
per l’imminente
scontro che tanti ne lascerà in terra,
Gli eroici
pedoni, dianzi a tutti, in prima schiera,
votati
al
sacrificio per la causa bianca o la nera.
Le lignee torri
d’assalto con la loro ombra scura,
incupiscon i
cuori e le membra invadon di paura.
Le regine, impavide
guerriere, al re stan a fianco
e guatan bieche
l'altrui sire in nero o in bianco.
Impennano e
nitriscon nervosi i focosi destrieri,
mentre con le
spade sguainate avanzan gli alfieri,
avanzan con passo
pesante e con ferreo rumore,
decisi allo
scontro senza alcun apparente timore.
D’improvviso un
glacial silenzio pervade le ossa,
alta è la
tensione per qual sarà la prima mossa.
Su
quel campo a chiazze, ch’è teatro di battaglia,
gli attori
son pronti a punir chi primo sbaglia.
I
re incitano gli eserciti e dan forza al morale,
e
quando lancian l’attacco con convenuto segnale,
s'avventan
furiose le schiere verso il mortal impatto,
ch'è
vicino, ma lontan è l'epilogo con scacco matto.
La
battaglia inizia con azione veemente e fragorosa,
una bolgia dell’inferno, inclemente e sanguinosa.
Si
tinge di rosso la terra pei devastanti fendenti,
scintilla
il
ferro ai colpi accaniti dei contendenti,
senza
tregua s'ode il cupo cozzar delle armature,
l'orrido
scenario presenta solo morti, niente catture.
I
cavalli son esausti, con bianca schiuma alla bocca,
mentre
un re, saggiamente, con la torre s’arrocca.
Incede
l'attacco e a forza scardina l'accorta difesa,
con trappole e tranelli disseminati nella contesa
e
con nugoli di frecce, lance e dardi infuocati,
che
da ciascun'ala del campo vengon lanciati.
Le
mobili torri conquistan la cruciale settima traversa,
ancor si lotta, ma la guerra un re l'ha ormai persa
e
a quel sire, incalzato dappresso, restan due strade,
ove
per ambo non v’è scampo alle avverse spade
e
al
resistere un’istante di più, come silente tuono,
sceglie
la resa e con esil voce urla: “abbandono!”.
D’improvviso
torna quel silenzio glaciale,
placati son gli animi dopo la tenzon fatale.
Al
re vinto s'appressa il monarca vincitore,
che
per lealtà e coraggio vuol rendere onore
e
con gesto regale da vero grande sovrano,
al
fiero vinto, dianzi prostrato, tende la mano.
Aurelio Napoli Costa