1628 il capitolo generale dell'Ordine cistercense acconsentì alla incorporazione del convento nella filiazione di Kamp. Un anno più tardi essa fu confermata da Urbano IV, e da allora non venne nè messa in dubbio nè annullata: gli abati dell'antica ed importante abbazia cistercense furono, dal 1628 fino alla secolarizzazione, anche priori di S. Guglielmo di Grevenbroich. Che l'annessione all'Ordine cistercense venisse soppesata anche in altri gruppi dell'Ordine, emerge da trattative che attorno al 1638 vennero condotte fra i Guglielmina belgi e l'allora riformatore generale dei Cistercensi in Spagna, Angelo Manrique. I Guglielmiti si dichiararono pronti ad utilizzare "Officia" e breviari comuni, e a venerare Bernardo di Chiaravalle (v. Clairvaux) quale padre dell'Ordine, qualora l' "Officium" di S. Guglielmo fosse stato accettato nella liturgia dei Cistercensi, ed ai fedeli fossero state concesse il 10 febbraio le medesime indulgenze concesse in occasione della festa di S. Bernardo. Le trattative, di cui non conosciamo le condizioni nè i retroscena, non ebbero successo. Interessante è tuttavia il fatto che i Guglielmiti avessero fatto notare la comunanza di entrambi gli Ordini senza menzionare in alcun modo - almeno da quanto è possibile ravvisare - la tradizione eremitica altrimenti così coscientemente custodita. A partire dal XVII secolo è possibile osservare simili avvicinamenti da parte dei Guglielmiti ai Benedettini. Questi, dopo il Concilio di Trento, avevano trovato in numerose congregazioni di nuova formazione una determinata forma, che non mancò di far colpo (p. 163) evidentemente sui gruppi che all'interno dell'Ordine guglielmita auspicavano una riforma. Una delle più importanti di queste congregazioni di riforma si formò il 7 aprile 1604 dall'unione delle comunità di Verdun e Moyenmoutier. Dopo essersi in un primo momento limitata soltanto alla Lotaringia, la congregazione di S. Vannes e S. Hydulph trovò la via di accesso per Parigi. Essa lo dovette non da ultimo ad un giovane Guglielmita che aveva conosciuto la loro condotta di vita a Verdun ed aveva richiamato la loro attenzione sul convento guglielmita di Parigi. Qui, in quel tempo, il disordine dominante già da decenni ed accresciuto da scarsi controlli, aveva raggiunto il suo culmine. Nel convento, totalmente indebitato nonostante buoni redditi, due frati, Giovanni de Rogny ed Anselmo Debonnaire, comandavano in un modo che capovolgeva tutte le esigenze monastiche e suscitava contrarietà generali. Non si riuscì a convincere all'attività nè attraverso controlli, nè attraverso l'inflizione della scomunica; nel 1611 al priore provinciale Stefano Loemmel, che cercava di ripristinare l'Ordine, fu reso impossibile l'ingresso nel convento. Egli cercò più tardi, ma inutilmente, di suddividere i frati ribelli fra i conventi dell'Ordine, e di riformare il convento grazie a monaci delle Fiandre e della Francia settentrionale. La considerazione dell'Ordine e del suo convento di Parigi era talmente rovinata, che esso non ricevette più l'appoggio dell'opinione pubblica. In questa situazione i Benedettini riuscirono a convincere alla fusione il priore Giovanni Goyer, giunto a Parigi da Walincourt, e la maggior parte degli abitanti del convento. Il 3 settembre 1618 essa fu attuata da Don Martino Tesnieres, capo della congregazione ed alcuni giorni più tardi approvata dal vescovo Enrico de Gondi e da Luigi XIII, affinchè in questo modo "les grandes desordres, qui ont estè depuis quelques annèes en la dite maison" venissero rimossi. I Guglielmiti belgi, sotto il loro provinciale Stefano Loemmel, tentarono in tutti i modi di annullare l'atto arbitrario compiuto dai loro "sciocchi" confratelli parigini: tutti i tentativi di revisione presso la Corona, la Curia, il Parlamento e l'Università di Parigi non sortirono tuttavia alcun effetto. Fino alla metà del XVII secolo il convento guglielmita di Parigi fu il centro della congregazione, la quale dal 1621 si chiamò "Congregatio S. Mauri". Soltanto dopo la riforma di Saint-Germain-des Pres i colti Mauriniani (MAURINER) trasferirono il centro della loro attività dall'ex convento guglielmita dell'antica abbazia, senza che certamente si fosse spenta la vita spirituale iniziata nel convento dei Serviti. Quei Guglielmiti che non furono disposti a sottomettersi alla rigida riforma, si recarono in parte da Parigi a Montrouge, da dove cioè erano giunti nella città i primi confratelli. Anche qui la vita religiosa dei Guglielmiti non durò a lungo. Nel 1680 morì a Montrouge l'ultimo guglielmita di Parigi. Alcuni anni dopo che i Mauriniani avevano preso il convento parigino, anche nel più antico convento guglielmita francese, a Louvergny, l'osservanza venne meno. Nel 1620 il convento venne visitato per l'ultima volta; da allora fra i quattro o cinque conventuali regnò una situazione pressochè di anarchia della quale le fonti del tempo riferiscono soltanto nel senso di una "chronique scandaleuse". Dopo innumerevoli tentativi di vendere a conventi maschili del luogo il convento, divenuto economicamente del tutto non redditizio, assieme ai suoi terreni, nel 1643, dopo ancor più lunghe trattative, si riuscì finalmente a cederlo alle Benedettine di NotreDame-de-Mouzon. Nel 1654, con l'autorizzazione papale e reale, l'antico convento guglielmita venne incorporato, anche ufficialmente quale priorato, al convento delle Benedettine, dopo che i suoi abitanti originari si erano nel frattempo dispersi un po' dovunque. Nel XVII e nel XVIII secolo anche i conventi tedeschi di Mengen, Klingnau e Friburgo, al quale dal 1507 si era nuovamente unito il convento di Oberried, caddero sotto l'influenza dei Benedettini e precisamente dell'abbazia di S. Blasien, S. Biagio, la quale non si era certamente unita ad alcuna congregazione, ma aveva sviluppato tuttavia nel XVIII secolo una vivace vita spirituale.. Già nel 1630 i tre conventi si erano riuniti in un gruppo avente una comune Osservanza allo scopo di contrastare la decadenza, che minacciava anche la loro esistenza conventuale. Quando però tutt'intorno i rimanenti conventi dell'Ordine andarono in rovina, questo appoggio reciproco non fu più sufficiente. Essi cercarono piuttosto presso l'antica e ricca abbazia di S. Biagio protezione ed appoggio, che vennero loro finalmente accordati nel 1724 attraverso l'incorporazione quale priorato, incorporazione a favore della quale si dichiararono d'accordo Carlo VI, il vescovo di Costanza e la Curia. L'Ordine subì al di là delle Alpi le perdite più gravi, certamente non a causa di queste scissioni, bensì a causa della Riforma e dei generali fenomeni di secolarizzazione del XVIII e del XIX secolo.Già attorno al 1520, ancor prima che avesse inizio la generale decadenza dei conventi della Germania meridionale, il convento di Orlamuende era stato vittima di un incendio. Dal momento che i suoi abitanti già dalla metà del XV secolo avevano una cattiva fama, non poterono aspettarsi