
| | Racconto:
Campanile basso del Brenta
Per comprendere meglio questo racconto è doveroso fare
un’introduzione per presentarne i protagonisti.
Era il 1983, avevo cominciato ad arrampicare l’anno
prima, dopo aver appreso le regole fondamentali da un amico, una Guida Alpina
che avevo conosciuto facendo l’autostop per scendere dai Resinelli.
Paolo
Mio compagno di avventure era Paolo, un ottimo
arrampicatore, anche se la caratteristica che più mi è rimasta in mente ora
che sono passati molti anni, rimane il sonno talmente profondo da consentirgli
di lasciare suonare la sveglia per ore senza il benché minimo turbamento, anzi
sono pronto a scommettere che alle volte sua madre, spegnesse la sveglia dalla
disperazione di sentirla suonare continuamente, evitando poi di svegliare il
figlio convinta anche per quella volta, di averlo salvato da chissà quale
minaccia incombente.
Ai tempi non possedevamo auto o altri mezzi di locomozione,
e per andare in montagna utilizzavamo il treno, questo però ha un grosso
inconveniente; arriva e parte ad orari precisi e, nei fine settimana, ben
distanti tra loro.
Così capitava spesso che, abitando nei pressi della
stazione ferroviaria mi presentavo puntuale,
ma il mio socio, colpito dalla malattia del sonno, disertava gli appuntamenti
lasciandomi da solo e incazzato nero.
Avevo anche escogitato un trucco per aggirare l’ostacolo;
i treni partenti in orari utili per non fare poi tardi di sera erano alle 6,35 e
alle 7,08 il successivo, che partiva alle 8,40 era considerato come estrema
risorsa per non rovinare completamente la domenica. Il trucco consisteva nel
fissare obiettivi che richiedevano di essere sul posto molto presto, quindi ci
accordavamo per partire con il treno delle 6,35; le possibilità di prendere in
due questo treno erano circa una su tre, ma salivano a due su per il treno delle
7,08 e quasi sicure per quello delle 8,40, dico quasi perché io sarei salito lo
stesso su quest’ultimo senza attendere oltre, e molte volte andava a finire
così e mi ritrovavo da solo per qualche camminata.
Alcune volte però, se tenevo particolarmente
all’obiettivo fissato, e lo consideravo raggiungibile da solo, prendevo il
primo treno senza aspettare oltre; capitò così che avevamo deciso di tentare
la mitica cresta Segantini, sarà stato il mese di febbraio e naturalmente non
l’avevamo mai salita prima, né in estate ne tantomeno d’inverno: fissammo
l’orario di partenza per le ore 6,35 ma Paolo non si presentò
all’appuntamento. Andai da solo e fu così che salii la cresta d’inverno da
solo e con uno zaino della madonna!
Ci volle qualche giorno per capire che avevo fatto una cosa
notevole tanto che, nonostante le scuse per il non essersi presentato
all’appuntamento, mi rifiutai di tornare la domenica successiva a ripetere la
via con lui, così ci mettemmo d’accordo per andare ad arrampicare al Medale,
partenza ore 7,08.
Lorenza
Purtroppo anche questa volta mi trovai da solo in stazione,
aspettai il treno delle 8,40, vi salii sopra e quando questo era già in
movimento vidi il mio socio arrivare di corsa, “cazzi suoi” dissi tra me e
me, e cominciai a pensare dove andare.
La scelta cadde sulla ferrata del Pizzo D’erna, un buon
allenamento e soprattutto raggiungibile brevemente con i mezzi pubblici che
salgono fino al piazzale della funivia.
Così, con il mio bello zainone pieno di materiale mi sono
avviato per la ferrata; giunto all’attacco mentre mi preparo, sono raggiunto
da una ragazza in canottiera e calzoncini extra corti, che dopo essersi a sua
volta
Preparata
con imbraco e cordini (il dissipatore era un oggetto sconosciuto ai più), a razzo si avvia per la salita.
Io che ero già pronto, dopo aver riarrotolato la lingua,
caduta a terra per la visione, (le ragazze in giro da sole in montagna erano una
rarità, quelle carine praticamente inesistenti) mi gettai al volo
all’inseguimento di quella che si configurava come possibile preda.
