Grigna meridionale
Una sottile striscia bianca
Tra
i mughi si può scorgere il canale
La prima volta che lo vidi,
sarà stato verso la fine dell’inverno ’86, uno degli ultimi con molta neve.
Una domenica, tornando da
Barzio dopo aver salito il canalone dei camosci ai Campelli, lungo la strada che
da Moggio porta al colle di Balisio, il mio sguardo affascinato dalla vista
della Grignetta in veste invernale fu attratto da una sottile striscia bianca
che, solcante il versante Est andava a finire su una cresta senza nome.
Chissà come si chiama quel
canale? Certamente è già stato salito, è troppo logico ed evidente e in
Grigna, le vie logiche sono state salite da anni.
Và detto che in quegli
anni, la documentazione era piuttosto scarsa e, per quanto riguarda le Grigne
tendente a privilegiare le arrampicate su roccia, lasciando così le salite
invernali a poche note scritte qua e là e soprattutto alla tradizione orale,
infatti, nonostante le numerose ricerche sul poco scritto disponibile e molte
domande agli amici più esperti, nulla e nessuno riportava notizie su quella
striscia di neve.
Eppure c’era, l’avevo
vista bene, in ogni modo in quell’anno non insistetti a causa di una visibile
strozzatura senza neve che, interrompendo la continuità della linea di salita,
faceva sembrare il canale un po’
difficoltoso.
Così, l’inverno venne ben presto salutato da una primavera
esageratamente piovosa e da un’estate da dimenticare.
Seguirono anni con inverni
secchi e freddi, e naturalmente l’interesse fu catturato dalle molte cascate
che senza neve diventavano terribilmente attraenti, ogni tanto però passavo di
là e lungo la strada per Moggio mi soffermavo a guardare quella striscia di
neve così invitante.
Le notizie sempre scarne
parvero finalmente darmi un barlume quando, non ricordo in che anno, su una
rivista, apparve un articolo sul ghiaccio nelle Grigne, ma letto e riletto,
questo non pubblicava alcun’altra informazione di là dei più che conosciuti
canalini del versante Sud / Sudovest (piccioni, caminetto, lingua ecc.) a quel
punto si rafforzava in me la convinzione che quel canale, pur così evidente non
fosse ancora stato salito.
Questa convinzione mi diede
l’impulso a cercare la salita ad ogni costo, e così nell’aprile del ’92
Francesco ed io, di ritorno da una gita In mountain bike nei dintorni del
Culmine di san Pietro, scendendo verso la valsassina avemmo modo di notare che,
grazie alle abbondanti nevicate di quell’inverno, tra i prati delle rive di
corda e il dirupato versante Est della grignetta, si allungava solitario quel
canalino nevoso.
Rotti gli indugi decidemmo
seduta stante che il sabato successivo, 25 Aprile, non ci sarebbero più stati
misteri su di lui, e ci accordammo per l’azione.
Una scheggia dal passato
Anche se la stagione era
ormai tarda per una salita in stile invernale, sulle pendici della Grignetta
persisteva una certa quantità di neve che, considerate le temperature di sotto
alla media stagionale, ci avrebbe garantito un discreto fondo.
L’avvicinamento, dapprima lungo la traversata bassa e poi risalendo il gerone,
si svolge senz’altra difficoltà che il districarsi in una fitta selva di
mughi senza alcuna traccia da seguire se non il riferimento della nostra linea
di salita
Infine, giunti sotto al
canale ci fermiamo in vista di quella che pensavamo una strozzatura senza neve,
ed invece rivelatosi essere un grosso masso che, incastrato ostruisce
l’accesso alla parte superiore del pendio.
Poco male ci diciamo,
l’inclinazione del canale non è superiore ai 40° e quel masso sembra che sia
possibile passarlo sulla destra, immersi nei nostri pensieri posiamo a terra gli
zaini e cominciamo a prepararci per la salita. A quel punto, accanto
all’imbracatura scorgo qualcosa di strano, sembra un sasso ma il colore
ruggine mi rimanda a quei reperti che spesso si ritrovano sui monti dove fu
combattuta la grande guerra.
Lo raccolgo e, con stupore
non posso fare altro che costatare ciò che da subito avevo sospettato, mi
trovavo in mano una grossa scheggia di proiettile di artiglieria, probabile
residuato della guerra di liberazione.
Che combinazione! è il 25
Aprile, forse siamo su una via nuova e troviamo una testimonianza di quel
periodo, metto la scheggia nello zaino e velocemente mi preparo, ho fretta di
andare a vedere quel masso. Le
due schegge
Sorpresa!