aiuto, per quanto riguarda la ricostruzione, nè dal consiglio della città nè dalla corte di Weimar, totalmente a prescindere dal fatto che i WETTINER avessero ben presto aderito alla Riforma e facessero tutt'altro che promuovere la ricostruzione di istituti religiosi distrutti. Al contrario, si chiuse il convento e si fu così generosi da indennizzare gli ultimi membri, cinque frati sotto il priore Gioacchino Ellinge, mentre la maggior parte della proprietà venne utilizzata per scopi scolastici ed ecclesiastici. Già dopo pochi anni i restanti conventi del sud della Germania percorsero la stessa strada. Come molti altri conventi ed abbazie della Turingia e della Sassonia, anche i conventi di Sinnerhausen, Wasungen e Weissenborn caddero nelle mani dei contadini ribelli, per i quali anche queste modeste case dell'Ordine meritavano di essere saccheggiate e distrutte. Ciò che rimase, una volta distrutti gli edifici ed il mobilio, venne confiscato dai signori territoriali ed in parte utilizzato per la dotazione e la retribuzione dei predicatori della nuova confessione. Senza aver sofferto alcun danno alla proprietà a causa delle guerre dei contadini, anche il convento di Witzenhausen venne soppresso da Filippo d'Assia, in base al negoziato della Dieta regionale del 1527, i monaci indennizzati ed il resto della proprietà pignorata nel 1533. Come i conventi della Turingia, della Sassonia e dell'Assia, anche le sedi del Palatinato e dell'Alsazia andarono in rovina nel corso della Riforma. Nel 1533 il convento di Strasburgo, nonostante una forte opposizione da parte dei suoi abitanti, venne assorbito dalla città e trasformato nel 1538 nel "Collegium Wilhemitatum", luogo di formazione per teologi evangelici esistito fino al 1660. Nel 1543 l'ultimo priore di Marienthal, di cattiva reputazione, vendette il convento, già gravemente devastato nel 1525 dai contadini, alle autorità municipali della città di Hagenau, che lo conservarono fino al 1617, nonostante ripetute proteste da parte del provinciale e dei Guglielmiti di Hagenau e Graefinthal, per poi trasferirlo ai Gesuiti operanti a favore della Controriforma. Proprio ad Hagenau i Guglielmiti riuscirono in un primo tempo a tollerare la Riforma. Nel 1612, tuttavia, il loro convento si ridusse ad avere un unico monaco, cosicchè, nonostante le rimostranze dei Guglielmiti di Oberried, non si ebbero esitazioni a cedere nel 1614 il convento sempre ai Gesuiti. Già nel 1545 gli stessi Guglielmiti di Hagenau avevano venduto il loro convento figlio, ossia Muehlbach, abbandonato dai suoi abitanti dal 1543, al parroco di Eppingen, incaricandolo di celebrare l'ufficio divino nella chiesa del convento. Già un paio d'anni più tardi questi lo alienò, assieme alla chiesa ed ai possedimenti, alla città di Eppingen, garantendosi un diritto di riacquisto che non venne mai più esercitato. Il 14 aprile 1559 il convento di Marienpforte, nel Palatinato, venne soppresso e venduto dal principe elettore Federico II al conte Cratz von Schrafenstein di Sobernheim, dopo che truppe di Alessandro di Zweibruecken già nel 1504 avevano arrecato al convento gravi danni. La fine di Marienpforte era stata preceduta dal declino e dalla rovina dei conventi guglielmiti di Worms, Spira e Magonza - irrimediabilmente rovinati ed abbandonati dai loro abitanti, già fra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo i loro terreni ed i loro edifici furono venduti o demoliti. Nel XVI secolo andarono in malora anche i conventi di Limburg e Dueren, certamente, tuttavia, senza un legame diretto con la Riforma. Una volta morto, nel 1568, l'ultimo conventuale di Limburg, la città utilizzò gli edifici ed i redditi del convento guglielmita per la costruzione di un ricovero, a cui l'arcivescovo Giacomo III di Treviri diede la propria approvazione il 13 giugno 1573. Il convento di Paradies, situato davanti alle porte di Dueren, venne nel 1542 completamente distrutto; i suoi abitanti, in seguito a ciò, andarono in città dove da allora sbrigarono il servizio parrocchiale presso la chiesa di S. Anna. Nel 1570 la loro proprietà venne infine utilizzata, con l'approvazione dei confratelli di Grevenbroich, nella dotazione della fondazione canonica di Nideg trasferita a Juelich, per cui gli ultimi Guglielmiti di Dueren furono risarciti con posti di parroco a vita. Fino al XVIII secolo il convento di Graefinthal fu l'ultima sede dell'Ordine in Germania. Nel 1785, tuttavia, anche i conventuali di Graefinthal rinunciarono alla loro appartenenza all'Ordine. Con il consenso della Curia, che il priore Norberto Dresse aveva personalmente consultato, essi si trasferirono nella vicina Blieskastel per vivere là da canonici regolari presso la Chiesa di S. Sebastiano. Nei Paesi Bassi la Riforma ed i disordini ad essa conseguenti portarono ai Guglielmiti maggiori tribolazioni. Quasi tutti i conventi, nelle guerre fra le province ribelli e gli Spagnoli, vennero saccheggiati e distrutti. Ciò non impedì tuttavia ai Guglielmiti di portare avanti la vita religiosa che fino ad allora avevano condotto. Non prima dell'inizio del XVII secolo Baseldonck, il più antico convento guglielmita d'oltralpe, venne soppresso. Nel 1629 i suoi abitanti, che già nel 1542 erano andati a s'-Hertogenbosch, abbandonarono la città dopo che Federico Enrico, con la capitolazione di 's-Hertogenbosch, aveva preteso l'espulsione di tutti gli ecclesiastici cattolici. I Guglielmiti si recarono in via transitoria a Bokhoven nel Brabante ed a Turnhout in Belgio, fino a quando gli ultimi conventuali di Baseldonck ancora in vita si unirono, il 13 giugno 1654, ai loro confratelli di Huybergen. La fine dei rimanenti conventi guglielmiti fu causata poi dal giuseppinismo e dalla Rivoluzione Francese. Nel 1784 i conventi di Aast, Nivelles e Beveren, assieme alle numerose sedi di altri Ordini contemplativi, furono eliminati, i loro possedimenti venduti all'asta, i monaci indennizzati e lasciati vivere a propria discrezione. Sei anni dopo caddero, vittime della Rivoluzione, Nieuwland e Walincourt, gli ultimi conventi guglielmiti francesi. L'1 settembre 1796 un decreto della Repubblica eliminò i conventi di Bernardfagne e La Motte, dopo che già nel 1794 i loro occupanti erano fuggiti in Vestfalia passando per Aquisgrana. La stessa sorte toccò nel 1798 al convento guglielmita di Huybergen. Inutilmente i suoi ultimi abitanti cercarono nel 1814, mediante il richiamo al Concordato del 1802, di riprendere il filo della lunga tradizione. Si realizzò un convento più piccolo, i cui novizi vennero formati nell'abbazia cistercense di Bornhem. La loro attività era tuttavia talmente insignificante, e la loro condotta di vita così poco lieta, che nel 1844 si tentò di trasferire il convento ai Redentoristi. Questo progetto tuttavia fallì, ed i Guglielmiti di Huybergen si unirono nel 1847 ai Cistercensi dell'abbazia di Bornhem. Qui, il 3 agosto 1879, morì padre van den Berg da Huybergen, e con lui l'ultimo membro dell'Ordine.