Appena raggiunta, però, mi guardai bene dal superarla;
infatti, su una ferrata tutta a scalette come il primo tratto del Pizzo
D’erna, se si ha davanti una bella ragazza in mini short, il panorama migliore
che si possa vedere si ha restandole dietro (o meglio sotto).
Arrivati al termine del primo tratto ci fermiamo a prendere
fiato, e così, mentre io penso ad una scusa per attaccare bottone, lei mi
chiede: che montagna è quella là?
È la Grignetta, sono stato lì domenica scorsa a fare
la Segantini da solo, dissi tutto di un fiato pensando di impressionare
favorevolmente la mia preda, ma da subito ebbi l’impressione che non fosse in
grado di apprezzare il valore di quanto detto, infatti, lei mi chiese se stessi
parlando di un’altra ferrata; no! Risposi è una via di arrampicata, facile
d’estate, ma d’inverno le cose si complicano parecchio; aggiunsi accentuando
il tono da gallo cedrone che sta cercando di fare impressione
Queste ultime parole ottennero però l’effetto
desiderato, la ragazza, manifestando interesse mi rispose: arrampichi!
Piacerebbe anche a me e vorrei fare un corso per imparare anch’io.
A questo punto avevo trovato la scusa per rivederla,
infatti, dopo le presentazioni, fattomi forte dall’aver trasmesso a Paolo
quanto a mia volta avevo appreso da poco, mi proposi per insegnarle ad
arrampicare.
Antonio
I mesi successivi trascorsero piacevolmente, a Paolo avevo
dato il benservito, con la scusa che non potevo certo portarmi dietro il
“moccolo”, e così potei dedicarmi completamente allo svelare i segreti
della montagna alla mia nuova amica Lorenza; amica appunto, perché nonostante i
miei sforzi per passare ad un altro tipo di rapporto personale, con mia gran
delusione lei non sembrava mostrare interesse per me se non per il farsi
accompagnare in montagna, inoltre con mio disappunto, intorno al mese di Giugno
mi aveva presentato Antonio, un amico del fratello, chiedendomi di farlo
arrampicare con noi.
Non ero certo felice di questa prospettiva! Arrampicare in
tre è piuttosto lento e inoltre, questo nuovo arrivato voleva andare da primo
ed io, piuttosto restio a cedere il comando della cordata, non riuscivo a
farmelo diventare simpatico, urgeva quindi trovare una soluzione.
C’ era ancora libero Paolo, e così con un abile manovra
diplomatica riuscii a recuperare il mio vecchio compagno e a fargli fare coppia
con Antonio, così almeno non dovevo legarmi con lui.
Ovviamente i nostri orizzonti non andavano più in là di
Medale e Grigna, anche perchè a Maggio avevo perso il lavoro e non potendo fare
affidamento su alcun tipo di entrata finanziaria, era obbligatorio dimensionare
gli obiettivi in funzione della minima spesa possibile.
Fortunatamente verso la metà di luglio trovai lavoro in
una fonderia di proprietà di un conoscente, il lavoro era duro ma almeno mi
dava la possibilità di essere economicamente indipendente dalla mia famiglia,
consentendomi inoltre di formulare qualche ipotesi su dove passare le ferie di
Agosto.
Le ferie
Così decidemmo di andare sulle Dolomiti di Brenta,
l’intento era di fare qualche salita di ambientamento nella zona del Tuckett,
successivamente trasferimento al Brentei per fare la via delle bocchette e la
normale al Campanile basso, e in seguito, se le nostre risorse lo avessero
consentito, avremmo fatto una
puntata in Civetta e Marmolada; I trasferimenti li avevamo
assicurati da Antonio, poiché era l’unico possessore di un’auto.
Fissammo così l’appuntamento per il giorno 7 Agosto alle
ore 6 a casa mia.
Con uno zaino pazzesco, (non ne ho più portati di così
pesanti) eccomi fuori dal portone di casa ad aspettare il resto della compagnia;
per primo arriva Paolo senza zaino! Mi racconta una storia incredibile, afferma
che non può venire con noi perchè all’improvviso i suoi sono dovuti partire
e lui deve rimanere a guardare la casa.