Saliamo i primi cento metri
su neve facile fino a giungere al passaggio obbligato, cerchiamo un punto per
attrezzare una sosta e, sorpresa, c’è un chiodo, con un pizzico di delusione
non posso fare altro che trovare conferma ai miei timori, qualcuno ci aveva
preceduti, d'altronde continuare ad illudersi di essere i primi sarebbe stato un
grosso peccato di presunzione.
Il chiodo non è un gran
che messo bene, infatti, mentre mi accingo a preparare la sosta lo saggio per
vedere di utilizzarlo ma, dopo un paio di trazioni me lo ritrovo in mano, lo
scruto con attenzione fino a scorgerne il marchio del fabbricante, una “C”
racchiusa da un rombo, segno che, chi ci ha preceduto non lo ha fatto molto
tempo prima di noi.
Parte Francesco e, anche se
con gli scarponi non sembra che i primi metri oppongano grosse difficoltà, è
il superamento della sporgenza che gli richiede il maggiore impegno, e in ogni
caso si tratta di un solo passo e la sua statura lo aiuta a superarlo meglio,
qualche problema in più potrei averlo io poiché sono un bel po’ più
piccolo!
Ora non lo vedo più, ma
dalla velocità con cui mi chiede corda immagino che le difficoltà siano già
finite, e, infatti, poco dopo lo sento chiodare la sosta.
Adesso tocca a me, in
effetti, il primo pezzo non è difficile, lo supero in un balzo e subito
d’istinto mi getto sulla placca che supera a destra la sporgenza del masso; ma
dove cavolo hai messo le mani, per uscire da qui? Un breve pensiero a mia mamma
che con il suo metro e cinquanta non poteva certamente regalarmi un paio di
gambe più lunghe e poi scrutando più su, vedo l’appiglio a diversi
centimetri dal punto più alto che posso raggiungere con la mano.
Non ci penso molto,
estraggo la piccozza che in questi casi tengo tra lo zaino e la schiena, e
delicatamente la uso al posto di quei centimetri che non ho.
È proprio un passo!lo
supero e in un attimo sono in sosta, ci scambiamo uno sguardo soddisfatto, ora
c’è solo neve, liberiamo la sosta, accorciamo la corda e di conserva
proseguiamo lungo un pendio che a stento raggiunge i 50°, la neve è ottima,
calciando si riesce a far penetrare il
piede per metà, e lasciamo
così inutilizzati nello zaino i ramponi.
Proseguiamo alternandoci al
comando, ad un certo punto guardando in basso notiamo che alcune di persone
sulla traversata bassa ci hanno visto e ci stanno seguendo con lo sguardo, certo
che da sotto sembra più ripido, dopo uno scambio di battute, riprendiamo la
salita fino ad una
strozzatura, dove la poca neve rimasta ci regala qualche decina di metri sui 60°
e oltre, è l’ultima neve che pestiamo, ora solo un ripido prato ci separa
dalla cresta, che raggiungiamo in prossimità della quota 1950 (tav. (IGM
1/25.000), siamo stanchi ma soddisfatti, almeno per noi questa via non è più
un mistero e poco conta se altri sono già saliti prima di noi.
La
discesa.
Ci avviamo lungo la cresta
anche se non sappiamo bene dove va a finire, la cartina non dà molti dubbi,
dovremmo congiungerci alla cresta Sinigaglia poco prima del canalino
Federazione, ma non sappiamo se troveremo ostacoli e di quale tipo.
Oramai sono le due del
pomeriggio, la neve si è fatta molle e sfondiamo fino al ginocchio, così dopo
poche centinaia di metri ci interroghiamo su quanto vale la pena salire ad ogni
costo in quelle condizioni, discutiamo un po’ e alla fine decidiamo di
scendere dal sentiero delle rive di corda poiché, almeno quello è privo di
neve e non presenta alcuna difficoltà.
Così ci volgiamo al
ritorno certi di ritornare, magari in inverno, per tentare gli altri canali che
solcano questo versante così poco frequentato da essere privo totalmente dei
luoghi e riferimenti dai nomi a volte pittoreschi, che invece altrove questa
stessa montagna possiede così in abbondanza.