 

CAP. IX

CULTO E LEGGENDA DI S. GUGLIELMO DA MALAVALLE

Considerando la storia dell'Ordine, è opportuno porsi la domanda su come il piccolo numero dei Guglielmiti, ridottosi nel corso dei secoli, trovò la forza, nonostante la perdita dell'unità organizzativa e di fronte alla crescente ribellione, di affermare la propria autonomia e di lottare in casi disperati per la riconquista di case già perdute. Una delle risposte a questa domanda emerge dalla valutazione che l'Ordine sviluppò di sè e del suo fondatore. Furono infatti la fierezza della singolarità dell'Ordine da una parte, e la fama leggendaria del patrono, venerato in ampi gruppi, soprattutto nel mondo cavalleresco, dall'altra, a dar forza ai Guglielmiti e ad indurli a non rinunciare prima ed in (ancor) maggior numero alla loro tipicità, spesso incerta, e ad unirsi a gruppi più grandi e meglio organizzati. Fino alla soppressione dell'ultimo convento nel XIX secolo, i Guglielmiti, nonostante tutti gli adattamenti di fatto alla condotta di vita monastica, restarono fedeli con vigore al diritto, già difeso con successo nel XIII secolo, di essere un "Ordo eremiticus". Nel XVIII secolo la lista di privilegi papali redatta da Bourgoy nel suo "Statutum universale", dovette ancora sottolineare, tra l'altro, lo scopo e la legittimità di questo titolo contro qualsiasi dubbio. A tale proposito non si tratta solamente dell'insistenza, in sè non raramente ostinata nel medioevo, in una più o meno significativa categorizzazione di diritto canonico, bensì quasi di una questione vitale. L'appartenenza all' "eremitismo", confermata giuridicamente da questo titolo, diede all'Ordine, oltre al grado di severità particolarmente ascetica, la dignità di una storia lunga ed importante. Nell'Antico Testamento, l'anacoretismo fu preparato da Elia e dalla scuola dei Profeti, e nell'area cristiana fu rinnovato da Antonio e Paolo molto prima di Basilio e Benedetto, Francesco e Domenico: l'Ordine eremitico dei Guglielmiti, per quanto riguarda l'età e l'origine della sua forma di vita, non è inferiore nè ai Mendicanti, nè agli Ordini monastici. Quali membri dell'antichissimo "status perfectissimus", che viene determinato dalla contemplazione, dall'"arx summa virtutum et vitae spiritualis", come Haius la definisce, essi potevano vedere in una luce più favorevole i molteplici pesi della loro vita, che potevano essere intesi, dal punto di vista del monachesimo cenobitico, come sintomi di decadenza. La vita senza coesione ed autorità, l'isolamento e la dispersione dei singoli conventi furono da questo punto di vista non soltanto carenze, al contrario potevano essere avvertiti come inevitabili circostanze concomitanti della vita eremitica, come la reale forma del monachesimo. Come membri di un "Ordo eremiticus" essi poterono gloriarsi delle avversità della loro vita come di un titolo di merito, come il proseguimento del monachesimo desertico d'Egitto. Il prototipo di questa vita eremitica fu per i Guglielmiti il loro stesso patrono. Già nel XIII secolo Teobaldo nella sua "Vita" lo aveva assimilato ad Elia, Eliseo ed Antonio - ed ancora nel XVI secolo Samson Haius, fra i grandi eremiti quali "Hilariones, Pauli, Serapiones, Antonii et Macharii", non potè trovare esempio migliore di Ilarione, il padre monastico palestinese, per mostrare, nel confronto con questi, la corrispondenza praticamente perfetta di Guglielmo all'ideale dell'anacoretismo. Il culto di Guglielmo quale asceta e modello quasi irraggiungibile di penitenza non si limita al proprio Ordine. Nel 1314, ad esempio, gli Eremiti Agostiniani lo invocarono nel graduale del suo formulario di messa quale intercessore, che attraverso la penitenza aveva spezzato le catene del peccato. Un poco più tardi Petrarca lo accolse, nella sua opera "De vita solitaria", nella schiera degli eremiti esemplari. A partire da quel periodo lo si trova rappresentato in molti luoghi con lo strumento della sua pratica penitente, con l'abito da eremita, scalzo ed emaciato. Spesso, come ad esempio nella collegiata a Salgau, espressamente come modello ed esortazione al pentimento ed alla penitenza. La fama di Guglielmo, diffusasi dal XIII secolo con l'espansione dell'Ordine, si fondò tuttavia soltanto in parte su tali aspetti. Al più tardi dalla fine del XIII secolo, per quanto riguarda il culto del Santo, si rende evidente al di qua delle Alpi l'accentuazione di un aspetto che non pose assolutamente fine ai meriti ascetici, ma che li fece però diminuire. Le opere di penitenza e le prove ascetiche vennero messe in ombra dal risalto dato ad un merito che non è possibile ottenere attraverso alcuna condotta di vita ancorchè così santa: attraverso cioè la supposta provenienza da una delle più nobili stirpi di Francia, quella dei duchi di Aquitania. Nella tradizione più antica non si parla in alcun modo di tale discendenza. Alberto riferisce solamente che il Santo discendeva da una nobile stirpe del Poitou senza addentrarsi in dettagli genealogici. L'origine di Guglielmo non lo interessava evidentemente, o perchè non era per lui molto significativa, o perchè, dato il noto mutismo dell'eremita, sfuggì alla sua conoscenza. Dei pochi fatti, che egli realmente conosce sulla sua origine, egli prende fondamentalmente nota soltanto per rafforzare l'antica convinzione secondo cui la santità conferisce una nobiltà più grande rispetto alla nascita: Guglielmo è certamente "nobilis genere", ma "nobilior sanctitate". La "sanctitas" del Santo, la sua vita di penitenza in Toscana, che Dio, secondo lui, voleva presentare alla cristianità peccatrice e divisa dallo Scisma quale modello di condizione, non lasciano alcuno spazio alle speculazioni sulla nobiltà e la discendenza. Il mondo cavalleresco è una realtà di vita, che si evita e che passa meglio sotto silenzio - non a caso egli sottolinea con vigore che l'eremita fu colpito da una temporanea cecità, allorchè si lasciò entusiasmare dall'intervento nella lotta fra i Comuni toscani tradendo così la "militia Christi". Non appena il culto del Santo, dapprima limitato all'Italia, si diffuse al di là delle Alpi, l'immagine del Santo, pervasa da princìpi monacali, subì una trasformazione che al fianco della "nobilitas sanctitatis" pose il "pendant" di una "nobilitas generis" fantasiosamente adornata. Ancora nel XIII secolo il racconto su Guglielmo da Malavalle si mescolava con il ricordo di un cavaliere e monaco ben più famoso avente lo stesso nome, con Guglielmo da