In un primo
momento m’incazzo un pò, ma poi, oramai abituato alle sue stranezze, lascio
perdere, ora il problema maggiore è rappresentato dall’essere in tre,
soprattutto a dividere le spese della macchina, una Renault turbo dai consumi
stratosferici.
Quando Lorenza e Antonio arrivano, Paolo se n’è già
andato, tocca a me rendere credibile ciò cui nemmeno io ho creduto.
Comunque il nostro programma non subisce variazioni e
partiamo, alla volta di Madonna di Campiglio.
Saliamo al rifugio Tuckett, con i nostri begli zaini
stracarichi, ci fermeremo lì un paio di giorni giusto il tempo per salire la
Kiene al castelletto e la Sibilla alla Punta Massari, nel frattempo abbiamo
fatto amicizia con due ragazzi di Milano, e con loro ci accordiamo per
trasferirci al Brentei e salire la via normale al Campanile basso.
La sera prima della salita la passiamo fuori dal rifugio,
è la notte di San Lorenzo e il cielo ci offre uno spettacolo straordinario al
quale difficilmente avremmo potuto rinunciare, quella stessa notte, lo seppi più
tardi, sarebbe nato mio nipote Stefano.
Il Campanile Basso
L’indomani mattina ci alziamo presto e, dopo aver
informato sulle nostre intenzioni il gestore del rifugio, ci avviamo lungo il
sentiero che costeggiando la Val Brenta ci porta all’inizio della via delle
bocchette, lungo la quale si trova l’attacco della via normale al Campanile
basso, superiamo e veniamo a nostra volta superati da altre persone dirette al
campanile, e quando arriviamo alla selletta notiamo con disappunto che in molti
hanno deciso di seguire la nostra stessa via.
Qui commettiamo il primo di una lunga serie di errori;
invece che partire subito e superare le cordate più lente, decidiamo di
metterci in coda ad aspettare il nostro turno, ciò ci costerà un ritardo che
non riusciremo più a recuperare, inoltre quando si tratta di partire, tra me ed
Antonio si accende una discussione su chi andrà davanti, poiché entrambi
vogliamo fare da capocordata, alla fine pur con riluttanza concordo di
alternarci al comando, tanto siamo legati con corde intere così io nel mezzo
recupererò Lorenza e Antonio in coppia mentre lui, recupererà prima me e poi
lei, operazione questa che concorrerà a farci perdere ulteriore tempo.
Parto io, perchè nella trattativa si è deciso che, i due
tiri più difficili, il primo e l’ultimo, li avremmo superati uno per ciascuno
da primo; la placca Pooli non è poi così difficile e in un attimo arrivo al
terrazzino di sosta, congestionato dalle numerose cordate, comunque riesco a
ricavarmi uno spazio e lentamente i miei compagni mi raggiungono in sosta.
Ora parte Antonio, e quasi da subito si rileva un’altro
intoppo; infatti, dovendo invertire il senso di scorrimento della sua corda,
questa forma degli intrecci quasi inestricabili, che ci costeranno molto tempo e
fatica per scioglierli.
I tiri di corda successivi sono su roccia facile, ma il
nostro procedere già rallentato, fa sì che quando arriviamo sotto ai camini a
Y incrociando le prime cordate in discesa, sia ulteriormente rallentato.
Siamo troppo educati e lasciare il passo a chi scende ci
costa altre ore di ritardo, poiché il primo tiro dei camini tocca a me, decido
di seguire quello di sinistra, è un pò più difficile, ma almeno non è
percorso dalla via di discesa, lentamente e con il peso delle due corde che ad
ogni passo sembra strapparmi dalla roccia, salgo lungo il camino fino a
raggiungere la sosta, dove trovo altra gente che ha deciso di utilizzare questo
tratto come via di discesa, giacché l’altro lato è oramai strapieno di
cordate in discesa, assicuro i miei compagni facendoli salire
contemporaneamente, l’operazione mi costa molta fatica, ma almeno ho
l’illusione di accorciare i tempi.