In breve tempo raggiungiamo
la traversata bassa e attraversando il Gerone troviamo un accesso più comodo al
canale, meglio così, almeno la prossima volta non perderemo tanto tempo a
cercare la traccia, ci avviamo verso la macchina, sui prati prima della stanga,
una splendida fioritura di crochi ci riporta alla primavera oramai sbocciata,
non lo possiamo sapere ma passeranno anni prima che qualcuno di poi possa
ritornare su questi pendii.
Inverno 2001
il
passaggio del masso
Sono passati un pò di anni
da quel 1992, Francesco non viene più in montagna e io stesso rubo al tempo che
dovrei dedicare a mia moglie e mia figlia Arianna, le giornate per le poche
uscite che riesco a fare con un gruppo di amici.
Nel frattempo è uscita la nuova guida del C.A.I. sulle
Grigne ma invece di svelare il mistero, questa contibuiva ad infittirlo
ulteriormente, infatti, è riportata la sola relazione di un non ben precisato
Canale Est alla cima principale e le scarne mote non sembrano combaciare con la
salita da noi effettuata, Infatti mentre non è citato il superamento del masso,
la relazione parla di facili roccette in uscita e non dice esattamente dove si
esca, mentre noi uscimmo su prato e in prossimità di un punto trigonometrico
riportato sulle carte ufficiali.
È un pò che ne parliamo e
finalmente quest’anno sembra esserci la neve giusta per ripetere la salita,
così un sabato pomeriggio mi trovo con Pierangelo (Pier) presso un noto negozio
di articoli sportivi, scambiamo quattro parole e alla fine ci diamo per impegno
che la domenica successiva andremo a salire il fantomatico canale EST.
Così nella settimana
successiva ci accordiamo, e domenica 18 febbraio, ci troviamo ben in sette a
partire per un’altra avventura.
Questa volta fa più freddo
e il sentiero della traversata bassa è coperto di neve indurita dal gelo,
questo ci lascia ben sperare sulle condizioni in cui potremo trovare la via.
Raggiungiamo in fretta il
gerone e il punto in cui lasciamo il sentiero per raggiungere l’attacco,
ancora una volta mi aggiro fra i mughi che, con la neve formano un vero
labirinto nel quale si fatica un pò a trovare la linea di salita, così
aggirando la vegetazione mi trovo un’altra volta davanti a qualcosa che
riporta al passato, sotto ad un masso in un punto che la neve non è riuscita a
ricoprire riconosco al volo i segni di una filettatura arrugginita, allungo la
mano e mi ritrovo con un’altra scheggia di proiettile, la mostro ai miei amici
giusto il tempo per ricordare i fatti che qui avvennero più di 50 anni fa, poi
subito la metto in tasca e riparto per la nostra meta.
Una
vecchia conoscenza
La neve è perfetta, ci
fermiamo all’imboccatura del canale per legarci e calzare i ramponi, giusto il
tempo di scattare qualche foto e Pier, galvanizzato dalla salita parte come un
treno, per tutta la giornata lo richiamerò all’ordine perché non riesco a
stargli dietro, e così in un attimo ci ritroviamo sotto al masso, giusto il
tempo per costatare che il passaggio è completamente ricoperto da un sottile
spessore di ghiaccio.
Riparte subito
all’attacco e, solo quando lo vedo in difficoltà, mi accorgo che alle due
piccozze ha collegato i cordini che si usano sulle cascate e che ora gli danno
fastidio, non ci avevo notato altrimenti glieli avrei fatti togliere.
Comunque anche se con un pò
di difficoltà riesce ad alzarsi nella nicchia, ora c’è da superare la
sporgenza e il ghiaccio anche se poco, aiuta a stabilizzarsi sui ramponi, dal
momento che siamo in sette, per sveltire le cose decidiamo di utilizzare la
nostra corda come fissa una volta che Pier avrà attrezzato una sosta sicura,
mentre io salirò per ultimo a recuperare il materiale lasciato.
Salgono tutti, e quando
tocca a me il ghiaccio rimasto è veramente poco, comunque riesco a superare il
passaggio abbastanza agevolmente, e in un attimo sono in sosta assieme ai miei
compagni.
La cresta Nordest
La
cresta prima di incrociare la Sinigaglia
Non mi lasciano nemmeno il
tempo di tirare il fiato che subito si riparte, evidentemente il nostro Pier non
sopporta l’idea di avere altri davanti e così si rimette a correre, sarà
contento solo quando li avrà nuovamente superati tutti.
Così senza particolari
problemi raggiungiamo la strozzatura, 60/ 65 gradi con una neve splendida,
circondati da una natura selvaggia e, cosa inusuale per le nostre montagne,
senza altre tracce umane.