Tolosa. Il conte di Tolosa, già morto nell'813, era, grazie a sua madre Alda, un cugino di Carlo Magno e godeva a tal punto della sua fiducia che questi, nel 790, alla Dieta di Worms, gli affidò la signoria sulla marca di confine, militarmente importante, al posto del conte Chorso vinto dai Baschi. Dopo aver svolto tale compito con maggiore successo del suo predecessore, dopo aver affrontato più volte, fra cui nella battaglia di Orbieu, le invasioni dei Mori, ed aver preso parte nell'801, quale "primus signifer", alla conquista di Barcellona, nell'806 egli abbandonò il mondo sotto l'influenza di Benedetto di Agnano - anche lui da giovane aveva rinunciato al servizio militare - per vivere fino alla sua morte come semplice monaco nel convento di Gellona da lui fondato. Nel medioevo il ricordo del conte di Tolosa, la cui esistenza presenta certamente soltanto somiglianze molto generali con quella del più giovane Guglielmo da Malavalle, continuò a vivere in una duplice maniera. La "Vita Benedicti abbatis Anianis", scritta attorno all'822, dedica alla citata conversione dovuta a Benedetto di Agnano un dettagliato capitolo che divenne il punto di partenza degli agiografi di Gellone, i quali da allora mantennero vivo il ricordo del loro fondatore e cercarono di diffonderlo. La "Vita Sancti Wilhelmi", che ebbe origine nel loro convento attorno al 1125 e che sottolinea espressamente il fatto di voler riferire soltanto della vita monastica di Guglielmo, è influenzata dal canto suo dalla forma ben più duratura in cui venne tramandata la memoria di Guglielmo, il racconto epico popolare. Si tratta della prima testimonianza della "cantilena", di forme primitive non tramandate del grande ciclo epico in cui Guglielmo, in contrasto con la realtà storica, viene celebrato come grande guerriero al seguito di Carlo Magno, che alla fine, in modo assolutamente non convenzionale, diviene monaco e addirittura eremita. A partire dal XII secolo, l'epica francese rese famoso in tutta Europa il conte di Tolosa, Guglielmo d'Orange, come guerriero ed eremita. Nell'Italia settentrionale l'epopea di Guglielmo, che fu ammessa attorno alla fine del XII secolo e l'inizio del XIII in Toscana, dove Dante conobbe Guglielmo il cavaliere, era già diffusa almeno dalla metà del secolo. In Germania Wolfram von Eschenbach rese celebre, nel suo "Willehalm", la "Bataille d'Aliscan" dopo il 1212. Fra il 1240 ed il 1245, Ulrico di Tüerheim, di Aquisgrana, continuò l'epopea di Wolfram, rimasta incompiuta, nella sua ampia "Rennewart", in cui egli - diversamente da Wolfram - riferì anche della vita da eremita di Wolfram, del "Moniage Guillaume". Per farla breve, nel XIII secolo, allorchè i Guglielmiti apparvero al di là delle Alpi, al nome di Guglielmo venne associata, non soltanto negli ambienti ecclesiastici, l'idea del cavaliere divenuto monaco che la litania d'Ognissanti invocava, accanto ad Antonio e Benedetto, quale rappresentante "omnium sanctorum monachorum et eremitarum"; egli era noto come tale anche a vasti gruppi di laici che normalmente potevano essere meno interessati ai racconti agiografici che non a quelli sulle gesta di eroi e sulle avventure cavalleresche. Non ci si deve quindi meravigliare del fatto che poco dopo il 1274, probabilmente verso il 1290, un frate minore di Erfurt attribuisse la fondazione dell'Ordine guglielmita all'eroe leggendario, identificando così Guglielmo da Malavalle con Guglielmo da Tolosa. Egli fece ciò in un "Indiculus Ordinum religiosorum" preposto alla "Chronica S. Petri Erfordernis moderna", enumerazione di tutti gli Ordini non colpiti dall'obbligo di scioglimento stabilito dal Concilio di Lione. Che appunto in Turingia sia possibile dimostrare per la prima volta l'identificazione del patrono dell'Ordine con Guglielmo da Tolosa, non è certamente un caso: qui, infatti, nel 1203-1204, Wolfram aveva iniziato il "Willehalm", sempre qui erano sorti, a partire dal 1250, anche numerosi conventi guglielmiti che godevano della benevolenza dei langravi. Non si sa se lo sconosciuto minorita abbia arbitrariamente o per ignoranza retrodatato a tal punto le origini dell'Ordine, o se lo abbia fatto con il tacito consenso dei Guglielmiti, certamente meglio informati. Ciò che è sicuro, è il fatto che le sue affermazioni furono riprese dalla storiografia turingia, dalla storiografia degli Eremiti Agostiniani, dall'agiografia e addirittura dalla cronachistica universale, sebbene in forma molteplicemente storpiata. Al fondatore dell'Ordine dei Guglielmiti venne associata l'idea dell'eroe e del grande guerriero almeno a partire dalla fine del XIII secolo. Nonostante questa prospettiva fosse affascinante per la fama ed il prestigio dell'Ordine, un'altra versione, sorta nel medesimo periodo, sulle origini del fondatore dell'Ordine, divenne più efficace per la storia dell'Ordine, avendo essa il merito di una maggiore verosimiglianza e di una migliore rappresentazione letteraria. Quando infatti il già citato Teobaldo scrisse alla fine del XIII secolo una "Vita " del Santo, per completare le scarse informazioni dei suoi manoscritti consultò fonti che fino ad allora, come egli stesso riferì, nessuno aveva mai considerato. Il risultato del suo studio delle fonti fu un quadro di ben maggiore effetto rispetto a quello delineato da Alberto: Guglielmo, come già il minorita turingio aveva affermato, fino alla sua conversione era duca d'Aquitania e conte di Poitiers. Egli visse, tuttavia, nel XII secolo, e fino alla sua conversione, avvenuta nel 1136, condusse un'esistenza di smisurata dissolutezza, beffandosi della sua elevata posizione sociale e della sua buona educazione. Il suo imbarbarimento morale culminò nella brutale crudeltà con cui egli, come sostenitore dell'antipapa Anacleto II, perseguitò i seguaci di Innocenzo II. Soltanto Bernardo di Chiaravalle riuscì a costringere alla conversione il perfido peccatore e a farlo desistere dalla persecuzione del legittimo Papa e dei suoi sostenitori. Al Concilio di Poitiers egli lo affrontò nel 1136 con l'Eucaristia in mano, per indurlo "nec supplex sed minax ac verbis terribilibus" al pentimento ed alla conversione. Profondamente colpito da tale scena, il duca abbandonò il mondo per lasciarsi indicare dai numerosi eremiti di Poitiers il cammino della penitenza, che lo condusse dapprima a Gerusalemme, poi alla tomba di S. Giacomo ed infine a Malavalle, dove morì nel 1157. E' facilmente evidente il modo in cui Teobaldo completò le