Antonio sale sul secondo tiro, quello che porta allo
stradone provinciale, la grossa cengia che porta allo spallone e agli ultimi
tiri di corda prima della vetta, quando lo raggiungo posso ammirare una cordata
impegnata sul primo tiro della Preuss, è veramente una via vertiginosa,
soprattutto in considerazione del fatto che Paul Preuss la percorse per primo da
solo, slegato, in salita e discesa.
Ci fermiamo un' attimo ad ammirarli, ma è molto tardi,
siamo gli ultimi a salire e continuiamo ad incrociare cordate in discesa,
nessuno di noi però, osa pronunciarsi su quella che sarebbe la cosa più
sensata da fare, cioè scendere, e così attraversiamo tutto il versante nord
fino a raggiungere lo spallone, siamo stanchissimi, così dopo una breve
discussione sul da farsi, decidiamo di lasciare gli zaini per proseguire più
leggeri, a questo punto concordiamo che alternarsi al comando ci rallenta molto,
dunque saliremo a forbice e il primo di cordata sarò io, ci alleggeriamo al
massimo, io sono praticamente in calzoncini e canottiera, e i miei amici poco di
più.
La vetta
Parto lungo la rampa e quasi subito sono fermato dalle
cordate in discesa, la salita è lentissima perchè, lanci di corde e alpinisti,
mi costringono a numerose fermate, in ogni modo riesco ad arrivare sullo spigolo
che divide la parete Ovest dalla Nord; faccio sosta su un piccolo gradino
chiamato “pulpito del Re del Belgio” in onore ad Alberto 1°.
Recupero i miei compagni, oramai non scende più nessuno e
non ci accorgiamo nemmeno che il sole sempre più basso; questa via è diventata
un’ossessione riparto immediatamente e nonostante la stanchezza, supero in
volata la parete Nord lungo il traverso che con intuito Ampferer e compagni
superarono per primi cento anni fa. Oramai mancano pochi metri alla vetta, e
nella foga di salire mi scordo di cercare l’ancoraggio per la doppia: la
relazione afferma che si trova alcuni metri sotto alla vetta, ma io non lo vedo,
ancora pochi passi ed eccomi sulla sommità del Campanile Basso e solo a metà
del viaggio, mentre il sole oramai è scomparso dietro al Crozzon.
Faccio sosta girando la corda intorno ad un grosso
spuntone, e prima di recuperare Lorenza e Antonio grido loro di cercare salendo
l’ancoraggio per le doppie, ma quando mi raggiungono stremati e quasi al buio
non possono fare altro che dirmi di non averlo trovato.
La situazione si fa critica, scendo un pò a cercare
l’ancoraggio ma non lo trovo, riesco però ad orientarmi, e in prossimità
dello spigolo trovo una fessura che mi sembra buona, vi piazzo due chiodi e
allestisco la calata, in questo momento il nostro obiettivo è raggiungere gli
zaini sullo spallone e lì passare la notte al riparo: non lo sappiamo ancora ma
li raggiungeremo solo l’indomani mattina.
Getto le due corde e scendo alla cieca, per fortuna che
l’intuito non mi ha tradito, infatti, quasi al termine della corda raggiungo
il pulpito del Re del Belgio, siamo sulla strada giusta! Libero la corda e più
o meno velocemente anche i miei amici mi raggiungono.
Il bivacco
Inizio il recupero delle corde, ma quando oramai comincio a
vedere il nodo scendere, questo va ad incastrarsi in una strozzatura della
roccia, vani saranno i tentativi di sbloccarlo, tento anche di risalire lungo la
parete, ma quando mi rendo conto del rischio ridiscendo; ormai è notte, siamo
in tre bloccati su un terrazzino un poco più grande del davanzale di una
finestra, a cinquecento metri dalla base del campanile, e a poco più di
settanta dai nostri zaini, l’unica cosa che ci resta da fare è gridare Aiuto
con tutto il fiato rimastoci.
