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Lercara Friddi nel 1877

La storia

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Lercara Friddi nel 1994


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L'antico feudo Li Friddi, in Val di Mazzara ,tra i territori di Vicari e Castronovo, lungo la trazzera che collegava Palermo con l'interno dell'Isola, apparteneva nel 1595 a Francesca Lercara Ventimiglia baronessa dei Friddi e di Faverchi; costei, che aveva ereditato il feudo dal padre Leoncello Lercara Ventimiglia, aveva sposato Baldassare Gomes De Amescua, di Toledo, consigliere del viceré Conte De Olivares divenuto poi presidente del tribunale del concistoro.

Gomes De Amescua chiese al viceré la facoltà di fondare nel feudo Friddi un abitato e di chiamare il nuovo paese Lercara in omaggio al casato della moglie. La richiesta fu accolta e il Viceré con licentia populandi del 22 settembre 1595 autorizzò la formazione del nuovo insediamento.

L'origine del comune di Lercara Friddi fu tuttavia meno casuale di quanto non possa apparire da queste prime note. In effetti, l'autorizzazione regia al popolamento del feudo Friddi legalizzava ed istituzionalizzava un processo che già era già in formazione da molto tempo.

La stessa licentia populandi fa presente che nel feudo Friddi esiste un fondaco molto frequentato da passeggeri e viandanti, di giorno e di notte, i quali non sono sicuri a causa di ladroni e briganti.

La presenza di un fondaco nel tenimento Li Friddi compare in atti ufficiali del XV secolo e già Edrisi, nel XII secolo, cita un castello o casale nella stessa zona.



Zolfara della seconda metà dell'800, si notino le condizioni di lavoro dei "Carusi" (portatori in spalla)


La fondazione ufficiale di lercara Friddi è dunque sancita dalla licentia populandi del 1595 e dai " Capitoli di Fondazione" del 1603, stipulati fra il feudatario ed i nuovi abitanti; in quel sito però esisteva sicuramente da tempo un piccolo insediamento sorto in funzione del transito di merci e passeggeri lungo la strada carrabile più importante del regno.

Ottenuta la licentia populandi, Baldassare Gomes De Amescua si preoccupò di predisporre le strutture urbanistiche abitative atte ad accogliere una popolazione. La costruzione delle prime case fu fatta secondo uno schema urbano attentamente prefigurato; l'orditura regolare per assi ortogonali con piazza centrale (la più spicciativa e semplice) fu imposta fin dall'inizio. Ritroviamo questo tipo di impianto in tutti i nuovi comuni del tempo rappresentando uno dei caratteri tipici di queste fondazioni. Insieme alle case il barone di Lercara dovette costruire una chiesa, la sede della amministrazione comunale, i locali per i negozi, ecc.; tutte quelle strutture cioè, indispensabili per la vita di una comunità. Programmò, inoltre, come utilizzare le terre di sua proprietà predisponendo un piano di attuazione. Si trattava di stabilire, in via preliminare, quanta area da riservare per lo sviluppo urbano, di quanta area di "terre comuni" dotare il nuovo paese e quanta superficie, ed in quale zona, concedere in enfiteusi ai coloni.

Il territorio di una comunità feudale, infatti, schematicamente era costituito:
- dal centro abitato;
- dalle cosiddette "terre comuni"che erano adibiti agli usi civici e appartenevano al patrimonio comunale. Tali terre erano, quasi sempre, immediatamente confinanti con il centro abitato;
- dalle terre concesse in enfiteusi ai coloni che costituivano la prima forma di alienazione del territorio feudale;
- dalle terre del Barone coltivate dagli abitanti con contratti di affitto o terraggio.
Ciò fatto si trattava di pubblicizzare le condizioni offerte.

Nel caso di Lercara possediamo i "Capituli da osservarsi dalli baroni et abitatori della terra di lercara delli friddi"; inseriti nell'atto di concessione del 7 maggio 1603. Questo documento istituzionalizzava i rapporti intercorrenti tra i feudatari e i coloni, è composto da 37 articoli: 14 contengono tributi, le imposte, ecc. dovuti dai vassalli; 8 si riferiscono alle "privative" di esclusivo appannaggio del barone (di macellare e vendere carne, di gestire locande e mulini, ecc.) 8 riguardano l'amministrazione civile del paese; 7, infine, contengono le franchigie concesse ai nuovi abitanti.

Gomes De Amescua dotò il municipio di 4 salme di terre comuni e offrì ad ogni colono la concessione del suolo con la casa al canone annuo di tre tarì e otto tumoli di terra in enfiteusi nel feudo faverchi soggetta alla decima del prodotto; offrì inoltre, la franchigia per 10 anni dalle gabelle e tributi.



Residenza ottocentesca dei "Rose" famiglia inglese fra le prime a sfruttare i giacimenti zolfiferi trovati


Tutte le altre voci dei "capitoli" (tributi, privative e le disposizioni per l'amministrazione del comune) imponevano obblighi molto onerosi per gli abitanti, che,, tuttavia, nel complesso, dovettero risultare più accettabili di quelle esistenti nelle baronie e nelle città demaniali dell'intorno, in quanto i coloni, dagli inizi del 600, cominciarono a confluire nel nuovo borgo. L'immigrazione di coloni fu però meno massiccia delle aspettative del fondatore tanto che nel censimento del 1652 si contarono appena 279 abitanti in 120 case, presumibilmente articolate attorno alla zona centrale del paese e lungo l’attuale corso Sartorio. All'estremità sud - est del corso l'accorpamento di case doveva essere più intenso. Era forse questo il sito dove, prima della "licentia populandi" aveva cominciato a formarsi il nucleo abitato.

Al limitato sviluppo contribuì, probabilmente, la modesta estensione del territorio del comune costituito soltando dai feudi Friddi, Friddicelli e Faverchi.

Nel 1604 era morto, intanto, il barone Gomes De Amescua ed è da supporre che anche questo evento determinò una stasi del processo di sviluppo del paese.

Il censimento del 1714 -15 contò 1536 abitanti in 483 case.

A 120 anni dalla fondazione il paese ha raggiunto una certa consistenza edilizia abitativa.

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