scarse informazioni sul passato di Guglielmo da Malavalle: soltanto Alberto sapeva che era stato "as huc impius et tyrannus" e che era stato scomunicato da Eugenio II. Alla "Vita" di Alberto egli prepose i capitoli della "Vita" di Bernardo scritta da più autori, in cui si parla delle trattative fra Bernardo ed il duca Guglielmo X (1126-1137) d'Aquitania il quale, in effetti, aveva abbracciato la causa di Anacleto II e, sotto l'influenza del legato pontificio Gherardo d'Augoulême, aveva scacciato i vescovi di Poitiers e Limoge dalle loro sedi. Certamente Teobaldo nella sua compilazione si lasciò sfuggire il fatto che il duca d'Aquitania, dopo la sua conversione grazie a Bernardo, non aveva avuto più alcuna possibilità di fare penitenza da eremita, dal momento che era morto già nel 1137, nel corso di un pellegrinaggio a S. Diego che egli aveva intrapreso, come i suoi antenati, all'avvicinarsi della fine. Dal suo manoscritto egli non poteva aver appreso nulla di ciò, poichè, dopo il racconto della conversione, esso non spendeva più una parola sul duca. Che egli avesse consultato altre fonti contemporanee come Ordericus Vitalis o Suger von S. Denis, allo scopo di arricchire le sue conoscenze sulla fine del duca, ce lo si sarebbe potuto aspettare più da uno storico che da un agiografo teso a magnificare il suo Santo. La limitatezza del senso critico dell'autore si rivela nella maniera più chiara dal fatto che egli lascia, con noncuranza ed ingiustificatamente, le insulsaggini oggettive e cronologiche che emergono dalla differente datazione delle sue due fonti fondamentali. Nella prima parte della "Vita" egli racconta della conversione di Guglielmo nell'anno 1136 e poco dopo, nella seconda parte, della scomunica e dell'assoluzione finale da parte di Eugenio II, che non deve essersi verificata prima degli anni quaranta del XII secolo. L'autore, più interessato all'aspetto letterario che non a quello storico, giunse ad una creazione di grande effetto per quanto riguarda il suo racconto più che ad una precisione contenutistica. In breve egli mirò alla contrapposizione, di grande effetto, fra dissolutezza peccaminosa e penitenza sovrumana, e non all'esattezza storica. La rappresentazione di Teobaldo trovò comprensibilmente fra i Guglielmiti ed i devoti del Santo un consenso ben più grande rispetto alla meno dettagliata "Vita " di Alberto. Come dimostrano i manoscritti tramandati, essa venne ampiamente diffusa, citata, tradotta, messa in versi ed infine, nella seconda metà del XIV secolo, adattata per le scene dal Puy (forse è un cognome) degli orafi di Parigi. Fino a che punto da allora l'interesse dei fedeli si sia spostato sulla "nobilitas", ossia sull'origine altoaristocratica, risulta da un manoscritto di Treviri della prima metà del XIV secolo, in cui si racconta obiettivamente della ricchezza del duca e della sua orgogliosa spavalderia e della sua drammatica conversione, e solo a malapena, però, della sua vita da eremita. Il duca Guglielmo X d'Aquitania era divenuto, come sua figlia Eleonora, celebrata nella letteratura cortese, oggetto di pia fantasia. Dopo che, nel XIII secolo, in Turingia e nei Paesi Bassi era stato creato in duplice maniera il legame del patrono dell'Ordine con i duchi di Aquitania, dalla storia di questa dinastia e dall'epica di Guglielmo ad essa collegata, affluirono alle rappresentazioni della vita del primo una grande quantità di temi. Il che fu UMSO più evidente, poichè dal X secolo si trova a stento un duca d'Aquitania con lo stesso nome che non si sia recato in uno dei numerosi conventi della sua terra per trascorrere gli ultimi anni di vita come monaco o anche soltanto nella cerchia dei monaci. Da allora il ricorso alla sua storia, come già Teobaldo aveva fatto, si ripete sempre. Quasi tutti i predecessori di Guglielmo X furono almeno un volta indicati come fondatori dell'Ordine, il che condusse alla fine ad una inaudita confusione, nella quale niente più era certo, tranne il fatto che il fondatore dell'Ordine guglielmita, prima della sua conversione alla vita eremitica, era stato duca d'Aquitania. L'intreccio di leggenda e realtà storica, di confusione e falsificazione cosciente fu per l'Ordine dei Guglielmiti più di un gioco di semplice e pia fantasia; la coincidenza del duca col patrono dell'Ordine creava loro un patrono che certamente non si distingueva nè per l'erudizione di Bernardo, nè per la serafica religiosità di Francesco, ma che tuttavia presentava una nobile origine ed un nome ovunque noto. Lo splendore della sua discendenza non significava solamente una chiarificazione della vita dei Guglielmiti, spesso angustiata e sempre povera, esso fu nello stesso tempo una raccomandazione presso quei ceti dalla cui protezione e dai cui favori l'Ordine dipese da quando si insediò al di là delle Alpi. Che gli eremiti avvertissero la fama del loro Santo come una simile raccomandazione, emerge dai mezzi con cui essi cercarono di mostrare il suo buon nome. Essi non diffusero soltanto la sua "Vita", bensì dimostrarono in numerosi alberi genealogici la sua discendenza, mettendo in evidenza, a seconda delle circostanze locali, l'intreccio con i Carolingi ed i Capetingi, i Salii e gli Asburgo, i duchi di Brabante ed i loro parenti tedeschi, i conti toscani Aldobrandeschi ed infine con i Plantageneti inglesi. Che queste genealogie mirassero ad avere effetti propagandistici, risulta evidente dal fatto che esse non venivano soltanto annotate nei manoscritti, ma venivano addirittura rappresentate sulle pareti delle chiese dell'Ordine e così rese note ad un pubblico più vasto. A tale premura venne incontro il desiderio da parte dell'aristocrazia di poter annoverare nella propria famiglia quanti più santi possibili, e ciò ciò fu determinante per l'inserimento di Guglielmo nella cerchia e nella parentela degli Asburgo. Oltre all'aspetto eremitico, anche l'origine del Santo, a partire dal XIV secolo, fu resa evidente attraverso attributi iconografici: accanto al bastone da eremita, il Santo porta sempre un distintivo del ceto cavalleresco, elmo, lancia o armatura, e abbastanza spesso anche uno stemma gigliato che assomiglia allo stemma dei duchi d'Aquitania. Che l'aristocrazia abbia, già nel XIII secolo, favorito il suo Ordine soprattutto per devozione nei confronti del cavaliere francese, che al più tardi dalla fine del XIII secolo fu ritenuto duca di Aquitania, non risulta così evidente dalle poche fonti e dagli atti formali di