Ma: che fine hanno fatto i due ragazzi di Milano che alla
mattina erano partiti con noi? Più saggiamente, loro avevano invertito la
marcia ancora sotto ai camini a Y e adesso mentre sono sul sentiero ad
aspettarci, raccolgono per primi la nostra richiesta di aiuto, ci scambiamo
alcune frasi, rotte dall’eco, e riusciamo a comunicare loro la nostra
posizione, naturalmente vista l’ora non possono fare altro che rassicurarci
dicendoci che qualcuno sarebbe salito a soccorrerci, e scendono al rifugio.
Appena informato, il gestore del Brentei e uno dei ragazzi
partono subito in nostro soccorso e, nonostante il buio, raggiungono l’attacco
della via facendoci sapere di essere in arrivo, poi perdiamo il contatto;
sapremo solo l’indomani che, sopraffatto dalla stanchezza il nostro amico sarà
costretto a rinunciare.
Nel frattempo noi, cerchiamo di risolvere il problema di
dove aspettare i soccorsi, il terrazzino è veramente stretto e a malapena
riusciamo a starvi seduti in tre con le gambe penzoloni su un vuoto che, con
l’oscurità non fa altro che dilatare il senso di angoscia che oramai sta
prendendo il sopravvento.
Dopo qualche ora di permanenza in quella scomoda posizione,
assicurati ad un solo chiodo e con il formicolio alle gambe, grazie alla luce
della luna che nel frattempo è arrivata a rischiarare la notte, riusciamo ad
intravedere la possibilità di raggiungere il caratteristico terrazzo chiamato
Albergo al sole, con un’aerea ma facile traversata di pochi metri; decidiamo
di tentare, annodando assieme tutti i cordini che portiamo a tracolla, riusciamo
a raggiungere una discreta lunghezza, e dopo essermi legato, più per sicurezza
psicologica che altro, parto in esplorazione.
Fortunata mente non è più di terzo grado e con pochi
passi raggiungo il terrazzo, pianto un paio di chiodi e tendo la corda come
fissa, per aiutare la traversata dei miei compagni, così poco dopo anche loro
sono al sicuro vicino a me.
Cercando un pò di riparo dal vento gelido che nel
frattempo ha cominciato a spirare troviamo, sotto ad un leggero strapiombo,
tracce di un muretto a secco; lo rinforziamo alla meglio e stringendoci l’uno
contro l’altro, ci rannicchiamo contro alla parete, sperando ancora che
qualcuno prima o poi arriverà a salvarci.
La neve
I minuti passano come se fossero ore, quando intorno alle
tre ecco il cielo rannuvolarsi e scaricarci addosso una breve nevicata, non
riesce nemmeno a bagnare la roccia, ma ottiene, sul nostro morale un effetto
dirompente, io batto i denti in modo tanto incontrollato da aver quasi paura di
romperli, mentre freneticamente mi sfrego le gambe nude per cercare di
mantenerle al caldo, Lorenza piange sommessamente avvolta in un tremito
convulso, Antonio forse il più provato, alterna lunghi silenzi a frasi del
tipo: è finita non ce la faccio più.
La neve cede ben presto il posto ad una leggera
pioggerella; per fortuna che il nostro riparo ci protegge in maniera
sufficiente, poi comunque anche la pioggia dura poco, lasciando di nuovo lo
spazio ad uno splendido cielo stellato, non sono dello spirito giusto per
guardare le stelle, ma almeno, tranquillizzato dal miglioramento e sopraffatto
dalla stanchezza mi addormento.
Non so se avrò dormito un’ora o più, ricordo però di
aver sognato e quel sogno, mi è rimasto per sempre impresso nella mente: ero
come sospeso nel vuoto sopra al diedro Fehrmann e lì vedevo una cordata formata
da più persone, salire alla luce delle frontali a portarci soccorso.
Povera illusione! Mi svegliai di soprassalto scosso da un
forte tremito di freddo, infatti, con il ritorno del sereno e l’approssimarsi
dell’alba, la temperatura subisce un brusco abbassamento tornando nuovamente a
farci sentire il morso del gelo, mi rivolgo allora ai miei compagni e con
stupore li vedo addormentati l’uno contro l’altra; per un attimo temo che
sia accaduto il peggio, poi provo a svegliarli scuotendo loro di dosso il
pericoloso torpore in cui stanchezza e freddo li avevano gettati.