Più o meno brevemente
raggiungiamo il colletto a quota 1950, e sempre senza riprendere fiato sono
letteralmente trascinato lungo la cresta, perché nel frattempo, Elio e Cristina
sono passati avanti e per il maschilismo di Pier, essere dietro ad una donna è
l’umiliazione peggiore che possa subire.
La cresta è stupenda,
inizia con una schiena di mulo per poi diventare sempre più sottile, saliamo
per qualche centinaio di metri, poi, due dei nostri rinunciano a completare la
salita e si incamminano lungo la via di discesa, sono almeno tre ore che siamo
in marcia, mi accorgo che non ho ancora bevuto e ho le gambe che cominciano a
reclamare, inoltre devo anche contrastare il traino della corda, dal momento che
il mio “socio” davanti non accenna a ridurre l’andatura.
Ad un certo punto non ce la
faccio più, tiro giù i santi del paradiso e mi slego, dal momento che non ce
la faccio a sostenere il ritmo proseguirò da solo con il mio passo.
La mia incazzatura deve
aver sortito l’effetto desiderato, ora ad un piccolo ripiano si fermano Elio e
Cristina dando così modo a Pier e Stefano di raggiungerli: poco dopo arrivo
anch’io, avendo nel frattempo raffreddato l’animo, non è proprio il caso di
prendersela, dal momento che in passato ero io quello che trascinava i compagni
di cordata! Beviamo un pò e Pier forse per farsi perdonare mi dà un pò di
fichi secchi, ottimo rimedio per i crampi che si erano presentati prima che mi
slegassi.
Ci guardiamo attorno e non
vediamo nessuno, a sinistra riconosciamo i Magnaghi e la cresta Sinigaglia che,
come previsto si raccorda in alto con il nostro itinerario, sotto i nostri piedi
si apre il pendio del versante est, che da qui è solcato da diversi canali
sconosciuti.
Ad un tratto scorgiamo in
prossimità del salto del gatto, altri due alpinisti: anche loro ci osservano,
forse sono stupiti di vedere gente su questa cresta così bella e senza nome,
oramai manca poco alla vetta, dietro alle quinte formate da cornici spettacolari
riconosciamo la sagoma del bivacco Ferrario, raggiungiamo la traccia della
cresta sinigaglia e, poco dopo il canalino Federazione, superiamo gli ultimi
salti attrezzati e siamo in vetta, sono le 14,30, una breve sosta e tolti i
ramponi scendiamo ai Resinelli per la cresta Cermenati.
Ci fermiamo a bere una
birra dalla Cornelia, giusto il tempo per assistere allo sguardo stupito degli
amici che, dopo averci domandato dove siamo stati, non riescono a capacitarsi,
questo canale è in pratica sconosciuto anche a chi abita ai Resinelli,
l’unica certezza che abbiamo, è quella che non si tratta sicuramente del
canalone Est descritto nella guida dei monti d’Italia.
Relazione:
Dai
piani dei Resinelli seguire il sentiero della traversata bassa fino a quando
questo interseca il gerone, lasciare il sentiero sulla destra e seguendo alcune
labili tracce portarsi all’imboccatura dell’evidente canale che solca
l’estrema destra del versante Est.
Seguirlo
sino ad una strozzatura formata da un grosso masso incastrato (200 metri 45
gradi)
Superare
il masso sulla destra fino ad un buon punto di sosta sulle rocce a destra del
canale (10 metri 4°/4°sup. sosta da attrezzare)
Proseguire
tenendosi al centro e superando alcune facili roccette (50 metri 2°)
Portarsi
al centro del canale con l’inclinazione che mano a mano aumenta fino a toccare
i 60 gradi in prossimità di una strozzatura lunga una ventina di metri,
dopodichè il canale si allarga a ventaglio fino a raggiungere la cresta Nordest
in prossimità della quota 1950 (300 metri 45/60 gradi)
Si
prosegue a Sinistra seguendo la cresta dapprima larga e in seguito più
affilata, fino a congiungersi con la cresta Sinigaglia poco prima del canalino
Federazione (400 metri 40/50 gradi)
Dislivelli:
500 metri per il canale più altri 400 per la cresta
È
un peccato che un itinerario così interessante non debba avere nessun nome e
proponendo i nomi di, Cresta della liberazione e Canale del Sasso
Incastrato, mi auguro che altri salendolo, possano vivere la nostra stessa
avventura.
Leonardo
Giorgi
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