donazione, come invece risulta per il XVI secolo, allorchè Cornelius Grapheus presentò al cardinale Guglielmo von Croy, benefattore del convento di Aalst, il patrono dell'Ordine quale omonimo e persona di pari grado: "Guilielmum Guilielmo, ducem duci, illustrem illustri, religione insignem religioso". Che lo potesse fare è comunque più facile mostrarlo. Presso la promotrice più importante dell'Ordine, Margherita delle Fiandre, risultarono giuste tutte le condizioni per indurla a favorire un Ordine che era stato fondato da un nobile francese, crociato ed eremita. Il ricordo di suo padre, Baldovino IX, imperatore di Costantinopoli, rese la contessa aperta alla religiosità dei crociati; attraverso sua sorella, la contessa Giovanna delle Fiandre, la grande sostenitrice del movimento femminile religioso, ella aveva fatto esperienza dell'introspezione religiosa cui aspiravano le beghine e i begardi. Allevata dal 1208 in Francia alla corte di Filippo Augusto, ella conosceva i nomi dell'alta aristocrazia e le figure della poesia epica, il che si sarebbe potuto presupporre per quanto riguarda il forte influsso della cultura cavalleresca francese esercitato sulla nobiltà fiamminga e brabantina, se non fosse stato noto il fatto che la "grant dame de Flandres" sarebbe stata decantata da Baldovino de Cond nel suo "Conte de l'Olifant" a lei dedicato. Quanto concerne Margherita, vale quasi con la medesima certezza per i suoi parenti, i suoi pari ed i suoi vassalli, signori di Rethel, Guines, Chatillon e Trazegnies, i quali erano crociati, uomini potenti e colti che come la contessa vissero nell'ambiente culturale cortese. Anche aldilà del Reno i Guglielmiti giunsero in un ambiente culturalmente e genealogicamente orientato verso le Fiandre, il Brabante e fautori dei loro conventi di Dueren e Grevenbroich, non era comune soltanto il nome di Guglielmo, ma anche la devozione a Guglielmo. Nel tardo XIII secolo essi fecero rappresentare un S. Guglielmo accanto ad altri santi cavalieri nella chiesa del castello di Nideggen, nel medesimo periodo in cui essi cominciarono ad appoggiare i Guglielmiti nei conventi menzionati. Accanto a S. Uberto, del quale gli abitanti di Juelich diffusero il culto fra i loro pari a partire dal XV secolo mediante la creazione dell'Ordine di S. Uberto, Guglielmo, cavaliere ed eremita, rimase il santo preferito della loro casa. Il richiamo al ceto ed all'origine del patrono dell'Ordine, potè nel XIII secolo anche nella Germania centrale, presso le corti dei langravi di Turingia ed Assia, dei conti di Henneberg, Urslar-Gleichen ed Orlamuende -strettamente collegate fin dal XII secolo con il basso Reno ed i Paesi Bassi- contare su un'eco simile a quella avuta nelle Fiandre, Brabante e Juelich. Già nel XII secolo la letteratura francese, specialmente la "Chanson de Geste", aveva trovato una dimora adottiva importante alla corte di Eisenach. Lo stesso langravio Ermanno di Turingia era stato allevato assieme a Luigi VII, futuro sposo di Eleonora e genero del duca Guglielmo X d'Aquitania, presunto patrono dell'Ordine. Quando dopo la morte del langravio si spense anche la formidabile vita letteraria contrassegnata da nomi quali Wolfram von Eschenbach e Walther von der Vogelweide, presso i successori del langravio la conoscenza dei grandi nomi dell'aristocrazia francese, dei duchi d'Aquitania, di Guglielmo ed Eleonora non andò perduta, cosicchè i monaci che dai Paesi Bassi andarono in Turingia poterono riallacciarsi a concetti già familiari nel momento in cui parlarono del loro patrono. Lo stesso si verificò per i langravi di Kessel che nel 1291 resero possibile la costruzione di un convento guglielmita nella loro città di Witzenhausen, e portarono talvolta i suoi conventuali alla loro corte come consiglieri. Nel 1334 il langravio Enrico II fece fare uno sfarzoso manoscritto, conservato a Kassel, del "Willehalm" di Wolfram e della sua continuazione: non soltanto per interesse letterario, bensì "in honore sancti Wilhelmi marchionis", che la casata brabantina venerava come suo antenato e, come è possibile dedurre dalla testimonianza della "Chronica S. Petri", come patrono dell'Ordine guglielmita da lui favorito. E' possibile dimostrare la compresenza di culto di S. Guglielmo, conoscenza della poesia epica e sviluppo dell'Ordine guglielmita presso quasi tutti i sostenitori ed amici dell'Ordine, alla corte dei duchi di Daernten come nella cerchia del re Ottocaro, presso il crociato Gerlach di Limburg, il ministeriale svevo Alberto di Hagenau e nella casata dei conti di Blieskastel. Era particolarmente forte presso il fondatore del convento guglielmita di Klingnau, Walter signore di Klingen. Egli stesso componeva versi, stimava Wolfram v. Eschenbach ed era in stretto contatto con i poeti dell'Alsazia, del Baden e della Svizzera dei quali alcuni furono iscritti nel registro dei defunti dei Guglielmiti di Klingnau. Da lui si dipanarono rapporti verso Strasburgo, il Baden e la corte degli Asburgo che furono sempre amici e complici influenti dei Guglielmiti nella Germania meridionale. Nel XIV secolo il legame fra l'Ordine dei Guglielmiti e la cavalleria era definitivamente concluso. Il patrono dell'Ordine veniva annoverato, accanto ai martiri della Legione Tebaica, accanto a Gandolfo, Giorgio e Demetrio fra i modelli ed intercessori della cavalleria, nel cui ambito il culto di Guglielmo più antico e più recente si sovrapponevano come nella leggenda era accaduto alla tradizione di Guglielmo da Gellone con la figura storica di Guglielmo da Malavalle. A cominciare da questo periodo Guglielmo viene, assieme ai santi cavalieri menzionati, rappresentato su numerose vetrate, dipinti su tavole e pale d'altare: con l'armatura di ferro, l'elmo e la lancia quali segni del suo stato e con il bastone da eremita, la corona del Rosario ed il libro delle preghiere quali segni della sua "vita eremitica". Accanto a S. Giorgio egli era ritenuto esponente della bontà cavalleresca a tal punto che nel 1380 e 1381 essi si unirono a Geislingen, Crailsheim ed Urach sotto il nome di Guglielmo in "Leghe di S. Guglielmo". Il culto di Guglielmo nel mondo cavalleresco non è privo di una certa paradossalità. Ciò che per i primi biografi era un riprovevole inganno, una tentatazione del demonio, la "damnosa militia", diventa ora motivo di particolare devozione corporativa, mentre i tratti della sua esistenza di santità, della sua fuga dal mondo e della sua rinuncia alla vita aristocratica