L’alba
Passiamo così le ultime ore in attesa dell’alba,
desiderando i suoi primi raggi come nient’altro finora, fiduciosi
nell’arrivo dei soccorsi e consci di aver oramai superato il peggio.
Così, quando il giorno si è definitivamente sostituito
alla notte, riprendiamo a lanciare i nostri richiami, nella speranza che a
raccoglierli siano i nostri soccorritori, ad un tratto,
dalla bocca di Brenta una persona ci risponde chiedendoci le nostre
condizioni e la posizione in cui siamo, poi c’informa che alcune cordate
stanno già salendo sul campanile e quindi la nostra attesa sta per terminare.
Saranno state le nove, quando sullo spallone compare la
prima cordata, si tratta di una guida con cliente al seguito, e una volta
informato della nostra situazione, sale da solo in nostro aiuto.
Quando ci raggiunge, mi chiede cosa è successo e dopo che
gli ho raccontato la nostra avventura mi invita a seguirlo in vetta per
recuperare le nostre corde e capire dove abbiamo sbagliato; mi lego alla sua
corda e, dopo averlo assicurato parto. Mi accorgo subito del mio errore, ho
attraversato troppo a sinistra, uscendo dalla via, ora invece salgo quasi subito
dopo aver superato lo spigolo e brevemente dopo essere passato accanto al punto
di calata, mi ritrovo in vetta per la seconda volta.
Verifichiamo il mio ancoraggio e mi è fatto notare che,
probabilmente il non aver potuto risalire la corda, mi ha evitato un grave
incidente, infatti, i chiodi che avevano retto alla nostra discesa,
difficilmente avrebbero potuto resistere alle sollecitazioni di una risalita con
i Prusik; incasso la ramanzina e mi preparo a scendere, recupero le mie corde e
le passo nella sosta corretta. Grido “Doppia!” e dopo averle lanciate nel
vuoto raggiungo i miei compagni che nel frattempo sono tornati al Re del Belgio.
Epilogo
Ringraziamo la guida e poi ognuno riprende la propria
strada, in breve raggiungiamo lo spallone e i nostri zaini, finalmente possiamo
bere e mettere qualcosa sotto i denti, erano passate almeno diciotto ore da
quando li avevamo lasciati e adesso non vedevamo l’ora di lasciarci alle
spalle quest’avventura.
Dopo esserci ripresi, ripartiamo per la discesa e così
dopo aver percorso lo stradone provinciale, raggiungiamo la sosta sopra ai
camini a Y, lì troviamo una coppia di francesi occupati nella salita, dobbiamo
avere le facce provate dalla nottata, perchè quando raccontiamo loro la nostra
disavventura, dopo averci offerto da bere, decidono di tornare indietro e
discendere insieme a noi, oltretutto loro sono attrezzati con due mezze corde da
cinquanta metri, e le operazioni di lancio e recupero sono più agevoli che con
i nostri cordoni.
Così, intorno alle 14,00 raggiungiamo la base, dove
troviamo i nostri amici di Milano ad aspettarci, e dopo aver salutato e
ringraziato i due francesi, ci avviamo verso il rifugio Brentei.
Oramai la brutta avventura è alle nostre spalle, ma lascerà
qualche strascico di polemica, e la prima conseguenza sarà che il giorno
successivo, Antonio ci comunicherà la sua decisione di tornare a casa, per
fortuna lo
convinciamo a lasciarci in stazione a Trento, da dove con i mezzi pubblici
contiamo di raggiungere Alleghe e il Civetta.
Ci salutiamo lì, noi con le tasche praticamente
prosciugate dall’inesauribile sete della Renault e Antonio con il proposito di
non ripetere mai più simili avventure.
Dopo quell’estate, piano piano la mia frequentazione con
Lorenza si è diradata sino a chiudersi del tutto, di Antonio non seppi più
nulla ma di quella esperienza ricordo ancora l’intensità delle emozioni che
ne scaturirono, e che da allora hanno influenzato il mio modo di andare in
montagna.
In questi anni, ho continuato ad arrampicare, sono stato
ancora sul Campanile Basso, per altre vie più difficili, con compagni diversi,
ma soprattutto senza commettere più altri errori.
|