vengono assolutamente ignorati. E' un fenomeno comprensibile il fatto che anche altri Ordini abbiano voluto prender parte allo splendore che il fondatore dell'Ordine guglielmita diffuse. I Cistercensi videro in lui un figlio spirituale del loro grande confratello Bernardo di Chiaravalle e lo accolsero quindi fra i Santi del loro Ordine. Sebbene il biografao Teobaldo avesse espressamente fatto notare che Guglielmo per contrizione ed umiltà non aveva osato entrare nell'Ordine cistercense, i Cistercensi andarono oltre, facendo del duca di Aquitania un cistercense e dei Guglielmiti una congregazione del loro Ordine; a tale proposito essi potevano appellarsi non soltanto ai rapporti fra Bernardo e Guglielmo, ma anche alla grande somiglianza fra le loro Osservanze. Quello che i Cistercensi cercarono di dimostrare a partire dalla somiglianza fra le Costituzioni, fu dedotto da parte dei Benedettini dalla comunanza della regola: i Guglielmiti, secondo loro, non erano altro che una congregazione riformata del loro Ordine e Guglielmo uno dei tanti fiori della vita dell'Ordine benedettino. L'Ordine che tuttavia lo reclamò più spesso e con maggior insistenza fu quello degli Eremiti Agostiniani. Già nel XIII secolo egli era considerato il riformatore del loro Ordine, che in Toscana non aveva fatto altro che ridar vita all'Ordine eremitico agostiniano fondato da Agostino. Ciò diede motivo di venerare Guglielmo accanto ad Agostino e a S. Nicola da Tolentino come speciale patrono dell'Ordine, e a ritenere le fondazioni del suo Ordine come conventi agostiniani riformati. Nonostante la bolla "Ea qua iudicio", nella quale nel 1266 Clemente IV aveva imposto il silenzio ad entrambi gli Ordini almento per quanto riguardava la questione della fusione, l'affermazione degli Agostiniani rimase un motivo di costanti contrasti fra Guglielmiti ed Eremiti Agostiniani. Le controversie fra Guglielmiti, Eremiti Agostiniani, Cistercensi e Benedettini non impedirono che i quattro Ordini nel XVI secolo si unissero allo scopo di scendere in campo assieme contro la critica che cominciò a mettere in dubbio l'identità del fondatore dell'Ordine con il duca di Aquitania, certamente dominante a partire dal XIII secolo, perchè "quatuor harum sacrarum familiarum res et decus in hodierna celeberrima quaestione agitur, at non earum tantum modo, sed inprimis regum ac principum, qui ad eum ducem tanquam sanctum referunt originem". Giovanni Bouchet (1476-1577), lo storiografo dei duchi di Aquitania, diede il primo impulso a questa "quaestio celeberrima". nell'ambito dei lavori preliminari agli "Annali d'Aquitania" apparsi nel 1524, egli si accorse del contrasto fra il racconto delle fonti contemporanee sulla morte del duca Guglielmo a S. Diego, ed il pio racconto della sua vita da eremita che egli conosceva grazie ai manoscritti dei Guglielmiti di Parigi. In questo dilemma Bouchet tentò di mettere d'accordo le informazioni degli storici con quelle degli agiografi. Egli interpretò la morte del duca in Spagna come una finzione che il duca stesso aveva attuato per prendere congedo dal mondo indisturbatamente e senza alcun impedimento, e per poter vivere da eremita dopo aver dato in eredità - in un testamento probabilmente fatto da Bouchet stesso- il suo dominio, assieme alla mano di sua figlia Eleonora, al giovane Luigi VII. Questa soluzione corrispose al cuore di Bouchet, scrittore di romanzi di cortesi, ma non resse alla critica posteriore. Quando nel 1585 il cardinale Baronius si occupò della revisione del "Martyrologium Romanum", egli prese ancora in considerazione l'antica e leggendaria tradizione, tuttavia nei suoi annali egli espresse già dei dubbi sull'identità del fondatore dell'Ordine con il duca. I suoi dubbi furono condivisi dagli storici francesi D. Petavius e Fr. Duchesne, ed infine condivisi dagli acuti bollandisti, i quali poterono appoggiarsi alle fonti, nel frattempo pubblicate, della storia del XII secolo, fra cui il "Suger di S. Denis" stampato nel 1526. Le colte argomentazioni dei bollandisti non riuscirono a convincere i devoti di San Guglielmo. Essi continuarono fino al nostro secolo a raccontare la storia del duca d'Aquitania e ad adornarla ulteriormente all'antica maniera. La critica dei bollandisti non fu per loro che una maligna diffamazione. La distruzione della leggenda di Guglielmo mise i Guglielmiti in una posizione che sia l'Ordine degli Eremiti Agostiniani, sia quello dei Carmelitani condivisero con loro. Già nel XV secolo Wimpfeling ed Erasmo avevano negato la pretesa degli Eremiti Agostiniani di aver avuto come fondatore dell'Ordine Agostino stesso. I due umanisti sostennero in questo modo un'antica tesi, fino ad allora difesa soltanto dai canonici regolari agostiniani, che divenne una certezza nel XVI secolo quando i bollandisti chiarirono il fatto che l'Ordine eremitico agostiniano non era sorto nel V secolo, bensì nel XIII. Alla fine del XVII secolo i bollandisti avevano nella stessa arguta maniera fornito la prova che la presunta fondazione dell'Ordine carmelitano mediante Elia non poteva essere altro che una pia leggenda, impresa, questa, che non solo suscitò la violenta opposizione dei Carmelitani, ma che rese addirittura necessario l'intervento della Curia e paralizzò per un certo periodo l'attività degli agiografi. Tale reazione era comprensibile, visto che la critica storica non aveva fatto vacillare solamente delle semplici leggende, bensì con esse la coscienza storica che gli Ordini avevano di sè. Non si poteva accettare dall'oggi al domani un fondatore d'Ordine che non fosse più duca d'Aquitania, o non si chiamasse più Agostino o Elia. Erano d'intralcio ad una simile conclusione una tradizione di secoli, la devozione dei credenti, il sentimento di sè dell'Ordine. Entrambi i grandi Ordini riuscirono a spiritualizzare il rapporto con i loro patroni, essi vissero nello spirito di Agostino ed Elia anche se non poterono più sentirsi come loro diretti figli. I Guglielmiti chiusero gli occhi davanti alla critica e fino alla fine affermarono di essere discendenti del duca di Aquitania. Non ebbero più la forza, come gli altri due Ordini, di tendere all'immagine purificata del loro Santo, a Guglielmo, eremita di Malavalle, come avevano fatto i primi seguaci del Santo. Lo splendore e la fama del Santo erano, per loro e per i devoti nel mondo, diventati più importanti della "sanctitas": leggenda, devozione ed Ordine finirono contemporaneamente nel XVIII secolo.

 

CAP. X

RIASSUNTO

Il primo secolo della storia dell'Ordine guglielmita è caratterizzato dal graduale adeguamento della condotta di vita originariamente eremitica a quella dei Cistercensi e dei monaci mendicanti, adeguamento favorito dalla Curia, ma non sempre accolto con soddisfazione dai membri dell'Ordine. Il patrono dell'Ordine, Guglielmo da Malavalle, cercò -secondo quanto è possibile desumere dalle fonti, relativamente avare di informazioni- a motivo dello spirito delle Crociate, di far penitenza per sè e per quanti più suoi contemporanei, realizzando nell'eremo di Malavalle una severa forma di ascesi anacoretica che ricordava gli eremiti del deserto; a tale proposito egli rinunciò ad unirsi ad eremi o ad insediamenti di Ordini più antichi anch'essi situati in Toscana. Gli eremiti riunitisi poco dopo la morte del Santo attorno alla sua tomeba, si sforzarono, nonostante l'inevitabile formazione di comunità, di corrispondere al modello di Guglielmo ed alle regole di vita trasmesse attraverso il suo compagno Alberto, vivendo, come i Certosini ed i primi Carmelitani, in celle singole, in rigido silenzio e in duro digiuno. Verso la fine del XII secolo e l'inizio del XIII, anche altri eremi italiani seguirono la "Regula S. Wilhelmi", come venne definita la condotta di vita degli eremiti, sebbene non sia sicuro che anche in essi sia stato conservato l'isolamento delle celle dapprima usuale a Malavalle. Il primo periodo, prevalentemente eremitico, si concluse sotto Gregorio IX ed il suo successore, Innocenzo IV. Gregorio IX sostituì le prescrizioni della regola guglielmita, non più corrispondenti alle esigenze della crescente comunità, con la regola benedettina e le Costituzioni cistercensi. Innocenzo IV adattò l'Ordine, che a partire dal 1245 si era diffuso con grande rapidità al di là delle Alpi, in parte agli Ordini mendicanti per quanto riguardava le sue Costituzioni ed i suoi privilegi. I Guglielmiti si rifiutarono tuttavia di rimanere nell'unione con i Zambonini, i Brettinesi e gli Eremiti Agostinani di Toscana, realizzata dal cardinale Riccardo Annibaldi sotto il successore di Innocenzo IV; in tal modo essi si rifiutarono di venire assorbiti nel nuovo Ordine pastorale e mendicante degli Eremiti Agostiniani, costituito sulla base di una completa povertà. Essi insistettero per mantenere la loro forma di vita, rimasta fondamentalmente eremitica nonostante l'adattamento di elementi mendicanti, il che fu loro consentito già nel 1256 e confermato definitivamente dieci anni dopo, nonostante la perdita di alcune sedi a favore degli Eremiti Agostiniani. Con questa chiarificazione dei rapporti fra i due Ordini determinata da Clemente IV, ebbe fine un contrasto più antico, da considerare già prima del 1256, fra gli eremiti di Malavalle ed i numerosi eremi riuniti nella congregazione degli Eremiti Agostiniani della Toscana sorta nel 1244. Sembra che gli eremiti, in gran parte aventi un'origine canonica e intenti a collegare in una certa misura la vita nell'isolamento con l'attività pastorale, abbiano concorso in molti casi, nelle loro aspirazioni, comprensibili chiaramente fin dal 1228, alla fusione con i Guglielmiti, la cui formazione religiosa ebbe inizio nel medesimo periodo, all'unione o all'appartenenza dei singoli eremi. Con il definitivo consolidamento dell'autonomia nel 1266 ebbe fine il periodo più denso di avvenimenti della storia dei Guglielmiti. In un secolo, a partire dalle origini eremitiche, l'Ordine era giunto ad essere quasi un Ordine mendicante, senza tuttavia raggiungere -come insegna il suo successivo sviluppo- alcun carattere unitario e ben definito. Nella provincia toscana, che si componeva in massima parte di abbazie benedettine divenute guglielmite, il carattere tradizionalmente monastico dei conventi trasferiti ai Guglielmiti a scopo di riforma, determinò il volto della provincia. I piccoli e miseri conventi della provincia tedesca e di quella francese, spesso venuti ad esistenza attraverso dissodamento e coltivazione, mantennero più a lungo una condotta di vita eremitica, in alcuni casi affine a quella dei Cistercensi; le sedi cittadine, relativamente poco numerose, invece, si avvicinarono più fortemente alle forme di vita e di attività degli Ordini mendicanti, legittimati a ciò dai privilegi papali: una differenziazione, questa, che non fu certamente esclusiva, ma che si rese evidente, al contrario, anche fra i conventi delle singole province a seconda delle circostanze temporali e territoriali. Il rilievo, adeguato di volta in volta alle circostanze, dato ad uno dei modi di vivere che influenzarono l'Ordine nel corso dei secoli, ebbe il vantaggio di rendere possibile ai Guglielmiti, che in competizione con membri di altri Ordini cercavano di fondare conventi, l'insediamento anche in condizioni difficili. Esso era tuttavia anche un punto debole. Le province, nella diversità del loro carattere, si dimostrarono forze centrifughe. Il dualismo fra la provincia toscana e le province ultramontane condusse già nel XIV secolo al dissolvimento dell'unità dell'Ordine. Il forte avvicinamento al carattere di congregazioni religiose più grandi ed allo stesso modo più venerabili per la tradizione ed i meriti dei loro membri, come ad esempio i Benedettini ed i Cistercensi, provocò continuamente il pericolo da cui erano stati sopraffatti gli eremiti di S. Galgano - nati in circostanze simili a quelle dei Guglielmiti - già agli inizi della fondazione del loro Ordine: l'incorporazione, volontaria o coercitiva, nell'Ordine benedettino o in quello cistercense. Il risalto dato al carattere eremitico dell'Ordine e confermato anche dalla Curia, e la delineazione leggendaria della figura del fondatore contribuirono ad evitare l'incorporazione dell'intero Ordine, incombente soprattutto nel XVI e nel XVII secolo, ma non poterono preservarlo dai duri colpi con cui la Riforma, il giuseppinismo e la Rivoluzione Francese lo indebolirono ed infine lo distrussero. Il carattere singolarmente amorfo dell'Ordine, già nel XIII e nel XIV secolo fu occasione per accusare i Guglielmiti di inutilità. Questi rimproveri non ebbero origine soltanto da un campo che nella sua critica all'Ordine anticipò in parte argomenti utilitaristici del XVII e nel XVIII secolo; essi vennero espressi anche in ambienti spiritualistici i quali, sollecitando una radicalità nella condotta di vita, non erano estranei all'ideale dell'ascesi anacoretica in sè. La critica, alimentata da motivazioni diverse, evidenziò un dilemma nel quale vennero a trovarsi non soltanto i Guglielmiti, ma con loro anche altri Ordini eremitici. Il mantenimento dello stile di vita eremitico, assieme alla rinuncia ad una diffusione degna di menzione, ad un'organizzazione, alla costituzione come Ordine e possibilmente come Ordine attivamente dedito all'attività pastorale, furono invece collegati con la perdita della forma di vita originaria. In tale situazione non ci si decise nel senso di un o ... o, ma si giunse necessariamente più ad un sia ... sia, che certamente nel suo modo di agire specificamente guglielmita fu di minore effetto, ma anche meno artificioso rispetto ai tentativi intrapresi dai più antichi Ordini eremitici, per maggiore discernimento, nella problematica dell'eremitismo organizzato, di raggiungere nuovamente e conservare in circostanze completamente cambiate l'originario "desertum" dei padri del deserto, nonostante la formazione di comunità.